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MARCIA FUNEBRE PER UNA MARIONETTA

by Gianluca Freda (31/12/2006 - 19:16)



Ha portato i suoi segreti nella tomba. La nostra complicità muore con lui.

Come l’occidente ha armato Saddam, sostenuto la sua intelligence contro i suoi “nemici” e fornito gli strumenti per le sue atrocità. Assicurandosi infine che non cantasse.

di Robert Fisk
da The Independent del 31 dicembre 2006
Traduzione di Gianluca Freda

Gli abbiamo tappato la bocca. Nel momento in cui il boia incappucciato di Saddam ha tirato la leva della botola ieri mattina a Baghdad, i segreti di Washington sono stati al sicuro. L’appoggio vergognoso e indecente che i servizi segreti militari di Stati Uniti e Inghilterra hanno offerto a Saddam per oltre un decennio è tuttora l’unica, terribile storia che i nostri presidenti e primi ministri non vogliono che il mondo ricordi. E adesso Saddam, che sapeva bene quanto ampio fosse stato quell’appoggio occidentale – offertogli mentre perpetrava alcuni dei crimini più atroci dalla fine della Seconda Guerra Mondiale – è morto.

Se n’è andato l’uomo che ricevette personalmente l’appoggio della CIA per distruggere il partito comunista irakeno. Appena Saddam si fu impadronito del potere, i servizi segreti USA diedero ai suoi sgherri gli indirizzi dei comunisti di Baghdad e di altre città nel tentativo di distruggere l’influenza dell’Unione Sovietica in Iraq. Il mukhabarat di Saddam frugò in ogni casa, arrestando gli occupanti e le loro famiglie e massacrandone la maggior parte. La pubblica impiccagione era per i capi. Ai comunisti, alle loro mogli e ai loro figli veniva riservato un trattamento speciale: la tortura estrema, prima dell’esecuzione ad Abu Ghraib.

Nel mondo arabo stanno emergendo prove sempre più numerose di una serie di incontri tenuti da Saddam con importanti autorità americane prima della sua invasione dell’Iran nel 1980. Tanto lui quanto l’amministrazione americana credevano che la Repubblica Islamica sarebbe collassata se Saddam avesse inviato le sue legioni al di là del confine. E il Pentagono aveva il compito di assistere la macchina militare irakena fornendo informazioni di intelligence sui piani di battaglia iraniani. Un gelido giorno del 1987, non lontano da Cologne, incontrai il trafficante d’armi tedesco che aveva tenuto i primi contatti diretti tra Washington e Baghdad, su richiesta degli americani.

“Mr. Fisk... proprio all’inizio della guerra, nel settembre del 1980, fui invitato al Pentagono”, mi disse. “Lì mi furono consegnate le ultime fotografie delle postazioni militari iraniane scattate da satelliti USA. Da quelle foto si vedeva tutto. C’erano le postazioni d’artiglieria ad Abadan e vicino a Khorramshahr, le linee di trincee sulla parte orientale del fiume Karun, i muri di carri armati – ce n’erano a migliaia – che arrivavano fino al lato iraniano del confine con il Kurdistan. Nessun esercito avrebbe potuto desiderare di più. Con queste mappe andai in aereo da Washington a Francoforte e da lì, tramite le linee aeree irakene, direttamente a Baghdad. Gli irakeni erano molto, molto riconoscenti!”.

All’epoca io ero con le truppe avanzate di Saddam, sotto il fuoco dell’artiglieria iraniana, e notavo che le forze irakene allestivano le proprie postazioni d’artiglieria molto lontano dal fronte, avendo a disposizione mappe dettagliate delle linee iraniane. Il bombardamento contro l’Iran partito dalle postazioni vicino a Basra permise ai primi tank irakeni di attraversare il fiume Karun nel giro di una settimana. Il comandante di quella unità corazzata rifiutò cortesemente di spiegarmi come fosse riuscito a trovare l’unico punto del fiume non difeso dalle milizie iraniane. Due anni fa ci siamo incontrati di nuovo, ad Amman, e i suoi ufficiali lo chiamavano “generale”. Un grado riconosciutogli da Saddam grazie a quell’attacco a est di Basra, cortesia delle informazioni d’intelligence fornite da Washington.

Nei registri ufficiali iraniani degli otto anni di guerra con l’Iraq si legge che Saddam usò per la prima volta le armi chimiche contro le truppe iraniane il 13 gennaio 1981. Il corrispondente a Baghdad della Associated Press, Mohamed Salaam, potè assistere alla scena di una vittoria irakena a est di Basra. “Iniziammo a contare. Camminammo per miglia e miglia in questo fottuto deserto, contavamo e basta”, mi disse. “Arrivammo a 700, poi perdemmo il conto e dovemmo ricominciare daccapo. Gli irakeni avevano usato, per la prima volta, una combinazione di gas diversi. Il gas nervino aveva paralizzato i corpi... l’iprite li aveva fatti affogare nei loro stessi polmoni. E’ per questo che sputavano sangue”.

All’epoca gli iraniani affermarono che questo micidiale cocktail era stato fornito a Saddam dagli USA. Washington negò. Ma gli iraniani avevano ragione. I lunghi negoziati che portarono l’America a rendersi complice di queste atrocità rimangono tuttora segreti – Donald Rumsfeld era all’epoca uno degli uomini di punta del governo di Ronald Reagan – benché Saddam ne conoscesse senza dubbio ogni dettaglio. Ma un documento rimasto pressoché sconosciuto –
 “Relazione sulle armi da guerra chimiche e biologiche dual-use [cioè a duplice impiego civile e militare, NdT] degli Stati Uniti, sulla loro esportazione in Iraq e sul loro impatto sanitario durante la guerra del golfo” – afferma che prima e dopo il 1985 compagnie statunitensi avevano inviato spedizioni di agenti biologici in Iraq con l’approvazione del governo americano. Queste spedizioni includevano il Bacillus Anthracis, che provoca l’antrace, e l’Escherichia Coli. Il rapporto del Senato concludeva: “Gli Stati Uniti hanno fornito al governo dell’Iraq materiali dual-use che hanno favorito i programmi chimici, batteriologici e missilistici irakeni, inclusi... la progettazione e installazione di impianti per la produzione di armi chimiche, attrezzature per il caricamento di armi chimiche”.

Il Pentagono non era certo all’oscuro dell’uso massiccio di armi chimiche da parte dell’Iraq. Nel 1988, ad esempio, Saddam diede il suo benestare al Ten. Col. Rick Francona, ufficiale dell’intelligence della difesa americano – uno dei 60 americani che segretamente fornivano ai vertici militari irakeni informazioni dettagliate sul posizionamento delle truppe iraniane, piani tattici e valutazioni sulle capacità offensive dei bombardamenti – per visitare la penisola di Fao dopo che le forze irakene erano riuscite a riconquistarla strappandola agli iraniani. Nel suo rapporto a Washington egli scrisse che gli irakeni avevano ottenuto la vittoria grazie all’impiego di armi chimiche. Il responsabile dell’intelligence della difesa dell’epoca, il Col. Walter Lang, affermò in seguito che l’utilizzo di gas nei campi di battaglia irakeni “non era una questione di rilevante interesse strategico”.

In ogni caso, io ne ho visto gli effetti. Su un lungo treno militare che riportava i soldati dal fronte di guerra a Teheran vidi centinaia di soldati iraniani che tossivano sangue e muco dai polmoni - le stesse carrozze puzzavano così tanto di gas che fui costretto ad aprire i finestrini – e le loro braccia e i loro volti erano coperti di bolle. Successivamente altri bubboni di pelle comparvero sopra le bolle originarie. Alcuni avevano ustioni spaventose. Gli stessi gas vennero usati in seguito contro i curdi di Halabja. Non c’è da stupirsi che Saddam sia stato processato a Baghdad per i massacri compiuti contro i villaggi sciiti e non per i suoi crimini di guerra contro l’Iran.

Non conosciamo ancora – e dopo l’esecuzione di Saddam probabilmente non conosceremo mai – le cifre esatte dei prestiti americani che furono erogati all’Iraq a partire dal 1982. La tranche iniziale, che fu spesa per l’acquisto di armi americane dalla Giordania e dal Kuwait, era di 300 milioni di dollari. Nel 1987 a Saddam erano già stati promessi prestiti per 1 miliardo di dollari. Nel 1990, subito prima che Saddam invadesse il Kuwait, il commercio annuo tra Iraq e Stati Uniti ammontava a 3,5 miliardi di dollari. Su pressione del ministro degli esteri di Saddam, Tariq Aziz, che chiedeva la prosecuzione dei prestiti americani, l’allora segretario di stato James Baker – lo stesso James Baker che ha appena presentato un rapporto con cui tenta di tirar fuori George Bush dalla catastrofe dell’Iraq odierno – chiese al governo USA di garantire all’Iraq un altro miliardo di dollari.

Nel 1989 l’Inghilterra, i cui servizi militari avevano già offerto appoggio a Saddam, erogò all’Iraq un prestito di 250 milioni di sterline poco tempo dopo che un giornalista dell’Observer, Farzad Bazoft, era stato arrestato a Baghdad. Bazoft, che stava indagando sull’esplosione di una fabbrica di Hilla in cui venivano utilizzati proprio i componenti chimici inviati dagli Stati Uniti, fu poi impiccato. Un mese dopo l’arresto di Bazoft, William Waldegrave, allora al ministero degli esteri, dichiarò: “Non credo esista un altro mercato di così ampia portata in cui l’Inghilterra sia potenzialmente così ben piazzata, se giochiamo con accortezza le nostre carte diplomatiche...  ma qualche altro Bazoft o altre voci sull’oppressione interna renderebbero tutto più difficile”.

Ancora più disgustosi furono i commenti dell’allora vice Primo Ministro, Geoffrey Howe, sull’allentarsi dei controlli sulla vendita di armi inglesi all’Iraq. Scrisse di voler mantenere segreto questo commercio “perché apparirebbe molto cinico che, poco tempo dopo avere espresso orrore per il trattamento riservato ai curdi, noi adottassimo un approccio più flessibile alla vendita di armi”.

Saddam era anche a conoscenza dei segreti dell’attacco contro la USS Stark. Il 17 maggio 1987 un jet irakeno lanciò un missile contro la fregata americana, uccidendo oltre un sesto dell’equipaggio e quasi affondando la nave. Gli Stati Uniti accettarono le scuse di Saddam, secondo il quale la nave era stata scambiata per un vascello iraniano, e consentirono a Saddam di rifiutare la loro richiesta di intervistare il pilota irakeno.

La verità è morta ieri insieme a Saddam Hussein nella stanza delle esecuzioni di Baghdad. Molti a Washington e Londra avranno tirato un sospiro di sollievo quando il vecchio dittatore è stato zittito per sempre.          

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VITE DEI MARTIRI

by Gianluca Freda (30/12/2006 - 21:07)



Saddam Hussein – Una vita in retrospettiva.
dal sito www.bushflash.com
Traduzione di Gianluca Freda


28 aprile 1937: nasce Saddam Hussein.

1959: Saddam Hussein, dopo un fallito attentato al presidente irakeno, generale Kassim, fugge in Egitto. Al Cairo, Hussein frequenta spesso l’ambasciata USA e si incontra con agenti della CIA interessati alla caduta del governo di Kassim. Al suo ritorno in Iraq, la CIA sistema Hussein in un appartamento di Baghdad sulla via al-Rashid, proprio di fronte all’ufficio di Kassim nel Ministero della Difesa, perché sorvegli i suoi movimenti.

1963: il presidente Kassim viene assassinato nel primo colpo di stato Ba’athista. Gli Stati Uniti sono tra le prime nazioni a riconoscere il nuovo governo e immediatamente iniziano le spedizioni di armamenti. La sera stessa del colpo di stato, la CIA presenta agli insorgenti Ba’athisti un elenco di 800 comunisti irakeni. Vengono tutti uccisi.

Robert Komer, addetto al Consiglio di Sicurezza Nazionale sotto la presidenza Kennedy, descrive Saddam come “quasi certamente un ottimo acquisto per la nostra parte”. (Roger Morris, New York Times)
Sfortunatamente per la “nostra parte” il nuovo governo Ba’athista cade dopo appena nove mesi. Nei seguenti cinque anni si verificano altri due colpi di stato del partito Ba’ath appoggiati dalla CIA. Sotto questi regimi aziende occidentali come Mobil, Bechtel e British Petroleum iniziano le loro operazioni in Iraq.

1968: l’ultimo colpo di stato Ba’athista porta al potere Ahmad Hassan al Bakr, che insedia suo cugino, Saddam Hussein, a capo dell’organismo per la sicurezza nazionale.

1979: Saddam Hussein, appoggiato dalla CIA, si impadronisce del potere con una congiura di palazzo. Subito dopo fa liquidare tutti gli avversari politici all’interno del partito Ba’ath.

1980: l’amministrazione Reagan, vedendo la rivoluzione islamica in Iran come una minaccia, incoraggia l’Iraq a invadere l’Iran, promettendo armi, denaro e supporto. Oltre a miliardi di dollari in armamenti, l’amministrazione Reagan fornisce al regime irakeno armi chimiche e batteriologiche, compresi:

- Bacillus Anthracis, causa dell’antrace.
- Clostridium Botulinum
- Histoplasma Capsulatam, causa di malattie che attaccano i polmoni, il cervello, la colonna vertebrale e il cuore.
- Brucella Melitensis, un batterio che danneggia i principali organi.
- Clostridium Perfringens, batterio altamente tossico che provoca malattie sistemiche.
- Clostridium Tetani, sostanza ad alta tossigenicità.

Questi aiuti vengono forniti nella piena consapevolezza della natura repressiva del regime di Hussein e dell’appoggio da esso offerto a terroristi internazionali come Abu Nidal. 

Un anno dopo l’Iraq usa le armi chimiche fornite dagli USA contro le truppe iraniane. L’amministrazione Reagan riprende le normali relazioni diplomatiche con l’Iraq, depennandolo dalla lista degli stati che sostengono il terrorismo.
La guerra Iran/Iraq dura 8 anni, reclamando un milione di vittime e portando l’Iraq alla bancarotta.  

1988: dopo la fine della guerra il Kuwait, alleato dell’Iraq, inonda di petrolio i mercati mondiali, facendo abbassare ovunque il prezzo del greggio. Ciò è d’ostacolo agli sforzi dell’Iraq di ricostruire le proprie infrastrutture e la propria economia devastata dalla guerra. L’OPEC si mostra sordo alle preghiere di Hussein, che inizia così a considerare l’ipotesi di un’azione militare contro il Kuwait.
Quando informa gli USA dei suoi piani d’invasione del Kuwait, l’ambasciatore americano April Glaspie gli risponde: “Noi [gli Stati Uniti] non abbiamo alcuna opinione riguardo la disputa di confini tra voi e il Kuwait. James Baker [all’epoca Segretario di Stato] ha dato istruzioni al nostro portavoce di SOTTOLINEARE questo elemento”.

Ottenuta la luce verde per invadere il Kuwait, Saddam Hussein lo invade.

L’amministrazione Bush si rimangia immediatamente le sue assicurazioni, iniziando i preparativi per la guerra. Le offerte irakene di ritirarsi dal Kuwait in cambio della convocazione di una conferenza per  la pace in Medio Oriente vengono ignorate. Il resto è storia...

11 settembre 2001: terroristi di Al Qaeda lanciano un attacco coordinato contro le torri del World Trade Center e il Pentagono [sic, NdT]. Utilizzando tali attacchi come pretesto, l’amministrazione Bush prepara un’altra guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein. Questo nonostante non vi siano legami tra l’Iraq e gli attacchi dell’11 settembre. In questa invasione muoiono centinaia di americani e migliaia di civili irakeni.

13 dicembre 2003: Saddam Hussein, veterano della CIA con 40 anni di servizio, viene consegnato alle forze d’occupazione statunitensi in Iraq da un ignoto gruppo irakeno.

Signore e signori...

...E’ SEMPRE STATO IN MANO NOSTRA.


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CAPODANNO IN IRAQ

by Gianluca Freda (29/12/2006 - 21:35)




Un altro anno finisce...

dal blog irakeno Baghdad Burning (di Riverbend)
Traduzione di Gianluca Freda


Sai che il tuo paese è nei guai quando:

1. Le Nazioni Unite aprono una sezione speciale (UNAMI) al solo scopo di tenere il registro del caos e dei massacri.

2. La sezione summenzionata non può avere sede nel tuo paese.

3. I politici che si sono impegnati per ridurre il tuo paese in queste pietose condizioni non sono più reperibili all’interno dei suoi confini, né nelle vicinanze.

4. L’unica cosa su cui Iran e Stati Uniti sono d’accordo è il deteriorarsi delle condizioni della tua nazione.

5. Una guerra durata 8 anni [con l’Iran, NdT] e un embargo durato 13 ti sembrano l’età dell’oro del tuo paese.

6. Il tuo paese vende 2 milioni di barili di petrolio al giorno e tu devi fare 4 ore di coda per comprare al mercato nero il gasolio per il tuo generatore.

7. Per ogni 5 ore senza elettricità ricevi un’ora di elettricità pubblica e all’improvviso il tuo governo annuncia che non è più in grado di garantire quell’ora.

8. Politici che avevano approvato la guerra ora passano il tempo a discutere in TV se sia in corso un “massacro etnico” o una “guerra civile”.

9. La gente si considera fortunata quando il cadavere di un parente scomparso da due settimane risulta ancora identificabile.

La giornata dell’irakeno medio trascorre identificando cadaveri, evitando autobombe e cercando di capire quali familiari siano stati arrestati, quali siano andati in esilio e quali altri siano stati rapiti.

