OLOCAUSTO: UN'IDEA DI SUCCESSO

IN DIFESA DI FOXMAN, O: ARMENI, DATEVI UNA CALMATA
di Israel Shamir
da www.israelshamir.net
Traduzione di Gianluca Freda
Anche un orologio guasto segna l’ora esatta due volte al giorno. Abe Foxman, capo della polizia del pensiero giudaico-massonica chiamata ADL, indubbiamente uno dei personaggi più repellenti della vita pubblica americana, non è utile quanto un orologio, ma una volta tanto può anche avere ragione. E quella volta è adesso.
Il Congresso americano, questo moderno aeropago di santi e di saggi, la più alta autorità morale del pianeta, sta per condannare
I motivi non sono certo di natura morale. I promotori americani vogliono punire
Gli armeni, sempre pronti a scimmiottare gli ebrei, vogliono avere un olocausto registrato a loro nome, ricolmo di risarcimenti, di musei e di permessi per massacrare i loro vicini azeri. Perché mai gli eventi del 1915 dovrebbero legittimare le loro atrocità contro gli azeri, i quali consentirono tra l’altro ai rifugiati armeni di sistemarsi nel loro territorio? Anche qui, gli armeni hanno preso a prestito una pagina dal libro degli ebrei: se gli ebrei possono uccidere palestinesi innocenti, sulla cui terra avevano trovato rifugio dopo essere stati espulsi dalla Germania, allora anche gli armeni possono fare la stessa cosa agli egualmente innocenti azeri.
Questa decisione rischia di creare attriti con
Ora, quando si tratta di questioni importanti, un italiano consulta il suo prete, uno svizzero il suo banchiere, un tedesco il suo poliziotto, mentre un americano va dagli ebrei, felicemente riuniti in un’istituzione religiosa e finanziaria con funzioni di polizia segreta. In questo caso, Abe Foxman ha detto una cosa giusta: “Un intervento congressuale non sarà d’aiuto ad una riconciliazione su questo argomento. La risoluzione porta a prendere una posizione, ad esprimere un giudizio. Turchi e armeni hanno bisogno di rivedere il proprio passato. La comunità ebraica non dovrebbe ergersi ad arbitro di quella storia, né dovrebbe farlo il Congresso americano”. Dopo questa dichiarazione,
I motivi di Foxman erano interessati quanto quelli degli apologisti armeni.
Foxman è stato attaccato e quasi linciato da molti membri della sua comunità, che avevano sognato per anni questa opportunità di politicamente corretto. [vedi qui]. Difficile dispiacersi per la sua possibile scomparsa politica. Però questa volta aveva ragione. Il Congresso americano e la comunità ebraica non dovrebbero ergersi ad arbitri della storia.
Se gli americani hanno voglia di condannare gli omicidi di massa, dovrebbero cominciare da casa propria. Inizino a condannare l’omicidio di massa di irakeni e afghani, invece di finanziare il suo incremento. Dopodiché, potrebbero condannare gli omicidi di massa compiuti dai loro padri e nonni – si tratti di Dresda o di Hiroshima, del Vietnam o della Cambogia, delle Filippine o del Messico, di Atlanta o di Wounded Knee – offrendo risarcimento alle vittime e a tutte le nazioni che hanno bombardato e derubato. In questo modo si guadagnerebbero almeno il diritto morale di esprimere il proprio punto di vista, se non proprio quello di ergersi a giudici.
Anche gli ebrei dovrebbero scendere dal loro cavallo bianco, visto che continuano a soffocare e affamare Gaza. Che paghino per gli orrori della Nakba, l’olocausto palestinese, per 60 anni, prima di aprire ancora il becco su questioni di genocidio, in Turchia o in Sudan. Ma è improbabile che lo facciano. Non capiscono quando è ora di fermarsi. Questo estremismo sarà causa, alla fine, della loro sconfitta. Hanno voluto portare una buona idea comunista ai suoi estremi trotzkisti e adesso, portando l’olocaustismo alle estreme conseguenze, hanno lanciato una campagna di “riconosci il genocidio” e creato una nuova coalizione imparziale e multietnica per contrastare la negazione di noti casi di genocidio, come quelli del Darfur, della Cambogia, degli ebrei, del Ruanda e dell’Armenia.
Mi domando perché fermarsi qui. Perché non includere anche il sacco di Troia e il genocidio che ne seguì? Non negatelo, i troiani si sono estinti, tranne che sui computer! E pensate al genocidio più antico di tutti, quello dei Neandertaliani. Essi furono sterminati dall’Homo Sapiens. I nostri antenati li ammazzarono tutti. Non dovremmo mai dimenticare né perdonare questo crimine.
A proposito degli armeni, il Congresso americano dovrebbe riconoscere e condannare anche il massacro dei ciprioti da parte degli armeni nel 13° secolo, che portò allo spopolamento dell’isola, o il massacro degli azeri a Baku nel 1918 (oltre 30.000 morti) e a Kalabagh nel 1992, entrambi opera degli armeni. D’altro canto, poiché gli armeni sono discendenti della tribù di Amalek, il Congresso americano dovrebbe riconoscere il loro genocidio ad opera di re Saul e chiedere agli ebrei un risarcimento...
Nutro molte riserve riguardo le moderne invenzioni, e il genocidio, concetto inventato nel 1945, è una di queste. Nulla è cambiato nell’omicidio da quando esso fu praticato per la prima volta da Caino su Abele; che bisogno c’era di inventarsi un concetto nuovo di zecca? Il suo inventore, un ebreo polacco di nome Raphael Lemkin, era consigliere degli Stati Uniti. Egli sentiva che uccidere un ebreo è un crimine molto peggiore dell’uccidere un semplice goy. Per questo motivo studiò il Talmud, e il Talmud fa appunto questa importante distinzione. Allo scopo di convincere i goyim americani, inventò il concetto di genocidio. Perciò “genocidio” non è che una nuova parola per esprimere quel particolare crimine di cui parla il Talmud, che consiste nell’uccidere o minacciare un ebreo. Il genocidio non è la stessa cosa del “massacro di civili”, altrimenti le vittime dell’assedio di Leningrado o del bombardamento di Dresda conterebbero qualcosa.
Il concetto di “genocidio” fu inventato dagli ebrei e le invenzioni degli ebrei vanno bene solo per gli ebrei. Ad esempio, l’assedio ebraico di Gaza rientrerebbe nella categoria del genocidio, ma provate a dirlo: verrete chiamati nazisti ed emarginati dalla società perbene. Del resto, quando Ahmadinejad chiama alla distruzione dello stato razzista degli ebrei, si tratta di “genocidio”; quando un missile di Hezbollah uccise dieci soldati israeliani lo scorso agosto, fu un caso di “genocidio”; perché essi “sono stati uccisi solo in quanto ebrei”. L’uccisione di un goy non conta: quando i tedeschi affamavano Leningrado, gli americani lanciavano l’atomica su Hiroshima e gli ebrei bombardavano Gaza e Beirut, questo non era genocidio, perché i carnefici erano indifferenti all’orientamento etnico-religioso delle loro vittime, affermano gli esegeti del politically correct. Gli Yankee non potevano escludere che Hiroshima fosse popolata da scozzesi; i tedeschi avrebbero anche potuto pensare che Leningrado fosse di maggioranza Zulu; mentre gli ebrei erano convinti che a Beirut e Gaza vivessero solo terroristi assassini. Questa spiegazione è così forzata che tocca tirare in ballo il Rasoio di Occam: la mia spiegazione, “genocidio vuol dire uccisione di ebrei”, è molto più semplice.
In seguito, l’omicidio di massa degli ebrei fu promosso al rango di “Olocausto”, mentre il concetto di genocidio fu degradato e utilizzato per etichettare il nemico in generale: comunisti, musulmani, tiranni disobbedienti. L’uccisione di poche dozzine di briganti albanesi nel Kosovo fu definita “genocidio”,
Ascoltate: la guerra è un inferno e uccidere civili è un crimine, o dovrebbe essere un crimine, qualunque sia il loro background etnico. Questa semplice regola è molto meglio dell’innovazione del genocidio. Il problema è che essa elimina la superiorità morale degli Alleati sull’Asse, poiché entrambe le parti uccisero un gran numero di civili. Ma questo non dovrebbe importarci. Liberiamoci dell’invenzione del genocidio. Essa non ci aiuta in alcun modo e aiuta invece i nostri nemici.
Joachim Martillo ha scoperto che la campagna contro il genocidio in Darfur è stata ideata e orchestrata dalla rete ebreo-americana “Progetto David” e dai suoi affiliati allo scopo di demonizzare musulmani e arabi e di coinvolgere i non ebrei [vedi rivelazioni alle pagine http://eaazi.blogspot.com/ e http://karinfriedemann.blogspot.com/ ]. Non c’è dubbio: la lobby armena ha firmato quel progetto su tutte le linee tratteggiate. Se non lo avesse fatto, non sarebbe andata molto lontano.
Allora, cosa successe agli armeni? Gli armeni soffrirono durante
Da allora il mondo è cambiato. L’Impero Ottomano non esiste più; e
La dissoluzione degli imperi è un evento doloroso che porta con sé guerre di successione come eredità permanente. Eppure, l’India non reclama risarcimenti dall’Inghilterra per i massacri di Indù e Musulmani e per le guerre del 1948. Succede spesso che una comunità paghi le conseguenze di scelte sbagliate fatte durante una guerra. Gli armeni le pagarono senz’altro, ma non si può dare la colpa ai turchi. Dovremmo respingere il concetto razzista di ereditarietà della colpa: chiunque avesse torto nel 1915 oggi è sicuramente defunto.
Oggi gli armeni vivono in pace nella moderna Turchia; non sono alla ricerca di condanne. Il giornalista armeno recentemente assassinato era chiaramente contrario a simili condanne provenienti da un governo straniero. Riteneva che si trattasse di un problema interno alla Turchia. Aveva ragione: ogni nazione dovrebbe ricercare la propria anima e attribuire le proprie colpe. Ma l’abitudine dei benpensanti occidentali di distribuire torti e ragioni dovrebbe essere limitata al minimo.
Perfino nel caso della nostra amata Palestina, noi non chiediamo al Congresso USA di condannare
Consiglio anche agli armeni di badare al loro presente. A causa della loro ossessione per il passato, la loro Repubblica è allo sfascio. Chiunque ne abbia la possibilità, emigra. Ci sono più armeni a Mosca che a Yerevan. Mettersi nelle mani dei neocon non migliorerà la loro situazione. Invece di aggravarla e di sognare di ridisegnare le carte geografiche, dovrebbero darsi una calmata e fare la pace con i loro vicini turchi, azeri e curdi.
IL POPOLO? NON CI SERVE, GRAZIE.

