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QUANDO LA REPRESSIONE NON FA NOTIZIA

postato da Gianluca Freda (05/07/2009)


OBAMA, E’ QUESTA LA TUA DEMOCRAZIA?

dal sito www.nodalmolin.it

 

Nella giornata dell’indipendenza, Vicenza si trova sotto occupazione militare; migliaia di agenti in assetto antisommossa, con i manganelli in pugno e le maschere antigas al volto, si sono schierati fin dalla mattina nell’area limitrofa al Dal Molin, smentendo le parole del questore Sarlo che nei giorni passati aveva dichiarato che il corteo sarebbe stato libero di percorrere le strade della città.

Una prova – l’ennesima – dell’arroganza di chi vuol imporre la nuova base statunitense; un messaggio chiaro, a sfidare coloro a Vicenza come altrove si ostinano a “osare la speranza”. Nella città del Palladio, diceva quell’ingente quanto minaccioso schieramento di militari accompagnati da decine di mezzi blindati, la democrazia non esiste. Accettare e aver paura è quel che il governo chiede ai vicentini.

Una situazione, quella che si sono trovati di fronte i manifestanti quest’oggi, sulla quale Obama ha da dare più d’una spiegazione. Perché se questo è il cambiamento promesso dal presidente statunitense, qualcosa non torna. Non solo ai vicentini è stato vietato esprimersi con una consultazione popolare; non solo è stato impedito ai cittadini di conoscere le conseguenze che avrebbe la realizzazione del progetto, attraverso una Valutazione d’Impatto Ambientale. Quest’oggi, con lo schieramento provocatorio di migliaia di carabinieri ai margini del percorso della manifestazione, si è anche tentato di impedire l’espressione del dissenso.

Come scriveva il commissario Paolo Costa, per chi vuol imporre la nuova base è necessario “sradicare alla radice il dissenso locale”; e, visto che di argomentazioni convincenti a sostegno del progetto non ce ne sono, da alcuni mesi la questura ha deciso di mostrare il muso duro. Botte lo scorso 6 settembre sui vicentini seduti per terra; minacce il 10 febbraio contro chiunque osava avvicinarsi a Via Ferrarin. E, oggi, un’occupazione militare che ha fatto sembrare Vicenza una zona di guerra più che una città in cui è riconosciuto il diritto democratico di manifestare.

È servito il coraggio di esserci di migliaia di persone – almeno 20 mila – per difendere il diritto di percorrere strada S. Antonino senza la minacciosa presenza di manganelli e maschere antigas; è servita la determinazione di una mobilitazione che per il suo non volersi arrendere all’imposizione viene messa all’indice come violenta ed estremista.

Ma a chiunque percorreva oggi l’area intorno al Dal Molin era evidente chi difende l’illegalità e chi la democrazia: da una parte migliaia di agenti armati di tutto punto, a intimidire una città che vuol costruire il proprio futuro; dall’altra un corteo composito, trasversale, che ha capito che i reticolati e la militarizzazione del territorio sono la metafora dell’imposizione. Chi oggi difendeva militarmente il Dal Molin ha difeso un’illegalità imposta con l’autoritarismo; e accettare questa situazione senza rivendicare con determinazione il proprio diritto a manifestare liberamente equivaleva ad alzare le mani di fronte a coloro che vogliono calpestare, con i propri scarponi chiodati, la città berica.

Lo sappiamo: domattina si aprirà la gara dei moralisti; perché in tanti preferiscono abbassare la testa al violento vassallo di turno – il questore Sarlo – invece di denunciare l’insopportabile occupazione della città. Perché troppi non hanno il coraggio di riconoscere che i manifestanti hanno il diritto di tutelarsi e difendersi di fronte a un’arrogante rappresentazione della forza con la quale lo Stato vorrebbe far valere la propria decisione di costruire la base.

Oggi abbiamo visto il vero volto di chi vuol imporre la base: arrogante, minaccioso, violento; volevano costruire una trappola in cui far sfilare un corteo umiliato e minacciato dallo schieramento, ai suoi lati, di migliaia di militari. Ma, oggi, abbiamo visto ancora una volta il volto della Vicenza che ama la sua città: incredula, di fronte a tanta militarizzazione, ma anche determinata e incazzata. La città berica non si fa calpestare. No Dal Molin? Yes, we can.

 

 

Nella giornata dell’indipendenza Vicenza ha subito l’occupazione militare; di seguito una breve ricostruzione dei fatti che, partendo dalla vigilia della manifestazione, evidenzia la volontà di intimidire la città per tapparle la bocca...

 

1-2 luglio. Il Dal Molin è ogni giorno più militarizzato; il cantiere è presidiato dai carabinieri, mentre l’intera area è sorvegliata da pattuglie della polizia e agenti in borghese. Il Presidio Permanente dichiara le proprie intenzioni: entrare nell’area che gli statunitensi vorrebbero trasformare in base di guerra per piantare migliaia di bandiere NoDalMolin. I residenti, nel frattempo, lamentano la crescente militarizzazione del quartiere e gli estenuanti controlli a cui sono sottoposti.

3 luglio. Il Giornale di Vicenza pubblica il suo scoop, una “notizia bomba”; secondo il quotidiano berico un carico di bombe a mano rubate una settimana prima in Slovenia sarebbe destinato al corteo del giorno successivo. Il giornalista non indica la fonte della notizia e sulla stampa italiana e slovena non c’è traccia di questo furto. La notizia, ovviamente, verrà smentita dai fatti, ma questo il quotidiano non lo riferirà ai suoi lettori.

Nel pomeriggio dello stesso giorno l’intera area nord della città si riempie di forze dell’ordine; i camion che trasportano in Presidio migliaia di bottiglie d’acqua e il palco che sarà montato nel prato verde vengono ripetutamente fermati per infiniti controlli che non portano a nulla. Un giornalista che entra in Via Ferrarin per girare un reportage viene fermato, identificato e multato.

4 luglio. Ore 10.00. I primi contingenti di forze dell’ordine si dispongono, diversamente dalle manifestazioni precedenti e da quanto annunciato dal questore, all’esterno del Dal Molin, lungo la strada che dovrebbe percorrere il corteo.

Ore 11.00. I vigili del fuoco calano una barca nel fiume che costeggia il lato nord del cantiere statunitense. I pullman in partenza da molte città vengono fermati per infiniti controlli; alcuni non giungeranno mai a Vicenza.

Ore 12.00. A 50 metri dal Presidio Permanente, lungo l’argine che costeggia il Dal Molin e su Ponte Marchese si schiera il Tuscania, unità dei carabinieri che ha combattuto in Afghanistan. Proprio all’imbocco del ponte viene piazzato un blindato con il rosto sul paraurti anteriore e i lancilacrimogeni.

Ore 12.30. Via S. Antonino viene chiusa al traffico. Lungo la strada si schierano un migliaio di uomini con manganelli e maschere antigas accompagnati da decine di blindati. Tutte le strade laterali vengono chiuse e presidiate da ingenti forze. del Dal Molin, i blindati si parcheggiano sopra gli alberelli piantati due anni fa dai vicentini, calpestandoli.

Ore 13.00. Non viene permesso ai pullman turistici di percorrere via S. Antonino; il tragitto era stato definito in accordo con l’amministrazione comunale e la questura, ma le forze dell’ordine sbarrano la strada ai pullman dei manifestanti.

Ore 13.15. Viale dal Verme viene chiusa. La strada, su cui dovrebbe transitare il corteo, viene interrotta da due blindati che si schierano di traverso e da decine di agenti. È ormai evidente che il corteo non può transitare in strada S.Antonino e proseguire lungo il percorso autorizzato. Sull’argine, i carabinieri del Tuscania indossano i caschi nonostante manchino due ore alla partenza del corteo.

Ore 13.30. Il Presidio Permanente denuncia l’impossibilità di manifestare pacificamente in via S.Antonino dove le forze dell’ordine sono schierate in un modo che rende evidente la volontà di creare una trappola in cui far infilare il corteo e intimidire la città. Due elicotteri sorvolano costantemente a bassa quota l’area.

Ore 14.00. Il Presidio Permanente chiede che le forze dell’ordine siano ritirate dal percorso del corteo perché esso possa sfilare liberamente e pacificamente. Colonne dei carabinieri passano costantemente davanti al tendone di ponte Marchese ad alta velocità, nonostante in strada ci siano i primi manifestanti che si preparano a spostarsi verso Ponte Marchese.

Ore 14.30. Strada S. Antonino ha un aspetto surreale. La circolazione è chiusa e ovunque ci sono forze dell’ordine in assetto antisommossa e mezzi blindati. Molti di essi si schierano all’interno del parcheggio di un distributore, ad “attendere” il corteo.

Ore 15.00. Inizia a formarsi il corteo in Via M.T. Di Calcutta. Migliaia di persone raggiungono il luogo di partenza della manifestazione nonostante i tanti limiti imposti alla mobilità dei cittadini. A ponte Marchese ai carabinieri si aggiungono alcuni rinforzi della celere che si schierano di traverso sulla strada che dovrebbe percorrere il corteo, bloccandola.

Ore 15.45. Il corteo parte. Si rinnova la richiesta affinché sia garantita la possibilità di percorrere il percorso autorizzato pacificamente e senza la presenza minacciosa di centinaia di uomini in assetto antisommossa a circondare il corteo.

Ore 16.15. Il corteo raggiunge il Presidio Permanente e si ferma. Il Questore rifiuta di far transitare il corteo sul suo percorso autorizzato e smentisce di aver dichiarato, alla vigilia, che la manifestazione avrebbe potuto svolgersi liberamente. Il corteo rifiuta di entrare nella trappola costruita da Sarlo, volta a intimidire e impaurire chi vuol difendere la propria terra.

Ore 16.45. Di fronte al rifiuto della Questura di lasciar svolgere la manifestazione, una testa di alcune centinaia di persone autoprotetta da barriere che riportano la caricatura di Obama e caschi prova ad avanzare per permettere al corteo di proseguire senza minacce. Appena le barriere vengono poste di fronte ai carabinieri, quest’ultimi caricano con molte manganellate e alcuni lacrimogeni urticanti. Le barriere e i caschi fanno si che, al termine della giornata, non ci saranno feriti.

Al Presidio, intanto, si raggruppano migliaia di persone determinate a proseguire il corteo e in attesa che il diritto a sfilare sia garantito.

Ore 17.30. Le forze dell’ordine si ritirano dalle strade laterali al percorso autorizzato e la celere libera Ponte Marchese. Il corteo può ripartire. Decine di donne fanno cordone davanti ai carabinieri del Tuscania che, maschera antigas al volto e manganello in mano, vedono sfilare il corteo alle spalle delle donne.

Ore 19.00. Il corteo si conclude sotto un forte temporale. Il Questore ha mostrato ancora una volta il suo volto violento, schierando un apparato militare gigantesco per impaurire le famiglie che si ostinano a osare la speranza. L’apparato repressivo ha impedito alle donne e agli uomini di piantare le proprie bandiere al Dal Molin, ma ha anche mostrato il modo in cui si vuol realizzare la base statunitense: con l’imposizione e l’uso della forza. Il corteo, d’altra parte, ha dimostrato la propria determinazione a non lasciarsi sbarrare la strada da chi avrebbe voluto vietare lo svolgimento della manifestazione.

PRIGIONIERI DELLA "DEMOCRAZIA"

postato da Gianluca Freda (05/07/2009)


OGGI NEGLI STATI UNITI SIAMO TUTTI PRIGIONIERI

dal sito www.global-elite.org

traduzione di Gianluca Freda

 

Da oggi, 1 giugno 2009, anche i cittadini americani sono ufficialmente prigionieri negli Stati Uniti, oppure esuli a cui viene impedito di tornare nel nostro paese senza il permesso del governo. Le norme federali ci vietano adesso di uscire dagli Stati Uniti o di entrarvi, da qualunque luogo e con qualsiasi mezzo (per via aerea, per mare, per terra, da e verso qualunque altro paese o spazi aerei o acque internazionali), a meno che il governo non accetti di rilasciarci una passport-card o una patente di guida “speciale” (ognuno di questi documenti contiene dei chip transponder RFID che possono essere letti via radio da remoto) o a meno che il Dipartimento della Homeland Security scelga di esercitare la sua non meglio precisata “discrezionalità” per decidere – in segreto, senza che noi si possa sapere chi prende la decisione e su quali basi – di rilasciarci una “deroga” (che vale per una volta sola e va decisa caso per caso) alle nuove prescrizioni relative ai documenti di viaggio.

Se vi trovate negli Stati Uniti e siete privi di questi documenti – anche se siete nati lì oppure siete uno straniero entrato legalmente negli USA in passato senza questi documenti (ad esempio un canadese entrato negli USA per via terra ieri, quando questi documenti non erano ancora richiesti), oppure se i vostri documenti sono scaduti, sono stati perduti o rubati – vi sarà proibito lasciare il paese finché non riuscirete a procurarveli nuovamente, oppure fino a quando la Homeland Security non vi darà un permesso di uscita, nella forma di una “deroga” discrezionale e valida per una sola volta, per lasciare il paese. Ma non necessariamente per ritornare indietro, a meno che non decidano di esercitare ancora la loro discrezionalità per fornirvi un’altra “deroga”.

Se siete un cittadino USA all’estero e siete privo di uno di questi documenti (ad esempio se siete entrati legalmente via terra in Canada ieri, quando questi documenti non erano richiesti, oppure se essi sono scaduti, sono andati smarriti o sono stati rubati) vi sarà proibito tornare in patria finché non riuscirete a procurarvi un nuovo documento che la Homeland Security accetti, o finché la Homeland Security non vi darà il permesso di tornare in patria nella forma di una “deroga” valida per un’unica volta.

La Homeland Security ammette, nel suo sito informativo GetYouHome.gov, che potrebbero essere necessarie “diverse settimane” per ottenere un altro documento se non ne avete già uno o se esso è scaduto, smarrito o rubato. Una normale patente di guida provvisoria senza foto, o anche una patente standard con foto o una carta d’identità non saranno più sufficienti. Occorrerà procurarsi con un esborso extra una EDL (Enhanced Drivers License, cioè patente di guida speciale), dotata di chip RFID, la quale richiede diverse settimane per essere rilasciata anche in quei paesi che sono in grado di stamparla. Il rilascio  anticipato di passaporti “rapidi”, come abbiamo fatto presente nei nostri commenti alla Homeland Security, potrebbe richiedere ancora più tempo. Non importa se un vostro parente sta morendo in Canada o in Messico. Immaginate che un vostro parente si ammali o rimanga ferito all’estero e abbia bisogno di voi per prendere decisioni mediche o per essere accompagnato a casa, ma voi non siete andato in viaggio con lui e non avete un passaporto. Non potrete partire finché il governo americano non approverà la vostra richiesta di documenti o vi concederà una non meglio precisata “deroga” discrezionale per lasciare gli USA (il che non garantisce che vi lascino tornare indietro).

Si tratta dello stadio finale, in vigore dal 1 giugno 2009, dell’introduzione del cosiddetto “Western Hemisphere Travel Initiative” (WHTI).

Non c’è bisogno di spiegarvi cosa ci sia di sbagliato in questa situazione. Ma se proprio volete lo spelling, potete leggere i commenti che avevamo inviato alla Homeland Security quando essa varò le norme del WHTI che imponevano questi documenti e questi permessi d’entrata e d’uscita, prima per porti e aeroporti e poi per l’attraversamento dei confini via terra.

Non avrebbe dovuto essere necessario far notare alla Homeland Security che i documenti di viaggio richiesti dal WHTI rappresentano una flagrante violazione del Trattato sui Diritti Civili e Politici (ICCPR), uno dei più importanti accordi sui diritti umani, che gli Stati Uniti hanno firmato e ratificato. L’art. 12 dell’ICCPR stabilisce che “ogni persona deve essere libera di lasciare qualunque paese, compreso il proprio” e che “nessuno può essere arbitrariamente privato del diritto di entrare nel proprio paese”.

Questo articolo è stato interpretato dalla Commissione per i Diritti Umani dell’ONU (e anche dagli Stati Uniti, all’epoca in cui criticavano le restrizioni imposte da paesi come Cuba ai viaggi all’estero dei loro cittadini) nel senso di rendere tali diritti pressoché assoluti. Le regole imposte dal WHTI sono anche una violazione del NAFTA (North American Free Trade Agreement) e del NAFTA Implemdentation Act, visto che impongono a canadesi e messicani, che desiderino venire negli Stati Uniti per competere in attività commerciali, una barriera - la richiesta di un passaporto o di una patente di guida speciale (EDL) – che non esiste per i cittadini americani operanti all’interno degli Stati Uniti.