Il 2006 è stato, decisamente, l’anno peggiore. Dico sul serio. Le dimensioni di questa guerra e dell’occupazione iniziano soltanto adesso a colpire con forza l’opinione pubblica. E’ come avere un grosso pezzo di terreno, duro e secco, che si è determinati a spaccare. Il primo colpo viene assestato sotto forma di danni alle infrastrutture causati da missili e nuove armi tecnologiche, e iniziano ad aprirsi le prime crepe. Altri piccoli colpi arrivano sotto forma di politici come Chalabi, Al Hakim, Talbani, Pachachi, Allawi e Maliki. Le crepe iniziano rapidamente a moltiplicarsi e a correre lungo quel pezzo di terreno una volta solido, stendendosi verso i suoi confini come tante mani scheletriche. Allora si applica un po’ di pressione. Lo si circonda da ogni lato, si spinge, si tira. Lentamente, ma senza fallo, lo si vede cadere a pezzi, un grumo qui, una zolla là.

Questo è l’Iraq oggi. Gli americani hanno fatto un gran lavoro nel farlo a pezzi. L’anno appena trascorso ha convinto quasi tutti che il piano era proprio questo fin dall’inizio. Sono stati commessi troppi errori perchè si trattasse di semplici errori. Gli “errori” sono stati troppo catastrofici. Le persone che l’amministrazione Bush ha scelto di sostenere e appoggiare erano notoriamente e risaputamente ripugnanti: dall’imbroglione e intrallazziere Chalabi, al terrorista Jaffari, al miliziano Maliki. Le decisioni, come smantellare l’esercito irakeno, abolire la vecchia costituzione e mettere la sicurezza del paese in mano alle milizie, sono state troppo devastanti per non essere intenzionali. 

La domanda è: perché? Non ho fatto altro che chiedermelo negli ultimi giorni. Cosa ci guadagna l’America a danneggiare l’Iraq fino a questo punto? Ormai solo un idiota delirante crederebbe ancora che questa guerra e l’occupazione siano state fatte per le armi di distruzione di massa o per paura di Saddam.

Al Qaeda? Risibile. Bush è riuscito, negli ultimi 4 anni, a creare più terroristi di quanti avrebbe potuto crearne Osama in 10 diversi campi di addestramento sulle lontane colline dell’Afghanistan. I nostri bambini, oggi, fanno giochi come “cecchino e jihadista”, in cui uno finge di aver centrato un soldato americano in mezzo agli occhi e un altro di aver rovesciato un Humvee.

L’ultimo anno, in particolare, è stato un punto di svolta. Quasi ogni irakeno ha sofferto perdite enormi. Enormi. E’ impossibile descrivere le perdite che abbiamo subìto a causa della guerra e dell’occupazione. Non ci sono parole per spiegare come ci si sente quando, ogni giorno, circa 40 cadaveri vengono ritrovati in differenti stati di decomposizione e mutilazione. E’ impossibile dare l’idea della densa e nera nube di paura sospesa sulla testa di ogni irakeno. Paura di cose così assurde da sfiorare il ridicolo, come il fatto che il tuo nome possa suonare “troppo sunnita” o “troppo sciita”.  Paura di cose più serie, come gli americani nei loro carri armati, i poliziotti con bandane nere e bandiere verdi che controllano il tuo quartiere, i soldati irakeni con la maschera nera ai checkpoint.

Ancora, non posso fare a meno di chiedermi perché ci sia stato fatto tutto questo. A che è servito distruggere l’Iraq oltre ogni speranza di riparazione? Solo l’Iran sembra averci guadagnato qualcosa. La loro presenza in Iraq è ormai così consolidata che criticare un chierico o un ayatollah equivale a suicidarsi. Forse la situazione è sfuggita a tal punto dalle mani degli americani da non essere più recuperabile? O era tutto pianificato fin dall’inizio? Mi fa male la testa a farmi queste domande.

Ciò che in questo momento mi dà più da pensare è: perché gettare benzina sul fuoco? I sunniti e gli sciiti moderati vengono scacciati dalle grandi città del sud e dalla capitale. Baghdad è spaccata in due, con gli sciiti che abbandonano le zone sunnite e i sunniti che abbandonano le zone sciite, alcuni per minaccia, altri per paura di attacchi. La gente viene uccisa a sangue freddo ai checkpoint o da automobili che passano sparando a casaccio. Molti college hanno sospeso le lezioni. Migliaia di irakeni non mandano più i bambini a scuola. Non è sicuro.

Perché peggiorare ulteriormente la situazione con l’esecuzione di Saddam? Chi guadagnerà qualcosa dalla sua impiccagione? L’Iran, ovviamente, ma chi altri? C’è la paura concreta che questa esecuzione sarà il colpo definitivo che spezzerà l’Iraq. Alcune tribù sunnite e sciite hanno minacciato di prendere le armi contro gli americani se Saddam verrà giustiziato. In generale, tutti gli irakeni stanno guardando con attenzione a ciò che sta per succedere e si stanno serenamente preparando al peggio.      

Questo perché Saddam, ormai, non rappresenta più né se stesso né il suo regime. Grazie alla pressante insistenza della propaganda bellica americana, Saddam rappresenta ora tutti gli arabi sunniti (non importa che gran parte del suo governo fosse sciita). Gli americani, con i loro discorsi, con gli articoli di giornale e con i loro fantocci irakeni, hanno detto molto esplicitamente che considerano Saddam un simbolo della resistenza sunnita all’occupazione. In sostanza, con questa esecuzione, gli americani stanno dicendo: “Guardate, arabi sunniti, questo è il vostro uomo e noi lo sappiamo. E lo impicchiamo perché rappresenta voi”. E non si può sbagliare, questo processo, il verdetto e l’esecuzione sono americani al 100 %. Alcuni attori erano irakeni, ma la produzione, la regia e il montaggio sono stati puramente hollywoodiani (anche se realizzati, a mio avviso, con scarso budget).

Ecco perché, ovviamente, Talbani non vuole firmare la condanna a morte. Non perché a questo bandito sia improvvisamente spuntata una coscienza, ma perché non vuole essere lui il responsabile dell’impiccagione. Non andrebbe molto lontano se lo facesse.

Il governo di Maliki non riusciva a contenere la contentezza. Ha annunciato la ratifica dell’esecuzione prima ancora che lo facesse il tribunale. Qualche sera fa un telegiornale americano ha intervistato il capo gabinetto di Maliki, Basim Al-Hassani, che parlava dell’imminente esecuzione - in un inglese con forti inflessioni americane - come se stesse parlando di una festa a cui era stato invitato. Se ne stava seduto, con l’aspetto trasandato e senza sentirsi minimamente ridicolo, a dialogare in un idioma pieno di 'gonna', 'gotta' e 'wanna'... il che può succedere, immagino, quando le sole persone con cui hai qualche rapporto sono i soldati americani.

La mia conclusione è stata che gli americani vogliono davvero ritirarsi dall’Iraq, ma vorrebbero prima lasciarsi dietro una guerra civile di ampia portata, perché non sarebbe bello che dopo il loro ritiro le cose cominciassero a migliorare, no?

Eccoci arrivati alla fine del 2006 e io sono triste. Non soltanto triste per le condizioni del mio paese, ma anche per le condizioni della nostra umanità come irakeni. Abbiamo perduto buona parte della compassione e della civiltà che quattro anni fa pensavo ci rendessero speciali. Porto l’esempio di me stessa. Quattro anni fa mi si stringeva il cuore ogni volta che sentivo della morte di un soldato americano. Sì, erano occupanti, ma anche esseri umani e sapere che venivano ammazzati nel mio paese non mi faceva dormire la notte. Non importava che avessero attraversato l’oceano per aggredirci, mi sentivo davvero in ansia per loro.

Se non avessi espresso questi sentimenti di apprensione su questo stesso blog, oggi crederei di non averli mai provati. Oggi gli americani rappresentano solo numeri. 3000 americani morti negli ultimi quattro anni? Sai che roba. E’ il numero di irakeni che muoiono in meno di un mese. Avevano delle famiglie? Pensa un po’ che peccato. Anche noi le abbiamo. Anche i cadaveri sulle strade e quelli che aspettano di essere identificati all’obitorio.

Il soldato americano morto oggi a Anbar è forse più importante di un mio cugino a cui hanno sparato il mese scorso, proprio la sera del suo fidanzamento con una donna che desiderava sposare da sei anni? Non credo proprio.

Solo perché gli americani muoiono in quantità minori, non significa che siano più importanti, no?



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CHI E' DI SCENA

by Gianluca Freda (27/12/2006 - 22:28)



Se qualcuno crede ancora che questo coreografico balletto della sinistra radicale possa salvare i pensionati, forse non ha mai avuto occasione di assistere ai precedenti allestimenti di questa gustosa piece teatrale. Ecco la trama: il governo cosiddetto “di sinistra” (de sto par de meloni) propone una misura assurda e iniqua, ad esempio: tagliare le pensioni del 3,5 % a chi osa lasciare il lavoro con “solo” 35 o 36 anni di lavoro sulle spalle. A questo punto entra in scena la “sinistra radicale”, con la sua commovente sceneggiata. Si getta in terra e ci si rotola, si straccia le vesti, singhiozza che no, non è possibile togliere altri 400 e rotti euro all’anno a pensionati già ridotti alla fame. Poi, in un sussulto di dignità, si ricompone, invoca “il rispetto del programma” (una battuta che non manca mai di suscitare grande ilarità tra il pubblico) auspicando “la rapida apertura di un confronto con le parti sociali”. Le parti sociali – per chi non lo ricordasse – sono parte integrante dello spettacolo. Per l’esattezza sono quelle che hanno appena ricevuto dal governo un enorme regalo natalizio: la possibilità di mettere le lerce zampacce sul TFR dei lavoratori con un anno d’anticipo rispetto a quanto previsto dalla legge 252/2005. Si può immaginare quanto sentite e sincere possano essere le loro critiche verso un governo che gli ha appena fatto un così lauto regalo e quanto impegno e quanta lena metteranno per contrastare il progetto di riforma delle pensioni varato da un governo che gli ha donato il bottino della rapina del secolo senza nemmeno costringerli a impugnare una pistola di persona. Anche loro contribuiscono al pathos della recita e lanciano striduli urletti di sdegno civico con professionalità di prefiche navigate e lautamente retribuite, istrioniche, veterane dell’Actor’s Studio.

A richiesta del pubblico, la “sinistra radicale” può arrivare perfino a minacciare la defezione dall’esecutivo. Al che il governo prodian-rutelliano, mosso a pietà da tanto dolore, magnanimamente concede lo sconto. Vabbè, facciamo che tagliamo solo il 2 % e non se ne parli più. Sollievo generale. Attori e prefiche tornano ad assidersi sulle comode poltrone di velluto per godersi i meritati frutti del proprio eroismo. Hanno lottato e hanno vinto. Hanno difeso, con irridente sprezzo del pericolo, l’assegno mensile dei vecchietti dalle sordide mani dei controrivoluzionari. I vecchietti, tutti contenti per la perdita di appena il 2 % dell’obolo mensile, si spellano le mani dagli applausi. Gli elettori più anziani sospirano di sollievo: ma sì, in fondo esiste ancora una sinistra, che non avrà forse le palle di rubare ai ricchi per dare ai poveri, ma almeno riesce a dimezzare le richieste predatorie dello sceriffo di Nottingham. Lieto fine. Applausi e lanci di rose dal proscenio. Gli attori s’inchinano al pubblico deferenti, sul volto un sorriso sardonico che l’esperienza di scena non riesce a celare. Sipario. Il prossimo spettacolo questa sera alle 21.00.  

(nella foto: una lamentazione delle prefiche sciite irakene) 

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IL SUICIDIO DI GIUDA

by Gianluca Freda (26/12/2006 - 19:42)



Anche un imbecille capirebbe che una condanna a morte di Saddam Hussein, in questo momento, non servirebbe ad altro che ad accrescere lo spargimento di sangue in Iraq, ad alimentare la guerra civile e a rendere la permanenza americana nel paese ancor meno gradita di quanto non sia mai stata. Anche un imbecille lo capirebbe, e infatti George W. Bush e i suoi pupari giudei lo capiscono benissimo. La condanna a morte di Saddam servirà appunto a questo: perpetuare e accrescere il caos iracheno, a vantaggio non certo degli americani, che in Iraq stanno perdendo migliaia di uomini e miliardi di dollari preparando la superpotenza americana alla catastrofe, ma degli israeliani, che dall’instabilità dell’Iraq – nonché della Palestina, ovviamente – hanno tutto da guadagnare. O almeno così credono. Ciò che gli americani stanno facendo – al di là di ciò che credevano di fare nel 2003 quando iniziarono la loro aggressione genocida – è sconvolgere e rimodellare il Medio Oriente affinché l’entità sionista possa restare per sempre l’unica potenza della regione.  Nel 1982 la rivista Kivunim, organo di stampa della Organizzazione Sionista Mondiale, pubblicava un articolo a firma di Oded Yinon, giornalista israeliano assai vicino al Ministero degli Esteri del suo paese. L’articolo conteneva queste parole, che rilette oggi suonano piuttosto profetiche:

La dissoluzione della Siria e dell’Iraq in aree distinte su base etnica o religiosa, come già avviene in Libano, è l’obiettivo primario di Israele sul fronte orientale. L’Iraq, ricco di petrolio da una parte, e dall’altra lacerato internamente, è certamente  candidato ad essere preso di mira da Israele. La sua dissoluzione è per noi addirittura più importante di quella della Siria. L’Iraq è più forte della Siria. A breve termine, è proprio la potenza irachena che rappresenta la più grande minaccia per Israele.

Una guerra tra Iran e Iraq frazionerà l’Iraq e causerà la caduta del suo regime interno. Addirittura prima che esso sia in grado di organizzare una lotta su un ampio fronte contro di noi. Ogni tipo di scontro inter-arabo sarà a nostro favore nel breve periodo e accelererà il nostro scopo più importante che è quello di frantumare l’Iraq in vari staterelli come in Siria e in Libano. In Iraq è possibile realizzare una divisione in province su base etnica o religiosa come avveniva in Siria durante l’impero ottomano. Così tre (o più stati) si formeranno intorno alle tre principali città: Bassora, Baghdad e Mosul, e così le regioni sciite del sud si staccheranno dal nord sunnita e curdo
.”

La carta della divisione irachena era già stata tentata nel 1980, allorché gli Stati Uniti – controllati da Israele attraverso le potentissime lobby ebraiche interne – avevano iniziato a finanziare il governo di Saddam Hussein nella guerra contro l’Iran. Una guerra che durò otto anni e causò oltre un milione di morti, ma che, contrariamente alle speranze israeliane, non indebolì l’Iran e fece dell’Iraq uno stato che, sotto la guida accentratrice di Saddam, ottenne stabilità e compattezza politica. Proprio il contrario di ciò che lo stato degli ebrei desiderava. Così, ciò che Saddam non riuscì a fare da vivo (frammentare l’Iraq in tre regioni diverse l’una contro l’altra armata) si spera che lo faccia da morto, facendo divampare l’odio e lo scontro tra etnie. Naturalmente con la collaborazione del Mossad, che quando si tratta di fomentare le divisioni etniche attraverso l’organizzazione di sanguinosi attentati non si fa mai pregare. La stessa costituzione irachena è stata studiata a questo scopo, prevedendo di fare dell’Iraq una federazione in cui i curdi del nord e gli sciiti al sud godano di una parziale autonomia. Praticamente un viatico allo scontro settario, etnico e religioso.

La divisione del mondo arabo è ciò che Israele crede possa fare la sua forza. E’ a questo scopo che Israele fomenta lo scontro tra Hamas e Fatah in Palestina. E’ a questo scopo che ha soffiato sulla guerra civile tra cristiani e musulmani sunniti, sciiti e drusi che ha insanguinato il Libano tra il 1975 e il 1990. E’ a questo scopo che tenta anche oggi di riaprire quel conflitto con omicidi false-flag come quello di Pierre Gemayel, non essendovi riuscito con l’aggressione vigliacca di quest’estate. E’ a qusto scopo che dovrebbe servire l’attacco contro l’Iran, che nonostante la sconfitta dei neocon israelioti è sempre in agenda per la politica americana, teleguidata da Israele tanto nella sua parte repubblicana quanto in quella democratica.  E’ a questo scopo che servirà anche l’impiccagione di Saddam, occasione d’oro per rinfocolare gli scontri fratricidi nel suo ex regno. 

Israele ha fretta, le cose non vanno bene: l’Iran ha osato resistere alle minacce giudeo-americane e ha perfino rilanciato, con la prosecuzione del programma nucleare e la coferenza sulla Shoah. L’invasione del Libano è finita molto male, facendo perdere ai giudei l’aura di invincibilità che si erano conquistati nel corso degli anni. Lo scontro inter-arabo va tenuto vivo, non si può lasciarlo raffreddare adesso. Ecco perché gli USA stanno per inviare in Iraq altri 30-50.000 uomini, nonostante la preoccupazione e la contrarietà dei generali. Il loro scopo non è quello di “vincere la guerra”, ma quello di fomentare ulteriormente l’odio interetnico, appoggiando le forze sciite contro i sunniti. Il perché lo spiega il New York Times: “«L'America intende, sostenendo gli sciiti dell'Iraq, danneggiare l'Iran. Ciò approfondirà la frattura sunniti-sciiti, e può condurre ad una guerra regionale di sunniti contro sciiti. E questa, gli sciiti la perderanno perché, anche se ci sono in Iraq e in Iran più sciiti che sunniti, i sunniti sono più numerosi in ogni altro Paese».

