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LO STRANO SUICIDIO DI PRIMO LEVI

by Gianluca Freda (31/07/2007 - 23:06)



Traduco qui di seguito una parte di un articolo di Diego Gambetta, scritto nel 1999, relativo al “suicidio” dello scrittore Primo Levi. L’articolo completo si può leggere sul sito del Boston Review, alla pagina http://www.bostonreview.net/BR24.3/gambetta.html .

Purtroppo l’articolo è enorme e non ho il tempo di tradurlo tutto. Se qualcuno fosse così gentile da fornirne o reperirne una versione in italiano (ad esempio i ragazzi di ComeDonChisciotte, che riprendono ogni tanto i miei pezzi e mi hanno chiesto di segnalargli gli articoli in inglese meritevoli di traduzione) gliene sarei molto grato. Per correttezza devo precisare che nell’articolo in questione, Gambetta, pur mettendo seriamente in dubbio l’idea che Primo Levi abbia inteso togliersi la vita, mostra di credere all’ipotesi di un incidente più che a quella di un omicidio. Tuttavia alcuni passi del suo articolo (come il paragrafo V, di cui riporto la traduzione) lasciano veramente sbigottiti.

 

GLI ULTIMI ISTANTI DI PRIMO LEVI
di Diego Gambetta

V.

Il mistero che circonda la morte di Levi non finisce qui. Due anni fa, nel decimo anniversario della morte, Elio Toaff, rabbino capo di Roma, fece una straordinaria rivelazione. Ad un convegno commemorativo in un’università romana, rivelò che Levi lo aveva chiamato al telefono “dieci minuti prima” di morire. Levi sembrava depresso. Non disse al rabbino che aveva intenzione di uccidersi, e il rabbino, come ricorda con dispiacere, non immaginò quel che stava per accadere. Il rabbino ricorda ciò che Levi gli disse: “Non ce la faccio più ad andare avanti con questa vita. Mia madre è malata di cancro e ogni volta che guardo il suo viso mi vengono in mente le facce di quegli uomini in fila dietro i reticolati di Auschwitz”. Quando intervistai Toaff a Roma nel giugno 1998, egli confermò la versione degli eventi come riportata dalla stampa italiana, compreso il momento della telefonata. Mi disse anche che per discrezione non aveva mai parlato di questo episodio in precedenza, neanche privatamente. Disse di aver deciso di rivelarlo in occasione del raduno in modo impulsivo e per amore della verità: “Si continuavano a dire troppe cose assurde”. La rivelazione fu fatta in risposta a una domanda posta da un partecipante al convegno, relativa ai dubbi sollevati da Levi Montalcini e Mendel circa il motivo per cui Levi avrebbe dovuto ricorrere ad un suicidio così scomposto pur avendo alternative migliori. “La mente di un suicida può trovarsi in uno stato che renda impossibile analizzarla con criteri razionali”, mi disse Toaff.

Questa potrebbe essere la prima, decisiva prova circostanziale che la morte di Levi, dopo tutto, potrebbe davvero essere imputata a suicidio. Le parole di Levi citate dal rabbino, inoltre, mostrano che i ricordi di Auschwitz lo avevano davvero perseguitato fino alla fine.

Ma quanto è attendibile questa prova? Ormai nei suoi ottant’anni, Toaff appare lucido ed attivo. Eppure le circostanze relative a quella telefonata non sono molto chiare. Levi non era religioso. E’ strano che abbia deciso di rivolgersi al rabbino. Rita Levi Montalcini, che insiste ad avanzare dubbi riguardo al suicidio, afferma di aver parlato con Levi la sera prima del suicidio e di averlo trovato di buon umore. Giovanni Tesio, che pure aveva parlato con Levi il giorno prima, mi confermò di aver avuto la stessa impressione. Inoltre, Toaff mi disse che non conosceva Levi e che non lo aveva mai incontrato né gli aveva mai parlato prima di quel giorno.

Occorre compiere dunque un difficile salto d’immaginazione. Dobbiamo immaginare che Levi, poco dopo aver compiuto la passeggiata nel corso della quale aveva spedito la lettera a Camon  e pressappoco nel momento in cui ritirava la posta dalla portinaia, sia riuscito a trovare non solo la motivazione e l’energia per chiamare il rabbino, ma anche il suo numero di telefono. Il numero di telefono del rabbino non è presente nell’elenco telefonico di Roma. Non è comunque impossibile che Levi possedesse già il numero di Toaff per qualche motivo, o che lo avesse avuto alla sinagoga. Ma anche così occorre fare uno sforzo d’immaginazione. Dobbiamo immaginare che Levi si sia deciso a confidare per telefono al rabbino le sue pene più segrete, in un lasso di tempo relativamente breve, benché non lo avesse mai incontrato né gli avesse mai parlato prima.

Comunque, la cosa che lascia davvero perplessi è il giorno della telefonata. Levi morì di sabato, il giorno del Sabato Ebraico, in cui agli ebrei osservanti è proibito usare qualunque strumento tecnologico. E’ proibito cucinare e accendere la luce elettrica, figuriamoci ricevere chiamate per telefono.

Questa evidente incongruenza non mi era venuta in mente prima di intervistare Toaff (se ne accorse David Mendel, rimettendo insieme i fatti). Scrissi perciò al rabbino chiedendo un chiarimento. Il rabbino non mi rispose. Allora contattai tre fonti italiane esperte sulla materia, domandando se era concepibile che un rabbino rispondesse al telefono di sabato. Tutte e tre le fonti, due delle quali vicine alla famiglia del rabbino, esclusero categoricamente questa possibilità.

Forse il rabbino ricorda male il momento della telefonata. Forse Levi lo chiamò il venerdì, prima del tramonto, o magari la settimana prima. E’ insolito, comunque, che la memoria faccia errori di questo tipo. E’ facile che si ricordino male gli aspetti irrilevanti di un evento memorabile. Io ricordo bene che caddi per un quarto di miglio lungo un pendio ghiacciato mentre andavo sugli sci, e per poco restavo ucciso, ma non ricordo il giorno in cui questo accade e neanche l’anno. Ma supponiamo che questo incidente fosse avvenuto il giorno prima del mio matrimonio. In questo caso i ricordi sarebbero chiari, perché i due eventi sarebbero stati temporalmente associati e vicini. I ricordi del rabbino appartengono a quest’ultima categoria: una categoria  molto precisa, che stabilisce un’associazione tra due eventi memorabili, l’inattesa telefonata di un uomo famoso e la morte di quello stesso uomo pochi minuti dopo. Perciò la rivelazione del rabbino rimane un mistero. Quale che sia la soluzione, la prova fornita dal rabbino Toaff non è certo decisiva come inizialmente avrebbe potuto sembrare.

                                                            *  *  *  *

Nota di Gianluca: per completezza riporto ciò che Ferdinando Camon ha scritto (in un articolo pubblicato su “Avvenire” del 01.04.2006) riguardo all’ultima lettera di Primo Levi, quella che lo scrittore gli aveva spedito la mattina stessa del suo “suicidio”:

“Primo Levi è morto di sabato, il martedì dopo m’è arrivata una sua lettera. Mi viene addosso una tristezza infinita e mi dico: «Ecco, adesso mi spiega perché ha deciso di uccidersi». Mi aspetto la confessione che vivere gli è impossibile, che dopo Auschwitz lui non viveva ma sopravviveva, che vivere ancora per lui è una colpa, che sulla Terra non c’è spazio per le vittime dello Sterminio e per chi lo nega, che lui si uccide adesso ma doveva farlo quarant’anni prima, e che dunque le spiegazioni non vanno cercate in quel che succede adesso, ma in quel che era successo 45-40 anni prima. Questo m’aspetto, aprendo la lettera, che dev’essere stata l’ultima che ha scritto e imbucato. Se m’è arrivata al martedì, doveva averla imbucata il sabato: dunque durante la passeggiata che faceva ogni mattina.

La apro: un inno alla vita, un vortice di programmi, speranze, attese, da riempire settimane, mesi e anni.”
[...]

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MAI PIU' COLPEVOLI

by Gianluca Freda (31/07/2007 - 05:59)



Ha sicuramente ragione Maurizio Blondet. La guerra contro l’Islam, attraverso la quale – così ci era stato detto – l’Occidente avrebbe difeso la propria identità contro l’avanzata della cultura araba, mancava dell’elemento costitutivo: un’identità occidentale superstite da difendere e per cui lottare. Siamo andati in Iraq e in Afghanistan armati fino ai denti, ma senza avere idea di chi o cosa siamo. Praticamente disarmati. E’ per questo che stiamo perdendo la guerra e la perderemo (oso dire: grazie a dio) in modo disastroso.

Quale sarebbe l’”identità occidentale” in difesa della quale stiamo sterminando milioni di persone al servizio di USA e Israele? Quali sono i valori morali e la tradizione culturale in nome dei quali ci viene ordinato di marciare, armi in spalla, contro l’orda degli infedeli? Provo a dare un’occhiata ai giornali, anzi, al giornale per eccellenza, quella Repubblica divenuta ormai simbolo e quintessenza dell’intero panorama dell’informazione e della cultura nel nostro paese.

Una settimana fa, Repubblica ha pubblicato nel suo inserto glamour-modaiolo, Velvet – già di per sé un bell’esempio di identità occidentale – un servizio in cui alle redattrici (sconosciute, precarie e probabilmente disposte a tutto pur di tenersi il posto di lavoro) veniva richiesto di descrivere i propri culi. L’interessante reportage è stato pubblicato a pag. 178 dell’inserto. Un contributo decisivo all’epistemologia dell’etica europea, oltre che, naturalmente, un caratteristico esempio di ciò che Repubblica intende per “informazione”.

In un altro articolo che compare sull’edizione online del giornale (spiacente, ma ormai mi rifiuto di spendere anche solo pochi centesimi per leggere la versione cartacea) si parla delle consuete mattanze vacanziere sulle strade. L’ultimo grido è il fenomeno dei “folli” che si lanciano contromano, a tutta velocità, sulle corsie autostradali. La fotografia mostra l’immagine familiare di un serpentone di automobili imbottigliato sotto il solleone, anelante ad una spiaggia che verrà raggiunta chissà se, chissà quando, chissà in quali condizioni d’integrità fisica. L’articolo evoca immagini di pazzia suicida, di cupio dissolvi, d’immobilismo disperato, di anelito a poche micragnose ore di svago omologato pagate con sacrifici incommensurabili e a volte con la vita. Una rappresentazione perfetta della società occidentale e della sua “way of life” che ci viene richiesto di proteggere a suon di pallettoni dall’invasione dei barbari. Chi ha voglia di difendere questa roba si accomodi pure. Io, se mi resta qualche lira, preferisco andarmene in montagna. Tutti i ribelli ci vanno, prima o poi.

Altro articolo, altro valore dell’Occidente: la cocaina, autentica istituzione patriottica che alcuni malvagi extracomunitari hanno osato profanare mescolandola con atropina e altre sostanze non previste dalla ricetta classica. Per fortuna i malvagi sono stati arrestati e i valori dell’Occidente sono salvi. I nostri figli possono tornare a imbottirsi serenamente narici e cervello di questo caposaldo dello stile di vita europeo, che una volta liberato dall’atropina torna ad essere, come lascia immaginare l’articolo, un benefico e salutare passatempo per ogni giovane patriota.

Si potrebbe andare avanti per interi volumi, ma direi che basta così. Questo letame, questa disperazione, questo rimbecillimento chimico collettivo è ciò che rimane di una tradizione culturale millenaria. Un detrito, un immondo sedimento fecale di un cammino scientifico, letterario, filosofico durato secoli e oggi morto e marcito lasciando dietro di sé il proprio cadavere infetto. Questa cosiddetta “identità occidentale” è così sterile da rendere impossibile anche la semplice attribuzione di senso alla vita di un singolo individuo. Figuriamoci se è pensabile farne uno stendardo con cui vincere una guerra di civiltà. Mi chiedo: perché siamo morti? Chi o che cosa ci ha ridotti così e da quando? Chi ci ha resi incapaci di combattere una guerra di civiltà per manifesto decesso del secondo termine?

Più ci penso, più mi viene in mente una data precisa: 1945, fine del secondo conflitto mondiale, poco più di 60 anni fa. L’Europa è stata assassinata, maciullata, bombardata a tappeto, sconfitta e umiliata dalla ferocia di una nazione straniera priva di onore e di pietà. Si sono proclamati nostri “liberatori” mentre ci strappavano via la memoria storica e il rispetto di noi stessi. Ci hanno imposto i loro costumi, il loro cibo, il loro spaventoso modello di vita e hanno preteso che li ringraziassimo. Hanno sopraffatto la violenza e la barbarie del nazismo – che era orribile, ma era nostra – per portarci la loro violenza e la loro barbarie, mille volte più spaventosa. Ci hanno resi servi, imponendoci i loro governi fantoccio e seminando stragi quando l’emergere di un barlume di consapevolezza politica rischiava di rovesciarli. Da sessant’anni ci tengono in pugno, ricattandoci col senso di colpa che è il segreto di ogni potere, piccolo e grande. E’ a questo che servono la menzogna dell’olocausto e il mito dello sterminio ebraico. “Io chiamo discorso di potere”, scriveva Roland Barthes, “ogni discorso che genera la colpa, e di conseguenza la colpevolezza di chi lo riceve”. E’ col senso di colpa che il carceriere tiene in pugno il carcerato, il padrone l’operaio, il vincitore il nemico sconfitto. Colpevole perché sconfitto. Niente provoca di più il potere del rifiuto dei “colpevoli” di accettare la propria indegnità e la conseguente sottomissione. Chi si libera della colpa cessa di essere vittima, rifiuta di farsi definire dagli altri, recupera forza, dignità e – soprattutto – l’identità di cui la dipendenza dalla definizione altrui lo aveva privato.

E’ per questo che ho deciso di rifiutarmi, da adesso in poi, di maledire il fascismo e il nazismo. Questi movimenti non sono stati, come continuano a ripeterci i nostri carcerieri, “il male assoluto”. Sono stati eventi storici, con le loro luci e le loro ombre, non peggiori né migliori di tanti altri eventi che hanno caratterizzato la storia di qualsiasi paese europeo o extraeuropeo. Nel bene e nel male sono parte della nostra storia e della nostra identità culturale. E’ la rimozione coatta del loro significato e dei loro veri lineamenti che ci ha resi il nulla che siamo. Ci hanno costretto ad esorcizzarli, a pensarli come eventi separati dal resto della storia europea, un po’ come quando pensiamo al diavolo come entità vivente per convincerci che il male sia qualcosa di esterno a noi, indipendente, dotato di volontà propria ed estraneo alla nostra natura. Chi ci ha provato lo sa bene: riconoscere il male che è in noi rende più forti, semplicemente perché ci restituisce quella parte di identità – quella parte di noi - che ci era stata sottratta.

Mi rifiuto, da oggi in avanti, di condannare il nazismo. Mi rifiuto di esorcizzarlo. Mi rifiuto di celebrare la “giornata della memoria” dell’olocausto, quand’anche l’olocausto fosse stato qualcosa di più di un’invenzione. Voglio studiare il nazismo. Voglio conoscerlo. Voglio sapere cosa è stato in realtà, quali poteri REALMENTE lo sostenevano, quali furono le sue vere origini, i suoi veri progetti, le sue vere basi ideologiche, andando oltre le mille e mille menzogne pazzesche, ridicole, irricevibili che la propaganda israelo-americana ci ha ammannito per oltre mezzo secolo. Voglio imparare ad amare il nazismo, non certo per amare l’orgia di potere e di sangue che scatenò sull’Europa, ma perché il nazismo, che lo si voglia o no, è il nostro passato ed è parte di noi. Non mi va di scambiarlo con la propaganda degli invasori stranieri, non m’interessa la patente di bontà rilasciata da un imperatore sanguinario in cambio dell’abiura a una parte di me stesso. Prendi il tuo senso di colpa, caro imperatore di Sion, e ficcatelo dove il tacere è bello.

E che nessuno tocchi i revisionisti, questi coraggiosi psichiatri della memoria collettiva che ci stanno aiutando a far riaffiorare dal subconscio le esperienze rimosse e ad accettarne il ricordo. Chiamateli pure negazionisti. Chiamateli nazisti e antisemiti. Chiamateli come cazzo vi pare, ma non vi permettete di toccarli mai più. Loro sono l’unica via di fuga dal tunnel in cui l’identità occidentale sta morendo per asfissia. Una via di fuga da difendere a costo della vita.