Riguardo ai fatti dell’11 settembre, un lettore anonimo ha scritto nei commenti:
Il problema a mio parere (perchè non ci pensate un po'?) è come fare arrivare queste notizie in televisione! Il fatto che qualche persona intelligente ce le proponga su internet è importante ma io mi accorgo che quando ne parli al di fuori pensano davvero che sei una persona appena arrivata dalla Luna. E' stato provvidenziale che noi ci siamo trovati su internet e che sappiamo a differenza di altri cose importanti perchè qualcuno è in grado di reperire le fonti etc ma siamo troppo pochi al massimo il 20% e questa cifra se non aumenta decreterà un'amara sconfitta per tutti. Il panorama non è affatto rassicurante anzi è in peggioramento bisognerebbe meditare e trovare delle modalità per fuoriuscire da questo gruppo provvidenziale non servendosi delle strade bloccate ma utilizzando nuovi canali,pensiamoci!
Io penso invece che dovremmo liberarci dell’ossessione della TV e della maggioranza.
Non è vero che il panorama non è rassicurante. E’ vero il contrario. Lentamente, ma inesorabilmente, le cose si stanno muovendo a nostro favore, se è vero che una parte sostanziosa del pubblico inizia ad abbandonare le cazzate dei TG e della carta stampata – altro strumento di disinformazione – per informarsi su internet.
Dobbiamo anche liberarci dell’ossessione di essere maggioranza. Nessuna grande rivoluzione della storia è mai stata attuata da maggioranze, ma sempre e soltanto da minoranze organizzate e determinate. Giornalisti e direttori di network non sono una maggioranza, sono una sparuta minoranza che ha per le mani un potente strumento di orientamento del pensiero. Anche noi adesso ne abbiamo uno, mille volte più potente, e tutto ciò che dobbiamo fare è svilupparlo e difenderlo dagli attacchi. Alcuni servizi del web di fondamentale importanza sono già sotto attacco, come Youtube, che è stato comprato da Google e reso inutilizzabile. Per fare solo un esempio, sono spariti tutti i filmati relativi al revisionismo dell’olocausto. Filmati come “Holocaust Denial Movie”, che è stato censurato su pressione delle solite lobby giudaiche (ma lo si trova lo stesso su altri siti con una semplice ricerca). In compenso è stato lasciato al suo posto il filmato di replica dei cosiddetti debunker, che come sempre spaccano il capello in quattro nel tentativo di dimostrare l’indimostrabile, con una tecnica ripresa dalle stucchevoli “suasorie” dell’antichità latina che avrebbe fatto la felicità dei parolai del Foro. Della serie: ascolterete solo le verità che piacciono a noi. Occorre ricostruire al più presto, altrove, l’opportunità che Youtube offriva e che ci è stata sottratta. Forse ci sta pensando il sito The Pirate Bay, che ha annunciato il prossimo varo di “The Video Bay”, un nuovo sito di filmati in streaming libero da ogni censura. Non resta che sperare per il meglio.
Alla maggioranza non importa nulla della verità. E’ ossessionata dai mutui, dallo shopping, dalla ricerca di lavoro, se ne è priva, o dalle rivalità con i colleghi di lavoro, se un lavoro ce l’ha. Non capisco perché a noi dovrebbe importare di loro. Alla maggioranza delle persone non frega niente di sapere che sono schiave, anzi, detestano e maledicono chi glielo dimostra. La maggioranza non ha tempo né voglia di ricercare la verità e chiede soltanto che qualcuno gliela offra già bella e pronta.
Sei miliardi di spettatori chiusi in casa ad assistere, applaudire e giocare con
NON CI SONO PIU' I DEBUNKERS DI UNA VOLTA

Un lettore che si firma “Marconi” scrive nei commenti:
Copio&Incollo un mio intervento su un'altro forum dove qualcuno ha avuto il cattivo gusto di postare il tuo trash-articolo... Ancora con queste str...te, ma è mai possibile? Inutile ripetere all'infinito domande ovvie, tanto i sostenitori del complotto riescono a sopraffarti per stanchezza. * Inutile ricordare loro, che i parenti delle vittime non sono comparse. * Inutile ricordare loro, che i parenti delle vittime erano a conoscenza su quale volo i loro estinti si sarebbero imbarcati. * Inutile ricordare loro, che un volo schedulato non s'inventa all'improvviso e che dietro a quello vi è una macchina organizzativa enorme che comprende il coinvolgimento di centinaia di personale dislocato in più aeroporti, personale di terra e di volo. * Inutile ricordare loro, che...ecc, ecc, ecc.... * ... * ... * ... E in quanto al Bureau of Transportation Statistics, se si avesse la premura di andare a spulciare le statistiche di quel giorno, si potrebbe scorgere la seguente nota: "On September 11, 2001, American Airlines Flight #11 and #77 and United Airlines #93 and #175 were hijacked by terrorists. Therefore, these flights are not included in the on-time summary statistics."
[Il lettore inserisce un link a QUESTA PAGINA del sito del BTS dove si legge, appunto: “L’11 settembre 2001 i voli 11 e 77 della American Airlines e i voli 93 e 175 della United Airlines furono dirottati da terroristi, perciò le statistiche di quei voli non compaiono nel sommario delle partenze regolari (on-time statistics)”]
Tutto questo mi ricorda un po' l'altra leggenda metropolitana che vuole assenti i nomi dei terroristi dalla lista delle vittime dell'11/09...Ma fu per rispetto delle vittime che i nomi dei terroristi furono omessi da quella lista. In conclusione : GIANLUCA FREDA COPIANCOLLATORE DI NOTIZIE D'OLTRE OCEANO, VINCITORE DEL PREMIO "MIGLIOR TRASH 2007"
Rispondo:
- E’ vero che i parenti delle vittime non sono comparse. Esistono associazioni di parenti delle vittime delle Twin Towers, piuttosto incazzate e combattive, che chiedono la riapertura delle inchieste sull’11/9 e non credono affatto ai risultati della commissione d’inchiesta.
Qualcuno ha mai sentito parlare di associazioni di parenti delle vittime degli aerei dirottati? Qui faccio solo presente che quattro presunti passeggeri del volo 11 della American Airlines, i cui cognomi erano Ward, Weems, Roux e Jalbert, sono inspiegabilmente segnalati anche come passeggeri del volo 175 della United Airlines, che colpì la torre sud.
- E’ vero che un volo “schedulato” (parola orrenda, ma si fa per capirsi) non s’inventa all’improvviso. L’articolo dice appunto che i voli della AA coinvolti nell’11/9 non erano “schedulati”.
- La nota citata dal lettore alla pagina del BTS (come si può leggere QUI) è stata aggiunta dopo il novembre 2003. Prima di allora, la pagina del BTS relativa ai voli United Airlines dell’11/9 era quella che si può vedere QUI (qualcuno, prevedendo manipolazioni successive, ha immaginato che fosse prudente salvarla e conservarla a futura memoria).
I voli della American Airlines, invece, non sono mai stati inseriti nelle statistiche del BTS, semplicemente perché quel giorno non erano programmati. A proposito: anche in questo caso starò scoprendo l’acqua calda (come mi accusa giustamente di fare un lettore di ComeDonChisciotte); però sono rimasto sbigottito nello scoprire che i voli della UA, che avrebbero dovuto restare distrutti durante i fatti dell’11/9, hanno invece continuato a volare indisturbati per altri quattro anni, fino al 28 settembre 2005. Solo allora sono stati registrati come “cancellati”, non come “distrutti”, che sarebbe la normale dicitura di registrazione dopo un incidente.
- Queste note sono state redatte nello spazio di 10 minuti, nel tempo compreso tra la colazione e il salire in macchina per andare al lavoro. A volte bastano 10 minuti di documentazione per evitare di dire fesserie. Grazie comunque del premio, caro Marconi. Me lo spedisci per posta o devo venirlo a ritirare di persona?
11 SETTEMBRE: CE LO SIAMO SOGNATO.

Ogni tanto, gironzolando sul web, si scoprono cose che lasciano allibiti. La pagina di Wikipedia dedicata all’American Airlines è stata modificata nella parte che riguarda i dirottamenti dell’11 settembre 2001.
Sentite un po’.
La versione originale (ultima revisione: 23 aprile 2006, ore 13.29) era la seguente (traduco):
“Due aerei della American Airlines vennero dirottati e si schiantarono nel corso degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001: il volo American Airlines 77 (un Boeing 757) e il volo American Airlines 11 (un Boeing 767)”.
Per chi non lo ricordasse: il volo 77 era quello che, secondo la leggenda, si sarebbe schiantato sul Pentagono, mentre il volo 11 era l’aereo schiantatosi contro
Bene. La pagina di Wikipedia è stata modificata il 25 aprile 2006 e attualmente vi si legge:
“Due aerei della American Airlines vennero dirottati e si schiantarono nel corso degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001: il volo American Airlines 77 (un Boeing 757) e il volo American Airlines 11 (un Boeing 767). Benché questi voli fossero partenze giornaliere prima dell’11 settembre 2001 e anche il mese successivo, tuttavia né il volo 11 né il volo 77 erano programmati per l’11 settembre 2001. I registri curati dal Bureau of Transportation Statistics (www.bts.gov/gis/) non elencano, per quel giorno, nessuno dei due voli”.
Capito? Gli aerei che si schiantarono contro il WTC e contro il Pentagono non erano in programma per l’11 settembre 2001 e secondo il BoTS non sono mai decollati. A questo punto sorge la legittima curiosità di chiedere ai curatori di Wikipedia – nonché al BoTS - che cosa, esattamente, abbia colpito, secondo loro, le torri e il Pentagono in quel giorno fatidico.
Si dirà che Wikipedia è un’enciclopedia “aperta” ed è tristemente nota per le manipolazioni incontrollate (o poco controllate) che chiunque può eseguire sulle sue voci.
Ma qui viene il bello.
Stando ad una ricerca eseguita dai curatori, la modifica in questione è stata effettuata dall’indirizzo IP 144.9.8.21, che è situato presso gli uffici della stessa American Airlines. Perché
Io, nel mio piccolo, corro a tirare di nuovo fuori dal cassetto la mia vecchia tesi degli aerei militari camuffati e teleguidati...
L'OCCIDENTE IN SINTESI

