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COL PRETESTO DELL'OLOCAUSTO

by Gianluca Freda (30/01/2007 - 23:41)


La Risoluzione dell’ONU sulla Negazione dell’Olocausto – Una Nuova Guerra
di Gilad Atzmon  (da onlinejournal.com)
Traduzione di Gianluca Freda

“Chiediamo al vostro paese di sponsorizzare e sostenere la Risoluzione sulla Negazione dell’Olocausto che verrà votata questo venerdì all’Assemblea Generale”

(da una lettera inviata agli ambasciatori delle Nazioni Unite da parte di Glen S. Lewy, presidente nazionale della ADL [Anti Defamation League], e di Abraham H. Foxman, direttore nazionale della ADL, 23 gennaio 2007)

La bozza di risoluzione proposta dagli Stati Uniti “condanna senza riserve ogni negazione dell’Olocausto” ma evita di muovere delle critiche a specifiche nazioni. Non ci vuole un genio per capire che è l’Iran di Ahmadinejad che gli americani hanno in mente.

E’ chiaro che la nuova iniziativa americana alle Nazioni Unite, che mira a trasformare il mondo in una “zona franca” dalla negazione dell’Olocausto, ha ben poco a che vedere con la ricerca della verità o con l’interesse per gli studi storici. Gli americani vogliono solo fornire a tutti noi l’incubo senza futuro del capitalismo sfrenato. Credono erroneamente che potranno farlo fino a quando riusciranno a restringere la nostra visione del passato.

Per essere sinceri, all’amministrazione Bush non importa nulla di Abe Foxman e della ADL. E dovrebbe essere evidente che ai governatori dell’America non potrebbe importare di meno della storia e della verità sul giudeicidio europeo.

Allora qual è il motivo? All’America serve il petrolio e Ahmadinejad ne ha un sacco. E non basta, l’America ha anche la priorità di impedire all’Iran di entrare a far parte del club nucleare di cui essa stessa è a capo. Eppure è piuttosto divertente constatare che l’America – con tutte le sue flotte, le sue portaerei, i missili cruise, la poderosa aviazione e il potere nucleare – ha bisogno dell’Olocausto per vincere quella che sembra essere la sua prossima guerra.

Io non sono uno studioso dell’Olocausto e nemmeno uno storico. Tra i miei primari interessi non c’è la storia di Auschwitz né la distruzione degli ebrei europei. Ma sono molto interessato alla politica dell’Olocausto, all’insieme dei discorsi che utilizzano Auschwitz come strumento. Mi trovo a chiedermi come sia potuto succedere che l’America, un tempo leader del “mondo libero”, si trovi oggi coinvolta in una specie di “controllo globale del pensiero”. 

Non c’è dubbio che la politica estera americana abbia bisogno di un’iniezione di popolarità. L’egemonia ideologica americana versa ormai in stato di totale bancarotta. L’amministrazione Bush è alla disperata ricerca di sostegno all’interno della comunità europea. Non è un segreto che l’Europa continentale, che è essa stessa una comunità multietnica, non abbia molta voglia di soccombere alla dottrina anglo-americana dello scontro di civiltà. Gli europei, fino a oggi, si sono rifiutati di unirsi a Blair e Bush nella guerra contro l’Islam in modo attivo e concreto. Ecco perché, con la nuova risoluzione sulla negazione dell’Olocausto, l’America spera di introdurre un cambio d’atteggiamento.   

Anziché continuare a trasmettere la trita immagine dei cristiano-giudei contro l’Islam, stavolta vedremo il match tra l’Olocausto e i suoi negatori. Guarda caso, gli ortodossi dell’Olocausto (noi) hanno bisogno di petrolio, mentre i “negatori” (loro) lo possiedono.

Per quanto folle possa sembrare, l’America sta scivolando nella trappola astutamente tesa dal presidente iraniano Ahmadinejad. L’amministrazione americana ha scioccamente accettato di considerare l’Olocausto come linea di demarcazione tra est e ovest, tra il cosiddetto “male” e il cosiddetto “bene”. Eppure la definizione di tale separazione può anche essere vista come la differenza tra “l’Occidente del libero pensiero” che sigilla entusiasticamente il proprio passato in una scatola nera e “l’Oriente dalla mente aperta” che osa sollevare domande sul passato.

La risoluzione sull’Olocausto disegna il futuro campo di battaglia tra l’ascesa dei servi (di ieri) e la decadenza dei padroni (di oggi). Ahmadinejad ha lanciato l’esca, l’amministrazione Bush è stata così stupida da raccoglierla. Con essa si è definito l’Olocausto come nuovo mezzo di resistenza.

Lo schema della nuova Risoluzione Americana sull’Olocausto prevede un “noi” – l’Occidente, coloro che “conoscono la verità” – e un “loro”, cioè le nazioni che non fanno parte di quel gruppo egemonico e che la verità non riescono a vederla. Ma siamo “noi” che trasformiamo il nostro passato in un cimitero, mentre “loro”hanno capito che solo un passato dinamico può dare forma al futuro.

Senza voler entrare nel dibattito relativo alla verità sull’Olocausto, posso però dire che la brutta faccia della politica dell’Olocausto non può più essere tenuta nascosta. L’Olocausto sta per diventare ufficialmente un’arma ideologica contro l’Islam e contro la resistenza araba. Il suo scopo è di istituire una falsa identità collettiva dell’Occidente basata sul conformismo cieco e sulla totale marginalizzazione dell’altro.

In tutti i modi, sul breve periodo, la nuova iniziativa politica americana sull’Olocausto potrebbe rivelarsi produttiva. Il concetto di “distruzione dell’ebraismo europeo” unisce tutte le principali forze politiche. Unisce la sinistra parlamentare europea con i liberal-conservatori ed entrambi gli schieramenti alle forze più radicali dell’espansionismo americano. Tutti hanno bisogno dell’Olocausto per differenti ragioni.

In Europa, l’Olocausto serve a smantellare l’estrema destra emergente. Negli stati tedeschi l’Olocausto è il fulcro dell’ordine simbolico del dopoguerra. Agli anglo-americani l’Olocausto serve a respingere ogni paragone morale con Dresda, Hiroshima, il Vietnam, la Palestina e l’Iraq. Cosa più importante, la nuova risoluzione sull’Olocausto offre agli americani il pretesto per il prossimo genocidio. In altri termini, il prossimo Olocausto non sarà altro che una punizione collettiva per la negazione dell’Olocausto.

Al di là di quale sia la verità sull’Olocausto e di cosa possa implicare la sua negazione, sigillare il passato significa rinunciare alla prospettiva di un futuro migliore. La fine della storia è la fine dell’Occidente. E’ lì che l’America di Bush vuole condurci. Con i morti irakeni a quota 650.000 e 3.000.000 di rifugiati, con milioni di palestinesi rinchiusi in campi di concentramento per quasi 40 anni, né Bush né Blair né nessun altro politico occidentale possono offrirci una ridente prospettiva dei giorni che ci aspettano. Così ci incoraggiano a smettere di guardare al nostro passato.        

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IL BURATTINAIO DELL'IMPERO DEL MALE

by Gianluca Freda (27/01/2007 - 18:50)



Un animale con le spalle al muro
di William Rivers Pitt
tratto dal sito Smirkingchimp
Traduzione di Gianluca Freda

Domanda: Qual è il legame tra un possibile attacco americano all’Iran e il processo per falsa testimonianza in corso contro I. Lewis Libby?

Risposta: Il vicepresidente Dick Cheney.

Da mesi si vocifera di un possibile attacco americano all’Iran. Le voci, in alcuni ambienti, si erano trasformate in esplicito timore nel novembre scorso, man mano che si avvicinavano le elezioni di medio termine. L’idea che un attacco all’Iran potesse essere utilizzato come “October Surprise” per modificare le geometrie elettorali aveva avuto ampia circolazione. Quell’attacco non ci fu, ma da allora l’attenzione non si è più spostata dall’argomento.

Le preoccupazioni si sono accentuate nelle ultime settimane, dopo il poco condiviso discorso con cui Bush ha tentato di giustificare l’”aggiunta” di nuove truppe americane in Iraq. Il fulcro di quel discorso era la spuntata minaccia al governo di Teheran contro ogni tentativo di intromettersi nella situazione a Baghdad. Gli attenti osservatori della situazione irakena hanno trovato quella minaccia curiosa e fuori luogo.

Da un lato, è ormai assiomatico che la maggioranza sciita che governa l’Iraq è oggi controllata dal governo sciita dell’Iran. Per l’Iran è stata una grande vittoria, resa possibile dalla nostra invasione e occupazione dell’Iraq e dall’improvvida progettazione di un traballante governo irakeno a maggioranza sciita. Dopo la nostra invasione tale alleanza era pressoché inevitabile e abbaiare oggi contro Teheran a causa di scelte fatte da noi negli ultimi anni è una cosa tanto assurda da non meritare alcun commento. Bush ha regalato Baghdad all’Iran con tanto di carta-regalo e mettersi a starnazzare adesso è cosa perfettamente inutile.

D’altro canto, abbiamo anche a che fare con un governo americano che ha consentito alle guerre in Afghanistan e in Iraq di degenerare in caos. Il gruppo di cervelli di cui Bush si circonda ha preso, ad ogni punto di svolta, la peggior decisione possibile ogni volta che ne ha avuto l’opportunità. Hanno invaso l’Afghanistan, ma poi hanno spostato quasi tutte le truppe in Iraq quando è stato il momento di invadere e occupare quest’ultimo, permettendo così ai Talebani di riprendere il controllo. Hanno invaso l’Iraq – cosa che è stata già in sé una decisione catastrofica – con pochi uomini impreparati a combattere per anni una guerriglia urbana che si è mutata, col tempo, in un’insidiosa guerra civile tra fazioni. 

L’elenco potrebbe continuare e sarebbe composto per la quasi totalità di decisioni prese senza tenere in alcuna considerazione i fattori di politica interna. Scartare l’idea che queste stesse persone possano imbarcarsi in un’impresa altrettanto folle contro l’Iran sarebbe da pazzi.

La combinazione tra l’influenza iraniana sulla politica irakena, la prosopopea dell’amministrazione Bush, il suo esecrabile decisionismo e il fatto che una seconda flotta di portaerei USA sia in viaggio verso il golfo persico è già di per sé inquietante. Se aggiungiamo a questa miscela già esplosiva il processo per falsa testimonianza contro Lewis “Scooter” Libby, la probabilità di un’esplosione cresce esponenzialmente.

Che c’entra in tutto questo il processo di Libby? C’entra a causa di Dick Cheney.

Secondo le agenzie, le arringhe introduttive degli avvocati della difesa come di quelli dell’accusa hanno messo Cheney al centro (o molto vicino al centro) del complotto con cui venne resa nota l’identità dell’ex agente CIA Valerie Plame. La difesa, con una mossa sorprendente, si è spinta fino a definire Libby come “capro espiatorio” delle azioni compiute dalla Casa Bianca contro Plame, volte a screditare l’ambasciatore Joseph Wilson [marito della Plame, NdT] che aveva espresso opinioni critiche sulla guerra in Iraq (1). Man mano che il processo va avanti e si ascoltano nuove testimonianze, la traccia delle prove raccolte potrebbe condurre fino alla porta del vicepresidente.

Questa eventualità è resa rilevante dal potere esercitato da Cheney. Solo i più devoti adoratori di Bush credono ancora che sia lui il padrone degli eventi all’interno dell’esecutivo. Tutti gli altri hanno da tempo correttamente concluso che il vero carburante ideologico e la forza burocratica di questa amministrazione hanno in Cheney la propria sorgente.

Nonostante le sue iniziative politiche si siano risolte in un fallimento dietro l’altro e benché il sostegno degli elettori continui ad assottigliarsi, Cheney e i suoi rimanenti fedelissimi continuano a scagliarsi in avanti, trascinando tutti noi sempre più a fondo nella palude. Se il processo a Libby rappresentasse una concreta minaccia al potere e alla supremazia politica di Dick Cheney, tutte le scommesse relative all’Iran potrebbero considerarsi chiuse. Ci troveremmo ad affrontare la possibilità che venga ordinato un attacco al solo scopo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica e cambiare argomento. 

Un attacco all’Iran sarebbe disastroso sotto molti punti di vista: il nostro esercito è già sotto massimo sforzo, le nostre truppe in Iraq rischierebbero di essere lasciate sguarnite di fronte ad un contrattacco, il fronte interno resterebbe aperto ad attacchi terroristici ad opera delle forze speciali iraniane e le batterie missilistiche dislocate sulle montagne dell’Iran di fronte al golfo persico potrebbero lanciare un attacco devastante contro la nostra flotta.

Una persona saggia vedrebbe un attacco all’Iran come un’opzione al contempo immotivata e foriera di un’estensione del conflitto che non siamo preparati ad affrontare, grazie all’Iraq. Per questo motivo l’idea che un simile attacco possa essere lanciato davvero non è considerata, da molti analisti, una realtà imminente. Ali Larijani, responsabile della sicurezza nazionale iraniana, condivide questo punto di vista. “La possibilità che ciò avvenga è molto remota, si tratta più che altro di azioni di guerriglia psicologica”, ha detto Larijani giovedì scorso. “Le forze armate della repubblica islamica sono in stato di massima allerta e stanno monitorando ogni movimento allo scopo di offrire una risposta schiacciante anche alla più piccola aggressione o minaccia”. Larijani ha concluso il suo commento affermando: “Consiglio a Mr. Bush e ai suoi consiglieri di essere razionali e di pensare all’interesse della loro nazione”.