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ULTIME NOTIZIE

by Gianluca Freda (30/07/2007 - 01:21)



La rapacità fiscale del governo

Ciò che invero fu per tutti una pubblica calamità e un lutto universale fu il censo imposto [dall’imperatore Galerio] alle province ed alle città. Essendo i censitori stati sguinzagliati dappertutto e tutto sottoponendo a controlli, sembrava di essere nel mezzo di un assalto nemico e di una spaventosa prigionia. I campi venivano misurati zolla per zolla, venivano contate le viti e gli arbusti, si registravano gli animali di ogni genere, si prendeva nota del numero degli uomini; nei centri urbani e rurali la popolazione veniva radunata, tutte le piazze straripavano di famiglie ammassate come branchi di pecore, tutti insieme con i figli e gli schiavi. Risuonavano bastoni e strumenti di tortura, i figli venivano appesi alle corde perché testimoniassero contro i genitori, i servi più fedeli erano torturati perché testimoniassero contro i padroni, le mogli contro i mariti. Se tutto questo non era servito, le persone venivano seviziate perché testimoniassero contro se stesse e, vinte dal dolore, dichiarassero di avere ciò che non possedevano...

Ciò che gli antichi avevano fatto contro i nemici sconfitti sulla base del diritto di guerra, si osò farlo contro i Romani e i sudditi dei Romani... Si versava denaro per aver salva la testa e si offrivano merci in cambio della vita. Non ci si fidava degli stessi censitori, e ne venivano continuamente inviati di nuovi, come se dovessero scoprire sempre di più; le tasse venivano sempre raddoppiate, non perché si trovasse qualcosa di nuovo, ma perché l’imponibile veniva aumentato a piacimento, affinché non sembrasse che erano stati inviati per niente. Nel frattempo gli animali diminuivano e gli uomini morivano e nonostante questo si continuavano a pagare i tributi per i morti, poiché non era più concesso né vivere né morire gratis.

(Lattanzio, De mortibus persecutorum, XXIII, 1-7, IV secolo d.C.)
 

La sinistra radicale e il protocollo su pensioni e welfare

Le nuove consorterie che muovono alla conquista del potere sono costrette a tenere un contegno equivoco per non perdere il contatto con le masse che finora le hanno spinte avanti e che si tratta di far entrare in modo organico nell’orbita dello Stato. E’ questo il motivo che obbliga queste nuove consorterie - la classe dirigente della socialdemocrazia di domani - ad avere due volti e due programmi: uno che deve servire ad illudere la massa che li sostiene e a farle credere che, nella nuova forma dell’azione parlamentare positiva, della partecipazione al governo, dell’astensione dal voto, ecc., vive ancora la vecchia sostanza della ribellione allo Stato oppressore, e un altro, quello che esprime le intenzioni, o propositi, l’animo reale della nuova classe di oppressori e sfruttatori. La necessità di mentire: ecco il marchio della socialdemocrazia, e popolari e socialisti lo ostentano con eguale, ripugnante improntitudine.

(Antonio Gramsci, Il processo alla crisi, articolo pubblicato su “L’Ordine Nuovo” del 13 febbraio 1922)
 

I rapporti dell’Europa con USA e Israele

Per ciò che mi è dato di vedere, tutto il pensiero politico degli anni trascorsi è stato viziato dalle stesse circostanze. Le persone riescono a prevedere il futuro solo quando esso coincide con i loro desideri e i fatti più grossolanamente evidenti possono venire ignorati se non sono graditi. Per esempio, fino al maggio di quest’anno anche gli intellettuali inglesi più diffidenti rifiutavano di credere che si sarebbe aperto un secondo fronte. E hanno continuato a rifiutarsi finché, di fronte ai loro occhi, gli infiniti convogli di armi e mezzi da sbarco hanno attraversato Londra dirigendosi rombando verso la costa. Si potrebbero fare innumerevoli altri esempi di persone che si aggrappano ad illusioni fin troppo evidenti solo perché la verità ferirebbe il loro orgoglio. Di qui l’assenza di previsioni politiche credibili. Per citare solo un esempio isolato: chi aveva previsto il patto Russo-Tedesco del 1939? Alcuni conservatori pessimisti avevano sì previsto un accordo tra Germania e Russia, ma l’accordo sbagliato e per le ragioni sbagliate. Per quanto ne so, nessun intellettuale di sinistra, russofilo o russofobo, aveva previsto niente del genere. Se è per quello, l’intera sinistra non era riuscita a prevedere l’ascesa del Fascismo e non era riuscita a capire che i nazisti erano pericolosi nemmeno quando erano sul punto di impadronirsi del potere. Per comprendere il pericolo del Fascismo, la sinistra avrebbe dovuto ammettere le proprie manchevolezze, il che sarebbe stato troppo doloroso; così tutto il fenomeno fu ignorato o male interpretato, con risultati disastrosi.

(George Orwell, Political Predictions and Nationalism, pubblicato su “Partisan Review” dell’inverno 1945)  

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IL REICH PROSSIMO VENTURO

by Gianluca Freda (29/07/2007 - 15:23)



IL PERICOLO DELLA LEGGE MARZIALE E’ REALE

di Dave Lindorff
da www.commondreams.org
traduzione di Gianluca Freda
 

L’imminente collasso dell’esercito americano in Iraq, che un gran numero di ufficiali ed ex ufficiali, compreso l’ex Segretario di Stato Colin Powell, hanno previsto, non avverrà troppo presto, e questa potrebbe essere l’unica speranza di impedire un colpo di Stato militare qui in patria.

Da quel che si vede, il regime Bush/Cheney ha lavorato assiduamente per preparare la strada ad una presa di potere dei militari, tanto che a questo punto manca soltanto un pretesto perché possa essere attivata la sospensione del Governo Costituzionale. Ciò è stato fatto con l’attivo supporto dei Democratici al Congresso, benché la parte più importante del lavoro sia stata svolta dall’ultimo Congresso a guida repubblicana.

Il primo passo, ovviamente, fu l’Autorizzazione all’Uso della Forza Militare, approvata nel settembre 2001, di cui il Presidente si è in seguito servito per affermare “impropriamente” – ma che importa? – che il mondo intero, Stati Uniti compresi, è un campo di battaglia nella cosiddetta “Guerra al Terrorismo” e per dotarsi di poteri esecutivi extracostituzionali che gli consentono di ignorare le leggi approvate dal Congresso. Come esperto della Costituzione ed ex funzionario del Dipartimento di Giustizia nell’era Reagan, Bruce Fein fa notare che l’affermazione secondo la quale gli stessi Stati Uniti sarebbero da considerare un campo di battaglia è sufficiente a consentire all’attuale o a un futuro presidente di proclamare la legge marziale, dato che è sempre possibile proclamare la legge marziale su un campo di battaglia. Tutto ciò che serve è un pretesto, per esempio un nuovo attacco terroristico all’interno degli Stati Uniti.

La AUFM del 2001 fu seguita dal Patriot Act, approvato nell’ottobre 2001, che minò dalle fondamenta gran parte della Carta dei Diritti. Quasi contemporaneamente, il presidente diede inizio ad una massiccia campagna di spionaggio contro i cittadini americani, condotta dalla National Security Agency senza garanzie o supervisioni giudiziarie. Questo programma era e resta mirato a colpire i dissidenti americani e gli avversari politici dell’amministrazione, visto che il Tribunale di Sorveglianza contro l’Intelligence Straniera non solleverebbe mai obiezioni riguardo alla possibilità di spiare dei potenziali terroristi. Questo ed altri programmi di spionaggio promossi dal governo hanno fatto sì che il governo possieda oggi una lista di circa 325.000 sospetti terroristi.

Un’altra iniziativa che abbiamo visto sorgere rapidamente è stata la creazione di un “governo nel governo”, attraverso l’attivazione, dopo l’11 settembre, del cosiddetto “Protocollo di Continuità Governativa”, che ha visto spostare in segreto alcuni capi delle agenzie federali in un bunker sotterraneo dove, lavorando sotto la direzione del vice-presidente Dick Cheney, il governo potrà funzionare, durante i mesi critici, fuori dalla visuale dell’opinione pubblica e del Congresso.

E’ stato sempre nel corso del primo anno dopo l’11 settembre che il regime Bush/Cheney ha iniziato il suo programma di arresti e detenzione senza accuse (in gran parte contro residenti stranieri, ma anche contro cittadini americani) e di rapimenti e torture in un sistema di prigioni-gulag situate oltreoceano e nella base navale di Guantanamo Bay.

L’anno seguente il Ministro della Giustizia John Ashcroft iniziò a creare un enorme network di spionaggio contro decine di milioni di cittadini, denominato Operazione TIPS. Questo programma, che ebbe l’appoggio di alcuni importanti esponenti del Partito Democratico (in particolare del Sen. Joe Lieberman) fu bloccato dal Congresso quando alcuni rappresentanti di primo piano dei conservatori si resero conto delle dimensioni della cosa, ma l’idea è sopravvissuta, pur priva di nome, e pare che sia attualmente in fase d’espansione.

Nel frattempo, lo scorso ottobre, Bush e Cheney, aiutati dalla complicità del Congresso, hanno introdotto alcuni nuovi elementi essenziali per il colpo di stato militare. E’ stato ribaltato il vecchio Posse Comitatus Act del 1878, che limitava l’uso della forza militare attiva all’interno degli Stati Uniti alle sole funzioni di polizia, ed è stato revisionato l’Insurrection Act, in modo da garantire al presidente il potere di assumere il controllo di unità della Guardia Nazionale all’interno dei 50 stati anche contro il parere dei governatori locali.

A questo si aggiunga la realizzazione in gran segreto – grazie ad un finanziamento di 385 milioni di dollari fornito dal Corpo degli Ingegneri dell’Esercito Americano alla KBR Inc., consociata della Halliburton – di una catena di campi di detenzione capaci di contenere fino a 400.000 persone e la recente notizia secondo la quale il Pentagono sarebbe in possesso di un documento, datato 1 giugno 2007 e classificato Top Secret, che afferma l’esistenza di una crescente “insurrezione” all’interno degli USA e che pianifica una campagna di controinsurrezione contro il dissenso fondata sulla legge marziale, e si avranno tutti gli ingredienti necessari per una deriva degli Stati Uniti verso la dittatura militare.

Mentre proseguiamo la nostra vita quotidiana – il nostro shopping, i nostri film d’evasione e perfino le nostre proteste e la nostra attività politica – dobbiamo essere consapevoli che esiste il rischio concreto di veder esplodere tutto questo da un momento all’altro e di ritrovarci ad affrontare militari armati e in uniforme alla nostra porta.

Bruce Fein non è un allarmista. Dice che non prevede che la legge marziale arrivi domani mattina. Ma è anche realista. Afferma: “Questa cosa se ne sta lì come un’arma carica pronta ad esplodere. Io credo che il rischio della legge marziale sia improbabile in questo momento, ma nel momento stesso in cui dovesse esserci un attacco terroristico, esso diventerà reale. E resterà con noi anche dopo che Bush e Cheney se ne saranno andati, perché il terrorismo resta con noi per sempre”. (E’ significativo che Hillary Clinton, candidata alla presidenza per i Democratici, abbia chiesto la revoca dell’Autorizzazione all’Uso della Forza Militare contro l’Iraq del 2002, ma non dell’AUFM del 2001, con cui Bush si è proclamato comandante in capo di una guerra al terrorismo infinita e senza confini).

In effetti, la revisione dell’Insurrection Act (10. USC 331-335) approvata dal Congresso e trasformata in legge da Bush lo scorso ottobre, afferma testualmente che il presidente può reclutare la Guardia Nazionale “per reprimere pubblici disordini” in caso di “turbativa nazionale, epidemie, gravi emergenze sanitarie pubbliche, attacchi o incidenti terroristici”. La valutazione, secondo quanto previsto dall’Atto, spetta solo al Presidente. Il Congresso è escluso.

Il senatore Patrick Leahy, capo della Commissione Giustizia al Senato, ha aggiunto un emendamento alla prossima legge di bilancio della Difesa che dovrebbe ripristinare la vecchia versione dell’Insurrection Act, una mossa appoggiata dai governatori di tutti i 50 stati. Ma Fein afferma che questo non risolverà il problema finché Bush continua a considerare gli Stati Uniti come un campo di battaglia. Del resto, un assistente dello stesso Leahy sostiene che Bush potrebbe firmare la legge di bilancio ella Difesa e poi utilizzare una dichiarazione firmata a parte per invalidare il ripristino dell’Insurrection Act.

Fein afferma che l’unica vera difesa contro l’incombente catastrofe della legge marziale sarebbe far votare al Congresso una risoluzione in cui si afferma che non esiste nessuna “Guerra al Terrorismo”. Ma dice anche che al Congresso sono così codardi che non faranno mai una cosa simile.

Ciò ci lascia alla mercè dei militari.

Se verrà loro ordinato di rivolgere i propri fucili e le proprie baionette contro i loro compatrioti americani, i nostri “eroi” seguiranno le loro coscienze e il loro giuramento di “sostenere e difendere” la Costituzione degli Stati Uniti? Oppure eseguiranno gli ordini del Comandante in Capo?

Bisogna considerare che le unità della Guardia Nazionale e dei Riservisti sono spesso alla loro terza, a volte quarta, assegnazione in Iraq e sono furibondi per l’abuso subìto. Bisogna anche tener conto che i militari in servizio attivo stanno rifiutando in massa di arruolarsi nuovamente, specialmente gli ufficiali di medio livello.

Se dobbiamo andare verso la legge marziale, meglio che ciò avvenga in presenza di un esercito ridotto in pezzi. Forse, se sarà abbastanza a pezzi, l’amministrazione potrebbe perfino aver paura a sperimentare l’idea.

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IL RITORNO DELLA DEONTOLOGIA

by Gianluca Freda (28/07/2007 - 11:08)


ABBIAMO SCRITTO UNA FREGNACCIA. PERDONATECI.

di Ezio Mauro
dalla prima pagina di Repubblica del 28/07/2007, titolo a otto colonne.
 

Cari lettori e care lettrici di Repubblica

A nome del giornale di cui sono direttore vorrei chiedervi scusa per aver pubblicato nei giorni scorsi, con imperdonabile leggerezza, una notizia rivelatasi, all’analisi dei fatti, completamente falsa, allarmistica nonché gravemente lesiva dell’onore e della sicurezza delle comunità arabe che vivono nel nostro paese.

Vi ricordate la vicenda dei “medici di Al Qaeda” arrestati dopo i falliti attentati londinesi? Avevamo scritto, riprendendo incautamente e senza controlli la notizia dalle agenzie di stampa internazionali, che esisteva una rete di non meglio precisati medici arabi da ritenersi artefice degli attentati. Bene, abbiamo scritto una sciocchezza e vi chiediamo di perdonarci. Non era vero niente. Proprio l’altro giorno Mohamed Haneef, il chirurgo indiano accusato in Australia di essere uno dei membri della congiura, è stato rilasciato per insussistenza delle accuse. Le “prove” contro di lui erano state abilmente fabbricate dal governo e dalla polizia australiana al solo scopo di incastrarlo e di incutere paura nella popolazione, come avviene spesso anche in Italia. Il capo della pubblica accusa, Damian Bugg, ha dichiarato in conferenza stampa: “A mio avviso è stato commesso un errore e io svolgerò indagini in merito, perché credo che la prima decisione da prendere fosse quella di stabilire se queste accuse poggiavano o no su un terreno solido”.  Ha ragione. Anche noi giornalisti di Repubblica avremmo dovuto verificare la notizia prima di pubblicarla, allarmando i nostri lettori e offendendo le comunità musulmane. Tanto più che la notizia puzzava di bufala lontano venti chilometri, il che rende la nostra leggerezza anche più imperdonabile.

Altri due “terroristi” londinesi sono stati rilasciati per manifesta insussistenza delle accuse. Erano stati arrestati perché trovati in possesso di flaconi di perossido di idrogeno – il che era già ridicolo - che si è poi rivelato essere olio vegetale. Anche qui chiediamo scusa ai lettori. Dovremmo imparare a verificare l’attendibilità delle notizie prima di spararle in prima pagina ripetendo a pappagallo ciò che le agenzie di stampa ci propinano. E’ in questo che consiste il lavoro di un giornalista serio. Promettiamo che da oggi in poi ci impegneremo a svolgere questo compito con la massima attenzione, tagliando i ponti con la dipendenza dalle veline internazionali che ha trasformato l’etica e la professione giornalistica in una barzelletta.

