AL DI LA' DEL MURO

IL GRANDE MURO DELLA SEGREGAZIONE…
di Riverbend
dal blog Baghdad Burning
Traduzione di Gianluca Freda
…E’ il muro che sta costruendo l’attuale governo irakeno (sotto la guida e gli auspici degli americani). E’ un muro avente lo scopo di separare e isolare quella che viene considerata la più grande zona “sunnita” di Baghdad. Alla faccia di chi dice che gli americani non stanno costruendo nulla. Secondo i progetti elaborati dagli americani e dai loro fantocci irakeni, dovrebbe servire a “proteggere” il quartiere di A’adhamiya, una zona mercantile/residenziale che l’attuale governo irakeno e i suoi squadroni della morte non sono riusciti a liberare dai sunniti.
Il muro, ovviamente, non proteggerà nessuno. A volte mi chiedo se è così che abbiano avuto inizio i campi di concentramento in Europa. Forse un giorno il governo nazista ha detto: “Guardate! Stiamo costruendo questo muro per proteggere gli ebrei. Sarà difficile per chiunque entrare nella loro zona protetta per fargli del male”. Già, il problema è che è anche difficile uscire.
Il muro è l’ultimo arrivato tra i tentativi di spaccare a metà la società irakena. A quanto pare, promuovere e sostenere la guerra civile non è stato sufficiente. Gli irakeni, in generale, si sono dimostrati più tenaci e tolleranti dei loro mullah, ayatollah e governi di Vichy. Per l’America è tempo di dividere e conquistare, come nella Berlino di prima del crollo del muro o nella Palestina di oggi. In questo modo, potranno continuare a scacciare i sunniti dalle “zone sciite” e gli sciiti dalle “zone sunnite”.
Sento in continuazione gli irakeni favorevoli alla guerra intervistati dalle televisioni di capitali straniere (hanno il coraggio di comparire alla televisione soltanto quando sono al sicuro nelle capitali estere, perché sfido chiunque, in Iraq, a dichiararsi pubblicamente favorevole alla guerra). Rifiutano di credere che i loro partiti politici, settari e di stampo religioso, abbiano alimentato intenzionalmente questo conflitto tra sunniti e sciiti. Si rifiutano di ammettere che questa situazione è il risultato diretto della guerra e dell’occupazione. Continuano a parlare della storia irakena e di come sunniti e sciiti siano sempre stati in lotta tra loro e io odio sentire queste cose. Odio che un manipolo di espatriati, che non mette piede in questo paese da decenni, pretenda di conoscerlo meglio delle persone che ci vivono davvero.
Ricordo che a Baghdad prima della guerra si poteva abitare in qualsiasi posto. Non sapevamo di che religione fossero i nostri vicini e non ci importava. Nessuno ti faceva domande sulla tua religione o sulla tua setta. Nessuno si curava di quella che era considerata solo una domanda stupida: sei sunnita o sciita? Solo un troglodita o un cafone poteva fare una domanda del genere. Oggi le nostre vite ruotano intorno ad essa. Le nostre stesse esistenze dipendono dal nascondere o dal sottolineare cosa siamo, a seconda del gruppo di uomini mascherati che ti ferma per strada o ti piomba in casa nel cuore della notte.
Per aggiungere una nota personale, alla fine abbiamo deciso di andarcene via. Penso di aver saputo che ce ne saremmo andati ormai da un bel po’ di tempo. Ne abbiamo parlato in famiglia dozzine di volte. Dapprima lo si suggeriva come una cosa buttata lì, come un’idea troppo remota: lasciare la propria casa, i propri parenti, il proprio paese… per che cosa ? E per andare dove?
Dalla scorsa estate abbiamo iniziato a parlarne sempre più spesso. Era solo questione di tempo prima che ciò che era partito come semplice suggerimento – come prospettiva estrema – acquisisse solidità e si sviluppasse in un piano. Negli ultimi due mesi è stato solo un problema di carattere logistico. Aereo o automobile? Siria o Giordania? Partiamo tutti insieme, tutta la famiglia? O è meglio che io e mio fratello si vada avanti per primi?
E poi, una volta arrivati in Siria o Giordania, da lì dove andiamo? Ovviamente questi paesi saranno solo un luogo di transito verso qualcos’altro. Entrambi straripano di rifugiati irakeni e qualunque irakeno che viva in questi paesi si lamenta che il lavoro è difficile da trovare e ottenere una residenza è anche più difficile. C’è anche il rischio di essere riportati indietro al confine. A migliaia di irakeni non viene consentito di entrare in Siria o Giordania e non ci sono criteri specifici per ottenere l’ingresso, la decisione è rimessa all’arbitrio delle guardie di confine che ti controllano il passaporto.
L’aereo non è necessariamente più sicuro, il viaggio verso l’Aeroporto Internazionale di Baghdad è esso stesso pericoloso e non è improbabile che anche ai viaggiatori che arrivano in Siria e Giordania in aereo il permesso venga rifiutato. Se vi state chiedendo perché siamo fissati proprio con Siria e Giordania, il motivo è che sono gli unici due paesi che lasciano entrare gli irakeni senza visto. Fare le pratiche del visto presso i pochi consolati o ambasciate ancora funzionanti a Baghdad è praticamente impossibile.
Perciò siamo stati occupati. Occupati a decidere quale parte delle nostre vite ci lasceremo dietro. Quali ricordi sono sacrificabili? Noi, come molti irakeni, non siamo i classici rifugiati con addosso soltanto i vestiti e senza altra scelta. Abbiamo scelto di andarcene perché l’unica altra opzione è continuare quello che è stato un lungo incubo: rimani, aspetta e cerca di sopravvivere.
Da un lato, so bene che lasciare il paese e iniziare una nuova vita in qualche altro luogo, ancora sconosciuto, è una cosa così enorme da far scomparire ogni preoccupazione di poco conto. Ma la cosa buffa è che sono proprio le questioni di poco conto che sembrano occupare le nostre vite. Discutiamo se portare con noi un album di fotografie o lasciarlo qui. Posso portare con me un animale di pezza che ho da quando avevo quattro anni? C’è spazio per la chitarra di E.? Che vestiti ci portiamo? Vestiti estivi? O anche quelli invernali? E i miei libri? E i CD, e le nostre foto da bambini?
Il problema è che non sappiamo se rivedremo più tutte queste cose. Non sappiamo se ciò che lasciamo, casa compresa, esisterà ancora quando e se torneremo. Ci sono momenti in cui l’ingiustizia di dover lasciare il tuo paese solo perché un imbecille si è messo in testa di invaderlo è impossibile da sopportare. E’ ingiusto che per poter sopravvivere e vivere una vita normale si debba abbandonare la nostra casa e ciò che resta della nostra famiglia e dei nostri amici… e per andare verso cosa?
E’ difficile decidere che cosa faccia più paura, le autobombe e le milizie o il dover lasciare tutto ciò che conosci e ami per un posto non identificato e un futuro in cui non c’è nulla di certo.
RIVELAZIONI

Pare che la montagna di fandonie propinata al pubblico riguardo gli attentati dell’11/9 sia in fase di rapido smottamento e che la verità inizi a farsi strada anche in quei settori dell’opinione pubblica più inebetiti dall’informazione televisiva. Già un paio di giorni fa avevo riportato di come John Kerry, ex candidato alla presidenza degli Stati Uniti, avesse dichiarato in una conferenza ad Austin che l’Edificio 7, stando alle sue informazioni, fu fatto crollare attraverso una demolizione controllata. Aveva anche dichiarato di non nutrire pregiudizi verso le ricerche di coloro che, fino a ieri, venivano chiamati “complottisti”. A chi gli chiedeva delle scoperte di Steven Jones, che ha rinvenuto tracce di termite (esplosivo usato nelle demolizioni) sulle travi d’acciaio delle torri, Kerry ha risposto di essere “aperto a ogni ipotesi basata su fatti e prove”.
Ora Victor Gold, noto membro del Partito Repubblicano, amico intimo della famiglia Bush, ex scrittore di discorsi politici per Bush padre e co-autore della sua autobiografia, ha scritto nel suo nuovo libro che i neocon che controllano l’amministrazione Bush avevano progettato una guerra contro l’Iraq molto prima dell’11 settembre 2001 e che erano pronti a mettere in atto un falso attentato che la giustificasse. Il libro di Gold si intitola Invasion of the Party Snatchers: How the Neo-Cons and Holy Rollers Destroyed the GOP che mi azzarderei a tradurre liberamente come “L’Invasione degli UltraCon: come neocon e fanatici religiosi hanno distrutto il Partito Repubblicano”. Il libro, ovviamente, non dice nulla che già non si sappia ma è significativo e in qualche modo sconcertante vedere un membro di spicco dei repubblicani sostenere tesi che fino a ieri erano attribuite agli “amici di Bin Laden”. Gold, in verità, continua ad addossare ad Al Qaeda la responsabilità degli attentati, ma scrive anche che se quest’ultima non li avesse perpetrati i neocon avevano già in serbo un loro progetto di attentato “false flag” - sul modello dell’affondamento “fatto in casa” della USS Maine, che nel 1898 fu il pretesto per la guerra Ispano-Americana - con il quale vendere all’opinione pubblica la futura Guerra al Terrorismo. Ciò significa arrivare ad un passo dall’ammettere che l’11/9 è stato un “lavoro interno”. Onestamente, non era lecito aspettarsi che un veterano del partito di Bush e Cheney si spingesse oltre.
“Ci sarebbe stato comunque un cambio di regime in Iraq”, scrive Gold. “Tutto ciò di cui i falchi neocon, dentro e fuori l’amministrazione Bush, avevano bisogno per iniziare la guerra era un pretesto per l’invasione. Ripercorrendo quanto avvenuto negli ultimi cinque anni e sapendo ciò che sappiamo oggi, non c’è dubbio che se Al Qaeda non avesse obbligato i neocon a intervenire con l’11/9, i seguaci di Kristol avrebbero strappato una pagina dai libri di storia e, mettendo Rupert Murdoch nel ruolo di William Randolph Hearst, ci avrebbero proposto una riedizione dell’affondamento del Maine”.
William Randolph Hearst, per chi non lo sapesse, era il tycoon che a cavallo tra Ottocento e Novecento possedeva il maggiore impero giornalistico americano. Attraverso i suoi giornali venne propagandata e venduta al pubblico la bufala secondo la quale sarebbero stati gli spagnoli ad affondare il Maine. Hearst divenne il simbolo del “giornalismo venduto” ed è a lui che si ispira la figura del protagonista del film “Quarto Potere” di Orson Welles. Oggi il gruppo fondato da lui,
Fino a poco tempo fa, tra gli “argomenti” preferiti degli anticomplottisti alla Paolo Attivissimo spiccavano le affermazioni secondo cui i dubbi sull’11/9 venivano diffusi solo da biechi personaggi in cerca di denaro e notorietà; e secondo cui se l’11/9 fosse davvero stato organizzato dal governo americano, qualcuno prima o poi lo avrebbe rivelato. Chissà cosa pensa Attivissimo dei dubbi di questi noti personaggi della politica americana, che denaro e notorietà ne hanno già da vendere e che stanno ora “rivelando” ciò che noi diciamo da anni?
LO SPECCHIO DEFORMANTE DEI MEDIA

Il mio amico Sandro Giusti mi scrive:
Ma lo vedi che ricevi plausi da neonazi interessati? Ma cosa cazzo te ne frega ad un certo punto, se a morire furono 6milioni o 600.000 per esempio? Conta il numero dei morti oppure la ridilagante ideologia xenofoba che li provoco'? Capisco tutto il bla bla anche di quell'odioso professore dell'articolo riguardo all'impossibilita' di esprimere liberamente il proprio pensiero al riguardo, ma cio' non puo' far passare in secondo piano cio' che VERAMENTE accadde e qualcuno in scala ridotta prova a rimettere in pratica:non amo assolutamente l'amministrazione Israeliana corrente con tutto il corredo di stermini e muraglie che la contraddistinguono,ma mi fate abbastanza incazzare anche Voi con in testa solo il GRANDE COMPLOTTO SIONISTA;attenzione che fate proseliti dove e come proprio sono sicuro vorreste che cio' non avvenisse.... Aripiateve che ci sono tanti, forse piu' piccoli, ma sicuramente piu' impellenti problemi da affrontare!!
Essendo un tipo disordinato, partirò dalla tua ultima affermazione, quella secondo la quale esisterebbero problemi “più piccoli, ma sicuramente più impellenti”. Non si capisce di quali problemi tu stia parlando, quindi ti invito a fare degli esempi. Mi auguro che tu non ti stia riferendo a “problemi” come i Dico o ai rapporti tra il neonascente Pd e
Se uno dei problemi “piccoli ma impellenti” a cui ti riferisci è quello di prendere a calci in culo D’Alema e il governo di farabutti di cui fa parte da qui fino a Betelgeuse, allora sono d’accordo con te. Altrimenti, caro amico, non ci siamo.
Il fatto è che per compiere una qualunque azione di rilevanza politica – compresa quella di spedire D’Alema e la sua cricca verso altre galassie a suon di scarpate – occorre prima liberarci di quella “programmazione”, che ci accompagna dalla culla alla tomba, di cui parla Curt Maynard nel suo articolo. E’ questa programmazione che ci impedisce di guardare al mondo con i nostri occhi e ci costringe ad osservarlo attraverso lo specchio, deformante e falsificatorio, dei media (TV e giornali). E’ questa programmazione che ci fa credere che una coalizione (centrodestra o centrosinistra) rappresenti il “male minore” rispetto all’altra, nonostante l’evidenza della loro assoluta parità in termini di malaffare e strafottenza. E’ la stessa programmazione che ci fa ritenere l’oppressione statunitense un “male minore” rispetto ad una fantomatica minaccia terroristica che sono stati gli stessi USA a creare e, più spesso, a inventare di sana pianta. E’ sempre questa programmazione che ci fa ritenere il genocidio che Israele persegue incessantemente da più di settant’anni contro i popoli arabi (fin dall’epoca del mandato inglese sulla Palestina, prima ancora della sua nascita ufficiale come stato) come “male minore” rispetto… a che cosa? Magari agli inesistenti sei milioni di morti propagandati dai media sionisti come cifra ufficiale di uno sterminio a cui i nazisti non hanno mai neppure pensato?
Mi chiedi che importanza abbia se i morti sono stati sei milioni o 600.000. Risposta: nessuna ai fini della valutazione etica e storica del nazismo, che resta comunque un abominio. Ma ha un’importanza enorme per le lobby sioniste, le quali, non a caso, stanno premendo perché venga approvata una legge europea che punisca con il carcere chiunque metta in discussione – soprattutto se sulla base di ricerche e prove incontrovertibili – il dogma dell’olocausto, compresa la montagna di fandonie di cui è infarcito. Il motivo per cui lo fanno è evidente: senza l’inarrivabilità delle finte cifre del genocidio nazista, i crimini israeliani non apparirebbero più come “difesa mirante alla sopravvivenza”, ma per ciò che sono, cioè puri e semplici massacri, senza altra giustificazione che quella del razzismo verso i “goym”, i non ebrei che nel Talmud non sono considerati esseri umani, ma semplici “animali parlanti” la cui soppressione è ammessa e incentivata. Parli di “ridilagante ideologia xenofoba” senza dire o senza sapere che sono proprio i sionisti i portatori dell’ideologia più xenofoba della Terra. Sionisti che non si identificano affatto con “gli ebrei” tout court, ma stanno ad essi, più o meno, come il Ku Klux Klan sta al cristianesimo. Con l’unica differenza che il Ku Klux Klan non governa uno stato dotato di missili atomici e non controlla, con i suoi media, le maggiori potenze del pianeta. Non so se questo è per te un problema piccolo e poco impellente, rispetto all’urgenza planetaria del contratto integrativo dei pellettieri, ma questo è il mio blog e ognuno ha le sue priorità. Per finire con la xenofobia: mi conosci e sai bene che la odio più di ogni altra cosa al mondo, ma proprio per questo vorrei mettere le cose in prospettiva. Ti è mai capitato, negli ultimi anni, di sentire parlare di ebrei emarginati, discriminati o uccisi per motivi razziali o religiosi? A me mai, mentre mi capita ogni giorno di sentire di arabi ed extracomunitari imprigionati o uccisi per odio razziale, di ascoltare frasi offensive e razziste nei loro confronti. Se dobbiamo combattere la xenofobia, combattiamola dove realmente esiste, non dove la falsificazione mediatica vorrebbe farci credere che sia, mentre non ce n’è neanche l’ombra.
Lo scopo di questo blog non è quello di maledire Israele o gli Stati Uniti per partito preso o odio ideologico. I neonazisti qui scrivono assai di rado e quando scrivono i loro commenti vengono implacabilmente cancellati. Lo scopo di questo blog – come immagino anche quello del blog di Maynard, i cui articoli traduco spesso – è di far capire a chi legge fino a che punto la nostra visione del mondo sia alterata e deformata dalla programmazione indotta dai media. Una programmazione capace di farci vedere milioni di morti dove non ce ne sono mai stati e di farci ignorare i milioni di morti VERI prodotti da chi possiede il controllo sui mezzi d’informazione; che ci fa vedere differenze d’approccio politico tra coalizioni esattamente identiche per disprezzo della politica e degli scopi per cui dovrebbe esistere; che ci fa parlare di persecuzione xenofoba nei confronti di categorie che ne sono immuni da decenni e ci fa ignorare quella reale che è sotto i nostri occhi. Se per combattere questa programmazione mi tocca prendermela spesso con USA e Israele, ciò e spiacevole, ma non è colpa mia. Non so che farci se lobby sioniste come l’AIPAC e
Senza disfarci di questa programmazione, il nostro ruolo nella società sarà pari a zero, come saranno nulle le nostre possibilità di influire sulla sua trasformazione. Non si può trasformare una cosa di cui si ha un’immagine fasulla e assolutamente inesistente nella realtà. Senza una liberazione dall’influsso dei media sulle nostre teste non riusciremo mai non dico a risolvere, ma neppure ad affrontare in maniera efficace nessun tipo di problema REALE. Né quelli piccoli e impellenti né nessun altro.
MANIFESTO DEI NEGAZIONISTI