E questo per non parlare dell’incompatibilità di queste restrizioni con gli articoli della Costituzione Americana che parlano di viaggio, spostamento e riunione.

I regolamenti APIS della Homeland Security già richiedono alle linee aeree di ricevere permessi preventivi individuali dalla stessa HS prima di consentire a chiunque (anche a un cittadino americano) di entrare, uscire o transitare negli Stati Uniti per via aerea; e il piano di Secure Flight richiederà la stessa cosa per i voli interni non appena l’industria dei trasporti sarà in grado di fornire l’elaborata e costosa infrastruttura necessaria per questo programma di sorveglianza e controllo in tempo reale. Nel frattempo la HS sta espandendo la richiesta di simili e sempre più intrusivi poteri di ricerca, detenzione, interrogazione e soprattutto sorveglianza (monitoraggio e raccolta dati) e il controllo degli spostamenti all’interno degli Stati Uniti attraverso checkpoint insospettabili e non autorizzati su strade che non attraversano alcun confine e si trovano fino a 100 miglia di distanza da coste e confini, nonché sui passeggeri dei voli interni agli Stati Uniti.

Le precedenti decisioni dei tribunali relative alla discrezionalità del governo nel concedere i passaporti erano fondate sull’assunto che i passaporti dovessero servire a facilitare il viaggio, non richiesti per autorizzarlo o per esercitare qualsiasi altro diritto. Queste decisioni dovranno ovviamente essere riviste alla luce del fatto che i documenti governativi vengono ora esplicitamente richiesti come condizioni per l’esercizio di certi aspetti della libertà di movimento – il diritto di ogni persona di lasciare gli Stati Uniti o di tornare nel proprio paese – che sono esplicitamente garantiti da trattati internazionali ratificati dagli USA e che nella Costituzione degli Stati Uniti rappresentano “la legge suprema del territorio”. La HS afferma, con una certa astuzia, che all’inizio essa si limiterà ad emettere avvertimenti e a concedere le deroghe, nella maggior parte dei casi, per quei cittadini che cerchino di entrare o uscire dagli Stati Uniti senza i nuovi documenti. Probabilmente essa spera che il nuovo regime di controllo degli spostamenti, fondato sui nuovi permessi e documenti d’identità, si trasformi in fatto compiuto prima che qualcuno riesca a portare dinanzi a una corte questa decisione di impedire alle persone di lasciare gli Stati Uniti o di proibire a cittadini americani di rientrare nel paese.

HEZBOLLAH SEMPRE PIU' FORTE

postato da Gianluca Freda (03/07/2009)


HEZBOLLAH DOPO LE ELEZIONI

di Franklin Lamb

dal sito Counterpunch

Traduzione di Gianluca Freda

 

Dahiyeh.

Mentre in apparenza la coalizione filoamericana di qui ha conservato la sua maggioranza, la coalizione guidata da Hezbollah ha in realtà vinto le elezioni con uno scarto di circa il 10 per cento del voto popolare. Dei circa 1.495.000 voti delle elezioni del 7 giugno, 815.000 sono andati alla Resistenza Nazionale Libanese guidata da Hezbollah, mentre 680.000 sono andati alla coalizione governativa “14 Marzo”.

Mentre il nuovo primo ministro libanese, Saad Hariri, lavora per mettere insieme un governo di coalizione, Hezbollah in Libano è attualmente più forte di quanto sia mai stato. Il Partito è ampiamente in grado di determinare la composizione del futuro governo libanese e di insistere affinché ai suoi alleati vengano assegnati dei posti chiave, poiché preferisce tenere un basso profilo e influenzare la politica attraverso tranquille consultazioni piuttosto che attraverso minacce e dimostrazioni di forza.

Come ha spiegato un mio amico di Hezbollah: “Se Hezbollah avesse anche un unico membro presente in Parlamento, la maggioranza capirebbe che l’intera Resistenza è lì. Non ci serve essere appariscenti, piuttosto abbiamo bisogno di collaborare e di far funzionare questo nuovo governo. I nostri sostenitori ci chiedono questo”.

Il sostegno popolare a Hezbollah sembra essersi accresciuto dopo le elezioni grazie alla sua sportiva accettazione dei risultati elettorali e agli sforzi compiuti per raggiungere un’intesa con gli avversari politici, nonostante i forti sospetti che nutre verso la “Coalizione Americana”.

Questa situazione è ben esemplificata da una barzelletta che circola attualmente per Dahiyeh, un caposaldo della Resistenza dove il sostegno per la coalizione filoamericana “14 Marzo” non è certo massiccio.

Un membro di Hezbollah scrive all’ayatollah Ali Khomeini, Leader Supremo o Giureconsulto (Wali al Fiqeh) dell’Iran, che il Partito consulta spesso sulle questioni politiche e religiose.

“Caro Leader Supremo, sono uno spacciatore di crack che lavora a Beirut, recentemente diagnosticato come portatore di virus HIV. I miei genitori vivono nei bassifondi di Dahiyeh e una delle mie sorelle, che vive a Jounieh, è sposata con un travestito. Mio padre e mia madre sono recentemente stati arrestati dalle forze di sicurezza di Hezbollah per aver coltivato marijuana in giardino e ora dipendono economicamente dalle altre due mie sorelle, che fanno le prostitute a Maameltein.

“Ho due fratelli. Uno sta scontando una condanna all’ergastolo a Roumieh per l’omicidio di un minorenne nel 1994. L’altro fratello è attualmente detenuto nel carcere di Trablos con l’accusa di aver riciclato denaro sporco e di aver falsificato banconote da 100 dollari. Mi sono recentemente fidanzato con una prostituta thailandese che vive a Jiyeh e che lavora ancora part-time in un bordello.

“Il mio problema è il seguente: io amo la mia fidanzata, non vedo l’ora di presentarla alla famiglia e naturalmente vorrei essere del tutto onesto con lei.

“Pensi che dovrei dirle che mio zio ha votato per la Coalizione 14 Marzo nelle recenti elezioni libanesi?

“Firmato, un fedele preoccupato per la propria reputazione”

Hezbollah ha senso dell’umorismo e la capacità di fare dell’ironia su se stesso. Hezbollah ha fatto eleggere per la quinta volta il suo alleato, il leader di Shia Amal, Nabih Berri, alla carica politicamente influente di portavoce del Parlamento. Nel frattempo, l’alleato cristiano di Hezbollah, Michel Aoun, ha incrementato il suo voto popolare, ottenendo un maggior numero di seggi, per un totale di 27. Egli ora richiede sette posizioni ministeriali (tre in più rispetto al precedente governo) per il suo Libero Movimento Patriottico.

L’opposizione non ha bloccato la nomina di Saad Hariri a primo ministro (ha ricevuto 85 voti su 128), ma ha mandato il messaggio di volere cooperazione su problemi che rivestono particolare interesse per il partito. I suoi alleati hanno rinnovato la richiesta di rappresentanza proporzionale nel nuovo Parlamento che conta ora 128 seggi. Ci sono ora 13 formazioni politiche e 11 candidati indipendenti, molti dei quali cercano di intessere buone relazioni con Hezbollah, attenuando le lamentele preelettorali sulle armi in suo possesso. Una delle ragioni è che l’opinione pubblica libanese, che assiste ancora una volta alle provocazioni israeliane e a un assembramento militare lungo la linea blu, ha capito che finché l’esercito libanese non sarà in grado di accollarsi questo compito può far comodo avere un forte elemento di deterrenza ai progetti del governo Netanyahu.

Dopo le elezioni del 7 giugno, l’opposizione appare abbastanza unita e pronta a confrontarsi con il neonominato gruppo Lebanon First (noto in precedenza come “Gruppo 14 Marzo”). Alcuni hanno suggerito anche al “Gruppo 8 Marzo” di cambiare nome in Lebanon Always, ma Hezbollah preferisce restare fedele, almeno per ora, a questo nome legato alla Resistenza.

Alcuni militanti di Hezbollah hanno suggerito che l’opposizione dovrà decidere come relazionarsi con il nuovo governo, una decisione che potrà richiedere settimane e che forse avrà come base la richiesta di esplicita legittimazione del possesso di armi da parte di Hezbollah. Talal Arslan, druso vicino a Hezbollah e rivale di Walid Jumblatt, ha detto che l’opposizione dovrà partecipare al futuro governo come “ente unitario” o restarne fuori, sottintendendo che farà di tutto per tenere in vigore gli accordi di Doha sul “terzo d’ostruzione” [un accordo raggiunto a Doha nel 2008 che concede all’opposizione un terzo dei seggi parlamentari, così da conferirle il potere di bloccare i lavori del Parlamento, NdT].  

Anche il leader dei drusi, Walid Jumblatt, uscito un po’ indebolito dalle elezioni, ma pur sempre il più forte degli “Ziam” drusi, si mostra ora meno tiepido verso Hezbollah dopo essersi sentito “abbandonato dagli americani” lo scorso anno. L’altro giorno ha trascorso diverse ore con Hasan Nasrallah e ha dichiarato di non credere più che le armi di Hezbollah rappresentino un problema interno, mentre nelle interviste è tornato a parlare di arabismo e dei diritti dei palestinesi. Il suo staff ha suggerito che egli potrebbe anche co-sponsorizzare la legge per i rifugiati palestinesi in Libano, secondo la formula “tutti i diritti tranne la cittadinanza” fatta circolare dalla Fondazione Sabra e Chatila”.

Le relazioni del nuovo primo ministro Saad Hariri con Hezbollah fino a questo momento sono state cordiali. Si è incontrato la scorsa settimana con il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, non ha fatto pressioni per il disarmo di Hezbollah e dopo i colloqui i due hanno rilasciato una dichiarazione con cui “si impegnano a proseguire la discussione nella presente atmosfera calma e positiva e sottolineano la logica del dialogo, della cooperazione e dell’apertura”.

 

La posizione di Hezbollah dopo le elezioni in Iran

Le elezioni iraniane del 12 giugno hanno inizialmente creato una certa gioia in Israele.

Si era sperato che Israele potesse più facilmente creare un caso allo scopo di far accettare alla comunità internazionale un bombardamento israeliano sull’Iran e un incremento delle sanzioni. Netanyahu aveva insistito su questo punto nel corso della sua visita in Europa di questa settimana, cercando di convincere paesi come l’Italia, che sono tra i più importanti partner commerciali dell’Iran, a ridurre i propri legami economici.

Eyal Zisser, capo del dipartimento di Storia Mediorientale e Africana all’Università di Tel Aviv, ha espresso l’opinione che “le elezioni iraniane sono un segnale inquietante per la Siria e per Hezbollah. Più debole è il regime, meno sostegno potrà fornire a Hezbollah”.

Hezbollah non è d’accordo. In ogni caso, quali che siano i cambiamenti a lungo termine che potranno avvenire in Iran dopo le elezioni, i referenti del partito insistono a definirli più evoluzionari che rivoluzionari. Essi non credono che i recenti avvenimenti possano indebolire l’Iran militarmente e neanche che possano influire sul sostegno dell’Iran alla Palestina, espressamente previsto dalla Costituzione iraniana, o sulla sua amicizia con la Resistenza Nazionale Libanese guidata da Hezbollah.

I membri del Partito hanno espresso unanimemente l’opinione che Hezbollah si terrà lontano da ogni eventuale scontro di potere tra il gruppo Ahmadinejad/Khamenei e la fazione Mousawi/Rafsanjani; alcuni membri recentemente intervistati si aspettano che la leadership iraniana, dopo un’eventuale “reimpasto dei dicasteri e delle funzioni”, tornerà ad essere unita per il bene del suo popolo. Spiegano che Hezbollah non ha nulla a che fare con gli affari interni dell’Iran, che non prenderà posizione nelle sue questioni nazionali e che le elezioni del 12 giugno sono state una questione puramente interna.

“Ciò che accade laggiù non ha niente a che fare con la nostra situazione”, ha detto Naim Qassim ai media di Beirut il 25 giugno 2009, “noi abbiamo la nostra identità e popolarità libanese e questi eventi non ci riguardano”, aggiungendo che Hezbollah è convinto che la situazione tornerà presto alla normalità e che “la Repubblica Islamica è riuscita a sventare con successo questo complotto d’oltreoceano mirante a destabilizzare la situazione interna”.

Un’altra ragione per cui i membri di Hezbollah non credono che i risultati delle controverse elezioni iraniane possano influire sul partito o sui suoi programmi è che il sostegno a Hezbollah, e anche a gruppi sunniti come Hamas o la Jihad Islamica, è integrato nella Costituzione e nell’ideologia dell’Iran, che vede la Repubblica Islamica come un baluardo contro Egitto, Giordania e altri stati che hanno riconosciuto Israele.

Quanto all’argomento “finanziamenti”, ho appreso che l’Iran fornisce a Hezbollah molti meno aiuti di quanto riportino i media occidentali, ma che l’Iran non decurterà questa assistenza.

Le buone relazioni di Hezbollah con l’Iran esistono fin dalla nascita del Partito e da allora si sono fatte sempre più strette. Secondo Hezbollah, praticamente tutta la leadership iraniana avrebbe stretti legami col Partito. L’Iran, e in misura crescente sempre nuovi paesi della regione, e non solo, condividono gli obiettivi di Hezbollah e hanno promesso di mantenere salde le proprie relazioni e possibilmente espanderle.

Secondo Hezbollah, il coinvolgimento dell’occidente, e in particolare di Inghilterra e USA, nelle elezioni e negli affari interni dell’Iran è ormai evidente.

“Le rivolte e gli assalti nelle strade sono stati orchestrati dall’esterno nel tentativo di destabilizzare il governo islamico del paese”, afferma Qassim.

Se Hezbollah è aperto ai colloqui con i rappresentanti di tutti i governi occidentali, è probabile che tale apertura non includerà troppo presto gli Stati Uniti, anche se il Partito afferma che diversi funzionari statunitensi hanno chiesto di parlare con Hezbollah.

Questa continuerà ad essere, con ogni probabilità, la posizione di Hezbollah, almeno finché l’amministrazione Obama non eliminerà il Partito dalla lista delle “organizzazioni terroristiche”. Secondo Qassim: “E’ inutile che Hezbollah intrattenga qualunque dialogo con gli americani, visto che essi ci vedono come terroristi. Gli europei, dal canto loro, hanno un ruolo da svolgere, visto che hanno adottato un approccio differente da quello americano”.

A breve termine, sembra poco probabile che le recenti elezioni di giugno possano avere su Hezbollah qualche effetto di rilievo, tanto all’interno del nuovo governo libanese quanto sul piano internazionale.

LA PIU' POTENTE BANCA DEL MONDO

postato da Gianluca Freda (01/07/2009)


“Un giorno, chiederanno anche a te qualcosa, tu ascolterai e ricambierai chi ti ha aiutato”.

(Paulo Coelho, Lo Zahir)

 

Il 25 giugno scorso, cioè cinque giorni dopo che il video fasullo della “morte di Neda” era stato diffuso attraverso Twitter e Facebook a tutti i media dal mondo, sulla stampa comparve un articolo firmato dal noto scrittore brasiliano Paulo Coelho. In esso Coelho affermava di aver riconosciuto nel video di Neda, visto su internet, un suo amico, un medico iraniano di nome Arash Hejazi. Hejazi è l’uomo che nel video si trova alla sinistra di Neda (e con ogni probabilità è lui a rovesciare il finto sangue sul viso della ragazza). Coelho si mostra preoccupato per la sorte dell’amico, lo contatta per mail e riceve conferma: è proprio Hejazi l’uomo che compare nel video. Cerca poi di contattare l’amico anche via cellulare, ma al telefono risponde, per motivi non precisati, un giornalista della CNN. Finalmente il 24 giugno Hejazi dà notizia del suo arrivo a Londra e a questo punto Coelho decide di offrire alla stampa la conversazione via mail avuta con l’amico. L’articolo di Coelho è una delle cose più strane che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi, non solo per il contenuto sibillino, ma anche per gli interrogativi che pone circa i veri motivi della sua pubblicazione. Cercherò di spiegare di seguito ciò che voglio dire.