Vogliamo anche chiedere scusa ai lettori per aver dato scarso o nessun rilievo, nei giorni scorsi, ad alcune notizie che col giornalismo e la sua libertà hanno stretta attinenza. Per esempio questa: il 5 luglio scorso il cameraman palestinese Imad Ghanem è stato colpito da proiettili dell’esercito israeliano mentre filmava l’invasione di Gaza da parte dei sionisti. Ghanem si era battuto per la liberazione del reporter inglese Alan Johnston, partecipando a diverse manifestazioni. Un ambulanza accorsa per soccorrerlo è stata a sua volta bersagliata dai proiettili degli israeliani. Ghanem ha solo 21 anni e a causa di questa barbarie si è visto amputare entrambe le gambe. Vorremmo dunque esprimere la nostra solidarietà a Ghanem per la barbarie subìta, barbarie a cui quasi nessun giornale occidentale ha osato dare il giusto rilievo. Anche di questo ci scusiamo con i nostri lettori. Cercate di comprenderci: abbiamo paura, le lobby israeliane controllano da vicino i giornalisti italiani (inserendo a forza nelle nostre fila certi ultrà del sionismo come Magdi Allam e Fiamma Nirenstein) e non sempre abbiamo il coraggio di descrivere con accuratezza le atrocità che gli israeliani compiono quotidianamente nei territori occupati. A volte preferiamo tacere anche quando a farne le spese è un nostro collega giornalista. Ci vergogniamo di questo e ci impegniamo da ora in avanti a correre qualche rischio in più per dare ai nostri lettori l’informazione completa e veritiera a cui hanno diritto. Speriamo, in questo modo, di tornare a guadagnarci al più presto la vostra fiducia.

Ezio Mauro 

(Nota: inutile dire che questo articolo Ezio Mauro non si è mai sognato di scriverlo né di pubblicarlo. Il giorno che lo farà, forse tornerò a comprare una copia del suo quotidiano, divenuto da tempo inqualificabile e illeggibile).  

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E' FINITA LA COMMEDIA

by Gianluca Freda (27/07/2007 - 04:25)



Narra la leggenda che il grande Livio Andronico, padre della letteratura e della commedia latina, fosse solito interpretare contemporaneamente quasi tutti i personaggi delle sue rappresentazioni. Vestiva i panni del gobbo e del ghiottone, di Macco e di Dossenno, di uomini e donne, elargendo al suo pubblico autentici gioielli d’istrionismo metamorfico. In tarda età, col venir meno delle forze e della voce, non rinunciò a stare sulla scena: si faceva seguire da un ragazzetto che cantava e strillava al suo posto, mentre lui si limitava ad aprire e chiudere la bocca, recitando in playback. Egli fu un antesignano della grande tradizione della commedia dell’arte che, con alterne vicende, doveva attraversare i secoli per arrivare anche sulle nostre scene, ad opera di artisti non meno grandi e camaleontici.

Con questo articolo vorrei rendere omaggio ad uno dei più grandi e misconosciuti interpreti della commedia dell’arte contemporanea: Guglielmo Epifani, segretario della Compagnia Generale d’Istrionismo Ludico, che con il suo carrozzone itinerante diletta da decenni milioni di lavoratori ploranti e paganti. Nel corso di quest’anno il suo carrozzone teatrale, portato in tour in tutte le principali città italiane, lo ha visto esibirsi in ruoli e maschere innumerevoli, in un mirabile campionario di trasformismo giullaresco che mi rende orgoglioso d’insignirlo, dall’alto della mia autorità culturale, del prestigioso “Premio Fregoli 2007”.

Nel corso della recita sul TFR, Epifani ha interpretato con maestria il ruolo del sostenitore del governo di centrodestra, che quello scippo aveva architettato; ma senza rinunciare a vestire i panni di sostenitore del centrosinistra, che ha trasformato quel progetto di rapina in vaselinica legge dello stato. Egli si è improvvisato manager finanziario, trasformando i miseri risparmi dei lavoratori in flussi economici da gestire tramite i suoi scalcagnati fondi integrativi; ma anche buon padre di famiglia, consigliando ai lavoratori una riflessione ponderata prima d’investire il loro unico ammortizzatore in caso di licenziamento in uno dei prodotti finanziari che lui e il governo hanno speso miliardi per pubblicizzare. Egli è amante del silenzio, ma anche dell’assenso, tanto da aver partecipato con gioia all’unificazione dei due concetti in un solo, poderoso strumento d’effrazione.

Ma il meglio della sua arte Epifani lo ha riservato per la gustosa sceneggiata su pensioni e welfare. Lo abbiamo visto rivestire il ruolo di riconoscente beneficiario del TFR dei lavoratori incauti, che ringrazia i generosi mecenati di governo con l’avallo, in rapidissima successione, di due protocolli devastanti per il futuro operaio. Lo abbiamo ammirato nella versione amletica, mentre si lasciava andare a qualche dubbio circa l’opportunità di quei provvedimenti, che non cessava di firmare con la sua bella penna d’oro. Ci ha divertito nel ruolo di Padre della Patria, mentre giurava, battendosi il petto, di aver firmato solo per “senso di responsabilità istituzionale”. Credevamo che le responsabilità di un sindacalista riguardassero la comunità operaia, la sua sopravvivenza e i suoi diritti. Ma si trattava di una visione limitante per una personalità istrionica come quella del nostro, pronto ad assegnarsi ruoli sempre nuovi e a recitare a braccio la parte di Quintino Sella quando il canovaccio lo richiede.

Poi, in un crescendo: lo abbiamo visto trasformarsi in granitico leader totalitario, quando ha imposto al suo berciante direttivo la firma della capitolazione. A questo punto la sceneggiatura prevedeva un’entrata in scena dei lavoratori, i quali, dovendo essere obbligatoriamente consultati in merito agli accordi sottoscritti, avrebbero salutato il bravo attore con pernacchie e festosi lanci di scarole nel muso. Ma la classe non è acqua. Con estroso guizzo d’artista, Epifani ha rinviato a settembre l’esecutivo unitario e la consultazione dei miserabili e se n’è andato al mare. In questo ha saputo ribadire, con straordinaria coerenza, la sua intransigenza verso l’integrità del sistema di tutele sindacali. E’ dovere di ogni buon sindacalista offrire tutela contro i lavori usuranti. Riempire il muso di Epifani di scarole d’annata avrebbe usurato i lavoratori, Epifani e soprattutto le scarole. Dunque è stato impedito, segnando una nuova, grande conquista per il progresso della classe lavoratrice.

La recita è continuata dal pedalò, con il grande attore che tuonava (udite, udite!) contro la concertazione e gli accordi appena firmati, rinnegando i suoi benefattori, maledicendo la sorte ria e promettendo per settembre, appena richiuso l’ombrellone, efferata vendetta contro il governo affamapopolo. Ma ormai la sceneggiata volge al termine, il commediante è stanco, gli manca la voce e quella poca che resta è sommersa da un clangor di forconi che si fa sempre più vicino. Accorre in suo aiuto una paciosa maschera bolognese, che cerca di tener vivo il duetto improvvisando un monologo sulla “lealtà del governo” e una perorazione su un “innovativo e duraturo confronto” che non c’è mai stato bisogno di perorare. Sulla scena si scatena la zuffa. Arlecchino e Pulcinella se le danno di santa ragione, digrignano i denti, fingono di guardarsi in cagnesco e ancora una volta la pagliacciata funziona. Il pubblico ride, parteggia, si schiera per l’uno o per l’altro, si azzuffa a sua volta lanciando al vicino di poltrona pesanti accuse morali e perdendo nel bailamme quel poco che resta delle proprie sostanze.

Grande successo! Grande spettacolo! Lacero e sanguinante, il pubblico di operai gabbati applaude come impazzito. Epifani, l’istrione, si lascia sfuggire un sorriso soddisfatto e commosso. Quella recita è tutta la sua vita. Su di essa ha costruito il suo potere, la sua fama, la sua fortuna.
 

E’ un vero peccato che la commedia sia finita.    

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DE SENECTUTE

by Gianluca Freda (25/07/2007 - 12:35)



Tre notizie tratte dai giornali di oggi.

Mike Bongiorno, estratto ancora vivo da un barattolo di formalina, presenterà l’edizione 2007 di Miss Italia. E’ terribile sapere che esistono ancora Mike Bongiorno e il concorso di Miss Italia e che nulla riesce a distruggerli. Ricordo che avevo una decina d’anni e Bongiorno impazzava in TV con programmi che mi sembravano, già allora, retaggio di un modo di fare televisione vecchio e superato da decenni. Residuato dell’italietta rurale anni ’50, simbolo di una concezione della cultura nozionistica e ottocentesca, Bongiorno è passato attraverso il 1968, il 1977, il 1989 e l’11 settembre 2001 senza farsi nemmeno un graffio. Idem dicasi per il concorso di Miss Italia, kermesse assimilabile per vetustà ed anacronismo ad una parata di garibaldini o ad una fiera del cavallo da tiro. Oggi come ieri, Miss Italia funge da cartina di tornasole – nonché da riaffermazione potestativa - del ruolo che l’immaginario maschile assegna alla donna nella società. Le “miss sorriso” caste e materne degli anni ’30 avevano lo stesso ruolo delle manze desnude e ignoranti delle edizioni odierne: quello di spiegare alle donne cosa gli uomini desiderano che siano. Le donne, come sempre, obbediscono senza fiatare. Non so se esista al mondo visione più laida e frustrante di un certame di organi riproduttivi presentato da un cadavere.

Kakà dichiara: “Resto al Milan, ma non dico per sempre”. Il mio interesse per le vicende calcistiche è tale che so a stento che cosa sia il Milan. Kakà ho dovuto cercarlo su Google. In compenso so benissimo che cos’è il calciomercato. Ricordo bene che lessi un articolo in proposito su un numero di “Topolino” del 1977, che mi impressionò moltissimo. Vi si spiegava che esistevano alcuni esseri umani, destinati all’esibizione ludica, ai quali veniva assegnato anno per anno un valore in denaro. Costoro passavano disinvoltamente da una squadra di calcio all’altra a seconda di chi pagava di più, fregandosene della lealtà verso i tifosi. Avevo 12 anni e la cosa mi sembrò arcaica e doppiamente squallida. Pensai che istituire una borsa degli esseri umani fosse un retaggio dei contesti gladiatorii, roba da basso impero. Mi sembrò eticamente auspicabile che i traditori per denaro della propria squadra venissero fatti a brani dalla folla furente come Orfeo dalle Menadi. Immaginai che una simile pratica, residuata da una visione dello sport di stampo tribale, sarebbe sparita in breve tempo con il diffondersi della modernità. La modernità è venuta, ce la siamo strafogata e digerita e Kakà – nomen omen – è il risultato immutabile delle nostre deiezioni. Si vende allegramente all’asta pubblica e i tifosi non lo scannano, occupati come sono a scannarsi tra loro. Così, inesorabili e lenti, se ne vanno via sempre uguali i giorni della nostra vita.

Al Senato la risoluzione sull’inesistente politica estera italiana è passata ancora una volta grazie al voto favorevole di tre senatori a vita: Emilio Colombo, Rita Levi Montalcini e Giulio Andreotti. Ricordo che da bambino in TV comparivano sempre dei vecchi malvissuti, pieni di gobbe e rughe, che parlavano di politica estera. Io non sapevo cosa fosse la politica estera, ma sapevo che qualunque cosa fosse avrei preferito che se ne occupasse qualcun altro. Non mi piacevano quei tizi. Mi sembravano residuati bellici, vecchi ordigni arrugginiti di fabbricazione americana pronti a deflagrare all’improvviso, come certe grosse bombe a ogiva prodotte a Pittsburgh, Penn., e rimaste pericolosamente inesplose per decenni sotto le rotaie del tram. Pensavo con sollievo che qualunque cosa fosse la politica estera, i miei figli l’avrebbero vista gestire da personaggi meno gobbi, meno decrepiti e meno filoamericani. Oggi mia figlia maggiore ha pressappoco l’età che avevo io allora e a decidere della politica estera italiana sono ancora Giulio Andreotti ed Emilio Colombo. Si sono asserragliati in Senato, con badanti e geriatri al seguito, e contribuiscono volentieri al perpetuarsi del nostro asservimento agli Stati Uniti, divenuti nel frattempo anch’essi più decrepiti, malvagi e carogne.

Mi torna in mente una descrizione dell’inferno letta non so più dove, forse nello Swamp Thing di Alan Moore. Diceva che i dannati dell’inferno sono così disperati che strapperebbero le ali agli angeli solo per avere un attimo di sollievo dalla noia. L’Italia è un inferno, calcificato e assolato, dove tutto resta eternamente immobile e i demoni che lo dominano non cambiano e non muoiono mai, diventando solo più brutti col passare del tempo. Più che dalla povertà e dall’ingiustizia, questo paese viene ucciso dalla noia e dalla disperazione, dalla condanna a restare sempre uguale a se stesso, con qualche pannolone in più e qualche dente in meno. Nemmeno un angelo all’orizzonte con cui godersi qualche momento di sollievo. Colombo, nonostante il nome, non ha nemmeno una piuma e l’unica cosa che lo fa volare è ciò che le sue guardie del corpo acquistano dal pusher di fiducia. Perfino i piccioni, capita l’antifona, stanno lentamente scomparendo dai centri storici. Mica scemi, loro.  

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TUTTI CONTRO CLEMENTINA FORLEO

by Gianluca Freda (24/07/2007 - 21:08)



TUTTI CONTRO LA FORLEO

di Decio Siluro
da Rinascita di martedì 24 luglio 2007
 

La pausa estiva, anche per la politica, è ormai prossima e ieri, come ogni anno, si è svolta al Quirinale la cerimonia del Ventaglio. Giorgio Napolitano ha colto l’occasione per alcune  esternazioni che, ancora una volta, non sono apparse super partes, come invece ha tenuto a sottolineare l’inquilino del Colle. “Mi auguro che la politica stia per interrompersi” e andare in vacanza, ha detto Napolitano, “ma non ne sono sicuro. Certo questo aiuterebbe ad eliminare le tensioni e calmerebbe i bollenti spiriti”.

Quali tensioni dovrebbero essere eliminate dalla pausa estiva? Ci auguriamo non si stesse riferendo alle azioni giudiziarie che stanno investendo esponenti di punta del suo partito. E non vorremmo che i bollenti spiriti da calmare fossero quelli di chi, come la giudice Clementina Forleo, oggi sta alzando la voce per chiedere la verità sui rapporti tra politica e affari. Secondo Napolitano, sarebbe “improprio” ogni paragone fra la situazione attuale e quella del 1992, che si svolgeva in un “contesto politico assolutamente diverso contraddistinto da una crisi profonda” del sistema politico. No, caro presidente, se certe ipotesi di reato venissero confermate, ci troveremmo di fronte ad una crisi ben peggiore di quella del 92. Allora venne a galla parte di un sistema tangentizio che vedeva coinvolti numerosi politici, ma non fu dimostrato l’intervento diretto di un partito in quanto tale in un disegno criminoso, forse anche perché quando venne alla luce un indizio importante in tal senso si preferì accogliere una versione più comoda che lasciava tutte le responsabilità su un personaggio politicamente irrilevante, scagionando così ogni vero artefice di una manovra che portò nella sede centrale di un certo partito una valigetta carica di miliardi.

Napolitano sta troppo minimizzando, se un partito, attraverso i suoi massimi leaders, ha veramente
partecipato ad una scalata per “conquistare” un importante istituto bancario non può essere questione che può decantare semplicemente per una pausa estiva. La prima repubblica è stata spazzata via per molto meno e ci stupisce vedere gente come Di Pietro oggi diventata così garantista. Noi garantisti lo siamo sempre stati e fino a giudizio definitivo considereremo tutti innocenti, proprio come vuole Fassino, ma non siamo certo bollenti spiriti nel chiedere la par condicio con il 1992. A maggior ragione se questa volta in fallo ci fossero i più feroci forcaioli di allora.

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UNIONI CONTRONATURA

by Gianluca Freda (23/07/2007 - 17:37)



I CANADESI SONO COMPLETAMENTE ALL’OSCURO DELL’INCOMBENTE UNIONE NORD AMERICANA

di Kevin Parkinson
dal sito canadese realitycheck.typepad.com
Traduzione di Gianluca Freda

Fra appena un mese, il 20 agosto, il presidente più potente del mondo arriverà a Montebello, Quebec, per una conferenza di due giorni. Il presidente George W. Bush si incontrerà con Stephen Harper e con la loro controparte messicana, Felipe Calderon. Finora il silenzio dei media canadesi e americani è stato assordante.