Israele sta giocando una partita suicida. Si sente all’angolo e tenta di uscirne facendo saltare la santabarbara che ha intorno, senza pensare alle conseguenze. Si sente protetto dai suoi muri e crede che l’implosione dell’intero mondo islamico possa servire da antidoto alla sua incapacità politica, alla corruzione che lo divora dall’interno, alle sue sconfitte militari. E’ inevitabile che, in un giorno che credo ormai non lontano, finirà vittima dello stesso bagno di sangue che ha scatenato intorno a sé, portando nel baratro anche l’ormai asservita e detestata superpotenza americana. Quel giorno la sua scomparsa – ormai più che prevedibile – sarà pianta anche meno dell’impiccagione di uno dei suoi tanti ex fantocci assassini.   
   

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BROGLI A LA SPEZIA

by Gianluca Freda (25/12/2006 - 17:30)



Dal sito di Antonio Vota copio-incollo il seguente intervento, che si riferisce ad una segnalazione (pubblicata anche da me in diverse occasioni) secondo la quale i dati elettorali della Camera, nel comune di La Spezia, avrebbero mostrato l’incredibile risultato di zero schede bianche:

Ti leggiamo sempre, e sei sempre in gamba. Ma stavolta ti sei scordato una regola d'oro della vita: quando qualcosa appare impossibile, una spiegazione c'è: è proprio impossibile, quindi non è vera. La fretta complottista è capace di grandi confusioni.
Il link segnalato (http://www.regione.liguria.it/elezioni/elezioni_2006/cameralaspezia.asp   ...ma dove lo hai trovato?) indica l'incredibile dato di 0 (dicasi zero!) schede bianche e addirittura 0 schede nulle. Peccato che il dato, come si vede leggendo con attenzione il tabulato, sia relativo a 75 sezioni elettorali su 97, ovvero si stia parlando di dati parziali, nei quali, a quel punto dello scrutinio, le cifre di bianche e nulle non sono semplicemente state ancora messe. Mancano anche 17 mila voti validi. Basta andare sul sito istituzionale del comune di La Spezia per rendersi conto che, quando tutte e le 97 sezioni sono state scritinate, sono stati trovate 910 schede nulle e 442 schede bianche.(http://www.comune.sp.it/comune/elezioni/POLITICHE2006/spo_camera.php)
Con stima. (La redazione di www.democrazialegalita.it)

Poiché anch’io, in diverse occasioni, avevo segnalato il link e sottolineato l’anomalia, ringrazio la redazione di democrazialegalità per le precisazioni e correggo il dato: a La Spezia le schede bianche non si sono azzerate, il che, in effetti, avrebbe rappresentato un’anomalia in più in un già anomalo calo generalizzato riscontrabile a livello nazionale. Le schede bianche di La Spezia si sono semplicemente RIDOTTE QUASI ALLA QUARTA PARTE: dalle 1627 del 2001 (dati Camera proporzionale), pari al 2,28 per cento, alle 442 del 2006, pari allo 0,66 per cento. Dunque tutto normale, niente di strano, il sole splende e la democrazia e la legalità sono vive. Se democrazialegalità ritiene che anche questi dati siano dovuti a fretta complottista, non ha che da dirlo. Io, di fronte all’inspiegabile, continuo a preferire la fretta complottista, che a volte sbaglia, ma sa ammetterlo e correggere il tiro, alla flemma anticomplottista che, di fronte all’inspiegabile, si limita a discutere d’altro.  

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LIBERTA' DI PAROLA

by Gianluca Freda (25/12/2006 - 13:02)


DAVID IRVING E’ LIBERO!
Dal sito www.davidduke.com
Traduzione di Gianluca Freda

Lo storico David Irving è stato scarcerato dalla prigione austriaca in cui era detenuto dopo aver scontato 13 mesi di una condanna a tre anni di carcere per negazione dell’Olocausto. Gli osservatori ritengono che la sua scarcerazione sia almeno in parte il risultato della pubblicità ottenuta grazie alla recente Conferenza sull’Olocausto di Teheran che ha focalizzato l’attenzione sull’arresto di Irving e di altri studiosi in diverse nazioni europee. L’arresto di Irving, come quello di Ernst Zundel e Germar Rudolph in Germania, sta diventando fonte di crescente imbarazzo in un’Europa i cui leader politici criticano spesso le nazioni musulmane per la mancanza di libertà d’espressione. In un gran numero di interviste rilasciate da Teheran ad emittenti di tutto il mondo, il controverso ex deputato USA ed ex membro del Ku Klux Klan David Duke ha parlato dell’arresto di Irving e le sue interviste sono state trasmesse in Austria e in molti paesi d’Europa.

Irving, che era stato arrestato l’anno scorso mentre era in visita in Austria per una conferenza, ha ottenuto oggi [il 20 dicembre scorso, NdT] da un tribunale di Vienna di scontare il resto della condanna in libertà vigilata.

Il tribunale ha ascoltato gli argomenti della difesa, che chiedeva una riduzione della pena, e quelli dell’accusa, che chiedeva una sentenza più dura.

Irving ha detto ai giornalisti che lo attendevano fuori dal tribunale di essere “in perfetta salute”.

Era stato incarcerato per violazione delle leggi austriache che puniscono la negazione dell’Olocausto sulla base di un mandato d’arresto risalente al 1989. Le accuse riguardavano due discorsi tenuti da Irving in Austria 17 anni fa, nel corso dei quali, secondo l’accusa, egli avrebbe affermato che ad Auschwitz non c’erano camere a gas e che Hitler proteggeva gli ebrei [Irving in realtà aveva detto che le tutele giuridiche previste dall’ordinamento tedesco erano rimaste sempre formalmente valide per tutti, negli anni della II Guerra Mondiale, ebrei compresi, NdT].

Deborah Lipstadt, la studiosa americana che nel 2000 sostenne con successo una causa di diffamazione contro Irving per negazione della Shoah, ha dichiarato di non condividere la sentenza.

All’epoca del processo per diffamazone, Irving dichiarò di non avere mai negato l’Olocausto ma di avere semplicemente messo in discussione le cifre ufficiali degli ebrei uccisi e l’idea che fossero stati sottoposti ad uno sterminio sistematico. 

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FAURISSON SULL'OLOCAUSTO

by Gianluca Freda (24/12/2006 - 12:08)



Quanto segue è una mia traduzione di una parte dell'intervento dello storico francese Robert Faurisson alla conferenza di Teheran sull'Olocausto. La versione integrale in inglese è disponibile QUI.

[...]
Il presidente Ahmadinejad ha usato la parola esatta: il presunto “Olocausto” degli ebrei è un mito, vale a dire una fede fondata sulla credulità e sull’ignoranza. In Francia è perfettamente legale dichiarare di non credere in Dio, ma è proibito affermare di non credere nell’“Olocausto” o anche solo dubitarne. Questo divieto posto su ogni forma di discussione è stato formalizzato e reso ufficiale con la legge del 13 luglio 1990. Questa legge fu pubblicata sul Journal officiel de la République française, guarda caso proprio il giorno dopo, cioè il 14 luglio, data in cui si commemora la Repubblica e la Libertà. Essa prevede la pena fino a un anno di carcere e una multa fino a 45.000 €, senza contare la possibilità che si venga condannati al risarcimento dei danni e a sostenere i costi considerevoli delle spese giudiziarie. E’ rilevante che la legge specifichi la possibilità di essere applicata “anche se [la discussione] è presentata in forma velata o dubitativa o sotto forma di insinuazione” (Code pénal, Paris, Dalloz, 2006, p. 2059). Perciò la Francia ha un solo mito ufficiale, quello dell’ “Olocausto”, e una sola forma di blasfemia, quella che offende l’“Olocausto”.

L’11 luglio 2006 io stesso sono stato chiamato a comparire di fronte ad un tribunale di Parigi a causa di questa legge speciale. Il giudice che presiedeva, Nicolas Bonnal, aveva da poco partecipato ad un corso in cui venivano insegnati gli strumenti per stroncare il revisionismo su Internet, un corso organizzato dalla sede europea del Centro Simon Wiesenthal, a Parigi, sotto gli auspici del Conseil représentatif des institutions juives de France (CRIF) (Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni Ebraiche di Francia)! In un articolo trionfalmente intitolato “La CRIF gioca un ruolo attivo nell’addestramento dei giudici europei” questa associazione ebraica, la cui forza politica è esorbitante, non si vergognava di affermare di aver arruolato Nicolas Bonnal fra i suoi pupilli o “addestrati”. E non è tutto. Al mio processo, per andare sul sicuro, il pubblico ministero era un’ebrea di nome Anne de Fontette; nel finale della sua arringa, con la quale chiedeva il mio arresto e la mia condanna, costei, benché parlando in nome di uno stato laico, invocò “la vendetta di Jahvé, protettore del popolo eletto” contro “le menzognere labbra di Faurisson”, colpevole di aver rilasciato un’intervista telefonica di carattere revisionista ad una stazione radiotelevisiva iraniana, Sahar 1.

                                                               
                Le scoperte della ricerca revisionista

I tedeschi del Terzo Reich volevano estirpare gli ebrei dall’Europa, non sterminarli. Ciò che cercavano era una soluzione definitiva – o finale – alla questione ebraica, ma di carattere territoriale, non una “soluzione finale” intesa nel senso della soppressione fisica (volere la “soluzione finale della disoccupazione” non significa desiderare la morte dei disoccupati). I tedeschi avevano campi di concentramento, non “campi di sterminio” (un’espressione coniata dalla propaganda alleata). Usavano camere con gas disinfettante che funzionavano con un’insetticida chiamato Zyklon-B (il cui ingrediente attivo era l’acido cianidrico) ma non hanno mai avuto camere a gas o vagoni a gas finalizzati all’omicidio. Usavano forni crematori per incenerire i cadaveri e non per gettarci dentro persone vive. Dopo la guerra, le fotografie delle presunte “atrocità naziste” mostravano detenuti dei campi malati, moribondi o morti, ma non assassinati. A causa del blocco commerciale degli alleati e del loro bombardamento “a zona” della Germania, nonché dell’apocalisse abbattutasi su quest’ultima alla fine di un conflitto durato quasi sei anni, la fame e le epidemie, in particolar modo quella di tifo, avevano devastato il paese e in particolare i campi delle regioni occidentali, sopraffatti dall’arrivo in massa di detenuti evacuati dai campi dell’Est e perciò terribilmente carenti di cibo, medicine e dello Zyklon-B necessario alla protezione contro il tifo.

In quella macelleria che è una guerra, la gente soffre. In una guerra moderna, i civili delle nazioni belligeranti soffrono spesso quanto i loro soldati se non di più. Durante il conflitto che, dal 1933 al 1945, li contrappose alla Germania, gli ebrei d’Europa ebbero occasione di soffrire, ma infinitamente meno di quanto abbiano il coraggio di asserire con una gran dose di faccia tosta. Certamente i tedeschi li trattarono come una minoranza ostile e pericolosa (c’erano dei motivi per farlo) e contro questo popolo le autorità del Terzo Reich furono chiamate ad adottare, a causa della guerra, un sempre maggior numero di politiche di coercizione o di misure di sicurezza militare. In certi casi tali misure comportavano la detenzione in campi d’internamento o la deportazione in campi di concentramento o di lavori forzati. A volte gli ebrei venivano anche giustiziati per sabotaggio, spionaggio, terrorismo e soprattutto per attività di guerriglia in favore degli alleati, particolarmente sul fronte russo, ma non per il semplice fatto di essere ebrei. Hitler non ordinò né permise mai l’uccisione di una persona a causa della sua razza o religione. Quanto alla cifra di sei milioni di ebrei morti, si tratta di una pura invenzione che non è mai stata documentata nonostante gli sforzi in tal senso dello Yad Vashem Institute di Gerusalemme.

Di fronte alle formidabili accuse formulate contro la Germania sconfitta, i revisionisti hanno chiesto agli accusatori:

1) Mostrateci un solo documento che, dal vostro punto di vista, provi che Hitler o qualsiasi altro Nazional-Socialista abbia mai ordinato e pianificato lo sterminio fisico degli ebrei;

2) Mostrateci quell’arma di distruzione di massa che, secondo le accuse, sarebbe stata la camera a gas; mostratecene anche solo una, ad Auschwitz o altrove; e nell’eventualità in cui doveste sostenere che non è possibile mostrarla perché i tedeschi, secondo voi, avrebbero distrutto “l’arma del delitto”, allora forniteci almeno un disegno tecnico rappresentante uno di questi mattatoi che, a vostro dire, i tedeschi avrebbero distrutto e spiegateci come sia stato possibile che un’arma con una così grande capacità omicida abbia potuto essere azionata senza provocare la morte dei suoi stessi operatori o dei loro aiutanti.

3) Spiegateci in che modo siete arrivati a definire la cifra di sei milioni di vittime.

Comunque, in oltre sessant’anni, gli storici ebrei o non ebrei che formulano queste accuse si sono mostrati incapaci di offrire una risposta a queste domande. Così hanno iniziato ad accusare senza prove. Questo è ciò che si chiama calunnia

Ma c’è qualcosa di più grave: i revisionisti hanno prodotto una serie di fatti incontestabili che provano che lo sterminio fisico, le camere a gas, i sei milioni di morti non possono essere mai esistiti. 1) Il primo di questi fatti è che, per tutta la durata della guerra, milioni di ebrei europei vissero, visibili a tutti, in mezzo al resto della popolazione, buona parte di essi impiegati nelle fabbriche tedesche, che erano terribilmente a corto di manodopera, e questi milioni di ebrei, pertanto, non vennero uccisi. Di più: fino agli ultimi mesi del conflitto, i tedeschi continuarono testardamente ad offrirsi di consegnare agli alleati tutti gli ebrei che volessero, alla sola condizione che essi non venissero, in seguito a ciò, mandati in Palestina. Questa clausola era stata posta in segno di rispetto verso “il nobile e valoroso popolo arabo” di quella regione, già violentemente aggredito dai colonizzatori ebrei. 2) Il secondo fatto, che ci viene accuratamente nascosto, è che gli eccessi compiuti nei confronti degli ebrei avrebbero portato alle sanzioni più severe: l’uccisione anche di un solo ebreo o di un’ebrea avrebbe fatto sì che l’assassino, anche se soldato tedesco, venisse condannato a morte da una corte marziale e fucilato. In altre parole, gli ebrei, sotto il dominio tedesco, continuarono a godere, purché rispettassero le regole del posto, della tutela della legge penale, anche di fronte alle forze armate. 3) Il terzo fatto è che le presunte camere a gas naziste - ad Auschwitz o altrove – sono semplicemente inconcepibili per ovvie ragioni di carattere fisico e chimico; dopo aver gasato centinaia di migliaia di persone con l’acido cianidrico in uno spazio chiuso, nessuno avrebbe potuto entrare sul serio in un’aria contaminata da quel veleno per maneggiare e rimuovere così tanti cadaveri che, inzuppati di gas di cianuro all’esterno e all’interno, sarebbero diventati intoccabili.  L’acido cianidrico aderisce tenacemente alle superfici. Penetra perfino attraverso il cemento e i mattoni ed è molto difficile rimuoverlo da un locale con la semplice aerazione; penetra attraverso la pelle, contamina i corpi, mescolandosi con i fluidi corporei. Negli Stati Uniti è proprio questo veleno che viene usato oggi nelle camere a gas per giustiziare i condannati a morte, ma si tratta di camere fatte di vetro e acciaio, equipaggiate con macchinari che sono necessariamente molto complessi e che richiedono precauzioni straordinarie nel loro utilizzo; è sufficiente osservare una camera a gas americana, progettata per mettere a morte un unico individuo, per capire che le presunte camere a gas di Auschwitz, che si vorrebbe utilizzate per uccidere moltitudini di persone, giorno dopo giorno, non possono essere mai esistite né aver mai funzionato.

Ma allora, ci si può domandare, che ne è stato di tutti quegli ebrei che noi revisionisti, sulla base delle nostre ricerche, sosteniamo non essere mai stati uccisi? La risposta è già qui, davanti ai nostri occhi e alla portata di chiunque: una parte della popolazione ebraica d’Europa è morta – insieme ad altri dieci milioni di non ebrei – a causa della guerra, della fame e delle malattie, e un’altra parte – diversi milioni - è semplicemente sopravvissuta alla guerra. Costoro si spacciano spesso, fraudolentemente, come “miracolosamente” sopravvissuti. Nel 1945 i “sopravvissuti” e i “miracolosamente sfuggiti” si contavano a milioni e si diffondevano per il mondo in più di 50 paesi, a cominciare dalla Palestina. Come avrebbe potuto la presunta decisione di totale sterminio fisico degli ebrei generare milioni di “miracolosi” sopravvissuti ebrei? Se ci sono milioni di “miracolosamente sopravvissuti” non c’è più nessun miracolo: c’è un falso miracolo, una menzogna, una truffa. 

Da parte mia, nel 1980 ho riassunto, in una frase di 60 parole francesi, le scoperte compiute dai ricercatori revisionisti:

Le presunte camere a gas alla Hitlerite e il presunto genocidio degli ebrei rappresentano una sola e unica menzogna storica, che ha consentito un gigantesco imbroglio politico e finanziario i cui principali beneficiari sono lo Stato d’Israele e il Sionismo internazionale e le cui principali vittime sono il popolo tedesco – ma non i suoi leader politici – e il popolo palestinese nella sua totalità.          