NAUSEA
di Layla Anwar
dal blog irakeno An Arab Woman Blues
traduzione di Gianluca Freda
22 agosto 2007
Sono così disgustata da tutto che non me la sento neppure di scrivere.
Sono disgustata dagli americani, dai britannici, dai francesi, dai tedeschi, dagli scandinavi, dagli australiani, dagli iraniani, dagli arabi, dai musulmani, dai cristiani, dagli ebrei... (non cito Israele perché mi ha già disgustato molto tempo fa. E’ scontato).
Tutto e tutti mi disgustano.
Ho esaurito le parole. Non saprei nemmeno più che parole usare. Vi siete mai sentiti così? A non sapere più che parole usare? Potrei scrivere tonnellate di post e non farebbe una sola fottuta differenza. Ma ho promesso a qualcuno che non avrei smesso di scrivere, perciò eccomi qua...
Nir Rosen, non che io ami particolarmente Nir Rosen, ma finalmente qualcuno che non sia un irakeno si è deciso a dire “L’Iraq non esiste più”.
Beh, ehilà, io ho continuato a ripeterlo ancora e ancora e ancora: i partiti e le milizie settarie degli sciiti iraniani controllano ormai tutto. Insieme agli egualmente sciovinisti fricchettoni curdi appoggiati da Israele.
Immaginate di arrivare un bel giorno a realizzare che il vostro paese, nell’arco di 4 anni, non esiste più. Riuscite a visualizzarlo? Semplicemente non esiste più.
Finora sono stata troppo educata. Il mio tutore mi aveva insegnato a rispettare gli ospiti, i visitatori, ma voialtri non sapete cosa sia l’educazione. Meritate che vi parli usando il vostro linguaggio.
Un americano segaiolo, masturbatore mentale, ha condotto una ricerca non molto tempo fa. La ricerca rivela che:
“La maggioranza degli irakeni vuole oggi un governo laico”.
Ma che cazzo vuol dire? Ce l’avevamo già un governo laico, branco di stronzi!
Avevamo un paese con un governo laico che i vostri accademici “entre autre” sono riusciti a distruggere.
Vi ricordate quel figlio di puttana di Chomsky, con i suoi poveri sciiti oppressi? Vi ricordate i vostri egualmente fottuti movimenti contro la guerra? Vi ricordate di tutti quei segaioli della blogosfera e del web che postavano articoli e articoli e articoli sul povero Iran che rischiava di essere riportato all’età della pietra a suon di bombe? Vi ricordate di quegli “orientalisti”, oh, così pieni di buone intenzioni, che hanno visitato l’Iraq una volta sola e improvvisamente sapevano tutto e hanno usato il dolore e la sofferenza dell’Iraq per difendere l’Iran? Perfino i blogger palestinesi non sono stati esenti da questa masturbazione mentale, la masturbazione del politically correct.
Beh, indovinate un po’ coglioni, io non ho più un paese!
Siete contenti adesso? Bel lavoro che avete fatto! Branco di criminali.
VOI siete i responsabili del massacro di irakeni innocenti da parte dell’esercito e del governo americano e della totale distruzione del nostro paese nello spazio di 4 fottuti anni. Solo 4 anni, bastardi.
Voi, i teorici, gli scrittori, i giornalisti, la merda anti-guerra, gli studiosi politici di ‘sta minchia, gli anal-isti...
Tutti voi siete responsabili oggi. Tutti voi.
Tutti voi avete sulle mani il sangue di 1 milione di irakeni e tutti voi avete un paese in rovina sulla coscienza.
Ma voi non avete una fottuta coscienza, branco di pagati, venduti bastardi. Quelli di voi che si sono venduti all’Iran, e che si sono venduti a Israele, e che si sono venduti all’America e all’Inghilterra.
Voi siete le troie “intellettuali” di questo mondo. Siete le sue PROSTITUTE. Io sputo su di voi, sui vostri risultati accademici, sulle vostre pubblicazioni e sulla vostra stampa, sui vostri articoli e sui vostri libri.
Giuro che perfino le puttane hanno più integrità morale di voi.
Così il regime “totalitario” è sparito. Così la “dittatura” se n’è andata, ma ditemi, figli di puttana, che ne è della tirannia?
Come mai ogni singolo irakeno che io conosca, sciita, sunnita o marziano, si sentiva molto più libero sotto la “dittatura” che sotto la vostra merdosa democrazia? Come mai?
Come mai ogni singolo irakeno che io conosca era libero di andare al lavoro, di guadagnarsi da vivere, di insegnare, leggere, ballare, mangiare, bere, sposarsi, camminare per strada, andare al cinema, andare al ristorante, andare a fare una gita, andare a far spese, dipingere, cantare, ascoltare la musica, vestirsi come gli/le pareva, andare dal parrucchiere... le cose banali che voi fate tutti i giorni.
Come mai sotto il regime “totalitario” ogni irakeno era libero di fare queste cose, mentre oggi...
Mentre oggi attraversare la strada significa rischiare di essere ridotti al silenzio.
Il silenzio della morte della vostra merdosa democrazia di stampo iranian-americano.
Andate all’inferno voi, la vostra democrazia e tutte le democrazie.
Vadano all’inferno internet, il web, i blog, i media, i libri, i giornali, le riviste...
Vada all’inferno ogni singola cosa che ho imparato nelle vostre università, nelle vostre scuole, nelle vostre istituzioni...
Andate all’inferno tutti. Voi, vomitevole, repellente feccia.
Immagine: dipinto dell’artista irakeno Sabeeh Kalash
FINKELSTEIN, L'AMMAZZAVAMPIRI