Parlate alla gente per strada e vi accorgerete che il 90% non sa nulla di questa conferenza, e se per puro caso ne sono a conoscenza, non conoscono comunque lo scopo dell’incontro o il perché i presidenti di Canada, Messico e Stati Uniti si incontrino nei giorni più duri dell’estate sotto una cappa di segretezza.

Perciò, qual è l’argomento di questa conferenza e perché i giornali, la radio, la televisione la passano sotto silenzio?

Scopo dell’imminente conferenza è quello di ratificare la Security and Prosperity Partnership of North America [Collaborazione Nordamericana per la Sicurezza e la Prosperità, NdT], varata da Bush, Martin e Fox a Waco, Texas, nel 2005. Essenzialmente, questa cosiddetta “collaborazione” prenderà le forme di ciò che i politici chiamano una “integrazione continentale” – altro termine per dire Unione Nord Americana – e consisterà fondamentalmente in un’armonizzazione di centinaia di regolamenti, politiche e leggi.

In parole povere, significa che una volta che questa “collaborazione” sarà stata ratificata – il che può considerarsi fait accompli – seguiremo le orme dell’Unione Europea. Il Canada diverrà parte dell’Unione Nord Americana nel 2010, e allora le nostre risorse, agricole, sanitarie, ambientali, solo per citarne alcune, non saranno più controllate dal Canada, ma dal governo dell’Unione Nord Americana.

Un’enorme autostrada del NAFTA, larga un quarto di miglio, è già in costruzione in Texas, dove terreni privati vengono sottoposti a espropriazione, e prima o poi raggiungerà il confine di Manitoba. L’acqua sarà l’affare del secolo, visto che più di 25 stati negli USA ne hanno in questo momento un disperato bisogno. Da dove credete che prenderanno l’acqua che gli serve?

Gli Stati Uniti si sono già garantiti, grazie al NAFTA, il 60% delle nostre risorse di gas naturale, il che significa che, anche durante le emergenze, se avremo bisogno di energia dovremo importarla, mentre saremo costretti a esportare gas verso gli Stati Uniti. Questo è solo un esempio di come il Canada verrà svenduto, e le cose possono solo peggiorare.

Perché non c’è stata assolutamente NESSUNA consultazione popolare sulla questione più importante che i canadesi abbiano mai affrontato (l’Unione Nord Americana) fin dai tempi della Confederazione? Perché il nostro deputato Guy Lauzon non tiene riunioni cittadine, con la partecipazione di ministri dell’esecutivo, per spiegarci in che modo la nascente Unione Nord Americana influirà sullo stile di vita canadese? Chiedere ai cittadini canadesi il loro punto di vista: non è così che la democrazia dovrebbe funzionare?

Gente, io credo che Mr. Lauzon non sia neppure al corrente della SPP o dell’Unione Nord Americana, il che spiega perché il governo conservatore stia negando ai canadesi l’informazione a cui avrebbero diritto. Se ha qualcosa da dire in proposito, allora che sollevi l’argomento prima della riunione.

Inoltre, l’esempio dell’Unione Nord Americana chiarisce che il nostro governo si proclama democratico, ma di fatto non agisce come tale, preferendo prendere le decisioni importanti a livello di comitati e a porte chiuse, nascondendo le proprie reali intenzioni.

La ratifica della SPP e la nascita dell’Unione Nord Americana sono state interamente orchestrate da comitati governativi e da aziende private. Rimando i lettori al mio sito www.realitycheck.typepad.com per altre notizie sull’Unione Nord Americana.

Se la nostra cittadinanza permetterà all’Unione Nord Americana di venire alla luce, il nostro stile di vita cambierà in modo drastico negli anni a venire. Con la privatizzazione delle nostre risorse, l’incremento della presenza straniera nella proprietà e un governo canadese con sempre minore autorità, i nostri figli e nipoti diverranno “nordamericani” e la qualità della nostra vita subirà un drastico declino.

I padri fondatori del Canada si staranno rivoltando nella tomba.

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TERRORISTI

by Gianluca Freda (22/07/2007 - 16:57)


Compiuta la porcata della riforma pensionistica, occorreva trovare d’urgenza un sistema per dirottare da un’altra parte l’attenzione del pubblico. Politici e servizi segreti si sono spremuti le meningi e alla fine hanno trovato un diversivo originalissimo: il terrorismo. Così, su tutte le TV e i giornali nazionali, sono comparsi, tra ieri e oggi, un numero incredibile di terroristi che facevano proclami agghiaccianti. C’erano alcuni orribili terroristi della squadra antiterrorismo di Perugia che strillavano di aver scoperto in una moschea una cellula terroristica pronta a compiere attentati dinamitardi. Credo si tratti del milionesimo “attentato terroristico” sventato da questi solerti tutori dell’ordine, lautamente pagati coi nostri quattrini per sventare attentati che nascono e muoiono sulle ali della loro stessa fantasia malata. Pare che nella moschea di Perugia si svolgesse “addestramento all’uso delle armi e alla lotta corpo a corpo” (brrr, che paura...) e che vi siano state ritrovate “oltre 60 diverse sostanze chimiche” (immagino i detersivi usati per pulire il locale o qualcosa di simile). Nessuna indicazione sugli obiettivi della cellula del terrore, sulle sue metodologie, sui suoi contatti. Vanvera pura. Tutti gli altri “attentati” sventati in passato si sono rivelati colossali bufale, che in altri tempi avrebbero reso i loro ideatori perseguibili per diffamazione, simulazione di reato, abuso di potere e turbativa dell’ordine pubblico. Ma i terroristi dell’antiterrorismo non corrono questi rischi. Loro hanno le dovute autorizzazioni e le sfruttano per compiere diligentemente il proprio dovere: quello di distrarre la gente con allarmi-panzana che impediscano di pensare alle minacce serie. Per esempio ai terroristi che stanno al governo e che ci stanno togliendo, un po’ alla volta, il diritto alla pensione e la voglia di vivere.

Uno di quei terroristi è comparso ieri sera in televisione. Nome in codice “Sottile”, con occhietti languidi da topo, recitava stentoreamente una specie di nenia monocorde, tipo muhetzin, della quale non si capiva assolutamente niente tranne le parole “pericolo”, “allarme” e “terrorismo”, che venivano ripetute con compiaciuta frequenza. Lo ammetto: sono rimasto terrorizzato. Fa paura sapere di avere un Ministro dell’Interno che si occupa di spaventare la gente con emergenze campate in aria, quando le emergenze del paese si chiamano lavoro, economia, ricerca, pubblica moralità.

Per ultimo è arrivato il terrorista più spaventoso: un arabo integralista e fanatico che urlava le sue minacce, con sguardo allucinato, in faccia ai telespettatori orripilati. Magdi Allam, questo il nome del terrorista, è un noto re del terrore finanziato da alcuni importanti gruppi terroristici internazionali. Uno di questi, la Fondazione Dan David di Tel Aviv, gli ha recentemente elargito 250.000 dollari per i suoi meriti sul campo, cioè per aver contribuito a diffondere il fanatismo antislamico e la paura per il diverso in tutta la società italiana attraverso panzane e menzogne senza decoro. Motivazione del premio: “Per i suoi sforzi in favore della pace e della coesistenza”. Giuro che c’è scritto proprio così. Un altro gruppo terroristico, l’American Jewish Committee, ha conferito ad Allam il “Premio di Giornalismo Mass Media Awards”, una specie di Pulitzer dei giudei. Non conosco le motivazioni e non ho voglia di andarmele a cercare, ma non è poi così difficile immaginarle.

Ecco. Siete terrorizzati a sufficienza? Bene, perché adesso vedrete arrivare da un momento all’altro qualche retata di pedofili o qualche ondata di rapine in villa a mantenervi concentrati sulle cose che contano davvero. E mi raccomando, piantatela di continuare a pensare alla pensione e al TFR che vi hanno appena fottuto. E’ un comportamento puerile e perfino antipatriottico nell’ora in cui Al Qaeda incombe, minacciando tutto ciò che l’Occidente ha di sacro!

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CHI CI LIBERERA'?

by Gianluca Freda (21/07/2007 - 11:20)



E’ da un po’ di tempo che non parlo più di politica italiana. Non solo sul blog, ma anche nelle quotidiane conversazioni. Fino a poco più di un anno fa era l’unico argomento di cui mi sembrava valesse la pena di parlare. Questo blog era iniziato così, con le ingenue speranze preelettorali di chi aveva combattuto per cinque anni, con scarsi mezzi e poche forze, contro un governo che gli sembrava l’incarnazione di quanto di più pericoloso e violento si fosse mai visto in questo paese dagli anni del fascismo. Rileggermi i primi post, pieni di esultanza ludica e doverosamente scurrile per la sconfitta del centrodestra e di timidi preventivi per il futuro, è un viaggio a ritroso nella percezione della politica che sembra durare decenni anziché i miseri sedici mesi trascorsi da allora. Ai conoscenti dico sempre che l’espansione e poi l’esplosione della blogosfera - quindi dell’informazione libera da condizionamenti e censure - mi ha insegnato in un anno più cose di quante ne avessi imparate nei restanti 41. Che mi ha spinto a parlare di questioni internazionali a molti aliene, perché è in quelle vicende (in ciò che accade nelle riunioni del Bilderberg, del Bohemian Grove o dell’AIPAC) e non nei ridicoli parlamenti nazionali che si decide, da sempre, il destino delle nazioni e del mondo.

E’ vero.

Ma non è tutta la verità.

Se non parlo più di politica italiana non è solo perché essa ha perduto ogni rilievo nella mia personale classifica delle cause di infelicità o felicità dei cittadini, cause che colloco ormai nettamente altrove. Il fatto è che la politica italiana, con questo governo-farsa tenuto in piedi da ottuagenari incarogniti, ha semplicemente cessato di esistere. Ciò che leggo la mattina sul giornale non è politica. E’ una cloaca, un fiume in piena di deiezioni puzzolenti che rischia di straripare ogni volta che un politico o un sindacalista, perfino dell’area che un tempo consideravo mia, apre bocca e dice la sua.

Stamattina, per esempio, teneva banco la trattativa sulle pensioni. Il fetore era tale che sono riuscito a stento a raggiungere l’edicola. L’assassinio delle speranze di sopravvivenza di milioni di pensionati, presenti e futuri, è stato perpetrato, secondo regola sperimentata, in piena estate, quando la gente è distratta dalla canicola e dalla tintarella. Chissà se funzionerà anche questa volta, con il V-Day alle porte. La scusa è la solita, impresentabile, ridicola: dobbiamo sacrificarci, o l’INPS non avrà più soldi, in futuro, per pagare le pensioni ai giovani che iniziano oggi a lavorare. Peccato che l’INPS, proprio l’altro giorno, abbia comunicato i suoi conti: nei primi 5 mesi dell’anno ha incassato 3,8 miliardi di euro in più rispetto al 2006 e ne ha spesi solo 2,2 in più, con un saldo netto di 1,6 miliardi. Per coprire il rumore della notizia che li sbugiardava, i servi dei banchieri hanno iniziato a strillare come scimmie impazzite. Draghi gridava “poveri noi se non alziamo l’età della pensione!”. Almunia affermava che “L’Italia ha già fatto tanto, ma deve fare di più”, indovinate in che settore. La Corte dei Conti, seria seria, filosofeggiava: “L’innalzamento dell’età pensionabile non è eludibile”. I più vergognosi di tutti sono stati Dini e la Bonino, che hanno annunciato che non avrebbero votato l’abolizione dello scalone, nonostante essa fosse parte integrante del programma politico che aveva loro consentito di posare i culi sulle poltrone. Un governo di cani rognosi mi farebbe meno schifo di questa marmaglia senza pudore e senza onore.

La possibilità di liberarsi della schiavitù del lavoro viene rinviata ad un’età sempre più lontana e irraggiungibile man mano che si va avanti negli anni, con lo stomachevole balletto sulla “quota 96”97” e “98” che potrebbe far credere al lettore distratto di star leggendo un reportage alpinistico piuttosto che una sentenza sul suo destino. L’orrido capobanda, mezzo uomo e mezzo Olmert, quello che in campagna elettorale aveva promesso di abolire lo scalone, ora dichiara, con sommo sprezzo del decoro: "E' la svolta promessa ma anche un punto di arrivo: l'aumento delle pensioni minime, gli aiuti ai giovani in materia di previdenza, il riscatto della laurea. C'è un disegno continuo e questa riforma dà sicurezza al paese". Sicurezza. Al paese. Con un pensionamento che si allontana anno dopo anno e un carovita che si mangia giorno dopo giorno tutto il valore dei già miserabili adeguamenti previsti dalla revisione triennale dei coefficienti. Con una generazione di lavoratori precari che lavora un mese sì e due no con stipendi medi sotto i 700 euro al mese, si può capire con quale entità di contributi pensionistici. Il walkie-talkie di Olmert limita evidentemente l’idea di “paese” alla sua casta di privilegiati. Sono loro gli unici che da questo accordo immondo ricaveranno la “sicurezza” di vivacchiare al governo il tempo necessario per avere la pensione garantita. No, non quella prevista dal loro scalone. Quella ricca. L’elemosina elargita a un passo dalla fossa è per operai, commercianti, precari, insegnanti... per coloro che, com’è noto, non sono “paese”.

Quando si leggono i commenti dei sindacalisti, il fiume di merda verbale si fa più impetuoso. Va bene che, col regalone ricevuto dal governo (il TFR dei lavoratori così tonti da averlo lasciato nelle sue grinfie, pronto per gli investimenti più pazzi), non c’era da aspettarsi battaglia da parte della triade, semmai si trattava di un’occasione per ringraziare e ricambiare il favore. Ma la vecchia trimurti, dopo aver dissimulato per anni la sua totale strafottenza verso le ragioni dei lavoratori che dovrebbe tutelare, ha stavolta compiuto il salto di qualità: rendere esplicita la strafottenza, sfottere apertamente i lavoratori che dissangua, tanto, litigiosi e stupidi come sono, cosa volete che possano fare per opporsi? I più schifosi e servili, come sempre, sono stati quelli di Cisl e Uil: "Dò un giudizio molto, molto positivo", scoreggiava Bonanni, senza più curarsi di sapere se i suoi iscritti condividessero o no il suo ben remunerato entusiasmo. Angeletti sputazzava cifre a vanvera sul roseo futuro dei giovani, garantito dalla taumaturgica revisione dei coefficienti, come una fattucchiera di borgata che predìca la salute e l’amore sulle interiora di una rana morta.

La Cgil ha salvato parte della faccia grazie al solito Rinaldini, che ha espresso senza remore la sua totale avversione al provvedimento. Ma sulla parte di faccia salvata urinava laidamente Epifani con l’usuale doppiezza. "La soluzione per lo scalone è un po' striminzita. Avremmo preferito tempi più lunghi", frignava il marpione, con la nota tecnica del chiagni e fotti, che consente di inguaiare chi si dovrebbe difendere mantenendo al contempo una presentabilità di facciata. Una specialità olimpica in cui la CGIL è, da decenni, imbattibile.

Infine è stato ripugnante, davvero ripugnante, l’atteggiamento tenuto dalla sinistra radicale, quella che un tempo non lontano chiamavo la “mia” parte politica. Collusi con i banchieri quanto gli altri, ma impossibilitati a darlo a vedere senza sparire dalla scena politica, Verdi, Rifondazione e Comunisti Italiani hanno accettato l’accordo con una mano, mentre l’altra vibrava iraconda verso il cielo in segno di sdegno e orrore. Evidentemente sono convinti che apparire schizofrenici sia preferibile, in termini di consenso, all’apparire traditori. E’ il vecchio trucco di ogni malandrino: fingersi pazzo per salvare le chiappe. Peccato che finiscano per apparire sia traditori che schizofrenici, con i risultati che ben presto vedremo. Finiranno i loro giorni, e gli ultimi miserabili residui di consenso che gli restano, in una cella imbottita, non rimpianti neppure da chi, fino all’ultimo, aveva insistito a dargli fiducia.