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TEMPO DI RAFFREDDORI

by Gianluca Freda (22/12/2006 - 02:14)



Non so se qualcuno si ricorda ancora di Kostantin Cernenko. Fu il successore di Juri Andropov alla guida del PCUS, l’ultimo segretario generale prima che l’avvento di Mikhail Gorbačëv (che la storia lo maledica) affondasse l’URSS e abbandonasse il mondo nelle mani sanguinarie di USA e Israele in cui ancor oggi si dibatte. Cernenko rimase solo un anno alla guida dell’URSS, dal febbraio 1984 al marzo 1985, prima di passare a miglior vita a causa di una misteriosa malattia. Durante il lungo periodo della sua agonia, mentre l’opinione pubblica mondiale iniziava a chiedersi come mai il capo del PCUS non comparisse più in pubblico da così tanto tempo, la stampa di regime sovietica fece diffondere la notizia che Cernenko era assente a causa di un raffreddore. Tutti i notiziari radiotelevisivi vennero sospesi e sostituiti da deliziosi programmi di musica classica (questa, che all’epoca consideravo una grottesca illiberalità censoria, oggi mi apparirebbe come una splendida ed economica soluzione per un immediato miglioramento dei palinsesti). Quel raffreddore a causa del quale il poveruomo stirò le zampe rimase, naturalmente, proverbiale. Ricordo ancora le ironie della stampa italiana, le vignette di Forattini, i salaci commenti degli uomini politici di allora che rimarcavano, con esplicite allusioni politiche alla pesante struttura burocratica del PCI, il dramma di una nazione così indebolita dal proprio pachidermico apparato di potere da dover temere la dissoluzione politica a ogni passo. Ricordo gli elzeviri che sbeffeggiavano la superpotenza resa così instabile dalla decadenza delle proprie istituzioni da non poter ammettere la mortalità o la morte della propria guida politica per paura di un’implosione dell’intero sistema. Anche a noi ragazzi sembrava che la stolidità dell’opinione pubblica russa, capace di bersi la storiella del raffreddore mentre la radio trasmetteva musica classica al posto dei notiziari, avesse qualcosa di soprannaturale. Nella nostra goliardia di matricole, ogni volta che un compagno restava assente dall’università per un periodo prolungato, si diceva “avrà preso il raffreddore”, intendendo che aveva deciso di dedicare la propria vita a qualcosa di più importante dello studio – il lavoro salariato, ad esempio – e che non lo avremmo visto mai più.  

Tutte queste belle chiacchiere sull’Urss, sulla sua burocrazia terminale e sulla sua ridicola stampa di regime mi sono venute in mente leggendo sui giornali italiani la comicronaca del malore di Berlusconi e poi della sua operazione a Cleveland. Rispetto al servilismo e alle menzogne dei media italiani la vecchia Pravda sovietica degli anni ’80 ci fa la figura del Mondo di Pannunzio. Dopo lo svenimento tutti i giornali si sono affannati a parlare di “malore temporaneo”, a sottolineare che l’arcoreo ridens, dopo pochi minuti, era “già in perfetta forma”, a celiare con arguzia minculpoppesca sulle facezie del nano infartuato che aveva soprannominato “Bin Laden” il suo medico curante dalla lunga barba biforcuta. Un amabile quadretto di normalità berlusconiana. I portavoce hanno portato voce degli scherzi e lazzi di un boss già guarito, anzi, mai veramente ammalato. E poiché, inquietantemente, il boss continuava a non comparire sulla scena pubblica, si è parlato di accertamenti di routine. Qualcuno ha perfino asserito che tutta la faccenda dello svenimento sarebbe stata solo un astuto spot per pubblicizzare la manifestazione di piazza S. Giovanni. Il colmo dei colmi è che le bubbole sulla salute del nano non sono uscite solo dall’informazione mediatica (che in questo avrebbe svolto il suo solito ruolo) ma anche dallo staff dell’ospedale S. Raffaele, che ha tenuto bordone al mito dell’immortalità berlusconiana. I medici del noto nosocomio se ne sono usciti con dichiarazioni che parevano tratte pari pari dal frasario d’emergenza dell’ottimista a cottimo: “Il cuore di Berlusconi è in forma perfetta”, “Berlusconi è sano come un pesce, solo che lavora troppo” e via tranquillizzando. Come dire: è tutto a posto, cari compagni, tornate pure a dormire. Il vostro segretario generale sta bene. Perché, se qualcuno non se ne fosse accorto, è ancora Berlusconi l’unico, vero, irrinunciabile segretario generale del partito unico d’Italia. 

Berlusconi è il perno intorno al quale ancora ruota – ma sarebbe meglio dire arranca – l’ormai asfittica politica italiana, sentendosi prossima al crollo. Senza Berlusconi si sfarinerebbe quel patetico ammasso di rivalità malavitose che una volta chiamavamo centrodestra (o “Casa delle Libertà” per chi ha un senso dell’umorismo molto sviluppato). Senza Berlusconi sparirebbe l’unico collante ancora in grado di tenere insieme – nell’avversione verso un nemico comune se non nella condivisione di un programma - bande di centrosinistra l’una contro l’altra armate e preda di tentazioni centrifughe. Senza Berlusconi andrebbe perduto l’unico punto di riferimento – nel bene e nel male – di una classe dirigente svuotata di ogni significato, detestata dai cittadini e rinchiusa nei propri privilegi come in una fortezza assediata. Io auguro a Berlusconi di campare mille anni, anche perché le persone a cui auguri di schiattare alla svelta finiscono sempre per essere le più longeve. Ma l’Italia si trova oggi in una situazione da PCUS pre-gorbacioviano, con una classe dirigente indebolita dall’incapacità, dalla corruzione, dalle faide intestine. Una classe dirigente di tale egoistica autoreferenzialità da non essersi neppure curata di preparare un ricambio generazionale e che lascerà dietro di sé, al momento del suo crollo, solo un deserto ingovernabile di singolarità impazzite. Berlusconi è il tappo che, finché tiene, impedisce alla diga di essere sopraffatta dalle acque che premono sempre più impetuose. Ma è un tappo malandato, ormai più che settantenne, esposto ai raffreddori come un Cernenko qualunque. La fine di Berlusconi (politica o fisica) sarà la fine della politica italiana come l’abbiamo conosciuta e ciò che verrà dopo appartiene solo al campo delle fumose e aleatorie teorizzazioni. Una cosa è certa: non c’è un solo politico italiano che non si auguri che il bypass impiantato a Berlusconi sia efficiente e robusto e che non ordini alla stampa di regime di augurarsi altrettanto. Perché non c’è un solo politico italiano che ignori che l’ultimo battito del vecchio cuore di pietra dell’uomo di Arcore sarà la campana a morto dell’apparato di regime che ha garantito impunità e privilegi a un’intera oligarchia di potere. Come i marziani di H.G. Wells, le armate della seconda repubblica, all’apparenza poderose e immarcescibili, sono in realtà vulnerabili al primo, banale raffreddore. Personalmente attendo con ansia spasmodica lo starnuto liberatorio.     

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TACI. ISRAELE TI ASCOLTA.

by Gianluca Freda (16/12/2006 - 22:32)



ISRAELE STA RICATTANDO GLI USA?
da www.mondovista.com
traduzione di Gianluca Freda

Israele, teoricamente nostro alleato, ci sta spiando tutti. E non stiamo parlando di singoli soggetti, come Jonathan Pollard (1), o di organizzazioni temporanee come i 140 israeliani arrestati dall’FBI subito prima dell’11 settembre o come i 60 arrestati dopo (compresi i 5 israeliani che stavano festeggiando e ballando mentre le torri del World Trade Center crollavano).

Si è scoperto che Israele ha da anni la possibilità di tenere sotto controllo ogni singolo telefono d’America, nonché la possibilità di controllare e registrare a chi siano dirette le chiamate di ogni singolo utente, ovunque in America. Informazioni di enorme valore, anche se le chiamate non vengono ascoltate direttamente. La Amdocs Inc., compagnia che controlla e organizza i servizi delle compagnie telefoniche di tutto il mondo, compreso il 90% delle compagnie telefoniche americane, è di proprietà israeliana. Un’altra compagnia, la Comvers Infosys, è sospettata di avere installato una “back door” nelle strumentazioni del sistema telefonico nazionale che permette alle forze di polizia di ascoltare in qualsiasi momento ogni chiamata da qualunque telefono d’America. Incluso il vostro.

E’ da molti anni che questa possibilità delle compagnie israeliane di avere accesso alle infrastrutture che garantiscono la privacy suscita preoccupazioni. Come riportato dalla Fox News, la compagnia israeliana Amdocs è stata implicata nella divulgazione di dati telefonici della polizia che ha provocato il fallimento dell’indagine su un’enorme operazione relativa a traffici di droga e falsificazioni di carte di credito con ramificazioni israeliane.

E il caso delle indagini sul traffico di droga di Los Angeles non è l’unico: gli investigatori che indagano sugli attacchi alle torri del World Trade Center riferiscono che dati telefonici riservati continuano a essere divulgati in modo da interferire con le indagini. Anche in questo caso è coinvolta la Amdocs.

Non contento di sorvegliare i comuni cittadini degli Stati Uniti, Israele tiene sotto controllo, secondo prove emerse di recente, anche le linee telefoniche ai più alti livelli del governo americano.

Ora, voglio che vi fermiate un minuto a riflettere sulle implicazioni di tutto questo. Gli israeliani hanno la possibilità di ascoltare QUALSIASI telefono americano collegato ai sistemi della Amdocs o della Comverse Infosys. Hanno questa possibilità da parecchi anni. Possono ascoltare e rintracciare le chiamate fatte da qualsiasi apparecchio: ufficiali di polizia, uomini politici, presentatori televisivi, editori, assicuratori, responsabili dell’informazione, perfino il Presidente degli Stati Uniti. Nel rapporto di Ken Starr sullo scandalo Whitewater si legge che Bill Clinton aveva avvertito Monica Lewinsky che un governo straniero intercettava le loro telefonate.

Sono poche davvero le persone in America che non abbiano qualcosa da nascondere. Un insider trading, una breve e torbida relazione, un broglio elettorale, una deliberata calunnia, il ruolo avuto in un omicidio, l’avere accettato denaro da trafficanti di droga per guardare dall’altra pate. Siate onesti. Non avete anche voi qualche scheletro nell’armadio che desiderate rimanga lì? Qualcosa che nessuno sa? Beh, se quello scheletro implica una telefonata, qualcuno potrebbe esserne a conoscenza. La Amdocs e la Comverse Infosys. E i loro proprietari israeliani.

Pensateci un attimo. Il traffico telefonico privato di chiunque, perfino del presidente degli Stati Uniti, è potenzialmente controllabile dagli interessi israeliani. E non riuscirete mai a trovare le microspie, perché sono interne allo stesso sistema telefonico!

All’improvviso, molti avvenimenti che avevano lasciato stupiti gli osservatori iniziano ad acquisire un senso.

Ad esempio il modo in cui gli USA hanno posto il veto alla risoluzione ONU per la pace in Palestina, pur essendo l’unico paese su 15 nazioni ad aver votato contro il provvedimento. Gli USA non hanno ottenuto niente dall’opposizione di questo veto. Ma Israele sì.

Nelle ultime settimane al popolo degli Stati Uniti è stata presentata una gran quantità di prove che puntano il dito contro Osama bin Laden e contro gli arabi in generale per gli eventi dell’11 settembre, prove che sono indiziarie, contraddittorie e in alcuni casi false. Tuttavia, come riportato dai Telegiornali, esistono anche prove che collegano molte delle spie israeliane arrestate (alcune delle quali lavoravano per le suddette compagnie telefoniche) agli eventi dell'11 settembre. Eppure queste prove NON vengono trasmesse incessantemente dai telegiornali. Queste prove, in effetti, sono SEGRETE. Qualcuno ha “persuaso” il governo americano e i media che i cittadini americani devono vedere SOLTANTO le prove che puntano in una certa direzione ed essere tenuti all’oscuro di ogni prova che ne indichi un’altra. Allo stesso modo i media sono stati “persuasi” a non riferire che Israele sapeva con largo anticipo degli attacchi dell’11 settembre. La stampa streaniera ha accusato il Mossad di aver collaborato agli attacchi dell’11 settembre, ma i media americani sono stati “persuasi” a non diffondere queste accuse.

E’ cosa ben nota che c’era una spia israeliana nella Casa Bianca all’epoca di Clinton. Ma Clinton aveva ordinato all’FBI di sospendere le ricerche della “talpa”, indicata con il nome in codice “Mega”. Oggi sappiamo che “Mega” non era una semplice spia del Mossad ma il capo degli agenti del Mossad in America. La rinuncia alla caccia a “Mega” avvenne nello stesso periodo in cui Clinton avvertiva Monica Lewinsky che le loro conversazioni erano intercettate. Ciò crea il forte sospetto che Clinton sia stato “persuaso” a far sospendere all’FBI la caccia a “Mega” sotto la minaccia di rendere pubbliche le sue telefonate a sfondo sessuale con la Lewinsky.

A causa dei presunti legami tra i musulmani e gli attacchi al World Trade Center, il governo americano ha fatto chiudere tutte le associazioni di beneficienza musulmane esistenti negli USA. Ma il presidente della Lega per la Difesa Ebraica, un gruppo dalla storia violenta, è stato recentemente arrestato con l’accusa di aver progettato un attacco a un senatore degli Stati Uniti. Ma il governo americano è stato “persuaso” a non intraprendere azioni contro le associazioni di beneficienza ebraiche, mentre i media sono stati “persuasi” a lasciare che la storia del terrorismo perpetrato dalla Lega di Difesa Ebraica si dissolvesse il più in fretta possibile.

Due agenti del Mossad sono stati arrestati mentre cercavano di introdurre della dinamite nel Congresso messicano.



Il governo messicano è stato “persuaso” a rilasciare i due uomini senza processarli. Allo stesso tempo i media americani sono stati “persuasi” a non riferire degli arresti in Messico.

Israele riceve una quantità spropositata di finanziamenti dagli Stati Uniti, circa 5 miliardi di dollari all’anno. Gran parte dell’opinione pubblica americana si chiede perché tanto denaro venga inviato ad una popolazione così piccola mentre tanti senzatetto affollano le nostre strade. Eppure, in qualche modo, il Congresso viene “persuaso” ad inviare sempre più denaro ogni anno.

Com’è possibile questa “persuasione”?
Col ricatto.

La rivelazione che Israele possiede sistemi per intercettare e ascoltare, a proprio piacimento, le chiamate fatte da ogni singolo abitante della nazione, apre la possibilità che un’enorme operazione intimidatoria, su una scala mai vista prima, sia la vera forza che indirizza l’atteggiamento dei media e la politica degli Stati Uniti.

La verità è che tutti i politici di questo paese e tutti i dirigenti dei media nazionali hanno segreti da nascondere. Amanti, tossicodipendenze, rapporti con quell’aeroporto a Mena, in Arkansas (2), fondi neri in banche delle Barbados, tesori alle Cayman; in una società corrotta solo i corrotti riescono a raggiungere i vertici del potere e tutti loro hanno segreti da nascondere. Sono esposti al ricatto. Ed essendo persone disposte a fare qualsiasi cosa per ottenere il potere – e di solito la fanno – sono anche disposti a fare qualsiasi cosa per conservarlo. Chiudere un occhio sui traffici di droga, rivelare o inventare particolari imbarazzanti per distruggere un nemico, alterare registri, distruggere rapporti, falsificare dati, distruggere prove, forse perfino permettere che l’esercito americano e il sangue dei loro figli sia impiegato per combattere la guerra di qualcun altro.

La storia insegna che se un crimine è possibile, è anche inevitabile. La dura realtà è che la Amdocs e la Comverse Infosys sono gli strumenti più potenti che un ricattatore possa sognare, poiché mettono a nudo la vita privata di qualsiasi cittadino, inclusi quelli che controllano i media e la politica statunitense.

Avremo il coraggio di ignorare questa potenziale minaccia?

O magari i media verranno “persuasi” che tutto questo chiasso sulle compagnie israeliane che controllano il sistema delle comunicazioni è solo un mucchio di sciocchezze?

C’è un aspetto di questa situazione che va considerato. Se davvero Israele sta ricattando i nostri politici e i dirigenti dei media, è perchè coloro che vengono ricattati SONO RICATTABILI. Se eleggiamo un governo di criminali, eleggiamo un governo di persone esposte al ricatto. Infine, dato che il ricatto può ritenersi tanto esteso quanto lo stesso sistema di raccolta delle informazioni, si potrebbe sospettare che coloro che insistono nel difendere Israele non stiano agendo per i motivi più nobili. Dopotutto, chi è più determinato nel difendere un ricattatore di coloro che ne sono le vittime?           


Note:
1) Jonathan Jay Pollard è una spia israeliana ed ex analista dell'intelligence navale degli Stati Uniti, condannato all'ergastolo negli USA nel 1986. Israele ha sempre negato che si trattasse di una sua spia fino al 1998, quando a Pollard è stata conferita la cittadinanza israeliana.

2) Mena, in Arkansas, era (ed  è ancora) uno dei maggiori centri del contrabbando e dello smercio di eroina e cocaina del Nord America. Il traffico è sempre avvenuto con la complicità della CIA e di alti ufficiali del governo americano. Il piccolo aeroporto della città ebbe in tali traffici un ruolo cruciale.  Nel 1983, durante la presidenza Reagan, l'allora vicepresidente George Bush (padre) diede inizio a un fiorente commercio di droga con i Contras  del Nicaragua, trasformandoli da guerriglieri a moderni trafficanti. I contras acquistavano droga dai cartelli colombiani per poi esportarla negli USA con l'appoggio del vicepresidente USA e dei suoi sgherri dei servizi segreti. George Bush, il suo traffico di droga e gli uomini della CIA che in quest'attività lo appoggiarono furono il motore principale del diffondersi della droga dei poveri (il crack) nei ghetti americani nella prima metà degli anni '80. Grazie al denaro ottenuto da questi traffici, Bush potè finanziare il suo apparato criminale, che ancora oggi controlla la politica USA. il 23 Agosto, 1987, in una comunità rurale appena a sud di Little Rock, ufficiali di polizia uccisero due adolescenti, Kevin Ives e Don Henry, perchè erano stati testimoni di questo contrabbando di droga che avveniva sotto la protezione della polizia, dei servizi segreti e del governo americano.