ASSASSINI DI VAMPIRI
di Israel Shamir
dal sito www.arabcomint.com
traduzione a cura di www.arabcomint.com
Le storie popolari sui vampiri danno ai lettori una serie di rimedi per arginare la possibilita' di un attacco da parte di quei personaggi. Una manciata di polvere di cimitero, aglio, una croce, ad esempio, sono tutti rimedi efficaci. Ma questi non sempre funzionano. Nell'esilarante commedia degli orrori di Roman Polansky "Per favore non mordermi sul collo", l'eroe cerca di scacciare un vampiro ebreo facendosi il segno della croce. L'ebreo gli sorride con un tenero sorriso di comprensione e affonda le sue zanne. La croce non lo ha salvato. Mi viene in mente proprio il film di Polansky mentre seguo la nuova ondata di controversie sull'olocausto.
Gli "storici revisionisti", che sono considerati "negatori dell'olocausto" dai loro avversari, si sono incontrati a Beirut per confrontare i loro studi sul genocidio nazista. L'establishment ebraico-americano, tra cui spiccano
Deir Yassin era un pacifico villaggio che i gruppi terroristici ebraici Etzel e Lehi attaccarono il 9 aprile del 1948, massacrandone gli abitanti, uomini, donne e bambini. Non voglio ripetere il terribile racconto di cio' che avvenne, poiche' tutti i massacri sono simili, da Babi Yar a Chain Gang a Deir Yassin.
I revisionisti della ZOA hanno utilizzato tutti i metodi dei loro avversari, "i revisionisti dell'Olocausto": hanno trascurato i racconti dei testimoni oculari e dei sopravvissuti, della Croce Rossa, della polizia britannica, degli scouts e di altri testimoni ebrei che erano presenti sulla scena del massacro. Hanno trascurato persino le scuse di Ben Gurion, dal momento che, dopo tutto, i comandanti di quelle bande divennero, l'uno dopo l'altro, primo ministro dello stato ebraico. Per
Se gli ebrei sono le vittime, queste organizzazioni americane-sioniste non fanno alcun tentativo di revisionare alcunche'. Questa posizione morale alquanto dubbia e' stata di grande aiuto per gli storici riuniti a Beirut. Secondo logica, se gli israeliani dicono delle bugie riguardo a cio' che avvenne nel 1948, probabilmente anche il racconto dell'olocausto dev'essere stato gonfiato. E' un'energia sprecata. Certo, il revisionismo ha mandato a riposo la storia del sapone fabbricato con grasso umano, o dei forni crematori di Wiesel, ma quando si parla di numero di vittime, trovo che sia inutile continuare a parlarne. Se anche fossero stati uccisi mille ebrei o mille zingari, sarebbe troppo. Non e' un soggetto importante, questo, poiche' la definizione reale delle vittime e' basata sull'interpretazione.
Un buon esempio di "definizione delle vittime" e' stato fornito ultimamente dal giornale Ha'aretz. Quando nel 1991 termino' la guerra del Golfo, era noto che vi era stata una sola vittima israeliana. Oggi, ci sono ufficialmente un centinaio di israeliani che sono riconosciute vittime della guerra del Golfo, e tutte ricevono una pensione a spese dell'Iraq. Alcune delle vittime erano morte di stress, alcune morte soffocate per non aver saputo togliere la maschera anti-gas. Ha'aretz asserisce che molte altre pretese di "presunte vittime" furono declinate dalle autorita' israeliane. Ecco perche' Michael Elkins, l'ex-corrispondente della BBC da Gerusalemme e cittadino israeliano, ha ragione a sostenere che sei milioni o tre milioni di vittime non fa alcuna differenza.
I "revisionisti" mettono a repentaglio le loro sostanze e le loro stesse vite per cercare di minare cio' che definiscono "il mito dell'olocausto". Il loro interesse puo' essere compreso. Oggi si puo' mettere in dubbio qualsiasi cosa, dall'Immacolata Concezione a (forse) i miti fondatori dello stato d'Israele. Solo il culto dell' olocausto mantiene una cortina di ferro super-rinforzata, unica, contro qualsiasi investigazione che possa gettare un dubbio sul suo sacro dogma. I dogmi hanno sempre attirato le menti critiche. E cosi', le corna del toro infuriato fendono l'aria sottile. Gli argomenti sulle camere a gas e sulla produzione del sapone sarebbero molto interessanti, ma sono irrilevanti. Dunque, dov'e' il matador?
Un coraggioso passo e' stato fatto dal dott. Norman Finkelstein nel suo best-seller "L'industria dell'olocausto". C'e' comunque una distinzione da fare tra Finkelstein ed i revisionisti riunitisi a Beirut. Il dott. Finkelstein, figlio di un sopravvissuto all'olocausto, si e' mantenuto lontano da qualsiasi possibilmente illegale controversia statistica e si e' concentrato sulla costruzione ideologica del culto dell'olocausto.
Cio' gli ha provocato un mucchio di guai. Una organizzazione ebraica chiamata "Avvocati senza frontiere" lo ha gia' citato in giudizio in Francia. Questi avvocati sono restati perfettamente in silenzio quando la macchina legale israeliana ha pronunciato una condanna a sei mesi di liberta' condizionata per l'assassino (ebreo) di un bambino (non-ebreo). Non hanno mosso un dito quando la giovane 15enne palestinese Suad e' stata messa in una cella di isolamento, senza supporto legale e soggetta a torture psicologiche. Sono completamente assenti dalle corti militari israeliane, dove un singolo ufficiale ebreo puo' emettere sentenze di lunga prigionia senza alcuna prova chiara. Apparentemente, questi avvocati sono consapevoli di determinati limiti.
Finkelstein ha cercato di esplorare il segreto del nostro discreto fascino ebraico, un fascino che apre il cuore degli americani e le cassaforti dei banchieri svizzeri. La sua conclusione e' che noi sfruttiamo il senso di colpa degli europei e degli americani. "Il culto dell'olocausto ha dimostrato di essere un' indispensabile arma ideologica. Attraverso quest'arma, una delle piu' formidabili potenze militari del mondo, con un orrendo record di violazione dei diritti umani, si e' potuta proporre come vittima, ed il gruppo etnico piu' di successo degli Stati Uniti ha esso stesso acquisito lo status di vittima". Finkelstein porta avanti una brillante analisi del culto dell'olocausto, ed arriva ad una scoperta allarmante: esso non e' altro che una meschina costruzione di pochi cliche' cuciti insieme dalla addolorata voce di Elie Wiesel.
Finkelstein non e' consapevole dell'immensita' della sua scoperta, poiche' egli crede ancora che il culto dell'olocausto sia un grande concetto, secondo solo all'invenzione della ruota. Esso risolve l'eterno problema del ricco e dell'influente, eliminando, altresi', l'invidia e l'odio del povero e dello sfruttato. Esso permette a Mark Rich e ad altri truffatori di ingannare e di rubare, permette all'esercito israeliano di uccidere bambini e di far morire di fame le donne impunemente. Questa sua opinione e' condivisa da molti israeliani. Ari Shavit, un noto giornalista di Ha'aretz, lo espresse molto bene nel 1996, quando l'esercito israeliano uccise oltre 100 profughi a Cana, in Libano: "Possiamo uccidere impunemente, perche' il museo dell'olocausto e' da noi". Boaz Evron, Tom Segev ed altri scrittori israeliani hanno condiviso lo stesso punto di vista.
Possiamo riassumere le tesi del dott. Finkelstein come segue: gli ebrei sono riusciti a far quadrare il cerchio ed a risolvere il problema che angustia l'aristocrazia e i miliardari rampanti. Proprio cosi': essi sono riusciti a disarmare i loro oppositori suscitando la loro pieta' ed il senso di colpa.
Io ammiro il dott. Finkelstein perche' continua a credere nel buon cuore dell'uomo. Ritengo anche che lui creda nelle favole. Per quello che credo io, la compassione ed il senso di colpa possono offrirti forse un piatto di zuppa gratis. Non innumerevoli miliardi di dollari. Finkelstein non e' cieco. Si e' accorto che gli zingari, un'altra vittima dei Nazisti, non hanno ricevuto neanche un marco dai "compassionevoli" tedeschi. La capacita' americana di sentirsi in colpa verso le loro vittime vietnamite (5 milioni di uccisi, un milione di vedove, distruzioni a tappeto) e' stata ben espressa dall'ex segretario alla Difesa William Cohen: "Non c'e' posto per le scuse. La guerra e' guerra". Nonostante abbia tutti i fatti a sua disposizione, Finkelstein afferra la sua croce e cerca, in questo modo, di spaventare il vampiro e di metterlo in fuga.
Qual'e' la vera fonte del potere che alimenta l'industria dell'olocausto? Non e' un discorso ozioso o una questione teorica. Un'altra tragedia palestinese si profila all'orizzonte, col lento strangolamento delle sue citta'. Ogni giorno un albero viene sradicato, una casa demolita, un bambino ucciso. A Gerusalemme, gli ebrei festeggiano il Purim con un pogrom di Gentili, e questo viene citato solo a pagina sei dei giornali locali. A Hebron, i seguaci di Kahane celebrano il Purim accorrendo alla tomba dell'assassino di massa Goldstein. Non e' tempo di agire subdolamente.
Nel romanzo "Le Sirene", Bloom esprime le sensazioni del suo creatore James Joyce verso il sanguinoso concetto della liberazione irlandese, sull'epitaffio di un combattente per la liberta' irlandese. I miei nonni, i miei zii e le mie zie morirono durante
La meschinita' del culto dell'olocausto e la facilta' con cui ha spillato miliardi e' la prova concreta del potere reale che c'e' dietro quest'industria. Questo potere e' oscuro, invisibile, ineffabile, ma reale. Non e' un potere derivato dall'olocausto, ma, piuttosto, il culto dell'olocausto rappresenta la messa in mostra dei muscoli da parte di coloro che controllano il vero potere. Ecco perche' tutti gli sforzi dei revisionisti vengono condannati. Le persone che hanno promosso il culto possono promuovere qualsiasi cosa, poiche' essi dominano tutti i pubblici discorsi. Il culto dell'olocausto non e' altro che una piccola manifestazione della loro abilita'. Questo potere riesce solo a sorridere delle rivelazioni del dott. Finkelstein.
...E PURE IL TEATRO!

TEATRI NEI CAMPI
dal sito www.air-photo.com
Traduzione di Gianluca Freda
Sopra: manifesti di programmi teatrali disegnati a mano dai detenuti nel campo [di Auschwitz] nel 1943, con l’immagine di una sala da concerti e di un palcoscenico interno, insieme ai cartelloni pubblicitari dell’opera di Strauss “Die Fledermaus” (Il Pipistrello) e di un programma di “Musica di Mozart”. Nella lista degli strumenti è compreso un pianoforte.
Molti dei grandi campi di concentramento tedeschi avevano sale da concerto dove i detenuti organizzavano regolarmente, ogni sabato sera, recite teatrali, opere e spettacoli danzanti ai quali assistevano migliaia dei loro compagni di detenzione. Questi concerti erano molto invidiati dagli abitanti dei villaggi vicini ai campi, che non avevano gli strumenti né le sale per l’organizzazione di simili spettacoli. A volte gli abitanti dei villaggi vicini venivano invitati ad assistere agli spettacoli insieme ai detenuti.
(I programmi sono in esposizione presso il campo di Mauthausen)

I detenuti organizzavano ogni settimana spettacoli di musica, canto e produzioni teatrali a cui partecipavano, il sabato e la domenica, i detenuti di tutti i campi della zona di Auschwitz. I detenuti entravano dalla porta visibile nella foto, mentre i lavoratori e le famiglie degli altri campi, insieme agli abitanti dei villaggi, entravano dalla porta principale sull’altro lato dell’edificio. Erano necessarie fino a 8 repliche al giorno per permettere a tutti di assistere agli spettacoli. L’unica sala più ampia si trovava presso la chiesa cattolica della città di Oswiecim,

Non si conosce l’esistenza di fotografie delle produzioni teatrali di Auschwitz, ma esistono foto dei gruppi teatrali degli altri campi. La didascalia di questa foto dice: “Dopo lo scioglimento del gruppo nel 1941, gli artisti del Gruppo Culturale Ebraico lavorarono singolarmente in diversi campi, in recite collettive e cori. Questa è una produzione del 1943 presso il campo di Westerbork; qui l’attrice Camilla Spira recitò in molti spettacoli”.
AVEVANO PURE LA PISCINA!...