Tutto questo accadeva mentre il giudice Clementina Forleo inviava in Parlamento la richiesta di poter utilizzare 68 intercettazioni sulle scalate di Antonveneta, Bnl e Rcs nei relativi procedimenti penali. La Forleo parla di personaggi come D'Alema, Fassino, Latorre (Ds), Comincioli, Cicu e Grillo (FI) chiamandoli finalmente col loro nome: “Complici di un disegno criminoso di ampia portata”. La portata del disegno criminoso è ampia davvero: mettere in mano ai privati ogni rimasuglio di settore pubblico, pensioni comprese, e poi intrallazzarci allegramente per favorire imprenditori amici e banche internazionali, con gli stessi metodi sperimentati nei crimini che la Forleo vorrebbe perseguire. Non ci riuscirà. Per liberarci di questo letame umano non sarà sufficiente un magistrato volonteroso. Occorrerà un altro grande rivolgimento internazionale, come quello dell’89, che permise agli USA, quale unica superpotenza rimasta in piedi, di imporre all’Europa le sue classi politiche - che facessero gli interessi esclusivi dei suoi banchieri, dei suoi industriali, dei suoi gruppi militari – spazzando via quelle precedenti. In Italia, vista la corruzione dilagante, tirare lo scarico non fu difficile. Ma ci si ritrovò la casa piena di liquami di esclusiva marca americana, i più mefitici e schifosi del mondo, quelli che oggi ci impongono sacrifici mentre si godono stipendi da 20.000 euro al mese, pensioni da nababbi elargite dopo pochi anni di lavoro e privilegi a non finire pagati coi nostri soldi. Dovrà crollare un altro muro perché questa mareggiata di putredine fognaria possa essere ripulita.

Pochi giorni fa la Russia di Putin è uscita dal trattato sulla riduzione delle forze convenzionali in Europa. Putin ha liquidato senza tanti complimenti la delegazione di pezzi grossi, guidata da Kissinger, che tentava di convincerlo a desistere dall’insano proposito. Ha reagito all’espulsione dei 4 diplomatici russi, compiuta per ritorsione dagli inglesi, con la minaccia di espulsione di altrettanti diplomatici britannici. Tanto per dire: “Guardate che non scherzo”. Il suo proposito di portare dalla sua parte le nazioni europee, fornendo risorse e contratti vantaggiosi, per soppiantare la presenza americana sul continente è ormai palese. Questo, più che le vane richieste della Forleo, mi fa sperare che la resa dei conti con la vampirica classe politica/sindacale/imprenditoriale che in 15 anni ha succhiato ogni goccia di sangue dalle nostre vene, potrebbe essere relativamente vicina. 

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TRADIZIONE E CULTURA EBRAICA

by Gianluca Freda (16/07/2007 - 21:59)



L’ODIO DEGLI EBREI VERSO LA CRISTIANITA

di Israel Shahak
da www.radioislam.net
Traduzione di Gianluca Freda
 

Disonorare i simboli religiosi del cristianesimo è un antico dovere per l’ebraismo. Sputare sulla croce, e soprattutto sul crocifisso, e sputare quando si passa davanti a una chiesa, sono comportamenti obbligatori per ogni ebreo osservante fin da circa il 200 d.C. In passato, quando il rischio dell’ostilità antisemita esisteva davvero, i rabbini ordinavano agli ebrei osservanti di sputare in modo tale che il motivo del loro gesto restasse sconosciuto, oppure di sputare sul proprio torace, anziché direttamente sulla croce o davanti alla chiesa. La forza crescente dello stato ebraico ha fatto sì che questi comportamenti diventassero sempre più espliciti. Comunque non si può sbagliare: sputare sulla croce, per i convertiti dal cristianesimo all’ebraismo, organizzati nel Kibbutz Sa’ad e finanziati dal governo israeliano, è un gesto di tradizionale osservanza ebraica. Non si può dire, solo per questo, che esso sia barbaro, orribile e deprecabile! Al contrario, esso è molto peggio, perché è un gesto tradizionale, e dunque più pericoloso, proprio come il nuovo antisemitismo dei nazisti era più pericoloso perché, in parte, giocava sul tradizionale passato antisemita.

Questa barbara abitudine all’odio e al disprezzo verso i simboli religiosi cristiani è diventata sempre più diffusa in Israele. Negli anni ’50 il governo israeliano pubblicò una serie di francobolli raffiguranti le città israeliane. Nella foto di Nazareth, si vedeva una chiesa con una croce in cima, quasi invisibile, forse della lunghezza di un millimetro. Nonostante ciò, i partiti religiosi, appoggiati da molti elementi della “sinistra” sionista, ne fecero uno scandalo, e così i francobolli vennero frettolosamente ritirati e sostituiti con una serie in cui la microscopica croce era stata rimossa.

Poi ci fu la lunga battaglia riguardante l’influsso cristiano sull’aritmetica elementare. Gli ebrei osservanti si opponevano all’utilizzo del segno internazionale del “più”, poiché esso è una croce e avrebbe potuto, nella loro opinione, condizionare i bambini a convertirsi al cristianesimo. Teneva banco anche un altro “argomento”: sarebbe stato difficile “educare” i bambini a sputare sulla croce se si fossero abituati a usarla nei loro esercizi aritmetici. Fino ai primi anni ’70, in Israele si usavano due diversi tipi di libri d’aritmetica. Quello per le scuole religiose utilizzava, al posto del “più”, una “T” rovesciata. Nei primi anni ’70 i fanatici religiosi riuscirono a “convertire” il Partito Laburista all’idea del pericolo rappresentato dalla croce in aritmetica, e da quel momento, in tutte le scuole elementari ebraiche (e ormai anche in molte scuole superiori) l’uso del segno “più” è stato proibito.

Accorgimenti simili possono essere rilevati in altre aree dell’educazione. Insegnare il Nuovo Testamento è proibito da sempre, ma un tempo gli insegnanti di storia riuscivano ad aggirare il divieto, organizzando seminari o mandando gli studenti in biblioteca (non nelle biblioteche scolastiche, ovviamente). Circa 10 anni or sono vi fu un’ondata di denunce contro questi insegnanti. Una maestra di Gerusalemme fu quasi licenziata per aver consigliato ai suoi alunni, che studiavano la storia degli ebrei di Palestina degli anni 30-40 d.C., di leggere qualche capitolo del Nuovo Testamento come riferimento storico. Riuscì a conservare il posto di lavoro solo dopo avere umilmente promesso di non farlo mai più.

Negli anni più recenti, comunque, i sentimenti anticristiani stanno letteralmente esplodendo in Israele (e anche fra gli ebrei della Diaspora che sostengono Israele), di pari passo con l’affermarsi del fanatismo ebraico in ogni altro settore.

I veri nemici della verità in questo caso, come in molti altri aspetti della società israeliana, sono i socialisti, “liberal”, “radical”, ecc. degli Stati Uniti. Vi immaginate la reazione dei “liberal” americani e di giornali come The Nation o il New York Review of Books, per non parlare del New York Times, se in un qualunque stato il governo finanziasse l’abitudine di sputare sulla stella di David? Ma quando qui in Israele il governo finanzia l’abitudine di sputare sulla croce, essi rimangono in perfetto silenzio. Non solo, ma contribuiscono pure ai finanziamenti. I contribuenti americani, che sono per la maggior parte cristiani, finanziano, in un modo o nell’altro, almeno metà del budget israeliano, e dunque anche l’abitudine di sputare sulla croce.

 

Il professor Israel Shahak (1933-2001) è stato cittadino israeliano, ex deportato in campi di concentramento nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Fu il fondatore della Lega per i Diritti umani in Israele. Il suo libro più famoso è “Storia ebraica e giudaismo”(pubblicato in Italia nel 1997 dal Centro Librario Sodalitium) che parla dell’odio e del disprezzo che gli ebrei nutrono verso i “gentili” (i non ebrei).   

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CONTRATTACCO

by Gianluca Freda (15/07/2007 - 00:40)


LETTERA APERTA ALLA CNN

di Michael Moore
da www.michaelmoore.com
Traduzione di Gianluca Freda
 

Cara CNN,

Beh, la settimana è finita... e ancora nessuna scusa, nessuna ritrattazione, nessuna correzione dei vostri evidenti errori.

Scommetto che credevate che la mia rissa con Wolf Blitzer fosse stata solo una mossa pubblicitaria, che non ci sarebbe stato bisogno di correggere sul serio le false affermazioni che avete fatto su “Sicko”. Scommetto che credevate che mi sarei limitato ad andarmene via buono buono.

Scordatevelo. Sto per trasformarmi nel vostro peggiore incubo. Non me ne andrò via per niente. Almeno fino a che non avrete rettificato le vostre affermazioni e vi sarete scusati con i telespettatori. “La più affidabile fonte di notizie”? Penso di poter dire in tutta tranquillità che dovreste cambiare slogan.

Ogni tanto trasmettete una striscia informativa intitolata “Keeping Them Honest” [“Garantire l’obbiettività”]. Ma chi garantisce la vostra obbiettività? Ora che il pubblico ha visto quante falsità erano contenute nel vostro servizio su “Sicko”, come si fa a fidarsi ancora di ciò che dite sul vostro network? Ai vecchi tempi, prima che esistesse internet, l’avreste fatta franca. Le vostre vittime non avrebbero avuto modo di rettificare, di dimostrare ai telespettatori che avevate manipolato la verità. Ma ora possiamo postare la verità – e sostenerla con prove e fatti – sul web, perché tutti possano vederla. E ragazzi miei, a giudicare dalla quantità di mail che tanto voi che io stiamo ricevendo, le prove che ho pubblicato sul mio sito riguardo a “Sicko” stanno spingendo milioni di persone a mettere in dubbio la vostra onestà.

Non sprecherò il mio tempo a rimproverarvi i vostri errori. Sapete benissimo quali sono. Ciò che voglio fare è aiutarvi a uscirne puliti. Ammettete che avevate torto. Che c’è di male? Tutti noi commettiamo errori. So che è difficile ammettere di aver fatto una cazzata, ma è anche un atto liberatorio e catartico. Non solo ti rende una persona migliore, ma ti impedisce anche di fare nuove cazzate. Pensate quante persone si sentirebbero attratte da un network che avesse il coraggio di dire: “Abbiamo commesso un errore. Siamo esseri umani. Ci dispiace. Faremo altri errori in futuro, ma li correggeremo sempre, così che possiate continuare ad aver fiducia in noi”. Sarebbe davvero una cosa così difficile?

Come sapete, non nutro alcun rancore personale verso di voi né verso alcun membro del vostro staff. Voi e l’azienda a cui appartenete mi siete stati molto utili nel corso degli anni. Avete distribuito il mio primo film, “Roger & Me” e mi avete pubblicato “Dude, Where’s My Country?”. Larry King mi ha ospitato per ben due volte nelle ultime due settimane. Non avrei potuto chiedere un trattamento migliore.

Per questo sono rimasto stupito quando avete permesso a un medico che sa molto di neurochirurgia – ma, a quanto pare, molto poco di politiche pubbliche – di realizzare una “verifica dei fatti” non sugli argomenti medici trattati in “Sicko”, ma sulle questioni politiche ed economiche trattate dal film. E’ forse per questo che le vostre scuse tardano ad arrivare? State cercando di procurarvi un DOTTORE per fargli dire che quello precedente aveva torto? Vi prego, ditegli di non preoccuparsi, nessuno sporgerà reclami d’incompetenza nei suoi confronti. Il dr. Gupta realizza eccellenti ed appassionati servizi per la CNN, riguardanti la salute e il modo di averne miglior cura. Ma quando si è trattato di parlare di cure mediche universali, ha messo insieme alla meno peggio un mucchio di informazioni pacchiane e superate. Quando il suo produttore ci ha chiamato per avvisarci di quel servizio, il giorno prima che andasse in onda, noi le abbiamo inviato, per e-mail, tutte le informazioni necessarie ad evitare che si facessero errori in diretta. Ma lui ha deciso di ignorare TUTTE le prove e di continuare con le sue falsità, nonostante la documentazione gli fosse stata fornita fin dal giorno prima! Com’è potuto succedere? Da 5 giorni, ormai, sto postando sul mio sito tutti gli errori che ha commesso, affinché tutti possano vederli.   

Voi, d’altro canto, di fronte a queste prove schiaccianti e all’enorme protesta del pubblico, avete scelto di restare in silenzio, probabilmente pregando e sperando che tutto passi da sé.

Beh, non andrà così. Inizieremo da ora in avanti a controllare l’accuratezza dei servizi che trasmetterete, anche su altri argomenti. Ormai non si può più credere a nulla di ciò che dite. Nel 2002 il New York Times vi accusò di aver fatto comparire nei vostri programmi diverse celebrità, senza dire al pubblico che si trattava di testimonial pagati dalle compagnie farmaceutiche. Prometteste di non farlo più. E invece, nel 2005, intervistaste in diretta Joe Theismann, che fece pubblicità ad un sito web che parlava di cure per la prostata, sponsorizzato da una compagnia farmaceutica. Non diceste nulla sulla sua affiliazione alla GlaxoSmithKline.

E’ evidente che nessuno garantisce la vostra obbiettività, quindi toccherà a me fare anche questo lavoro. Le compagnie farmaceutiche spendono 1,5 miliardi di dollari all’anno in pubblicità sulla CNN e sugli altri quattro network. Sono certo che questo non c’entra nulla. Dopo tutto, se qualcuno mi desse 1,5 miliardi di dollari, anch’io direi su di lui qualche parolina gentile. Chi non lo farebbe?

Voglio che la CNN risolva una volta per tutte questo problema. Scusatevi e rettificate le vostre affermazioni, come farebbe ogni buon giornalista.

Dopodiché potremo tornare a occuparci di cose importanti. Come ad esempio un VERO dibattito sul disastro del nostro sistema sanitario. Ogni altra cosa è solo un diversivo rispetto a ciò che è davvero importante.

Vostro,
Michael Moore
mmflint@aol.com
www.michaelmoore.com

P.S.: Se poi desideraste scusarvi anche per non aver fatto il vostro lavoro all’inizio della guerra in Iraq, sono certo che molti americani sarebbero felici di accettare le vostre scuse. Voi e gli altri network siete stati complici consapevoli di Bush, facendo sventolare bandiere su tutti gli schermi e non ponendo mai le domande scomode che avreste dovuto porre. Avreste potuto impedire una guerra. Avreste potuto salvare le vite di quei 3.610 soldati che oggi non sono più tra noi. Invece avete continuato a mandare bacini a un Comandante in Capo che, con ogni evidenza, si era inventato tutto. Milioni di noi lo sapevano. Perché voi no? Io credo che lo sapeste anche voi. E, a mio modo di vedere, ciò vi rende responsabili della guerra. Invece di svolgere il lavoro che i padri fondatori vi avevano affidato – tenere sotto controllo l’onestà di chi è al potere (è per questo che crearono il PRIMO emendamento) – voi e la maggior parte dei media siete partiti all’attacco contro quelle poche figure pubbliche, come il sottoscritto, che osavano porsi domande sull’incubo in cui stavamo per entrare. Non avete mai ringraziato me o le Dixie Chicks o Al Gore per aver fatto il lavoro che avreste dovuto fare voi. Non fa niente. Limitatevi solo a dire la verità, da adesso in poi.                  

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SILENZIO, PARLA GIUDA

by Gianluca Freda (14/07/2007 - 03:21)


Com’era prevedibile il Master Enrico Mattei in Medio Oriente, diretto dal professor Claudio Moffa presso l’università di Teramo, è stato chiuso d’imperio dal preside dell’Università, Adolfo Pepe (per gli amici Adolf), e dal decano Bernardini. La motivazione ufficiale è che esso “si è dimostrato non coerente con gli obbiettivi formativi complessivi della Facoltà”. Naturalmente la vera motivazione, come molti ricorderanno, è l’invito che il prof. Moffa aveva rivolto a Robert Faurisson affinché tenesse, nell’ambito del Master, una lezione sulle deportazioni ebraiche viste dal punto di vista del revisionismo storico. Ricorderete come andò a finire: Moffa e Faurisson vennero aggrediti da un gruppetto di ebrei violenti e fanatici che impedirono che la conferenza avesse luogo. Al rettore e al decano dell’Università di Teramo, evidentemente sollecitati da pressioni provenienti da ambienti non difficili da immaginare, la “cacciata” di Faurisson non è bastata e hanno pensato bene di guardarsi le spalle sopprimendo definitivamente il Master. La libertà d’espressione, quando esiste sul serio, è pericolosa e il duo Pepe-Bernardini non ha certo l’aria di amare il rischio.