Questo è un articolo di Curt Maynard tratto dal suo blog Politically Correct Apostate. Lo pubblico qui, tradotto in italiano e vorrei farlo mio parola per parola, virgola per virgola. Non credo che avrei saputo esprimere meglio ciò che penso riguardo al mito dell’olocausto ebraico. Vorrei adottarlo come primo manifesto dei negazionisti, almeno fino a che le leggi europee non vieteranno per legge la ricerca storica non allineata alle bufale dei media.
Sono un negazionista dell’Olocausto e non ho paura
di Curt Maynard
Traduzione di Gianluca Freda
Perché mai una persona dovrebbe intitolare un articolo “Sono un negazionista dell’olocausto”? Lasciate che mi spieghi. Prima di tutto, io non nego affatto che gli ebrei siano stati discriminati e perseguitati dai Nazional Socialisti negli anni ’30 e ’40. Lo riconosco volentieri come un dato di fatto. Non nego che centinaia di migliaia di persone siano state mandate in “campi di concentramento” in Germania, Austria, Francia e Polonia. Non nego che l’Ebraismo Internazionale sia stato visto come entità problematica e parassitaria da molti europei negli anni ’30 e ’40 e non nego che molti ebrei abbiano perso la vita durante
Il Canada e molti paesi europei, tra cui
Mettendo da parte le risposte di riflesso, quanto credete sia verosimile che i fatti riportati qui sotto siano realmente accaduti?
- I malvagi nazisti privarono i poveri ebrei sofferenti dei loro animali da compagnia.
- I malvagi, malvagi, malvagi nazisti spezzavano a metà i bambini a mani nude dinanzi agli occhi delle madri (fisicamente IMPOSSIBILE).
- I parenti di Henry Kissinger vennero trasformati in saponette (la storia del sapone è ormai universalmente riconosciuta come non vera, perfino dai sostenitori dell’olocausto. Yehuda Bauer, che è ebreo ed è probabilmente il più noto storico vivente dell’olocausto, ha ammesso che la storia è falsa).
- Il New York Times afferma che un milione e mezzo di ebrei morirono nelle camere a gas a Majdanek (sfortunatamente per il Times, gli storici, anche quelli ebrei, hanno ridimensionato del 95% il numero degli ebrei uccisi a Majdanek).
- La cifra di 4 milioni di ebrei morti, riportata nella targa commemorativa di Auschwitz, nel 1989 è stata cambiata alla chetichella in 1,5 milioni (che fine hanno fatto gli altri due milioni e mezzo?).
- I malvagi nazisti si servivano di pavimenti elettrificati per uccidere gli ebrei (assolutamente risibile).
- I malvagi, crudeli nazisti usarono una bomba atomica per incenerire gli ebrei ad Auschwitz (non ridete, si tratta di una testimonianza resa realmente al Tribunale Militare Internazionale di Norimberga e utilizzata come pretesto per impiccare davvero alcune persone per crimini che non avevano mai commesso).
- Dei “geyser” di sangue ebreo eruttarono per MESI dal suolo dopo lo sterminio (peccato che il sangue si coaguli molto rapidamente, è per questo che non moriamo dissanguati a causa di piccole ferite).
- A Sachsenhausen esisteva una macchina per le esecuzioni attivata a pedale (divertente come gli “ingegnosi tedeschi” sentissero la necessità di implementare il loro sterminio con un apparecchio a pedale).
Potrei andare avanti all’infinito, ma credo di aver reso l’idea. Il problema è che se qualcuno provasse ad insinuare che uno dei fatti suddetti è falso, o anche solo discutibile, in Canada, Germania, Austria, Francia ed in altri paesi europei verrebbe messo in prigione e accusato di negazione dell’olocausto.
E’ per questo motivo e non per altri che esco allo scoperto e mi dichiaro negazionista dell’olocausto. Rifiuto di farmi intimidire da governi stranieri, compreso lo stato di Israele, che ha approvato una legge in cui si dichiara legittimato a perseguire i cosiddetti “negazionisti dell’olocausto” che vivano in qualunque parte del mondo, compresi gli Stati Uniti, e che la nostra Costituzione e la libertà di parola vadano al diavolo! Rifiuto di svendere ulteriormente la mia integrità intellettuale a professori e studiosi codardi che non permettono ai loro studenti di studiare l’olocausto utilizzando tutte le fonti a disposizione. Io stesso sono stato una vittima di questi codardi e mentitori. Ho dovuto presentare loro tutta la spazzatura storica che volevano per poter ottenere la mia sudata laurea. La verità è che la loro codardia è sfrenata, non abbiamo motivo di aspettarci nulla da loro, mentre abbiamo ogni motivo per espellerli dalle accademie una volta che la verità sarà largamente diffusa e condivisa.
Mi dichiaro negazionista dell’olocausto non perché dubiti che i nazisti abbiano davvero oppresso e perseguitato gli ebrei durante
Sono un negatore dell’olocausto e che Israele e il sionismo siano maledetti!
QUALCUNO HA PAURA

A Kerry è stato anche chiesto che cosa pensasse delle teorie del professor Steven Jones, che è diventato celebre – almeno tra coloro che si informano su internet – per aver rinvenuto sull’acciaio delle Twin Towers tracce di termite, l’esplosivo utilizzato per le demolizioni controllate. Kerry ha risposto di essere “aperto a qualunque ipotesi basata sui fatti e sulle prove”. Ha anche detto che la demolizione del WTC7 era stata resa necessaria dalle cattive condizioni dell’edificio, che era preda degli incendi e rischiava di crollare con ulteriore aggravio del bilancio delle vittime.
Quello che Kerry evita accuratamente di dire è che ammettere la demolizione controllata dell’Edificio 7 presenta alcune inevitabili implicazioni. Un grattacielo di 47 piani, per di più in preda agli incendi, non si demolisce con cariche piazzate in poche ore. A voler fare tutto in fretta e furia, occorre qualche settimana per studiare alla meno peggio l’ubicazione dei punti in cui mettere l’esplosivo e poi procedere alla sua sistemazione. In condizioni normali e facendo le cose per bene, un’operazione simile richiede qualche mese. Non c’è dunque alcun dubbio che le cariche esplosive fossero già presenti nel grattacielo da diversi giorni, forse da settimane. Ed essendo la tipologia di crollo dell’edificio 7 esattamente identica a quella delle torri, tutto fa pensare che anche queste ultime fossero minate. I tre grattacieli sono crollati in verticale, accartocciandosi su se stessi lungo la linea di massima resistenza, visto che i piani inferiori offrivano resistenza al crollo di quelli superiori. Una simile tipologia di crollo non può in alcun modo essere spontanea, ma si ottiene solo attraverso l’uso di cariche esplosive azionate in sequenza che distruggano i piani inferiori man mano che quelli superiori vengono giù. Questo Kerry non lo ha detto, sperando che l’uomo della strada prenda le sue dichiarazioni come una cosa a sé, senza badare troppo alle implicazioni. Molti lo faranno. Moltissimi altri no.
Kerry NON è un politico onesto, né particolarmente coraggioso. Faceva parte, proprio come George W. Bush, della società segreta Skulls and Bones, una specie di loggia massonica, con sede all'Università di Yale, che riunisce nelle sue fila tutti i più potenti politici e uomini d’affari americani, compresa la quasi totalità di coloro che oggi siedono nel governo americano. La sua fedeltà alla loggia e alle sue regole ha fatto sì che egli non denunciasse gli evidentissimi brogli elettorali che nel 2004 gli hanno fatto perdere la presidenza a favore di Bush. Sarebbe dunque sciocco pensare che possa diventare un uomo di punta nel movimento che chiede la verità sulla strage dell’11 settembre. Tuttavia, il fatto che abbia reso queste dichiarazioni è segno che qualcuno inizia ad avere paura. Qualcuno ha deciso di abbandonare al loro destino gli assassini del governo USA che hanno progettato ed attuato le stragi: Cheney, Wolfowitz, Rumsfeld, Libby e molti altri, senza dimenticare personaggi come Rudolph Giuliani e i fratelli George e Jeb Bush, che hanno svolto benissimo il ruolo di copertura e di vassalli degli stragisti. Lentamente qualcosa sta cambiando e la consapevolezza che l’11 settembre è stato un “lavoro interno”, un progetto organizzato e gestito dalla stessa amministrazione americana tramite i servizi segreti americani e israeliani, sta varcando i confini di internet per diventare nozione di dominio comune.
ANNO ZERO