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RITORNO A OAXACA

by Gianluca Freda (15/12/2006 - 19:03)




Oaxaca, le ore più difficili per la APPO
di Gennaro Carotenuto
tratto da www.gennarocarotenuto.it
 
Le cose sono cambiate a Oaxaca. Di fronte alla dura repressione del governo statale e del governo federale, il movimento di Oaxaca si è ritrovato in un angolo. Ci sono centinaia di incarcerati, alcune migliaia di persone sono nascoste dalle comunità indigene, al limite della clandestinità. Molti sono stati vinti dalla paura. Eppure domenica circa 15.000 persone sono tornate in piazza per esigere la liberazione dei prigionieri politici e le dimissioni del governatore.

OAXACA - Tornare a Oaxaca, dopo due settimane, è traumatico. Il 25 novembre, il giorno degli scontri più duri con la Polizia Federale Preventiva messicana (PFP), ha fatto da spartiacque per il movimento sociale e popolare di questo stato del sud del Messico. Se la storia terminasse oggi, sarebbe la storia di una sconfitta. Oggi l’ordine –ed una calma apparente- regna su Oaxaca. Già dal cammino che va dall’aeroporto al centro della città, tonnellate di pittura, su ogni muro, in ogni spazio, in ogni angolo, hanno cancellato le scritte che fino a poche ore prima dicevano “Uro vattene” in tutte le sfumature possibili. Uro è Ulisses Ruiz, il governatore dello stato del quale la Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca esige le dimissioni come unico punto fermo del proprio programma. Perfino troppo fermo secondo alcuni, visto che, di fronte al rifiuto di Uro di dimettersi, non resta che il muro contro muro. E’ lo stesso muro contro muro che caratterizza oramai ogni spazio della politica messicana e che ritroviamo a livello nazionale, con Andrés Manuel López Obrador (PRD, centrosinistra) che rifiuta pervicacemente di riconoscere il governo reale di Felipe Calderón (PAN, destra) e si proclama presidente legittimo.

Hanno cancellato la APPO, è la prima conclusione del viaggiatore che ritorna a Oaxaca. E’ come se sei mesi di storia, manifestazioni che hanno riunito fino ad 800.000 persone in uno stato di tre milioni di abitanti, la creazione di un’assemblea popolare espressione di tutte le realtà civili, sociali e del movimento indigeno dello stato, fossero sparite sotto una mano di pittura. Specialmente in centro hanno ridipinto completamente interi isolati. La città sembra nuova, rinfrescata nel suo splendore. Oaxaca è bellissima, anche così, invasa, violata, occupata militarmente. Fuori dal centro, specialmente nei quartieri popolari, hanno solo cancellato le scritte, hanno rappezzato, il che fa ancora più evidente che lì c’era qualcosa che è stato rimosso: Uro vattene, viva la APPO.

Ti avvicini al centro e al posto delle barricate c’è il traffico normale di una città che si avvicina al milione di abitanti. Solo nel centro storico, la chiesa di Santo Domingo, l’Alameda, lo Zócalo, ogni strada è ancora chiusa dalla PFP. Migliaia di uomini in tenuta antisommossa, Le zone esterne sono pesantemente pattugliate. Passano continuamente fuoristrada; a bordo otto uomini armati fino ai denti. Fino a 15 giorni fa non si azzardavano. Adesso girano, girano.

NO PASARÁN, PERO PASARON La Comune di Oaxaca, come con un po’ di fantasia l’aveva definita il quotidiano La Jornada, per ora ha ripiegato le sue bandiere. Due blindati bloccano ogni angolo, eppure il clima appare rilassato. E’ Valencia il primo aprile del 1939, oppure Napoli o Parigi alla Liberazione: sigarette, cioccolata, voglia di dimenticare. I soldati, quelli di guardia, sono sempre pronti ad uno scontro che per ora non verrà: elmetto in testa, la visiera abbassata, lo scudo, il manganello, i lacrimogeni col colpo in canna. Così hanno ammazzato un infermiere il mese scorso. Oggi hanno il completo controllo del territorio, ma a fine ottobre furono loro a ripiegare di fronte alla marea di popolo che difendeva la barricate. Gli altri si lasciano corteggiare dalle ragazze, ragazzine, alcune minorenni, commesse del centro, che arrivano a frotte. Li vedi in ogni angolo, gli ufficiali lasciano fare: sono nati molti amori tra i milicos –così in America si chiamano spregiativamente i militari- che sono ridiventati soldatini, e le ragazze di Oaxaca.
I commercianti, le ragazze, i camerieri: raccontano un’altra storia, incredibile e inconciliabile rispetto a quella che tu conosci: la APPO è passata, non è successo niente di importante, erano guerriglieri centroamericani, non era gente di qua. Ma ci sono molte persone di Oaxaca in galera: non sono di qua. Oppure usano la raggelante formula con la quale metà di questo continente ha accolto passivamente oltre mezzo milione di desaparecidos vittime delle dittature fondomonetariste negli anni ’70: “qualcosa avranno fatto”. Le ragazze, i commercianti, Oaxaca ha già la sua memoria divisa e inconciliabile. Hanno comprato l’idea della normalità della quale l’industria turistica ha bisogno come il pane, che Uro ha venduto loro e loro ripetono al presunto turista che hanno di fronte. In molti incroci sono apparsi degli striscioni surreali: “la gente del quartiere ringrazia il Governatore per le migliorie nella viabilità”. Il nuovo Messico, dove il vecchio PRI fa da ruota di scorta del PAN, e dove la vecchia e la nuova razza padrona hanno bisogno l’una dell’altra, il Messico che ha come simboli Uro e Fecal (Felipe Calderón), mostra così la sua sinistra normalità “for export”.

LA REALTÀ È ALTRA Ho una lista di contatti, 15-20 persone, dirigenti e militanti della APPO o di organizzazioni vicine. La maggior parte li ho già conosciuti e non prendo troppo sul serio quell’avviso ripetuto da troppi: non andare, é pericoloso e non troverai più nessuno. Il ragazzo dell’Internet point dove si riunivano quelli di Indymedia e di altri media alternativi, ammazza qualche marziano sullo schermo: “sono giorni che sono andati via tutti”. Non sarebbe generoso criticarli, il prezzo pagato con la morte di Brad Will –il cameramen di Indy ucciso a fine ottobre- è atroce. Ma hanno seguito la logica dei media commerciali: con la marea sono arrivati, con il riflusso se ne sono andati, lasciando sola la gente di Oaxaca. Il mio telefono continua a chiamare a vuoto. Evaporati. Adelfo Regino è clandestino: nascosto è il termine tecnico. Eppure appare improvvisamente in un video nel museo di Storia regionale, in quanto professore di culture indigene nella locale università. Un pezzo da museo è entrato in clandestinità! Nel video, lui, il clandestino, il terrorista, illustra pacatamente le caratteristiche della cultura mixteca, alla quale appartiene. Miguel Ángel Vázquez è la memoria storica del movimento popolare oaxaqueño. La Radio Ciudadanía -la voce dell’ultradestra che ha occupato per giorni le frequenze che erano state di Radio Universidad quando questa fu occupata e chiusa dalla PFP- ha chiamato apertamente a linciare Miguel Ángel e i compagni di EDUCA, l’istituzione che dirige: “Ancora non abbiamo deciso se denunciarli formalmente perchè non abbiamo fiducia nella procura di Oaxaca e perchè abbiamo bisogno di appoggio per poter fronteggiare le ulteriori minacce che sicuramente arriverebbero”. Triste ma prudente. Ricevo un email: “non sono più a Oaxaca, sono a Città del Messico. Per tutto quello che è successo dal 25 in avanti, con le detenzioni arbitrarie molta gente è stata costretta ad uscire, emigrare o esiliarsi da Oaxaca. Molti sono qui nel DF, altri a Sud, altri chissà dove. Per adesso il movimento a Oaxaca si è dovuto calmare”.

Chi sicuramente è in galera è Flavio Sosa. Era uno dei 260 dirigenti della APPO, un organismo assembleare che, come nel diritto comunitario indigeno, non riconosce leader. Flavio Sosa ha una storia politica controversa. Avrebbe vissuto per tutta la vita nella zona grigia tra la politica e il clientelismo e per un periodo appoggiò Vicente Fox. Somaticamente indigeno –cosa che in questo paese continua a non favorire- è grasso e brutto e somiglia molto ad Abimael Guzmán, il capo di Sendero Luminoso sepolto nel carcere del Callao, in Perú. Molti affermano che Sosa fosse il leader perfetto perchè i nemici della APPO potessero denigrare la APPO stessa. I media avrebbero cominciato a corteggiarlo ed a trattarlo come il capo proprio a causa di queste sue presunte caratteristiche negative, che permettevano di presentare la APPO come un’organizzazione di marginali della politica alla ricerca di vantaggi personali. Quello che è sicuro è che adesso che Sosa è caduto nella trappola –è stato fatto arrestare come un delinquente mentre andava a Città del Messico, chiamato dallo stesso governo a negoziare- è la faccia visibile di un movimento che, con l’arresto del capo della banda, viene presentato come sconfitto.

PERICOLOSA DELINQUENTE - E Bertha Muñoz, medica e professoressa ordinaria nell’Università Benito Juarez? Era una delle voci della Radio Universidad. E’ in galera, ma nessuno può confermarlo. Provo ad arrivare al carcere dove sarebbe detenuta, sulla Panamericana a 30 km da Oaxaca. Il tassista già per strada mi spiega quanto è pericolosa questa donna. Glielo ha raccontato per settimane la stampa locale e la voce della strada: “dicono che c’entrasse perfino con il ’68!”. Arrivando al carcere ci si trova con uno smisurato dispiegamento di almeno una decina di blindati, un posto di blocco che taglia in due l’autostrada più importante d’America e una pattuglia che non permette di avvicinarsi: “gliel’avevo detto che è una donna veramente pericolosa” commenta trionfante il tassista. Chissà di cosa è accusata Bertha, la voce di Radio Universidad. Il fatto che venga considerata alla stregua di una Osama Bin Laden testimonia quanta paura faccia il pluralismo informativo. Chiusa la radio, adesso la APPO non ha più voce.


Far passare come una delinquente pericolosa una signora borghese di oltre 60 anni è però uno dei miracoli ottenuti il 25 novembre. Allora la APPO, per la prima volta, è stata direttamente coinvolta in pesanti scontri con le forze dell’ordine. Ancora in ottobre, all’arrivo della PFP, l’intera città l’aveva affrontata pacificamente e costretta a ripiegare facendo un uso prudente della forza. Un numero importante di infiltrati –questo paese è pieno di ex del PRI, il partito di Uro, che non sono così ex- e alcuni settori di ultrasinistra, hanno facilitato gli scontri, le violenze e gli incendi del 25, tutti attribuiti alla APPO e serviti a giustificare la caccia all’uomo che ne è seguita. Dopo il 25 finalmente si poteva dire che la APPO era violenta. Tuttavia, Luís Hernández Navarro, nella Jornada del 12 dicembre, denuncia che molte delle violenze attribuite alla APPO rispondano in maniera non semplicemente politica agli interessi di Ruiz. Come si può spiegare –denuncia Hernández Navarro- che la APPO sia andata a dar fuoco proprio agli uffici tributari dove sono state bruciate molte delle prove dei maneggi e della corruzione per la quale la APPO stessa accusa il governatore? Lo scorso 25 novembre Oaxaca potrebbe aver vissuto il suo “incendio del Reichstag” con il quale nel marzo 1933 si installò il terrore nazi in Germania.

TERRORISMO DI STATO Sara Méndez è la Segretaria tecnica della Rete Oaxaqueña per i Diritti Umani (RODH). In queste settimane di numeri incontrollabili –alla diffusione dei quali anche l’APPO ha contribuito- le informazioni della RODH si sono sempre dimostrate le più attendibili. La situazione che descrive Sara è così grave che non c’è bisogno di accrescere le cifre. E’ impossibile conoscere il numero effettivo di arrestati: mette un tetto intorno a 300. Quello che la preoccupa è la forma della repressione scatenata dal 25 in avanti. “Ci sono stati casi di maestri portati via dalle classi mentre facevano lezione. Tra il 28 e il 30 novembre c’è stata una chiara strategia del terrore, diffondere il panico. I presidenti municipali del PRI –senza avere alcuna autorità per farlo- hanno compilato liste di proscrizione e con quelle sono stati fatti gli elenchi –segreti- dei mandati di cattura”. E’ una resa dei conti sotto forma di persecuzione politica che non ha nulla a che vedere con le violenze attribuite alla APPO. Nelle liste e tra i prigionieri politici si trovano persone di tutte le classi, condizioni ed età, compresi alcuni minori. Spesso sono persone che non hanno mai partecipato a manifestazioni o che solo hanno partecipato portando cibo alle barricate. Perfino Ruiz ammette che tra gli arrestati ci sarebbe una maggioranza di estranei ai fatti. E’ un’ammissione tattica per ottenere la non belligeranza dei familiari, ma è significativa. Tuttavia, anche gli estranei, i passanti, sono stati percossi e quasi sempre torturati. Le donne arrestate, circa 35, sono state tutte rapate a zero in maniera umiliante. Ci sono casi sicuri di stupri, anche se non sistematici come ad Atenco, la località dove a maggio la polizia fu lasciata libera di stuprare oltre 40 donne. Non si denunciano pubblicamente, per vergogna, paura e i mille motivi ancestrali di sempre, ma anche a Oaxaca ci sono stati stupri ed abusi sessuali. Il clima di paura invade la città. Dall’inizio del conflitto, sicari, poliziotti, paramilitari, apparati dello stato, hanno assassinato almeno 20 persone, quasi tutte legate alla APPO. Si denuncia un numero imprecisato di desaparecidos, 1-2 o alcune decine. L’uso generalizzato di detenzioni arbitrarie, l’uso sistematico della tortura, la persecuzione politica e personale, la demonizzazione e criminalizzazione dell’opposizione sulla base di prove false, l’uso di infiltrati ed autoattentati, gli omicidi da parte di sicari, possono essere riassunti con un solo termine: Terrorismo di Stato.

A Oaxaca, afferma Edgar Cortés, della Rete Messicana in difesa dei Diritti Umani, vengono violati contestualmente i cinque punti più deboli dell’intera situazione dei diritti umani nel paese: la tortura sistematica, l’accessibilità della giustizia, la connessione con i crimini del passato, i tribunali militari, che impediscono di giudicare i crimini di questi ultimi da parte di tribunali civili e la violazione dei diritti collettivi delle comunità indigene. Sara aggiunge che il diritto alla libertà di espressione è specialmente violato a Oaxaca: perciò hanno ucciso Brad Will, Bertha Muñoz è considerata una delinquente pericolosa, la Radio Universidad era diventata un simbolo e oggi la APPO non ha media dai quali parlare. L’ultima persecuzione è proprio ai difensori dei diritti umani vittime di sistematiche campagne di discredito personale e di diffamazione: difendono i terroristi.

Joel Aquino, studioso e rappresentante delle comunità indigene analizza i metodi repressivi utilizzati da Ruiz, e dall’appena insediato Felipe Calderón. Nota che sono gli stessi utilizzati dalle dittature militari e qui in Messico dalla dittatura di Porfirio Díaz (1876-1910): allontanamento dai luoghi di residenza, isolamento, trappole che rendono difficile la difesa. Il punto più caldo è la questione di Nayarit, la località tra gli stati di Jalisco e Sinaloa, a 16 ore di autobus da Oaxaca dove 140 prigionieri politici sono stati trasferiti immediatamente dopo l’arresto tra il 25 e il 28 ottobre. Solo poche decine tra i familiari hanno potuto affrontare un viaggio così oneroso. Solo l’autobus costa 500 pesos (circa 35 Euro, una fortuna a Oaxaca, il secondo stato più povero del paese) e inoltre bisogna mantenersi nell’accampamento creato fuori al carcere. Tutto conosciuto: allontanare i prigionieri politici dalla loro comunità con un viaggio massacrante, persecutorio, inutile e traumatico. Allontanarli dai familiari, rendere difficile la difesa per fare in modo che la questione dei prigionieri politici –in realtà, viste le ammissioni dello stesso Uro potremmo parlare di ostaggi del governo neofalangista di Calderón- diventi il primo e unico punto di ogni negoziato, lasciando alle spalle i motivi del conflitto.

EPPURE LA APPO VIVE Quindici giorni fa, in un muro della città di Oaxaca, c’era ancora questa scritta: Il fascismo è repressione delle lotte dei popoli e delle loro organizzazioni, controllo dei mezzi di comunicazione, favorire i grandi monopoli sfruttatori, discriminazione razziale, sessuale, uso permanente della menzogna e odio, molto odio. Come storico la definizione è discutibile, almeno facendo riferimento al fascismo classico. Ma il fatto che oggi questa scritta, come migliaia di altre, sia stata fatta cancellare, conferma che potrebbe essere una definizione precoce per il “fascismo del secolo XXI”, del quale il governo di Felipe Calderón –che si è insediato appena due settimane fa scegliendo un riconosciuto torturatore come Francisco Ramírez Acuña come Ministro degli Interni- vuole esser un archetipo. L’hanno affogata sotto un’alluvione, litri di pittura, quella scritta. Ma questo è successo ad inizio settimana, i giorni più tristi e solitari di Oaxaca. Domenica 10, la città si sveglia in attesa della manifestazione. La APPO sa di dovere uscire dall’angolo nel quale si trova dal 25 novembre. Per le strade il pattugliamento è pesantissimo, per accedere al centro per la prima volta ci vuole il passaporto. Ma c’è anche un’altra novità. Una mano, cento mani, mille mani nella notte hanno riconquistato una, cento, mille pareti che fino alla sera prima erano immacolate con una sola scritta: LA APPO VIVE, LA LUCHA SIGUE, L’Appo vive, la lotta continua.