Scrive Antonio Caracciolo: “La verità è che la neouniversità teramana si è sbracata al primo stormir di fronde. Compito di una università e dei suoi organi di governo è di saper difendere la libertà di pensiero e le sue libertà accademiche. È bastato che un insignificante personaggio torinese abbia allertato una lobby estranea agli interessi della scienza e della cultura ma legata ad un Paese belligerante perché rettore e preside si siano arresi, sacrificando diritti che sono di tutti e che loro avevano l’obbligo di tutelare. Poco c’entrano Moffa e Faurisson. Erano e sono in gioco valori più alti verso i quali gli organi di governo dell’ateneo teramano hanno avuto scarsissima sensibilità”.

Comunque non tutto il male vien per nuocere. Il Master Enrico Mattei dovrebbe trasferirsi già dal prossimo anno presso l’Università di Roma, in un ateneo più prestigioso e coraggioso. Ciò non toglie che sia impressionante la disinvoltura con cui le università di tutto il mondo stanno mettendo a tacere la ricerca storica ogni volta che essa (come è del resto inevitabile) si trova a dover rilevare le falsità e le invenzioni che riguardano la storia dell’olocausto e delle comunità ebraiche in generale. Le lobby ebraiche hanno sempre avuto pochi scrupoli a perseguitare chi mette a nudo le loro menzogne. Ma il 2007 sarà ricordato come l’anno in cui esse, di fronte ad una verità che diviene sempre più evidente, incontestabile e (grazie a internet) diffusa, hanno definitivamente perso la testa.

L’anno si è aperto con gli strascichi polemici della Conferenza sull’Olocausto tenutasi a Teheran nel dicembre scorso. La conferenza ha avuto un enorme successo, nonostante i disperati tentativi di tutti i media occidentali di nasconderne e stravolgerne i contenuti, o forse proprio grazie ad essi. Si è proseguito con il vergognoso linciaggio del prof. Ariel Toaff, costretto a ritirare dalle librerie il suo saggio “Pasque di sangue” a causa delle minacce di morte e delle pressioni subìte dalle autorità dell’ateneo israeliano in cui è docente. Poi è arrivata la condanna, veramente ignobile, del revisionista Ernst Zundel: cinque anni di reclusione per le sue ricerche storiche, cioè per aver dimostrato a tutti, dati alla mano, che l’olocausto è una bufala. Poi l’aggressione a Faurisson e Moffa. Poi, ancora, la rimozione del prof. Norman Finkelstein (autore del saggio “L’industria dell’olocausto”) dall’incarico che ricopriva presso la De Paul Catholic University di Chicago, nonostante fosse ebreo e nonostante le proteste dei suoi studenti e di molti suoi colleghi. Poi la calata di brache del Ministro della Difesa Parisi e del Procuratore generale militare della Cassazione, che hanno dovuto revocare un permesso di lavoro a Priebke, ottenuto dopo 11 anni di reclusione, a causa degli strepiti di una masnada di ebrei scalmanati. Ora la chiusura del Master Enrico Mattei. Sto sicuramente dimenticando qualcosa, e siamo solo alla metà dell’anno.

 Non so se essere più dispiaciuto o compiaciuto per questa recrudescenza di persecuzioni, aggressioni e condanne di matrice sionista. Da un lato è preoccupante vedere in quale stato lo strapotere ebraico abbia ridotto due capisaldi della cultura occidentale come quelli della libertà d’espressione e di ricerca storica. Dall’altro lato, la ferocia con cui si censura e si reprime, ormai senza più remore, ogni opinione non omologata, è il segno che qualcosa si è spezzato nel sistema di controllo con cui i media occidentali sono riusciti fino ad oggi a tenere sommersa la verità. Nonostante le persecuzioni, le opinioni dei revisionisti hanno trovato grazie ad internet uno strumento di enorme diffusione. Le conferenze revisioniste sono sempre più frequenti e affollate e perfino le aggressioni squadriste (come quella contro Faurisson) non passano più sotto silenzio. Faurisson e Moffa hanno ricevuto l’esplicita solidarietà di un gran numero di esponenti del mondo culturale italiano e internazionale, di ogni tendenza accademica e colore politico, il che sarebbe stato impensabile fino a pochissimi anni fa. Di revisionismo si discute, ormai, in modo sempre più aperto e questo ha consentito, tra l’altro, di rendere evidente a chiunque il profondo contrasto tra l’accuratezza e l’acribia degli studi di storici come Mattogno, Graf, Faurisson, Rudolf e la pochezza blaterante degli argomenti dei loro avversari. Lo si è visto, su piccolissima scala, anche nella diatriba tenutasi su questo blog con personaggi che alle citazioni e agli argomenti non hanno da opporre che aria fritta e piagnistei di lesa maestà. Viene da citare la famosa profezia di Robert Faurisson: “Vedo un futuro nero per i revisionisti. Ma per il revisionismo, il futuro è decisamente roseo”. 

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MICHAEL MOORE VS. WOLF BLITZER

by Gianluca Freda (12/07/2007 - 02:09)


E’ noto che la CNN è il network televisivo più fazioso e ripieno di menzogne del mondo occidentale. Sulla CNN va in onda “The Situation Room”, un programma, condotto da tal Wolf Blitzer che è il programma più fazioso e pieno di menzogne del network più fazioso e pieno di menzogne del mondo occidentale. Wolf Blitzer è un ebreo, membro dell’AIPAC, la potentissima lobby giudaica che controlla la politica, l’economia e – soprattutto – l’informazione d’America e d’Europa. Nel presentare il nuovo film di Michael Moore, Sicko, Blitzer ha superato se stesso. Ha mandato in onda un filmato che, non potendo smentire coi fatti ciò che Moore dice nel suo film, tentava di insinuare il dubbio negli spettatori rimestando aria fritta, chiacchiere a vanvera e falsificando di proposito i dati forniti da Moore nel film. Un esempio: Moore dice che Cuba spende per la sanità solo 259 dollari pro capite all’anno, contro i 7000 degli Stati Uniti. Il servizio falsificava volontariamente queste sue affermazioni, accusandolo di aver detto che Cuba spendeva solo 25 dollari all’anno e tacciandolo di manipolazione dei dati. Il servizio era realizzato da un certo Sanjay Gupta, medico neurochirurgo e a tempo perso giornalista embedded presso le truppe americane in Iraq. Fatto sta che Michael Moore, invitato a commentare il filmato in diretta da Detroit, si è giustamente incazzato e ne ha dette di tutti i colori a Blitzer e alla CNN. Un lettore (che ringrazio) mi ha scritto, segnalandomi i filmati della rissa Wolf-Moore e chiedendomi di sottotitolarli in italiano. Agli ordini. Potete trovarli a questi indirizzi:
 

Michael Moore vs. Wolf Blitzer (prima parte)
 

Michael Moore vs. Wolf Blitzer (seconda parte)

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QUEL CHE ABBIAMO PERDUTO

by Gianluca Freda (09/07/2007 - 16:41)



Questo articolo di Gilad Atzmon è dedicato a tutti i capi di stato che si recano, periodicamente, in pellegrinaggio nella terra degli assassini, riempiendosi la bocca di parole di pace in presenza delle loro fauci insanguinate. Compresi, naturalmente, i nostri squallidi e vili maggiordomi di Giuda.
(G. F.)
 

PERCHE’ LI ODIAMO?
di Gilad Atzmon
tratto dal blog PeacePalestine
Traduzione di Gianluca Freda

Quando arrivai in Inghilterra circa tredici anni fa, trovai un paese molto tollerante. Ero stupito di vedere tante persone di così tanti colori che non soltanto vivevano insieme pacificamente, ma lo facevano in piena armonia. All’Università di Essex, l’istituto dove condussi i miei studi post-laurea, tutti erano entusiasti del postcolonialismo. Gli inglesi, così mi sembrava a quell’epoca, erano pentiti del loro vergognoso passato coloniale. Ne rimasi un po’ colpito, benché non particolarmente impressionato. Dopo tutto non è poi così difficile denunciare i crimini commessi dai nostri nonni.

Restavo stupito nel vedere turchi e ciprioti che a Green Lane gestivano negozi ortofrutticoli fianco a fianco. Il mio primo compagno di stanza fu uno studente palestinese di Beit Sahour e tutto sembrava così naturale. Non ci volle molto perché mi innamorassi di quella città e decidessi di eleggerla a mia dimora permanente.

A quell’epoca l’Inghilterra era molto diversa dal posto da cui provenivo. Nella mia patria il panorama umano era ufficialmente ridotto a due tipologie. In una sorta di feroce opposizione binaria, c’era sempre stata una netta divisione tra il “Bene” e il “Male”, tra “noi” e “loro”, tra “Occidente” e “Oriente” o anche solo tra “ebrei” e “arabi”. Nel luogo da cui provenivo, la pace non era nemmeno all’orizzonte. Ma nella Londra del 1990, questa dicotomia non esisteva. E’ doloroso notare che tutto questo è cambiato. Ogni santo giorno i nostri media ripetono la domanda imbecille: “Perché ci odiano così tanto?”. Ormai è evidente, l’opposizione binaria tra “noi” e “loro” è diventata parte integrante anche del modo di parlare britannico.

Quando arrivai qui nei primi anni ’90, la politica inglese era molto noiosa. Al governo c’era John Major. Ma poi, dopo non molto tempo, un politico giovane, dinamico, visionario, lo rimosse dall’incarico. Questo politico è l’uomo che è riuscito, in soli dieci anni, a distruggere una delle società più armoniose dell’Occidente. Tony Blair, la nuova grande promessa del Partito Laburista, ha guidato il paese per un decennio; è riuscito a trascinare il paese in ogni possibile conflitto e a trasformare piccoli conflitti in autentiche crisi. E’ stato capace di mentire ripetutamente al suo popolo, al suo parlamento e al suo stesso governo, ha promosso una guerra illegale che è costata la vita di oltre 700.000 civili innocenti. Ovviamente non è stato capace di prevedere l’impatto che queste guerre avrebbero avuto, in patria, sulla sua società multietnica.

Blair, grazie a dio, ha appena lasciato la carica di Primo Ministro, ma nonostante ciò il paese è ormai sull’orlo del collasso morale. Il suo sistema di diritti civili è seriamente minacciato. Politici di ogni partito richiedono misure di detenzione più severe. La possibilità di una deportazione di massa dei nuovi immigrati non appare più come un incubo lontano. Ma la cosa più preoccupante è il ruolo dei media “liberi” di questo paese. I principali giornali e la TV stanno per soccombere senza offrire resistenza alla linea di pensiero ufficiale del governo. E’ qualcosa che mi ricorda molto i media prezzolati della mia patria condannata, quella che lasciai tredici anni fa.

Mi scopro a pensare: come osano i media domandare “perché ci odiano”? Non conoscono forse la risposta? Non la conosciamo forse tutti? Non siamo forse noi che abbiamo demolito l’Iraq? Non è stato forse il nostro Primo Ministro, Tony Blair, che ha dato ad Israele il via libera per radere al suolo il Libano? Non è stato forse il governo di Tony Blair che si è rifiutato di riconoscere il governo di Hamas, democraticamente eletto in Palestina? Non è stato Tony Blair a permettere a Israele di affamare Gaza?

Per chi ancora non riuscisse a capirlo, uccidere è una cosa piuttosto semplice e anche trasformare città in cumuli di macerie non è poi così complicato. Ma ci vogliono diversi anni per allevare un bambino, centinaia di anni per costruire una città e migliaia di anni per stabilire armonia fra gli esseri umani. Dovremmo smetterla di mentire agli altri e a noi stessi. Sappiamo benissimo perché ci odiano, hanno ottime ragioni, visto che, per come stanno attualmente le cose, noi siamo quelli che li stanno uccidendo in massa. Siamo noi che demoliamo le loro città e uccidiamo i loro bambini.

Perciò, invece di sollevare la patetica domanda “perché ci odiano?”, faremmo bene a uscire dal nostro atteggiamento autoassolutorio e a chiederci invece: “Perché li odiamo così tanto?”, o anche “perché odiamo così tanto?” in generale.

Riportare la pace a Londra, a Glasgow, in Inghilterra e in Occidente significa doverci guardare allo specchio, guardare le nostre spaventose e devastanti malefatte, riparare il danno fatto da Blair, Bush e compagnia, recuperare il sogno di una società occidentale ecumenica. E’ possibile. E’ alla nostra portata. Eravamo lì non molto tempo fa. Me lo ricordo bene, è stato solo tredici anni fa, è quello che sentivo quando arrivai in Inghilterra.

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CASE MALEDETTE

by Gianluca Freda (08/07/2007 - 15:22)



In relazione alla diatriba sull’olocausto, leggo solo ora, con colpevole ritardo, il seguente post inviato il 21 giugno al blog di Claudio Sabelli Fioretti, con il quale Silvia Palombi tenta di rispondere alla mia richiesta di produrre qualche documento in grado di dimostrare l’esistenza delle camere a gas naziste :
 

DOCUMENTI TEDESCHI
da Silvia Palombi

Mi sono data da fare e ho trovato questo per Freda ma mica solo lui:

La voce degli innocenti nel lager della memoria
di Giorgio Acquaviva
IL GIORNO 25 gennaio 2004

Silvia Palombi invia un articolo di Giorgio Acquaviva che Sabelli Fioretti pubblica integralmente nella sezione documenti. L’articolo è composto per 9/10 di pure chiacchiere, ma contiene un’unica frase che dovrebbe servire, secondo la Palombi, a rispondere alla mia richiesta. Riferendosi alle “scoperte” dello “studioso” Marcello Pezzetti, Acquaviva scrive:

E allora ecco emergere - anche dalle carte dei piani di costruzione maniacalmente conservate dai tedeschi - Auschwitz-1 (il campo di concentramento) e Auschwitz-2 o Birkenau, con le strutture per lo sterminio, le camere a gas, i forni crematori'. Le fosse. Ora si può dire che quella macchina di morte non ha più segreti. Con buona pace dei "revisionisti" e dei "negazionisti".

Intanto ringrazio Silvia Palombi per avermi risposto con educazione e facendo qualche ricerca, pur molto superficiale. E’ già molto di più di quanto si possa dire di certi suoi colleghi di blog, che hanno per le repliche fondate sulla ricerca la stessa idiosincrasia che hanno per la grammatica e l’educazione. Detto questo, passo a rispondere.

L’ignoranza dei giornalisti

Leggendo l’articolo di Acquaviva si resta (tanto per cambiare) sconcertati dalla completa e crassa ignoranza con cui i giornalisti dei media mainstream affrontano gli argomenti di cui scrivono. Altro che “buona pace” dei revisionisti! Perfino un revisionista dell’ultim’ora come il sottoscritto non riesce a trattenere il sorriso di fronte alle incredibili fandonie contenute nell’articolo. In sostanza: parlando di “Auschwitz-1” e “Auschwitz-2, o Birkenau” Acquaviva dimostra di non aver capito il resto di niente delle presunte “scoperte” di Pezzetti, che pure intenderebbe incensare nell’articolo. Pezzetti, come non è difficile immaginare, non aveva scoperto Auschwitz uno e due, che dovrebbero essere già piuttosto noti, bensì due strutture chiamate Bunker 1 e Bunker 2. Si tratta di due case coloniche, requisite dai tedeschi nel 1941, che secondo la leggenda sarebbero poi state trasformate in camere a gas. Per la verità, Pezzetti ne avrebbe identificata una sola, e cioè il Bunker 1, essendo la seconda – di cui restano oggi solo le fondamenta - già ampiamente nota e meta, da decenni, dei turisti in visita a Birkenau. Quanto segue ha per fonte questo documentatissimo articolo di Carlo Mattogno, di cui consiglio la lettura per ogni approfondimento.