Quel grande partito ha fatto una brutta, bruttissima fine. Quattordici anni fa avevamo data per morta la Democrazia Cristiana, senza capire che era viva e vegeta, aveva solo rotto le righe per essere libera di dilagare in ogni angolo della società, in ogni testa, in ogni pensiero. I “valori” della DC (il nepotismo, la corruzione, la gestione clientelare di ciò che in altri paesi è un diritto o una conquista fondata sulle capacità personali, la passione per il potere e il privilegio, i legami con mafia, camorra, servizi segreti e ogni altra oscura manifestazione del potere) si sono affermati come sistema etico di riferimento in ogni classe sociale italiana: da quella dei manager pagati centinaia di miliardi per fare a pezzi il patrimonio pubblico a quella dei lavoratori con salari miserabili che ne sono i servi ossequianti, con tutto quello che ci sta in mezzo. Oggi la Democrazia Cristiana è di nuovo tra noi, nuovo nome, stessa gente, ed esibisce con comprensibile fierezza le teste dei nemici sconfitti: quelle dei “comunisti” di ultima generazione che a quel sistema si sono arresi, per restarne poi fagocitati. Facciamocene una ragione: la Dc è tornata, più marcia e repellente di prima, e il peggio è che non abbiamo più da opporgli uno straccio di alternativa politica o ideologica.
Non voglio parlare più di tanto del congresso di Firenze, perché mi ha disgustato al di là di ogni limite. E’ stato sconcertante ascoltare Fassino blaterare a vanvera di “democrazia”, intendendo con questo termine la riduzione delle possibilità di scelta degli elettori italiani a due sole coalizioni esattamente identiche per marciume morale, disprezzo per la legge e indifferenza verso i problemi del paese. Oggi siamo ridotti esattamente al livello della “grande democrazia” americana, dove il cittadino può scegliere tra due partiti che servono gli stessi interessi, quelli della criminalità bancaria e dell’imprenditoria assassina (multinazionali da loro, Confindustria da noi) che ne sono la propaggine. Con la differenza che negli USA sono molte le persone che iniziano a rendersi conto dell’assurdità di questo sistema e dell’immensità dei crimini a cui dà luogo. Noi adottiamo un modello fallito e decrepito proprio nel momento in cui i suoi stessi ideatori stanno iniziando a pensare di sbarazzarsene.
Sono stati anche più repellenti gli applausi tributati a Berlusconi e Fini da una platea di “comunisti” cerebrolesi, dimentichi non dico della loro storia ma anche di ciò che facevano e dicevano solo un anno fa. Cani di Pavlov che applaudono a comando, incapaci di desiderare o pensare altro che quello che il comiziante di turno (rigorosamente “di sinistra”, manco a dirlo) gli ingiunge di desiderare e pensare. Potrei capire se gli applausi fossero venuti da Fassino o da Rutelli, quale riconoscente tributo a individui senza la cui esistenza non avrebbero più nessun “pericolo berlusconiano” con cui giustificare le proprie malefatte di fronte agli iscritti. Che il battimani sia venuto invece dalle loro vittime, dimostra che una larga parte della cosiddetta “sinistra” è composta da gente che quanto a capacità di pensiero razionale e autonomo non si differenzia in nulla, ma proprio in nulla, dagli ultrà di Forza Italia che abbiamo imparato prima a detestare e poi a evitare.
Chissà, magari qualcuno ha perfino applaudito il nano in quanto salvatore di Telecom. La stessa Telecom portata al disastro dai “capitani coraggiosi” di fronte ai quali alcuni noti leader “di sinistra” si erano profusi in appoggi, incoraggiamenti ed ossequi. A nessuno viene in mente che Telecom controlla 2 televisioni nazionali e che mettendo le mani su di esse lo strapotere mediatico di Berlusconi verrebbe ulteriormente accresciuto. Niente male per della gente che aveva giurato di porre fine al monopolio televisivo berlusconiano e per questo motivo era stata votata da molti elettori. Dopo il crollo del muro di Berlino si è parlato per anni di una "sinistra ormai alla deriva”. Bene, signori, la deriva è finita. La zattera malferma a cui i postcomunisti erano aggrappati in cerca di scampo è definitivamente affondata. I suoi occupanti sono annegati miseramente, sono in fondo all’oceano e non c’è nessuna speranza neppure di un recupero dei cadaveri. Prendiamone atto, una volta per tutte, e vediamo di andare oltre.
Per inciso, mentre quella zattera andava a fondo tra le battute di Berlusconi e i risolini idioti dei suoi nuovi ammiratori, alla Camera è stata approvata, quasi all’unanimità, la legge Mastella, una legge di cui i media parlano poco, che metterà la museruola alla stampa impedendo ai giornalisti di raccontare i crimini compiuti dalla classe politica, pena il carcere o una multa così salata da buttarli sul lastrico. Una legge liberticida assai peggiore di quelle varate dal governo Berlusconi, che distruggevano i fondamenti costituzionali a vantaggio di una sola persona. Questa legge “di sinistra” fa a pezzi il diritto alla libera espressione a vantaggio di un’intera classe di politici delinquenti. Classista, oltre che criminale. Contro le leggi di Berlusconi si tennero manifestazioni di protesta e gigantesche kermesse autoconvocate di cittadini indignati. Oggi neanche una voce si leva a denunciare la vergogna perpetrata alla Camera contro la democrazia. Tutti zitti, muti e plaudenti di fronte ai nostri competentissimi leader “di sinistra”che certamente sanno quello che fanno. Dio non voglia, dovesse tornare Berlusconi a causa della nostra “litigiosità” e “incapacità di sentirci al governo”.
Ha ragione Gianfranco La Grassa quando dice che dobbiamo voltare pagina. Dobbiamo liberarci dei miti e delle speranze di un secolo di comunismo se vogliamo riprendere la lotta contro questa melma che sta ricoprendo tutto. Parlo anche per me stesso, che sono pervaso da quei miti e da quelle speranze fin da quando ho cominciato a masticare politica. Eppure è vero: non basta maledire gli usurpatori della corona ideologica del comunismo, dobbiamo anche prendere atto della sua sconfitta. Una sconfitta di proporzioni colossali, che dobbiamo iniziare ad accettare e digerire se non vogliamo che le nostre aspirazioni diventino una prigione virtuale con cui tenere il mondo fuori dalla porta. Proprio ciò che vorrebbero i fondatori del Partito Democratico, nome pervaso di stridore orwelliano tra significante e significato come gran parte dei nomi che utilizziamo quotidianamente senza più riflettere. Basta col mito della “lotta di classe”. La lotta è finita da un pezzo e le due classi che lottavano – proletariato e borghesia - si sono distrutte a vicenda nella zuffa. Ha prevalso una terza classe, quella dei finanzieri-burocrati d’azienda e di partito, che ha asservito le altre e ne ha distrutto ogni capacità non solo di pensiero, ma di percezione del mondo. E’ contro questa nuova classe di farabutti che dobbiamo riorganizzarci, proletari e borghesi, o almeno quelli tra essi che non hanno perduto l’istinto di sopravvivenza e sono in grado di fiutare il pericolo. Riorganizzarci, con nuove armi e – più che mai – con nuove idee.
Basta con la retorica operaista. Io tra gli operai ci ho vissuto e ci vivo e posso garantire che, salvo qualche rara eccezione, non sono in grado non dico di fare la rivoluzione, ma – a questo punto – neppure più di avvertirne la necessità, di comprenderne il senso, di scorgere l’orrore delle loro vite che la renderebbe – semplicemente - un atto di legittima difesa. Non sono nemmeno più in grado di pensare a se stessi come una collettività animata da interessi comuni. Tutto ciò che desiderano è continuare a servire padroni assassini per far fronte a mutui sempre più esosi, sempre più lunghi, che non finiranno mai di pagare. Non aspirano più – se mai lo hanno fatto – alla libertà dal bisogno, ma al ruolo di kapò, di prigioniero che umilia altri prigionieri in cambio di una cella con l’idromassaggio. Inutile perdere tempo con “gli operai” (o con “i borghesi”, se è per quello). Occorre riunire il meglio delle due ex-classi per formare gruppi di persone semplicemente CONSAPEVOLI che siano in grado di organizzare un contrattacco.
Basta anche con il fantasma del sindacalismo, che ha abiurato da tempo alla difesa della dignità operaia per trasformarsi in un’orrida congrega religiosa. Un sistema di potere ecclesiastico che – simile in tutto e per tutto ai modelli vaticani – al vertice amministra il potere e le relazioni con le altre congreghe e in basso elargisce elemosine sempre più micragnose ai fedeli (purché osservanti e ossequiosi della sua pretesca autorità). Ho partecipato, negli ultimi anni, ad un certo numero di manifestazioni sindacali e ne ho ricavato un’esperienza assimilabile a quelle delle processioni del santo del paese a cui la mamma mi portava quando ero bambino. Tutti in fila, zitti e mogi, ornati dei sacri paramenti rossi e dei vessilli partitici, attraversavamo a piedi Roma (o Firenze, o Milano) per andare ad ascoltare l’omelia del Grande Segretario sotto un palco della piazza del paese. Mancava solo che ci facessero portare a spalla una statua di gesso di Epifani piangente e che i cassintegrati al seguito si fustigassero con copie dell’Unità arrotolate e la sensazione sarebbe stata completa. I sindacati avevano un senso quando erano fatti di/da operai, quando perseguivano interessi operai, quando erano indistinguibili dagli operai. Quando le assemblee erano momenti di discussione e di lite, non comizi in cui il pubblico viene redarguito – o arrestato – se interrompe la vanvera dell’oratore. Quel tempo è finito, perciò basta piangere sul passato.
La fondazione del Partito Democratico è l’anno zero della democrazia e della speranza, almeno per quei pochi – come il sottoscritto - che di speranza ne hanno ancora da vendere. E’ il momento terribile in cui si realizza che la sconfitta è spaventosa e irrimediabile, che sono rimaste solo macerie, che nulla è rimasto in piedi degli edifici che ci offrivano riferimento e rifugio. E’ anche il momento magico in cui tutto è da ricostruire, in cui gli spazi per edificare nuove strade di pensiero sono illimitati. Ma occorrono persone energiche e volonterose, non le massaie bercianti che, rese folli dalla sconfitta, continuano a fingere che la guerra continui e che le case e la città in cui vivevano siano ancora al loro posto. L’accettazione della sconfitta è il primo passo da compiere per organizzare la rinascita e la cacciata dell’invasore. Un passo che i “comunisti” plaudenti di Firenze, impegnati ad agitare in segno di giubilo le vesti lacere all’indirizzo dei conquistatori, non compiranno mai. Inutile contare su di loro.
Siamo soli.
Che questa, che è la nostra disperazione, diventi la nostra forza.
IL FASCISMO SIONISTA SBARCA IN EUROPA

Traduzione di Gianluca Freda
Una legge che renderà perseguibile con la detenzione in carcere chi nega o sminuisce l’Olocausto sarà introdotta nell’Unione Europea, grazie a un disegno di legge che giovedì [domani, NdT] dovrebbe ottenere il consenso dei ministri.
Il disegno di legge in esame renderà i contravventori perseguibili con la detenzione fino a tre anni e si applicherà anche a chi incita alla violenza contro gruppi etnici, religiosi o politici.
Martedì i diplomatici a Bruxelles si sono dichiarati fiduciosi che il controverso progetto, oggetto di accesa discussione negli ultimi sei anni, sarà approvato dagli stati membro. I paesi baltici e la Polonia stanno ancora tentando di far includere nel testo, accanto all’Olocausto, anche i “crimini stalinisti”, una richiesta che incontra resistenze nella maggioranza dei paesi europei.
L’ultima stesura osservata dal Financial Times rende obbligatorio per i paesi membro dell’UE punire la pubblica incitazione “alla violenza o all’odio contro gruppi di persone o membri di gruppi identificati in base alla razza, al colore, alla religione, alla discendenza o all’origine etnica o nazionale”.
Sara’ anche obbligatorio perseguire penalmente “chi pubblicamente condona, nega o sminuisce crimini di genocidio, crimini contro l’umanità o crimini di guerra” quando con tali affermazioni si incita all’odio o alla violenza contro le minoranze.
I diplomatici hanno sottolineato che il testo è stato accuratamente studiato per includere soltanto la negazione dell’Olocausto – il massacro nazista degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale – e il genocidio in Ruanda del 1994.
Hanno anche sottolineato che il testo è stato studiato per evitare la criminalizzazione di commedie o film sull’Olocausto, come la commedia italiana di Roberto Benigni La vita è bella. Il testo dà esplicito sostegno alle tradizioni costituzionali di ciascun paese relative alla libertà d’espressione.
La negazione dell’Olocausto è già un reato in diversi paesi europei, compresi la Germania e l’Austria. Non è un reato specifico in Inghilterra, anche se le autorità britanniche sostengono che potrebbe già essere perseguito in base alla vigente legislazione.
Nel tentativo di sopire i timori della Turchia, molti diplomatici europei hanno assicurato che il testo non renderà perseguibile chi nega lo sterminio delle popolazioni armene da parte delle truppe ottomane, avvenuto nel 1915 in seguito al collasso dell’Impero Ottomano. La Turchia ha sempre respinto con fermezza le affermazioni con cui si assimilava tale evento a un genocidio.
Il disegno di legge introduce una distinzione, destinata a suscitare polemiche, tra incitamento alla violenza contro gruppi etnici o razziali e incitamento alla violenza contro gruppi religiosi. Gli attacchi a musulmani, ebrei o appartenenti ad altre fedi religiose saranno perseguibili – stando al testo di legge - solo se accompagnati dall’incitamento alla violenza contro gruppi etnici o razziali
DIETRO LA STRAGE

dal blog Politically Correct Apostate
Traduzione di Gianluca Freda
Maledizione, oggi mia moglie si arrabbierà di nuovo con me. Avrei dovuto falciare il prato e fare qualche altro lavoro in casa, ma stamattina un pazzo bastardo ha ammazzato 32 persone nel campus di Virginia Tech e i media si sono già premurati di utilizzare questa storia come nuovo pretesto per cercare di convincere gli americani a respingere il Secondo Emendamento e rinunciare volontariamente al possesso di armi da fuoco. Non parlerò delle mie sensazioni riguardo a queste sparatorie universitarie apparentemente casuali di cui sentiamo parlare sempre più spesso e a chi o cosa le provochi. Dirò solo che sono abbastanza scettico sul modo in cui ci vengono spiegate dai media. Perché sono scettico? I fatti che stanno dietro alla strage della Columbine High School ci sono stati completamente nascosti, non c’è dubbio. La maggior parte delle notizie che abbiamo sentito sui media riguardo la Columbine sono state distorte allo scopo di far pensare che Klebold e Harris fossero neonazisti. In realtà è vero proprio il contrario. Klebold era ebreo e sia lui che Harris erano convinti di essere perseguitati da un modo di pensare simil-nazista. Perciò odiavano i cristiani, progettavano di ammazzarli a uno a uno e alla fine lo hanno fatto. I loro diari rivelano chiaramente queste cose, ma grazie a un giudice di nome Lewis T. Babcock non ne sentirete mai più parlare. Egli infatti ha decretato, qualche giorno fa, che i fatti che stanno dietro alla strage della Columbine High School dovranno restare segreti per vent’anni. Strano tempismo, visto che questa nuova strage è avvenuta a meno di due settimane dalla sua decisione (e quasi nell’anniversario della sparatoria della Columbine, nella stessa settimana, in effetti). Datemi retta, vi assicuro che anche questa nuova strage sarà piena di incongruenze di cui i media non vi parleranno. La strage alla Columbine NON FU ciò che i media ci hanno raccontato, ci sono più di 100 testimoni che mettono in dubbio la “versone ufficiale” di ciò che accadde quel giorno a Littleton, in Colorado. Ma molti di voi non lo sanno, perché i media hanno nascosto questa informazione, cosa che riescono a fare facilmente, perché non esistono più televisioni, giornali o riviste che siano indipendenti dal controllo sionista.
Quindi veniamo al punto di questo articolo. Non possiamo fidarci dei media per conoscere la verità, dunque non possiamo fidarci di ciò che ci diranno su quest’ultima sparatoria alla Virginia Tech. Il triste nucleo del problema è: non possiamo fidarci dei media. Punto. Non so voi, ma io sono arrivato al punto che se la Fox News annuncia che il sole sorge a est, prima di passare a qualcuno la notizia esco fuori a controllare.
In questo momento non sappiamo chi sia l’autore della strage, chi l’abbia ucciso o se si sia tolto la vita da solo. Il motivo per cui lo faccio notare è che i media, in passato, hanno trattato in modo sbrigativo e superficiale fatti molto importanti al solo scopo di perseguire il loro obiettivo primario, che è quello di convincere gli americani a rinunciare volontariamente al diritto di possedere armi da fuoco in nome di una società migliore e più sicura. Bernard Goldberg, uno dei massimi attivisti della propaganda sionista, lo ha messo in chiaro nel suo ultimo libro Arrogance, che è essenzialmente un indegno esempio di propaganda filoisraeliana, con l’eccezione di questo solo importante passaggio.
Come spiega un sito web della Rogers University:
“Goldberg ha analizzato la copertura mediatica offerta ad una sparatoria universitaria avvenuta nella Appalachian School of Law di Grundy, in Virginia. Secondo Goldberg ciò che rendeva interessante questo avvenimento era il fatto che l’assassino, in questo caso, era stato neutralizzato dagli altri studenti, che avevano utilizzato armi da fuoco per “sopraffare” l’aggressore. Effettuando una ricerca su Lexis-Nexis [la più importante banca dati del mondo in ambito giuridico e finanziario, NdT] Goldberg si è dichiarato “sbigottito” nello scoprire, dopo aver consultato un centinaio di fonti informative, che “solo pochissimi giornali in tutto il paese avevano riferito che chi aveva neutralizzato l’assassino possedeva armi da fuoco” (p. 186). Il fatto che molti giornali abbiano sfruttato questo caso per riaffermare la propria opposizione al possesso di armi da fuoco da parte dei privati, non fa altro che confermare Goldberg nella sua convinzione che i media liberali abbiano un pregiudizio istintivo contro la libertà di portare armi”.
Ciò è senza dubbio vero, come dimostra anche il seguente estratto da un articolo della CNN intitolato “Suspects in Law School slaying arraigned” (“Sotto processo i sospetti assassini della Facoltà di Legge”) il quale dimentica platealmente di menzionare il fatto che gli studenti che avevano “bloccato” gli assassini erano anch’essi armati con armi da fuoco, il che aveva senza dubbio reso il loro compito molto più semplice.
“A quanto sembra sono stati gli stessi studenti a bloccare gli assassini, ha affermato Ellen Qualls, capo dell’ufficio stampa del governatore della Virginia, Mark Warner”.
Ora, io scommetto 100$ che né io né voi sentiremo mai la Fox News, la CNN, la MSNBC o la CBS menzionare il fatto che alcuni studenti armati erano riusciti, nel 2002, a disarmare un assassino alla Appalachian School of Law, almeno (questo è importante) non sui canali nazionali. Non ne sentirete parlare perché questo fatto non contribuisce a perseguire l’obiettivo dei media sionisti, che tentano di innestarsi alla radice del nostro pensiero. L’obiettivo è quello di convincerci che è meglio rinunciare alle nostre pistole e vivere in presunta sicurezza che insistere nel far rispettare al nostro governo di traditori il Secondo Emendamento, che consente a chiunque di possedere armi da fuoco. Il motivo è che i media sionisti e i traditori che stanno al governo hanno paura di noi; hanno paura perché siamo una comunità di persone armate fino ai denti e sempre più consapevoli del fetore che arriva da Washington DC. Diavolo, se fossi in loro anch’io avrei paura.
I media sionisti non vi diranno nemmeno che il tasso di criminalità in Inghilterra e in Australia è arrivato alle stelle da quando, qualche anno fa, il possesso di armi da fuoco è stato proibito, eppure è la verità.
In un articolo che scrissi qualche tempo fa, intitolato “Non rinunciate alle vostre pistole”, sottolineavo quanto fosse importante non cascare nelle menzogne dei media e scrivevo: “In un momento come questo non dovreste neppure prendere in considerazione l’idea di rinunciare alle vostre armi. Dovreste invece comprarle, in gran numero, in diverso calibro, per voi stessi, per i membri della vostra famiglia e per i vostri vicini”. Lo pensavo quando lo scrissi e oggi lo penso anche di più.
Per inciso, in questo momento sto guardando alla TV Bush che cerca di convincere gli americani di essere “scioccato” da ciò che è accaduto oggi alla Virginia Tech. Il lettore illuminato domanderà: com’è possibile che un uomo che l’11/9 ha partecipato attivamente al massacro di 3000 americani sia “scioccato” dalla cifra, insignificante al confronto, di 32 vittime? La Fox News, nelle ultime ore, ha fatto del suo meglio per convincerci che “a Bush importa”, che egli è “pieno di orrore”, che è “scioccato”; ha fatto del suo meglio per riabilitare quest’uomo maledetto agli occhi degli americani. Ma non funzionerà, perché l’epoca dei media volge al termine. Per finire, raccomando sentitamente al lettore di diffidare di ogni storia vista o sentita sui media che esordisca con la parola “scioccato”, non importa da chi o da dove provenga; perché questa parola è così trita e abusata che il suo vero scopo, ormai più che evidente, è solo quello di manipolare e persuadere.
Nel momento in cui scrivo questo post (16 aprile 2007, ore 15.19) la Fox News sta intervistando una studentessa di nome Kelly che ha visto con i propri occhi un uomo di origine asiatica catturato dalla polizia. Mentre diceva questo, Neil Cavuto l’ha improvvisamente interrotta affermando che secondo la polizia c’era un unico uomo armato, che è già stato ucciso. Come si vede, la storia si sta già dipanando.
Nota di Gianluca Freda: anche il sito di Repubblica parla di “un giovane di origine asiatica che fa fuoco in due fasi e poi si toglie la vita”. Domanda: allora chi è il tizio di origine asiatica nella foto qui sopra – tratta dallo stesso sito di Repubblica – che viene ammanettato da un poliziotto e che ha tutta l’aria di essere vivo e vegeto?
SCATOLOGIA DELLA LOTTA DI CLASSE