di Robert Faurisson
dal sito www.heretical.com
Traduzione di Gianluca Freda
Il revisionista tedesco-australiano Frederick Toben ha portato alla nostra attenzione il fatto che oggi, accanto alla piscina di Auschwitz I, è stato posto un cartello che riporta, in lingua polacca, inglese ed ebraica, una descrizione che vorrebbe far credere al visitatore che la piscina fosse in realtà una semplice riserva idrica per i vigili del fuoco. Vi si legge quanto segue:
Riserva idrica dei vigili del fuoco costruita in forma di piscina, probabilmente agli inizi del 1944.
Toben chiede quando esattamente sia comparso questo cartello. Per la verità non ne ho idea, ma la descrizione è menzognera come tutte le altre spiegazioni e descrizioni presenti nel museo di Auschwitz. Non si capisce perché i tedeschi, anziché costruire una normale riserva idrica, avrebbero dovuto farne una a forma di piscina... con tanto di trampolino.
La piscina era una piscina. Era destinata ai detenuti. Marc Klein ne parla almeno due volte nelle sue descrizioni del campo. In un articolo intitolato “Auschwitz I Stammlager” egli scriveva:
“L’orario di lavoro veniva modificato la domenica e i giorni festivi, quando la maggior parte dei kommando era in ferie. L’appello si faceva verso mezzogiorno. Il pomeriggio era poi dedicato al riposo e ad una pluralità di attività culturali e sportive. Gare di football, basket e pallanuoto (in una piscina all’aperto costruita dai detenuti all’interno del campo) attraevano folle di spettatori. Va notato che soltanto le persone in forma e ben nutrite, esentate dai lavori più duri, potevano partecipare a queste gare, che scatenavano calorosi applausi fra le masse degli altri detenuti”.
(“De l'Université aux camps de concentration: Télmorgnages strasbourgeois”, Parigi, Les Belles-lettres, 1947, p. 453).
Nel suo opuscolo Observations et réflexions sur les camps de concentration nazis, egli scriveva ancora:
“Auschwitz I era composto di 28 isolati, costruiti in pietra, disposti in tre file parallele, in mezzo alle quali correvano strade pavimentate. Sul fianco del quadrilatero correva una terza strada sulla quale erano stati piantati alberi di betulla; era
(Opuscolo di 32 pagine stampato a Caen, 1948, p. 10; il testo è una riproduzione di un articolo dell’autore pubblicato su “Etudes germaniques”, n° 3, 1948, pp. 244-275).
Marc Klein, professore alla Facoltà di Medicina di Strasburgo, precisava che la sua prima testimonianza era stata sottoposta “all’attenzione e al vaglio di Robert Weil, professore di scienze al liceo di Sarreguemines”, che – come l’autore – era stato internato nello stesso campo (p. 455).
Nel 1985, nel corso del primo processo a Ernst Zundel a Toronto, parlai delle descrizioni di Marc Klein, ma il vero specialista sulla piscina di Auschwitz I era all’epoca il revisionista svedese Dietlieb Felderer. Se ben ricordo, la stampa canadese pubblicò un articolo in prima pagina relativo alla sua testimonianza. Inoltre, nei suoi scritti egli torna spesso su questo e su altri fatti piuttosto concreti e precisi, altrettanto spiacevoli per i sostenitori della tesi sterminazionista.
N.B.: è ovvio che l’acqua della piscina poteva davvero essere usata dai pompieri in caso di emergenza. Nel suo opuscolo Marc Klein scriveva che “nel campo vi era un corpo di vigili del fuoco dotato degli strumenti più moderni” (p. 9). Fra le cose che egli non si aspettava di trovare al suo arrivo, nel giugno 1944, “in un campo la cui sinistra reputazione era conosciuta da tutto il mondo grazie alle trasmissioni radio degli Alleati”, spiccava, riservato ai detenuti, “un ospedale con sezioni specialistiche all’altezza delle più moderne pratiche ospedaliere” (p. 4), “lavatori ampi e ben attrezzati unitamente a bagni comuni costruiti secondo i moderni princìpi dell’igiene sanitaria” (p. 10), “il sistema di disinfestazione a microonde che era appena stato allestito” (p. 14), “un panificio automatico” (p. 15), assistenza legale per i detenuti (pp. 16-17), l’esistenza di una “cucina dietetica” per alcuni ammalati, con “piatti speciali e perfino un pane speciale” (p. 26), “una biblioteca in cui erano disponibili numerose opere di consultazione, testi classici e periodici” (p. 27), il passaggio giornaliero, vicino al campo, del “Cracovia-Berlino Express” (p. 29), un cinema, un cabaret, un’orchestra (p. 31), eccetera. Marc Klein sottolinea anche gli aspetti terribili della vita nel campo e tutte le voci diffuse all’epoca, comprese le “terrificanti storie” delle gasazioni alle quali pare che egli non avesse mai creduto fino a dopo
Aggiunta del 27 luglio: un detenuto del periodo bellico, ebreo come M. Klein e R. Weil, confermava, in una breve testimonianza resa nel 1997, intitolata "Une Piscine à Auschwitz", di aver visto, nel luglio 1944, dozzine dei suoi compagni detenuti occupati a lavorare sulla piscina suddetta, la quale, egli sottolineava, era dotata “di un trampolino e di una scala d’accesso” e anche “di tre blocchi di partenza per le gare”. Egli scriveva che verso la fine di quel mese “il direttore di un’agenzia d’informazione aveva fatto filmare alcuni detenuti che nuotavano nella piscina”. Come c’era da aspettarsi, egli ravvivava il suo racconto con i consueti stereotipi sulla brutalità delle SS e dei kapò e vedeva tanto nella costruzione della piscina quanto nell’esecuzione delle riprese del film nient’altro che un’operazione di propaganda. Il suo rapporto termina con due note interessanti. Primo: nel 1997 nessuna guida turistica era a conoscenza dell’esistenza della piscina (che pure si trovava sotto gli occhi delle guide e una cui fotografia accompagna questo articolo; vi leggiamo che tale foto, raffigurante una piscina piena d’acqua, è stata scattata in quell’anno) [la foto è tratta dal sito www.air-photo.com, NdT]. Secondo: l’autore afferma di voler sapere dove si trovano oggi quelle riprese. La sua domanda è simile a quella che si pongono alcuni revisionisti: potrebbe, quel filmato, trovarsi “nel quartier generale della Croce Rossa Internazionale?”. Senza dubbio egli intendeva dire: presso l’International Tracking Service (ITS) che ha sede ad Arolsen-Waldeck in Germania e opera sotto la direzione del Comitato Internazionale della Croce Rossa, che ha sede a Ginevra. Dal 1978, tale istituzione ha proibito ai revisionisti l’accesso ai propri archivi, che sono noti per essere una risorsa di straordinaria ricchezza. Dal canto suo, il Museo di Stato di Auschwitz possiede probabilmente la documentazione relativa a vari aspetti della costruzione di questa piscina, cioè ai progetti, ai piani, ai finanziamenti, alle richieste e alle forniture di materiale edilizio, al reclutamento della manodopera, alle visite d’ispezione.
(La fonte di quest’aggiunta è: R. Esrail, n° di registrazione 173295, « Une piscine à Auschwitz », in Après Auschwitz (Bulletin de l'Amicale des déportés d'Auschwitz), n° 264/ottobre 1997, p. 10).
RISERVISTI CULTURALI

Scrive il lettore Paolo riguardo al mio articolo sulla derivazione della mitologia cristiana da quella egizia di Horus:
Peccato che al contrario esistono testimonianze degli stessi storici romani sull'esistenza di Cristo. e sono così chiare che la storiografia moderna, quella seria e non quella da circo di questo tal freda, ormai non mette più un dubbio la storicità dei vangeli. e non lo dico tanto per dire, basterebbe frequentare un pò di più le pagine dei libri seri anzichè rifarsi a certa mitologia facilmente confutabile (è stato già fatto da messori sig. freda, ma mi riservo di citarne poi alcuni stralci se avrò tempo).
Caro Paolo, perché si “riserva di citarli”? Li citi. Io non pretendo di essere portatore di verità assolute. Adoro essere contraddetto con argomenti validi. Il guaio è che ho sempre a che fare con persone convinte che argomenti e parole in libertà siano la stessa cosa. Oppure con persone che “si riservano” e non citano mai. O ancora con persone che quando le loro “citazioni” vengono a loro volta contraddette, non proseguono nella discussione, ma se la danno a gambe, lanciando irosi anatemi e giurando di non voler avere mai più nulla a che fare con me. La prego, confuti ciò che è “facilmente confutabile”! Osi, perdìo!
Per quanto ne so, le uniche fonti romane che citano Gesù sono le seguenti:
- Tacito, che cita brevemente il nome di Cristo in Annales, xv, 44, ma solo per farne il nome e dire che fu giustiziato in Giudea sotto Ponzio Pilato. Notizie già ampiamente diffuse nelle sette cristiane della sua epoca, che non dicono nulla sul resto della biografia di Gesù (la nascita da una vergine, la cometa, i miracoli, ecc.). Del resto anche Plinio e Svetonio parlano diffusamente del propagarsi del cristianesimo, ma non forniscono nessuna notizia biografica sul fondatore del culto.
- Giuseppe Flavio (Josephus), storico ebreo del I secolo, il cosiddetto “Testimonium Flavianum” citato spesso dalla Chiesa come prova dell’esistenza storica di Gesù. In Antiquitates Judaicae, XVIII, 63-64, egli fa riferimenti un po’ più precisi: « Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se pure bisogna chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia d’altre meraviglie riguardo a lui. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani ». Purtroppo questo passo è ritenuto da quasi tutti gli studiosi come frutto di una manipolazione successiva del testo da parte dei cristiani. Infatti, lo stesso passo, citato da altri autori (ad es. dallo scrittore arabo del X secolo Agapio di Ierapoli) appare molto diverso. Dopo la caduta di Roma, gli scritti di Josephus furono conservati dai cristiani, i quali ebbero tutto il tempo di eseguire aggiunte, visto che i primi manoscritti di Josephus a noi pervenuti sono redazioni eseguite nell’XI secolo.
- Il vescovo Papia di Ierapoli (70-150), autore di un’opera di cui ci sono rimasti solo pochi frammenti e che si suole intitolare “Spiegazioni di detti del Signore”. I frammenti in nostro possesso fanno riferimento ad alcuni motti di Gesù già diffusi nella tradizione orale, che non sono certo dimostrazione dell’esistenza, all’epoca, di testi biografici scritti (cioè dei Vangeli).
Si veda anche, a proposito dell’improponibilità delle argomentazioni sulla storicità di Gesù, la conferenza di Luigi Cascioli a Venezia tenutasi lo scorso 16 maggio.
A proposito della derivazione della mitologia cristiana dal culto di Horus, pubblico qui sotto una riproduzione dell’incisione egizia visibile nel Tempio di Luxor (l’antica Tebe). L’immagine può essere ingrandita cliccandoci sopra:

Su questa incisione, scrive Gerald Massey in The Historical Jesus and the Mythical Christ:
“Vi si può scoprire che la storia narrata nel Vangelo era già stata “scritta prima”, dall’inizio alla fine. La storia della divina Annunciazione, dell’Immacolata Concezione (o Incarnazione), della Natività e dell’Adorazione del Messia bambino, erano già state scolpite in geroglifici e raffigurate in quattro scene consecutive sui muri interni del Tempio di Luxor, fatto costruire da Amenhept III, faraone della diciottesima dinastia (1700-
Nella prima scena sulla sinistra si vede il dio Taht (Thoth), il Mercurio lunare, la divina Parola o Logos, nell’atto di salutare la vergine regina, annunciandole che darà alla luce un figlio. Nella scena successiva, il dio Kneph (unitamente a Hathor) infonde la vita dentro di lei. E’ lo Spirito Santo che provoca la concezione; Kneph, in questo caso. La gravidanza e la concezione sono rese evidenti dalle forme più rotonde del ventre della vergine. Si vede poi la madre seduta sulla sedia della levatrice e il bambino sollevato dalle mani di una delle ancelle. La quarta scena è quella dell’Adorazione. Qui il bambino è seduto sul trono e riceve omaggi dagli dèi e doni dagli uomini. Dietro il dio Kneph, a destra, ci sono tre uomini inginocchiati, che offrono doni con la mano destra e la vita con la sinistra. Il bambino così annunciato, incarnato, nato e adorato è la rappresentazione faraonica di Aten il Sole, Adon in Siria, Adonai in ebraico, il Cristo-bambino (Krst) del culto di Aten, la miracolosa concezione della vergine madre personificata da Mut-Em-Ua”.
Orbene, caro Paolo, ha qualcosa da dire? Ha qualche spiegazione per questa incontrovertibile corrispondenza tra culto del Sole e culto cristiano, diversa dalla scopiazzatura pedissequa dei miti egizi da parte di quest’ultimo? E per tutti gli altri parallelismi di cui ho parlato negli articoli precedenti? Ha qualcosa da citare? O preferisce, ancora una volta, “riservarsi”?
PERCHE' LA GERMANIA DOVEVA ESSERE DISTRUTTA