Sarebbe un saggio consiglio se solo fosse Mr. Bush quello delegato a pensare. Ma in questi giorni tutta l’attività di pensiero e di gestione è nelle mani di Dick Cheney e se il processo Libby arriverà a porre in discussione la sua supremazia, tutte le ponderate analisi dei politologi non saranno che polvere. Dopo tutto, nulla è più pericoloso di un animale messo con le spalle al muro.     




(1) – Nota del traduttore: Il 6 luglio 2003, tre mesi dopo l’invasione americana dell’Iraq, Joseph Wilson, ambasciatore americano ora in pensione, aveva pubblicato sul New York Times un editoriale intitolato “What I Didn’t Find in Africa” (“Ciò che non ho trovato in Africa”).
Wilson si riferiva ad un suo viaggio compiuto in Niger nel febbraio 2002 nel corso del quale aveva tentato di scoprire se davvero Saddam Hussein avesse acquistato dal Niger la famosa “torta gialla”, cioè l’uranio che sarebbe servito a fabbricare le fantomatiche armi di distruzione di massa. L’accusa di aver acquistato uranio dal Niger era stato il pretesto con cui l’amministrazione americana aveva giustificato l’invasione dell’Iraq. Wilson non aveva trovato nulla e per questo accusava l’amministrazione Bush di aver mentito al paese e al mondo.
In realtà l’acquisto di uranio era una grossolana bufala e il famoso dossier che lo comprovava era un pacchianissimo falso costruito da ex agenti dei servizi segreti italiani e poi rivenduto all’amministrazione USA per un tozzo di pane. Tutta la vicenda è stata ben narrata e documentata dai due giornalisti di
"Repubblica" Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo nel libro Il Mercato della paura, che avevo a suo tempo recensito. Per screditare Wilson, qualcuno (probabilmente il vice segretario di Stato americano Richard Armitage) incaricò un giornalista del New York Times, Robert Novak, di rendere noto, con apposito articolo pubblicato sul giornale il 14 luglio 2003, che la moglie di Wilson, Valerie Plame, era da anni un agente della CIA in incognito. Sulla rivelazione dell’identità di un agente della CIA venne aperta un’inchiesta nel corso della quale l’ex capo dello staff di Dick Cheney, Lewis Libby, e lo stesso Cheney vennero incriminati per ostruzione della giustizia e falsa testimonianza.             

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ASPETTANDO IL SILENZIO

by Gianluca Freda (25/01/2007 - 23:37)



Se c’era ancora qualche dubbio sull’illiberalità di questo governo (e sull’impellente necessità di liberarcene al più presto), il DDL Mastella approvato oggi dal governo contro il negazionismo l’ha fugato per sempre. Grazie a questa ignobile legge censoria, lo stesso governo che ha messo in libertà delinquenti, mafiosi e politici corrotti con l’indulto vuole ora mettere in galera tutti coloro – storici, studiosi, semplici cittadini - che si permettano di offrire al pubblico una versione diversa di quell’immensa fandonia che è stata propinata al popolo bue attraverso il mito della Shoah ebraica. Siamo già al “thought crime” orwelliano. Anche il solo pensare che le cose siano andate in modo leggermente diverso da ciò che ci è stato detto per decenni dalla propaganda israelo-americana sta per diventare un crimine punibile con dodici anni di carcere. Agli storici sarà vietato raccogliere prove sulle deportazioni naziste, ai cittadini sarà proibito discuterne e parlarne. Potremo solo accettare in blocco la verità rivelata che il sionismo ha inventato per noi. Il popolo ebraico è il nostro nuovo Messia, un Messia collettivo che si è offerto in sacrificio a Dio (“Olocausto” è appunto il sacrificio offerto alla divinità) per mondare l’umanità dei suoi peccati. Il vecchio Messia-individuo della religione cristiana finisce in soffitta come una bicicletta rotta. E’ possibile negarlo o ingiuriarlo a piacimento, senza che il codice penale abbia troppo da obiettare. Ma guai a mettere in discussione il nuovo Messia – il popolo ebreo  - e le sue mirabolanti peripezie olocaustiche. Si finisce dritti dritti in galera. Il DDL Mastella prevede la punibilità per chiunque neghi “in tutto o in parte” il genocidio. Il che significa che per finire in galera non è necessario negare l’esistenza delle deportazioni o delle atrocità naziste (cosa che nessuna persona seria e informata si sognerebbe né si è mai sognata di fare). E’ sufficiente anche solo negare i fantasiosi corollari mitologici delle deportazioni: le camere a gas, i forni, la saponificazione, la “teorizzazione hitleriana dello sterminio”. Un immenso mare di bufale che da ora in avanti sarà proibito, pena il carcere, definire come tali.

Lo dico ora, perché tra pochi giorni scrivere ciò che sto scrivendo oggi mi farà rischiare dai tre ai dodici anni di galera. E lo scrivo in rosso e a caratteri cubitali, per sfruttare al massimo la libertà d’espressione prima che questo governo sovietico (non comunista: SOVIETICO) ne faccia scempio in ossequio alle lobby giudaiche da cui è manovrato:

LA SHOAH E’ UNA GIGANTESCA BUFALA.

Anzi, è molto peggio che una bufala. E’ una falsificazione storica costruita ad uso e consumo dello stato d’Israele. Il suo scopo è quello di offrire una comoda giustificazione a tutte le atrocità e i genocidi che l’entità sionista ha compiuto, sta compiendo e sempre più compirà in futuro, ora che metterne in discussione i fondamenti ideologici è un crimine vietato dalla legge. La sua forza è quella delle menzogne più bieche e pericolose, quelle su cui sono solite fondarsi tutte le religioni rivelate: mescolare fatti realmente accaduti con eventi di fantasia, in modo tale che la verità storica a cui essi si riferiscono venga col tempo dimenticata e risulti indecifrabile. Così la natura politica delle orribili deportazioni naziste verrà coperta dal mito dello sterminio su base razziale. La memoria delle migliaia di slavi, omosessuali, oppositori politici (soprattutto COMUNISTI) rinchiusi e morti nei lager verrà oscurata dal mito di un olocausto riservato ai giudei, un atto d’espiazione collettiva che solleva il loro popolo da ogni responsabilità per i crimini compiuti nel passato, nel presente e nel futuro contro il genere umano.  Le atrocità VERE compiute nei campi di concentramento verranno destituite di fondamento ad opera di quelle fasulle, il cui carattere mitico s’imprimerà nelle menti con la forza di una leggenda, impedendo all’umanità di trarre insegnamenti e profitto dagli orrori del passato.

Il decreto contro il negazionismo voluto da Mastella e promosso da Alessandro Ruben (presidente della filiale italiana della Anti-Defamation League (ADL), che un tempo si occupava dei diritti civili degli ebrei e oggi si dedica quasi esclusivamente alla soppressione di critiche allo stato d'Israele), prima ancora che essere un insulto alla libertà d’espressione, è una pietra tombale sulla libertà di ricerca. Soprattutto è un insulto alla memoria, uno sputo in faccia alla verità storica, una pernacchia al dolore di coloro che nei campi nazisti soffrirono e morirono davvero per motivi assai diversi da quelli che il sionismo pretenderebbe di imporre per giustificare i suoi genocidi. E per mano di aguzzini che, in molti casi, gli assassini sionisti preferirebbero non sentir nominare.

Perciò io li nomino, prima che Mastella e il suo Ministero della Verità mi tappino la bocca. Anzi, li faccio nominare da un grande studioso ebreo, uno che – a differenza di Mastella e dei promulgatori di questa legge mostruosa – in un campo di concentramento c’era stato davvero e conosceva la differenza tra realtà storica e fandonie sioniste. Quest’uomo è Israel Shahak, il quale scrisse, nel 1989, la seguente lettera al settimanale israeliano Kol Ha’ir. Prima di lasciare a lui la parola, un breve inciso. Esiste una vecchia legge fisica secondo la quale, nel nostro paese, ogni governo è sempre un po’ peggio del precedente. Così il governo Berlusconi I fu peggio dei governi del CAF. Prodi I (e i suoi strascichi dalemici e amatici) furono peggio di Berlusconi I. Berlusconi II fu peggio, mille volte peggio, di Prodi I. Sembrava veramente impossibile che le cose potessero peggiorare ulteriormente. Ma non si sfugge alle leggi della fisica.

Lettera all’editore
di Israel Shahak
Pubblicata il 19 maggio 1989 sul settimanale di Gerusalemme Kol Ha'ir
(traduzione mia, l’originale si può leggere QUI)

Non condivido l’opinione di Haim Baram, secondo il quale il sistema educativo israeliano sarebbe riuscito a inculcare una “consapevolezza dell’Olocausto” nei suoi allievi (Kol Ha'Ir 12.5.89). Non è consapevolezza dell’Olocausto, ma piuttosto  mito dell’Olocausto o perfino falsificazione dell’Olocausto (nel senso che “una mezza verità è peggio di una bugia”) ciò che è stato inculcato.

Come persona che ha vissuto l’Olocausto sulla propria pelle, prima a Varsavia e poi a Bergen-Belsen, vorrei fornire un esempio lampante della completa ignoranza di ciò che era la vita quotidiana durante l’Olocausto: nel ghetto di Varsavia, perfino durante il periodo del primo sterminio su larga scala (dal giugno all’ottobre 1943), non si vide quasi nessun soldato tedesco.

Quasi tutto il lavoro di amministrazione del ghetto, e successivamente l’opera con cui centinaia di migliaia di ebrei vennero trasportati verso la morte, fu svolta da collaborazionisti ebrei.

Prima che esplodesse l’insurrezione nel ghetto di Varsavia (la cui pianificazione iniziò soltanto dopo lo sterminio della maggioranza degli ebrei di Varsavia) la resistenza ebraica uccise, avendone tutte le ragioni, ogni collaborazionista ebreo che riuscì a trovare. Se non lo avesse fatto, l’insurrezione del ghetto non sarebbe mai iniziata.

La maggioranza della popolazione del ghetto odiava i collaborazionisti molto più dei nazisti. Ad ogni bambino ebreo veniva insegnato (e questo salvò la vita a molti di loro): “Se entri in una piazza in cui ci sono solo tre uscite, una sorvegliata da un tedesco delle SS, una da un soldato ucraino e una da un poliziotto ebreo, prova prima a passare dove c’è il tedesco, poi eventualmente con l’ucraino, ma mai con l’ebreo”.

Uno dei miei ricordi più vividi riguarda l’uccisione vicino a casa mia, da parte della resistenza ebraica, di uno schifoso collaborazionista, alla fine del febbraio 1943. Ricordo che cantai e ballai, insieme agli altri bambini, intorno a quel cadavere ancora sanguinante. Ancora oggi non ne provo alcun rimorso, al contrario.

E’ chiaro che questi comportamenti non nascevano tra gli ebrei, il successo ottenuto dai nazisti nel controllare milioni di persone in modo facile e continuativo aveva la propria radice nell’uso sottile e diabolico dei collaborazionisti che facevano per loro gran parte del lavoro sporco. Ma quante persone oggi sono a conoscenza di queste cose?

Questo, e non ciò che è stato “inculcato”, era la realtà. [...]

Ecco perché, se solo conoscessimo un po’ più di verità sull’Olocausto, riusciremmo almeno a capire (potendo poi condividere o meno) il motivo per cui i palestinesi uccidono i collaborazionisti che scoprono tra loro. E’ l’unico strumento che possiedono per continuare a lottare contro il nostro regime spezzabraccia.

Cordiali saluti,

Israel Shahak

                                                          *  *  *

Post Scriptum mio: dopo aver scritto l’articolo, leggo sul sito di Repubblica: “ Nel ddl Mastella non compare alcun riferimento specifico al negazionismo della Shoah, come invece era stato ipotizzato in una prima stesura del testo”. Non ci credo neanche se lo vedo. Comunque sapremo presto se è la verità o se si tratta solo di un penoso tentativo di tenere calme le acque fino all’approvazione della legge.


 
                
 

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LO SCIOPERO DI HEZBOLLAH E LE CAZZATE DI "REPUBBLICA"

by Gianluca Freda (23/01/2007 - 21:44)



Lo sciopero a oltranza proclamato da Hezbollah in Libano continua e il successo dell’iniziativa è dimostrato dalla rabbia e dal disappunto con cui Fouad Siniora, leader di governo senza più maggioranza né appoggio popolare, ha accolto l’iniziativa. Finora – stando almeno a ciò che strilla la propaganda filosionista di Repubblica – ci sono 5 morti accertati negli scontri di piazza. Se pure fosse vero, sarebbe una cifra ridicola rispetto alle dimensioni della protesta, alla sua reiterazione (uno sciopero analogo si era tenuto all’inizio di dicembre) e alla situazione politica del Libano, in cui un premier delegittimato e colluso con gli aggressori giudeo-americani pretenderebbe di mettere a tacere un’opposizione che rappresenta ormai non solo il partito più numeroso del paese, ma anche quello dotato del maggior sostegno popolare, grazie alla resistenza (davvero eroica) opposta l’estate scorsa all’aggressione israeliana, che costrinse i giudei ad una disastrosa ritirata.