da Alessandro Ceratti
dal blog di Claudio Sabelli Fioretti
La mia non era un'analisi antropologica, non divido le persone secondo categorie economiche. Semplicemente affermo che, secondo il mio sillogismo, sembra che i poveri siano una necessità della struttura sociale. Possiamo dire che non c'è nulla di cui preoccuparsi, visto che i poveri sono tali e tanti che di certo non scarseggeranno in tempi brevi, per cui comunque vale la pena di impegnarsi a diminuirne il numero. Ma rimane la questione di principio: bisogna che un gruppo di persone sia povero, o meglio, misero. Diversamente non troveremo chi pulisce i cessi in autogrill.
Come faremmo senza poveri che puliscano i cessi degli autogrill? Per cominciare Ceratti sarebbe costretto a tirare lo sciacquone, il che pone i suoi timori in una comprensibile prospettiva. Nella peggiore delle ipotesi vedremmo sparire i bagni degli autogrill e dovremmo tornare a farla nei cespugli e ai bordi delle piazzole di sosta. Con un po’ di buona volontà penso che potremmo sopravvivere all’orrore. Sarebbe un piccolo prezzo da pagare per la scomparsa della povertà. Forse vedremmo sparire gli stessi autogrill, e anche questa disgrazia sarebbe sopportabile. Senza più povertà, sparirebbe la microcriminalità che da essa scaturisce e con essa un bel po’ di sbirri che su di essa campano e prosperano. Sarebbe meraviglioso, come giustamente riconosce Ceratti. Resterebbe la criminalità maggiore, la più pericolosa, quella che scaturisce dalla ricchezza e che, essa sì, ha distrutto questo paese. Quella fondata sulla filosofia secondo la quale al mondo ci sono due categorie di persone: quelli che comandano e quelli che puliscono i cessi. Filosofia criminale che ha contagiato ogni ambito politico d’Italia, dal più alto al più misero, dagli scranni di Montecitorio agli assessorati di Cusano Milanino. Tuttavia, senza più povertà, ci sarebbero meno disperati disposti a farsi prendere per il culo da questi politicanti da strapazzo. I quali promettono mari e monti quando le elezioni incombono, ma il cui vero programma politico – come Ceratti candidamente rivela - è di non combattere la povertà per paura che non rimanga più nessuno a scrostare le loro deiezioni. I poliziotti rimasti in circolazione potrebbero dedicarsi, in relativa tranquillità, a perseguire e dissuadere costoro. Dopotutto un Mastella (o un Ceratti) possono essere recuperati alla vita sociale con maggiore facilità rispetto a uno scippatore di Secondigliano. Almeno lo spero.
UN PUGNO DI DOLLARI