Io non conosco molto Paulo Coelho come scrittore. Qualche anno fa acquistai il suo romanzo Lo Zahir, di cui si faceva un gran parlare, ma nella mia memoria i contenuti del testo si confondono con i ricordi della mia folle notte d’amore con Demi Moore, di cui sognai dopo essermi addormentato a pagina 11. I pochi brani che ho leggiucchiato dei suoi testi (materiale scaricato più che altro da internet) contengono copiosi riferimenti al mondo della massoneria ed esplicitano, spesso con illuminante chiarezza, i fondamenti della filosofia massonica e i loro risvolti nei rapporti interpersonali degli appartenenti alla fratellanza. Si prenda ad esempio questo brano, tratto per l’appunto da Lo Zahir:

"Che cos'è la Banca dei Favori?"

"Lo sai sicuramente. Ogni essere umano la conosce".

"E' possibile. Tuttavia non riesco ancora a capire di che tu stia parlando".

"Era citata in un libro di uno scrittore americano. E' la banca più potente del mondo. E opera in tutti i campi".

"Io vengo da un paese senza tradizioni letterarie. Non potrei fare favori a nessuno".

"Questo non ha importanza. Posso farti un esempio: io so che tu sei un personaggio destinato ad affermarsi, ad avere molta influenza, un giorno. Lo so perché, un tempo, ero come te: ambizioso, indipendente, onesto. Oggi non ho più l'energia di allora, ma intendo aiutarti perché non posso o non voglio sentirmi inerte: il mio sogno non è la pensione, bensì la lotta intrigante rappresentata dalla vita, dal potere, dalla gloria. Così comincio a fare versamenti sul tuo conto - depositi che non sono in denaro, ma in contatti. Ti presento a questa e a quella persona, facilito determinate trattative, purchè siano lecite. Tu sai che mi devi qualcosa, anche se io non chiedo mai niente".

"E un giorno..."

"Proprio così. Un giorno, ti chiedo qualcosa: tu potrai rifiutarmelo, ma saprai di essermi debitore. Se farai ciò che domando, io continuerò ad aiutarti. Gli altri sapranno che sei una persona leale, effettueranno versamenti sul tuo conto - saranno sempre dei contatti, perchè questo ambiente vive di essi, soltanto di essi. Un giorno, chiederanno anche a te qualcosa, tu ascolterai e ricambierai chi ti ha aiutato. Con il passare del tempo, la tua rete si estenderà nel mondo, conoscerai quelli che avrai bisogno di conoscere, e la tua influenza aumenterà sempre di più."

"Oppure potrò non fare ciò che mi chiedi..."

"Certo. La Banca dei Favori è un investimento a rischio, come qualsiasi altro. Potrai rifiutarti di farmi il favore che ti chiedo, pensando che ti ho aiutato perché lo meritavi, perché tu sei il migliore, e tutti abbiamo il dovere di riconoscere il tuo talento. Bene, allora io ti ringrazierò e chiederò a qualcun altro, sul conto del quale ho effettuato dei depositi. Ma, da quel momento, senza che ci sia bisogno di dire niente, tutti sapranno che non meriti alcuna fiducia. Potrai crescere ancora, sì, ma non fino al punto che vorresti. A un certo momento, la tua vità comincerà a declinare: sarai arrivato a metà, non alla fine, sarai mezzo contento e mezzo triste - non sarai né un uomo frustrato né un uomo realizzato. Non sarai né freddo né caldo: sarai tiepido, e, come dice un evangelista in uno dei libro sacri, le cose tiepide non colpiscono il palato."

Non credo di stare facendo una rivelazione inaudita: lo stesso Coelho non ha mai negato la propria appartenenza alla massoneria e perfino Wikipedia lo definisce “uno dei maggiori esponenti della massoneria moderna”. Non è un caso che egli venga invitato tutti gli anni al Forum Economico di Davos insieme a personalità quali Henry Kissinger, Bill Gates, Shimon Peres, Gordon Brown e Rupert Murdoch. Quello che in verità non sapevo è che Coelho fosse membro anche dell’INP (Harvard International Negotiative Initiative), un’organizzazione che si occupa di gestione della psicologia dei soggetti in zone di guerra e che così definisce i suoi scopi: “Riconoscendo la necessità di approcci nuovi e psicologicamente sofisticati ai conflitti contemporanei, la INP lavora per estendere il campo di applicazione tanto della psicologia quanto della gestione del conflitto”. Coelho fa anche parte del Doha Center for Media Freedom, un’organizzazione con sede in Qatar, guidata dal francese Robert Menard, che riceve fondi USA per diffondere i nobili ideali della grande libertà mediatica americana (quella che ci propone perle come la “morte di Neda”) anche in Medio Oriente. Infine Coelho è membro della Maybach Foundation, un’organizzazione che “promuove contatti in tutto il mondo tra mentori e allievi, facilita e sovrintende alle loro relazioni”. La Maybach Foundation riceve i suoi fondi da associazioni sparse in tutto il mondo, quali la Daimler AG e la Silverstein Properties (di proprietà di Larry Silverstein, l’uomo che acquistò l’intero complesso del World Trade Center e lo assicurò per 7 miliardi dollari 6 mesi prima degli attacchi dell’11/9).

Chi credeva che Coelho fosse un semplice scrittore di romanzetti New Age, insomma, farà meglio a ricredersi.

Ora, la lettera pubblicata da Coelho sulla stampa è strana per diversi motivi. Tanto per cominciare, Coelho spiega ai lettori che il suo amico Hejazi è un “medico”. Il che non è del tutto inesatto: è vero che Arash Hejazi è laureato in medicina, ma è anche vero che egli stesso afferma in quest’intervista (rilasciata nell’aprile di quest’anno in lingua spagnola, che Hejazi parla perfettamente insieme all’inglese, il portoghese e ovviamente il farsi): “En primer lugar, actualmente no practico la medicina. En realidad dejé de practicarla hace diez años, porque tenía que dividir mi tiempo entre la medicina, como trabajo, y la literatura, como pasión” (Prima di tutto, attualmente non pratico la medicina. In realtà ho smesso di praticarla da dieci anni, perché dovevo dividere il mio tempo tra la medicina, come lavoro, e la letteratura, come passione). Eh già, perché Coelho nell’articolo, per motivi non chiari, non ha fatto il minimo riferimento alla cosa più importante: che Hejazi, in occidente, non è tanto noto per essere un “medico”, ma per essere uno scrittore di racconti di fiction, nonché titolare e fondatore della Caravan Books, che tra l’altro traduce e pubblica in Iran proprio i libri di Coelho! Tutti i libri di Coelho sono stati pubblicati in Iran dalla Caravan e quasi sempre tradotti in farsi dallo stesso Hejazi. Perché Coelho preferisce definire Hejazi un medico (cosa che egli è fino a un certo punto) e non fa il minimo riferimento alla sua ben più nota attività di scrittore, editore e traduttore dei suoi libri?

Di sicuro non per “proteggerlo” dal malvagio Ahmadinejad, visto che nell’articolo Hejazi viene menzionato con nome e cognome e che l’articolo è stato pubblicato solo dopo l’arrivo di Hejazi a Londra. Inoltre, non mi è chiaro perché mai un medico dovrebbe correre dei rischi, fino al punto di fuggire precipitosamente dal proprio paese, solo per aver soccorso una manifestante ferita: non mi risulta che esistano paesi nel mondo in cui ciò sia vietato o sia motivo di persecuzione, tanto più che il video era stato visto ormai da tutto il mondo e c’era ben poco da mettere a tacere. Le cose ovviamente cambiano se consideriamo il fatto che il video di Neda, come si è visto, non è altro che un falso costruito dalla CIA con la collaborazione di Hejazi per screditare il regime iraniano. Allora sì che comincio a capire i motivi della fuga precipitosa! Soprattutto se si considera che il “regime change”, progettato dalla CIA con la collaborazione di Mousawi, Rafsanjani e dei loro stolidi sostenitori, non era andato a buon fine.        

Hejazi era (è?) per la CIA un contatto ideale. La sua casa editrice, come quasi tutti i gruppi d’opposizione in Iran, riceve fondi dal Congresso USA per svolgere opera di destabilizzazione in patria. Hejazi ha una residenza a Londra, studia in Inghilterra alla Oxford Brookes, parla diverse lingue e fa la spola tra Londra e Teheran, sotto la copertura delle sue attività culturali, il che gli ha permesso, fino a qualche anno fa, una certa libertà nello scambio d’informazioni riservate nonché la possibilità di ricevere direttive dall’esterno senza dare troppo nell’occhio. Poi però è venuto il brutto giorno in cui il governo iraniano ha mangiato la foglia. Il brutto giorno arrivò nel maggio del 2005, quando successe qualcosa che fece un certo scalpore anche sui media occidentali e che all’epoca si ritenne inspiegabile. Membri del servizio governativo iraniano si recarono allo stand della Caravan Books, nel bel mezzo della Fiera Internazionale del Libro di Teheran, sequestrando tutte le copie non ancora vendute (circa 1000) dell’edizione iraniana de Lo Zahir di Paulo Coelho. Ora, questa non è una storia di ordinaria censura. Prima di tutto la censura è qualcosa che si pratica, di norma, il più possibile dietro le quinte, cercando di non fare troppo rumore. In questo caso, invece, si scelse un appuntamento internazionale per eseguire il sequestro, in modo che la cosa facesse quanto più scalpore possibile, soprattutto all’estero. Fino a quel momento tutti i libri di Coelho erano stati tranquillamente pubblicati in Iran, sia pure con qualche piccola “correzione”. Inoltre, nel libro di Coelho non c’era assolutamente nulla che potesse impensierire il regime degli ayatollah, tant’è vero che il libro aveva già passato il vaglio della burocrazia culturale e aveva ottenuto l’autorizzazione alla pubblicazione e alla stampa. Si può legittimamente supporre che non si volesse colpire il libro di Coelho in sé, bensì la casa editrice che lo pubblicava e soprattutto il suo direttore, Hejazi, i cui rapporti con i servizi segreti stranieri dovevano essere ormai venuti alla luce. E lo si voleva fare in modo che il messaggio arrivasse forte e chiaro, nel bel mezzo di una convention internazionale: sappiamo cosa state facendo, da oggi in poi vi teniamo d’occhio. Hejazi riuscì comunque a vivacchiare, grazie alle protezioni dell’occidente e ai suoi contatti con Londra, dove passava buona parte del suo tempo. Immagino che dopo aver rovesciato la celebre fialetta di sangue finto sulla faccia di “Neda” la sua sopravvivenza in Iran non sarebbe più così facile. Faccio notare: cinque o sei giorni fa, dopo la pubblicazione dell’articolo di Coelho, ero andato sul sito personale di Hejazi (www.hejazi.ir ) e sul suo blog (http://hejazi.ir/en/blog/ ), dove c’erano molte cose interessanti, tra cui diverse foto di Hejazi e Coelho durante le presentazioni dei libri dello scrittore brasiliano in Iran e la promessa di Hejazi di spiegare ai lettori del suo blog ciò che aveva visto durante il tentativo di soccorrere la povera Neda. Oggi sia il sito che il blog sono spariti, non si capisce bene il perché. Contenevano informazioni compromettenti? Mah... di sicuro lo zelo nel cancellare le tracce è eccessivo per un “medico” la cui unica colpa sarebbe quella di aver soccorso una ragazza ferita. E a proposito di cancellare le tracce: da Youtube, da Google e da MySpace è anche sparita la parte centrale dell’intervista rilasciata alla BBC da Hejazi, dopo il suo arrivo a Londra, sull’”affaire Neda”. Si badi, non tutta l’intervista: solo la parte centrale, quella in cui Hejazi faceva dichiarazioni implausibili (e contrastanti con altre sue dichiarazioni precedenti) riguardo al sicario Basij che avrebbe ucciso Neda. L’intervista è ancora visibile per intero sul sito della BBC (e sui blog che la linkano, tra cui quello di Coelho); ma non appena la BBC dovesse decidere di rimuovere il video, le dichiarazioni di Hejazi svanirebbero dalla memoria del web (a meno che qualcuno non si prodighi a salvare il filmato, cosa che io non sono riuscito a fare). Per questo motivo, oltre a linkare di seguito il video dell’intervista integrale, riporto a futura memoria la trascrizione delle dichiarazioni di Hejazi (una volta tanto senza traduzione, tanto è un inglese abbastanza semplice da capire):




Hejazi: A car coming by opened the door and offered them to take her away [cioè di portare “Neda” all’ospedale, dopo il presunto decesso, NdR]. They put her in the car and just went away, so I don’t know what happened afterwards, other than everybody else has heard.       

But afterwards, some people believed they actually took someone with a Basij car. They said he was on a motorcycle, coming the other way and hiding in a corner. Some people shouted: “We caught him! We caught him!”. People went towards him and they disarmed him and took out his identity card, which was of a Basij member. And he was shouting, - because people were furious – he was shouting: “I didn’t want to kill her! I didn’t want to kill her!”. People just caught him and they didn’t know what to do with him. Some people said: “Don’t harm him! We are not killers like them!”. And… well, I was a few meters away, watching. I was shocked, so I didn’t participate anything.

Intervistatrice: Were you just watching?

Hejazi: I was just looking at them, watching, yes. And they said: “We can’t even give him back to the police, because they would just let him go away. So what should we do?”.

Intervistatrice: But they were certain in their own minds that he was from the Basij militia and that he was the one responsible?

Hejazi: Yes. And he was shouting “I didn’t want to kill her!”.

Intervistatrice: You heard him say so?

Hejazi: Yes, I heard him. He didn’t say “I wasn’t the one who shot her”, I think he was just crying, because he was afraid, “I didn’t want to kill her!”.

So they let him go, because they didn’t know what to do with him; they should have either harmed him or given him back to the police and none of them would work in that situation, and they were afraid to expose themselves to the police. They just let him go and they took his identity cards. I don’t know those people who took his identity cards, but I know that there are people there who know who he is. I noticed that some people were taking photos of him, but I don’t know who they are as well. And then I went back to my office to wash my hands and when I came out people had scattered. And that’s what I have seen.   

Questa è la versione fornita da Hejazi alla BBC. Ma in precedenza Hejazi aveva fornito una versione del tutto diversa, ancora leggibile su Wikipedia:


“Alle 19.05 del 20 giugno, in Kargar Avenue, all’angolo tra via Khosravi e via Salehi, una giovane donna che era in piedi accanto a suo padre [sic] ad osservare le proteste è stata colpita da un miliziano Basij nascosto sul tetto di un’abitazione civile. Egli mirò dritto alla ragazza e non avrebbe potuto mancarla. In ogni caso, mirò dritto al cuore [e come fa Hejazi a saperlo?, NdT]. Io sono un medico, perciò corsi verso di lei per cercare di salvarla. Ma l’impatto del colpo era stato così forte che il proiettile era esploso all’interno del torace della vittima e lei morì nell’arco di 2 minuti. Le proteste si stavano svolgendo a circa un chilometro di distanza sulla strada principale [altra fesseria: abbiamo il video di Neda e Panahi nel bel mezzo della manifestazione, NdT] e alcuni dei manifestanti stavano fuggendo a causa del gas lacrimogeno usato contro di loro, verso via Salehi. Il filmato è stato girato da un mio amico che era accanto a me [!!!, NdT]”. 

La mia domanda è: cosa ha spinto Hejazi a cambiare versione dell’accaduto pochi giorni dopo? E’ completamente citrullo, soffre di crisi amnesiache, vuole farsi scoprire come il classico criminale che inconsciamente desidera essere catturato o c’è dell’altro? Provo a rispondere più avanti.

Torniamo all’articolo di Coelho: il passo che mi sembra veramente interessante è il seguente:

“Lunedì 22 giugno, ore 17,46

Caro Arash, finora, ancora nessuna notizia da te. Dopo la pubblicazione del video sul mio blog, sembra che si sia diffuso in tutto il mondo, comprese citazioni sul New York Times, sul Guardian, National Review eccetera. Perciò ora la mia preoccupazione maggiore è per te. Ti prego di rispondere a questa email dicendomi che stai bene, citando il nome della persona con cui abbiamo trascorso il Capodanno del 2001, tanto per essere certo che sei tu a rispondere all’email. Non mi fido di questa persona della Cnn che risponde al tuo cellulare. Se non lo fai, potrei far sapere il tuo nome alla stampa, così da proteggerti — la visibilità è l’unico espediente per stare sicuri, a questo punto. Lo so perché sono stato un prigioniero di coscienza. Se mi rispondi, a meno di tue istruzioni diverse, smetterò di assillarti, per il momento. La mia preoccupazione ora sei tu. E la tua famiglia.