Lo sciopero generale di Hezbollah è un’iniziativa pacifica e coraggiosa, nonché doverosa per un partito che voglia tentare di dare un futuro al Libano sbarazzandosi dei maggiordomi dell’occidente che attualmente lo governano. Insieme a Hezbollah (che è, come è noto, un movimento sciita) l’opposizione nazionale libanese è composta di Amal, altra organizzazione sciita, e del Libero Movimento Patriottico del generale Michel Aoun, cristiano maronita. La presenza del cristiano Aoun nell’opposizione dimostra la malafede di chi vorrebbe vedere nella lotta di Hezbollah al governo di Siniora una mera manovra filosiriana volta a rafforzare il controllo di Damasco sulla politica libanese. Non che da parte siriana gli appoggi a Hezbollah siano carenti, ma essi non sono certo il motore di questa protesta, che è una semplice conseguenza della rabbia e dell’orrore dei cittadini libanesi per i massacri perpetrati dai sionisti contro il loro paese tra l’indifferenza dell’occidente e gli incomprensibili balbettii di Siniora, servo degli aggressori. Hezbollah sta giocando una partita molto rischiosa. Nulla, infatti, farebbe più felice Israele di una guerra civile interna al Libano, che una protesta di queste dimensioni, con gli opportuni incentivi offerti da uomini del Mossad opportunamente infiltrati tra i manifestanti, potrebbe anche innescare. Fino ad oggi Hezbollah non è caduto nella trappola e le sue manifestazioni sono state di una compostezza e di una flemma esemplari. Il che non fa piacere a Israele e dunque, a quanto sembra, nemmeno ai media occidentali asserviti ai suoi interessi.

Uno di questi media è, appunto Repubblica, che con questo articolo svolge degnamente – ancora una volta - il proprio ruolo disinformativo al servizio delle lobby israeliane. Leggendo l’articolo veniamo a sapere che, nell’opinione del presidente-fantoccio libanese, la situazione nel paese sarebbe “oltre ogni limite”. Immagino si riferisca allo sciopero a oltranza di Hezbollah e non alla complicità del suo governo nelle orribili stragi giudee dell’estate scorsa. Quale sia l’opinione di Hezbollah (il quale è appoggiato, non dimentichiamolo, dalla STRAGRANDE MAGGIORANZA della popolazione del Libano) non ci è dato sapere. L’articolo di Repubblica parla di “caos in tutto il paese”, cioè di ciò che i giudei ardentemente desiderano e, non riuscendo a ottenerlo, lo fanno scrivere a Repubblica confidando nel principio della predizione che avvera se stessa. Inoltrandoci nella lettura veniamo informati che il “caos” creato da Hezbollah in tutto il paese sarebbe principalmente simboleggiato dal gesto di un automobilista di Beirut il quale, spazientito dai cortei, avrebbe tirato un manifestante sotto le ruote del mezzo, imprecando poi contro i blocchi stradali. Immagino che saranno ascrivibili alla cattiveria di Hezbollah anche i casi di infarto e di parto prematuro indotti dall’ebbrezza contestataria dei militanti del partito. Ci sono più incidenti e feriti in una qualunque domenica calcistica italiana che nella sacrosanta opposizione di Hezbollah al governo infingardo di Siniora. Ma la disinformazione – soprattutto quella scalcagnata di Repubblica - è fatta così: quando c’è da dipingere un cattivo non si butta via niente, nemmeno la cronaca nera e le casistiche ospedaliere.

Più avanti leggiamo di scontri tra sunniti e sciiti e tra gruppi di cristiani rivali. Qui la cosa si fa più preoccupante e si tratterebbe di capire se si tratta di scontri veri e propri o di semplici scaramucce da stadio, cosa che Repubblica non aiuta a fare. Una cosa è certa: dietro gli scontri tra sunniti e sciiti – lo si è visto in Iraq – ci sono sempre i servizi segreti occidentali e israeliani, che realizzano e finanziano attentati contro l’una o l’altra parte allo scopo di riaccendere rivalità etniche e religiose sopite da decenni, quando non da secoli. La spaventosa guerra civile che infuria in Iraq è il frutto degli eccidi compiuti dagli squadroni della morte, finanziati e addestrati dagli USA e coperti dal ministero degli interni iracheno, nei quartieri sunniti. E’ il cosiddetto “metodo Negroponte”, già applicato con successo in Salvador e poi esportato in Iraq, che ha fatto divampare artificialmente un odio interetnico che sotto il governo di Saddam era del tutto inesistente. Una riproposizione libanese della stessa strategia è il minimo che ci si possa aspettare dagli uomini del Mossad presenti in Libano. Mi auguro che Hezbollah, a quest’ora, abbia compreso il trucco ed eviti di cascare nello stesso tranello.

Più avanti, l’articolo di Repubblica si lancia in un’affermazione che lascia addirittura a bocca aperta. Si legge:

“L'opposizione ha convocato lo sciopero per protestare contro il governo di Siniora, che ha varato una serie di misure economiche in vista della conferenza di Parigi. Tra queste, l'aumento dell'Iva e privatizzazioni nel settore statale”.

Qui è difficile capire se chi ha scritto questa robaccia lo abbia fatto nel tentativo deliberato di aizzare l’opinione pubblica italiana contro l’opposizione libanese o per semplice ignoranza della situazione. In realtà lo sciopero di Hezbollah non si nasconde dietro nessuna protesta fiscale e ha il solo scopo, dichiaratamente politico, di provocare la caduta del governo di Siniora e di dare un nuovo esecutivo al paese. Il fatto è che allo sciopero di Hezbollah se ne è aggiunto un altro, questo sì a carattere economico, dichiarato dai sindacati libanesi contro le misure fiscali previste dal governo nel suo programma di riforme economiche. Ma si tratta di uno sciopero collaterale, con cui i sindacati libanesi hanno voluto sfruttare la popolarità dei partiti d’opposizione per ottenere un po’ di visibilità anche per se stessi. Non si tratta certo della causa principale delle proteste, né tantomeno, come beotamente scrive l’articolista di Repubblica, del motivo per cui è stato convocato lo sciopero.

L’articolo si conclude con un trafiletto intitolato “Le reazioni”. Tutte negative ovviamente. Lo sanno tutti che il mondo intero ce l’ha con Hezbollah, impresentabile covo di terroristi. Ecco quindi i piagnistei di D’Alema sui malvagi sobillatori che vorrebbero rovesciare un “governo costituzionale” (ah, se esistessero sobillatori simili anche dalle nostre parti!). Ecco le invettive del celeberrimo deputato druso antisiriano Akram Shehayeb (ma chi minchia è?) e del cristiano Samir Geagea, che si produce in un originalissimo commento in puro stile berlusconiano ("bloccare le strade e impedire alla gente di condurre la sua vita normale è un comportamento terroristico") (1); mentre nessuno spazio viene dedicato alle opinioni dei cristiani che appartengono al partito di Aoun, alleato di Hezbollah, né a quelle dei deputati dell’opposizione, né a quelle degli uomini e delle donne libanesi che a centinaia di migliaia hanno affollato le strade per chiedere la fine del governo Siniora. Un governo che vorrebbe ulteriormente asservire il proprio paese agli assassini israelo-occidentali con la richiesta di un prestito di 5 miliardi di dollari in aiuti che Siniora stava per presentare ai banchieri strozzini della conferenza di Parigi. I disordini libanesi lo hanno costretto a restare in Patria, impedendogli di tendere il cappello agli sterminatori del suo popolo. Già soltanto questa, Hezbollah dovrebbe considerarla una grande vittoria politica. 


(1) - Samir Geagea, per la cronaca, è un esponente falangista filo-israeliano che fu protagonista dei massacri di Sabra e Chatila. Repubblica sa scegliere bene le personalità politiche  a cui far commentare gli eventi.

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NUOVE FRONTIERE DELLA DEMOCRAZIA

by Gianluca Freda (17/01/2007 - 23:09)

IRAN: TUTTO E’ PRONTO PER L’ESCALATION
del Col. Sam Gardiner (1)
Pubblicato da Michel Chossudovsky su Global Research
Traduzione di Gianluca Freda

Non accetto l’idea che la prima vittima della guerra sia la verità
(Col. Sam Gardiner)


Le pedine stanno muovendosi. Saranno al loro posto entro la fine di febbraio. Gli Stati Uniti prepareranno l’escalation militare contro l’Iran.

Il secondo gruppo da combattimento aeronavale (Carrier Strike Group) partirà martedì prossimo dalla Costa Ovest degli Stati Uniti. Sarà affiancato da unità navali antimina degli Stati Uniti e del Regno Unito. Sono anche stati ordinati sistemi di missili Patriot da dispiegare nel Golfo.

Uno squadrone di aerei da combattimento stealth F-117 è appena stato destinato alla Corea, forse come difesa contro la Corea del Nord che vede le operazioni in corso contro l’Iran come una possibilità per diventare aggressivi. 

Questa è un’escalation. Dobbiamo ricordare che, proprio come l’Iran sta appoggiando propri gruppi militari all’interno dell’Iraq, gli Stati Uniti stanno sostenendo a loro volta propri gruppi all’interno dell’Iran. Come l’Iran ha truppe operative speciali che agiscono in Iraq, così abbiamo appreso che anche gli Stati Uniti hanno truppe speciali operanti all’interno dell’Iran.

Come l’Iran sostiene Hamas, così due settimane fa abbiamo appreso che gli Stati Uniti stanno fornendo armi ad Abbas. Come Iran e Siria appoggiano Hezbollah in Libano, così abbiamo appreso che la Casa Bianca ha approvato un finanziamento con cui la CIA dovrà sostenere i gruppi d’opposizione all’interno del Libano. Come l’Iran appoggia la Siria, così abbiamo recentemente appreso che gli Stati Uniti finanzieranno i gruppi d’opposizione siriani.

Questa settimana abbiamo saputo che il presidente ha autorizzato un assalto al consolato iraniano di Irbil.

La Casa Bianca continua a dire che non esistono piani per un attacco all’Iran. Ovviamente i fatti suggeriscono il contrario. E’ altrettanto chiaro che gli iraniani valuteranno ciò che l’amministrazione americana sta facendo, non quello che dice.

E’ possibile che la strategia della Casa Bianca miri solo ad accrescere la pressione sull’Iran su una pluralità di fronti e che ciò non avrà mai alcuno sbocco militare. D’altro canto se la Casa Bianca ha davvero intenzione di colpire l’Iran, i suoi prossimi passi saranno i seguenti.

Per prima cosa sappiamo che esiste un gruppo del National Security Council il cui compito specifico è quello di diffondere nel mondo la propaganda anti-iraniana. Proprio come nel preludio alla seconda guerra del Golfo, questo gruppo di propaganda inizierà a diffondere storie infamanti che servano a vendere al mondo il futuro attacco all’Iran. Attenti dunque alle calunnie.

I missili Patriot destinati agli stati del Golfo sono solo una parte del sistema di difesa missilistico. Mi aspetto di veder affidare alcuni dei sistemi di difesa antimissile, attualmente dispiegati in Europa, a Israele, proprio come avvenne prima della seconda guerra del Golfo.   

Mi aspetto anche di veder dispiegare aerei da combattimento aggiuntivi nelle basi irachene, forse anche in Afghanistan.

Credo che leggeremo presto che parte delle nuove truppe americane destinate all’Iraq è stata schierata sul confine con l’Iran. Il loro compito sarà quello di impedire ogni movimento iraniano verso l’Iraq.

L’ultimo passo prima dell’attacco sarà quello di inviare aerei da rifornimento USA in località insolite, ad esempio in Bulgaria. Essi saranno utilizzati per rifornire i bombardieri B-2, con base in USA, nelle loro missioni di attacco all’Iran. Quando ciò avverrà, vorrà dire che mancano solo pochi giorni all’attacco.

La Casa Bianca potrebbe anche stare dicendo la verità. Forse non ci sono piani per portare l’escalation contro l’Iran al successivo livello. Comunque, la benzina per il fuoco è già stata versata. Tutto ciò che serve è una scintilla. Il pericolo è di aver creato le condizioni che potrebbero portare ad una guerra mediorientale molto più ampia.


(1) Sam Gardiner è un colonnello – oggi in pensione - dell’aeronautica americana. E’ esperto di strategia militare. Ha insegnato al National War College. Ha anche insegnato all’Air War College, al Naval War College ed è stato professore ospite allo Swedish Defense College. Il suo testo Truth in These Podia (pdf) spiega i metodi di propaganda utilizzati dal Pentagono per “vendere” le guerre.
  