di Mike Whitney
da Global Research dell’11 aprile 2007
Traduzione di Gianluca Freda
“Di tutti gli espedienti inventati per truffare le classi lavoratrici del genere umano, nessuno è stato più efficace dell’illuderli con denaro di carta” (Daniel Webster)
Il popolo americano vive nel mondo delle nuvole. Se avessero idea di cosa sta cercando di fare la Federal Reserve scenderebbero in strada agitando i pugni e i forconi. Invece, tutti noi continuiamo a badare agli affari nostri, come se tutto andasse bene.
Siamo davvero così stupidi?
Perché la gente non capisce cos’è il deficit commerciale? Non parliamo mica di scienza spaziale. Il Current Account Deficit ha superato gli 800 miliardi di dollari all’anno. Questo significa che stiamo spendendo più di quanto guadagniamo e così facendo stiamo distruggendo il dollaro. In questo momento ci servono oltre 2 miliardi di dollari di investimenti stranieri al giorno solo per evitare che le ruote si stacchino dal carro.
Tutti concordano nel sostenere che l’attuale assetto della bilancia commerciale è insostenibile e probabilmente innescherà enormi devastazioni dell’economia che ci porteranno verso una recessione globale. Nonostante ciò, Washington e la Fed si rifiutano ostinatamente di modificare le proprie posizioni e di adottare politiche che portino a ridurre l’iper-consumo e invertire i trend attuali.
E’ una follia.
La classe degli investitori adora i grossi deficit, perché forniscono una facile giustificazione ai generosi tagli fiscali e alla guerra di Bush. Riciclare dollari in Buoni del Tesoro USA e in titoli basati sul dollaro è un modo semplice di coprire le spese del governo e dare propellente al mercato borsistico utilizzando valuta straniera. Per Wall Street e per le élite politiche è un gioco al quale non possono perdere. Per il resto di noi è la rovina.
Il deficit commerciale spinge il dollaro verso il basso e agisce come una tassa indiretta. Infatti proprio di questo si tratta: di una tassa! Man mano che il deficit cresce, sempre più denaro viene sottratto alle pensioni e ai risparmi dei lavoratori americani. E’ una bomba inflattiva mascherata dalla retorica del “libero mercato” e della “deregulation”.
Si consideri questo: nel 2002 l’Euro era scambiato a 0,87 dollari. Venerdì scorso (06-04-2007) ha chiuso a 1,34 sul dollaro. Un apprezzamento dell’Euro di più del 50% in soli 4 anni. Lo stesso vale per l’oro. Nell’aprile del 2000 l’oro veniva venduto a 279$ l’oncia. Venerdì scorso, alla chiusura dei mercati, è schizzato a 679,50$ l’oncia, un prezzo più che raddoppiato.
Non è che l’oro stia salendo; è semplicemente il metro della dissoluzione del valore del dollaro. La verità è che il dollaro sta affondando e la principale colpa di ciò va all’allargarsi del deficit commerciale.
La demolizione del dollaro non è casuale. E’ parte di un piano per spostare ricchezza da una classe all’altra e concentrare tutto il potere politico nelle mani di un’elite che lo eserciti in permanenza. Non si tratta di una notizia particolarmente nuova e Bush e Greenspan non hanno fatto nulla per nascondere ciò che stanno facendo. La massiccia espansione del governo Federale, i tagli alle tasse senza copertura, i bassi tassi d’interesse e gli incrementi esorbitanti nell’emissione di moneta sono stati attuati nella piena consapevolezza del popolo americano. Nulla è stato celato. Né al governo né alla Fed sembra importare che noi si sappia o no che ci stanno rovinando. Sono cavoli nostri. Ciò che gli interessa sono i 3 trilioni di dollari che sono passati dalle tasche degli schiavi salariati e dei pensionati a quelle dei plutocrati scola-brandy come Greenspan e il suo amico Bush, che non ne fa mai una giusta.
Queste politiche hanno avuto un effetto devastante sul dollaro, che non ha fatto altro che calare da quando Bush assunse l’incarico nel 2000. Ora che i finanziamenti stranieri del debito pubblico USA stanno iniziando a crollare, il biglietto verde potrebbe sprofondare in voragini anche maggiori. Non c’è davvero modo di sapere quanto in basso arriverà la caduta del dollaro.
Questo ci pone ad un bivio. Dipendiamo in modo così assoluto dalla “carità degli estranei” (investimenti stranieri) che un guizzo del 9% della borsa cinese (o anche un apprezzamento dello yen dallo 0,25 in su) è sufficiente a lanciare Wall Street in un vortice disastroso. Mentre il mercato immobiliare prosegue la sua discesa, il mercato azionario (che è strapieno di titoli legati ai debiti da mutuo) si sposterà anch’esso verso il basso e gli investimenti stranieri in Buoni del Tesoro e “securities” americani finiranno per prosciugarsi. Questo sarà il giorno dell’apocalisse per il biglietto verde: quando le banche centrali di tutto il pianeta cercheranno di liberarsi delle montagne di dollari che possiedono scambiandole con oro o altre valute.
Questo giorno sembra avvicinarsi rapidamente, visto che le 3 economie più potenti del globo si stanno surriscaldando e hanno bisogno di alzare i tassi d’interesse per abbattere l’inflazione. Ciò renderà le loro obbligazioni e le loro valute assai più attraenti per gli investitori stranieri, distogliendo questi ultimi dai mercati americani, che ne avrebbero un disperato bisogno.
Vi immaginate gli effetti sul già zoppicante mercato immobiliare se i tassi d’interesse dovessero crescere improvvisamente per mantenere invariato l’afflusso di capitale straniero?
La BCE (Banca Centrale Europea), il Giappone e la Cina stanno già cooperando per deflazionare “gradualmente” il dollaro, minimizzando gli effetti sull’economia mondiale. Infatti la Cina, il giorno del Venerdì santo, ha perfino atteso la chiusura dei mercati per annunciare un nuovo incremento dei tassi d’interesse. E’ chiaro che i cinesi stanno cercando di evitare che si ripeta il bagno di sangue dello scorso fine febbraio, che fece perdere a Wall Street 400 punti in una sola giornata.
Anche il Giappone sta cercando di tenere il coperchio sui tassi d’interesse (e consentendo la persistenza del carry trade) benché il settore della proprietà commerciale a Tokyo sia incandescente e prossimo a scatenare un rovinoso ciclo di speculazione.
Ma per quanto tempo queste economie in espansione potranno evitare quel rialzo dei tassi d’interesse che è indispensabile per abbattere l’inflazione nei loro paesi? Il problema, ovviamente, è che combattendo l’inflazione in casa propria, faranno esplodere l’inflazione negli Stati Uniti. In altre parole, rafforzando le proprie valute, indeboliranno il dollaro. E’ inevitabile.
Ciò rappresenterà un duro colpo per i consumi negli USA che si ripercuoterà sull’intera economia globale.
I problemi che nascono dalla caduta del dollaro non possono essere risolti con aggiustamenti o intimidazioni. Per dirla tutta, il dollaro non ha più speranze di “atterraggio morbido” di quante ne abbia il gonfiatissimo mercato immobiliare. La bolla economica creata da Greenspan ci sta portando verso il disastro e non c’è molto che chiunque di noi possa fare per limitare i danni. Quando i prezzi delle case crolleranno e i proprietari non potranno più ricorrere agli “equity” [Gli "equity loans" sono prestiti che permettono di "estrarre" dagli immobili liquidità da destinare a investimenti o consumi, NdT] la spesa dei consumatori diminuirà, l’economia si restringerà e la Fed sarà costretta ad abbassare i tassi d’interesse.
Sfortunatamente, a quel punto, abbassare i tassi non sarà più sufficiente. I tassi d’interesse hanno bisogno di almeno 6 mesi per produrre degli effetti e per allora il rullo di tamburi degli espropri e dei prezzi delle case in caduta libera avrà reso il pubblico diffidente verso un’intera categoria di beni per molti anni a venire. Molti vedranno i risparmi di tutta una vita scivolare via mese dopo mese, mentre i prezzi continueranno ad inabissarsi e gli “equity” si dissolveranno nell’aria. Costoro saranno le vere vittime della truffa dei bassi tassi d’interesse realizzata da Greenspan.
La Federal Reserve è pienamente cosciente del danno che ha provocato con la sua allegra politica di ribasso dei tassi. In una dichiarazione del 2006, la Fed aveva riconosciuto di sapere benissimo che trilioni di dollari di speculazioni sarebbero stati incanalati nel mercato immobiliare:
“Come i prezzi di altri beni, anche i prezzi delle case sono influenzati dai tassi d’interesse e in alcuni paesi il mercato immobiliare è un fondamentale canale di trasmissione delle politiche monetarie”.
Belle “politiche monetarie”!! Trilioni di dollari di mutui sono stati concessi a persone che non avevano nessuna possibilità di ripagarli. E’ stato un vergognoso imbroglio. Nonostante ciò, questa politica è andata avanti, nel disperato tentativo di impedire all’economia USA di collassare in una recessione. Il risultato di questa politica sciagurata è stata “la più grande bolla creditizia della storia” che ora minaccia la solvibilità economica americana.
Benjamin Wallace ha commentato l’operato della Fed in un articolo sull’Atlantic Monthly, intitolato: There Goes the Neighborhood: Why home prices are about to plummet—and take the recovery with them (“Addio al quartiere: perché i prezzi delle case stanno per crollare portandosi via la ripresa economica”).
“Supponiamo per un momento che un numero sufficiente di persone si faccia imbrogliare e il boom dei rifinanziamenti possa andare avanti per un altro anno. E poi? Qui sorge il vero problema. Perché se pensate che Greenspan ci sia andato cauto con i rifinanziamenti, la verità di cui egli evita accuratamente di parlare è che siamo nel bel mezzo di una spaventosa bolla immobiliare, di dimensioni viste una sola volta dall’epoca della Grande Depressione. Peggio ancora, il mercato immobiliare così gonfiato si trova oggi in una posizione unica sul piano storico, rappresentando il motore della nostra intera economia. Entro uno o due anni quella bolla, probabilmente, esploderà e quando ciò avverrà potrebbe anche portare via con sé tutta l’economia americana”.
Altro articolo di Robert Shiller, intitolato Irrational Exuberance (“Irrazionale esultanza”):
“Gente di ogni parte del mondo ha ancora troppa fiducia che i mercati finanziari, e perfino il mercato immobiliare, continueranno ad essere molto redditizi e questa eccessiva fiducia può portare all’instabilità. Nuove e significative crescite di questi mercati porteranno, prima o poi, a decrescite altrettanto significative. Il triste risultato rischia di essere che un’eventuale decrescita produca un massiccio incremento di fallimenti individuali, il che porterebbe automaticamente ad una seconda ondata di fallimenti nelle istituzioni finanziarie. Un’altra conseguenza a lungo termine potrebbe essere il declino della fiducia nel consumo e nell’imprenditoria e un’altra ancora una recessione di proporzioni globali”.
Se non sarà gestita in modo appropriato, la crisi immobiliare potrebbe generare una nuova Grande Depressione. L’America non ha più la capacità (produttiva) per uscire da una recessione profonda. Mentre la Fed inondava il mercato immobiliare con 11 trilioni di dollari attraverso prestiti a basso interesse, il settore manifatturiero americano veniva traslocato in Cina e in India in nome della globalizzazione. Senza investimento di capitale e incremento produttivo la ripresa economica sarà difficile, se non impossibile. La cosiddetta “ripresa” dalla recessione del 2001 è stata dovuta a un abbassamento artificiale dei tassi d’interesse e alla facilità di credito che ha finito per gonfiare il mercato immobiliare. Non ha avuto niente a che fare con incrementi di produttività, esportazioni o pagamento di debiti arretrati. In altre parole la “ripresa” non è stata vera creazione di ricchezza, ma semplice espansione del credito. C’è un abisso tra i concetti di “produttività” e di “consumo” anche se Greenspan sembra non aver mai capito la differenza.
Un penny ricevuto in prestito non è la stessa cosa di un penny guadagnato, anche se entrambi possono generare una lieve crescita del PIL. L’operato di Greenspan è stato ben sintetizzato da Addison Wiggin del Daily Reckoning, che ha affermato: “Il PIL è la misura del consumo alimentato dall’indebitamento. In realtà esso non fa altro che misurare la velocità con cui l'America sta andando a pezzi".
Bingo.
Il principale bene d’esportazione americano è la sua valuta-carta straccia [nell’originale “fiat-currency”, cioè moneta che ha un valore solo perché il sovrano del paese in cui viene emessa dice che ne ha uno, NdT], valuta che gli stranieri sono sempre più esitanti ad accettare.
Potete dargli torto?
Essi hanno inziato a capire che non potremo mai pagarli e che la solidità e l’affidabilità degli Stati Uniti sono pari pressappoco a quelle dei progetti pensionistici gestiti da Ken Lay [il presidente della Enron la cui corruzione e megalomania portò l’azienda ad uno dei fallimenti più disastrosi della storia, NdT].
La fragilità dell’economia americana diventerà più evidente man mano che la bolla immobiliare di Greenspan continua a perdere aria e l’indice dei consumi rimane piatto. Come dicevamo prima, il ricorso agli “equity” a sostegno degli acquisti immobiliari sta per finire, il che rallenterà la crescita e scoraggerà gli investimenti stranieri. Il crollo dei prestiti “subprime” [prestiti concessi con poche o nessuna garanzia, solitamente allo scopo di rifinanziare le ipoteche su immobili acquistati, NdT] ha attirato l’attenzione sui manovratori delle banche e sui concessionari di mutui e molte persone iniziano a capire in modo più chiaro quale sia stato il ruolo della Federal Reserve nella creazione di questa mostruosa bolla economica.
Incrementi del 10% o del 20% all’anno sul valore delle case non si erano mai visti. Essi sono una “pura bolla” che non ha nessuna relazione con l’incremento dei salari, della domanda, della produttività, degli investimenti di capitale o del PIL. Si tratta di una bolla di sapone fabbricata dal più grande saponaro del mondo, Alan Greenspan.
Come nota Addison Wiggin, “esiste una sola, vera fonte di ricchezza: un ambiente sano e competitivo in cui lo scambio di beni sia accompagnato da un controllo sul deficit spending”.
Le élite della Federal Reserve e dell’amministrazione Bush ci hanno allontanato da questo sentiero “sicuro e sperimentato” e ci hanno portato sulla strada dell’indebitamento e della catastrofe. Non sarà facile ripristinare il nostro tessuto manifatturiero e competere di nuovo sui mercati, ma dobbiamo farlo. Un’economia forte si fonda sul fatto che alcune persone producono ciò che altre persone vogliono. Si tratta di un’elementare verità che è andata perduta tra il fumo e gli specchi delle malefatte di Greenspan alla Fed.
Purtroppo, ciò che abbiamo davanti è probabilmente una crisi economica che durerà decenni, durante la quale il dollaro continuerà a indebolirsi, i mercati azionari crolleranno, il PIL si restringerà e gli standard di vita a cui siamo abituati andranno in declino.
Il trend del mercato immobiliare sarà probabilmente opposto a ciò che è stato negli ultimi 10 anni. Ciò avrà un effetto drammatico sui consumi (che sono il 70% del PIL) e determinerà un’ulteriore discesa del dollaro.
Il dollaro si trova già in pessime acque. L’unica cosa che ancora lo tiene a galla sono i titoli del debito pubblico USA acquistati da investitori stranieri che non vogliono ritrovarsi per le mani trilioni di banconote ridotte a cartaccia (il debito pubblico USA rappresenta il più grande patrimonio del Giappone!). Questi “flussi di sostegno” hanno creato una domanda di dollari fittizia che si dissiperà inevitabilmente non appena le banche centrali inizieranno a diversificare gli investimenti.
La scorsa settimana il FMI ha avvertito che sarà necessario un “cospicuo” declino del dollaro per riportare il deficit commerciale a livelli accettabili. Questa, ovviamente, è l’intenzione della Fed e della Banda Bush: ridurre l’ammontare del debito svalutando la moneta. E’ un’idea assurda. Nessuno distrugge il potere d’acquisto della propria valuta solo per ripagare i debiti. Questo tanto per dare un’idea della mancanza di scrupoli dei politici attualmente in carica.
In più, il 20 marzo 2007, il governatore della Banca Centrale Cinese, Zhou Xiaochuan, ha annunciato che “la Cina non accumulerà altre riserve di valuta straniera e destinerà una piccola parte delle riserve attuali alla formulazione di una nuova politica valutaria”. La dichiarazione di Zhou è un colpo tremendo per il dollaro. Gli USA hanno bisogno all’incirca di 70 miliardi di dollari di investimenti stranieri al mese per coprire il proprio deficit commerciale. La Cina è uno dei principali acquirenti di debito pubblico USA. Se la Cina “diversifica”, il dollaro crollerà e le scosse si ripercuoteranno sui mercati di tutto il mondo.
I cinesi sono molto cauti nelle dichiarazioni economiche. Dunque le affermazioni di Zhou vanno prese sul serio. Tre settimane fa egli aveva rilasciato una dichiarazione altrettanto inquietante, in cui diceva: “La Cina diversificherà un trilione di dollari di riserve di moneta straniera, le più ampie del mondo, indirizzandosi verso differenti valute e strumenti d’investimento, anche nei mercati emergenti”. (Reuters)
Ciò avrebbe dovuto rappresentare una sirena d’allarme per i commercianti di valuta, ma i media hanno insabbiato la faccenda e i mercati se la sono diligentemente scrollata dalle spalle. La verità è che le nostre relazioni con la Cina stanno cambiando molto rapidamente e che i giorni del credito a buon mercato e del dollaro in ascesa stanno per finire.
Il 70% delle riserve di valuta straniera della Cina sono in dollari. L’effetto della “diversificazione” sarà devastante per l’economia statunitense. Cresce la probabilità di un periodo di iperinflazione proprio nello stesso momento in cui il mercato immobiliare fronteggia il suo più rovinoso declino da 80 anni a questa parte. Quando una crisi valutaria arriva nello stesso momento di una crisi economica, i problemi sono molto più difficili da risolvere.
Apocalisse per il biglietto verde.
E’ impossibile prevedere quali saranno gli effetti di un crollo del dollaro. Il dollaro è una valuta dissimile da qualsiasi altra ed è la pietra fondante del potere americano, politico, economico e militare. Come riserva valutaria per antonomasia, accettata in ogni ambito internazionale, esso permette alla Federal Reserve di controllare il sistema economico mondiale creando credito dal nulla e utilizzando moneta-carta straccia per acquistare beni e risorse produttive. Ciò fa sì che un gruppo di banchieri, non eletti da nessuno, possa stabilire l’ammontare dei tassi di interesse che influenzano direttamente le economie di tutto il mondo.
L’Iraq ha dimostrato che l’esercito americano non può più sostenere l’egemonia del dollaro con la forza delle armi. Stanno nascendo nuove alleanze che danno nuova forma al panorama geopolitico e segnalano l’emergere di un mondo multipolare. Il declino del modello-superpotenza risulta evidente dalla ridefinizione dei costi di beni e risorse di vitale importanza in termini di valuta estera. Semplicemente, l’America sta perdendo la presa su quelle fonti d’energia da cui dipendono tutte le economie industriali. L’Iraq è stato il punto di rottura del dominio globale americano.
Quando le banche centrali abbandoneranno il biglietto verde l’attuale sistema collasserà e il modello di ordine mondiale “unitario” avrà improvvisamente fine.
Ciò sarà un’esperienza dolorosa per gli americani, che assisteranno senza dubbio ad un netto declino del loro standard di vita. Ma sarà anche una grandiosa opportunità per smantellare la Federal Reserve e restituire il controllo della valuta nazionale ai legittimi rappresentanti del popolo nel congresso americano.
Sarà il primo passo per la rimozione della casta di potenti finanzieri in entrambi i partiti che rappresentano solo le ristrette ambizioni di interessi privati.
La Guerra al Terrorismo è una messinscena propagandistica creata allo scopo di nascondere le operazioni militari e di intelligence miranti ad accaparrare le risorse in esaurimento e a mantenere la supremazia del dollaro. Ma è inutile pensare di poter controllare l’ascesa di Cina, India, Russia e dei paesi in via di sviluppo e preservare allo stesso tempo il potere delle elite bianche occidentali.
La forza dell’euro annuncia una crescente competizione col dollaro e un rapido declino dell’influenza americana nel mondo. Questo dovrebbe esser visto come uno sviluppo positivo. Una maggiore parità tra le valute implica un maggiore equilibrio tra gli stati, dunque più democrazia. Inoltre il “modello-superpotenza” ha solo incrementato il terrorismo, il militarismo, la violazione dei diritti umani e la guerra. Da qualsiasi punto di vista obbiettivo, Washington è stata un pessimo guardiano della sicurezza mondiale.
La caduta del dollaro prepara anche uno sconvolgimento politico interno causato dalla crisi economica. Dovremmo esserne felici. L’America ha bisogno di rimettersi in sesto, di ritrovare i suoi originari princìpi di libertà personale, diritti civili e giustizia sociale; di ripudiare la demagogia e il bellicismo del regime di Bush; di ristabilire la nostra fede nell’habeas corpus, nella presunzione d’innocenza e nelle norme di diritto. Cosa più importante, abbiamo bisogno di ritrovare il nostro onore.
Grandi cambiamenti sono in arrivo per il dollaro; dobbiamo solo decidere se permetteremo a questi cambiamenti di lasciarci in un pantano di recriminazione e pessimismo o se li useremo invece per creare una nuova immagine dell’America e ripristinare i princìpi del governo repubblicano. Dipende solo da noi.
VECCHI GIOCATTOLI
L'ULTIMO AVVISO