Con affetto

Paulo

p.s. diversi amici hanno ricevuto in copia questo scritto”

Coelho teme che il suo amico possa essere ucciso o che possa essere prigioniero di qualcuno. Per questo gli chiede di confermare la sua identità e avverte che farà il suo nome alla stampa se non riceverà altre notizie. Ma di chi, esattamente, Coelho teme che Hejazi sia prigioniero? Non credo che egli tema una sua cattura da parte della polizia iraniana: se così fosse, fare il suo nome sulla stampa occidentale non servirebbe a molto. Il putiferio internazionale non ha mai impedito al governo iraniano di eseguire, se necessario, delle condanne a morte. Tantomeno servirebbe a proteggere la famiglia di Hejazi. Qui devo partire da due postulati: il primo (che mi sembra confermato oltre ogni ragionevole dubbio) è che il video di Neda sia un falso pacchiano; il secondo è che Coelho sia a conoscenza dell’inautenticità del video. Questo secondo postulato non posso ovviamente dimostrarlo, ma mi sembra abbastanza verosimile, visto l’ambiente massonico-economico-mediatico-politico in cui Coelho è immerso fino al midollo e la sua partecipazione ad un’organizzazione che si occupa di “gestione psicologica dei conflitti”. Se un comune blogger arriva a rendersi conto di come funzionano le psyop d’intelligence, è improbabile che Coelho, con la sua assidua frequentazione di certi ambienti, non lo sappia. Mi sembra anche poco probabile che Coelho non abbia nulla a che fare con la creazione dei legami tra Hejazi e l’intelligence occidentale (“Così comincio a fare versamenti sul tuo conto - depositi che non sono in denaro, ma in contatti”, scrive Coelho nel brano citato più sopra). E’ probabile dunque che Coelho sappia benissimo che i reduci da “operazioni” di manipolazione psicologica come quella dell’”affaire Neda” tendano a sparire misteriosamente e vuole evitare che questo accada al suo amico. Non è a Hejazi che sono rivolte le mail, forse le mail non sono mai esistite: l’articolo è un messaggio in codice rivolto a tutti coloro che potrebbero cercare di eliminare Hejazi per evitare che la verità salti fuori. Non a caso Coelho fa pubblicare l’articolo su tutti i giornali, per dargli la massima risonanza possibile. Non a caso Coelho scrive in calce: “diversi amici hanno ricevuto questo scritto”. Traduzione: è inutile che cerchiate di togliere di mezzo il mio amico, perché anch’io sono a conoscenza della faccenda e se ci provate scateno un putiferio; conosco persone importanti. Ed è inutile che cerchiate di eliminare anche me, perché ho informato della cosa molte altre persone. Persone che contano. In questo caso la “visibilità” che l’autore brasiliano consiglia al suo amico è in effetti l’unico espediente per stare sicuri: eliminare in segreto un bersaglio (mediaticamente) visibile è più difficile che togliere di mezzo un perfetto sconosciuto. E difatti, appena arrivato a Londra, Hejazi rilascia immediatamente la sua lunga intervista alla BBC.

Intervista in cui cambia improvvisamente, platealmente e implausibilmente la sua versione dell’accaduto. Facciamo una prova: proviamo a leggere l’intervista di Hejazi alla BBC come un messaggio in codice diretto a chi ha “orecchie per intendere”:

We caught him! = Già, mi avete incastrato con questa sceneggiata di “Neda”.

I didn’t want to kill her! = Ma l’idea della messinscena è stata vostra. Io ho accettato di collaborare solo perché ero in debito con la Banca dei Favori.

And they didn’t know what to do with him = Ora non sapete cosa fare di me, vero?

Don’t harm him! We are not killers like them! = Vi chiedo di non farmi del male. Uccidermi sarebbe inutile.

I didn’t participate anything... I was just watching = Ero solo una pedina. Ho accettato di girare quel video perché ero in debito, ma non so nulla dei vostri piani. Non vi tradirò, non potrei farlo neanche volendo.

We can’t even give him back to the police, because they would just let him go away. = Non denuncerò il vostro imbroglio. A che servirebbe?

So they let him go = Perciò lasciatemi stare.

They should have either harmed him or given him back to the police and none of them would work in that situation = So bene che cercare di danneggiarvi o di denunciarvi non servirebbe a niente.

And they were afraid to expose themselves to the police = E del resto io stesso avrei paura a spiegare alle autorità o ai media cosa è realmente accaduto.

They took his identity cards = Ci sono persone che conoscono il vostro intero “curriculum vitae”.

I don’t know those people who took his identity cards, but I know that there are people there who know who he is = Io non conosco queste persone, ma vi garantisco che esistono e che non vogliono vedermi “sparire”.

Some people were taking photos of him = Altre persone conoscono bene le vostre facce, hanno file ponderosi su ogni vostra attività.

But I don’t know who they are as well = Non conosco neanche loro, ma, credetemi, esistono.

And then I went back to my office to wash my hands = Ora tornerò alla mia vita. Ho pagato il mio debito con la Banca dei Favori. Da adesso in poi me ne lavo le mani.

And that’s what I have seen = E questo è tutto ciò che ho da dirvi. Spero di essere stato chiaro.

Chissà se il messaggio otterrà lo scopo che Coelho, il “grande esponente della massoneria”, come lo chiama Wikipedia, si era prefisso. Chissà se Hejazi avrà salva la vita. Fino a pochi giorni fa avrei giurato che lo avremmo rivisto nelle pagine di cronaca di qualche quotidiano locale: “Tragica morte in un incidente d’auto del medico che tentò di salvare Neda. Il ricordo commosso del suo amico Paulo Coelho” o qualcosa del genere. Dopo la sua performance alla BBC penso invece che le sue quotazioni e le sue chance di non avere improvvisi guasti al sistema di frenatura dell’auto siano notevolmente aumentate. Ho l’impressione che sentiremo ancora parlare di lui. 

EDIT: per completezza, e anche per rispondere a tutti quelli che ancora si aggrappano all'argomento "anche le autorità iraniane hanno riconosciuto la morte di Neda", riporto quanto dichiarato proprio ieri (1 luglio) dal capo della polizia iraniana Esmail Ahmadi-Moqaddam: "Arash Hejazi è ricercato dall'Interpol e dal Ministero dell'Intelligence iraniano". Il capo della polizia ha affermato che Hejazi è accusato di aver aiutato i media occidentali a lanciare una guerra psicologica contro l'Iran. "L'omicidio di Neda Agha-Soltan è stato una messinscena e non ha in alcun modo a che vedere con i disordini di Teheran", ha aggiunto.

 

EDIT 2: Incredibile!!! Dopo l'uscita del mio articolo, Wikipedia ha rimosso immediatamente i riferimenti all'appartenenza di Coelho alla massoneria! Potete ancora vedere la pagina originale, con il riferimento di cui parlavo (alla voce "Curiosità") sulla cache di Google. Come dicevo nell'articolo, la parola d'ordine da questo momento in poi è: cancellare le tracce.

NEDA: UN FALSO PACCHIANO

postato da Gianluca Freda (30/06/2009)




I fatti

Il 20 giugno 2009, intorno alle ore 18.30 locali, nel corso delle manifestazioni a Teheran relative ai presunti brogli per la rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad, una ragazza di nome Neda Agha-Soltan sarebbe stata colpita da un proiettile e sarebbe morta dopo un tempo imprecisato, ma comunque assai breve, a causa della ferita riportata. Non è chiaro, dalle notizie fino ad oggi disponibili, in quale punto del corpo sarebbe stata colpita né da chi. Le immagini della sua presunta morte in diretta, catturate da due diversi telefoni cellulari, fanno in poche ore il giro del mondo e diventano il simbolo della rivolta contro il presidente Ahmadinejad e il regime teocratico iraniano. Secondo fonti non confermate, la ragazza sarebbe poi stata trasportata in auto all’ospedale Shariati di Teheran, dove ne sarebbe stata accertata la morte. Sarebbe poi stata seppellita al cimitero di Behest-e-Zahra, senza un funerale appropriato (per divieto delle autorità di Teheran) e in una fossa facente parte di quelle predisposte dalle stesse autorità per le persone uccise durante le proteste.

La tomba

Esistono, che io sappia, due sole fotografie della “tomba di Neda”. Una ritrae la fossa in cui “Neda” sarebbe stata deposta subito la sepoltura, su cui si piega una ragazza non identificata.


In alto nella foto si scorgono i piedi di altre due persone, forse un uomo e una donna, che indossano sandali. Secondo i miei standard occidentali (che non credo siano differentissimi da quelli iraniani, almeno in questo) né la ragazza (che indossa jeans e scarpe da ginnastica) né le altre due persone, di cui si vedono solo i sandali, presentano un abbigliamento idoneo al funerale di un familiare stretto, perlomeno in un ambiente borghese come quello a cui “Neda” è detta appartenere. La seconda foto (completamente diversa dalla prima) ritrae lo stesso luogo (?) dopo la sistemazione della lapide.


Io non capisco il farsi e non sono in grado di leggere l’alfabeto arabo, comunque le scritte sulla tomba mi sembrano uguali nelle due foto. Sottopongo però un quesito ai lettori: nella seconda foto, quella con la lapide, la scritta bianca su sfondo nero appare irrealistica: i contorni sono troppo netti e squadrati, come se fosse stata copiaincollata con un programma tipo Photoshop. E’ solo un’ipotesi di lavoro, che al momento non ho alcun elemento per dimostrare, però la foto è curiosa. 

Le fonti

Inizialmente tutte le notizie relative alla presunta morte di “Neda” (compreso il video della “morte”, le poche e contraddittorie notizie biografiche sulla ragazza e le scarse immagini della sua “tomba”) vengono diffuse attraverso Social Network come Twitter e Facebook. Successivamente TV e giornali riprendono dai social network la notizia, rendendola disponibile al pubblico tradizionale. Ben poco verrà aggiunto dai media tradizionali a quanto già diffuso su internet (delle poche aggiunte si parla diffusamente più avanti). In sostanza, tutto ciò che sappiamo di Neda, della sua vita, della sua famiglia e della sua morte ha come fonte originaria i social network. Si tratta di una fonte particolarmente inaffidabile, da prendere con estrema cautela, poiché in occasione dei disordini a Teheran essa è stata utilizzata come strumento di disinformazione da parte dei servizi segreti americani e israeliani. La faccenda è ben spiegata in questo articolo di Thierry Meyssan, il quale scrive tra l’altro:

“E’ stata distribuita [ai sostenitori di Mousawi, NdR] una Guida pratica della rivoluzione in Iran, che comprende vari consigli pratici tra i quali:

- Impostare gli account Twitter sul fuso orario di Teheran.

- Centralizzare i messaggi sugli account Twitter@stopAhmadi, iranelection e gr88.

-Non attaccare i siti internet ufficiali dello Stato iraniano. «Lasciate fare all’esercito» USA per questo (sic).

Una volta attuati, questi consigli impediscono qualsiasi autentificazione dei messaggi Twitter. Non si può più sapere se li inviano testimoni delle manifestazioni a Teheran o agenti della CIA da Langley, e non si può distinguere il vero dal falso. L’obiettivo è quello di creare ancora più confusione e spingere gli iraniani a combattersi tra loro”.

L’ambientazione del video

All’inizio avevo scritto che il video mi sembrava decontestualizzato, nel senso che c’è ben poco che permetta di comprenderne l’ambientazione. Nelle immagini iniziali del primo e del secondo video si vede una strada cittadina, probabilmente autentica.

 


 

Faccio tre osservazioni (da verificare):

1) Tanto i “curiosi” quanto i passanti si muovono con relativa tranquillità, il che sarebbe poco salutare se davvero ci fosse nelle vicinanze un cecchino o un sicario Basij che ha appena colpito una persona;

2) Nei due video non c’è traccia dei tumulti nel corso dei quali “Neda” sarebbe stata colpita;

3) Le targhe delle automobili: la maggior parte delle auto iraniane (non tutte) presenta una targa bicolore, arancione e bianca, come quella nella foto qui sotto. Nessuna delle auto che si vedono in strada nel video ha targhe con questa caratteristica.


 

La donna che visse due volte

Inizialmente la foto di “Neda” diffusa su internet è quella che si può vedere qui sotto.



 

Ancora oggi, le manifestazioni in memoria della defunta e i cartelli con foto-simbolo riportano spesso la foto di questa ragazza (vedi sotto). Ma questa ragazza non ha nulla a che fare con la “Neda” del video. La faccenda viene spiegata da Kathy Riordan in questo articolo, che traduco:


 

Non quella Neda: come una foto sbagliata è diventata un’icona

Quando il video sanguinoso di una giovane ragazza che muore nelle strade di Teheran venne pubblicato per la prima volta su internet sabato scorso, non c’era nessun nome ad esso collegato. Tutto ciò che ci era dato conoscere era il viso di una ragazza che esala l’ultimo respiro dopo che il proiettile di un cecchino le è esploso nel cuore, mentre altri cercano di salvarla.  

In seguito abbiamo appreso che il suo nome era “Neda”.

Ahmed R., l’immigrato iraniano che vive in Olanda e che è stato il primo a mettere online il video e a riportare su di esso l’attenzione dei media, ha detto a coloro che glielo domandavano che il nome della ragazza era secondo lui “Neda Soltani”. In breve la gente ha iniziato a postare quel nome online; c’è voluto ben poco perché qualcuno scoprisse che il nome “Neda Soltani” era collegato ad una foto e iniziasse a usare quella foto come tributo alla ragazza morta.   

Si trattava della foto di una giovane donna con un velo colorato, probabilmente la foto di un passaporto, e la somiglianza era abbastanza stretta perché la gente iniziasse a credere che si trattasse della ragazza morta prematuramente sulle strade di Teheran. Quel viso venne messo sui poster, utilizzato nei manifesti commemorativi e incorporato nei tributi via internet.

Il problema è che non si trattava della stessa Neda!

La dottoressa Amy Beam, che è stata una delle prime a vedere le terribili immagini del video nello scorso weekend, è rimasta così incuriosita dall’identità della ragazza che ha deciso di fare ricerche per conto proprio. Ha trovato in linea una “Neda Soltani” e le ha mandato un messaggio. Questa Neda ha risposto ad Amy dicendo di non essere la donna del video, ma quando lo ha fatto la foto della ragazza è comparsa sulla pagina di Facebook appartenente a Amy. Altre persone l’hanno vista attaccata a quel nome e senza rendersi conto che si trattava della foto sbagliata, hanno iniziato a postarla in lungo e in largo su internet.

La Neda Soltani vivente si è molto preoccupata nel vedere la sua foto che improvvisamente veniva usata dappertutto, su internet e sulla stampa, e ha chiesto ad Amy di aiutarla ad avvertire i media e a farla rimuovere, compito non facile. Alcune persone avevano iniziato ad usare la foto su internet come proprio avatar e per molti essa risultava a questo punto inseparabile dal martirio di una giovane donna.

A causa di tutta questa confusione, la “Neda Soltani” della foto non può più usare la sua pagina Facebook o mostrare la sua foto e ha combattuto una dura battaglia cercando di ottenere che la gente e i media smettessero di utilizzarla. [...]

 


 

Dunque esistono due diverse identità di Neda, il che la dice lunga su come nascano le leggende, su come la gente riesca a farsi facilmente infinocchiare e su come i servizi di disinformazione sappiano sfruttare a puntino l’emotività del popolino per ottenere i loro scopi. Successivamente vennero postate altre foto di quella che dovrebbe essere, a tutt’oggi, la “Neda” ufficiale. Anche in questo caso i problemi sono però numerosi.

 

La donna che non esisteva

Se sulle fattezze fisiche di “Neda” esiste già una discreta confusione, ancor maggiore è il caos relativo alla sua biografia. In questa immagine si vede la “Neda” ufficiale con una croce al collo, il che per un’iraniana è perlomeno curioso.

 



 

Alcuni lettori mi hanno fatto notare che esistono a Teheran quartieri in cui vivono minoranze armene che praticano la religione cristiana. D’accordo, ma bisognerebbe spiegarlo a Wikipedia, la quale nel redigere la scheda di Neda ha messo “musulmana” alla voce “religione”.