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BIN LADEN AIUTA I COMUNISTI

by Gianluca Freda (17/01/2007 - 19:42)



I comunisti ne hanno fatta un'altra delle loro, ora denunciano disparita' di trattamenti tra diversi strati sociali nella sanita' e nell'istruzione, aiutati da cellule di Al Qaeda sotto diretto controllo di Bin Laden che si sarebbero non solo infiltrate, ma addirittura avrebbero le redini del movimento saldamente in mano. Apprendiamo anche che i comunisti vorrebbero il paese in mano ai talebani o al loro amico Saddam, qui in redazione abbiamo gia' proceduto a rasare a zero le nostre figlie e a somministrare loro ormoni per trasformare la loro voce e farla diventare maschile, non le faremo toccare da questa gente. Conveniente comportarsi cosi' quando si e' dei signorotti in cashmere con la terza casa e un veliero equosolidale gestito da marinai portoghesi cassaintegrati, ma dai comunisti non ci si puo' aspettare altro.  Tutto questo non fa altro che ricordarci la pericolosita' di un paese in mano ai comunisti. Filosofie terzomondiste che non farebbero altro che condannare il paese a ideologie sconfitte dalla storia in tutto il mondo, ma che evidentemente i comunisti non sono ancora stanchi di sostenere. Complimenti.

                                      *  *  *

Questo articolo vi sembra imbecille? Lo è. Non è stato scritto da un essere umano ma utilizzando il GENERATORE AUTOMATICO DI ARTICOLI DI “LIBERO”, che potete trovare a questo indirizzo. Nel mio caso ho inserito “i comunisti” alla voce “nemici dell’occidente” e “Bin Laden” alla voce “aiutati da”. Ci si può sbizzarrire a scrivere, con pochi click del mouse, articoli del tutto indistinguibili da un editoriale di Feltri o da una “lettera aperta” di Farina. Secondo me anche Feltri lo usa.

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SE AL QAEDA NON ESISTESSE

by Gianluca Freda (17/01/2007 - 18:28)


di Massimo Fini
da “Il Gazzettino” del 12 gennaio 2007

Se Al Qaeda non esistesse - come probabilmente non esiste - gli americani se la sarebbero inventata. Perchè adesso ogni loro violazione del diritto internazionale, ogni aggressione, ogni atto di pirateria di Stato, ogni occupazione, ogni invasione, ogni bombardamento viene giustificato col fatto che si volevano colpire terroristi o anche «presunti terroristi» (la presunzione è più che sufficiente) di Al Qaeda o anche solo «presumibilmente» legati ad Al Qaeda. Così sono stati motivati anche i tre raid aerei compiuti nei giorni scorsi nel sud della Somalia che hanno provocato, come minimo, trenta vittime civili: e si volevano colpire terroristi o «presunti» terroristi, «presumibilmente» legati ad Al Qaeda e, sempre presumibilmente, responsabili degli attentati antiamericani del 1998 in Kenya e Tanzania..

.
Pretesto risibile. Non tanto perchè nel 1998 Al Qaeda non esisteva ancora nemmeno nelle invenzioni del Pentagono e perchè è poco credibile che gli americani abbiano individuato proprio oggi gli autori di attentati compiuti nove anni fa, ma perchè i bombardamenti sono avvenuti, guarda caso, proprio nella zona dove le truppe etiopi, che hanno invaso la Somalia , stanno combattendo, - subendo forti perdite - le Corti Islamiche che, fino all'invasione, governavano la Somalia con l'appoggio della popolazione. L'intervento americano c'è stato perchè i carri armati etiopi, intrappolati in un bosco di acacie, si trovavano in gravissima difficoltà e non bastavano più. Ci voleva l'aviazione. Ecco allora i bombardamenti dei C130 "Spectre" americani che sono durati due interi giorni e sono stati "a tappeto" e niente affatto mirati, tant'è che nessuno dei presunti ricercati è stato ucciso o ferito.

L'intervento americano conferma ciò che già si sapeva ma che veniva pudicamente taciuto. E cioè che l'invasione della Somalia da parte dell'Etiopia non è avvenuta semplicemente con la benevolenza degli Stati Uniti, ma che gli americani ne sono stati gli istigatori e che sono alleati degli etiopi in questa guerra di aggressione.
Quali erano le colpe della Somalia? Di avere un governo, quello delle Corti Islamiche, che non corrisponde ai canoni della democrazia e della cultura occidentali. Sembra che questo ormai basti per attaccare un Paese e occuparlo. Così è stato nel 1999, quando nessuna guerra al terrorismo era in corso e l'11 settembre era al di là da venire, con Milosevic, nel 2001 con i Talebani, nel 2003 con Saddam Hussein, nel 2007 con la Somalia, mentre sono già stati approntati i piani per spazzare con l'atomica, via Israele, il governo teocratico di Teheran.

Le democrazie occidentali sembrano aver preso il posto delle dittature nazifasciste degli anni Trenta. Quelle volevano spazzar via dalla faccia della terra le democrazie «giudo-pluto-massoniche», queste tutto ciò che non è «democratico». È cambiato qualcosa? No. A una protervia se ne è sostituita semplicemente un'altra.
Questa volta le Nazioni Unite, l'Unione Europea, moltissimi Stati occidentali fra cui persino la Norvegia che, chiusa nel proprio isolamento, di solito si tiene alla larga da queste questioni, hanno condannato i raid americani in Somalia. Ed era ora. Perchè gli Stati Uniti stanno assumendo il ruolo che Adolf Hitler ha avuto negli anni Trenta e, col pretesto di combattere il terrorismo che invece in questo modo favoriscono, ci stanno portando verso una nuova, e ancor più globale e terrificante, guerra mondiale.



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AMERICAN CULTURE

by Gianluca Freda (16/01/2007 - 22:39)



Fino a pochi anni fa impazzava in TV e nei discorsi di popolo il vetusto luogo comune secondo il quale gli Stati Uniti sarebbero stati “una grande democrazia”. Il lato positivo dei massacri compiuti dagli USA in Iraq e Afghanistan è stato quello di permetterci di sentir proferire questa oscena stupidaggine con sempre minor frequenza. Gli Stati Uniti non sono una grande democrazia e non lo sono mai stati. Se lo fossero sarebbe il popolo americano a decidere l’elezione dei presidenti, non i parenti-governatori di George Bush e le macchinette per il voto elettronico della Diebold. Se lo fossero, sarebbe il popolo elettore a determinare le direttive di politica estera e la qualità dei rapporti con  i paesi stranieri. Invece, come sappiamo, la democrazia americana è sempre stata nient’altro che un’invenzione propagandistica. Il popolo americano – in concreto - non controlla nulla e non decide nulla, tantomeno la politica estera del proprio paese. E’ triste? Beh, un po’ sì.
Però guardare un filmato come questo aiuta a farsene una ragione.    
 

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LE RADICI DEL RAZZISMO

by Gianluca Freda (16/01/2007 - 01:40)



La parola “razzismo”, con gli aggettivi che ne derivano, è usata oggi in accezione negativa e spregiativa. Definiamo “razzista” l’ebete elettore della Lega che vorrebbe identificare gli extracomunitari prendendogli le impronte dei piedi, senza troppo distinguere tra scafisti albanesi e ingegneri camerunensi, essendo il colore della pelle e/o la provenienza geografica il grossolano “trait d’union” con cui la sua povertà di spirito categorizza una realtà umana ampia e variegata. Definiamo “razzista” la casalinga citrulla e strafatta di televisione che crede sul serio al “pericolo islamico” ed è convinta che siano gli arabi, non chi li massacra a milioni, i protagonisti del terrorismo internazionale. “Razzista” è insomma una parolaccia con cui siamo soliti bollare persone che reputiamo di infimo spessore culturale e umano e nei confronti delle quali qualcuno (ad esempio il sottoscritto) si spinge a desiderare perfino una futura perseguibilità penale.

Eppure i termini “razzismo” e “razzista”, fino agli anni Trenta e Quaranta del Novecento, non possedevano affatto questa connotazione spregiativa. Il razzismo era un’ideologia che si era capillarmente diffusa in Europa a partire dalla fine dell’Ottocento. Il suo valore civico ed etico era dato per scontato dai popoli di ogni nazione. Il razzismo consisteva nell’idea che esistesse una categoria umana (“l’uomo bianco”, preferibilmente europeo), connotata su base genetica, più avanzata delle altre nel campo del pensiero, della tecnologia e dell’organizzazione sociale. Compito di tale gruppo umano era di portare la luce della civiltà e della conoscenza ai popoli meno evoluti. Le teorie evoluzioniste e neolamarckiane di Darwin, Mendel, Huxley, Haeckel avevano offerto un involontario supporto “scientifico” a tale ideologia, accreditando l’idea che la supremazia dei bianchi europei fosse il prodotto necessario di una millenaria selezione biologica. Era nata l’idea del “fardello dell’uomo bianco”, cioè che sugli europei gravasse il compito morale, nobile ed oneroso, di civilizzare tutti i popoli della Terra. Quest’idea fu il fondamento morale, acclamato e largamente condiviso dagli stati d’Europa, della barbarie coloniale otto-novecentesca che insanguinò tutti i cinque continenti fino alla fine della II Guerra Mondiale, quando fu progressivamente sostituita dal non meno feroce imperialismo sovietico e americano della guerra fredda. 

Diciamolo: presa in sé, l’ideologia razzista non aveva nulla di mostruoso o di esecrabile, anzi. Non c’è dubbio che esistano popoli socialmente e tecnologicamente più evoluti di altri. Nessuno, credo, oserebbe dubitare della supremazia sociale e scientifica degli italiani, ad esempio, sui ruandesi. O di quella dei finlandesi, svedesi, norvegesi (ok, mi fermo qui) sugli italiani. Se davvero i popoli più evoluti si prendessero la briga – come l’ideologia razzista teorizzava – di insegnare ai meno evoluti ciò che sanno, anche a costo di usare un po’ di polso, non ci sarebbe nulla di disdicevole. Certo, le teorie evoluzioniste e neolamarckiane che puntellavano il razzismo erano sballate quanto i numeri al lotto ricevuti in sogno da una suocera morta. Ma quale ideologia poggia su assunti scientifici veritieri? Il marxismo si fondava sul postulato dell’esistenza, nel proletariato operaio, di una “coscienza di classe” ovvero sulla consapevolezza dell’appartenenza ad una categoria sociale avente interessi e obiettivi comuni. Il che dimostra che Marx, in vita sua, non aveva lavorato in una fabbrica di moda nemmeno per dieci minuti. L’ideologia democratica si fonda sul postulato che ogni cittadino possieda le capacità e la competenza culturale per partecipare consapevolmente all’amministrazione dello Stato. Se ciò fosse vero non sarei qui a sognare una politica coloniale finlandese (o svedese o norvegese) verso l’Europa mediterranea.
Un’ideologia è un prodotto del pensiero politico, non della puntuale osservazione analitica. Non scaturisce dallo studio sperimentale, ma di esso si serve per i suoi fini. La scienza non ne rappresenta la radice, ma i rami, cioè un’appendice estetica non essenziale alla sopravvivenza. In questo l’ideologia razzista – se valutata nel suo mero contenuto teorico -non era né meglio né peggio fondata di qualsiasi altra ideologia.

Il problema dell’ideologia razzista – come di ogni altra – non stava nei suoi contenuti teorici, ma nella sua applicazione. Gli eserciti coloniali, ben lungi dall’arricchire i popoli colonizzati di saperi filosofici e competenze scientifiche, li sterminavano con bestialità genocida per appropriarsi di territori e risorse. Il problema dell’ideologia razzista è che essa non era che UN NOBILE PRETESTO per giustificare le azioni sanguinarie di Stati guidati non dal desiderio di diffondere la civiltà, ma dalla sete di maggior potere e maggior ricchezza. Normalmente, il declino di un’ideologia avviene seguendo una regola fissa: un giorno arriva un pazzo che si serve di essa come paravento per un’azione genocida rivolta non più verso popoli lontani, ma verso gli stessi popoli che quell’ideologia hanno creata e sostenuta. “Razzismo” divenne una parolaccia dopo che Hitler si fece scudo di esso per mettere a ferro e fuoco gli stessi paesi in cui l’idea della supremazia razziale era nata. “Comunismo” assunse un significato deteriore con il terrore staliniano, rivolto in gran parte contro coloro che della rivoluzione bolscevica erano stati gli artefici. “Democrazia”, grazie a George W. Bush che l’ha esportata all’estero a suon di bombe, lasciandone i popoli fondatori totalmente privi, è già un termine ripugnante per il 70% dell’umanità ed è in via di rapido degrado anche nel lessico occidentale. Tra pochi decenni chiameremo senz’altro “democratiche” le persone d’indole violenta e sopraffattrice, essendo ormai il termine “nazista” obsoleto e scevro di quell’infamante immediatezza che ebbe nei tempi della sua fortuna idiomatica. Sic transit gloria verbi. Panta rei. Le ideologie decadono, le parole che le definiscono divengono impronunciabili, così occorre rinnovare di quando in quando le une e le altre, il che non è un male.