Quella che segue è l’ultima intervista a Pier Paolo Pasolini che fu raccolta da Furio Colombo il 1° novembre 1975, proprio il giorno prima che il corpo senza vita dell’ultimo degli intellettuali italiani venisse ritrovato sulla spiaggia dell’idroscalo di Ostia. L’intervista fu pubblicata su Tuttolibri, settimanale d’informazione edito da La Stampa, dell’8 novembre 1975. Definire Pasolini un “comunista” sarebbe una riduttiva assurdità. Diciamo che era un rivoluzionario, o meglio un nostalgico di quell’idea di Rivoluzione sepolta dall’avvento dell’orrenda ideologia della società di massa fabbricata dai mass media.
«Ho passato la vita a odiare i vecchi borghesi moralisti”, scriveva, “e adesso, precocemente devo odiare anche i loro figli... La borghesia si schiera sulle barricate contro se stessa, i "figli di papà" si rivoltano contro i "papà". La meta degli studenti non è più la Rivoluzione ma la guerra civile. Sono dei borghesi rimasti tali e quali come i loro padri, hanno un senso legalitario della vita, sono profondamente conformisti. Per noi nati con l'idea della Rivoluzione sarebbe dignitoso rimanere attaccati a questo ideale.»
Oggi quei figli di papà borghesi che scimmiottavano la Rivoluzione senza comprenderne l’anima (la disperazione, l’umiliazione, la fame) sono la nostra classe dirigente. Anzi, è meglio dire dominante, visto che opprime l’intero paese senza dirigere nulla. Una classe controrivoluzionaria tra le più marce, incapaci e indecenti che la storia d’Europa abbia mai visto. Pasolini non era un comunista, ma corrispondeva esattamente a ciò che io intendo quando parlo di comunismo. Aveva previsto e capito tutto. Dalla decerebrazione antiumana indotta dai media all’omologazione forzata imposta al mondo dall’imperialismo americano; dal meccanismo dello stragismo di Stato alle reali forze che si agitavano dietro ciò che con beata ingenuità fino a pochi anni or sono chiamavamo ancora “democrazia”; dall’educazione di sistema fondata sui tre imperativi “avere, possedere, distruggere” al baratro che questa cultura del conflitto permanente apriva sotto i piedi dell’umanità. “Siamo tutti in pericolo”, avvertiva Pasolini, e oggi sappiamo fino a che punto aveva ragione. Con buona pace dei Maurizio Blondet e di tutti quelli secondo i quali “i comunisti si sbagliano sempre”.
SIAMO TUTTI IN PERICOLO
Intervista a Pier Paolo Pasolini
Raccolta da Furio Colombo il 1° novembre 1975
D – Pasolini, tu hai dato, nei tuoi scritti e nei tuoi articoli, molte versioni di ciò che detesti. Hai aperto una lotta, da solo, contro tante cose, istituzioni, persuasioni, persone, poteri. Per rendere meno complicato il discorso io dirò “la situazione” e tu sai che con ciò intendo parlare della scena in cui, in generale, ti batti. Ora ti faccio questa obiezione. La “situazione”, con tutti i mali che tu dici, contiene tutto ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire: tuo è il merito ed il talento. Ma gli strumenti? Gli strumenti sono della “situazione”. Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò che detesti. E tu? Tu non resteresti solo e senza mezzi? Intendo mezzi espressivi…
P – Si ho capito, ma io non solo lo tento quel pensiero, ma anche ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma proprio adesso sto per partire, per andare ad un loro congresso). In grande un esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un fatto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, “assurdo”, non di buon senso. Eichman, caro mio, aveva una gran quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici: a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno, alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava una volta al giorno per i bisogni e il pane e l’acqua per i deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche. Ma non ha mai inceppato la macchina. Allora i discorsi sono tre. Qual è, come tu dici, la “situazione” e perché si dovrebbe fermarla o distruggerla. Ed in che modo.
D – Ecco, descrivi allora la “situazione”. Tu sai benissimo che i tuoi interventi ed il tuo linguaggio hanno un po’ l’effetto del sole che attraversa la polvere. È un’immagine bella, ma si può anche vedere o capire poco.
P – Grazie per l’immagine del sole ma io pretendo molto di meno. Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra. E noi, gli intellettuali, prendiamo l’orario ferroviario dell’anno scorso o di dieci anni prima, e poi diciamo: ma strano che questi due treni non passano di lì, e come mai sono andati a fracassarsi in quel modo? O il macchinista è impazzito, o è un criminale isolato, o c’è un complotto. Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori. È facile, è semplice, è la resistenza. Noi perderemo alcuni compagni e poi ci organizzeremo e faremo fuori loro, o uno per uno, ti pare? Eh lo so che quando trasmettono in televisione “Parigi brucia” tutti sono lì con le lacrime agli occhi ed una voglia matta che la storia si ripeta, bella, pulita, (un frutto del tempo è che lava le cose come le facciate delle case). Semplice, io di qua, tu di là. Non scherziamo sul sangue, il dolore, la fatica che anche allora la gente ha pagato per scegliere. Quando stai con la faccia schiacciata contro quell’ora, quel minuto della storia, scegliere è sempre una tragedia. Però ammettiamolo, era più semplice. Il fascista di Salò, il nazista delle SS, l’uomo normale, con l’aiuto del coraggio e della coscienza, riesce a respingerlo anche dalla sua vita interiore (dove la rivoluzione sempre comincia). Ma adesso no. Uno ti viene incontro vestito da amico, è gentile, garbato, e collabora (mettiamo alla televisione)
Sia per campare, sia perché non è mica un delitto. L’altro, o gli altri, i gruppi, ti vengono incontro o addosso con i loro ricatti ideologici, con le loro ammonizioni, le loro prediche, i loro anatemi, e tu senti che sono anche minacce. Sfilano con bandiere e slogan, ma che cosa li separa dal “potere”?
D – Che cos’è il potere per te, dov’è, dove sta, come lo sani?
P – Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione e una manovra di borsa, uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso la spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.
D – Ti hanno accusato di non distinguere politicamente ed ideologicamente, di aver perso il senso della differenza profonda che deve pur esserci tra fascisti e non fascisti, soprattutto tra i giovani.
P – Per questo ti parlavo dell’orario ferroviario dell’anno prima. Hai mai visto quelle marionette che fanno tanto ridere i bambini perché hanno il corpo voltato da una parte e la testa dall’altra? Mi pare che Totò riuscisse in un trucco dl genere. Ecco io vedo così le truppe di intellettuali, sociologi, esperti, giornalisti dalla intenzioni più nobili. Le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è più il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna. Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anche io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio, ho già detto a Moravia. Con la vita che faccio ho già pagato un prezzo. È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno, se torno, ho visto altre cose, più cose. Non dico che dovete credermi. Dico che dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità.
D – E qual è la verità?
P – Mi dispiace aver usato questo termine. Volevo dire “evidenza”. Fammi rimettere le cose in ordine. Prima tragedia: un’educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti nell’arena dell’avere tutto a tutti i costi. In quest’arena siamo spinti come una strana e cupa armata con cannoni e spranghe. Allora una prima divisione, classica, è “stare con i più deboli”. Ma io dico che in un certo senso tutti sono deboli, perché tutti sono vittime. E tutti sono colpevoli, perché tutti sono pronti al gioco del massacro. Pur di avere. L’educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere.
D – Allora, fammi tornare alla domanda iniziale. Tu, magicamente abolisci tutto. Ma tu vivi di libri, ed hai bisogno di intelligenze che leggono. Dunque, consumatori educati del prodotto intellettuale. Tu fai del cinema ed hai bisogno non solo di grandi platee disponibili (in fatti hai in genere molto successo popolare, sei “consumato” avidamente dal tuo pubblico), ma anche di una macchina tecnica, organizzativa, industriale, che sta in mezzo. Se togli tutto questo, con una specie di magico monachesimo di tipo paleo-cattolico e neo-cinese, che cosa ti resta?
P – A me resta tutto, cioè me stesso, essere vivo, essere al mondo, vedere, lavorare, capire. Ci sono cento modi di raccontare le storie, di ascoltare le lingue, di riprodurre i dialetti, di fare il teatro dei burattini. Agli altri resta molto di più. Possono tenermi testa, colti come me o ignoranti come me. Il mondo diventa grande, il mondo diventa nostro, e non dobbiamo usare né la borsa né i consigli di amministrazione, né la spranga, per depredarci. Vedi, nel mondo che molti di noi sognavano c’era il padrone turpe con il cilindro ed i dollari che gli colavano dalle tasche e la vedova emaciata che con i suoi pargoli chiedeva giustizia. Il bel mondo di Brecht, insomma.
D – Come dire che hai nostalgia di quel mondo.
P – No! Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto nessuno li aveva colonizzati. Io ho paura di questi negri in rivolta, uguali al padrone, altrettanto predoni, che vogliono tutto a qualunque costo. Questa cupa ostinazione alla violenza totale non lascia più vedere di che segno sei. Chiunque sia portato in fin di vita all’ospedale ha più interesse, se ha qualche soffio di vita, a quel che gli diranno i dottori sulla sua possibilità di vivere che in quel che gli diranno i poliziotti sulla meccanica del delitto. Bada bene che io non faccio né un processo alle intenzioni né mi interessa ormai la catena causa-effetto, prima loro, poi lui o chi è il capo-colpevole. Mi sembra che abbiamo definito quella che tu chiami la “situazione” È come quando in una città piove e si sono ingorgati i tombini. L’acqua sale, è un’acqua innocente, un’acqua piovana, non ha né la furia del mare né la cattiveria delle correnti di un gran fiume. Però per una ragione qualsiasi non scende ma sale. È la stessa acqua piovana di tante poesiole infantili e delle musichette del “cantando sotto la pioggia”. Ma sale e ti annega. Se siamo a questo punto io dico non perdiamo tutto il tempo a mettere un’etichetta qui ed una là. Vediamo dove si sgorga questa maledetta acqua prima che restiamo tutti annegati.
D – E per questo tu vorresti tutti pastorelli senza scuola dell’obbligo, ignoranti e felici?
P – Detta così sarebbe una stupidaggine: ma la cosiddetta scuola dell’obbligo forma per forza gladiatori disperati. La massa si fa più grande, come la disperazione, come la rabbia. S’intende che rimpiango la rivoluzione pura e diretta della gente oppressa che ha il solo scopo di farsi libera e padrona di sé stessa. S’intende che mi immagino che possa ancora venire un momento così nella storia italiana e quella del mondo. Il meglio di quello che penso potrà ispirarmi una delle prossime poesie. Ma non quello che so e quello che vedo. Voglio dire fuori dai denti io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi. È vero che viene con maschere e bandiere diverse. È vero che sogna la sua uniforme e la sua giustificazione. Ma è anche vero che la sua voglia, il suo bisogno di dare la sprangata, di aggredire, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha, come dire, toccato la “vita violenta”.
Non vi illudete. E voi siete con la scuola, la televisione, la pacatezza dei vostri giornali, voi siete i grandi conservatori di quest’ordine orrendo basato sull’idea di possedere e sull’idea di distruggere. Beati voi che siete tutti contenti quando potete mettere sul delitto la vostra bella etichetta. A me questa sembra un’altra delle tante operazioni della cultura di massa. Non potendo impedire che accadano queste cose si trova la pace fabbricando scaffali.
D – Ma abolire vuol dire per forza creare, se non sei un distruttore anche tu. I libri per esempio, che fine faranno? Non voglio fare la parte di chi si angoscia più per la cultura che per la gente. Ma questa gente salvata nella sua visione di un mondo diverso non può essere più primitiva e se non vogliamo usare l’espressione più avanzata…
P – Che mi fa rabbrividire..
D – Se non vogliamo usare frasi fatte un’indicazione ci deve pur essere. Per esempio: nella fantascienza, come nel nazismo si bruciavano libri come gesto iniziale di sterminio. Chiuse le scuole, chiuse le televisioni, come anima il suo presepe?
P – Credo di essermi già spiegato con Moravia. Chiudere nel mio linguaggio vuol dire cambiare. Cambiare però in modo tanto drastico, disperato, quanto drastica e disperata è la situazione. Quello che impedisce un vero dibattito con Moravia è che sembriamo persone che non vedono la stessa scena, che non conoscono la stessa gente, che non ascoltano le stesse voci. Per voi una cosa accade quando è cronaca, bella, fatta, impaginata, tagliata, intitolata. Ma cosa c’è sotto? Qui manca il chirurgo che ha il coraggio di esaminare il tessuto e di dire. Signori questo è un cancro, non un fatterello benigno. Cos’è il cancro? È una cosa che cambia tutte le cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco fuori da qualsiasi logica precedente. È un nostalgico il malato che sogna la salute che aveva prima, anche se prima era uno stupido o un disgraziato? Prima del cancro, dico. Io ascolto i politici con le loro formulette, tutti i politici, e divento pazzo. Non sanno di che paese stanno parlando, sono lontani come la luna. E i letterati, i sociologi, gli esperti di ogni genere.
D – Perché pensi che per te certe cose siano talmente più chiare?
P – Non vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri ed i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.
D – Pasolini, se tu vedi la vita così non so se accetti questa domanda: come pensi di evitare il pericolo ed il rischio?
È diventato tardi, Pasolini non accende la luce ed è difficile prendere appunti. Rivediamo insieme i miei. Poi lui mi chiede di lasciargli le domande.
“Ci sono punti che mi sembrano un po’ troppo assoluti. Ho una cosa in mente per rispondere alla tua domanda. Per me è più facile scrivere che parlare, lascio le note che aggiungo per domattina”.
Il giorno dopo, domenica, il corpo senza vita di P. P. Pasolini era all’obitorio della polizia di Roma.
OLOCAUSTO IN CANONICA

di Lettera Firmata
dal sito www.rense.com
traduzione di Gianluca Freda
Sono nato nel 1941 nella città di Doetinchem, in Olanda. Mio padre era un membro della resistenza ed era anche a capo della Difesa Civile, il che lo rendeva esente dal coprifuoco.
Durante la guerra, a tutti i giovani olandesi era richiesto di andare in Germania, non in campi di concentramento, ma a lavorare nelle fabbriche tedesche per far continuare a funzionare la macchina bellica, visto che gli uomini tedeschi erano tutti al fronte.
Alcuni ragazzi olandesi si rifiutavano di partire. Uno di questi lo tenevamo nascosto a casa nostra, con documenti falsi.
In seguito, la resistenza portò a casa nostra un disertore austriaco, così fu lui a nascondersi a casa nostra. Successivamente arrivò la Gestapo: controllò le dimensioni della nostra casa per vedere se fosse possibile ricavarne una stanza in più per ospitare il loro personale. Requisirono il nostro salone e da quel momento ci fu proibito entrarvi.
Io ero bambino. Fin dai primi momenti di cui ho memoria, ricordo che sentivo il rombo dei bombardieri che durante la notte si dirigevano verso la Germania, mentre le sirene antiaeree suonavano, i fasci di luce scandagliavano il cielo e l’artiglieria antiaerea scoppiettava. Ogni ora o due ricominciava daccapo.
Queste cose erano diventate per me così normali che dopo la fine della guerra mi era difficile dormire senza sentire più il rumore di quei voli notturni. Il 19 aprile 1945 gli alleati, credendo di avere già raggiunto la Germania, sganciarono le bombe su di noi. Fecero anche delle foto. Due giorni dopo ritornarono e ci bombardarono di nuovo; e il 23 aprile i francesi, che erano già stati liberati, ci bombardarono anch’essi, come misura cautelativa.
I miei nonni materni offrivano rifugio agli ebrei. Erano cristiani protestanti. Mia nonna portava una stella di Davide gialla sul bavero della giacca, pur non essendo ebrea.
Andava tutti i giorni a trovare sua figlia, il che voleva dire attraversare un checkpoint tedesco. Loro avevano imparato a conoscerla come “la signora dei biscotti”. “Ignoratela”. Questo per lei andava bene, perché a un certo punto si trovò a dover far passare alcuni ebrei per quel checkpoint, un po’ per volta, e i nazisti che erano di guardia al checkpoint si limitavano a salutarli. Le donne che avevano un aspetto un po’ troppo semitico, si tingevano i capelli con il perossido. Era una donna di fegato, la mia nonnina.
Sono cresciuto credendo che 6 milioni di ebrei fossero stati sterminati durante l’Olocausto, oltre a 6 milioni di altre persone, delle quali però non parla mai nessuno.
Recentemente ho fatto delle ricerche e siccome parlo anche il tedesco sono andato a leggermi i verbali della Conferenza di Wannsee, cioè il manoscritto che secondo la tradizione avrebbe rivelato al mondo l’esistenza della Endlösung, tradotta come “soluzione finale”, che vorrebbe dire sterminio.
Senonché la “soluzione finale” di cui si parla nei verbali consiste nell’emigrazione/evacuazione degli ebrei dalla Germania e dai territori occupati dai nazisti... dapprima si era pensato di mandarli in Madagascar, per poi ripiegare sull’Europa Orientale.
Si fa riferimento ad una disputa con i francesi riguardo alla moneta. In un’ampia parte di questi verbali si parla anche della sterilizzazione dei Mishlingen (sanguemisti). Di come si potesse attuarla legalmente attraverso le Corti di Giustizia tedesche e di quale avrebbe potuto essere la reazione del Vaticano.
Non si parla assolutamente di sterminare nessuno.
Ho postato su un forum alcune di queste mie scoperte e sono stato insultato. Sono stato chiamato antisemita, eccetera. Non sono mai stato antisemita e non lo sono neanche ora.
Credo che il sionismo abbia alterato la memoria dell’olocausto per i propri fini. E il mondo ha dato ad Israele carta bianca per terrorizzare i palestinesi per tutti gli ultimi 60 anni. Così oggi ho deciso di andare a controllare alcuni siti olandesi per vedere cosa loro hanno scoperto.
Nella mia ricerca ho cercato di capire da dove gli olandesi traggano le loro informazioni riguardo la guerra e l’olocausto. Perché ai tempi in cui andavo a scuola in Olanda, la guerra non faceva parte di nessun programma scolastico. La gente l’aveva vissuta e voleva solo dimenticarla. Allora in che cosa credono oggi gli olandesi??
Così mi sono imbattuto in un sito olandese che sembrava “omologato”.
Parte del sito si occupava dei “campi di concentramento” olandesi. Io ne conosco solo uno, a Westerbork. Ma alla fine, non ne so nulla, in realtà. A un certo punto, però, veniva menzionata la mia città natale... Doetinchem.
Sono rimasto stupito e ho deciso che la cosa richiedeva un approfondimento. Ad esempio, dove si trovasse questo piccolo campo in cui venivano portati solo ebrei molto speciali (quelli che collaboravano con i nazisti) per poi essere spediti in campi tedeschi o polacchi.
Era un posto chiamato Villa Bouchina.
Ho continuato a cercare, sperando di trovare una fotografia di questa Villa o il suo indirizzo. Il nome non mi diceva nulla.
Alla fine ho trovato una foto, che ho immediatamente riconosciuto. E’ la foto con indirizzo della nostra canonica protestante (infatti ci si riferisce ad essa come una “canonica”) nella quale avevo brevemente abitato dopo la guerra, per 6 settimane, quando mia madre era malata e si stava rimettendo. Vivevo lì con il pastore e con sua moglie. Allora ho chiamato mia madre, che oggi ha 94 anni e vive ancora a Doetinchem. E le ho spiegato tutto.
Mi ci è voluta un’infinità di tempo per spiegarle cosa avevo scoperto e da dove avevo preso questa informazione.
“Da dove l’hai saputo”, continuava a chiedermi??
Ne sapeva qualcosa? “No!”.
“Vader”, che era nella resistenza, ne sarebbe stato a conoscenza? “Sì. Credo di sì”.
A quell’epoca nella canonica viveva il Ds. Van Pernis, stando ai ricordi di mia madre, del Ds. Wassing e di sua moglie, con i quali avevo abitato. “Ds” significa “Reverendo”.
Quest’informazione è nuova ed è stata diffusa nel 2002, quando qualcuno ha fatto la straordinaria scoperta. Il sito chiedeva agli utenti informazioni sugli interni della Villa o qualsiasi altra informazione in loro possesso, perchè la gente invecchia e muore e così informazioni preziose potrebbero andare perdute (non vogliono mica restare senza lavoro). Così gli ho scritto. Poi sono andato sul loro forum e mi sono registrato.
La prima cosa di cui sono stato informato è stata che mettere in dubbio o contestare lo sterminio di 6 milioni di ebrei NON era consentito.
Perciò gli ho chiesto di cancellare il mio nome dalla lora lista. Il sito opera di comune accordo con il Museo Israeliano dell’Olocausto e prende tutte le proprie informazioni da fonti israeliane. Davvero molto “obiettivo”.
Quando si dice la propaganda sionista.
Incredibile. Neanche a inventarselo.
Mi fa imbestialire oltre ogni descrizione.
Ho mandato quest’informazione a un amico che mi ha consigliato di passarla a te. Puoi utilizzarla, ma ti prego di non fare il mio nome perché questo interferirebbe con la mia ricerca di lavoro. E metterebbe in pericolo la mia vita. Queste persone sono molto potenti.
Sinceramente,
QUELLI CHE SBAGLIANO SEMPRE