Con questa effervescenza grafica stradale e con il reclamo della liberazione dei prigionieri politici, la base della APPO si è ritrovata in piazza domenica. E’ stata una manifestazione di medio calibro, circa 15.000 partecipanti secondo gli stessi organizzatori, nessun incidente. Sono emersi fatti negativi e positivi. Di fronte alla durezza della repressione, il movimento vive un evidente logoramento, alimentato dal fatto che nella fase finale una rete di organizzazioni di base si era vista caratterizzare mediaticamente da leader poco affascinanti –Flavio Sosa ma non solo- che è stato facile criminalizzare ed eliminare.

L’emersione tardiva di capi modificava inoltre le caratteristiche comunitarie di origine indigena che hanno fatto la APPO fin da prima che si chiamasse APPO, con il conflitto sindacale dei maestri che a maggio ha dato origine a tutto. Allora i maestri furono appoggiati da tutto un popolo anonimo. Poi, quando i maestri raggiunsero la maggioranza delle loro rivendicazioni –divide et impera è stata la politica di Uro che ha sempre temuto i maestri più della APPO- questi continuarono ad appoggiare il movimento. Oggi ci sono maestri in carcere, maestri che si sono dovuti nascondere, maestri che hanno perso il loro posto di lavoro perchè i presidenti municipali del PRI li hanno sostituiti con clienti del partito senza titolo.
La questione dei prigionieri politici lascia Oaxaca intera nell’incertezza e nel pericolo adesso che i pallidi riflettori della stampa internazionale si sono spenti. Ma ancora di più è la questione dei militanti che si sono dovuti nascondere, quadri, ma anche giovani, studenti, lavoratori, gente comune, quella che preoccupa. Reincontro Sara alla manifestazione: “c’è molta gente che è nascosta o che è addirittura uscita dallo stato. Calcolo che siano tra le mille e le quattromila persone e non escludo che alcuni si considerino già di fatto clandestini. Quello che è sicuro è che, se non ci sarà una soluzione politica che permetta a queste persone di ritornare in sicurezza alle loro case, il problema della clandestinità diverrà esplosivo”. Oaxaca si trova geograficamente tra il Chiapas e Guerrero e appena nel 1996 ha visto l’ultimo fuoco guerrigliero significativo con l’EPR. Tutte le associazioni coincidono con preoccupazione che in un paese dove ancora esistono circa 70 piccoli gruppi guerriglieri attivi, l’attuale fase repressiva imposta dal governo di Felipe Calderón, rappresenta un momento di chiara accumulazione di forze per le organizzazioni armate.

Eppure il bilancio di domenica non è negativo. La manifestazione ha dimostrato che la strategia della paura e della criminalizzazione non hanno sradicato la APPO da Oaxaca e dal suo territorio, specialmente nei settori popolari e indigeni, maggioritari nella manifestazione del giorno 10. “Quelli che possono essere sconfitti –analizza con acume una militante- sono i cosiddetti quadri, i capi, le facce visibili che non si sa neanche come sono stati nominati. Ma la APPO come base, come movimento orizzontale e rete di movimenti è di nuovo scesa in piazza. E costerà molto sradicarla dal tessuto sociale di questa città”.

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LA CONFERENZA DI TEHERAN

by Gianluca Freda (14/12/2006 - 18:59)



NETUREI KARTA, EBREI CONTRO IL SIONISMO
di Alessia Lai e Antonella Vicini (dalla conferenza di Teheran)
tratto da www.rinascita.info

In bella mostra sulle loro lunghe giacche nere, che con il copricapo di feltro, la barba e la capigliatura tipiche fanno la divisa di questi singolari personaggi, una targhetta raffigura la bandiera palestinese in cui si legge la frase, inequivocabile, “A jew not a zionist”.
Sotto, l’immagine del vessillo israeliano barrato con un segno rosso di divieto che lascia poco spazio all’interpretazione. Sono ‘Neturei Karta’, i rabbini pacifisti che propugnano un giudaismo, quello delle origini, basato sulla pacifica convivenza tra religioni. La loro ‘Terra promessa’, come ha sostenuto durante il suo intervento al convegno di Teheran il rabbino Moshe Ayre Friedman, di nazionalità austriaca, è soltanto un luogo spirituale identificabile con la stessa Palestina. Questo spiega l’assenza, nei loro discorsi, della parola ‘Israele’.

Specificano che il sionismo è una questione “unicamente politica” che, dietro la maschera della religione, giustifica i propri crimini contro il popolo palestinese e l’occupazione dei Territori. Il riferimento all’Olocausto, che non mettono in discussione come evento storico e delle cui modalità non si interessano (“Un crimine è un crimine a prescinedere dai mezzi con cui viene perpretrato e da quanti lo subiscono”, ha spiegato Ahron Coen, rabbino di Manchester), è soltanto il punto di partenza per una riflessione più ampia sulla mitizzazione della Shoah utile alla realizzazione dei fini poltici sionisti. Quello che loro cercano di sconfessare ad alta voce è l’equazione ‘giudaismo’ uguale ‘sionismo’, e lo ripetono più volte nel corso del loro intervento, anche incalzati dalle pressanti domande di chi, dalla platea, non crede nelle differenze tra i due termini.

I ‘Neturei Karta’ non hanno il sostegno esplicito della comunità ebraica. Abbiamo chiesto al rabbino Ysroel David Weiss quali siano i rapporti con i suoi correligionari, e la risposta fa luce sulla difficile collocazione ideologica di questo gruppo di ebrei ortodossi. “Non tutti hanno il coraggio di destarsi e di accettare che certi crimini vengano compiuti nel nome del giudaismo”, ci ha riferito il rabbino, che vive a New York, sottolinenando come “il sionismo ha il controllo dei mezzi di comunicazione nel mondo”, riuscendo in questo modo a formare le coscienze. Per questo Weiss ritiene la conferenza di Teheran un’opportunità per parlare a tutta la comunità ebraica. Il rabbino statunitense ha poi ribadito di non voler mettere in dubbio l’esistenza dell’Olocausto, affermando di averne esperienza diretta, visto che alcuni suoi parenti ne furono vittime, e che lo stesso presidente iraniano Ahmadinejad, nel corso di un loro recente colloquio, non lo abbia negato, contenstandone piuttosto la strumentalizzazione che ne viene fatta dall’entità sionista. Una visione condivisa dal gruppo dei ‘Neturei Karta’. Rispetto alla difficoltà di convivere con il resto della comunità ebraica, Weiss ci ha spiegato che per persone che la pensano come lui sarebbe pericoloso andare in Israele, e non in particolare per l’opposizione governativa, quanto per le reazioni aggressive e violente della popolazione israeliana in cui si imbatterebbe. Un’affermazione che fa il paio con le precedenti nello spiegare la difficoltà di accettare una visione così diversa da quella che l’indottrinamento sionista ha inculcato, e non solo in Israele, tramite i mass media ed il sistema educativo globalizzante.
Gli abbiamo chiesto cosa pensa dei ‘refusenik’, gli israeliani obiettori di coscienza che si nrifiutano di imbracciare armi contro i palestinesi: in un simile contesto aprire gli occhi è difficile, fa intendere il rabbino newyorchese, ma c’è chi lo fa.
Meglio tardi che mai. 

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COME FAREBBERO SENZA OLOCAUSTO?

by Gianluca Freda (13/12/2006 - 20:23)


Intervista a Israel Shamir
di Kim Petersen
dal sito www.uruknet.info 

Israel Shamir è un importante e controverso pensatore israeliano di origine russa., uno scrittore e un traduttore che vive a Jaffa. Shamir, con i suoi scritti, ci regala fresco candore, profonde intuizioni e umanesimo ispiratore. La sua posizione di principio, in favore del diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi e della ricostruzione dei loro villaggi distrutti ha causato il suo licenziamento dal giornale israeliano “progressista” Ha’aretz. In seguito agli attacchi israeliani contro i palestinesi nel gennaio 2001, Shamir si è dedicato alla letteratura politica in inglese.Per l’intellettuale Carlo Marx, la questione ebraica era un “soggetto irreale”. Marx era stato battezzato nella religione luterana e aveva sposato una non-ebrea. Shamir ha rinunciato al giudaismo e abbracciato il cristianesimo. Egli è un forte sostenitore della soluzione “un uomo, un voto, uno stato” con l’obiettivo di un unico stato Israele-Palestina. Ho intervistato questo irremovibile scrittore indipendente.

Kim Petersen: Di recente hai scritto che lo storico David Irving, che i media dominanti dicono essere stato condannato per negazione dell’Olocausto, è stato invece condannato per la negazione della “superiorità ebraica”. Potresti spiegare meglio questa tua posizione?

Israel Shamir: Ho scritto a lungo su questo argomento in “For Whom the Bell Tolls” (Per chi suona la campana, ndt) e in “The Vampire Killers” (Gli uccisori di vampiri, ndt). Nessun uomo libero può essere d’accordo con l’idea che la morte (e la vita) degli ebrei è più importante di quella di un goy (non-ebreo, ndt). Eppure il revisionismo dell’olocausto è l’unica proibizione che la nostra società impone per legge.

Gli armeni sono diventati invidiosi di questo status superiore degli ebrei, e in realtà sono riusciti, in Francia almeno, a mettere la loro tragedia del 1915 sotto la protezione di una legge. Il risultato è stato tragicomico. Essi hanno costretto un importante storico ebreo (e un guerrafondaio di primo livello), Bernard Lewis, ad affrontare un processo, a Parigi, per negazione della loro tragedia, processo in cui è stato condannato, proprio come David Irving. Ma David Irving ha avuto tre anni di carcere e sul suo nome è stato gettato “discredito” (leggere l’intervista da lui rilasciata al The Observer), mentre Bernard Lewis era stato multato di 1 (un) franco francese, ed è libero di andare dove vuole, e il suo nome appare in bella mostra in varie petizioni. Il suo nome non è stato infangato, ma quello degli armeni si! Evidentemente il sangue degli ebrei è più rosso di quello degli armeni, per non far menzioni di specie ancor meno importanti. Ho citato un articolo di uno storico ebreo americano che ha negato il genocidio dei nativi americani. Nemmeno il suo nome è stato infangato. La fustigatrice di Irving, Debora Lipstadt, da parte sua, ha negato l’olocausto dei morti inceneriti dalle bombe incendiarie di Dresda, e nemmeno il suo nome è stato infangato. Che tu lo voglia o no Kim: il concetto di olocausto è un concetto di superiorità ebraica.

Ciò ha un importante significato religioso: il cristianesimo è la negazione dell’idea di superiorità ebraica. Chiunque crede o accetta l’idea di superiorità ebraica, nega Cristo perché Cristo ci ha resi uguali. Il regista ebreo francese Claude Lanzman, il regista di “Shoah”, una volta ha detto: se credi nell’olocausto, non puoi credere in Cristo. Sono pronto ad accettare la sua sfida: io credo in Cristo. Possiamo riscrivere la frase di Lanzman: la credenza che la morte degli ebrei ha uno speciale significato storico è segno di apostasia. Quindi la fede nell’olocausto cozza contro la chiesa: noi crediamo che Cristo ha sofferto per noi ed è risuscitato. I fedeli dell’olocausto credono che il popolo ebraico ha sofferto e poi è tornato creando lo stato lo stato ebraico. In questo scontro, gli ebrei vincono: contrariamente a quanto succede con la negazione dell’olocausto, si può negare la crocifissione e la resurrezione e la tua carriera non ne soffrirà.

La questione della negazione dell’olocausto è una questione di apostasia: la nostra società resisterà sulla roccia eretta da Cristo, o adorerà lo stato ebraico? Questa è un’importante scoperta riguardante l’eterna religiosità dello spirito umano: il tentativo di creare uno stato secolare non è riuscito. Dopo un’illusoria breve interruzione, gli dei sono tornati. 

Kim Petersen: E’ corretto usare termini  così forti come “goy”?

Israel Shamir: Per la verità, non so se questo sia un termine forte. Ho tradotto alcuni libri ebraici, da Samuell Yosef Agnon, l’unico premio Nobel di lingua ebraica, al  Libro della Stirpe del rabbino Zacuto, un pensatore giudeo-iberico del 15° secolo, la mia ultima traduzione in inglese. Questi scrittori usano il termine ‘goy’ e così fanno pure i giornali israeliani. Questo termine ha un significato: indica un non-ebreo come lo vede un ebreo. Se ritenete che non si tratti di un termine elogiativo, allora vuol dire che secondo voi gli ebrei considerano un ‘goy’ con disgusto. Forse è così. Ma noi dovremmo affrontare i problemi, non le parole. Aver a che fare con le parole è più facile, ma non porta a soluzioni. Se si usasse la parole ‘gentile’ invece di ‘goy’, cambierebbe l’atteggiamento ebraico verso i non ebrei? Prendersela con le parole è anche un segno di debolezza. Quando (nel 19° secolo) gli ebrei si sentivano deboli, preferivano farsi chiamare israeliti. Oggi non hanno problemi ad essere chiamati “ebrei”.

Kim Petersen: Tu hai descritto gli Stati Uniti come uno “stato ebraico più grande”. Tu hai anche apprezzato Jeffrey Blankfort perché ha compiuto “un ulteriore passo in avanti” nel rigettare le posizioni di Noam Chomsky e di altri. L’influenza della “Lobby ebraica” è veramente dominante sull’imperialismo delle grandi compagnie americane?

Israel Shamir: Su questo argomento ho scritto in “A Yiddishe Medina”. L’imperialismo delle grandi compagnie americane non è uno spirito privo di corpo; è costituito dalla somma dei desideri e delle azioni delle elites americane. E le elites americane sono ebraiche, in gran parte, ed hanno fatto propri i valori e le idee ebraiche, ad un livello perfino più alto. Alcuni anni fa, uno scrittore ebreo americano, Philip Weiss ha scritto nel New York Observer : “Non pretendo di sapere quanta parte della classe dirigente sia ebraica. Il venti per cento, il cinquanta per cento? Penso sia il 30 per cento”. Sono ebrei per lo meno il 30% degli studenti di Harvard, secondo quanto riporta The Forward, un giornale ebreo americano. La Hillel Society pubblica le seguenti cifre: Numero totale di studenti universitari: 6 658; numero di studenti universitari ebrei: 2 000 (cifra approssimativa); Numero totale di laureati: 10 351; numero totale di laureati ebrei: 2 500 (cifra approssimativa). Quindi è vero che le elites americane sono, in gran parte ebraiche, nel senso ordinario della parola. Per quanto riguarda lo spirito, Karl Marx parlava di uno “spirito ebraico” degli Yankee. Un marxista meno noto, Sombart,  ha scritto molto su questo punto. Per cui, a mio parere, è un errore parlare di “Lobby ebraica”  --  potremmo invece parlare di un’acquisizione di controllo, di una sostituzione delle vecchie elites WASP (White Anglo-Saxon People). Gli ebrei rappresentano circa il 3% della popolazione degli Stati Uniti. I britannici presero il controllo dell’India con una percentuale di molto inferiore; così ha fatto anche l’attuale minoranza dominante in Siria. I normanni hanno dominato per secoli la Gran Bretagna con una percentuale molto inferiore al 3%. L’intera nobiltà russa al tempo degli Zar era costituita dal 2/3% della popolazione, mentre le caste dirigenti delle società Hindu rappresentano, nella migliore delle ipotesi circa il 5%. Oggi, gli ebrei si sono ben integrati nell’ “imperialismo americano delle grandi compagnie” e a più livelli; essi non devono combatterlo, lo usano. La “lobby ebraica” è un meccanismo supplementare; essa consiste nello zoccolo duro degli ebrei nazionalisti. Il problema è che il resto, la parte ebraica della classe dominante americana, non appartenente direttamente alla Lobby, consiste in gran parte, come ho avuto modo di affermare, di ebrei non particolarmente nazionalisti. Essi sono pronti al compromesso, e questo compromesso è il terreno comune di un nazionalismo ebraico moderato.

Kim Petersen: Riguardo all’invasione dell’Iraq, tu hai affermato: “Ci sono troppe coincidenze perché la si definisca una guerra puramente americana”. Fino a che punto vedi la mano sionista dietro l’invasione e l’occupazione?

Israel Shamir: Si, in parte sono d’accordo con i due professori delle Università di Harvard e Chicago (M&W, ndt), la conquista dell’Iraq e le attuali minacce all’Iran hanno per causa proprio i sionisti all’interno dell’Amministrazione Bush. La vecchia storiella degli interessi petroliferi è stata smentita dalla realtà: oggi il petrolio costa di più, le compagnie petrolifere lasciano l’Iraq, nessuno dei loro dirigenti ha sostenuto la guerra. Probabilmente nessuno dei tuoi lettori non si sogna neppure di pensare alle Armi di distruzione di Massa degli iracheni o alla stupida favola dell’ “esportazione della democrazia” nel mondo arabo. Non rimane che concludere che la prima e più ovvia spiegazione è proprio la trama sionista.