La memoria migliora invecchiando

Lo stesso Bunker 1, che Pezzetti si vanta di aver scoperto, è in realtà una falsa scoperta. Stando alla storiografia ufficiale, infatti, anche tale struttura fu distrutta dai tedeschi nel 1943. Ciò che Pezzetti dice di aver scoperto, potrebbe essere quindi, tutt’al più, una ricostruzione dell’edificio eseguita dopo la guerra. Ma neanche questo è vero. E’ interessante evidenziare le circostanze della “scoperta”. Nel 1993 Pezzetti contattò Szlama Dragon, un “testimone” che diceva di aver lavorato un paio di giorni, insieme al fratello Abraham, al Bunker 2 nei primi anni ’40. Poiché le rovine del presunto Bunker 2 erano già note, Pezzetti gli chiese se egli conoscesse per caso anche l’ubicazione dell’altro Bunker. Szlama, insieme al fratello e ad un altro individuo di nome Eliezer Eisenschmidt, lo condusse senza esitazione alla casa di cui Pezzetti vanta la “scoperta”. Il fatto è che la testimonianza di questi personaggi risulta ben poco attendibile. Szlama Dragon era infatti già stato interrogato diverse volte in merito all’ubicazione dei due presunti Bunker di Birkenau. Il 26 febbraio 1945 era stato interrogato dai sovietici, affermando di non sapere nulla dei luoghi in cui si sarebbero trovate queste strutture. Il 10 e l’11 maggio 1945 la stessa domanda gli era stata rivolta dai polacchi e la risposta era stata identica. Il 2 marzo 1972, alla 26ª udienza del processo Dejaco-Ertl, Dragon aveva dovuto ammettere: "Ich kann mich heute nach 30 Jahren nicht mehr erinnern..." ("Oggi, dopo 30 anni, non riesco più a ricordare..."). Abraham Dragon ed Eliezer Eisenschmidt, poi, non avevano mai testimoniato né raccontato la proprie memorie prima degli anni Novanta. Ma ecco che inaspettatamente, in presenza di Pezzetti, essi ritrovano improvvisamente la memoria dei luoghi e riescono a identificare, dopo 48 anni, ciò che non riuscivano a ricordare nel 1945 e nel 1972. Miracoli della religione olocaustica, che ha in Birkenau l’equivalente taumaturgico delle fonti di Lourdes.

La casa semovente

Poiché, come dicevo, dopo la guerra non esistevano testimonianze relative all’ubicazione del Bunker 1, la posizione di questa presunta “camera a gas” era stata fissata a capocchia sulle piante topografiche di Birkenau. Ad esempio, in questa cartina riportata da Mattogno, redatta dal Museo di Auschwitz nel 1978, essa compare proprio davanti al campo di Birkenau, nella zona nord, mentre la struttura “scoperta” da Pezzetti si trova in tutt’altra posizione, completamente esterna al campo. Per avallare a posteriori l’esistenza di questa prima “camera a gas” (quella riportata nella cartina), il Museo di Auschwitz aveva convinto, nel 1980, una signora polacca di nome Józefa Wisifska a consegnare una relazione in cui si affermava che una casa esistente in quella posizione e appartenuta ad alcuni suoi parenti era stata requisita dai tedeschi e trasformata in camera a gas. Naturalmente la signora Wisifska non presentava la minima prova di ciò che diceva. Si trattava semplicemente di un espediente architettato dai responsabili del museo per accreditare una cartina redatta frettolosamente su cui compariva una fantomatica “camera a gas” che non si sapeva come giustificare. La relazione della signora Wisifska presenta una quantità di incongruenze per le quali rimando all’articolo di Mattogno. Qui basti dire che il presunto “Bunker 1” scoperto da Pezzetti si trova ad almeno 300 metri di distanza, in linea d’aria, dalla struttura indicata dalla Wisifska. Come al solito, nel disperato tentativo di far esistere l’inesistente, i ricercatori scioatici riescono solo a contraddirsi tra loro e a combinare grossi pasticci.

Le case maledette

La tendenza a ricercare sempre nuove strutture da esibire come simbolo dell’”orrore nazista” è una caratteristica dell’industria dell’olocausto degli ultimi anni. Identificare nuove “case maledette” significa incrementare il turismo di massa verso i luoghi del presunto olocausto, accrescere i guadagni e incidentalmente diffondere sempre di più, nell’immaginario popolare, il mito dello sterminio ebraico. Ne avevo già parlato in articoli come questo. La ricerca di case e strutture varie da esibire come ex camere a gas è un business estremamente redditizio. Se possedete un monolocale in periferia che non sapete a chi affittare, vi consiglio di accreditarlo come ex camera a gas nazista. Con l’esplosione della bolla immobiliare che si profila all’orizzonte, potrebbe essere l’unico vantaggioso sistema di mantenere inalterato il valore dei vostri appartamenti. 

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L'ESPORTAZIONE DELLA PANZANA

by Gianluca Freda (06/07/2007 - 16:15)



Tra le attività più fiorenti della produzione industriale inglese, un posto di primo piano spetta alla manifattura e al commercio delle panzane. Il Regno Unito produce ed esporta panzane di qualità straordinaria, fabbricate con sistemi d’avanguardia, conosciute e apprezzate dai network televisivi e giornalistici di tutto il mondo. Proprio ieri pubblicavo un articolo di Norm Dixon che presentava ai lettori un breve compendio dell’eccellenza di alcuni di questi prodotti. Le fabbriche di panzane britanniche sono instancabili, lavorano giorno e notte e hanno raggiunto in questo settore un primato commerciale e tecnologico che difficilmente potrà essere scalzato da altri – pur agguerriti – concorrenti internazionali. Il commercio della panzana, opportunamente globalizzato e liberalizzato, è attualmente un settore economico di rilevanza strategica che consente all’Inghilterra di resistere con successo all’invasione delle merci cinesi.

Gli ultimi gioielli delle case britanniche sono l’autobomba fumogena, alimentata a chiodi e bombole da campeggio, che è stata presentata al pubblico londinese pochi giorni fa; e naturalmente lo splendido “complotto dei 45 medici che vogliono distruggere l’America”, modello studiato per un target medio-basso ma con prestazioni assolutamente straordinarie in rapporto alla fascia di riferimento. Quest’ultimo prodotto, pur destinato alle fasce medie di consumo, presenta tutte le caratteristiche e i comfort delle panzane di fascia alta, garantendo all’utente un rapporto qualità-prezzo difficilmente eguagliabile in prodotti di analogo livello. Vediamone alcune peculiarità:

- Impianto di condizionamento ad aria fritta: l’utente del prodotto, al sopraggiungere della calura estiva, viene gradevolmente condizionato a disinteressarsi delle notizie più calde da un impianto d’aria fritta rigorosamente di serie. La truculenza inaudita della prospettiva offerta (gli Stati Uniti rasi al suolo dall’equipe del Dr. Gregory House) produce un flusso gradevole e rinfrescante che evita il contatto con l’informazione bollente, come l’articolo di Roberto Saviano sulla capillarità della presenza della camorra nell’edilizia settentrionale o l’auto-incoronazione di Prodi a referente unico nella trattativa sulle pensioni.     

- Trazione integralista: il prodotto è dotato del sistema di trazione, già sperimentato sui modelli superiori, funzionante con il reperimento di folli proclami jihadisti su siti web accuratamente gestiti dall’intelligence inglese. I richiami alla Guerra Santa e le fatwa contro gli infedeli permettono di muoversi agevolmente su qualsiasi terreno, anche molto accidentato. Ad esempio le domande “perché dovrei prendere sul serio un generico proclama jihadista?” e “E’ vero che il sito Al Hesbah è una facciata per agenzie d’intelligence?” vengono agevolmente superate da un sanguinario intervento su blog dello sceicco Swami Salaami e dalle urla scomposte, inneggianti alla morte sacra, dei suoi crudeli seguaci, ospitate nell’apposito forum.

- Alimentazione a patacca: l’avveniristico sistema d’alimentazione a patacca grezza permette un’autonomia di molte prime pagine ed edizioni straordinarie anche ricorrendo a carburante non raffinato. Non c’è bisogno di precisare i nomi dei dottori coinvolti (ad es.: Dr. Yurij Zivago, Dr. Leonard McCoy, Dr. Preston Burke, Dr. James Kildare, Dr. Victor Von Doom, ecc.) né le loro specializzazioni (nefrologia, otorinolaringoiatria, chirurgia del retto, ecc.). E’ sufficiente l’accenno generico a medici fanatici armati di “bombe e granate” per evocare nell’atterrita opinione pubblica l’immagine agghiacciante di rinochirurgie dinamitarde e gastroscopie eseguite a suon di pallettoni. Il sistema d’alimentazione è stato sviluppato unendo le competenze progettuali di due diversi team di ricerca terroristica, la Jihad Islamica e l’Associazione Medici Dentisti.

- Comfort: l’utente viene messo immediatamente a proprio agio grazie all’immersione in un ambiente panzaniero familiare, ricco di riferimenti noti. Non manca nulla: il complotto sventato all’ultimo istante grazie all’intervento degli specialisti, le “fonti anonime della polizia” da cui provengono le informazioni pubblicate, l’opinione pubblica “sotto Schock (sic)” per il terrore dell’apocalisse che la banda dei segaossa avrebbe potuto seminare sul mondo, la “fede islamica” degli arrestati, il loro essere “pronti alla jihad (sic)” e a portare “la morte in territorio americano”. Dolcemente immerso in questo rilassante habitat di bufale senza ritegno, l’utente si addormenta felice alla guida. Il che può essere rischioso, ma solo nel caso in cui la strada sia affollata di passanti ancora svegli. Le case produttrici britanniche stanno facendo il possibile per ridurre al minimo quest’eventualità.

- Concorrenzialità: grazie ad un innovativo progetto di ottimizzazione e risparmio dei costi, le aziende inglesi sono in grado di commercializzare i loro prodotti complottistici a prezzi notevolmente inferiori a quelli delle altre case produttrici. Laddove un complottista tradizionale è costretto a studiare fisica, chimica, dottrine macropolitiche e l’intero scibile umano, a confrontare le proprie ipotesi con quelle altrui, a discutere, a rivedere le proprie teorie con l’emergere di circostanze nuove, a fare a cazzotti con Paolo Attivissimo, le aziende complottiste inglesi hanno messo invece a punto un metodo di produzione efficiente e geniale. Si prende il primo complotto che passa per il melone (ad es. lo spaventoso complotto degli epatologi di Al Qaeda), lo si sbatte in prima pagina senza tante spiegazioni e si butta in galera chi si rotola dal ridere, accusandolo di favoreggiamento al terrorismo internazionale. Ciò consente un notevole risparmio sui costi di produzione del complotto, che non pregiudica, tuttavia, la qualità del prodotto finito.

- Accessori: le emozioni accessorie richieste dal pubblico (corpi smembrati, bambini urlanti, edifici sventrati dalle esplosioni, ecc.), laddove non fossero nella disponibilità della casa produttrice, vengono appaltate ad appositi servizi d’intelligence stranieri, che provvedono a fornirle ai richiedenti con la consueta gentilezza e professionalità. Molte aziende israeliane, pakistane e statunitensi hanno già avviato una proficua collaborazione con le case britanniche, promettendo novità esplosive. 

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LA MINACCIA FANTASMA

by Gianluca Freda (05/07/2007 - 03:17)



IL MISTERIOSO CASO DELLE TRAME
TERRORISTICHE SCOMPARSE

di Norm Dixon
tratto da Global Research
Traduzione di Gianluca Freda

I lettori dei giornali inglesi vengono aggrediti in continuazione da titoli truculenti che gridano alla “minaccia” di “trame terroristiche” potenzialmente catastrofiche, di “fanatisti islamici” catturati in mirabolanti raid notturni. Dettagli “agghiaccianti”, rivelati da “fonti” anonime del governo e della polizia, sottolineano che dovremmo accettare lo “scambio” fra i nostri diritti civili e la “sicurezza”; così gli editoriali rassicurano la popolazione spaventata. Ma trascorsi mesi o anni, la scoperta che molte di quelle “trame” non sono in realtà mai esistite viene sepolta dal più recente scandalo sessuale o dall’ultimo caso di taglieggiamento, quando non viene addirittura taciuta.

Il 10 agosto [2006] il vice commissario della Polizia Metropolitana londinese, Paul Stephenson, ha dichiarato che un piano per “provocare morte e distruzione inaudita” e “sterminio su scala inimmaginabile” era appena stato sventato grazie all’arresto di 24 individui. “Crediamo che l’obiettivo dei terroristi fosse quello di introdurre esplosivi su aerei di linea, nascondendoli nei bagagli a mano, per farli detonare in volo”, sosteneva Stephenson. Tutti i mass media d’Inghilterra e del mondo hanno strombazzato queste affermazioni.

Tuttavia, dopo pochi giorni, le terribili accuse contro le persone catturate, così come le avevano descritte ai media le “fonti” anonime della polizia e del governo britannico, hanno iniziato ad essere più chiare. L’affermazione secondo la quale un attacco sarebbe stato “imminente” era falsa. Le 10 persone accusate di gravi reati di terrorismo non avevano mai fatto una prenotazione, né acquistato un biglietto aereo; alcuni di loro non avevano neanche il passaporto. A quanto sembra, solo uno di loro aveva cercato su internet gli orari dei voli. Non c’era nessuna bomba.

Le affermazioni secondo le quali le persone arrestate avrebbero avuto intenzione di distruggere 10-12 voli di linea erano “teoriche ed esagerate”, come ammesso da un ufficiale britannico al New York Times il 28 agosto. Le illazioni circa una complessa “connessione pakistana” tra gli attentatori e Al Qaeda sono sparite. La possibilità di fabbricare “bombe liquide” mescolando insieme prodotti di uso comune nelle toilette degli aerei in volo è stata smentita dagli esperti.

Messinscena 

Gareth Pierce, avvocato del ragazzo di 17 anni accusato nel processo di possedere materiale “atto alla preparazione di atti di terrorismo”, ha dichiarato il 31 agosto al Chicago Tribune che la polizia aveva volutamente distorto la natura del materiale trovato a casa della madre del ragazzo per avallare i propri grandiosi proclami. Secondo la polizia sarebbero stati rinvenuti “messaggi suicidi”, una mappa dell’Afghanistan e un manuale per la fabbricazione di esplosivi.

Ciò che in realtà era stato trovato, ha spiegato Pierce al Tribune, erano testamenti scritti da persone che avevano combattuto in Bosnia più di 10 anni prima. L’accusato aveva solo sei anni quando questo materiale fu messo in quella scatola! “Non sono messaggi suicidi. Sono semplici testamenti. Chiamarli messaggi suicidi è stato assolutamente vergognoso”, ha detto Pierce.

I testamenti furono trovati in una scatola appartenuta al padre del ragazzo – poi divorziato ed andato a vivere altrove – all’epoca in cui gestiva un’associazione benefica a favore dei profughi musulmani bosniaci. La scatola conteneva anche una rudimentale cartina disegnata dal fratello minore del ragazzo quando era bambino. C’era anche un libro con schemi di circuiti elettrici che, quand’anche fosse stato utile per costruire una bomba, non lo era di certo per il tipo di bomba che secondo la polizia il ragazzo aveva tentato di costruire.

Il 4 settembre la Associated Press ha scritto che la pubblica accusa ha comunicato a un tribunale londinese che i detenuti non verranno processati fino a marzo del 2008. Fino a quella data resteranno in carcere e i dettagli fondamentali del procedimento a loro carico rimarranno segreti.

Menzogne e invenzioni

Reggeranno, di fronte a un tribunale, le accuse mosse dai media e dal governo britannico? Non se verrà posta in evidenza la lunga sequela di bugie, esagerazioni e falsificazioni operate dalla polizia, dal governo e dai media inglesi riguardo ai recenti casi di “terrorismo”.

Come ha evidenziato Craig Murray, ex ambasciatore britannico in Uzbekistan, in un articolo comparso sul suo sito il 14 agosto, “Degli oltre 1000 musulmani inglesi arrestati in base alle leggi antiterrorismo, solo il 12% sono stati poi accusati di qualche reato. Si tratta di una semplice persecuzione, su larga scala, dei cittadini musulmani. Di coloro che sono stati accusati, l’80% sono poi stati prosciolti. La maggior parte dei pochissimi – poco più del 2% degli arrestati – che sono stati condannati, lo è stata per atti che non hanno nulla a che vedere con il terrorismo, ma per reati di poco conto che la polizia aveva scoperto mentre passava al setaccio le vite di quelle persone che aveva distrutto”.

Alle 4 di notte del 2 giugno [2006], circa 250 poliziotti, alcuni dei quali indossavano tute protettive contro le armi chimiche, fecero irruzione in una casa di Forest Gate, nella zona est di Londra. Secondo la polizia all’interno della casa vi sarebbe stata una bomba chimica. Svegliati dal rumore delle porte che venivano abbattute, le due famiglie che vivevano nella casa pensarono a un assalto di rapinatori. Mohammed Abdul Kahar fu colpito al torace da un proiettile della polizia, che non si era curata di identificarsi o di dare un avvertimento, mancando di poco il cuore.