Non so se vale la pena rispondere in modo serio ad un articolo di questo tenore, ma lo faccio lo stesso, più per diletto che per dovere intellettuale. La tesi dell’articolo è la seguente: i comunisti si sono sempre sbagliati, nelle idee e nelle azioni, durante tutto il corso della loro parabola storica. Dunque si stanno sbagliando anche sui Dico e col tempo rinnegheranno anche il loro sostegno a questo provvedimento, come hanno sempre rinnegato ogni propria parola o azione. Ma lo faranno troppo tardi, solo quando (per usare le parole di Blondet) saremo sommersi dal dilagare delle “coppie incestuose e pedofile”. L’articolo mi tira personalmente in causa, sia in quanto comunista, sia in quanto felicemente membro (da oltre dieci anni) di una coppia “incestuosa” (non ancora pedofila, ma mi rassegno fin d’ora a compiere questo passo che, nelle affermazioni di Blondet, appare necessaria conseguenza e integrazione del primo).
Partiamo dai comunisti. Di chi sta parlando Blondet facendo ricorso a questa categoria kantiana? Spero non del sottoscritto. Se sta parlando dei “comunisti” alla D’Alema o alla Fassino, per non dire alla Mastella, allora può avere qualche ragione. Anche più di qualche. In questo caso, però, sarebbe cortese da parte sua utilizzare, come segno distintivo, almeno le virgolette quando parla di “comunisti”. Non mi è mai piaciuto, infatti, essere confuso con D’Alema e la sua banda di servi e strozzini. Ormai m’infastidisce perfino che mi si scambi per Bertinotti, dopo la recente, inqualificabile performance parlamentare e governativa del suo (e mio) partito. Qualcuno mi dirà: fino all’anno scorso sostenevi Rifondazione e ora la rinneghi battendoti il petto. Visto che Blondet ha ragione?
Col cavolo che ha ragione.
Non ho mai sostenuto Rifondazione e tantomeno i suoi dirigenti se non nella misura in cui essi promettevano di dare attuazione ad una serie di misure che mi apparivano (e ancor più mi appaiono oggi) come prioritarie per il nostro paese. Li ho pubblicamente scaricati non appena hanno dato palese dimostrazione di non avere nessuna intenzione di far coincidere le parole con i fatti. Non l’ho fatto per convenienza, come un Napolitano qualsiasi. Scaricare Rifondazione – come abbracciarla, del resto - non mi ha reso un centesimo, né mi ha agevolato in qualsivoglia aspetto della vita sociale. L’ho scaricata perché sono fedele ad idee – che amo definire “comuniste” e che coincidono stranamente con quelle di Blondet nei momenti in cui appare sano di mente – che non si identificano necessariamente, anzi non si identificano mai, con le persone che se ne proclamano profeti. Ho sbagliato nel valutare la moralità di alcune di queste persone? Può darsi, ma la coerenza morale non ha nulla a che vedere con l’infallibilità. La quale non appartiene agli esseri umani, tranne a quelli, come il Pontefice, che possiedano faccia tosta e strumenti di propaganda sufficienti a proclamarsi infallibili in spregio dell’umiltà, dell’evidenza e del ridicolo. Noi non-papi non siamo infallibili. Possiamo essere intellettualmente onesti se riconosciamo i nostri errori in momenti non sospetti. La coerenza morale consiste in questo, non nell’incapacità di sbagliare, che lascio volentieri al Papa e a chi è abbastanza cieco da non notarne l’incongruenza tra parole e azioni, quindi l’immoralità.
A proposito di capacità di riconoscere gli errori: io ci ho messo tre mesi a rinnegare Rifondazione, dopo il suo ingresso nella nuova maggioranza. Napolitano (sulla cui idoneità morale a rivestire la carica quirinalizia avevo espresso da subito molte perplessità) ci ha messo 50 anni a rinnegare il proprio appoggio alla repressione ungherese. Il che è certamente ignobile, ancor più perché il disconoscimento è stato non solo tardivo ma anche opportunistico. Ma non ignobile quanto la reticenza della Chiesa e delle sue gerarchie – quella stessa Chiesa alla quale Blondet dedica molti e piaggeschi suoi articoli – che ha impiegato 350 anni per ammettere, in piena era spaziale, che Galileo aveva ragione e che forse non è il sole che gira intorno intorno alla Terra. E non parliamo delle innumerevoli responsabilità politiche del papa e dei suoi leccapiedi. A tutt’oggi, non mi risulta che un qualche infallibile successore di Pietro abbia mai chiesto perdono per le impiccagioni di massa ordinate da Pio IX durante il Risorgimento, né per l’appoggio fornito da Pio XI al nazismo e alle deportazioni, né per la collaborazione offerta dalla Chiesa di Wojtila alle più sanguinarie dittature sudamericane, a partire da quella cilena, né per la repressione implacabile di quei settori ecclesiastici che a quelle dittature si erano opposti (con la Teologia della Liberazione). Repressione voluta dallo stesso Wojtila e affidata al più bieco dei suoi scagnozzi, quello stesso Joseph Ratzinger, all’epoca a capo della Congregazione per la dottrina della fede, che di Wojtila è diventato il degno successore. E questo solo per citare un’infinitesima parte delle colpe più recenti della gerarchie ecclesiastiche. Blondet ha tutte le ragioni del mondo a dire peste e corna dei parassiti che ci governano spacciandosi come “sinistra”. Ma quando estende le contumelie ai “comunisti”, coinvolgendo nell’insulto ogni ramo della famiglia e i suoi capostipiti, forse farebbe bene a dare un’occhiata anche alla propria genealogia. Noi comunisti, in poco più di un secolo di esistenza, abbiamo sviluppato discernimento sufficiente a non confondere i princìpi morali (quelli del cattolicesimo, ad esempio) con le ignominie compiute dalle gerarchie politiche che di quei princìpi si professano rappresentanti. A Blondet 2000 anni non sono bastati neppure a raggiungere questo piccolo ma prezioso risultato: distinguere la qualità morale delle idee da quella di chi se ne professa portatore. Chi, tra noi e lui, è più tardo nell’ammettere i propri errori e nell’imparare da essi?
Non è vero affatto che i comunisti (quelli senza virgolette) si siano sempre sbagliati. Tutt’altro. Marx aveva previsto l’orrore e le atrocità del sistema capitalistico - quelle stesse atrocità che Blondet non manca di denunciare in molti suoi articoli – ne aveva evidenziato i meccanismi e ne aveva previsto la degenerazione e la fine, quella fine al cui inizio stiamo assistendo proprio in questa epoca storica. Lenin aveva correttamente pronosticato, nei primi anni del Novecento, l’inevitabilità di una rivoluzione, determinata da un sistema di cui la guerra è un ingranaggio fondamentale e che vede il proletariato nelle vesti di vittima, ma anche di attore in grado di rivoltare le conseguenze della guerra contro i propri oppressori. Rosa Luxemburg aveva messo a nudo, con analisi accurate, i meccanismi attraverso i quali il capitalismo si serve della guerra per i propri fini. Gramsci aveva previsto l’orribile fenomeno che caratterizza il nostro paese e il nostro tempo, l’assunzione nel senso comune della gente di meccanismi socio-politici che giovano solo a un manipolo di privilegiati come ordinaria e “normale” quotidianità. Mao, con tutte le sue luci e ombre, aveva avuto il coraggio di rendere esplicito ciò che tutti pensiamo ma non sempre abbiamo il coraggio di dire; e cioè che non ci si libera dell’oppressione con le buone maniere di un pranzo di gala, ma con la rivoluzione e con le armi. Blondet sputa sui comunisti che volevano regalarci la libertà “con la rivoluzione e i mitra, se necessario”. Evidentemente pensa di potersi liberare della casta di farabutti che distrugge le nostre vite con la sola, poderosa pregnanza dei suoi pungenti editoriali e delle encicliche del papa. Gli auguri sono d’obbligo.
Infine, riguardo ai Dico, su una cosa Blondet ha ragione: si tratta di un provvedimento di cui nessuno sentiva l’impellente necessità. In un’Italia che avrebbe bisogno di riforme del diritto del lavoro (fatte A FAVORE DI CHI IL LAVORO LO SVOLGE, non di chi sfrutta il lavoro altrui rubandone i profitti), di una pianificazione economica seria, di una politica industriale non ammorbata dalle clientele e dal nepotismo, di servizi sociali decenti, di un’informazione degna di questo nome, eccetera eccetera, fossilizzarsi su una questione di secondo piano come quella della parità delle coppie di fatto è un evidente tentativo di sviare l’attenzione degli elettori verso argomenti di nessun rilievo, non potendo e non volendo affrontare quelli più importanti. Ho detto “argomenti di nessun rilievo”. Ma “nessun rilievo” per chi? Senz’altro per me, che pur essendo parte di una di quelle “coppie incestuose” su cui tuona Blondet, non ho nessuna fretta di avere il riconoscimento e il beneplacito dello Stato, per non parlare di quello del papa o di Blondet. Me ne potesse fregà de meno. Ma, a quanto sembra, la questione che è irrilevante per me è invece di enorme rilievo per il Vaticano, che su di essa ha aperto una guerra senza quartiere contro il governo e le istituzioni dello Stato. Ed è di enorme rilievo per Blondet, che mentre ne proclama l’irrilevanza dedica all’argomento fiumane di articoli, quasi tutti grondanti stizza e becerume come quello in esame.
E’ questo che riempie di rilievo una questione altrimenti irrilevante. I Dico, è vero, non miglioreranno di una virgola la vita degli italiani, nemmeno quella di chi come me è parte delle categorie interessate al provvedimento. Ma l’aggressione del papa, dei cardinali e della loro ciurma contro l’autorità dello Stato e delle sue istituzioni, in un momento in cui esse sono massimamente corrotte e dunque massimamente fragili, è un attentato a tutto ciò che di buono – molto, moltissimo – è venuto dall’emancipazione dell’Italia e dell’Europa da una dottrina religiosa tanto decrepita nell’ideologia quanto moralmente impresentabile nel suo establishment politico. Non è un caso che gli elementi più corrotti e indecenti della politica nazionale (penso ai Mastella, ai Rutelli, ai Casini, alla destra demofascista nella sua totalità, allo stesso Prodi) siano proprio quelli più vicini per ideologia al Vaticano e ai suoi lupi. Blondet sa benissimo che la partita sui Dico non ha come posta l’incremento del misero menage familiare di noi lavoratori incestuosi, ma quella assai più alta del controllo sulle istituzioni dello Stato. Istituzioni già slaicizzate da decenni di ingerenze ecclesiastiche e dalle infiltrazioni dei corrottissimi funzionari papali (i democristiani e tutto il sottobosco di imitazioni di ogni colore partitico, pseudo-comunisti compresi) che le hanno corrose e infangate. Istituzioni alle quali si intende dare, in quest’epoca di deriva morale, il definitivo colpo di grazia, imponendo la rinuncia a un principio di banale equità sociale come estrema umiliazione inflittà dall’autorità religiosa a quella laica. E’ per questo che Blondet si scalda tanto e proclama l’irrilevanza di una questione che è irrilevante solo nei contenuti, non certo nelle implicazioni. E’ per questo che sminuisce e banalizza il problema, sperando che i comunisti, quelli che si sbagliano sempre, siano così malridotti e senza più punti di riferimento da temere la possibilità di un nuovo errore morale più della concreta e imminente minaccia di un ritorno al Sacro Romano Impero. Non sa quanto si sbaglia. Noi comunisti saremo anche incestuosi e ci sbaglieremo spesso. Ma, decisamente, non siamo fessi.
VERI EROI