COME LA GERMANIA IN BANCAROTTA RISOLSE I SUOI PROBLEMI ECONOMICI
di Ellen Browndal sito www.webofdebt.com
Traduzione di Gianluca Freda
“Non siamo stati così sciocchi da creare una valuta [collegata all’] oro, di cui non abbiamo disponibilità, ma per ogni marco stampato abbiamo richiesto l’equivalente di un marco in lavoro o in beni prodotti... ci viene da ridere tutte le volte che i nostri finanzieri nazionali sostengono che il valore della valuta deve essere regolato dall’oro o da beni conservati nei forzieri della banca di stato”.
(Adolf Hitler, citato in “Hitler’s Monetary System”, www.rense.com, che cita C. C. Veith, Citadels of Chaos, Meador, 1949)
Quello di Guernsey non fu l’unico governo a risolvere i propri problemi infrastrutturali stampando da solo la propria moneta. (Vedi E. Brown, "Waking Up on a
O almeno così sembrava. Hitler e i Nazional Socialisti, che arrivarono al potere nel 1933, si opposero al cartello delle banche internazionali iniziando a stampare la propria moneta. In questo presero esempio da Abraham Lincoln, che aveva finanziato
Nell’arco di due anni, il problema della disoccupazione era stato risolto e il paese si era rimesso in piedi. Possedeva una valuta solida e stabile, niente debito, niente inflazione, in un momento in cui milioni di persone negli Stati Uniti e in altri paesi occidentali erano ancora senza lavoro e vivevano di assistenza.
Di Hjalmar Schacht, che era all’epoca a capo della banca centrale tedesca, viene spesso citato un motto che riassume la versione tedesca del miracolo del “Greenback”. Un banchiere americano gli aveva detto: “Dottor Schacht, lei dovrebbe venire in America. Lì abbiamo un sacco di denaro ed è questo il vero modo di gestire un sistema bancario”. Schacht replicò: “Lei dovrebbe venire a Berlino. Lì non abbiamo denaro. E’ questo il vero modo di gestire un sistema bancario” (2).
Benché Hitler sia giustamente citato con infamia nei libri di storia, egli fu piuttosto popolare presso il popolo tedesco, almeno nei primi tempi. Stephen Zarlenga, in The Lost Science of Money, afferma che ciò era dovuto al fatto che egli salvò temporaneamente
“[Hitler] si era impadronito del privilegio di fabbricare il denaro, e non solo il denaro fisico, ma anche quello finanziario; si era impadronito dell’intoccabile meccanismo della falsificazione e lo aveva messo al lavoro per il bene dello stato... se questa situazione fosse arrivata a infettare anche altri stati... potete ben immaginarne le implicazioni controrivoluzionarie” (4).
L’economista Henry C. K. Liu ha scritto sull’incredibile trasformazione tedesca:
“I nazisti arrivarono al potere in Germania nel
In Billions for the Bankers, Debts for the People [Miliardi per le Banche, Debito per i Popoli], (1984), Sheldon Emry commenta:
“Dal
UN ALTRO SGUARDO ALL’IPERINFLAZIONE DI WEIMAR
Nei testi moderni si parla della disastrosa inflazione che colpì nel 1923
“Il Trattato di Versailles è un ingegnoso sistema di provvedimenti che hanno per fine la distruzione economica della Germania... Il Reich non è riuscito a trovare un sistema per tenersi a galla diverso dall’espediente inflazionistico di continuare a stampare banconote”.
Questo era ciò che egli dichiarava all’inizio. Ma Zarlenga scrive che Schacht, nel suo libro del 1967 The Magic of Money, decise “di tirar fuori la verità, scrivendo in lingua tedesca alcune notevoli rivelazioni che fanno a pezzi la “saggezza comune” propagandata dalla comunità finanziaria riguardo all’iperinflazione tedesca” (6). Schacht rivelò che era
Secondo Schacht, quindi, non solo non fu il governo a provocare l’iperinflazione di Weimar, ma fu proprio il governo che la tenne sotto controllo. Alla Banca del Reich furono imposti severi regolamenti governativi e vennero prese immediate misure correttive per bloccare le speculazioni straniere, eliminando le possibilità di facile accesso ai prestiti del denaro fabbricato dalle banche. Hitler poi rimise in sesto il paese con i suoi Certificati del Tesoro, stampati dal governo su modello del Greenback americano.
Schacht disapprovava l’emissione di moneta da parte del governo e fu rimosso dal suo incarico alla Banca del Reich quando si rifiutò di sostenerlo (cosa che probabilmente lo salvò al Processo di Norimberga). Ma nelle sue memorie più tarde, egli dovette riconoscere che consentire al governo di stampare la moneta di cui aveva bisogno non aveva prodotto affatto l’inflazione prevista dalla teoria economica classica. Teorizzò che essa fosse dovuta al fatto che le fattorie erano ancora inoperose e la gente senza lavoro. In questo si trovò d’accordo con John Maynard Keynes: quando le risorse per incrementare la produzione furono disponibili, aggiungere liquidità all’economia non provocò affatto l’aumento dei prezzi; provocò invece la crescita di beni e di servizi. Offerta e domanda crebbero di pari passo, lasciando i prezzi inalterati.
1 - Matt Koehl, "The Good Society?", www.rense.com (13 gennaio 2005); Stephen Zarlenga, The Lost Science of Money (
2 - John Weitz, Hitler's Banker (Inghilterra: Warner Books, 1999).
3 - S. Zarlenga, op. cit.
4 - Henry Makow, "Hitler Did Not Want War," www.savethemales.com (21 marzo 2004).
5 - Henry C. K. Liu, "Nazism and the German Economic Miracle,"
6 - Stephen Zarlenga, "'s 1923 Hyperinflation: A 'Private' Affair," Barnes Review (Luglio-Agosto 1999); David Kidd, "How Money Is Created in ," http://dkd.net/davekidd/politics/money.html (2001).
7 - Stephen Zarlenga, "'s 1923 Hyperinflation", op. cit.
LA RESURREZIONE DEL SOLE

Si può avere un'idea di quante siano le similitudini tra il mito di Horus e quello di Gesù alla pagina: www.theosophical.ca/AncientEgyptAppendix.htm da cui ho tratto molte delle informazioni per l'articolo.
Tra le altre: Seb (Giuseppe), il padre putativo di Horus, era un carpentiere/falegname; nella grotta in cui nacque Horus c'erano un toro (il Toro di Amenta) e un asino (manifestazione di Iu); appena nato Horus, sua madre Iside e suo padre (putativo) Seb furono costretti a fuggire nel basso Egitto e a nascondersi nei canneti per sfuggire all'ira del Dio-serpente Herrut (Erode) che voleva uccidere Horus. E così via.
LA PIU' GRANDE BUFALA MAI RACCONTATA

"Historia docuit quantum nos iuvasse illa de Christo fabula"
[La storia ci dice quanta fortuna ci abbia arrecato quella favola di Cristo]
(Papa Leone X, lettera al Cardinale Bembo)
“La religione cristiana è una parodia dell’adorazione del sole, in cui un uomo chiamato Cristo è stato messo al posto del sole e gli è stata tributata la stessa adorazione che veniva un tempo tributata al sole”.
(Thomas Paine)
Iniziamo con un piccolo indovinello. Io vi do degli indizi e voi dovete indovinare di quale personaggio sto parlando.
- Nacque il 25 dicembre.
- Fu partorito da una vergine.
- La sua nascita fu annunciata alla madre dall’apparizione di un angelo.
- Il nome del suo padre putativo, tradotto nella nostra lingua, era Giuseppe.
- Il suo vero padre era il Dio dei cieli.
- Fu partorito in una mangiatoia all’interno di una grotta.
- Alla sua nascita comparve nel cielo una stella d’oriente.
- La stella fu seguita da tre Re saggi, desiderosi di adorare il salvatore, che gli recarono doni.
- A 12 anni iniziò a insegnare nel tempio, poi scomparve fino ai 30.
- A 30 anni fu battezzato sulle rive di un fiume da un battista che fu poi decapitato.
- A 30 anni iniziò la sua predicazione
- Ebbe 12 discepoli.
- Compì molti miracoli, tra cui la guarigione degli infermi e una celebre passeggiata sulle acque.
- Fece resuscitare un tizio di nome Lazzaro.
- Restò per 40 giorni nel deserto, combattendo contro un’incarnazione del male.
- Fu conosciuto come Krst (Cristo) che vuol dire “Unto”.
- Fu crocifisso in mezzo a due ladroni.
- Tre giorni dopo la morte, resuscitò.
- Ebbe molti soprannomi, tra cui “Verità”, “Luce”, “Figlio prediletto di Dio”, “Agnello di Dio”, “Messia”, “Il Buon Pastore”, ecc.
- Viene adorato come parte integrante di una trinità divina.
Avete indovinato? Ma naturalmente. Era facile. Si tratta di questo tizio qua:

Il suo nome è Horus, incarnazione egizia del sole. Il suo culto risale a 5.000 anni fa, 3.000 anni prima che nascesse la religione cristiana. Il suo mito è stato il canovaccio su cui sono stati elaborati – in verità, in verità vi dico, senza troppa fantasia – gran parte dei culti religiosi successivi, dei quali quello cristiano è solo l’ultimo arrivato e sicuramente uno dei meno desiderosi di distinguersi dall’originale.
Madre di Horus era la vergine Iside (conosciuta anche come Meri, nome che richiama quello di una vergine a noi più nota). Il suo padre putativo si chiamava Seb (Giuseppe). Il suo vero padre era il divino Atum (detto anche Ra o Amòn o Osiride), anch’egli incarnazione del sole, con cui Horus era tutt’uno (“Io e mio padre siamo una cosa sola”). La sua nascita era stata annunciata a Meri dall’angelo Thot. A battezzarlo sulle rive di un fiume era stato il sacerdote Anup (potremmo tradurlo con “Giovanni”) a cui fu poi tagliata la testa. Horus compì vari miracoli, tra cui guarire gli infermi e camminare sulle acque. Più che di miracoli, si trattava di allegorie. Infatti, la luce del sole possiede virtù curative per i malati e il sole “cammina” sull’acqua quando sorge dal mare e riflette sulle onde la propria luce. Tra i vari miracoli, Horus riuscì a resuscitare un morto di nome El Azar us (Lazzaro). Veniva chiamato anche Iusa (“figlio prediletto”). Combattè per 40 giorni nel deserto contro il malvagio fratello Seth, signore della tenebra. La lotta tra Horus e Seth era eterna. Nella mitologia egizia, ogni mattina Horus sconfiggeva Seth e così il sole prevaleva sulle tenebre. Ma ogni sera, all’ora del tramonto, Seth ricacciava Horus nell’oltretomba, portando il buio sul mondo. Horus era venerato insieme al padre Atum e a Ra (lo “spirito santo” che del padre era emanazione) con i quali costituiva una trinità. Si noti che quelle appena citate sono solo una MINIMA parte delle analogie tra la vita di Horus e quella del fondatore della religione cristiana, che sono davvero innumerevoli.
Imitando Horus, anche Krisna, Zoroastro, Attis, Adonis e molte altre divinità adorate nel corso dei secoli celebravano il proprio compleanno il 25 dicembre. Krisna e Zoroastro erano stati partoriti da una vergine, come anche Budda, Bochia, Osiride, Serrapis, Mardouk e molti altri personaggi dei culti religiosi di ogni tempo e latitudine. Attis di Frigia (venerato in Grecia intorno al
Da Horus derivano anche alcuni termini ancora in uso nel parlato comune. Ad esempio le parole “orizzonte” (la linea visiva dalla quale si vede sorgere il sole) e “ora” (dal latino “hora”; le ore del giorno erano le “tappe” di Horus-sole durante il suo quotidiano percorso nel cielo).
I parallelismi si fanno ancora più evidenti se si prende in esame il culto di Osiride, il padre di Horus, risalente ad epoca egizia anteriore. Il rituale dell’adorazione di Atum-Amòn-Osiride, prevedeva che i fedeli mangiassero alcune focacce di frumento che rappresentavano il “corpo” della divinità (le piantagioni di frumento potevano crescere grazie al sole, rappresentando così la manifestazione fisica di Dio). Nel corso del rituale veniva esibito un ostensorio rappresentante il disco solare, che veniva sollevato in alto dinanzi ai fedeli riuniti in preghiera. Il termine “ostensorio”, contrariamente a ciò che si crede, non è cristiano e non deriva da “ostia”, ma da un etimo egizio, poi adottato anche dal latino, che significa “mostrare, esibire”. Fino al XV sec. d.C., gli ostensori cristiani avevano la forma di un disco d’oro luccicante (il sole). Fu San Bernardino da Siena a sostituire per primo, intorno al 1400, tale disco con la teca contenente l’ostia consacrata. Il Concilio di Trento, nel XVI secolo, abolì poi definitivamente questo residuo di paganesimo. La liturgia dell’adorazione di Osiride, poi ripresa dal rito cristiano, prevedeva che i fedeli tenessero la testa bassa, per evitare di bruciarsi gli occhi di fronte al fulgore del sole. Le preghiere a Osiride erano intercalate e concluse dall’invocazione del suo nome (Amòn), che ricorda in modo inequivocabile l’altrimenti incomprensibile “Amen” che conclude le preghiere cristiane.
Trasposto nel mondo greco e latino, il culto di Horus, di Iside e di Osiride generò buona parte dell’iconografia che oggi riconosciamo come “cristiana”. Nei sotterranei di Roma è ancora possibile vedere la seguente pittura murale, risalente ad epoca romana, che raffigura Iside che allatta Horus bambino. Vi ricorda niente?

Il mito della nascita di semidei dall’unione di divinità e femmine umane era un caposaldo delle religioni pagane. In molti musei (ad esempio al Metropolitan di New York o all’University Museum di Philadelphia) si possono ammirare alcune statuette raffiguranti Iside che tiene Horus tra le braccia, come una Madonna ante litteram. Con l'avvento della dinastia tolemaica (

Ma perché Horus (e poi tutte le divinità che ne scopiazzarono la biografia, Gesù Cristo compreso) aveva scelto proprio il 25 dicembre per venire al mondo? Perché il mito della stella d’oriente e dei tre Re che la seguono? Il mito nasconde qui un fondamento squisitamente astronomico. La “stella d’oriente” non è altro che Sirio, la stella più luminosa del cielo notturno. Il 24 dicembre di ogni anno, Sirio – com’era già noto nei tempi antichi – si allinea con le tre stelle più brillanti della cintura di Orione. Queste ultime tre stelle vengono chiamate, oggi come nell’antichità, “I tre Re”. La linea retta descritta idealmente da queste 4 stelle (Sirio più “i tre Re” allineati) indica esattamente il punto dell’orizzonte dove il sole sorgerà il 25 dicembre. Ecco da dove viene l’allegoria della stella che, insieme ai tre re che la “seguono”, indica il punto dove il sole (cioè Horus) nascerà. Tutte le religioni successive, compreso il cristianesimo, hanno ripetuto questo schema narrativo senza comprenderne il senso e l’origine.
C’è anche un altro evidente motivo, pure astronomico, che spiega la data del 25 dicembre. Dall’inizio di dicembre, con l’approssimarsi del solstizio d’inverno, il sole, dopo essersi spostato incessantemente verso sud per sei mesi, si abbassa sempre di più sull’orizzonte. Il 22 dicembre raggiunge il suo punto più basso. Dopo di che resta fermo nello stesso punto per altri due giorni successivi, il 23 e il 24. Questo fenomeno, unito al freddo intenso e all’accorciarsi del periodo di luce, veniva equiparato dagli antichi ad una “morte” del sole. Improvvisamente, il 25 dicembre, il sole si alza di un grado sull’orizzonte, spostandosi verso nord, in una sorta di “rinascita” che fa prefigurare l’allungarsi delle giornate, il ritorno del caldo e la primavera. Il 25 dicembre di ogni anno Horus, dopo essere rimasto morto per tre giorni, risorgeva nuovamente, riportando la vita e la speranza sul mondo. Anche il mito della resurrezione dopo tre giorni è stato ripetuto “a pappagallo” dalle religioni più tarde, senza comprenderne il significato allegorico.
Ah, i 12 discepoli, come si sarà ormai capito, non sono altro che le 12 costellazioni dello zodiaco attraverso le quali il sole si sposta nel corso dell’anno.
* * *
La mitologia cristiana è stata costruita a tavolino molto tempo dopo l’epoca degli eventi narrati. In particolare, i quattro Vangeli sono con ogni probabilità dei falsi creati “a posteriori” per offrire un fondamento mitologico alla figura religiosa di Cristo che iniziava a confondersi e a sbiadire. La costruzione del mito è avvenuta riprendendo, anzi, ricopiando pedissequamente, senza troppa inventiva e per motivi di mero controllo politico, gli elementi allegorici di culti precedenti il cui significato è stato ignorato o distorto. Se ne rendevano ben conto i primi cristiani. San Giustino affermava: “Quando diciamo che Gesù Cristo, nostro maestro, fu generato senza congiunzione carnale, fu crocifisso, morì e resuscitò e ascese al cielo, non proponiamo nulla di diverso da ciò che voi credete riguardo i figli di Giove”. E più di un secolo dopo Eusebio di Cesarea scriveva: “Anche se noi siamo certamente un popolo giovane, e questo innegabilmente nuovo nome di Cristiani è diventato noto solo ultimamente tra tutte le nazioni, ciò nonostante la nostra vita e modo di condotta insieme ai nostri principi religiosi, non sono stati inventati recentemente da noi, ma quasi dagli inizi dell’uomo furono costruiti sui concetti naturali di quelli che amarono Dio nel lontano passato”. Tutti si rendevano conto delle similitudini tra mitologia cristiana e pagana, ma la spiegavano dando la colpa al diavolo. S. Giustino spiega la conformità che esiste tra Cristianesimo e Paganesimo, asserendo “che molto tempo prima che esistessero i Cristiani, il diavolo aveva preso piacere nel far copiare dai suoi adoratori i loro futuri misteri e le loro cerimonie”.
Per un secolo e più dopo la “nascita” di Cristo, nessuno seppe nulla di lui, della sua vita e delle sue opere. Non vi è traccia di esse negli scritti degli storici, filosofi e letterati dell’epoca, che erano una quantità, oltre che personaggi di tutto rispetto. Seneca, Plinio il Vecchio, Svetonio, Tacito, Pausania, Plinio il Giovane, Aulo Gellio, Lucano, Silio Italico, Plutarco... nessuno di loro fa il minimo cenno agli eventi della vita di Gesù, che pure avrebbero dovuto impressionare profondamente i contemporanei per il loro carattere straordinario. Gli unici scritti propagandistici sulla vita di Gesù furono, per oltre un secolo, le traduzioni dei “Septuaginta” delle antiche scritture ebraiche. Se gli scritti degli Apostoli che oggi fanno parte del Nuovo Testamento fossero esistiti all’epoca, anche in forma di appunti sparsi, sarebbero stati un’arma propagandistica poderosa. Ma non esistevano e non poterono essere utilizzati.
Scrive il critico Solomon Reinach: “Con l’eccezione di Papia, che cita un racconto di Marco, e una raccolta di detti di Gesù, nessuno scrittore cristiano della prima metà del II secolo (cioè fino al 150 d.C.) cita i Vangeli o i loro presunti autori” (da “Orpheus”, p. 218). Esisteva senza dubbio una tradizione orale sugli eventi salienti della vita di Gesù (la nascita da una vergine, la crocefissione, la morte e resurrezione, ecc.) ma niente di scritto. Tanto che nella lettera ai Galati, Paolo, temendo una contaminazione della tradizione puramente orale che i seguaci del cristianesimo andavano predicando, scriveva: “Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! L'abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema!” (Gal. 7, 8). I Vangeli scritti non sono mai menzionati né citati nelle epistole del Nuovo Testamento, il che vuol dire che esse sono state scritte prima dell’elaborazione dei Vangeli.
La confusione generata dall’assenza di riferimenti scritti, oltre alla crescente delusione dei fedeli in attesa del ritorno di un Messia che non arrivava mai, costrinsero i propagandisti cristiani a elaborare dei testi biografici. I quali furono elaborati con l’imitazione pedissequa dei modelli mitologici egiziani che abbiamo appena visto. La consacrazione e omogeneizzazione della dottrina cristiana avvenne solo con il Concilio di Nicea, nel 325. L’imperatore Costantino, desideroso di utilizzare il cristianesimo per il fine proprio di ogni religione, cioè il controllo sociale, fece in modo di rimuovere le divergenze nate in seno alla Chiesa di Alessandria e dare al cristianesimo e ai suoi testi fondanti una definizione precisa. Nacquero così le mirabolanti peripezie del Cristo e dei suoi allegri discepoli. Peripezie che, appena nate, erano già vecchie di oltre tremila anni. E non se li portavano bene.
LA NECROFAGIA SUICIDA DELL'OCCIDENTE