Ma la guerra all’Iraq, in quanto parte della Guerra al Terrore, ha un secondo aspetto: si tratta di un totalitarismo ancora più spaventoso, la spinta verso la creazione di un’oligarchia fondata su caste, dal pugno di ferro, secondo le parole di Jack London. Il suo strumento principale è la paura; il suo scopo primario lo smantellamento delle libertà civili e della coesione naturale della società. Senza la Guerra al Terrore, i governanti degli Stati Uniti non potrebbero leggere la nostra posta elettronica, ascoltare le nostre conversazioni, accumulare nelle loro banche dati ogni più piccolo elemento di informazione sulle nostre vite. Questo totalitarismo è stato preannunciato da George Orwell, un avido lettore dei Protocolli, è fu osannato da Leo Strauss, la luce che oggi guida i Neo-conservatori. Strauss sosteneva l’idea di una società governata dal potere dittatoriale delle elites; seguace di Hobbes, non aveva nessuna fiducia nella gente comune. Sebbene egli avesse elaborato le sue teorie prima della seconda guerra mondiale, dopo la guerra era solito far riferimento all’Olocausto come un fenomeno che poteva riprodursi a meno che la società non venisse  controllata strettamente. Ho definito i sostenitori di questo paradigma col termine di “mammoniti”, o adoratori di mammone. La guerra all’Iraq e la Guerra al Terrore in generale, sono un prodotto dell’unione dei sionisti e dei mammoniti, gruppi che spesso coincidono, come nel caso dei principali Neo-conservatori.

Ecco perché la nostra lotta deve essere diretta contro i sionisti e i mammoniti; non si tratta solo di una lodevole campagna in sostegno ai popoli del Medio Oriente, ma prima di ogni altra cosa, essa è la battaglia decisiva per la preservazione della democrazia e della libertà negli Stati uniti e in Europa, per cambiare in meglio il futuro dei nostri figli, per la creazione di una società più egualitaria e spirituale, contro l’era oscura verso cui ci stanno portando.

Kim Petersen: Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad si è dovuto sorbire un  sacco di critiche dai media occidentali per aver ripreso la frase del defunto Ayatollah Ruhollah Khomeini che diceva che Israele deve essere cancellato dalla carta geografica. Evidentemente, a giudicare dal silenzio dei media occidentali sull’altro aspetto della questione, per essi non è un problema che Israele abbia cancellato dalla mappa la Palestina. Lo stato di Israele è veramente una entità legittima?

Israel Shamir: No, non lo è. Non possiamo considerare legittimo uno stato che non dà diritti ai suoi abitanti e che ufficialmente appartiene agli ebrei del mondo. E’ nel nostro interesse conquistare la piena indipendenza dagli ebrei e spostare l’intera questione dei diritti e delle responsabilità dall’ebraismo mondiale alla popolazione del paese. La sovranità dovrebbe essere nostra, della gente di Palestina/Israele, non del popolo ebraico, la componente mondiale extraterritoriale. Faccio appello ai miei compatrioti perché rinuncino alla loro “ebraicità” affinché divengano palestinesi d’adozione, fratelli e sorelle della gente natia. Spero che alla fine ciò succeda; così ci integreremo e dimenticheremo il collegamento con l’oltremare. Quello che invece stiamo facendo oggi è seguire il paradigma coloniale e cacciamo da questa terra i nativi in nome della nostra “ebraicità”. Dovremmo seguire l’esempio del Messico, in cui gli immigranti dalla Spagna e dall’Italia formano ora una nazione con i discendenti di Montezuma.

Kim Petersen: Cosa significa per te l’elezione di Hamas? Dovrebbe Hamas riconoscere Israele?

Israel Shamir: Ho scritto un articolo sui risultati di quest’elezione. I palestinesi hanno rigettato il governo di Fatah perché esso ha fatto troppe concessioni a Israele senza averne nulla in cambio. Hamas non deve riconoscere lo stato di Israele, per lo meno fino a quando i governanti di questo stato non riconoscono l’indipendenza palestinese, ritirano le loro forze armate e la smettono di interferire con il movimento dei palestinesi in Palestina e fuori di essa. Questa è la reciprocità. Posso immaginare una soluzione ancora migliore: Hamas può far appello a che ci sia completa integrazione di tutta la Palestina dal fiume Giordano al Mare, con elezioni sulla base del principio una persona, un voto. ma finché ciò non accadrà, Hamas dovrebbe seguire il principio di reciprocità: riconoscimento reciproco, inter alia.

Kim Petersen: Tu sei un ex-ebreo, uno che si è convertito al cristianesimo --- Perché lo hai fatto? Tu hai scritto che ci sono “molti ex-ebrei”. Lo hanno fatto per la stessa tua ragione? Pensi che una crescente tendenza all’apostasia del giudaismo sarebbe un mezzo efficace per portare giustizia ai palestinesi?

Israel Shamir: Il cristianesimo e il giudaismo sono religioni strettamente collegate. Un cristiano, Karl Marx una volta ha detto: il cristianesimo è giudaismo sublime, mentre il giudaismo è sordido cristianesimo. Un vero cristiano sa bene che un goy non è peggiore di un ebreo; quindi l’idea dell’esclusività ebraica non è accettabile per un cristiano. Nel nostro paese ci sono molti cristiani ortodossi russi (alcuni di origine ebraica e alcuni altri no), ed essi pregano e celebrano le festività insieme ai nostri fratelli e sorelle cristiani ortodossi palestinesi. io sono stato battezzato dal palestinese Arcivescovo Teodosio Attala Hanna, e ciò mi ha aiutato a risolvere il mio problema di identità. La cosa importante è però di non creare un’organizzazione di ebrei “cristiani” separata, perché una tale scelta non porta da nessuna parte. Io sono molto preoccupato che ci siano chiese di “ebrei cristiani” devotamente sioniste. In breve, si, il battesimo è una soluzione, ma solo a condizione che esso si accompagni al rigetto dell’ “ebraicità” Se il battesimo è solo un’aggiunta all’ “ebraicità”, esso si svuota, e non porta alcun beneficio.

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OLOCAUSTO DELL'INFORMAZIONE

by Gianluca Freda (12/12/2006 - 22:01)



Continua la disinformazione di Repubblica sulla conferenza di Teheran sulla Shoah. A giudicare dalla violenza della campagna antiiraniana, Repubblica e chiunque stia dietro “articoli” come questo deve avere i nervi a fior di pelle e sentirsi molto frustrato. Questa volta non sono riusciti a impedire che si parlasse dell’Olocausto e della mitologia che attorno ad esso è stata imbastita. Non sono serviti a nulla gli arresti di massa dei ricercatori (David Irving, Ernst Zundel, Germar Rudolph, Siegfried Verbeke, Robert Faurisson, tutti accusati del pazzesco reato di “negazione dell’Olocausto”), le minacce delle lobby ebraiche, gli strepiti dei loro maggiordomi, i soliti piagnistei sull’antisemitismo, il ringhiare dei governanti europei trasformati in cani da guardia del sionismo israeliano. Hanno voglia di ringhiare. Questa volta dell’Olocausto – grazie al governo iraniano – si può parlare liberamente e parlarne sul serio. Naturalmente non ne parlerà Repubblica, la quale si limita a lanciare disperati insulti e impotenti maledizioni contro il seminario organizzato in Iran. Mi chiedo quanto debbano essere furiosi i veri finanziatori del giornale per scoprire in maniera così plateale le loro carte e la loro presenza dietro le quinte dell’informazione italiana. Repubblica non prende neppure in considerazione i temi e gli interventi della conferenza – come ci si aspetterebbe da un giornalismo degno di questo nome – preferendo fare da semplice megafono alle invettive, vere e presunte, che i VIP dell’occidente hanno voluto riversare sull’evento. Veniamo così a sapere degli urletti isterici di D’Alema (“Una cosa inqualificabile” ha detto l’uomo che pochi anni fa dichiarò che “la guerra non deve più essere un tabù”). Veniamo edotti sullo sbigottimento di Blair (“Una cosa incredibilmente scioccante”, ha detto l’uomo che ha aiutato gli americani a massacrare 700.000 persone in Iraq). Veniamo informati delle fosche predizioni di Olmert (“Rischiamo un nuovo olocausto”, ha detto l’aggressore del Libano e massacratore di migliaia di palestinesi. Spero che abbia ragione, così almeno sarà costretto a interrompere l’olocausto che il suo paese sta portando avanti da 60 anni contro le popolazioni arabe confinanti). In tutto questo starnazzare, nessuno che informi sui contenuti del seminario. Beh, proverò a farlo io, non appena trovo qualche articolo su internet. Nel frattempo ecco le foto delle due italiane partecipanti alla conferenza. Sono Antonella Vicini e Alessia Lai (foto in alto), collaboratrici del quotidiano Rinascita.  

(Nota, 12/08/2007: La foto è stata rimossa per richiesta degli interessati)

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UN MUERTO DE MIERDA

by Gianluca Freda (12/12/2006 - 00:21)



OBITUARIO CON HURRAS
Una ballata dello scrittore uruguayano Mario Benedetti

Vamos a festejarlo
vengan todos
los inocentes
los damnificados los que gritan de noche
los que sueñan de día
los que sufren el cuerpo
los que alojan fantasmas
los que pisan descalzos
los que blasfeman y arden
los pobres congelados
los que quieren a alguien
los que nunca se olvidan
vamos a festejarlo
vengan todos
el crápula se ha muerto
se acabó el alma negra
el ladrón
el cochino
se acabó para siempre
hurra
que vengan todos
vamos a festejarlo
a no decir
la muerte
siempre lo borra todo
todo lo purifica
cualquier día
la muerte
no borra nada
quedan
siempre las cicatrices
hurra
murió el cretino
vamos a festejarlo
a no llorar de vicio
que lloren sus iguales
y se traguen sus lágrimas
se acabó el monstruo prócer
se acabó para siempre
vamos a festejarlo
a no ponernos tibios
a no creer que éste
es un muerto cualquiera
vamos a festejarlo
a no volvernos flojos
a no olvidar que éste
es un muerto de mierda

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LOST IN TRANSLATION

by Gianluca Freda (11/12/2006 - 20:47)



Dal sito di Repubblica:

Teheran - Oggi la conferenza revisionista sull'Olocausto voluta dal regime.
Olmert: "Iniziativa nauseante che dimostra l'odio verso Israele"

Clamorosa protesta nella capitale iraniana in coincidenza con la conferenza revisionista sull'Olocausto voluta dal regime: un gruppo di studenti ha contestato Mahmoud Ahmadinejad all'università Amir Kabir. Secondo l'agenzia semiufficiale
[sic, NdR] Fars, i ragazzi hanno scandito slogan contro il presidente, pesanti come "Morte al dittatore" [...].
La contestazione
[...] ha coinciso con l'apertura della conferenza sulla Shoah fortemente voluta dal presidente iraniano per dimostrare che il genocidio degli ebrei in realtà non sarebbe che "un'invenzione".  [...]
Come detto la contestazione ha coinciso con l'inizio del convegno organizzato a Teheran sull'Olocausto.
Alla conferenza partecipano una sessantina di sedicenti esperti iraniani e stranieri dalle tendenze
revisionistiche, tra cui il francese Robert Faurisson, che ha sempre negato l'esistenza delle camere a gas con cui i nazisti sterminavano i prigionieri rinchiusi nei lager e due mesi fa fu condannato in patria a tre mesi di carcere con la condizionale. Atteso inoltre l'australiano Fredrick Toeben, autore di uno studio intitolato "L'Olocausto: un'arma per uccidere".
[...]

Traduzione dall’italiano all’italiano di Gianluca Freda:

Cari lettori di Repubblica,
Oggi a Teheran si è aperta una conferenza in cui si discute dell’OlocaustoTM da un punto di vista storico, anziché hollywoodian-mediatico come comandato dalle scritture. Questo nostro mondo è pieno di cose brutte e terribili. Quando sarete più grandi, capirete. Ma siete ancora bambini e noi giornalisti non vogliamo turbarvi con queste sconcezze.

Avremmo potuto informarvi sui contenuti del seminario di Teheran, come fanno i giornalisti seri, quelli che pubblicano notizie e non anatemi. Avremmo potuto scrivere che al convegno partecipano 67 esperti provenienti da tutto il mondo, senza sentire il bisogno di collocarli tutti, a priori, nella categoria dei “sedicenti”. Avemmo potuto commentare via via gli interventi dei vari studiosi, spiegando in cosa siamo d’accordo con le loro opinioni, in cosa no, evidenziandone le ragioni. Avremmo potuto tenervi aggiornati sugli interventi del convegno in modo oggettivo, lasciando che foste voi a farvi un’opinione sulle argomentazioni dei partecipanti. Ma siete ancora troppo piccoli e queste cose non potete capirle. Perciò dovete dare ascolto alla mamma e al papà: Ahmadinejad è malvagio. E’ nauseante, come dice Olmert, sempre sia lodato. Il suo governo è “un regime”, anche se lui è stato eletto presidente con elezioni assai più pulite, certe e democratiche delle ultime politiche italiane. La sua conferenza è “revisionista”, mica ortodossa e tradizionalista, come dovrebbe essere ogni conferenza timorata di Dio. Ahmadinejad odia Israele e l’Occidente e vuole negare l’OlocaustoTM. Lo dice anche l’agenzia Fars, che è semiufficiale: metà ufficiale, metà del Mossad. Lo dicono anche i pii studenti iraniani, che hanno fischiato e contestato il perfido dittatore. Certo, anche Prodi ieri è stato fischiato e contestato a Bologna e senza nemmeno bisogno che il Mossad ci mettesse tempo, soldi e agenzie. Ma non è la stessa cosa. Prodi interviene forse a conferenze antisemite e negatrici dell’OlocaustoTM? Certo che no. Al massimo interviene al Motor Show, che culturalmente parlando ha una rilevanza ben superiore. Dunque sia lode ai coraggiosi fischiatori iraniani e anatema sui fischiatori di Prodi, che sono una minoranza non spontanea e politicamente insignificante, come dice anche Bertinotti.

Cari bambini, l’OlocaustoTM è una cosa sacra. E’ proibito parlarne. E’ proibito fare domande. Non si fa. Non importa se le storie che ci hanno raccontato su di esso poggiano in gran parte su filmati e propaganda diffusa sui media a partire dagli anni ’60. Non importa se sembrano piene di assurdità e incongruenze. Non importa se queste assurdità e incongruenze fanno incazzare un mucchio di studiosi, tra i quali i più incazzati di tutti sono quelli ebrei (come ad esempio Israel Shamir o il professor Norman Finkelstein) che vedono falsare, manipolare e strumentalizzare la memoria delle deportazioni per assecondare i sanguinari piani di conquista del sionismo. Non bisogna mettere in discussione questa santa verità, se no viene il lupo e vi porta via tutti. Vi fidate di noi? Ehi, dico, noi di Repubblica siamo i media ufficiali! Vi vogliamo bene! Siamo noi che vi abbiamo parlato degli astronauti che vanno sulla luna a giocare a golf. Siamo noi che vi abbiamo narrato degli sceicchi malvagi che organizzano dirottamenti aerei – con micidiali taglierini – dalle caverne dell’Afghanistan. Siamo noi che vi abbiamo messo in guardia contro Saddam Hussein, che se non fosse per noi avrebbe già distrutto il pianeta con le sue letali armi fine-di-mondo. Come potete dubitare di noi?

Lo diciamo per il vostro bene: la verità ufficiale sull’OlocaustoTM non si tocca. Non vorrete mica finire come Robert Faurisson, che si è beccato tre mesi con la condizionale per aver voluto fare l’originalone. E gli è andata di culo, visto che altri studiosi come David Irving, Ernst Zundel, Germar Rudolph, Siegfried Verbeke stanno ancora scontando anni e anni di galera vera per aver messo in discussione il Verbo del martirio giudaico. Date retta allo zio Magdi Allam e alla zia Adriano Sofri: Israele è un paese di ebrei e gli ebrei hanno tanto sofferto, perciò oggi hanno diritto di difendersi e se difendendosi trucidano qualche milione di arabacci stuprafemmine, pazienza. Almeno lo fanno alla luce del sole e senza camere a gas.
E ora a letto, che papà Zucconi ha da scrivere il suo provocatorio editoriale.

(nella foto in alto: il perfido apostata Mahmoud Ahmadinejad, negator dell’OlocaustoTM , spregiator dell’Occidente, sodale di Bin Laden e del crudele Dr. Moriarty, che satanasso se lo pigli di notte)       

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DAL LAGER

by Gianluca Freda (10/12/2006 - 21:55)



Lettera dal lager etnico di Crotone
di Francesco Caruso 
dal blog www.altrosud.info

Nel modulo b1 del cpt di Crotone, le luci a mezzanotte si spengono automaticamente. Ahmed e Ibrahin hanno finito per forza di cose di giocare a scacchi e mi lasciano (tutto per me) quel materasso buttato lì per terra, che viene usato a mò di divano, per stendermi e cercare di dormire qualche ora.

Chiudo gi occhi a più riprese per la stanchezza ma non ce la faccio a dormire, sono troppo 'abbuffato', per dirla alla napoletana.  Come nei classici cenoni di Natale di un tempo dalla nonna, arrivi ad un certo punto che non ce la fai più.
Ma qui non sono cibi e bevande che ti riempiono lo stomaco fino all'inverosimile, ma un mare incontenibile di angoscia e disperazione umana che ti bombarda la coscienza, ti riempie di rabbia, ti lascia l'amaro in bocca. E ogni storia è un pugno nello stomaco, così uguale a quella precedente, così diversa da quella successiva.
Dopo otto ore di racconti e di parole, vorresti gridargli di smetterla, di  avere pietà del tuo senso di colpa, ma loro si aggrappano a te, a quel filo di speranza che lo sconosciuto, primo, unico visitatore possa capire e fare qualcosa per farli uscire dal cast di questo assurdo film dell'orrore in cui sono finiti, loro malgrado, nel ruolo di inconsapevoli protagonisti.