Chi sostiene che fu Hitler l’artefice delle teorizzazioni razziali che portarono all’Olocausto dice un’enorme falsità. Hitler non teorizzò un bel niente. Si limitò ad aderire ad un’ideologia razziale che era già diffusa e ampiamente condivisa in ogni paese d’Europa. Non perché gliene importasse qualcosa, ma perché il valore etico del razzismo era così scontato nella coscienza degli europei che esso rappresentava il pretesto ideale per le guerre di conquista che la Germania si apprestava a condurre. Una strategia psicologica di cui l’America del XXI secolo ha fatto tesoro. L’ideologia razzista negli anni ’30 era condivisa dagli stessi ebrei, che salutarono con grande favore l’ascesa di Hitler. Il sionismo, come filosofia nazionalista e razzista, non poteva che approvare le tattiche, la filosofia e i precetti ostentati dal nazismo. Scrive Gilad Atzmon nell’articolo “Mai più”:

Alla vigilia della guerra Chaim Weizmann, prominente sionista, poi primo presidente dello stato ebraico, accolto dall’ambasciatore britannico a Berlino ha detto “gli intellettuali ebrei sono evidentemente i più arroganti e bellicosi di tutti i tedeschi”. Martin Buber, l’icona simbolo del sionismo di sinistra e del pacifismo poetico pacifico, non poteva smettere di festeggiare al momento dell’inizio del massacro globale, “Non nella fede ma nella devozione si rivela il divino”, diceva il profeta del rinascimento culturale ebraico. “Per Buber”, dice Amos Elon, “la guerra era un ‘trampolino sacro’ una meravigliosa purificazione attraverso la violenza, si beava nella sua pura bellezza morale”. Sí, non era Adolf Hitler ma l’adorabile ‘sio-pacifista’ Martin Buber. Però Buber non era assolutamente solo, durante le prime settimane di guerra persino Freud ha ceduto all’euforia generale: “Non vedeva l’ora di vedere le truppe tedesche marciare trionfanti su Parigi”. Probabilmente il più famoso professionista di incitamento all’odio poetico è stato l’ebreo Ernest Lissauer con il suo ‘Inno all’odio verso l’Inghilterra’:

“Dobbiamo odiarti con un odio che
duri a lungo.
Un odio che sia duraturo e che non si
smorzi mai
Odio dal mare e odio dalla terra
Da quelli che portano le corone e da
quelli che lavorano con le mani
Settanta milioni insieme come un unico
uomo
Uniti nell’amore e uniti nella disgrazia
Uniti nell’odio di un solo nemico
L’Inghilterra”
[originale in rima, ndt.]


James W. Gerard, ambasciatore statunitense a Berlino ha riportato nelle sue memorie che gli ebrei tedeschi erano orgogliosi dell’origine etnica del disgustoso inno all’odio sopracitato. Ma la festa non durò a lungo.

Si potrebbe dire che il razzismo che gli ebrei avevano avallato si ritorse contro di loro, ma in realtà le cose non andarono così. Il nazismo aveva sì una base razzista, ma non aveva nessun progetto di sistematico sterminio su base razziale, come ci è stato raccontato. Al contrario, nel Mein Kampf, parlando degli ebrei, Hitler scriveva: "Le opinioni sfavorevoli diffuse sul loro conto mi ispiravano un'antipatia che talvolta si trasformava in orrore". Ciò che Hitler inizialmente voleva era una “soluzione finale” al problema degli ebrei in Europa intesa in senso territoriale: la creazione di uno Stato ebraico che liberasse l’Europa da una minoranza poco gradita e considerata politicamente ostile. Tale obiettivo incontrava i favori del movimento sionista, che all’epoca stava già premendo e agendo per la creazione di uno Stato ebraico in Palestina. La fissazione sionista per la purezza del sangue ebraico faceva il paio con il razzismo ostentato dal regime hitleriano e contribuiva al suo sostegno ideologico. Dal 1933 al 1941, fino all’ingresso in guerra degli USA, il gruppo sionista tedesco, all'epoca comunque molto minoritario, si impegnò in una politica di compromesso e perfino di collaborazione con Hitler. Scrive Tom Segev in Le septième million: "La salvezza degli ebrei in Europa non figurava ai primi posti nella lista di priorità della classe dirigente [sionista]. Ciò che aveva importanza primaria agli occhi di questa era la creazione dello Stato".

Le misure prese da Hitler per l’epurazione degli ebrei tedeschi gli procurarono l'ostilità della comunità ebraica internazionale non sionista, ostilità che si trasformò ben presto in azioni di boicottaggio economico e, a partire dal 1939, in atti di resistenza e di aperto sostegno alle forze alleate. La minoranza ebraica divenne così un elemento di disturbo politico che si cercò di tenere a bada con le deportazioni (che non colpivano i soli ebrei, tantomeno per motivi razziali, ma TUTTI i possibili nemici politici del regime, comunisti e partigiani compresi) e con l’apposizione, in certe parti d’Europa, di segni di riconoscimento agli ebrei che potevano circolare in parziale libertà. La famosa “Stella di Davide” gialla serviva ai soldati tedeschi per distinguere gli ebrei dai non ebrei ed era dettata da ragioni di sicurezza militare più che dalla volontà di umiliare.

Qual’è il ruolo dell’ideologia razzista in tutto questo? Nessuno, se non quello di pretesto che ammantava di nobile idealismo – tale era considerato all’epoca il mito della purezza della razza – un insieme di strategie politiche e territoriali rivolte all’espansione tedesca e alla creazione di uno Stato ebraico nel Medio Oriente. Nessuna “pazzia” di Hitler, nessun progetto di sterminio etnico, nessun “Olocausto” che coinvolgesse gli ebrei più di altre categorie di nemici politici. Solo un intrico di mire politiche e territoriali autentiche e fandonie ostentate dal nazismo a scopo di propaganda, mescolate tra loro dalla rielaborazione popolare degli eventi, alimentata poi, a sua volta, dalla contro-propaganda alleata e sionista del dopoguerra. Ne è venuto fuori un orrendo impasto di verità, menzogne e vere e proprie leggende nel quale, per qualsiasi storico, districarsi sta diventando ogni giorno di più un’impresa titanica.

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QUANDO LA DEMOCRAZIA LA PORTARONO A NOI

by Gianluca Freda (12/01/2007 - 21:07)



Tutti conoscono i nomi dei luoghi degli eccidi nazisti della II Guerra Mondiale: Marzabotto, S. Anna di Stazzema, Civitella in Val di Chiana, sono diventati sinonimi della barbarie degli invasori tedeschi. “Invasori” barbari sì, ma anche invitati da noi, resi feroci dalla sconfitta e dall’incredibile voltafaccia degli italiani, che passarono dalla parte degli angloamericani dopo solo pochi mesi di bombardamenti. E’ molto grave, però, che la propaganda del dopoguerra abbia invece del tutto cancellato il ricordo delle stragi e degli orrori angloamericani con una sistematica opera di disinformazione. Bisogna andarsi a rileggere Moravia o i giornali dell’epoca per trovare traccia dei massacri compiuti in Italia dagli alleati, così simili a quelli che vediamo compiere oggi in Iraq e aventi il solo scopo di spargere il terrore tra una popolazione civile già demoralizzata, che aspettava, anche se viveva nei territori della Rsi, soltanto la caduta dei nazifascisti. Una tecnica di feroce guerra psicologica che è sempre stata, ed è ancora, il marchio inconfondibile dell’imperialismo americano. Ecco una breve rassegna delle stragi compiute dai nostri “liberatori” ai tempi in cui, generosi com’erano e ancora sono, vennero a “portarci la democrazia”. 

LA TECNICA DEL MASSACRO


Per massacrare quanti più civili possibile, gli aerei americani e inglesi, durante la Seconda Guerra Mondiale, utilizzavano una strategia particolarmente efficace: bombardamenti composti da tre ondate successive in cui alle bombe dirompenti seguivano gli spezzoni incendiari e poi, nel terzo passaggio, bombe a scoppio ritardato per annientare tutti coloro che avevano cercato scampo nei rifugi antiaerei. Distruggere il morale delle popolazioni nemiche attraverso massacri feroci e indiscriminati è sempre stata la tecnica preferita dagli americani, dalla distruzione dell’Italia a quella dell’Iraq. Nei documenti dell’aviazione americana è rarissimo trovare traccia di disposizioni agli aviatori di risparmiare la popolazione e i monumenti storici. La guerra americana è sempre stata una guerra terroristica, cosapevolmente rivolta contro i civili innocenti più che contro le truppe militari.

LA DISTRUZIONE DI MONTECASSINO


La mattina del 15 febbraio 1944 uno stormo di bombardieri B-17, su ordine di Washington, sgancia un grappolo di bombe da 250 kg. l’una sulla storica abbazia di Montecassino. L’abbazia, la più antica della cristianità, fondata da S. Benedetto nel 529, ne risulterà completamente rasa al suolo. Nell’attacco vengono massacrati centinaia e centinaia di profughi che nell’abbazia avevano cercato rifugio. Di fronte all’orrore del mondo, il presidente USA Franklin Delano Roosevelt dichiara: “Il motivo per cui l’abbazia è stata bombardata è che i tedeschi se ne servivano per bombardare noi. Era un caposaldo tedesco, con artiglieria e tutto il necessario”. Si tratta di una volgare menzogna. Nell'abbazia non si trovava - come dichiarò dopo il bombardamento l'abate Diamare - alcun soldato tedesco, ed i tedeschi avevano escluso il monumento dalla propria organizzazione difensiva, rinunciando così ad avvalersi di quello che avrebbe potuto essere un caposaldo di prim'ordine, sulla vetta di uno scosceso monte che domina la vallata sottostante. I preziosissimi documenti dell’archivio e della biblioteca dell’abbazia vennero salvati dalla barbarie americana grazie all’aiuto degli stessi tedeschi, che misero a disposizione un convoglio di dodici autocarri militari, distolti dall’impiego bellico, per trasportare i documenti alla Rocca di Spoleto.

LA BOMBA DI SAN MINIATO AL TEDESCO


Il 22 luglio 1944 un proiettile americano a scoppio ritardato si abbattè sul Duomo di San Miniato al Tedesco (Pisa) provocando 56 morti (accertati) e decine di feriti. L’eccidio venne però attribuito ai tedeschi e nel 1954 sul luogo venne posta una lapide grondante di retorica che ancora oggi recita:

QUESTA LAPIDE RICORDA NEI SECOLI
IL GELIDO ECCIDIO PERPETRATO DAI TEDESCHI
IL 22 LUGLIO 1944
DI SESSANTA VITTIME, INERMI, VECCHI, INNOCENTI
PERFIDAMENTE SOLLECITATI A RIPARARE NELLA CATTEDRALE
PER RENDERE PIÙ RAPIDO E PIÙ SUPERBO IL MISFATTO.
NON NECESSITÀ DI GUERRA, MA PURA FEROCIA
PROPRIA DI UN ESERCITO IMPOTENTE ALLA VITTORIA
PERCHÈ NEMICO DI OGNI LIBERTÀ, SPINSE GLI ASSASSINI
A LANCIARE MICIDIALE GRANATA NEL TEMPIO MAGGIORE.
ITALIANI CHE LEGGETE, PERDONATE MA NON DIMENTICATE !

RICORDATE CHE SOLO NELLA PACE E NEL LAVORO
È L'ETERNA CIVILTÀ.

Si tratta di un vero e proprio stravolgimento della verità. Già la commissione istituita nell’autunno del ’44 aveva ritrovato, sul luogo dell’esplosione, un’inconfondibile spoletta americana che firmava la paternità dell’eccidio. Tuttavia la verità venne tenuta nascosta per decenni dalla propaganda filoamericana. Perfino il film “La notte di San Lorenzo” dei fratelli Taviani partecipò a questa vergognosa operazione di mistificazione storica con la scena della chiesa piena di gente fatta saltare in aria dai tedeschi.

IL MASSACRO DI CANICATTI’


Il 14 luglio 1943 ad un ignoto tenente colonnello americano dell’AMGOT (Governo Militare Alleato per i Territori Occupati) di stanza a Canicattì venne comunicato che un folto gruppo di civili era entrato nella locale Saponeria Narbone-Garilli attraverso un buco nel muro provocato dall’artiglieria americana. I civili, tra cui c’erano molte donne e bambini, stavano riempiendo alcuni secchielli di sapone liquido delle fosse. Il colonnello si recò sul posto con due uomini dell’intelligence e ordinò ai soldati, che avevano fermato una quarantina di persone, di uccidere tutti i prigionieri. I soldati, agghiacciati dalla prospettiva di massacrare donne e bambini, rifiutarono di obbedire. Allora il colonnello diede lo stesso ordine agli uomini dell’intelligence, i quali a loro volta si rifiutarono, impietriti. A questo punto il tenente colonnello estrasse la propria pistola Colt 45 e iniziò a sparare. Il prof. Joseph S. Salemi della New York University, figlio di uno dei militari dell'Intelligence che furono presenti alla strage, racconta: “Egli svuotò il primo caricatore, e poi ricaricò, ne svuotò un altro e quindi ricaricò di nuovo [...]. Mio padre ricorda, in particolare, che un bambino di circa dodici o tredici anni ricevette un colpo di rivoltella direttamente nello stomaco. Il bambino non morì subito, ma si mise a gridare più volte in dialetto siciliano C'haiu na bodda ntu stummachu! C'haiu na bodda ntu stummachu! [ cioè “Ho un proiettile nello stomaco”, NdR]". Alla fine della sparatoria sul terreno rimasero otto vittime.