 



 

Inoltre, a ormai 10 giorni dalla presunta morte, le notizie su questa Neda sono assai contraddittorie e confuse. Quando a piazza Alimonda venne ucciso Carlo Giuliani, dopo poche ore possedevamo una quantità di foto e video che lo ritraevano prima e dopo lo sparo di Placanica. Dopo un paio di giorni sapevamo tutto del suo passato, dei suoi familiari, della sua abitazione, dei suoi gusti musicali, artistici, politici, avevamo perfino le foto del suo cadavere sul tavolo dell’obitorio. Di questa Neda non sappiamo ancora nulla di nulla. La sua religione è incerta. Nessuno ha mai fotografato la sua abitazione. Non ci sono testimonianze o nomi di suoi familiari stretti, genitori, sorelle, fratelli o altri congiunti, a parte quella molto sospetta di Caspian Makan, suo presunto fidanzato, che offre la sua testimonianza in solo audio, senza farsi riprendere in video. I suoi familiari sono evaporati in quanto, stando ai giornali occidentali, il malvagio Ahmadinejad li ha fatti arrestare tutti. Non ci sono foto dei suoi funerali perché, sempre stando alla stampa dell’ovest, il malvagio Ahmadinejad ha proibito le riprese. Non si può visitare la sua tomba al cimitero di Behest-e-Zahra perché il malefico Ahmadinejad l’ha fatta seppellire in una zona esterna, riservata ai morti durante i tumulti (???). Non ci sono amici o compagni di università che la conoscessero e che possano raccontare qualcosa di lei (probabilmente anche loro sono già stati eliminati dal maligno Ahmadinejad con un colpo alla nuca). In pratica, con comodi pretesti, la stampa occidentale ha eliminato ogni punto di riferimento che possa permettere di accertare l’effettivo passaggio di Neda su questa terra.

 



 

Oltre alla testimonianza di Caspian Makan esistono in verità altre due “testimonianze” di parenti e conoscenti della ragazza: la prima è quella di una fantomatica “sorella di Neda”, che però è troppo ridicola per essere presa in considerazione. A parte l’enfasi retorica, la lettera è piena di contraddizioni: parla dell’ansia di Neda e sua sorella per la manifestazione del giorno successivo. Nella versione “ufficiale” (basata esclusivamente sulla testimonianza di Makan) Neda sarebbe stata invece indifferente alla politica e sarebbe stata colpita solo perché era scesa dalla macchina a prendere una boccata d’aria – insieme ad Hamid Panahi, suo maestro di musica – dopo che l’auto era rimasta bloccata a causa dei disordini.  

Nella lettera, la sedicente “sorella di Neda” dice che la ragazza è “morta nelle braccia di suo padre”, mentre nella versione ufficiale di Makan l’uomo con la maglietta a strisce bianche e azzurre che si vede nel video non sarebbe il padre, ma appunto Hamid Panahi, maestro di musica di Neda. La lettera della “sorella di Neda” è ormai considerata neppure come un falso, ma come una semplice cattiva traduzione. Si tratterebbe di una delle tante lettere di utenti internet che chiama Neda “sorella” in senso religioso-hippie (siamo tutti sorelle e fratelli e nostro padre è il Grande Spirito) ripresa da un giornale scandalistico in cerca di scoop e bevuta tutta d’un fiato dai lettori privi di senso critico.   

L’altra testimonianza è quella di Hamid Panahi, il “maestro di musica” di Neda che si vede nel video, pubblicata sul Los Angeles Times ad opera di tale Borzou Daraghai. Nell’articolo si legge fra l’altro: “Like many in her neighborhood, Agha-Soltan was loyal to the country's Islamic roots and traditional values, friends say”, il che dovrebbe spazzar via l’idea che Neda fosse cristiana (resta l’incognita della croce al collo). Inoltre anche la versione di Panahi contrasta con l’immagine fornita da Malkan di una Neda “indifferente alla politica”. Nell’articolo si legge: “"She couldn't stand the injustice of it all," Panahi said. "All she wanted was the proper vote of the people to be counted” (“Lei non sopportava tutta questa ingiustizia”, ha detto Panahi, “tutto ciò che voleva è che il voto del popolo venisse contato”). Aggiunge: “"She wanted to show with her presence that 'I'm here. I also voted. And my vote wasn't counted.' It was a very peaceful act of protest, without any violence.". Dunque Neda era lì per protestare? O era lì perché si era bloccata la macchina nel traffico, come dice Makan, e lei era uscita solo per prendere una boccata d'aria (semnpre che la traduzione dal farsi fornita dalla BBC sia esatta)?

Occorrerebbe qualche altra testimonianza di Panahi per far luce su tutte queste contraddizioni, ma non credo che l’avremo mai. Lo stesso Panahi, infatti, pronostica nell’intervista la sua imminente eliminazione ad opera del crudele Ahmadinejad, affermando: “They know me," he said. "They know where I am. They can come and get me whenever they want. My time has gone. We have to think about the young people." E così se ne va anche l’ultimo testimone. Detto fra noi, ho l’impressione che tale sparizione farà molto più comodo alla CIA e ai servizi segreti USraeliani che non al governo degli ayatollah, i quali, dopo che il video è stato visto da tutto il mondo, non si capisce quale interesse abbiano a far sparire i testimoni.

 

Il balletto delle conferme

Le autorità dell’Iran hanno confermato o no la morte di Neda? Non certo la Tv di stato iraniana Khabar. Il sito La Segunda Digital afferma infatti il 23 giugno:

La TV di stato iraniana ha assicurato oggi che il video che mostra le crude immagini della morte di Neda Agha Soltan durante le proteste svoltesi a Teheran è un falso. La sequenza, ripresa con un telefono cellulare e poi diffusa su internet, ha scosso il mondo, trasformando Neda nel simbolo dello scontro tra le milizie del governo iraniano e i manifestanti dell’opposizione, i quali denunciano brogli nel trionfo elettorale del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Secondo l’emittente di stato Khabar, è evidente che coloro che hanno eseguito le riprese della presunta morte di Neda speravano di ottenere qualcosa e hanno filmato la scena da varie angolazioni. Inoltre, l’emittente dubita dell’identità di un uomo presentato ai media statunitensi come maestro di Neda. Il canale non ha presentato prove sulle accuse di falsificazione”.

La Khabar non ha mai smentito queste dichiarazioni. Alcuni lettori mi hanno però fatto notare che esistono notizie più recenti. Ad esempio questa del 25 giugno, dell’emittente iraniana IRIB RADIO ITALIA; e quest’altra del 26 giugno della PRESS TV (indirizzo postato da un lettore). Della prima posso solo dire che è di una vaghezza sconcertante, riferisce come fonte una “persona protetta dall’anonimato” e mette nell’immagine una foto della “falsa Neda”. Non il massimo dell’attendibilità, insomma. La seconda, causa mio colpevole ritardo, non sono più riuscito a reperirla. Comunque, la questione se gli iraniani riconoscano o no la realtà della morte di Neda mi sembra del tutto priva di rilevanza. Se fossi il presidente di un paese sull’orlo della guerra civile eviterei senz’altro di dire ai cittadini furenti che il loro martire non è mai esistito. Magari lo farei insinuare dalla TV di stato, ma poi farei dire alle autorità di polizia: “stiamo indagando a 360 gradi, i responsabili verranno consegnati alla giustizia” anche se sapessi benissimo che la “martire” è un’invenzione della propaganda straniera. Gli ayatollah saranno crudeli e corrotti, ma non ho motivo di credere che siano stupidi. 

 

Il video della “morte di Neda”: un falso pacchiano

Il video della “morte di Neda” sono in realtà due video, girati con ogni probabilità da due diversi videofonini. Il primo ha la durata di circa 37 secondi (dipende dalle versioni e dall’encoding). Mostra la ragazza dapprima seduta, con una pozza di sangue ai suoi piedi. Alla sua destra c’è il “maestro di musica”, Hamid Panahi, mentre alla sua sinistra c’è Arash Hejazi (di cui si parla diffusamente in altro articolo).

                                                                          Arash Hejazi

I due uomini aiutano la ragazza a stendersi a terra, tenendole le mani premute sul petto, dove la donna sarebbe stata colpita dalla pallottola. La donna inizia a “sanguinare” copiosamente dapprima dalla bocca, poi anche dal naso. Verso la fine del video, un terzo individuo non identificato si avvicina alla ragazza (dopo un’esitazione di alcuni secondi) per praticarle quella che sembra una respirazione bocca a bocca.

Il secondo video dura circa 18 secondi e mostra la stessa scena da una diversa angolazione. La ripresa inizia da una certa distanza: si vede sullo sfondo la ragazza stesa a terra, i curiosi intorno e Panahi e Hejazi che cercano di rianimarla. La ripresa continua con una “carrellata” sul gruppo di persone e si conclude con un primo piano del viso sanguinante della ragazza.

All’inizio avevo commesso l’errore di considerare i due video come cronologicamente successivi. Non lo sono affatto. Si tratta esattamente della stessa scena, ripresa da due angolazioni diverse. In particolare il secondo video arriva fino a circa il secondo 20 del primo (nella versione che ho io) cioè fino al momento in cui si vedono le prime strisce di sangue comparire sul viso della ragazza. Per rendersene conto basta osservare un particolare: verso la fine del secondo video si vede un “fiotto di sangue” uscire dal naso della ragazza e scorrere lungo lo zigomo sinistro. Questo rivolo di sangue è già presente sul viso della ragazza nel primo video, circa al secondo 23, quando la camera inquadra il lato sinistro della faccia. Ciò vuol dire che il finale del secondo video è cronologicamente anteriore al secondo 23 del primo. Le tracce di “sangue” sul viso della ragazza diventano così perfettamente corrispondenti nei due video (dopo la fuoriuscita del sangue dal naso nel secondo video). (vedi questa immagine per il confronto)  

Alcuni utenti si sono presi la briga di “sincronizzare” l’audio e il video dei due filmati, giungendo alla conclusione che in momenti che dovrebbero essere simultanei i due video mostrano immagini differenti. Si tratta di un tentativo encomiabile, ma a mio avviso perfettamente inutile. Infatti il tempo dei filmati non corrisponde al tempo reale: la durata di un video diventa più breve o più lunga a seconda del sistema con cui è stato ripreso e poi codificato. Tutti sappiamo che uno stesso film, se codificato col sistema NTSC dura 120 minuti, ma se trasposto in PAL ne dura 115 (si perde circa un secondo ogni 25). Non sappiamo con quale sistema funzionassero i videofonini che hanno eseguito le riprese, né come i filmati siano stati poi codificati per essere messi sul web. Dunque ogni tentativo di confronto sincronizzato audio-video lascia il tempo che trova.

Si consideri intanto questo: negli scontri avvenuti a Teheran ci sono stati diversi morti e feriti, alcuni dei quali ripresi dai videofonini e riconosciuti dalle stesse autorità iraniane. Eppure noi siamo qui a parlare di Neda. Perché? Perché è una donna, debole e indifesa, ideale per trasformarsi in simbolo di una ribellione gestita dall’esterno. Ai guru delle operazioni psicologiche (psyops) non interessano i morti veri, i feriti con la faccia tumefatta, gli studenti islamici massacrati a manganellate (tutti, sia chiaro, imputabili alla responsabilità di Mousawi, dei suoi tirafili e dei suoi sostenitori, che hanno messo a ferro e fuoco una città pur di non riconoscere la legittima vittoria di un avversario politico). Alle psyop interessano solo i simboli, le immagini che si imprimono nell’immaginario collettivo per diventare emblema della “crudeltà” di un regime e suscitare supporto nell’opinione pubblica all’eventuale successivo intervento armato per il ripristino della “democrazia”. E poiché i massacrati in piazza a Teheran somigliavano troppo ai massacrati di Genova, di Napoli, di Stoccolma o di mille altre città dell’occidente “democratico”, ecco che era necessario creare qualcosa che rendesse palpabile la differenza. La morte di una persona del tutto innocente, politicamente disimpegnata, simile a noi (mica poteva essere uno studente islamico barbuto, sennò l’immedesimazione dove va a finire?) e che fosse pure una bella gnocca (“Si può vendere qualsiasi cosa usando un cane, un bambino o una bella ragazza”, diceva William Randolph Hearst che di promozione mediatica se ne intendeva; il prodotto da vendere, in questo caso, è la cattiveria del regime iraniano e la possibile futura guerra contro l’Iran in difesa del suo povero popolo oppresso e sofferente).

1) Meno tosse per tutti

Una delle cose più immediatamente sospette del video è il fatto che una ragazza con bocca e naso pieni di sangue non accenni neppure ad un colpo di tosse istintivo e che il sangue scorra da bocca e naso in maniera perfettamente fluida. Provateci voi a non tossire con le vie respiratorie piene di liquido! Alcuni potrebbero sostenere che la ragazza non tossisce perché è già morta, il che sarebbe palesemente falso perché nel video la si vede muovere testa, braccia, gambe, occhi. Già questo sarebbe sufficiente a prendere il video con il beneficio del dubbio, ma un dubbio radicale, di ampiezza cartesiana.     

2) Primo sangue

Si noti innanzitutto che nel primo video la ragazza non inizia a sanguinare finché le mani dei due “angeli custodi” non le si avvicinano al viso. Quando il primo rivolo di “sangue” fuoriesce dalla bocca, ciò avviene in una frazione di secondo (circa 0,1 secondi). In questa immagine vedete due frame che nel primo video sono adiacenti. Nel primo non c’è traccia di sangue, nel secondo il rivolo scorre già lungo tutta la guancia. Da dove viene quel “sangue” che scorre con tanta rapidità? Dalla famosa “provetta”, che nell’immagine ho indicato con una freccia gialla.

3) La “provetta”  

L’elemento che dimostra in maniera più evidente l’inautenticità del video è quello della famosa “provetta” di cui ho già parlato negli scorsi articoli. Il sangue di Neda viene da un contenitore che le viene versato sul viso durante la recita. A reggere il contenitore, all’inizio, è la ragazza stessa, ma è quasi certamente Arash Hejazi che poi lo riceve e lo versa sul viso della ragazza in due fasi durante la concitazione. Non è un caso che la maggior parte del “sangue”, nel primo piano finale, si trovi sulla parte sinistra del viso della ragazza, quello dove si trova Hejazi. Ciò è leggermente contrario alla legge di gravità: il sangue dovrebbe scorrere verso il basso (guance e zigomi) non verso l’alto (occhio e tempie). Ciò avviene perché il contenitore le è stato rovesciato sul viso in una prima fase con una certa cura (per ottenere i due rivoli sul lato destro del viso) ma in un secondo momento senza tanti complimenti (il pasticcio sul lato sinistro). Alcuni lettori mi hanno scritto che questa famosa “provetta” non riescono a vederla. Qui l’unico interrogativo è capire se ci fanno o ci sono. La provetta è già visibilissima facendo scorrere semplicemente il video al rallentatore. In questa immagine l’ho ingrandita ed evidenziata in rosso, ad usum caecorum. Se non bastasse, si può osservare questo gif ottenuto dai ragazzi del 911 Truth mettendo insieme alcuni frame del primo video, che dovrebbe togliere ogni dubbio anche ai ciechi dalla nascita. Devo ammettere che nel parlare della provetta ho commesso due errori. Il primo è stato quello di chiamarla “provetta”, mentre si tratta in realtà di un contenitore di medie dimensioni, un po’ più lungo del palmo di una mano. Il secondo è stato quello di credere – ingannato dalla scarsa risoluzione del mio video – che fosse la ragazza stessa a versarselo sulla faccia. In realtà, come si vede nel gif, il contenitore è impugnato da una mano destra, quasi certamente quella di Hejazi (la mano destra di Panahi si trova sul torace della ragazza).

4) Occhio che arriva!

Nel gif del 911 Truth si possono notare altre cose interessanti. Prima di tutto il movimento istintivo che la ragazza fa col capo, verso la sua destra, nel momento stesso in cui Hejazi le rovescia il flacone sul lato sinistro del viso. Una delle cose che ha fatto più impressione ai poveri di spirito è vedere Neda che “rovescia gli occhi all’indietro” come se stesse per morire. In realtà si tratta anche in questo caso di una reazione istintiva che la ragazza compie un attimo prima che le venga rovesciato in faccia il contenuto della “fialetta”. Un po’ come facciamo noi quando, dal barbiere, con la testa reclinata sul lavabo, attendiamo che ci arrivi sulla testa la doccia tiepida. Lo si può notare tanto nel gif quanto in questo snapshot.