Lo squallido Sun di Rupert Murdoch il 3 giugno iniziò subito a diffondere il panico antislamico, pur non avendo l’ombra di una prova: “UNA BOMBA CHIMICA in possesso di terroristi islamici avrebbe potuto esplodere in qualunque momento, stando a quanto temuto dalla polizia. Si ritiene che l’ordigno fosse progettato per liberare una nube tossica in un luogo affollato, uccidendo centinaia di persone. Gli agenti più esperti sono convinti che fosse stata realizzata per un “imminente” attacco nel Regno Unito… Ieri notte si è tenuta una caccia frenetica per trovare la bomba prima che i fanatici potessero attivarla. Una fonte esperta della polizia ha affermato: “Siamo assolutamente certi che l’ordigno esista e che avrebbe potuto essere utilizzato in un attentato suicida o attivato con un controllo a distanza”.

Per non essere da meno, il Times di Murdoch riferiva il 3 giugno del ritrovamento di un “letale giubbotto per attentati chimici suicidi”. Non era mai esistita nessuna bomba né giubbotti suicidi. Kahar e suo fratello furono detenuti per otto giorni senza accuse sulla base della Legge Atiterrorismo (2000) prima di essere rilasciati. “L’unico crimine che ho commesso è quello di essere asiatico e di portare la barba lunga”, disse Kahar alla BBC il 13 giugno. “Non hanno avuto neppure la decenza di scusarsi”.

“Mercurio rosso”

Uno degli esempi più bizzarri di come il governo, la polizia e i media britannici lavorino di comune accordo per fabbricare la paura del terrorismo, si ebbe quando il noto “finto sceicco” Mazher Mahmood, in realtà un giornalista del viscido News of the World di Murdoch che ha l’abitudine di travestirsi con abiti arabi per ingannare personaggi celebri e meno celebri e spingerli a compromettersi, insieme a un agente di polizia sotto copertura, tentarono nel 2004 di incastrare tre persone in una trama terroristica “virtuale”.

Mahmood si offrì di vender loro una sostanza radioattiva immaginaria, il “mercurio rosso”, dicendo che avrebbe potuto essere usata per la fabbricazione di una “bomba sporca”. I tre, comunque, sembravano più interessati al fatto che, secondo Mahmood, il mercurio rosso sarebbe stato anche utile per ripulire le banconote segnate. Dopodichè il poliziotto in incognito si offrì di acquistare la sostanza dai tre individui al prezzo di 300.000 dollari al chilo. 

Con l’approvazione del procuratore generale del governo Laburista, i tre idioti vennero arrestati da una squadra antiterrorismo il 24 settembre 2004. Furono accusati di aver tentato di procurarsi fondi e materiali per il terrorismo e di essere in possesso di una “sostanza altamente pericolosa a base di mercurio” per usi terroristici. Il giorno dopo, News of the World strillava in prima pagina: “Poliziotti antiterrorismo intervengono dopo la scoperta, fatta da News of the World, di un’asta di materiale radioattivo”. Il mercurio rosso, stando alle bufale che News of the World sbolognava ai suoi sventurati lettori, era “una letale sostanza sviluppata dagli scienziati russi durante la Guerra Fredda per costruire bombe nucleari portatili”.

I tre restarono in carcere fino al loro proscioglimento, avvenuto due anni dopo. Durante il processo, che costò oltre un milione di sterline, la pubblica accusa affermò che “la posizione della Corona è che l’esistenza o inesistenza del mercurio rosso è irrilevante” e chiese alla giuria di non “fossilizzarsi” su questo punto. Per fortuna la giuria non gli diede retta.

Autogol a Manchester

La squadra inglese governo-polizia-media segnò un autogol nell’aprile 2004, quando 400 poliziotti di Greater Manchester catturarono 10 curdi iracheni. A guidare il linciaggio fu sempre il Sun, il quale pubblicò una storia completamente inventata che recitava: “Il progetto di un attentato suicida per uccidere migliaia di tifosi alla partita Manchester United-Liverpool di sabato prossimo è stato clamorosamente sventato nella giornata di ieri. Poliziotti armati hanno arrestato 10 sospetti terroristi in un blitz avvenuto all’alba. I vertici dell’Intelligence ritengono che fanatici di Al Qaeda progettassero di farsi esplodere in mezzo a 67.000 ignari tifosi. Una fonte rivela: “Il bersaglio era lo stadio di Old Trafford”. I fanatici islamici progettavano di sedersi in punti differenti per provocare la massima strage. Avevano già comprato i biglietti per posti in diverse posizioni dello stadio, stando a quanto affermato ieri sera dalla polizia”.

Tutta la fantastica storia, nonché le presunte accuse della polizia contro i curdi, erano state costruite su informazioni trapelate dagli ambienti di polizia riguardo al “ritrovamento” di un paio di matrici di biglietti di una vecchia partita del Manchester United in casa di uno dei sospettati. Costui era davvero un fanatico: un fanatico del Manchester United, che aveva conservato le matrici come souvenir dell’unica partita a cui lui e un suo amico avevano assistito! I biglietti erano stati comprati sottobanco, il che spiega perché si riferissero a zone diverse dello stadio. Le 10 persone vennero rilasciate senza accuse.     

Il riflusso del Ricin

Tra le finte “minacce terroristiche” inventate dal governo britannico, quella sfruttata con maggiore cinismo fu forse l’annuncio fatto dalla polizia nel gennaio 2003, secondo il quale sarebbero stati “sventati i piani di una cellula terroristica di utilizzare in un attacco il veleno noto come Ricin”.

Il 7 gennaio alcuni ministri del governo inglese annunciarono che “tracce di Ricin” erano state rinvenute in un appartamento ispezionato dalla polizia. Il primo ministro Tony Blair sfruttò questo “piano” per rafforzare la campagna propagandistica a favore della guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein. Blair se ne uscì con la ridicola affermazione che il rinvenimento del Ricin, che è letale solo se iniettato direttamente nel flusso sanguigno di un individuo, sarebbe stata la prova che “questo pericolo [delle armi di distruzione di massa] è effettivo e concreto e incombe su di noi. Il suo potenziale è enorme”.

In seguito, anche il Segretario di Stato americano Colin Powell fece riferimento a questa presunta “cellula terroristica” durante il suo discorso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il 5 febbraio 2003, sostenendo la necessità di una guerra contro l’Iraq se Hussein non avesse abbandonato le sue inesistenti armi di distruzione di massa. Powell affermò che si trattava di una prova del “sinistro legame tra l’Iraq e la rete terroristica di Al Qaeda”.

La verità era che non c’era nessuna cellula di Al Qaeda e nessun Ricin. Nel giorno stesso in cui il governo annunciava la scoperta delle “tracce di Ricin” nell’appartamento, gli esami compiuti nei laboratori di ricerca del governo stesso, a Porton Down, evidenziavano che il Ricin non esisteva. Questi risultati vennero tenuti segreti dal governo per più di due anni.

Nell’aprile 2005, quattro persone vennero prosciolte dalle accuse di cospirazione nella preparazione di atti di terrorismo, mentre le accuse contro altri quattro individui vennero lasciate cadere. Una sola persona, Kamel Bourgass, fu incarcerata in base alla più lieve accusa di “aver cospirato per turbare l’ordine pubblico attraverso l’uso di veleni e/o esplosivi”, fondata sul possesso di “ricette” per il Ricin e su prove dei suoi tentativi di prepararlo. In ogni caso, il 20 aprile 2005, l’Independent riferiva che “il professor Alistair Hay, uno dei tossicologi più famosi d’Inghilterra, ha affermato che i tentativi di Bourgass di fabbricare armi tossiche con le sue piccole quantità di ingredienti e il suo rudimentale laboratorio, erano assolutamente dilettanteschi e impossibili da portare a termine”.  

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TEMPI DURI PER I TERRORISTI

by Gianluca Freda (03/07/2007 - 18:39)



Non ha perso tempo il senatore Joe Lieberman, uno dei membri del Partito Democratico che maggiormente hanno appoggiato le guerre “contro il terrorismo” americane e israeliane. Joe Lieberman, come si ricorderà, è il senatore del Connecticut che fu clamorosamente trombato alle primarie dei Democratici del 2006, grazie al passaparola su internet che lo additò, a ragione, come un cavallo di Troia israelo-neocon all’interno del Partito Democratico e che spinse molti utenti del web ad andare a votare per il suo diretto concorrente, lo sconosciuto Ned Lamont. Lieberman, già rieletto senatore per tre volte, era stato affiancato ad Al Gore nelle elezioni presidenziali del 2000, poi vinte da Bush con l’imbroglio. Si trattava, ovviamente, di una mossa predisposta dalla lobby ebraica americana per fronteggiare l’eventualità che la truffa elettorale organizzata per mandare i neocon al potere non avesse funzionato. In questo caso Lieberman sarebbe stato pronto a controllare il presidente Gore passo per passo, esattamente come oggi Cheney controlla e manovra Bush in ogni decisione politica. Lieberman ha il doppio passaporto americano e israeliano e la sua natura di elemento di sorveglianza sionista all’interno del Partito Democratico non è più tanto segreta.

Ora prendendo al volo l’occasione offerta dalle autobombe-catorcio piazzate a Londra, Lieberman è nuovamente sceso in campo per affermare la necessità della sorveglianza indiscriminata sulle conversazioni telefoniche dei cittadini americani. “Spero che gli attentati terroristici di Londra”, ha grugnito Lieberman, “servano a dare la sveglia a noi americani, affinché cessi questo inutile battibecco sulla necessità della sorveglianza elettronica”. Lieberman si riferiva al programma di intercettazioni elaborato dalla Casa Bianca per il quale la Commissione di Giustizia del Senato americano ha presentato formale richiesta di spiegazione ai membri dell’esecutivo. Inutile dire che le spiegazioni non sono state fornite. Lieberman ha anche richiesto un uso più massiccio delle telecamere di sorveglianza, prendendo a modello l’Inghilterra, che è ormai il paese con la più alta concentrazione di telecamere-spia del mondo intero. Con quali brillanti risultati, lo si è visto proprio nell’”attentato” dei giorni scorsi, eseguito dai suoi artefici nella massima tranquillità, alla faccia del Grande Fratello e del suo occhio onniveggente.   

A Lieberman ha immediatamente fatto eco un altro noto giudeo-americano, Michael Chertoff, capo del ministero della Homeland Security, figlio di un rabbino, anche lui con doppio passaporto americano e israeliano. “Sono molto preoccupato”, ha spiegato Chertoff nella trasmissione “Fox and Friends”, “che si possano perdere gli strumenti che utilizziamo ogni giorno per prevenire quel tipo di trame che, come abbiamo appena visto, conducono ad attentati come quelli londinesi”.

Si tratta, ovviamente, di scempiaggini. Le intercettazioni telefoniche non hanno mai impedito gli attentati, anche perché questi ultimi, quasi sempre, sono organizzati dagli stessi intercettatori. Le “autobombe” di Londra sono state individuate grazie alla segnalazione di alcuni cittadini, che hanno visto il fumo uscire dai finestrini e hanno chiamato la polizia, non certo grazie alle intercettazioni preventive. Queste ultime hanno il solo scopo di garantire potere di controllo e di ricatto su politici e cittadini, a tutto vantaggio degli israeliani e dei loro pupazzi insediati nei punti chiave della politica occidentale.

L’interesse degli israeliani e delle loro spie politiche nelle intercettazioni è ovviamente duplice. Da un lato vi è un interesse geostrategico ad accrescere il controllo sui politici e i cittadini americani per costringere gli Stati Uniti a proseguire le guerre mediorientali che a Israele interessano e che gli stessi americani iniziano a sentire come disastrose e controproducenti. Dall’altro vi è un enorme interesse economico: Israele, come ben faceva notare Naomi Klein in questo articolo, è fra i massimi esportatori mondiali di sistemi militari e d’intelligence per la “lotta al terrorismo”. Israele, stato terrorista, ha tutto l’interesse a che il terrorismo continui a crescere e prosperare, e non soltanto il suo. Tra le aziende israeliane che prosperano grazie al terrorismo ci sono la AMDOCS, azienda hi-tech specializzata nelle comunicazioni, che ha stipulato contratti con le maggiori compagnie telefoniche americane e la Comverse Infosys, che fornisce sofisticati sistemi d’intercettazione. La Amdocs fornisce all’FBI una rete logistica che registra ogni telefonata effettuata sul territorio nazionale. La Comverse fornisce le apparecchiature e i software per le intercettazioni. Si tratta di contratti che portano milioni e milioni di dollari nelle casse di queste aziende. E’ dunque comprensibile che Lieberman e Chertoff si interessino alla prosperità territoriale ed economica del popolo eletto, anche a costo di mettere sotto le scarpe i diritti e gli interessi del popolo americano, ormai saldamente in mano alle loro lobby.

Ce la faranno? Mah. Di sicuro gli attentati di Londra sono stati assai poco convincenti e hanno avuto scarsa presa sull’opinione pubblica. Nonostante gli sforzi dei media di regime, gli sperperi di fiato di Gordon Brown e gli strilli di Scotland Yard che si sforza di vedere “la mano di Al Qaeda” anche in autobombe fatte, visibilmente, con i piedi, il ritornello della “minaccia terrorista” ha perso il suo appeal. Qualunque cittadino sano di mente preferisce ormai affrontare la remota possibilità di imbattersi in un paio di autobombe fumogene ogni tre-quattro anni, piuttosto che rassegnarsi a vedere ogni sua telefonata alla morosa scrupolosamente registrata dagli israeliani, controllata dal  governo e utilizzata contro di lui in caso di necessità. Ciò crea qualche rischio. Non è improbabile che il crescendo di attentati in questi giorni (ultimo quello nello Yemen) sia il segnale che i sionisti e i loro referenti politici in occidente stanno progettando un attentato in grande stile, una replica di quel loro grande successo che andò in scena l’11 settembre 2001. Ma non credo che riuscirebbero, neanche con una nuova strage, a indirizzare il risentimento dell’opinione pubblica verso qualcosa di diverso dalle loro poltrone. Lo si vide già negli attentati madrileni del 2004, che non riuscirono a salvare Aznar e furono anzi la principale causa della sua sconfitta elettorale. Gli subentrò Zapatero, che ritirò le truppe spagnole dall’Iraq subito dopo le elezioni, assestando il primo duro colpo alla “coalizione dei volonterosi”. Nuovi, clamorosi attentati non farebbero che peggiorare l’immagine di USA e Israele, che iniziano finalmente ad essere percepiti, anche presso le opinioni pubbliche occidentali, come i veri architetti del terrorismo.

Non è un caso che un recente sondaggio, condotto dalla Harris Interactive per conto del Financial Times, riveli che il 32% di un campione scelto fra i cittadini di Francia, Inghilterra, Germania, Spagna e Italia consideri ormai gli Stati Uniti come una minaccia alla sicurezza mondiale più grave di quelle di Iran e Corea del Nord messe insieme. Certo, in America le cose vanno un po’ meglio, la “minaccia” più gettonata (25%) è la Corea del Nord, mentre solo l’11% dei cittadini statunitensi considera il proprio paese come la più grave minaccia alla sicurezza del mondo. Ma un nuovo attentato in America sarebbe poco prudente, con un’opinione pubblica che è comunque avversa all’esecutivo (il sostegno a Bush è ormai il più basso dell’intera storia dei presidenti americani) per le guerre fallimentari, l’immigrazione massiccia, la perdita e lo svilimento dei posti di lavoro, il declino del dollaro, il rincaro dei prezzi, la violenza e la prepotenza crescente delle forze di polizia federale, l’arbitrio delle corti di giustizia. Proteste fiscali come quella portata avanti da Ed e Elaine Brown sono il segnale che il feeling tra i cittadini americani e le loro istituzioni si è definitivamente spezzato. Questo tipo di proteste non è più così facile da isolare e annichilire per via mediatica, come lo fu in passato. Rischia di diventare una miccia che potrebbe trasformare un nuovo attentato false flag su suolo americano in un boomerang dalle conseguenze imprevedibili. No, se attentato deve esserci esso va attuato nel vecchio continente, dove però la popolarità di USA e Israele, pur sostenuta dai governi, è ai minimi storici presso le opinioni pubbliche. Lo spazio per gli atti terroristici e le restrizioni libertarie che essi giustificano rischia di ridursi a una povera cosa, un gioco che non vale la candela. Tempi duri, decisamente duri per Al Qaeda e i suoi sponsor.  

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