La trama è quasi sempre la stessa, seppur con le dovute sfumature: la casa e la famiglia distrutta e dilaniata dai nostrani bombardamenti umanitari o gli scontri etnici trapiantati in terre ricchissime di oro e di petrolio di cui gli abitanti del luogo non hanno mai potuto beneficiare; la fame e la miseria che  falcidiano i sopravvissuti a quelle violenze e la lunga traversata a piedi nel deserto sotto il sole a 50 gradi che falcidia i sopravvissuti dei sopravvissuti, e poi ancora la drammatica traversata sulle carrette del mare che decimano i sopravvissuti dei sopravvissuti dei sopravissuti e lasciano in fondo al mare i corpi di donne, ragazzi e bambini morti imbrigliati nel filo spinato di questo Mediterraneo diventato ormai il nuovo muro di Berlino che non divide più l'est e l'ovest del mondo, ma il nord ricco ed opulento da un sud lacerato, povero e abbandonato.

Ma i vincitori di questa drammatica roulette russa, alla fine di questo calvario, non trovano accoglienza e solidarietà, ma un nuovo capitolo di dramma e crudeltà.
Non lo sanno ancora, e a stento riusciamo a spiegarlo, che è vero, sono arrivati nella democratica e moderna Europa, ma i loro corpi sono rinchiusi in uno dei tanti buchi neri della democrazia e dello stato di diritto: sono
rinchiusi dentro un cpt. Sono in attesa di essere espulsi, di ritornare indietro di chissà quante caselle in questo perverso gioco dell'oca, la cui posta in gioco è la loro stessa vita.
E' questa l'Europa che hanno conosciuto e conosceranno, questo ennesimo girone infernale rinchiuso in queste quattro mura cinte da un'inferriata, strette in un'altra inferriata e poi un muro di cinta e poi ancora una rete di filo spinato.
Dopo ore di paziente ascolto e discussione, ti accorgi che per la stragrande maggioranza di loro non ci sarebbe nemmeno bisogno di organizzare un'evasione, ma un semplice e banale ricorso all'espulsione: gli irakeni, i sudanesi, i palestinesi avrebbero il diritto all'asilo o quantomeno alla protezione umanitaria, ma nessuno si è preoccupato di
informarli.

E così dalla protesta politica scivoliamo progressivamente verso l'assistenza legale e umanitaria, a fare domande di asilo e nominare gli avvocati, a tradurre e decodificare le maglie della burocrazia repressiva nelle quali sono rimasti imbrigliati.
Qui l'assurdità non è pura follia ma quotidiana ordinarietà: è inutile descrivere ogni caso personale e 'umano'. Alla fine, per divincolarci dalla pur onorevole funzione di assistenza sociale e mera solidarietà, cerchiamo di riportare alla politica la nostra 'internità' al cpt, vorremmo organizzare un' assemblea di campo con tutti i migranti, cerchiamo di discutere delle condizioni di vita, le carenze e le deficienze di questa struttura, ma non ce la fanno e forse nemmeno gli interessa la qualità del cibo, le condizioni igieniche, i servizi e le strutture. No, mi ripetono con straordinaria lucidità politica, non è questo il cuore del problema. Il punto dirimente non è 'how', ma il 'why' della loro detenzione amministrativa.
Non è il come, ma il perchè.
Non è il televisore che non funziona, quello si ripara o magari si compra anche a colori.
E' qualcosa di molto più prezioso e delicato quello che non funziona: qui, in questi lager etnici, si è rotta la democrazia, si è frantumata la libertà.


Crotone, 10 dicembre 2006

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HOLOCAUST 2006

by Gianluca Freda (10/12/2006 - 16:20)



Domani, lunedì 11 dicembre, avrà inizio a Teheran, presso l’Institute of Political and International Studies, una conferenza internazionale sull’Olocausto. Si tratta di un evento che riveste per il sottoscritto il massimo interesse e che eguale interesse dovrebbe avere per ogni storico degno di questo nome. All’evento parteciperanno 67 ricercatori, di diverse opinioni e nazionalità, tra cui almeno un italiano. Di nessuno di tali studiosi è dato a noi occidentali di conoscere il nome. L’Olocausto è uno di quegli argomenti che col tempo e l’espansione del sionismo sono divenuti autentici dogmi. Discutere dell’Olocausto, sotto qualsiasi forma, equivale a “negare l’Olocausto”. Nel regime censorio che ci viene imposto nessuno è autorizzato non dico a mettere in dubbio, ma neppure a tentare di approfondire la verità ufficiale fornita dai filmati americani e dagli storici di regime. Chiunque provi a farlo, nella migliore delle ipotesi, verrà bollato come antisemita e linciato dai media ufficiali. Ma potrebbe anche finire in carcere, come è capitato a molti storici che hanno osato sfidare il dogma.

Tra costoro c’è David Irving, uno degli studiosi a cui più si addiceva il termine “negazionista”, convinto com’era che che i morti di Auschwitz e Treblinka fossero, per la maggior parte, un’invenzione. Irving fu arrestato in Austria il 4 novembre 2005 e incarcerato con l’accusa di voler negare l’Olocausto. Già nel suo caso, ci sarebbe da fare un salto sulla sedia. L’esistenza stessa di un reato di “negazione dell’Olocausto” è un’enormità, un reato d’opinione che non dovrebbe esistere in democrazia e che si spiega solo con una volontà malcelata di tenere sotto chiave una verità scomoda. Ma non c’è solo Irving tra gli incarcerati per il pazzesco reato di “negazionismo”. Tra le vittime della persecuzione giudaica contro gli storici c’è anche il tedesco Ernst Zundel, editore, tra le altre cose, del libro di Richard Harwood  Did six millions really die? («Sono morti davvero in sei milioni?»). Zundel non ha mai messo in dubbio l’Olocausto in sé, semmai le sue cifre, la sua natura, le sue vere motivazioni e alcuni dettagli, come la reale esistenza delle famose “camere a gas”. Zundel fece il grave errore di documentarsi, portando a sostegno delle sue tesi l’opinione di storici ed esperti, mettendo questi ultimi a confronto con sedicenti “sopravvissuti della Shoah”, che non furono in grado di reggere alle puntuali osservazioni degli studiosi. Risultato: fu denunciato per “negazionismo” dalle organizzazioni ebraiche. Nel 2003 fu arrestato negli USA per “violazione delle leggi sull’immigrazione”, poi estradato in Canada (dove viveva già da molti anni) e tenuto per due anni in isolamento in un carcere di massima sicurezza. Infine fu deportato in Germania e condannato a 5 anni di reclusione dalla corte di Mannheim per negazione dell’Olocausto.

Altra vittima della persecuzone delle lobby giudaiche è lo storico Germar Rudolph, che ebbe la sciagurata idea di andare a Birkenau e Auschwitz a cercare tracce dello Zyklon B (il gas che secondo la propaganda sarebbe stato usato per il genocidio) senza trovarne neanche l’ombra. Anche lui fu arrestato a Chicago nel 2005 e consegnato alle autorità tedesche. Infine cito il caso del belga Siegfried Verbeke, che indagò sul celebre Diario di Anna Frank, scoprendo alcune cose curiose. Ad esempio che una parte delle pagine originali del diario è stata scritta a penna biro, un oggetto che in Europa, negli anni della guerra, semplicemente non esisteva. Idem come gli altri. Nell’ottobre 2005 fu estradato dall’Olanda, dove si trovava per studio, in Germania e qui condannato a 14 mesi di reclusione.

Insomma, chi tocca l’Olocausto muore e le lobby ebraiche, negli ultimi tempi, sembrano avere i nervi a fior di pelle su questo argomento. Basta fare una prova. Fatevi un giro su Google e cercate informazioni sul convegno di Teheran. Non troverete neppure un sito che fornisca il programma dell’incontro, i nomi degli studiosi partecipanti, i titoli delle conferenze. Niente di niente. Solo anatemi e maledizioni. Repubblica sottolinea che il seminario sulla shoah è stato organizzato “con il chiaro intento di negarne ancora una volta la verità storica”. Dove mancano gli argomenti la palla di cristallo torna sempre utile. Repubblica sottolinea anche che “il seminario rappresenta l'ennesima provocazione iraniana”, come se le infinite conferenze nostrane sul tema “Islam e terrorismo” avessero invece carattere amichevole e distensivo.

Tra i censori preventivi del seminario troviamo, ahimé, anche il Manifesto di oggi, con un incredibile articolo di tale Marina Forti, la cui pacatezza e obiettività è desumibile già dal titolo: “L’orrenda negazione di Ahmadi-Nejad”. Nell’articolo, tra le molte assurdità, si legge: “La pretesa scientificità della conferenza organizzata a Teheran non inganna. Le implicazioni antisemite sono chiarissime – poco vale l’argomento spesso usato a Teheran, che in Iran vive tranquillamente la comunità ebraica più numerosa in un paese musulmano: è vero, ma è anche vero che si tratta di una libertà sempre condizionata”. Ogni dogma, come si vede, è padre di altri dogmi. Il dogma dell’olocausto genera la certezza – che la giornalista non si cura di giustificare – che l’incontro abbia una scientificità “pretesa”. Questo nonostante i 67 ricercatori da tutto il mondo e la garanzia degli organizzatori che ogni partecipante “potrà esporre le sue opinioni in completa libertà”. Ce ne fossero, in Italia, di convegni di “pretesa scientificità” con simili garanzie! Anche le “chiarissime implicazioni antisemite” sono per la signora Forti talmente chiare che ella non ritiene opportuno specificarle, né attendere che il convegno abbia luogo prima di denunciarle. E naturalmente anche il fatto che in Iran viva una numerosa comunità ebraica (trattata, si spera, un po’ meglio di come gli israeliani trattano i loro cittadini arabi) è per la Forti solo l’ennesima messinscena propagandistica. Quella degli ebrei iraniani, dice la signora, è una “libertà condizionata”. Ricordo alla Forti che agli ebrei iraniani è andata di lusso. A Irving, Zundel, Rudolph e Verbeke la libertà condizionata non è stata concessa.   

La cosa buffa è che proprio nell’editoriale del Manifesto di oggi, Valentino Parlato chiede agli altri giornali di sinistra (L’Unità, Liberazione e perfino Il Riformista che è “di sinistra” più o meno quanto Rutelli) di “aprire una discussione sulle ragioni per le quali la stampa di sinistra è in declino” e non vende più nemmeno abbastanza copie da garantirsi una stentata sopravvivenza. Caro Parlato, discutete pure. Ma prima di iniziare, che ne direbbe di aprire il suo giornale e dare un’occhiatina agli articoli che contiene? Sono certo che la vostra discussione potrebbe rifornirsi di alcuni spunti piuttosto interessanti. Un indizio: come mai, per poter ascoltare opinioni non omologate su un argomento come la shoah, che mi interessa e che dovrebbe interessare, a ragion veduta, l'intero continente europeo, devo aspettare che sia il perfido regime iraniano ad organizzare un dibattito internazionale?                  

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DEAGLIO SUL RICONTEGGIO DELLE SCHEDE BIANCHE

by Gianluca Freda (09/12/2006 - 17:01)


Deaglio soddisfatto: «La sinistra mi ringrazierà»

di Sara Menafra
da Il Manifesto dell’8 dicembre 2006

Roma -  Sebbene inquisito dalla procura di Roma e trattato con freddezza dall'Unione, il direttore di Diario Enrico Deaglio è sempre più convinto di avere la ragione dalla propria parte. E quando la decisione del Senato comincia a circolare non nasconde la propria soddisfazione.

Lo sa che l'Unione non è molto contenta di questa campagna per il riconteggio, vero?

Hanno votato all'unanimità. E poi credo che se c'è qualcuno che è stato danneggiato dai brogli sta a sinistra e non certo a destra. Pure D'Alema ha detto di aver notato qualcosa di strano durante la notte elettorale. Ma se non fosse così, se qualcuno dimostrasse che la sinistra ha imbrogliato vorrebbe dire che quella non è più sinistra. Io guardo a quel mondo con interesse, ma faccio il giornalista. Non è compito mio occuparmi di quali conseguenze avranno le notizie.

La storia le darà ragione?

Siamo riusciti a smuovere un tabù. Anche perché mi pare che lavoreranno sugli stessi dubbi che abbiamo sollevato noi. L'assenza dei verbali, il ruolo dei rappresentanti di lista, il numero delle schede bianche. Certo ora la procura di Roma dovrebbe indagare anche i senatori della giunta per aver dato credito a notizie false ed esagerate, come hanno fatto con me.

Facciamo un pronostico.

Prevedo che i tempi saranno lunghi, per fare delle verifiche fatte bene ci vorrà una legislatura.

E alla fine i numeri non torneranno...

L'importante è che si proceda alle verifiche, una volta fatti i controlli sarei felice di ammettere che i conti tornano e mi sono sbagliato, ma certo non lo credo. Anzi avrei un suggerimento: comincino le verifiche dalle 1.500 sezioni in cui, stando ai dati confermati dal Viminale, non risulta neppure una scheda bianca. Un centinaio di queste sezioni si trova a Roma, partissero da lì. Ma poi di dati strani in quelle elezioni ce ne sono stati tanti...

Ad esempio?

Questa settimana mi è finalmente arrivato il librone del ministero dell'Interno con tutti i dati ufficiali, e i conti non tornano neppure sul numero di votanti. L'11 aprile il ministero aveva comunicato che i votanti erano 39.424.967, oggi in quel libro si scrive che sono 39.276.893. Che fine hanno fato i 148.074 elettori di differenza?

Che fine hanno fatto?

Non sono io a dover dare le risposte. Faccio notare che i conti non tornano e che abbiamo il diritto di avere una spiegazione.

Il Viminale potrebbe rispondere quello che ha già detto la procura di Roma: il dato su internet è solo ufficioso, ci possono essere tutti gli errori del mondo.

Non credo che sia così semplice ed evidentemente non lo pensa neppure la giunta del Senato. E infatti controlleranno non solo le bianche, ma anche le valide a campione. Comunque io non mi arrocco: facciano il favore di darmi torto con dati alla mano.

La sua tesi, quella che c'è anche nel documentario, sostiene che il dato è stato cambiato al Viminale. E i verbali inviati alle corti di appello e poi alla Cassazione? Hanno confermato i dati del ministero con uno scarto minimo.

Sono un uomo di quasi sessant'anni ed in onestà penso che non potesse andare diversamente. Hanno scelto di dare per buono il dato del Viminale perché non si poteva fare altro. Se la immagina la Cassazione che dieci giorni dopo la proclamazione della vittoria a sinistra si alza e dice che ha vinto

Berlusconi per 11.000 voti?

Ma i conteggi nelle Corti di appello avvengono in sedute pubbliche, la Cassazione arriva solo dopo questo passaggio...
La Cassazione è quel posto in cui dopo anni di processi contro Previti hanno deciso che tutti i giudici precedenti si erano sbagliati e che bisognava mandare tutto a Perugia. E' la ragione di stato prima di tutto. Dove conta il potere e punto.

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GIORNI COSI'

by Gianluca Freda (09/12/2006 - 16:07)


A forza di parlare a vanvera dell’Olocausto dei giudei – e di strumentalizzarlo per giustificare i numerosi olocausti perpetrati dai giudei verso le popolazioni oggi confinanti – ci eravamo dimenticati dei lager che abbiamo sotto il naso. Ce n’è uno in ogni angolo d’Italia. Luoghi mostruosi in cui i diritti civili e costituzionali non esistono, dove la deportazione, la tortura, le prepotenze contro persone innocenti, malate e inermi sono la regola quotidiana. Campi di tortura spaventosi, istituiti con legge del centrosinistra, benedetti dall’ideologia di centrodestra, sopravvissuti alle mille inchieste, denunce e interpellanze che giornalisti, cittadini e parlamentari coscienziosi hanno presentato nel corso degli anni.

Si dice che i Cpt siano un buco nero della democrazia. Non è vero. Essi sono la nostra democrazia, ciò che è diventata a causa della nostra ignavia: un privilegio per pochi, dal quale il resto dell’umanità è esclusa. Naturalmente l’esclusione, una volta postulata, non ha più cessato di estendere il suo ambito applicativo e sono molti i cittadini italiani che iniziano a sperimentarne le conseguenze. Provate a chiedere ai genitori di Federico Aldrovandi, ammazzato a Ferrara da un manipolo di poliziotti convinti di essere al di sopra di ogni legge e di ogni principio costituzionale. Oppure provate a chiederlo a Heidi Giuliani, madre di Carlo, ucciso in un agguato proditorio tesogli dalle forze di polizia a Genova e poi umiliato anche nella morte con l’allestimento di una schifosa messinscena. Heidi Giuliani è una delle tante persone che conoscono il legame che lega l’esistenza dei Cpt alla fine della democrazia italiana e all’inizio del dispotismo poliziesco-bipartitico. I diritti che essa garantisce devono avere efficacia erga omnes o erga omnes cessano di averne. Ecco perché Heidi Giuliani, insieme a Francesco Caruso, ha deciso di barricarsi nel mostruoso lager di Crotone, dove la democrazia ha iniziato a scorrere su un doppio binario e dunque ha cessato di esistere. E’ quello il carcere oscuro che ha inghiottito i nostri diritti, è quel carcere che va smantellato – prima di qualsiasi altra cosa – se vogliamo sperare di recuperare ciò che abbiamo perduto. Vorrei ringraziare Heidi Giuliani e Francesco Caruso per avermi ricordato i motivi per cui, otto mesi fa, avevo votato per Rifondazione Comunista. Vorrei ringraziarli per avermi regalato uno di quei giorni in cui mi sento un po’ meno fesso del solito.                 

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