5) No, nel naso no!

Un’altra delle cose che hanno dato da pensare a me e a diversi lettori è il fatto che nel primo piano finale del secondo filmato la ragazza apparisse con le narici piene di sangue. Come era possibile far arrivare il “sangue” con tanta precisione all’interno del naso rovesciando il contenuto di un semplice contenitore, e nemmeno con modi tanto urbani? Semplice: infilandolo nelle narici con le dita! Se si fa scorrere al rallentatore il gif si vede molto chiaramente la mano di un’altra persona (che non è né Panahi, né Hejazi: forse il terzo “soccorritore”, quello della “respirazione”?) che si avvicina al naso di Neda per “sistemare” il “sangue” nelle narici. Ho estratto dal gif questi frame in cui la mano (quella cerchiata in rosso) è ben visibile:

gif1

gif2

gif3

gif4

Un'altra cosa: non posso metterci la mano sul fuoco, visto che la risoluzione del video è troppo scarsa per poterlo fare (c'è gente che già non vede il flacone di liquido, figuriamoci...) ma giurerei che la mano stringe qualcosa di simile a un cotton fioc per sistemare più agevolmente il liquido nelle narici.

6) Stai girando o no?

Tutta la riporesa del primo video sembra avere come fulcro dell’attenzione non la ragazza gemente e morente, ma l’operatore col telefonino. Avevo già postato queste immagini, in cui tanto Hejazi quanto la stessa moribonda guardano l’operatore per capire se la ripresa è già iniziata. Tipico errore degli attori in erba quello di fissare la camera al momento del ciak. Ma c’è un’altra cosa: in questa immagine si vede comparire un altro signore con un videofonino tra le mani. Si tratta quasi certamente di colui che ha ripreso il secondo video, quello col primo piano di Neda martire che ha fatto il giro dei cartelloni pro-Mousawi. Il tipo si trova proprio sulla verticale del volto di Neda e sta riprendendo le celebri immagini (che poi, per qualche motivo, verranno tagliate poco prima che il tipo della “respirazione bocca a bocca” si avvicini). Per capirlo si possono confrontare le due immagini (la seconda è tratta dal secondo video, ripreso proprio da sopra la spalla sinistra di Panahi). Fin qui la cosa sarebbe triste, ma non strana. Il mondo è pieno di cretini che riprendono col telefonino tutto ciò che trovano, moribondi compresi. La cosa strana però è un’altra: se guardate il video vi accorgerete che il terzo “soccorritore” si mette in posizione per “entrare in scena” (con le braccia aperte e le mani pronte ad afferrare il viso di Neda per la “respirazione bocca a bocca”), ma attende qualche secondo prima di regalarci la sua performance. Perché? Ovviamente per consentire al signore col telefonino di riprendere il celebre primo piano. Si sa, i feriti vanno soccorsi, ma non così in fretta da rovinare uno spettacolo in mondovisione. There’s no business like show business, come cantava Ethel Merman...

7) E.R.: medici alle prime armi

Inutile dire che nella crassa ignoranza delle procedure mediche d’emergenza in cui mi crogiolo non ho mai visto fare una respirazione bocca a bocca a un paziente con le vie respiratorie piene di sangue. Ma sono certo che qualcuno scriverà dicendo che si tratta di una procedura standard, consigliata da ogni manuale di pronto soccorso.

Per ora mi fermo qui perché non ce la faccio più a scrivere. Domani se riesco posto un pezzo su Coelho e Hejazi. Giuro che ci sono delle sorprese. 

LE RIVOLUZIONI COLOR MERDA

postato da Gianluca Freda (29/06/2009)


tratto dal sito RipensareMarx

(commento e traduzione di G.P.)

 

Vi propongo questo articolo dell’analista politico Thierry Meyssan che ho tradotto dal francese. Si tratta della lunga parabola delle rivoluzioni colorate, a partire da quella cinese del 1989, finita nel bagno di sangue di Tien An Men, fino al tentativo, fallito anch’esso, di capovolgere il presidente Ahmadinejad, rieletto a furor di popolo, con quasi 11 milioni di voti di scarto rispetto al suo avversario, nelle ultime elezioni iraniane. Un pezzo di rara saggezza e di meticolosa ricostruzione storica che ha la forza di uno pugno intellettuale sferrato nei denti di chi, soprattutto a sinistra, si è stracciato le vesti e si è commosso di fronte alla reazione violenta (ma poteva esserlo di più) dei poteri costituiti iraniani, rei di non essersi inginocchiati al cospetto dei principi della santissima democrazia (occidentale) e a quelli, ancor più pretestuosi, dei diritti umani. Tra i neoservi s’iscrive, con un brano farneticante e illogico (almeno rispetto alla sua precedente produzione teorica) - che non ci risparmia nemmeno l’uso di un linguaggio conformista e spocchioso, per quanto appena più sottile - anche Slavoj Zizek, del quale ho spesso, incautamente, perorato le teorie dalle pagine virtuali di questo blog. Il filosofo sloveno, che passa per essere un intenditore del pensiero di Marx e di Lenin, finisce nella rete mediatica ordita dal circuito manipolatore filo-statunitense come il più sguarnito (di armi critiche) uomo della strada, di colui che affolla quell’“astrazione indeterminata” comunemente definita pubblica opinione. Meyssan dà, sotto questo aspetto, una vera e propria lezione di marxismo a Zizek, sostenendo il punto secondo il quale non si è mai vista una rivoluzione che anziché puntare alla trasformazione delle strutture sociali (ergo ai rapporti sociali intorno ai quali queste si condensano) mira a rovesciare fisicamente un gruppo di dominanti per sostituirli con altri, ma più proni al potere imperiale statunitense (altro che resurrezione del sogno popolare o utopia della rivoluzione! Sei tu che sei triste e sconfortante caro Zizek). E Lenin, da par suo, era ancor meno suscettibile ai rivoluzionarismi spirituali che animano Zizek, tanto da aver ritenuto oggettivamente rivoluzionaria la lotta dell’emiro afghano (nonostante costui si basasse su principi pienamente monarchici). Stalin riprende le affermazioni di Lenin nel suo “I principi del leninismo”: “Nelle condizioni dell'oppressione imperialistica, il carattere rivoluzionario del movimento nazionale non implica affatto obbligatoriamente l'esistenza di elementi proletari nel movimento, l'esistenza di un programma rivoluzionario o repubblicano del movimento, l'esistenza di una base democratica del movimento. La lotta dell'emiro afghano per l'indipendenza dell'Afghanistan è oggettivamente una lotta rivoluzionaria, malgrado il carattere monarchico delle concezioni dell'emiro e dei suoi seguaci, poiché essa indebolisce, disgrega, scalza l'imperialismo, mentre la lotta di certi «ultra» democratici e «socialisti» «rivoluzionari» e repubblicani dello stampo, ad esempio, di Kerenski e Tsereteli, Renaudel e Scheidemann, Cernov e Dan, Henderson e Clynes durante la guerra imperialista, era una lotta reazionaria, perché aveva come risultato di abbellire artificialmente, di consolidare, di far trionfare l'imperialismo”. Non vede dunque Zizek, in questa congiuntura storica, dove stanno i resistenti all’ordine imperiale e i veri reazionari? Ed invece, contraddicendo sempre Lenin, l’orda degli intellettuali infatuati solo dalla loro stessa fama di “radicalissimi”, si mettono completamente a rimorchio delle parole d’ordine e delle campagne di manipolazione dei peggiori dominanti, quelli egemoni: “Tutta la storia della democrazia borghese mette a nudo questa illusione: per ingannare il popolo, i democratici borghesi hanno sempre lanciato e sempre lanciano ogni sorta di "parole d'ordine". Si tratta di controllare la loro sincerità, di mettere a confronto le parole con i fatti, di non appagarsi della frase idealistica o ciarlatanesca, ma di cercar di scoprire la realtà di classe”. I fatti sono quelli che ci descrive Meyssan, e non la fandonie propinateci da Zizek. Avete materiale per giudicare da soli.

Ps. Mi scuso per la traduzione approssimativa, ma non ho tempo per riguardarla con attenzione.

 

LA “RIVOLUZIONE COLORATA” FALLITA IN IRAN

di Thierry Meyssan*

“La rivoluzione verde„ di Teheran è l'ultimo avatar “delle rivoluzioni colorate, che hanno permesso agli Stati Uniti di imporre governi al loro soldo in molti paesi senza dover ricorrere alla forza. Thierry Meyssan che ha consigliato due governi di fronte a queste crisi, analizza tale metodo e le ragioni del suo fallimento in Iran. “Le rivoluzioni colorate„ stanno alle rivoluzioni come il Canada Dry sta alla birra. Vi somigliano, ma ne non hanno il sapore. Sono cambiamenti di regime aventi l'aspetto di una rivoluzione, poiché mobilitano vasti segmenti popolari, ma dipendendo dal colpo di Stato non mirano a cambiare le strutture sociali, ma sostituire un'elite a un'altra per condurre una politica economica e estera pro-USA. “La rivoluzione verde„ di Teheran è l'ultimo esempio.

L’origine del concetto

Questo concetto è apparso negli anni 90, ma trova le sue origini nei dibattiti USA degli anni 70-80. Dopo le rivelazioni a catena circa i colpi di Stato fomentati dalla CIA nel mondo, e la grande vetrina delle commissioni parlamentari Church e Rockefeller (1), l'ammiraglio Stansfield Turner fu incaricato dal presidente Carter di ripulire l'agenzia e cessare ogni sostegno “alle dittature casalinghe”. Furiosi, i social democratici statunitensi (SD/USA) lasciarono il partito democratico e raggiunsero Ronald Reagan. Si trattava di brillanti intellettuali trotzkisti (2), spesso legati alla rivista Commentary. Quando Reagan fu eletto, affidò loro il compito di proseguire l'ingerenza US, ma con altri mezzi. Così crearono nel 1982 il National Endowment for Democracy (NED) (3) e, nel 1984, l’United States Institute for Peace (USIP). Le due strutture sono organicamente legate: amministratori del NED seggono nel consiglio d'amministrazione del USIP e viceversa.

Giuridicamente, la NED è un'associazione senza scopo di lucro, di diritto US, finanziata da una sovvenzione annuale votata dal congresso all'interno del bilancio del Dipartimento di Stato. Per condurre le proprie azioni, le fa cofinanziare dall’US Agency for International Development (USAID), essa stessa collegata al Dipartimento di Stato. In pratica, questa struttura giuridica è soltanto un paravento utilizzato congiuntamente dalla CIA, dal MI6 britannico e dall’ASIS australiano (e occasionalmente dai servizi canadesi e neozelandesi). La NED si presenta come un organo “di promozione della democrazia”. Interviene sia direttamente; sia con i suoi quattro tentacoli: uno destinato a corrompere i sindacati, un secondo incaricato di corrompere i patronati, un terzo per i partiti di sinistra ed un quarto per quelli di destra; sia ancora tramite fondazioni amiche, come Westminster Foundation for Democracy (Regno Unito), International Center for Human Rights and Democratic Development (Canada), Fondation Jean-Jaurès e Fondation Robert-Schuman (Francia), International Liberal Center (Svezia), Alfred Mozer Foundation (Paesi Bassi), Friedrich Ebert Stiftung, Friedrich Naunmann Stiftung, Hans Seidal Stiftung e Heinrich Boell Stiftung (Germania). La NED rivendica di avere corrotto così più di 6.000 organizzazioni nel mondo in una trentina di anni. Tutto ciò, naturalmente, essendo camuffato sotto l'aspetto di programmi di formazione o d'assistenza.

La USIP, da parte sua, è un'istituzione nazionale statunitense. È sovvenzionata annualmente dal Congresso nel bilancio del Dipartimento della Difesa. A differenza della NED, che funge da copertura ai servizi dei tre stati alleati, la USIP è esclusivamente statunitense. Sotto la copertura di ricerca in scienze politiche, può pagare personalità politiche estere. Appena ha potuto disporre di risorse, la USIP ha finanziato una nuova e discreta struttura, l’Albert Einstein Institution (4). Questa

piccola associazione di promozione della non-violenza era inizialmente incaricata di prefigurare una forma di difesa civile per le popolazioni dell'Europa dell'Ovest in caso d'invasione da parte dei paesi del Patto di Varsavia. Essa ha rapidamente preso la sua autonomia ed ha modellizzato condizioni nelle quali un potere statale, di qualunque natura esso sia, può perdere la sua autorità e crollare.

Primi tentativi

Il primo tentativo “di rivoluzione colorata” è fallito nel 1989. Si trattava di capovolgere Deng Xiaoping appoggiandosi su uno dei suoi parenti collaboratori, il segretario generale del Partito comunista cinese Zhao Ziyang, in modo da aprire il mercato cinese agli investitori statunitensi e fare entrare la Cina nell'orbita USA. I giovani partigiani di Zhao invasero piazza Tienanmen (5). Furono presentati dai mass media occidentali come studenti a-politici che si battevano per la libertà di fronte all'ala tradizionale del partito, mentre si trattava di un dissenso all'interno della corrente di Deng tra nazionalisti e filo-statunitensi. Dopo avere a lungo resistito alle provocazioni, Deng decise di concludere con la forza. La repressione fece tra i 300 e i 1000 morti secondo le fonti. 20 anni più tardi, la versione occidentale di questo colpo di Stato mancato non è cambiata. I mass media occidentali che hanno coperto recentemente quest'anniversario presentandolo come “una sommossa popolare” si sono stupiti del fatto che i pechinesi non abbiano conservato memoria dell'evento. È che una lotta di potere nell'ambito del partito non aveva nulla “di popolare„. Non si sentivano  toccati.

La prima “rivoluzione colorata” riesce nel 1990. Mentre l'Unione Sovietica era in corso di smembramento, il segretario di Stato James Baker si recò in Bulgaria per partecipare alla campagna elettorale del partito pro-USA, abbondantemente finanziato dalla NED (6). Tuttavia, nonostante le pressioni del Regno Unito, i bulgari, spaventati dalle conseguenze sociali del passaggio dall'URSS all'economia di mercato, commisero l'imperdonabile errore di eleggere al Parlamento una maggioranza di post-comunisti. Mentre gli osservatori della Comunità europea certificarono la regolarità dello scrutinio, l'opposizione pro-USA urlò alla frode elettorale e scese in strada. Installò un accampamento al centro di Sofia ed immerse per sei mesi il paese nel caos, fino a che il Parlamento elesse a presidente il filo-USA Zhelyu Zhelev. “La democrazia”: vendere il proprio paese agli interessi stranieri all'insaputa della propria popolazione.

Da allora, Washington non ha cessato di organizzare cambiamenti di regime, un po' ovunque nel mondo, mediante l'agitazione di piazza piuttosto che con giunte militari. Occorre qui circoscrivere i giochi. Al di là del discorso lenitivo “sulla promozione della democrazia”, l'azione di Washington mira all'imposizione di regimi che gli aprono senza condizioni i mercati interni e si allineano alla sua politica estera. Ma, se questi obiettivi sono conosciuti dai dirigenti “delle rivoluzioni colorate”, non sono mai discussi ed accettati dai dimostranti che mobilitano. E, qualora questo colpo di Stato riesca, i cittadini non ritardano a rivoltarsi contro le nuove politiche che si impongono loro, anche se è troppo tardi per ritornare indietro. D'altra parte, come si può considerare “democratiche” quelle opposizioni che, per prendere il potere, vendono il loro paese ad interessi stranieri all'insaputa della loro popolazione?

Nel 2005, l'opposizione kirghisa contesta il risultato delle elezioni legislative e porta a Bichkek dei dimostranti del Sud del paese. Fanno cadere il presidente Askar Akaïev. È “la rivoluzione dei tulipani”. L'assemblea nazionale elegge a presidente il filo-USA Kourmanbek Bakiev. Non riuscendo a controllare i suoi supporters che saccheggiano la capitale, dichiara di avere cacciato il dittatore e finge di volere creare un governo d'unità nazionale. Fa uscire di prigione il generale Felix Kulov, ex sindaco di Bichkek, e lo nomina il ministro dell'interno, quindi primo ministro. Quando la situazione si è stabilizzata, Bakaiev si sbarazza di Kulov e vende, senza gara d'appalto e con i logici sotto banco, alcune risorse del paese a società USA ed installa una base militare USA a Manas. Il tenore di vita della popolazione non è mai stato così basso. Felix Kulov propone di sollevare il paese federandolo, come in passato, alla Russia. Non tarda a tornare in prigione.