L’ECCIDIO DI ACATE


La stessa mattina del 14 luglio 1943, vicino al campo di aviazione di Acate, presso Ragusa, trentasei prigionieri italiani e tedeschi vennero fucilati da un plotone di soldati americani al comando del capitano John Compton. Altri trentasette prigionieri italiani vennero uccisi a colpi di mitra dal sergente Horace West. I nomi dei 73 prigionieri sono rimasti sconosciuti. Responsabili dell’eccidio furono i soldati americani della 45a divisione di fanteria “Thundebirds”: Cap. John Compton, Ten. Richard Blanks, Ser. Jim Hair, Ser. Jank Wilson, soldati John Gazzetti, Raymond Marlowe John Carrol, Ser. Horace West. Tra il settembre e l’ottobre del 1943 la Corte marziale degli USA processò Compton e West come responsabili dei due eccidi di Acate. Compton fu assolto perché aveva obbedito agli ordini del Gen. Patton (“…se si arrendono solo quandi gli sei addosso, ammazzali”). West invece fu condannato alla pena di morte (poi comminata in ergastolo) per violazione dell’art. 92 del Codice di Guerra. La pena non fu mai scontata, infatti West ritornò a combattere da volontario a Omaha Beach. Oggi il suo nome figura tra gli eroi caduti in Normandia nel D-day.

IL BOMBARDAMENTO DI TREVISO

I resti del teatro Garibaldi a Treviso dopo il bombardamento americano del 7
aprile 1944.

Il 7 aprile 1944 (giorno di Venerdì Santo), senza una motivazione strategica comprensibile, la città di Treviso fu bombardata e pressoché rasa al suolo da aerei americani. Le vittime civili furono circa 4000, l’80 % dei monumenti e degli edifici della città fu distrutto. Sulla città vennero sganciate oltre 2000 bombe con l’unico obiettivo di provocare un massacro, non essendoci nella città obiettivi militari di rilievo.  

GORLA


Il 20 ottobre 1944 i bombardieri angloamericani si resero colpevoli di uno dei massacri più atroci e inutili perpetrati contro la popolazione civile italiana. Una formazione di B24 e B27, partita per bombardare le officine Breda e la stazione ferroviaria di Greco in prossimità di Milano, non riuscendo a colpire gli obiettivi previsti sganciò comunque le bombe sul quartiere di Gorla, una zona di Milano altamente popolata e priva di qualsiasi rilevanza militare o strategica. Uno degli ordigni esplosivi da 500 kg. colpì in pieno la scuola elementare Francesco Crispi mentre i maestri tentavano di evacuare i bambini dell’istituto nei rifugi. Quei bambini erano figli di operai, artigiani e impiegati del quartiere che i genitori avevano fatto rientrare dallo sfollamento convinti che, dopo l’8 settembre, la guerra fosse finita. La bomba americana distrusse completamente la scuola, uccidendo 184 scolari più altre 18 persone tra insegnanti e inservienti. In totale, quel giorno, le vittime milanesi furono 614, tutte civili, colpite nei quartieri operai e artigiani che sono da sempre il  bersaglio favorito delle bombe USA in tutte le guerre imperiali.


E' da notare che nei luoghi degli eccidi nazisti i monumenti e le lapidi accusano più o meno esplicitamente i tedeschi di essere gli autori delle stragi (anche quando non è vero, come nel caso di San Miniato). Invece, nei rari casi in cui i monumenti commemorano una strage americana (come nel caso di Gorla), ad essere accusata è genericamente "la guerra", implacabile entità metafisica ed astorica con la quale gli americani, evidentemente, non hanno nulla a che fare.

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FAURISSON SULL'OLOCAUSTO/ 2

by Gianluca Freda (07/01/2007 - 22:42)



Il processo a cui Robert Faurisson, in questo filmato, dice di aver partecipato è quello a carico dello studioso Ernst Zündel, tenutosi a Toronto, in Canada nel 1985. Fu il primo dei due processi a carico di Zündel (il secondo si tenne nel 1988). Faurisson partecipò a questo processo (e anche al successivo) in qualità di esperto e testimone della difesa, che era rappresentata dall’avvocato Douglas Christie.

                                                               Ernst  Zündel

Zündel  era fuggito dalla Germania nel 1958, rifugiandosi in Canada, per evitare la leva obbligatoria. Qui aveva lavorato come grafico e fondato una piccola casa editrice, la Samisdat Publishing. Fu incriminato per aver pubblicato nel 1981 l'opuscolo revisionista di Richard Harwood: Did Six Million Really Die? (Sono morti davvero in sei milioni?). L’opuscolo era stato notato da Sabina Citron, responsabile di un'associazione per il ricordo dell'Olocausto, provocando violente manifestazioni contro Zündel, tra cui un attentato al suo domicilio. La Citron ottenne di far processare Zündel per “diffusione di notizie false”. Il processo non fu un modello di equità, ma fu trasmesso in TV, permettendo ai canadesi di ascoltare le scoperte dei revisionisti e rendersi conto che la “verità acquisita” sull’Olocausto era spesso fondata su mitologie e falsità.



Il primo processo si concluse con una condanna a 15 mesi di carcere. Il consolato tedesco di Toronto ritirò a Zündel il passaporto. La Rft presento contro di lui una richiesta d'estradizione. Nel 1987 gli Stati Uniti vietarono a Zündel l’ingresso nel proprio territorio. Nello stesso anno, però, il primo processo venne annullato. Una corte canadese riconobbe che esso si era svolto senza concedere alcuna garanzia alla difesa nella scelta della giuria e che la giuria era stata ingannata dal giudice, tal H. Locke, sul significato stesso del processo.

Nel 1988 si aprì contro Zündel un secondo processo. Zundel fu condannato a 9 mesi. La detenzione, tuttavia, fu evitata grazie al processo d’appello, che nel 1992 stabilì che il reato di “diffusione di notizie false”, per cui Zündel era stato condannato, era in contrasto con i princìpi della costituzione canadese. Nel 2000 Zündel sposò la scrittrice americana Ingrid Rimland e si trasferì negli USA, in Tennessee.

Il 5 febbraio 2003 Zundel fu arrestato negli USA con l’accusa di aver violato le norme sull’immigrazione. Rimase in carcere negli USA per due settimane, poi fu deportato in Canada dove, per due anni – dal febbraio 2003 al marzo 2005 – fu tenuto in cella d’isolamento al Toronto West Detention Centre, con il pretesto che fosse una minaccia alla sicurezza nazionale (in realtà, eccezion fatta per i processi-farsa subìti per le sue idee, non aveva il minimo precedente penale). Il 1° marzo 2005, su richiesta delle lobby ebraiche, Zündel fu deportato in Germania, nel carcere di Mannheim, con l’accusa di “negazione dell’Olocausto”. Il 29 giugno 2005 un pubblico ministero di Mannheim ha formalizzato contro di lui l’accusa di “istigazione all’odio razziale” per aver “approvato, negato o sminuito” i crimini della Germania nazista. Attualmente Zündel si trova in carcere e il processo contro di lui, iniziato l’8 novembre 2005, potrebbe portare ad una condanna fino a 4 anni.

Nota (per i lettori che mi perseguitano con e-mail tra l’adirato e lo stupefatto): sì, Faurisson e Zündel hano idee di estrema destra, esattamente opposte alle mie. Questo – per alcuni sarà sorprendente apprenderlo - NON implica l’inattendibilità a priori delle loro ricerche né che sia legittimo liquidare come fantasie le loro asserzioni senza prima averle ascoltate. Credo di aver già scritto che l'idea di punire con il carcere chi esprime o avalla idee razziste non mi dispiace affatto. Ma non è il caso di Faurisson e Zündel, il cui unico crimine è quello di aver indagato su una materia su cui il sionismo internazionale fonda il proprio potere ideologico. Una materia che, ogni qualvolta si provi ad accostarvisi senza preconcetti, rivela le distorsioni e le manipolazioni di cui è costituita, accumulatesi strato su strato nel corso dei decenni fino a cancellare il ricordo di ciò che le deportazioni naziste realmente furono. Oggi come oggi di questa materia non conosciamo NULLA, eccetto ciò che la propaganda israelo-americana ci ha inculcato con gli anni e che, per chi ha imparato a conoscerne le caratteristiche, ha un'inconfondibile sapore di plastica. Accusare Faurisson e Zündel di essere storiografi "revisionisti", prima ancora che essere ridicolo, è un pleonasmo: tutta la storiografia è revisionista per definizione. Faurisson e Zündel stanno solo facendo il loro mestiere di storiografi e il minimo che si possa fare è ascoltare cosa hanno da dire prima di invocare le manette. 

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RIFORMAZIONE PERMANENTE

by Gianluca Freda (07/01/2007 - 13:03)



Leggere quest’intervista di Repubblica a Fassino è – sempre che si abbia il coraggio di affrontare la realtà di ciò che si sta leggendo – un’esperienza illuminante. Leggendola si capisce bene quali siano i punti di vista del segretario del DS e del suo partito sulle cose da fare nei prossimi mesi. Fassino ritiene:

- Che la finanziaria da 35 miliardi appena varata, socialmente iniqua, inutilmente onerosa, prona ai desideri dei vampiri  della BCE e piena di nuovi privilegi per la classe politica, sia stata una buona finanziaria.

- Che aver spennato i lavoratori dipendenti del privato, con nuove tasse, tagli alla spesa sociale e scippo del TFR, non sia sufficiente. Ora bisogna mandare in rovina anche i lavoratori pubblici, rei di avere ancora un lavoro sicuro anche se mal retribuito.

- Che si debba togliere ai lavoratori quel poco che resta delle loro pensioni, sfruttando la benevola complicità dei sindacati, i quali dopo il regalone ricevuto grazie allo scippo del TFR a loro vantaggio non oseranno certo fare obiezioni. Come dice Fassino nell’intervista, è una vergogna che un lavoratore pretenda di andare in pensione a 57 anni e poi vivere per altri 23 (di media) intascando tutti i mesi un principesco emolumento che va dai 500 ai 700 euro al mese. Visto che a prendere meno soldi non ci stanno e che a tirare il calzino prima non si decidono, perlomeno che li si faccia lavorare finché non sputano l’anima dai denti. Mica siamo a Disneyland.   

- Che le riforme di cui sopra renderanno felici gli artigiani di Venezia, gli operai di Mirafiori e i ricercatori universatari ridotti alla fame. E’ proprio ciò che desideravano da tanto tempo.   

- Che per varare queste importanti riforme si debba fare comunella con Berlusconi, cioè con l’uomo che li ha fregati così tante volte da averne perso il conto e che la netta maggioranza dei cittadini italiani aveva chiesto, alle scorse elezioni, di estromettere per sempre dalla politica nazionale. Per quanto mi riguarda era l’unico e il solo motivo per cui, a denti stretti, mi ero deciso a votare per una coalizione che mi aveva già rifilato una quantità infinita di delusioni. Col cazzo che mi fregano più.   

- Che abolire la legge Biagi non sia una buona idea ma solo uno slogan antiriformista. Sono le nuove generazioni che, per evitare di avallare un illegittimo antiriformismo, devono ripensare il loro rapporto con il lavoro e rassegnarsi alla precarietà. E’ il riformismo che lo richiede. Il riformismo è la nostra luce, il nostro glorioso destino.      

- Che tutte queste belle cose bisogna farle in fretta, finché il governo è ancora giovane e in vista ci sono solo le trascurabili elezioni amministrative di maggio prossimo. Al massimo si potrà perdere un po’ di peso politico in città di scarso rilievo (Monza, Frosinone, Gorizia) o dove la vittoria sarebbe comunque improbabile (Palermo). Farle dopo, con Rifondazione che pesta i piedi per terra e scadenze elettorali di rilievo più vicine, sarebbe un errore esiziale.   

Fassino ha fretta. Bisogna battere il ferro finché è caldo. Bisogna affibbiare agli italiani le bastonate più forti finché sono ancora storditi dalla tremenda mazzata appena ricevuta con la finanziaria. Se lo si facesse dopo, dice Fassino, il paese non capirebbe. Ciò che intende dire è che il paese inizia a capire benissimo a cosa lo sta portando la rapacità della classe dirigente che Fassino ben rappresenta e che c’è il rischio che si organizzi per resistere e per reagire. E’ essenziale non dargliene il tempo.   

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LA RAPINA DEL SECOLO

by Gianluca Freda (06/01/2007 - 20:29)



TFR: LO SCIPPO CON DESTREZZA
di Fisher
da www.luogocomune.net

Ossia: come convincere il malcapitato di poter far aumentare i soldi che ha nella tasca destra, portandoci quelli che ha nella tasca sinistra, e – appena li tira fuori – scipparglieli. (Vedi la scena iniziale de "La Stangata" o il Campo dei Miracoli del Gatto e la Volpe).


1. Che cos’è il Trattamento di Fine Rapporto?

Sono soldi del lavoratore. È salario differito: è momentaneamente indisponibile, ma comunque, anche se non ne è l’attuale possessore, è il singolo lavoratore che ne è il proprietario.

Attualmente il datore di lavoro trattiene questa quota di salario e ne è responsabile. Serve per garantire una certa quota di autofinanziamento all’azienda, alleggerendola del peso dell’esposizione finanziaria. Essa viene incrementata annualmente dell’1,5% + 75% dell’incremento ISTAT. Quindi si può dire che oggi è appena al riparo dall’inflazione. Se ne possono avere anticipazioni per importanti motivi, quali acquisto casa, eventi gravi. Il datore di lavoro ne è responsabile e oggi l’INPS se ne fa garante per le aziende inadempienti, contrariamente a quanto accade per stipendi arretrati e versamenti contributivi. Quindi possiamo dire che almeno il capitale è al riparo da rischi finanziari o frodi.