L’eroica Falluja
di Maurizio Blondetda effedieffe.com
I combattenti di Falluja
IRAQ - Nell'aprile del 2004, e poi di nuovo nell'autunno, gli invasori americani «pacificarono» Falluja, roccaforte dei sunniti fedeli a Saddam.
Bombe al fosforo, napalm, volumi di fuoco superiori a quelli scatenati durante la seconda guerra mondiale.
Questa città di 300 mila abitanti, di cui almeno 25 mila erano rimasti intrappolati nelle case, fu ridotta a un cumulo di rovine fumanti, dove, come a Stalingrado, i cani divoravano i cadaveri insepolti.
Seguirono i rastrellamenti, casa per casa.
Gli americani - lo provarono diversi video - finivano i combattenti feriti a mitragliate, per rabbia.
Dopo un mese di diluvio di fuoco, i tikriti continuavano a combattere.
«Sono pochissimi quelli che si arrendono», ammise un colonnello dei marine.
Ma i marine spararono anche sui civili che, con la bandiera bianca, cercavano di uscire dalla città.
Gli aggressori non permisero che aiuti medici e rifornimenti, organizzati dagli iracheni di Baghdad, entrassero nella città devastata.
Lo vietarono perfino a delegazioni dell'ONU e dell'Organizzazione Mondiale della Sanità: prima, raschiarono il terreno completamente, per nascondere l'uso di fosforo e di tossici proibiti.
I cecchini americani uccisero 17 fra medici e infermieri che cercavano di entrare nella città per curare i feriti.
I feriti americani furono 417, i morti non sono stati comunicati.
Nel marzo 2005, molti mesi dopo, un rapporto del Tribunale Russell definì il risultato delle operazioni a Falluja come «genocidio».
«Al momento di diffondere questo rapporto», si leggeva, «il recupero dei cadaveri provocati dall'attacco del novembre 2004 continua. Gli operatori specializzati hanno trovato circa 700 corpi. Gli americani dicono di averne uccisi 1.300, ma non si sa dove i corpi siano stati sepolti. Il fatto che continuino a negare l'accesso ai delegati dell'ONU conferma che hanno riempito delle fosse comuni. I dispersi sono centinaia, ma le famiglie esitano a riferire i nomi dei loro familiari presso l'ufficio di registrazione dei dispersi, per timore di arresti e intimidazioni delle forze americane. I cittadini di Falluja detenuti soffrono di trattamenti inumani».
«Gli abitanti di Falluja subiscono ogni sorta di umiliazioni quando entrano o escono dalla città. Nella loro vita quotidiana soffrono vari tipi di angherie e di minacce da parte delle forze occupanti, che li considerano terroristi semplicemente perché rifiutano l'occupazione. Ci sono continue uccisioni casuali, che non escludono bambini e vecchi, uomini e donne. Molti bambini hanno dovuto guardare i loro genitori uccisi davanti ai loro occhi. Uomini hanno dovuto assistere all'uccisione dei loro figli e delle mogli. Quasi ogni famiglia di Falluja ha dovuto seppellire un familiare nel cortile.
La forza d'occupazione americana ha assegnato speciali carte di identità ai cittadini di Falluja, per impedire a visitatori da altrove di entrarvi. Ciò isola Falluja dai suoi dintorni e dal resto del Paese, e l'ha trasformata in una grande prigione.
Come misura di punizione collettiva, la forza occupante ha sequestrato le scuole della città che usa come sue caserme, privando gli studenti della possibilità di continuare a studiare, e senza offrire un'alternativa.
Avvengono ritardi deliberati nella ricostruzione di Falluja, e nel ripristino dei servizi essenziali.
Gli annunci in questo senso sono pure menzogne, rivelate dal fatto che le persone che stanno lavorando alla ricostruzione di Falluja, per numero, non sono adeguate alla misura delle distruzioni. Gli americani stessi ammettono che sono state demolite 90 mila case» […].
Ma non c'è stato un vescovo, un pastore o un rabbino a protestare.
Non uno dei grandi media ha più parlato di Falluja dopo quel rapporto: la città era, comunque, «pacificata».
Invece no.
Nel settembre 2006, gli americani hanno dovuto dare una ripassata brutale: stavano perdendo il controllo della città e della provincia di Anbar.
La resistenza, irriducibile, li ha messi di nuovo alle strette: fra l'altro ha abbattuto un F-16 con un missile a spalla «Strela».
La gente non ha mai cessato di resistere, di infliggere colpi.
E ciò, nonostante gli americani abbiano affidato l'ordine a Falluja alle loro squadre della morte sciite.
Altri mesi di silenzio.
Arriviamo ad oggi: la settimana scorsa, due autocarri guidati da combattenti suicidi, uno carico di esplosivi e l'altro di gas tossici al cloro, sono riusciti a penetrare nell'accampamento fortificato americano facendolo saltare.
I ribelli hanno intensificato gli attacchi mordi-e-fuggi di giorno, e di notte hanno il completo controllo della città.
Così, gli americani stanno montando la terza pacificazione.
Bombardamenti dal cielo, massacri a terra: dalle poche notizie che ci giungono, le operazioni USA hanno intento palesemente genocida, perché ormai è impossibile distinguere fra combattenti e civili, ed è chiaro che la rovina, la fame, la sete, le ferite non curate hanno unito gli uni e gli altri allo stesso destino.
Combattono ancora.
Da soli, contro la superpotenza militare mondiale.
Contro forze schiaccianti, contro una brutalità senza limiti.
Senza alcuna speranza umana, senza alcun aiuto e appoggio da fuori.
La cosiddetta «Al Qaeda», che si proclama la guardia armata sunnita, non ha mai combattuto a Falluja: e nei giorni scorsi ha ucciso 400 sciiti nel sud del Paese: ancora una volta, «Al Qaeda» fa il lavoro indicato dal Mossad.
La gente di Falluja è sola.
Possiamo solo immaginare le sue condizioni; ma resiste e contrattacca.
Combattono ormai da tre anni.
Questa è la verità atroce della guerra di popolo: mai darsi per vinti, resistere un giorno di più del nemico.
Dopo tre anni, essi ancora lo fanno, difendono la loro città, la loro dignità come popolo, il loro sistema di vita.
E il mondo li chiama «terroristi».
Nessuno prende atto del loro eroismo e del loro valore, spinto oltre ogni limite di sacrificio.
Lo facciamo qui noi, umilmente, anche se da soli.
Ma ci obbliga a farlo il nostro stesso onore di occidentali.
Anzitutto, è il minimo, li chiameremo con il loro vero nome: onore ai patrioti di Falluja.
Onore agli eroi di Falluja, onore a Falluja.
La El Alamein dei sunniti.
La Stalingrado dei tikriti.
LET'S BOMB IRAN
di Justin Raimondo
dal sito Globalresearch.ca
Traduzione di Gianluca Freda
I nostri media “liberi” sono così ansiosi di accettare le spiegazioni britanniche sul motivo per cui i loro marinai/Marines sono finiti sotto custodia iraniana, che la maggior parte dell’”informazione” occidentale ignora ogni prova del contrario; come ad esempio le trancianti osservazioni dell’ex diplomatico britannico Craig Murray:
“Il Governo Britannico ha pubblicato una mappa che mostra le coordinate dell’incidente all’interno del confine marittimo Iran/Iraq. I media tradizionali e perfino la blogosfera hanno abboccato all’amo, in pieno. Ma vi sono due problemi colossali.
A) Il confine marittimo tra Iran e Iraq mostrato sulla mappa del Governo Britannico non esiste. E’ stato inventato dal Governo Britannico. Solo l’Iran e l’Iraq possono stabilire i propri reciproci confini e non l’hanno mai fatto per il Golfo, solo per lo Shatt-al-Arab, poichè lì vi sono anche confini terrestri. I confini che sono stati pubblicati sono un falso senza alcun valore legale.
B) Anche se accettassimo le coordinate della HMS Cornwall e dell’incidente, esse si trovano più vicine al territorio iraniano che a quello iracheno. Provate a stampare la mappa e a prendere le misure. Questo per sottolineare il fatto che i confini presentati dal Governo Britannico non sono attendibili.”
Ciò che Murray chiama la “falsa mappa” britannica viene in questi giorni riprodotto dai maggiori media occidentali, come se rappresentasse qualcosa di diverso da una pura fantasia. C’è poco da sorprendersi, nella nostra era orwelliana. Ma ciò che è stupefacente è che essi si aspettano che ci sia rimasto qualcuno a credere a ciò che dicono, non importa quante volte le loro notizie siano state filtrate attraverso la “camera eco” delle fonti mainstream. Il giornalismo è morto: lunga vita alla stenografia. I media occidentali hanno ripetuto la certezza di Blair che i 15 inglesi siano stati catturati in acque irakene come se si trattasse di vangelo.
Per fortuna la blogosfera tiene gli occhi aperti e la menzogna di Blair era appena stata sussurrata che già veniva smantellata qui, qui, qui e qui, solo per cominciare, tanto che la BBC – che aveva già dato credibilità all’ex ambasciatore Murray intervistandolo in diverse occasioni – era costretta dopo un paio di giorni a riportare anche il suo punto di vista, benché relegando i suoi commenti in coda ai notiziari. I media americani hanno risolto il problema allo stesso modo. Ben pochi tra i giornali più diffusi hanno pubblicato la storia di Robert H. Reid della Associated Press, che cita opinioni critiche sulla posizione britannica, non solo quelle di Murray ma anche quelle di Richard Schofield del King's College, il più importante esperto occidentale di diritto marittimo:
“Se il fatto è accaduto a sud di dove termina il confine del fiume, conoscere le coordinate non ci è di molto aiuto. Dobbiamo accettare le affermazioni britanniche con lo stesso scetticismo di quelle iraniane” .
Ecco qualcosa che i nostri media “liberi” non fanno: mettere le affermazioni sullo stesso piano, cioè trattarle con eguale scetticismo. Gli iraniani, si capisce, sono i “cattivi”, mentre gli inglesi sono i “bravi ragazzi” (per non parlare di una ragazza, piuttosto visibile), ed è con queste regole che si giocherà la seconda fase della Grande Guerra Mediorientale.
Il vero significato della presenza nel Golfo è che la fase irakena della guerra si è conclusa e il motivo per cui lo sappiamo è l’improvvisa attenzione rivolta all’Iraq dal Congresso americano guidato dai Democratici. Nel momento stesso in cui la portavoce Nancy Pelosi ha acconsentito a stralciare dal provvedimento “contro la guerra” un emendamento che avrebbe imposto al Presidente di presentarsi al Congresso prima di attaccare l’Iran, il capitolo iraniano di questa lunga e sanguinosa saga ha potuto essere considerato aperto in modo semi-ufficiale. Ricevuta la luce verde per andare avanti – nientemeno che dallo stesso partito di “opposizione” – le forze della “coalizione” nel Golfo si sono mosse con celerità. I russi riferiscono di un concentramento di truppe americane sul confine Iran/Iraq e almeno due portaerei, con tutta la loro flottiglia di contorno, sono in navigazione all’interno del Golfo o nelle sue immediate vicinanze.
L’incursione britannica in un’area altamente problematica è solo l’ultima di una serie di provocazioni, inclusi alcuni attacchi terroristici di matrice occidentale realizzati all’interno dell’Iran. L’aiuto fornito dagli americani ad elementi affiliati ad Al-Qaeda all’interno del Libano, come contrappunto alla crescente influenza di Hezbollah, è inesplicabile salvo che lo si veda come parte di una nuova strategia volta a neutralizzare gli interessi iraniani nella regione. La battaglia sta per estendersi nel cuore del regno dei mullah, grazie all’incitamento di minoranze etniche e religiose all’interno del paese: Azeri, Sunniti (compresi alcuni gruppi associati con Osama Bin Laden) e naturalmente i sempre utili Curdi, veri e propri giannizzeri dell’America in Medio Oriente.
L’atteggiamento degli iraniani su questi problemi sembra fondato sulla convinzione che la decisione di attaccarli sia già stata presa. Perché mai, altrimenti, avrebbero fatto sfilare i 15 prigionieri di fronte alle telecamere e pubblicato due lettere di uno di loro, incluso un appello per il ritiro degli occidentali dall’Iraq? Visto che le bombe pioveranno comunque, perché rinunciare a un po’ di propaganda finché ancora splende il sole?
Le voci che parlano di una guerra all’inizio di aprile – il 6 è la data che viene menzionata spesso come inizio dell’attacco – che fino a poco tempo fa sembravano piuttosto remote, appaiono assai credibili in questo momento particolare. Se sarà il sei, non è da sottovalutare il significato di questa data, che è quella in cui gli Stati Uniti entrarono nella Prima Guerra Mondiale. Le conseguenze di un attacco americano contro l’Iran segneranno l’inizio di una nuova e terribile guerra mondiale, che non interesserà il solo Medio Oriente, dalle coste del Libano alle foreste del Waziristan, ma coinvolgerà anche la Russia e si rifletterà sull’Europa.
E per che cosa? O meglio, per chi?
C’è solo un paese sulla Terra che trarrà beneficio da un conflitto dell’occidente con la Persia e i suoi attuali governanti non si sono certo mostrati timidi nell’invocare apertamente una guerra. Gli israeliani hanno affermato spesso e a voce alta che il possesso di tecnologia nucleare da parte dell’Iran rappresenta una “minaccia all’esistenza” dello Stato ebraico e hanno minacciato di distruggere i centri nucleari iraniani da soli nel caso che noi dovessimo venir meno al nostro dovere di farlo per loro. Da come si stanno mettendo le cose, comunque, sembra che non ne avranno bisogno...
La Lobby si è mossa rapidamente per inchiodare i politici occidentali alla sua volontà, compresi i Democratici “antimilitaristi” al Congresso americano. Una volta ricevuta la luce verde per l’invasione dalla portavoce Pelosi e dai suoi leccapiedi, c’è forse da meravigliarsi che il Partito della Guerra stia ora attraversando quella linea inesistente dello Shatt-al-Arab, il Rubicone delle nostre ambizioni imperiali?
Se mai abbiamo avuto bisogno della lungamente attesa – ma ormai data per moribonda – risoluzione del Sen. James Webb, che dovrebbe essere per la camera alta l’equivalente dell’emendamento “non invadete l’Iran” affondato dalla Pelosi, quel momento è ora. Il provvedimento del Senato n. 759 vieta l’uso dei fondi per operazioni militari contro l’Iran, ma si è arenato alla Commissione Affari Esteri del Senato, mentre l’emergenza per la fornitura di viveri all’Iraq (braciole comprese), così piena di buchi da ricordare una grossa fetta di formaggio svizzero, succhia tutto l’ossigeno. E’ proprio tipico dei Democratici: si sono opposti alla guerra all’Iraq solo quando era troppo tardi, e allo stesso tempo danno il via libera all’amministrazione per procedere con la prossima guerra.
E’ stupefacente che il Partito della Guerra, dopo aver inferto un colpo letale al nostro esercito e agli interessi americani nel mondo con l’invasione dell’Iraq, riesca a mobilitare le sue forze per un altro round, questa volta su più larga scala. E’ anche più stupefacente che lo facciano senza incontrare alcuna opposizione politica, il che la dice lunga sulla corruzione e la falsità del nostro sistema “democratico”, che non ha più alcun legame con la volontà popolare. In un mondo razionale, chiunque provasse anche solo a suggerire la possibilità di iniziare un’altra guerra in Medio Oriente verrebbe preso a frustate. Nell’Universo Bizarro in cui siamo scivolati dopo l’11/9, tuttavia, questa follia è la norma.
Dove sono i nostri leader intellettuali, politici e religiosi? Nessuno si alza per chiedere che si ponga fine a questo incubo nazionale e per condurci verso la salvezza? Entrambi i partiti politici sono responsabili allo stesso modo: non un solo candidato alla presidenza ha detto qualcosa contro questa folle impresa, che sembra inamovibile e, a questo punto, inevitabile. Io alzo le braccia disperato di fronte al potere di questa lobby e mi domando, ad alta voce, perché nessuna persona di un qualche rilievo abbia il coraggio di opporsi a loro. Sembra quasi impossibile che siamo sull’orlo di essere precipitati in un conflitto più ampio e di gran lunga più devastante, eppure tutto questo sta avvenendo piuttosto rapidamente.
L’imminente guerra con l’Iran non si concluderà finché l’intera regione non sarà in fiamme. E il fuoco si estenderà verso tre continenti, e oltre. E’ questo il prezzo che il mondo intende pagare per porre fine alla “minaccia all’esistenza” di Israele? Oppure i nostri governanti si fermeranno, prima di scaraventarci nell’abisso, e si domanderanno: e come la mettiamo con la “minaccia all’esistenza” del resto del mondo?





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