Un male per un bene?

Si obietta a volte, nel caso di Stati sottoposti a regimi repressivi, che se queste “rivoluzioni colorate” portano soltanto una democrazia di facciata, procurano tuttavia benessere alle popolazioni. Ma, l'esperienza mostra che nulla è meno sicuro. I nuovi regimi possono risultare più repressivi dei vecchi. Nel 2003, Washington, Londra e Parigi (7) organizzano “la rivoluzione delle rose” in Georgia (8). Secondo uno schema classico, l'opposizione denuncia frodi elettorali in occasione delle elezioni legislative e scende in strada. I dimostranti forzano il presidente Edouard Shevardnadze a fuggire e prendono il potere. Il suo successore Mikhail Saakachvili apre il paese agli interessi economici USA e rompe con il vicino russo. L'aiuto economico promesso da Washington per sostituirsi all'aiuto russo non arriva. L'economia, già compromessa, crolla. Per continuare a soddisfare i suoi accomandanti, Saakachvili deve imporre una dittatura (9). Chiude i mass media e riempie le prigioni, cosa che non impedisce assolutamente alla stampa occidentale di continuare a presentarlo come “democratico”. Condannato alla fuga in avanti, Saakachvili decide di rifarsi una popolarità lanciandosi in un'avventura militare. Con l'aiuto dell'amministrazione Bush e di Israele al quale ha affittato basi aeree, bombarda la popolazione dell'Ossezia meridionale, facendo 1600 morti, di cui la maggior parte ha la doppia nazionalità russa. Mosca risponde. I consulenti statunitensi e Israeliani fuggono (10). La Georgia è devastata.

Quanto basta!

Il meccanismo principale “delle rivoluzioni colorate„ consiste nel mettere a fuoco l'insoddisfazione popolare sull'obiettivo che si vuole abbattere. Si tratta di un fenomeno di psicologia di massa che spazza tutto al suo passaggio ed al quale nessun ostacolo ragionevole può essere opposto. Il capro-espiatorio è accusato di tutti i mali che affliggono il paese almeno da una generazione. Più resiste, più la rabbia della folla cresce. Sia che ceda o schivi, la popolazione ritrova i suoi fantasmi, le spaccature tra i suoi partigiani ed i suoi oppositori riappaiono. Nel 2005, nelle ore che seguono l'assassinio del primo ministro Rafik Hariri, in Libano si diffonde la voce che è stato ucciso “dai Siriani”. L'esercito siriano - che in virtù dell'Accordo di Taëf mantiene l'ordine dalla fine della guerra civile – viene contestato. Il presidente siriano, Bachar el-Assad, è personalmente messo in discussione dalle autorità statunitensi, cosa che è già una prova per l'opinione pubblica. A quelli che fanno osservare che - nonostante momenti tempestosi - Rafik Hariri è sempre stato utile alla Siria e che la sua morte priva Damasco di un collaboratore essenziale, si risponde che “il regime siriano” è così cattivo in sé che deve uccidere anche i suoi amici. I libanesi auspicano uno sbarco delle GI's per cacciare i Siriani. Ma, con generale sorpresa, Bachar el-Assad, ritenendo che il suo esercito non è più il benvenuto in Libano mentre il suo spiegamento costa caro, ritira i suoi uomini. Vengono organizzate elezioni legislative che vedono il trionfo della coalizione “anti-siriana”. È “la rivoluzione dei cedri”. Quando la situazione si stabilizza, ciascuno si rende conto che, se i generali siriani hanno in passato saccheggiato il paese, la partenza dell'esercito siriano non cambia nulla economicamente. Soprattutto, il paese è in pericolo, non ha più i mezzi per difendersi di fronte all'espansionismo del vicino israeliano. Il principale capo “antisiriano”, il generale Michel Aoun, si ravvede e passa all'opposizione. Furiosa, Washington moltiplica i progetti per assassinarlo. Michel Aoun si allea allo Hezbollah attorno ad una piattaforma patriottica. Era tempo: Israele attacca. In tutti i casi, Washington prepara in anticipo il governo “democratico”, cosa che conferma bene che si tratta di un colpo di Stato mascherato. La composizione del nuovo gruppo è tenuta segreta il più a lungo possibile. È per questo che la designazione del capro-espiatorio è realizzata senza mai evocare un'alternativa politica.

In Serbia, i giovani “rivoluzionari„ filo-USA hanno scelto un logo che appartiene all’immaginario comunista (il pugno teso) per mascherare la loro subordinazione agli Stati Uniti. Hanno preso come slogan “egli è finito!”, federando così gli insoddisfatti contro la personalità di Slobodan Milosevic che hanno ritenuto responsabile dei bombardamenti del paese, tuttavia effettuati dalla NATO. Questo modello è stato duplicato, ad esempio il gruppo Pora! in Ucraina, o Zubr in Bielorussia.

Una non-violenza di facciata

I comunicatori del Dipartimento di Stato vegliano sull'immagine non violenta “delle rivoluzioni colorate”. Davanti a tutte, le teorie di Gene Sharp, fondatore di Albert Einstein Institution. Ma la non-violenza è un metodo di combattimento destinato a convincere il potere a cambiare politica.  Affinché una minoranza si impadronisca del potere e lo eserciti, gli occorre sempre, prima o poi, l’uso della violenza. E tutte “le rivoluzioni colorate„ lo hanno fatto.

Nel 2000, nonostante il mandato del presidente Slobodan Milosevic durasse ancora per un anno, egli convocò elezioni anticipate. Lui stesso e il suo principale oppositore, Vojislav Koštunica, si trovarono al ballottaggio. Senza attendere il secondo giro di consultazioni, l'opposizione gridò alla frode e scese nelle strade. Migliaia di dimostranti affluirono verso la capitale, tra i quali minatori di Kolubara. I loro giorni di lavoro erano indirettamente pagati dalla NED, senza che loro fossero a conoscenza di essere remunerati dagli Stati Uniti. Essendo la pressione della manifestazione insufficiente, i minatori attaccarono gli edifici pubblici con i bulldozer che avevano trasportato, da cui il nome “di rivoluzione dei bulldozer”.

Qualora la tensione si perpetui e vengano organizzate contro-manifestazioni, la sola soluzione per Washington è di immergere il paese nel caos. Agenti provocatori sono allora inviati tra i due campi per colpire la folla. Ogni parte può constatare che quelli di fronte hanno colpito mentre avanzavano in modo pacifico. Il confronto si generalizza. Nel 2002, la borghesia di Caracas scende in strada per contestare la politica sociale del presidente Hugo Chavez (11). Con abili montaggi, le televisioni private danno l'impressione di una marea umana. Sono 50.000 secondo gli osservatori, 1 milione secondo la stampa ed il Dipartimento di Stato. Si verifica allora l'incidente del ponte Llaguno. Le televisioni mostrano chiaramente filochavisti, armi alla mano, che sparano sulla folla. In una conferenza stampa, il generale della guardia nazionale ed il vice-ministro della sicurezza interna conferma che “le milizie chaviste” hanno sparato sul popolo facendo 19 morti. Si dimette e chiama al capovolgimento della dittatura. Il presidente non tarda ad essere arrestato dai soldati insorti. Ma il popolo a milioni scende nella capitale e ristabilisce l'ordine costituzionale. Un'indagine giornalistica successiva ricostituirà in dettaglio il massacro del ponte Llaguno. Metterà in evidenza un ingannevole montaggio delle immagini, il cui ordine cronologico è stato falsificato come attestano i quadranti degli orologi dei protagonisti. In realtà, sono i chavisti ad essere stati attaccati e questi, dopo aver ripiegato, tentavano di liberarsi utilizzando armi da fuoco. Gli agenti provocatori erano poliziotti locali formati da un'agenzia USA (12).

Nel 2006, la NED riorganizza l'opposizione al presidente kenyano Mwai Kibaki. Finanzia la creazione del partito arancione di Raila Odinga. Quest'ultimo riceve il sostegno del senatore Barack Obama, accompagnato da specialisti della destabilizzazione (Mark Lippert, attuale capo di gabinetto del consigliere della sicurezza nazionale, ed il generale Jonathan S. Gration, attuale inviato speciale del presidente US per il Sudan). Partecipando ad una riunione di Odinga, il senatore

dell’Illinois si inventa un vago legame di parentela con il candidato filo-USA. Tuttavia Odinga perde le elezioni legislative del 2007. Sostenuto dal senatore John McCain, in qualità di presidente del IRI (prolungamento repubblicano della NED), contesta la sincerità dello scrutinio e chiama i suoi partigiani a scendere in strada. Nel mentre SMS anonimi sono inviati in massa agli elettori di etnia Luo. “Cari Keniani, Kikuyu ha rubato il futuro dei nostri bambini… noi dobbiamo trattarli nel solo modo che comprendono… la violenza”. Il paese, tuttavia uno dei più stabili dell’Africa, si infiamma improvvisamente. Dopo giorni di sommosse, il presidente Kibaki è costretto ad accettare la mediazione di Madeleine Albright, in qualità di presidente del NDI (il prolungamento democratico della NED). Viene creato un posto di primo ministro con il reintegro di Odinga. Ci si chiede, gli SMS dell’odio, non essendo stati inviati da impianti keniani, quale potenza straniera abbia potuto spedirli.

La mobilitazione dell'opinione pubblica internazionale

Negli ultimi anni, Washington ha avuto occasione di lanciare “rivoluzioni colorate” con la convinzione che pur fallendo a prendere il potere esse consentissero di manipolare l'opinione pubblica e le istituzioni internazionali. Nel 2007, numerosi Birmani insorgono contro l'aumento dei prezzi del combustibile domestico. Le manifestazioni degenerano. I monaci buddisti prendono la testa della contestazione. È “la rivoluzione zafferano” (13). In realtà, Washington non è interessata al regime di Rangoon; ciò che le interessa, è di strumentalizzare il popolo birmano per fare pressione sulla Cina che ha interessi strategici in Birmania (condutture e base militare di informazioni elettroniche). Di conseguenza, l'importante è mettere in scena la realtà. Immagini prese da telefoni portatili appaiono su YouTube. Sono anonime, inverificabili e fuori contesto. Precisamente, la loro apparante spontaneità gli dà credibilità. La Casa-Bianca può imporre la sua interpretazione dei video. Più recentemente, nel 2008, manifestazioni studentesche paralizzano la Grecia a seguito dell'omicidio di un giovane ragazzo di 15 anni da parte di un poliziotto. Rapidamente rompitori fanno la loro comparsa. Sono stati reclutati nel vicino Kosovo e trasportati su autobus. I centri delle città saccheggiati. Washington cerca di fare fuggire i capitali verso altri cieli e di riservarsi il monopolio degli investimenti nei terminali gaziferi in costruzione. Una campagna stampa dunque farà passare il governo ansante Karamanlis per quello dei colonnelli. Facebook e Twitter sono utilizzati per mobilitare la diaspora greca. Le manifestazioni si estendono ad Istanbul, Nicosia, Dublino, Londra, Amsterdam, La Haye, Copenaghen, Francoforte, Parigi, Roma, Madrid, Barcellona, ecc.

La rivoluzione verde

L'operazione condotta nel 2009 in Iran si iscrive in questo lungo elenco di pseudo-rivoluzioni. In  primo luogo, il congresso vota nel 2007 un finanziamento di 400 milioni di dollari “per cambiare il regime” in Iran. Questo si aggiunge ai bilanci ad hoc del NED, del USAID, della CIA e tutti quanti [NDR in italiano nel testo]. Si ignora come questo denaro è utilizzato, ma tre gruppi principali ne sono destinatari: la famiglia Rafsanjani, la famiglia Pahlevi, e i Moudjahidin del popolo. L'amministrazione Bush prende la decisione di finanziare “una rivoluzione colorata” in Iran dopo  avere confermato la decisione dello stato maggiore di non attaccare militarmente questo paese. Questa scelta è convalidata dall'amministrazione Obama. Per difetto, si riapre dunque la cartella “di rivoluzione colorata”, preparata nel 2002 con Israele nell'ambito dello American Enterprise Institute. All'epoca avevo pubblicato un articolo su questo metodo (14). Basta farvi riferimento per identificare i protagonisti attuali: è stato poco modificato. È stata aggiunta una parte riguardante il Libano con la previsione di un sollevamento a Beyrouth in caso di vittoria della coalizione patriottica (Hezbollah, Aoun) alle elezioni legislative, ma essa è stato annullata. Lo scenario prevedeva un sostegno massiccio al candidato scelto dall’ ayatollah Rafsandjani, la contestazione dei risultati dell'elezione presidenziale, degli attentati globali, il capovolgimento del presidente Ahmadinejad e della guida suprema l’ayatollah Khamenei, l'installazione di un governo di transizione diretto da Mousavi, quindi il restauro della monarchia e l'installazione di un governo diretto da Sohrab Sobhani.

Come immaginata nel 2002, l'operazione è stata supervisionata da Morris Amitay e Michael Ledeen. Ha mobilitato in Iran le reti dello Irangate. Qui piccoli cenni storici sono necessari. L’Irangate è una vendita di armi illecita: la Casa-Bianca desiderava rifornire in armi i Contras nicaraguensi (per lottare contro i sandinisti) da un lato e l'Iran dall'altro (per far durare fino all’esaurimento la guerra Iran-Iraq), ma ciò era proibito dal Congresso. Gli Israeliani proposero allora di dare in subappalto le due operazioni allo stesso tempo. Ledeen che ha la doppia nazionalità statunitense/israeliana funge da agente di collegamento a Washington, mentre Mahmoud Rafsandjani (il fratello dell’ayatollah) è il suo corrispondente a Teheran. Il tutto su un fondo di corruzione generalizzata. Quando scoppia lo scandalo negli Stati Uniti, una commissione d'indagine indipendente viene diretta dal senatore Tower ed il generale Brent Scowcroft (il mentore di Robert Gates). Michael Ledeen è un vecchio gitante delle operazioni segrete. Lo si trova a Roma in occasione dell'assassinio di Aldo Moro, lo si trova nell'invenzione della pista bulgara in occasione del tentativo d'assassinio di Giovanni Paolo II, o più recentemente nell'invenzione dell'approvvigionamento di uranio nigeriano da parte di Saddam

Hussein. Lavora oggi allo American Enterprise Institute (15) (al fianco di Richard Perle e Paul Wolfowitz) ed alla Foundation for the Defense of Democracies (16). Morris Amitay è ex direttore dello l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC). È oggi vicepresidente del Jewish Institute for National Security Affairs (JINSA) e direttore di un consiglio di gabinetto per grandi ditte d'armamento. Il 27 aprile scorso, Morris e Ledeen organizzavano un seminario sull'Iran allo American Enterprise Institute a proposito delle elezioni iraniane, attorno al senatore Joseph Lieberman. Il 15 maggio scorso, nuovo seminario. La parte pubblica consisteva in una tavola rotonda animata dall'ambasciatore John Bolton a proposito del “grand marchandage”: Mosca accetterebbe di lasciare cadere Teheran in cambio della rinuncia di Washington allo scudo anti-missile in Europa centrale? L'esperto francese Bernard Hourcade partecipava a questi scambi. Simultaneamente, l'istituto lanciava un sito Internet destinato alla stampa nella crisi a venire: IranTracker.org . Il sito include una rubrica sulle elezioni libanesi. In Iran, spettava all’ayatollah Rafsandjani capovolgere il suo vecchio rivale, l’ayatollah Khamenei. Proveniente da una famiglia di agricoltori, Hachemi Rafsandjani ha fatto fortuna nella speculazione immobiliare sotto lo Scià. È diventato il principale grossista di pistacchi del paese ed ha arrotondato la sua fortuna durante l’Irangate. I suoi averi sono valutati in molti miliardi di dollari. Diventato l'uomo più ricco dell’Iran, è stato successivamente presidente del Parlamento, presidente della repubblica ed oggi presidente del Consiglio di discernimento (organo arbitrale tra il Parlamento ed il Consiglio dei custodi della costituzione). Rappresenta gli interessi del bazar, cioè i commercianti di Teheran. Durante la campagna elettorale, Rafsandjani aveva fatto promettere al suo ex-avversario diventato il suo puledro, Mirhossein Mousavi, di privatizzare il settore petrolifero. Senza connessione alcuna con Rafsandjani, Washington ha fatto appello ai Moudjahidines del popolo (17).