2. Che cosa si prevede con la presente legge finanziaria?

Distinguiamo due categorie di aziende. Quelle che hanno meno di 50 addetti e quelle da 50 in su.

Per le prime non cambia nulla (si vedano alla fine i commenti sulle motivazioni di questa scelta).

Per le seconde ai lavoratori si aprono due possibilità:

a.
optare per un fondo di investimento aziendale (chiuso), qualora ci sia, oppure per un fondo di investimento pubblico (aperto)
b.  lasciare il suo TFR all’INPS.

3. Qual è la finalità dichiarata?

Far fruttare di più questi fondi, in modo da offrire al lavoratore – quando andrà in pensione – o una pensione più alta, o un TFR più consistente, o un misto delle due soluzioni.

4. Che cosa sono i fondi di investimento?

Per capire cos’è un fondo di investimento, come funziona e quando può rendere, è illuminante vedere un po’ la loro storia recente in questo paese. Istruttiva la puntata di Report di RaiTre del 21 maggio 2006.

I fondi di investimento aperti sono dei prodotti finanziari in genere offerti da grosse compagnie bancarie o assicurative che gestiscono molte tipologie di fondi per svariati clienti.

I fondi di investimento chiusi sono fondi che alcune categorie di lavoratori (metalmeccanici, chimici) hanno già stipulato con grosse compagnie bancario-assicurative.

5. Che cosa promettono questi fondi?

Ovviamente questi fondi non possono promettere niente, perché – dicono – per raggiungere risultati o rendimenti elevati, bisogna che questi fondi vengano gestiti da persone competenti che li sappiano far fruttare sul mercato speculativo. Quindi non si sa quanto possono rendere, ma ce ne possiamo fare un’idea dal recente passato. Siccome questi fondi investono in Borsa e la Borsa negli ultimi anni è aumentata dal 7% fino al 10%, i risultati che ci si aspetta saranno di quest’ordine. Per esempio se prendiamo un tipico fondo, vediamo che dall’anno a all’anno b il rendimento è stato del x%. Quindi, se non si fa una speculazione a breve termine, ma si lasciano i soldi lì abbastanza a lungo, la elevata remunerazione sarà certa.

6. Dov’è la trappola?

a. qualunque tipo di grafico ti fanno vedere, sono loro che stabiliscono da dove partire; per es., se si parte dal 2002, la Borsa è aumentata molto di più dell’inflazione, grazie all’impulso dato all’economia mondiale dalla guerra post 11 settembre, ma se si parte dal 2000, i rendimenti sono sotto quelli che si sarebbero avuti secondo l’attuale remunerazione del TFR. si dice: "ma a lungo andare la remunerazione è garantita".

b. anche questo è totalmente errato, perché a lungo andare mediamente l’economia finanziaria non può crescere più di quella reale (altrimenti che cosa ci stiamo dividendo?); è chiaro che nel breve termine ci possono essere oscillazioni molto forti dovuti a bolle speculative, ma nel lunghissimo termine economia reale e finanziaria devono tendere a eguagliarsi.

c. e veniamo alle famose "bolle speculative" – è risaputo che a guadagnare in borsa sono solo coloro che hanno strumenti, legali o illegali, che consentono di anticipare gli andamenti borsistici, quindi dovremmo affidare il TFR a gente un po’ troppo sveglia capace di speculare e lasciare il cerino in mano agli altri? Affidereste la vostra liquidazione ad uno così?
Ma come sono andate le cose in Italia?

d. i fondi hanno spese elevatissime: per es., se si hanno spese pari anche solo al 3 per mille, in trent’anni un rendimento medio del 5% frutterà un capitale finale di ben il 9% in meno, ossia anziché una pensione integrativa di 1.000 €, di 910 €. Si dice però: "ci sono forti vantaggi fiscali perché questi prodotti sono parzialmente detassati".

e. è vero, ma allora, anziché fare tutto questo giro, lo Stato perché non detassa direttamente il TFR ai lavoratori, invece di far ingrassare i fondi? In ogni caso la faccenda è molto più grave:

f. se si esaminano i rendimenti dei fondi di investimento italiani e si confrontano con quello che otterrebbe una scimmietta ammaestrata a investire a caso (benchmark) si vede che TUTTI i fondi sono andati sotto, qualcuno si è avvicinato, ma non è stato più bravo della scimmietta

g. in Italia, come negli USA (vedi Enron), ci sono stati scandali che sono rimasti e rimarranno impuniti, quali Parmalat, Bond argentini, per i quali, poco prima della bancarotta le banche si sono disfatte delle obbligazioni (che dovrebbero essere i prodotti più sicuri, almeno come capitale) scaricandoli nei fondi dei propri clienti che gestivano o convincendo ignari vecchietti a comprare prodotti formalmente altamente rischiosi, ma ormai completamente bolliti

h. nella citata puntata di Report si esaminavano due fondi di investimento della San Paolo, identici per profilo: uno risulta raddoppiato ed uno ha perso la METÀ DEL CAPITALE, perché – a fronte di investimenti altamente rischiosi – se l’operazione aveva successo si imputava sistematicamente all’uno, altrimenti all’altro; non mi risulta che Report sia stata querelata.

Il tutto deriva da un mostruoso CONFLITTO DI INTERESSE che hanno tutti questi fondi, perché non gestiscono un solo utente, ma una miriade; perché hanno un settore bancario altamente speculativo ed uno assicurativo e quindi il travaso di profitti e perdite tra questi due settori non è assolutamente controllabile.

Esistono in Italia piccole società di gestione del risparmio che non sono bancarie e che quindi questi conflitti li presentano in modo più limitato, ma i grandi fondi chiusi già citati (metalmeccanici, chimici e tra poco statali) non ci si rivolgono! Perché?

Inoltre, poiché questi fondi operano in tutto il mondo, il vantaggio dell’economia italiana quale sarebbe, di far sì che consistenti quote del risparmio prendano la via speculativa dell’estero? Certo, una quota consistente andrebbe ad alimentare questa enorme fornace costituita dalla Borsa, che si alimenta solo con enormi iniezioni di capitali, ma alla mungitura del famoso "parco buoi" chi parteciperà?

"Quando ti siedi ad un tavolo di poker, chiediti sempre chi sia il pollo; se entro cinque minuti non lo hai ancora capito, il pollo sei tu!"

7. La seconda opzione

Abbiamo visto quindi che la prima scelta dei fondi, chiusi o aperti che siano, presentano dei rischi per i lavoratori che credo nessuno voglia correre, almeno per una parte così consistente come quella costituita dalla propria liquidazione.
Vediamo invece l’altra opzione.

In questo caso il TFR andrà all’INPS, ma non resterà lì, dove potrebbe essere gestito al meglio secondo criteri oculati da un unico operatore che non ha conflitti di interesse, ma verrà girato immediatamente al Tesoro, il quale che cosa ci farà? Buchi per terra!

Ebbene sì, il TFR servirà a rilanciare le grandi opere pubbliche che in Italia purtroppo languono. E perché languono? Perché purtroppo il governo precedente ha inaugurato 100 e ha finanziato 1. In realtà queste opere dovevano finanziarsi da sole, ricordate? Come mai le grandi compagnie internazionali non si sono mai viste? Il Ponte di Messina non doveva autofinanziarsi e non costare una lira ai contribuenti? La verità è che queste sono balle colossali. Queste Grandi opere pubbliche non potranno mai autofinanziarsi perché sono perfettamente inutili e costosissime.

La Società del Canale della Manica è fallita già tre volte forse perché collega due cittadine di provincia come Londra e Parigi. Invece il grande collegamento previsto tra Lione e Torino (dove hanno già soppresso la linea passeggeri per mancanza di traffico) dovrà essere raddoppiato, dovrà essere QUADRUPLICATA la sua capacità di trasporto e i suoi tempi di percorrenza dovranno essere abbassati - pensate - di ben 15 minuti, indispensabili per far arrivare la mozzarella che viene da Lisbona fresca fresca a Kiev. Le Ferrovie Italiane sono alla bancarotta e i due terzi della ricapitalizzazione se ne andranno nell’alta velocità.

Ma che cos’è l’alta velocità? Una cosa che in Italia costa il triplo della Francia, il doppio della Svizzera. Perché? Condizioni orografiche, costo del lavoro abnorme o costi della politica? Anzi, pardon, questi ladri parlano di "costi della democrazia".

Una cosa che porta innovazione tecnologica? In Italia abbiamo un gioiello tecnologico tutto italiano, il Pendolino, un treno che viaggia sulle linee preesistenti con la capacità di inclinarsi per aumentare la velocità in curva. No! Non bastano i duecentocinquanta chilometri orari, dobbiamo arrivare a trecento, trecentocinquanta e quindi opere colossali per fare nuove linee, dove viaggeranno treni a tecnologia tedesca (che ogni tanto sbattono malamente con stragi da disastro aereo) e che comportano per l’Italia: dissanguamento finanziario, dissesti idrogeologici, investimenti in settori a bassissima tecnologia, quali movimento terra, cemento e ferro. C’è da stupirsi che nessuno vuole dargli i soldi per questi giochini? Sono andati sul mercato a chiederli col project financing, ma gli è andata buca, perché ovviamente i tempi di ritorno di questi investimenti sono letteralmente infiniti

Se li chiedessero onestamente sul mercato finanziario, emettendo Titoli di Stato, la bolla verrebbe a galla. E allora? Dove sono i soldi? Da chi si possono prendere questi soldi? A quei paperoni dei lavoratori, che sono tanto ricchi che tengono i soldi a far niente dentro le aziende dei loro padroni. E allora che si fa? Il TFR! Che bella idea! Ciò che non prenderà il Gatto lo spazzolerà la Volpe! Ma come faranno a dare i soldi ai lavoratori quando andranno in pensione?

Oggi prendi 100, ma a regime questi soldi prima o poi li devi ridare perché in situazione di equilibrio, tanti lavoratori escono e tanti entrano (anzi di questo passo a entrare nel mondo del lavoro stabile col TFR saranno sempre meno). E allora questa azione la dovranno prorogare ogni anno, dando a chi va in pensione quello che hanno preso a chi ancora lavora. Ci faranno i ponti e le gallerie e poi quando andremo in pensione, potremo andare a dormirci sotto, però ognuno sotto il suo pezzo, di proprietà, con una bella targhetta: "Questo pezzo di ponte è di…"

Ma l’Europa ci fa passare una manovra così manifestamente irregolare? Questa è la prova che l’Europa dice esattamente quello che da qui gli dicono di dire: "Per favore abbassami il rating così si spaventano un po’ e si ammorbidiscono".

8. Che fine ha fatto la terza scelta?

L’inoptato! Che bella parola! Chissà che cosa significa!?! "Optare, scegliere". Nel programma dell’Ulivo che c’era scritto? Se lo ricorda al governo un poverino, che viene sempre preso in giro: Ferrero. Dapprima aveva chiesto di "spalmare" una manovra così pesante in più anni; del resto se a Berlusconi era andata bene, se a Francia e Germania nessuno dice niente, se persino Prodi una volta disse che questi parametri mica sono degli stupidi paletti, ma vanno interpretati, potremo anche noi prendercela un po’ più comoda e non essere i primi della classe. Ma che "spalmare", mica siamo la Nutella noi (capito il giochino con Ferrero?).

Ma poi il dolce e gustoso Ferrero l’ha fatta grossa ha votato contro lo scippo del TFR. Apriti cielo! I primi a correre sono stati i pompieri più solerti: la coppia Bertinotti-Giordano: "Niente paura, non è successo niente!". Anche il bianco Bianchi ha votato a favore. Un po’ più spinosa la faccenda del MoSE di Venezia. Qui i ministri che hanno votato contro sono in tre: Mussi (ma non aveva minacciato o promesso di dimettersi?), il verde Pecoraro e il solito dolce Ferrero. Il bianco Bianchi solo astenuto. Ma, ripeto, nel programma dell’Ulivo che c’era scritto? La terza opzione! "Ma no, scherzavamo", ha dichiarato la Volpe Treu, Presidente della Commissione Finanze; sì sempre lo stesso Treu che ci ha fatto lo scherzo di iniziare anni fa il balletto del precario. "La terza opzione era solo opzionale". E qual era la terza opzione che solo Ferrero ricorda? Quella di lasciare l’inoptato all’INPS, che ne facesse buon uso e ce lo conservasse almeno intatto per i tempi bui.

Orrore! Tutti quei soldi (9 miliardi di euro l’anno!) lasciati a non far niente! Per chi non opterà, il TFR verrà inviato d’ufficio al fondo d’investimento che ha avuto i maggiori consensi nella categoria (o nell’azienda).

9. Le compensazioni alle grandi aziende.

Voi vi chiederete: "…ma scusa c’è qualcosa che non va. Vabbuò che i lavoratori sono dei riccastri e quindi se gli togli 9 miliardi di euro l’anno quelli manco se ne accorgono, ma quei soldi non erano a disposizione delle aziende, i poveri e derelitti padroni che hanno almeno 50 dipendenti, come faranno, poverini?". Niente paura, ci pensa anche qui Super Padoa. Ci sono opportune compensazioni, ossia soldi a palate, a strapalate: taglio del cuneo fiscale per tutti (altro che per quelli che innovano, "sul cuneo non faremo interventi a pioggia" avevano dichiarato, ma forse volevano dire che in quel momento a Cuneo non pioveva) e per chi dovesse avere difficoltà a reperire crediti bancari, fideiussioni garantite dallo Stato! Mai vista una cosa così! È una cuccagna!

10. Le piccole aziende.

Ovviamente tutto questo bendidio non poteva essere distribuito troppo in basso, anche perché andare a dare fideiussioni anche alle piccolissime aziende significava veramente andare in tilt.

11. La pubblicità è l’anima del commercio.

Ma come pensate mai che dei lavoratori sani di mente possano accettare tutto ciò? Uomini e donne di poca fede, ci hanno già pensato!

Dal maxiemendamento:

401. Ai fini della realizzazione di campagne informative a cura della Presidenza del Consiglio dei ministri, d'intesa con il Ministro del lavoro e della previdenza sociale, intese a promuovere adesioni consapevoli alle forme pensionistiche complementari nonché per fare fronte agli oneri derivanti dall'attuazione delle connesse procedure di espressione delle volontà dei lavoratori di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 5 dicembre 2005, n. 252, è autorizzata, per l'anno 2007, la spesa di 17 milioni di euro ...

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CREPUSCOLO

by Gianluca Freda (06/01/2007 - 15:16)



dall'articolo American Gotterdammerung
di Maurizio Blondet
da www.effedieffe.com

[...] Durante le sue ultime ore nel bunker, coi sovietici a pochi metri sopra, Hitler deponeva generali come incapaci e traditori, e ordinava di «far affluire l’armata Wenk», un’armata da tempo distrutta.
Nella Casa Bianca, eletto democraticamente, un Hitler subnormale e alcolizzato ha appena sbattuto John Negroponte ad un incarico di viceministro subalterno a Condoleezza Rice, ed ha sollevato il generale Abizaid, comandante supremo USA per il Medio Oriente, e il generale George Casey, comandante delle forze americane in  Iraq: entrambi erano contrari all’aumento delle truppe in Iraq senza una chiara strategia.

Demente, Bush ha sostituito Abizaid con un ammiraglio, Fallow, che al momento comanda la flotta del Pacifico: un marinaio si troverà a comandare le operazioni terrestri nel deserto.
Era un ammiraglio senza navi anche Doenitz, che assunse per qualche ora il ruolo di Hitler ormai suicida.
E’ probabile che anche Negroponte debba la sua disgrazia improvvisa al tentativo di far ragionare il demente: ma i motivi della deposizione non sono noti, ormai l’America assiste a purghe di palazzo indecifrabili come quelle del Cremlino staliniano.
Attorno ad Hitler nelle ultime ore, sicofanti o deliranti continuavano a proclamarsi «certi della vittoria finale».
In USA, i Kagan, i Kristol e i Leeden recitano lo stesso ruolo, accusano i competenti di incompetenza, i razionali di viltà e sabotaggio (fecero così anche i loro correligionari dentro il PCUS, ebrei come loro, instancabili nelle purghe dei nemici interni): e Bush ascolta solo loro, o a loro obbedisce.
E’ la Gotterdammerung americana, peggiorata dalla vena di comicità sinistra che sempre accompagna «mercato» e «democrazia»: il Crepuscolo dei Bottegai, che credono alle soap opera da loro stessi messe in onda in TV. [...]

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BLITZER VS. DUKE

by Gianluca Freda (05/01/2007 - 00:54)

 


Questa intervista a David Duke è andata in onda sulla CNN durante la Conferenza sull'Olocausto tenutasi  a Teheran all'inizio di dicembre. Due precisazioni: 1) David Irving è uscito di prigione, in libertà vigilata, il 20 dicembre scorso. 2) Il documento a cui fa riferimento Duke verso la fine del filmato non è stato scritto da Perle, Wolfowitz e Fife, come ho erroneamente scritto nei sottotitoli, ma da Perle, Wormser e Fife.

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NODO ALLA GOLA

by Gianluca Freda (03/01/2007 - 01:42)



Ovviamente non ho guardato né mai guarderò il video dell’esecuzione di Saddam Hussein che impazza su internet. Non l’ho visto nemmeno alla Tv, avendola bandita dalla mia vita, ma immagino che lo stesso video sia stato trasmesso, con la compiaciuta ignominia tipica dei nostri miserabili strumenti di disinformazione, da tutti i media nazionali. In compenso non ho potuto fare a meno di vedere le fotografie pubblicate sulle prime pagine di tutti i giornali. Da quel poco che ho potuto vedere, Saddam è morto con un coraggio e una dignità che uno qualunque dei nostri farabutti di regime, di fronte al cappio, si sognerebbe. Chiunque si ricordi del 1978 e dei piagnistei di Moro dalla prigione delle BR sa cosa voglio dire. C’è più coraggio in un irakeno qualsiasi, anche se criminale di guerra e veterano della CIA, che in tutti i politici occidentali messi insieme. Attendo speranzoso che il tempo della cravatta al collo arrivi anche per i criminali di massimo calibro, americani e giudei, che hanno ridotto il paese che Saddam governava (da dittatore assassino, ma lo GOVERNAVA) ad un inferno in terra in cui nessun essere umano è più al sicuro. Quando quel tempo arriverà penso che farò uno strappo alla regola e mi godrò con soddisfazione lo spettacolo di George W. (e di Olmert e di Cheney e magari – perché porre limiti alla provvidenza? – del Silvio nazionale) che si pisciano nei calzoni un attimo prima che la botola si apra sotto i loro piedi. Ci vorrebbero dieci Saddam per equiparare la carneficina che queste bestie hanno scatenato contro il mondo arabo. Nel frattempo quella che segue è l’opinione di Riverbend, la ragazza irakena che sul suo blog ci informa da anni su ciò che è DAVVERO l’Iraq finito tra gli artigli sanguinari della democrazia occidentale.


Un linciaggio...
di Riverbend
Traduzione di Gianluca Freda

E’ ufficiale. Maliki e i suoi uomini sono degli psicopatici. Questo è davvero il livello più basso mai raggiunto. E’ ripugnante. Un’esecuzione durante l’Eid. I musulmani di tutto il mondo (con l’eccezione dell’Iran) sono disgustati. L’Eid è un tempo di pace, in cui i rancori e le rivalità vengono messi da parte. Almeno per la durata dell’Eid.

Questo non è di buon auspicio per l’anno che inizia. Nessuno immaginava che questi pazzi l’avrebbero fatto davvero durante una festa religiosa. E’ inaccettabile sul piano religioso e, soprattutto, è illegale su quello costituzionale. Credevamo che avremmo avuto qualche giorno di pace e un po’ di tempo per goderci la festa dell’Eid che quest’anno coincide con l’arrivo dell’anno nuovo. Invece abbiamo trascorso i primi due giorni di una festa sacra a guardare gli spezzoni di un sordido linciaggio.

L’America liberatrice... dopo quasi quattro anni il maggior risultato che Bush abbia ottenuto in Iraq è stato un linciaggio. Bravi americani.

Maliki ha commesso l’errore della sua vita. La sua firma sull’esecuzione e la sua ostentata allegria, proprio nel primo giorno dell’Eid Al Adha (l’Eid in cui milioni di musulmani compiono il pellegrinaggio alla Mecca) non faranno che danneggiare ulteriormente la sua già lacera reputazione. E’ come un avvoltoio in uniforme (o una faina dalla calvizie incipiente). E’ quasi imbarazzante. Mi aspettavo che Muwafaq Al Rubaii [consigliere alla sicurezza irakeno, NdT] iniziasse ad asciugarsi la bava agli angoli della bocca mentre firmava l’esecuzione. Sono queste le persone che rappresentano il nuovo Iraq? Siamo nei guai più di quanto credessi.

E no, non c’è nessuna delle feste di piazza di cui ciancia la BBC. Con l’eccezione di qualche zona, le strade sono deserte.  

Ora veniamo alla CNN. Vergognatevi giornalisti della CNN. State diventando pigri. Il minimo che possiate fare, quando raccontate un’esecuzione, è riferire correttamente le ultime parole del condannato. I vostri articoli sono letti in tutto il mondo e serviranno come punto di riferimento per gli storici. Siete il più grande network d’informazione del mondo. Il minimo che possiate fare è spendere qualche soldo per procurarvi un traduttore decente. Le ultime parole di Saddam non sono state “Muqtada al Sadr”, come ha dichiarato Munir Haddad nell’articolo che riporto qui sotto. Chiunque abbia visto il video che avete trasmesso in TV se ne è reso conto.

“Un testimone, il giudice irakeno Munir Haddad, ha affermato che uno degli esecutori avrebbe ricordato a Hussein che l’ex dittatore aveva distrutto l’Iraq, il che ha dato vita ad una discussione a cui si sono uniti diversi membri del governo presenti nella sala.

Mentre il nodo veniva stretto intorno al collo di Hussein, uno degli esecutori ha gridato “lunga vita a Muqtada al-Sadr”, riferendosi al potente leader religioso sciita e antiamericano.

Hussein, sunnita, ha mormorato un’ultima frase prima di morire, sussurrando “Muqtada al-Sadr” in tono di scherno, secondo quanto dichiarato da Haddad".


Dal video che è stato trasmesso, non è stato uno degli esecutori a gridare “lunga vita a Muqtada al-Sadr”. In realtà questa è stata un’ennesima bassezza del governo di Maliki. Avevano ingaggiato dei disturbatori che intervenissero al momento opportuno durante l’esecuzione. Maliki ha detto che si trattava “di alcuni testimoni del processo”, ma si trattava, in tutta evidenza, di comparse. Nel momento in cui il nodo è stato stretto intorno al collo di Saddam, hanno iniziato a cantare all’unisono “Le preghiere di Dio su Maometto e sulla famiglia di Maometto...”. Poi qualcos’altro che non sono riuscita a capire (ma che era molto coordinato) e infine “Muqtada! Muqtada! Muqtada!”. Uno di loro si è rivolto a Saddam dicendo “Vai all’inferno” (in arabo). Saddam ha guardato in basso, con disprezzo, e ha risposto "Heya hay il marjala…?", che vuol dire più o meno “E’ questo il vostro coraggio di uomini...?”.

Qualcuno si è rivolto seccamente agli agitatori: “Vi prego, vi prego, quest’uomo sta per essere giustiziato”. Loro si sono calmati e poi Saddam si è alzato in piedi e ha detto "Ashadu an la ilaha ila Allah, wa ashhadu ana Mohammedun rasool Allah…" che vuol dire “Testimonio che non c’è altro Dio che Allah e che Maometto è il suo profeta”. Sono le parole che qualsiasi musulmano (sunnita come sciita) pronuncerebbe sul suo letto di morte. Le ha ripetute ancora una volta, in maniera molto chiara, ma prima che potesse finire la frase è stato linciato.

Quindi, cara CNN, le sue ultime parole non sono state “Muqtada al-Sadr” in tono di scherno. Magari qualcuno può correggere l’errore (no, dico, ci sono voluti sei di voi per scrivere quell’articolo!).

Forse il problema è che è stato un giudice a dargli quella falsa informazione. Un giudice della Corte d’Appello irakena. Uno dei giudici che hanno firmato la condanna a morte. Tutti sanno che i giudici irakeni sotto il patrocinio americano non possono mentire. Questo spiega la confusione della CNN.

Muwafaq Al Rubai ha detto che Saddam era “debole e spaventato”. A quanto pare Rubai ha assistito ad un altro linciaggio, perché stando al video che è stato trasmesso non sembrava spaventato per niente. La sua voce non tremava e ha rifiutato di mettersi il cappuccio. Sembrava rassegnato al suo destino e durante le provocazioni il suo sguardo di sfida era quello di sempre (una bella differenza rispetto ai pubblici isterismi di Muhsin Abdul Hameed [leader del Partito Islamico Irakeno, l’unico partito combattente sunnita che prenda parte alla politica irakena postbellica ufficiale, NdT] quando l’anno scorso gli americani gli misero a soqquadro la casa).

Era già brutto avere delle milizie che prendono parte agli omicidi. A quanto pare è questa la democrazia che gli americani sostengono. Siamo veramente diventati così spaventosi e assetati di sangue? E’ questo che l’Iraq desidera oggi? Esecuzioni? Sono certa che gli altri paesi arabi ne saranno impressionati.

Uno dei paesi più avanzati del mondo non ci ha aiutato a ricostruire l’Iraq, non ci ha nemmeno aiutato ad approvare una costituzione decente. Ha fornito tuttavia un prezioso contributo ai processi-farsa e ai linciaggi. La storia ricorderà questo linciaggio come il massimo risultato ottenuto dagli americani in Iraq. Chi sarà il prossimo? Chi verrà impiccato per le centinaia di migliaia di persone morte a causa della guerra e dell’occupazione? Bush? Blair? Maliki? Jaffari? Allawi? Chalabi?

Il 2006 è stato senza ombra di dubbio un anno rappresentativo di Maliki e del suo governo. Omicidi in numero mai visto prima e un linciaggio per concludere in bellezza. Morte e distruzione ovunque. Sono così stanca di tutto questo...

   


 

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