Quest'organizzazione protetta dal pentagono è considerata come terrorista dal Dipartimento di Stato e da parte dell'Unione Europea. Ha effettivamente condotto operazioni terribili negli anni 80, fra cui un mega-attentato che costò la vita all’ayatollah Behechti, a quattro ministri, a sei ministri aggiunti ed a un quarto del gruppo parlamentare del partito della repubblica islamica. L'organizzazione è comandata da Massoud Rajavi, che sposa in prime nozze la figlia del presidente Bani Sadr, quindi Myriam la crudele in seconde nozze. La sua sede è installata nella regione parigina e le sue basi militari in Iraq, inizialmente sotto la protezione di Saddam Hussein, quindi oggi sotto quella del dipartimento della difesa. Sono i Moudjahidin che hanno garantito la logistica degli attentati durante la campagna elettorale (18). Spetta a loro di causare incidenti tra i militanti pro e anti-Ahmadinejad, quel che hanno probabilmente fatto. Qualora il caos si fosse rafforzato, la guida suprema avrebbe potuto essere capovolta. Un governo di transizione, diretto da Mirhussein Mousavi avrebbe privatizzato il settore petrolifero ed avrebbe ristabilito la monarchia. Il figlio del vecchio Scià, Reza Cyrus Pahlavi, sarebbe risalito sul trono ed avrebbe designato Sohrab Sobhani come primo ministro. In questa prospettiva, Reza Pahlavi ha pubblicato in febbraio un libro di interviste con il giornalista francese Michel Taubmann. Quest'ultimo è direttore del bureau d’information parisien d’Arte e presiede il Cercle de l’Observatoire, il club dei neo-conservatori francesi. Ci si ricorda che Washington aveva previsto in modo identico il ristabilimento della monarchia in Afganistan. Mohammed Zaher Shah doveva riprendere il suo trono a Kaboul e Hamid Karzai doveva essere suo primo ministro. Purtroppo, a 88 anni, il pretendente era diventato demente. Karzai diventò dunque presidente della repubblica. Come Karzai, Sobhani ha la doppia nazionalità statunitense. Come lui, lavora nel settore petrolifero del Caspio. Dal lato della propaganda, il metodo iniziale era affidato al gabinetto Benador Associates. Ma è evoluto sotto l'influenza dell'assistente del segretario di Stato per l'istruzione e la cultura, Goli Ameri. Questo iraniano-statunitense è un ex collaboratore di John Bolton. Specialista dei nuovi mass media, ha organizzato programmi di mezzi e di formazione ad Internet per gli amici di Rafsandjani. Ha anche sviluppato radio e televisioni in lingua farsi per la propaganda del dipartimento di Stato ed in coordinamento con la BBC britannica.

La destabilizzazione dell'Iran è fallita perché la principale molla “delle rivoluzioni colorate” non è stata correttamente attivata. MirHussein Mousavi non è riuscito a cristallizzare l'insoddisfazione sulla persona di Mahmoud Ahmadinejad. Il popolo iraniano non si è fuorviato, non ha reso il presidente uscente responsabile delle conseguenze delle sanzioni economiche statunitensi sul paese. Di conseguenza, la contestazione si è limitata alla borghesia delle zone del nord di Teheran. Il potere si è astenuto da opporre le manifestazioni le une contro le altre ed ha lasciato i complottatori scoprirsi. Tuttavia, occorre ammettere che l'intossicazione dei mass media occidentali ha funzionato. L'opinione pubblica straniera ha realmente creduto che due milioni di iraniani fossero scesi in strada, quando la cifra reale è almeno dieci volte inferiore. Il mantenimento sul posto dei corrispondenti della stampa ha facilitato queste esagerazioni dispensandoli di fornire le prove delle loro imputazioni. Avendo rinunciato alla guerra e fallito nel tentativo di capovolgere il regime, quale carta resta nelle mani di Barack Obama?

Thierry Meyssan

Analyste politique, fondateur du Réseau Voltaire. Dernier ouvrage paru : L’Effroyable imposture 2 (le remodelage du Proche-Orient et la guerre israélienne contre le Liban).

[1] Les multiples rapports et documents publiés par ces commissions sont disponibles en ligne sur le site The Assassination Archives and Research Center. Les principaux extraits des rapports ont été traduits en français sous le titre Les Complots de la CIA, manipulations et assassinats, Stock, 1976, 608 pp.

[2] « Les New York Intellectuals et l’invention du néo-conservatisme », par Denis Boneau, Réseau Voltaire, 26 novembre 2004.

[3] « La NED, nébuleuse de l’ingérence démocratique », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 22 janvier

[4] 2004. « L’Albert Einstein Institution : la non-violence version CIA », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 4 janvier 2005.

[5] « Tienanmen, 20 ans après », par le professeur Domenico Losurdo, Réseau Voltaire, 9 juin 2009.

[6] À l’époque, la NED s’appuie en Europe orientale sur la Free Congress Foundation (FCF), animée par des républicains. Par la suite, cette organisation disparaît et cède la place à la Soros Foundation, animée par des démocrates, avec laquelle la NED fomente de nouveaux « changements de régime ».

[7] Soucieux d’apaiser les relations franco-US après la crise irakienne, le président Jacques Chirac tente de se rapprocher de l’administration bush sur le dos des Géorgiens, d’autant que la a des intérêts économiques en Géorgie. Salomé Zourabichvili, n°2 des services secrets français, est nommée ambassadrice à Tbilissi, puis change de nationalité et devient ministre des Affaires étrangères de la « révolution des roses ».

[8] « Les dessous du coup d’État en Géorgie », par Paul Labarique, Réseau Voltaire, 7 janvier 2004.

[9] « Géorgie : Saakachvili jette son opposition en prison » et « Manifestations à Tbilissi contre la  dictature des roses », Réseau Voltaire, 12 septembre 2006 et 30 septembre 2007.

[10] L’administration Bush espérait que ce conflit ferait diversion. Les bombardiers israéliens devaient simultanément décoller de Géorgie pour frapper l’Iran voisin. Mais, avant même d’attaquer les installations militaires géorgiennes, la Russie bombarde les aéroports loués à Israël et cloue ses avions au sol.

[11] « Opération manquée au Venezuela », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 18 mai 2002.

[12] Llaguno Bridge. Keys to a Massacre. Documentaire d’Angel Palacios, Panafilms 2005.

[13] « Birmanie : la sollicitude intéressée des États-Unis », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 5 novembre 2007.

[14] « Les bonnes raisons d’intervenir en Iran », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 12 février 2004.

[15] « L’Institut américain de l’entreprise à la Maison-Blanche », Réseau Voltaire, 21 juin 2004.

[16] « Les trucages de la Foundation for the Defense of Democracies », Réseau Voltaire, 2 février 2005.

[17] « Les Moudjahidin perdus », par Paul Labarique, Réseau Voltaire, 17 février 2004.

[18] « Le Jundallah revendique des actions armées aux côtés des Moudjahidines du Peuple », Réseau Voltaire, 13 juin 2009.

COMUNICAZIONI DI SERVIZIO

postato da Gianluca Freda (27/06/2009)


Riferendosi a questo ormai storico articolo, un lettore scrive:

"Caro" Freda, non sono i Sostenitori della Realtà dei fatti a dover dimostrare che la fialetta NON C'E'...bensì il contrario. Sei tu a dover dimostrare che QUELLA COSA -CHE NEL VIDEO NON SI VEDE, L'HAI INVENTATA TU- E' UNA FIALETTA. L'ONERE DELLA PROVA STA A TE, SVEGLIATI. Ora mi raccomando, censura anche questo post, dittatorucolo. ^_^

Marco Lucente

Caro lettore, privandomi con stoica abnegazione di uno dei rari piaceri della vita, non solo non censuro il tuo commento, ma lo metto qui in bella vista. Lo scopo è quello di esemplificare a tutti come non bisogna scrivere un post se non si vuole darmi la voluttuosa soddisfazione di farlo sparire con un click nel grande nirvana elettronico dello sproloquio inessenziale. Pretenderei (uso il condizionale che si utilizza nell’esprimere le aspirazioni irrealizzabili) che un commento postato su questo blog presentasse le seguenti caratteristiche:

1) Deve contenere opinioni e/o argomenti, non frasi fatte e moralismi parrocchiali. La quasi totalità dei post “critici” (diverse decine) che ho ricevuto in relazione a questo articolo conteneva perle del tipo: “Vergognati!” (sì, subito, finisco di dar da mangiare al gatto e arrivo), “hai ucciso quella povera ragazza per la seconda volta!” (lo sto appunto spiegando al commissario Gordon, qui alla centrale di polizia dove sono venuto a costituirmi), “quella povera ragazza è morta per la libertà e la democrazia e tu la infami così!” (intanto, anche prendendo per buone le scempiaggini che circolano sulla stampa, sarebbe morta perché era uscita dalla macchina a prendere una boccata d’aria, non per la “libertà”; inoltre non vedo come il sostenere che non è morta affatto possa ledere la sua onorevolezza), “sei un bruto senza compassione!” (e dovevate vedermi quando ho sghignazzato per un quarto d’ora buono durante la proiezione di “Schindler’s list”, meritandomi la riprovazione dei vicini di poltrona), “tu non ami la democrazia!” (e fosse un segreto!, ho postato non so quanti articoli dicendo che la ritengo la peggior forma di governo possibile). Per commenti di questo tipo esistono vasti spazi informativi (Repubblica, Corriere della Sera, Visto, Topolino, Io e il Giardinaggio, Perle Complottiste, ecc.) che possono dedicarvi lo spazio che meritate. Recatevi lì e date libero sfogo. Qui preferisco evitare la vanvera politically correct, visto che la rete già ne straripa.

Nel filmato c’è una fialetta (o provetta o quel che è) che io vedo benissimo e che molti altri utenti vedono benissimo. Mi sono anche preso la briga di cerchiarla negli snapshot che ho pubblicato, ad usum caecorum. Voi non la vedete? E io che posso farci? Problemi vostri e del vostro oculista. Inutile che scriviate dei post chiedendomi di ridarvi la vista, è più un lavoro per Padre Pio. Mica posso cerchiarla in braille, dopo tutto. La discussone può aver luogo soltanto con coloro che la vedono e sono in grado di spiegarmi cosa sia (sali per far rinvenire la ragazza? Ma non era mica svenuta...). I ciechi, volontari e non, si servano per cortesia delle apposite strutture d’assistenza.

2) Sono assolutamente vietati gli insulti verso altri utenti e, se possibile, anche verso l’amabile sottoscritto. Non è per essere permaloso, non lo sono mai stato. E’ che questo è un blog, non la porta di un cesso pubblico. Se non avete altro da offrire al mondo e al web che insulti, improperi e stupidaggini trovatevi un altro posto in cui defecarli. Questa - almeno finché non mi cacciano per oltraggio alla religione della maggioranza - è casa mia e se ci venite siete pregati di comportarvi da signori. L’espressione del lettore, che mi definisce “dittatorucolo”, è lusinghiera, ma imprecisa. Mi vedo più umilmente come una comune massaia che cerca di tener pulito il proprio tinello. Ergo, prima di entrare pulitevi i piedi e datevi una sciacquata alla bocca. Anche mettere in moto le capacità critiche sarebbe gradito, sebbene non essenziale.

3) In casi di particolare interesse, gli insulti al sottoscritto (ma SOLO ED ESCLUSIVAMENTE al sottoscritto) sono consentiti. A patto però che siano seguiti da ottime argomentazioni. Ad esempio se uno scrive che il mio articolo “è una stronzata”, deve far seguire i motivi che lo spingono a mettere così volgarmente in dubbio le mie decantate e sopraffine capacità razionali. Se lo farà, gli verrà fatta grazia della vita, in nome dell’interesse che provo verso chiunque aggiunga, seppure con maniere inurbane, qualcosa di nuovo al mio bagaglio di conoscenze (da notare che il “qualcosa di nuovo” deve essere nuovo davvero, non la rifrittura di una notizia stravecchia e magari già abbondantemente smentita su questo e altri siti).     

 Ad esempio, se io pubblico la foto che apre questo scritto (comparsa sullo Spiegel online), in cui si vede la simpatica deceduta iraniana con un crocefisso al collo, uno può tranquillamente affermare che tale foto “è una stronzata e chi la pubblica è uno stronzo”, però dovrà sviluppare un po’ meglio la sua affermazione. Si tratta forse di un fotomontaggio? Nella Repubblica Islamica Teocratica l’ortodossia religiosa consente eccezioni per le belle gnocche (può anche darsi)? La croce serviva a sottolineare la sua ferma volontà di protestare contro il regime oppressivo (ma come, nella “versione ufficiale” non si afferma che era una povera ragazza del tutto disinteressata alla politica e che è stata uccisa per caso?)?

Oppure: io potrei scrivere che tra la lettera della “sorella di Neda” (in cui si afferma che Neda e sua sorella trepidavano nell’attesa di partecipare alla manifestazione e che Neda è “morta fra le braccia di suo padre”) e l’intervista (senza video, come nei filmati di Bin Laden) al suo sedicente fidanzato (secondo il quale Neda non si interessava di politica ed è morta fra le braccia del suo maestro di musica) esiste qualche insanabile contraddizione. O è una fregnaccia l’una o è una fregnaccia l’altra. Potrei azzardarmi ad affermare che la verità, come spesso accade, sta probabilmente nel mezzo: sono fregnacce entrambe le “testimonianze”. Si tratterebbe, in questo caso, di un’asserzione d’inaudita gravità, che meriterebbe di essere stigmatizzata con parole anche dure. Tali parole, tuttavia, se desiderano sopravvivere alla scure del mio sadismo censorio, devono proporre una struttura logica alternativa a quella dominante (“se è A non può essere B”) che consenta di superare l’apparente (un bel po’ apparente) incongruenza.

O ancora: potrei scrivere che Arash Hejazi, il “medico” che soccorre Neda nel video, è sì laureato in medicina (anche se per sua stessa ammissione non pratica la professione da più di 10 anni), ma che in occidente è assai più noto per essere il fondatore ed editore della Caravan Books, casa editrice “alternativa” di Teheran, finanziata (come quasi tutti i gruppi d’opposizione in Iran) dai fondi del Congresso USA; potrei scrivere che questo tipo ha una residenza a Londra, fa la spola tra Londra e Teheran, studia alla londinese Oxford Brookes e ha un giornalista della CNN americana che risponde alle chiamate sul suo cellulare; potrei scrivere che la sua testimonianza sulla “morte di Neda” è quantomeno bizzarra (afferma che il sicario Basij che uccise Neda, sarebbe stato circondato dalla folla minacciosa, avrebbe iniziato a strillare “non volevo ucciderla!” e poi la folla lo avrebbe lasciato andare dopo averlo fotografato e avergli sottratto i documenti; aveva per caso un cartello al collo con scritto “sicario Basij”? I Basij, solitamente, sono in borghese; inoltre Wikipedia riporta una diversa testimonianza dello stesso Hejazi, in cui il sicario avrebbe invece sparato da un tetto); potrei suggerire che il fatto che un individuo così sospetto si imbatta non in un morto qualunque, ma nel morto che diventa per il mondo il simbolo della malvagità del regime di Ahmadinejad, dovrebbe perlomeno farci osservare le cose col beneficio del dubbio. Naturalmente ogni lettore è libero di ritenere che si tratti di “illazioni da idiota”, ed è libero di scriverlo sul mio blog, ma deve dimostrarlo e/o aggiungere elementi aggiuntivi se spera di sfuggire alle maglie della mia censura. L’epiteto “idiota” è sempre un’arma a doppio taglio: o lo corredi di argomentazioni o si trasforma dolorosamente in un autoritratto.

Spero di essere stato chiaro. Grazie per l’ascolto.         



Per pubblicare commenti, notizie, opinioni, invettive scrivete a:
gianlucafreda@supereva.it

 

        Ancora un po’ di ketchup,
Miss Neda?   
(clicca per scoprire il trucco)