Il mio articolo Mai più colpevoli, pubblicato su questo blog qualche giorno fa, ha suscitato sul web, come c’era da aspettarsi, reazioni contrastanti. Vi sono quelli che lo hanno ripreso, introducendolo con lodi esagerate (ad esempio il sito cpeurasia, che ringrazio), altri che lo hanno liquidato come il vaneggiamento di un folle (ringrazio anche loro per avermi risparmiato la necessità di una replica: inutile replicare a chi, seguendo il consiglio del mio medico curante, evita di contraddirmi e mi dice sempre di sì), altri infine, più numerosi, che lo hanno messo all’indice, bollandomi come traditore della sacra causa comunista. A costoro vorrei dedicare questa riflessione, non certo per precisare il senso del mio articolo, che è già fin troppo chiaro per chi sappia leggere senza il bisogno di appiccicare etichette che rendano ogni opinione riconducibile alla binarietà di pensiero imperante (destra-sinistra, comunismo-fascismo, compagni-traditori, e via desolantemente dicotomizzando); bensì perché una risposta mi è utile per sottolineare – con tristezza – l’avvenuta cristallizzazione della vitalità rivoluzionaria del comunismo in un sistema di dogmi, feticci e precetti che ne annuncia la morte e l’avanzato stato di putrefazione. Chi ha mai dato un’occhiata a L’Anticristo di Nietzsche avrà già un’idea di cosa intendo dire.
Prendiamo come esempio il forum di Politica On Line: la citazione del mio articolo da parte di un utente è stata seguita da un certo numero di commenti sdegnati. Cito a puro titolo di esemplificazione il commento di un utente “comunista” che si firma con lo pseudonimo di Myrddin-Merlino:
“Gianluca Freda, un altro amico dei nazisti. Ecco cosa scrive questo giocoliere della lingua italiana e dei concetti: [segue citazione di ampio stralcio del mio articolo].
Questo scrive il camerata Freda. Viene il vomito a leggerlo. E non è un caso che il suo articolo venga qui postato da un fascista dichiarato.
ORA E SEMPRE RESISTENZA”.
Sul contenuto del testo c’è ben poco da dire, eccezion fatta per il doveroso ringraziamento a chi mi ritiene nientemeno che un “giocoliere della lingua italiana”. Arrossisco. Non merito tanto. La lingua italiana mi limito a conoscerla nei lineamenti essenziali, il che, mi rendo conto, può già apparire virtuosismo funambolico nel contesto di un forum internettaro in cui l’italiano è costantemente calpestato e asservito alle esigenze del battibecco.
C’è invece molto da dire sugli elementi di contorno del post di Myrddin-Merlino quali compaiono nel forum. Partiamo dallo pseudonimo. Myrddin, per chi non lo sapesse, è una versione “variant” del Merlino arturiano, protagonista della Vita Merlini di Geoffrey di Monmouth. Che diavolo c’entrano Merlino e la sua versione alternativa con l’ideale comunista professato dal mio severo ed anonimo censore? Bisognerebbe chiederlo a lui. Io un’idea ce l’ho, e pure piuttosto precisa, ma ve la dico dopo. Per adesso proseguiamo.
Il post è arricchito da un avatar a me caro: il bel faccione capelluto e occhialuto di Antonio Gramsci, con l’immancabile citazione da “La città futura” (“Sono partigiano, vivo”, ecc.). Da tenere d’occhio anche due elementi contenuti nel testo: l’epiteto “amico dei nazisti” e lo slogan di chiosa, in maiuscolo, “Ora e sempre resistenza”. Vedremo tra poco il perché.
Chissà se l’anonimo detrattore ha mai letto davvero qualcosa di Gramsci o se si limita a citarne a casaccio un motto letto su chissà quale volantino elettorale. Personalmente, propendo in modo deciso per questa seconda ipotesi. Lo desumo dalla chiosa (“Ora e sempre resistenza”) che stabilisce un’erronea correlazione tra il termine “partigiano” contenuto nel testo di Gramsci e l’esperienza resistenziale che all’autore, morto nel 1937, era, com’è ovvio, totalmente sconosciuta. Nell’articolo de “La città futura”, scritto nel
Gramsci, fautore della partigianeria politica difesa dal coraggio intellettuale, non si sarebbe mai nascosto dietro uno pseudonimo. Non avrebbe mai usato slogan, perché la sua forza stava nel pensiero e nella lucidità analitica. Avrebbe letto, studiato ed eventualmente demolito gli argomenti degli avversari con argomenti fondati su esami altrettanto minuziosi. Non avrebbe vomitato nel leggerli, perché le uniche cose in grado di dargli il voltastomaco erano la malafede e la vigliaccheria intellettuale, che non hanno dimora nel revisionismo. Mai e poi mai li avrebbe liquidati con anatemi generici, contrari alla sua etica dialettica. L’anonimo Merlino non ha mai letto Gramsci e se lo ha letto non ha capito niente. Perché allora ostenta l’icona del povero comunista sardo di fianco ai suoi non-interventi?
Perché è alla ricerca frenetica di un’identità che lo renda riconoscibile. Non ne trova una nel deserto che la distruzione della cultura europea gli ha lasciato in eredità. Non sa procurarsela attraverso la faticosa costruzione di una “partigianeria” intellettuale, che richiede coraggio e capacità di riflessione indipendente. Così va a cercarsela nella sfiorita grandezza di un movimento culturale e di pensiero (il comunismo) che è stato poderoso, nella sua gioventù, per la capacità di immaginare una riedificazione rivoluzionaria dell’esistente. Ma è poi morto di vecchiaia e di stenti, lasciandoci in eredità le sue ossificate reliquie. Da quelle reliquie, stormi di vittime della massificazione identitaria ricavano preziosi monili da ostentare con compiacimento, nella persuasione tribale che si possa appropriarsi della prestanza di un defunto adornandosi dei suoi resti. Essi appendono alle proprie scarne esternazioni Gramsci, Che Guevara, le falci, i martelli, le avìte parole d’ordine della trascorsa potenza, come certi discotecari inebetiti si appendono orecchini al naso e alla bocca cercando negli ornamenti la definizione di sé che non riescono più a trovare nel pensiero libero. Ogni tanto ardiscono un tocco personale, aggiungendo all’insieme un pendaglio di propria fabbricazione (ecco spiegato il Myrddin gaelico, frutto di chissà quali hobbistiche privatezze), riuscendo a rendere solo più desolante e mortifero lo spettacolo del proprio smarrimento.
Nell’assenza di appigli intellettuali, si ricorre all’antico strumento della definizione per antitesi: la schmittiana dicotomia amico-nemico, che permette di acquisire un’identità a prezzo di saldo attribuendo, con grossolana approssimazione, uno status di nemesi standard ad ogni deviazione dall’ortodossia. Ecco spiegato anche il proliferare di “amici dei nazisti” ovunque esista un pensiero deviante dalla ritualità bigotta dei defunti sacerdoti. Si tiene orribilmente in vita il cadavere ideologico del comunismo, alimentandolo con le frattaglie putride di un altro cadavere: le svastiche, i saluti a braccio teso, gli olocausti decotti, le antiche isterie urlanti di baffuti dittatori tornati alla terra tanto tempo fa. Nel frattempo il nazismo, quello vero, quello che ha fatto dell’assenza di feticci da ostentare il segno della propria forza, vive e prospera intorno a noi. La fine della Seconda Guerra Mondiale ha decretato il suo trionfo, distrutto i suoi nemici, portato alla moltiplicazione dei suoi olocausti. Ha esteso la sua propaganda fino a distorcere ogni pensiero, nascondendosi all’interno delle “istituzioni democratiche”, le più idonee a tenere a bada la rabbia del popolo con l’illusione che il potere possa essere controllato con l’apposizione periodica di una croce su una scheda. La democrazia è fatta per chi sa fare solo croci. Una cosa per vecchie zitelle bigotte, per eserciti di sterminio, per analfabeti.
Là fuori è pieno di infelici merlini che amano davvero il cadavere del nazismo tedesco, come chi muore di fame ama gli ultimi rimasugli di cibo putrefatto che servono a tenerlo in vita. Io lo amo come si ama un ricordo vivo, una brutta esperienza riaffiorata da poco dal subconscio che ci rivela una parte di noi stessi che ci rifiutavamo di riconoscere. “Amare” il nazismo non è per me l’opposto di “odiare”, ma l’opposto di “ignorare”, che è l’insulto più grande che un uomo possa fare al proprio passato o un popolo alla propria storia. Se non la smettiamo di ignorare il nazismo – perché la superficialità e l’invettiva sciocca sono antidoti letali alla conoscenza - continueremo a cibarci delle sue carni rancide, fino a morirne, per la felicità dei nostri carcerieri. La nostra mancanza d’identità è la loro forza, le nostre battaglie tra cadaveri un lasciapassare alle loro battaglie, delle quali siamo le vittime designate. Non sarò mai un apologeta del nazismo, ma se fossi costretto a scegliere preferirei l’apologia alla necrofagia. Non è questione di gusti. E’ questione di profilassi.
(Nota: qualche sapientone potrebbe far notare che questa predica sulle reliquie del comunismo viene da uno che nel suo blog ha messo falce e martello al posto dell’iniziale del proprio nome. Bel tentativo, ma inefficace. Non si tratta di una reliquia. E’ solo una vecchia foto di famiglia a cui resto affezionato. E’ diverso.)
CHI SONO I VERI TERRORISTI E PERCHE' UCCIDONO

1980: MASSACRO A BOLOGNA, 85 MORTI
da www.voltairenet.org (articolo del 2005)
traduzione di Gianluca Freda
La paura che i crudeli attentati terroristici rischiano di generare non è di buon auspicio per un momento di riflessione. In passato, questo tipo di attentati hanno precipitato l’Europa nel lutto. E’ accaduto a Bologna (1980) e a Mosca nel
L’11 marzo 2004 le bombe di Madrid erano appena esplose e già il Ministro dell’Interno spagnolo, ancor prima che partissero le indagini, faceva il nome del responsabile degli attentati: l’organizzazione indipendentista basca nota come ETA. Poche ore dopo, altre voci autorizzate accusavano Al Qaeda. Tutti i canali TV interruppero la normale programmazione per dare spazio agli attentati, traendo conclusioni che si fondavano su queste due ipotesi. In questo modo essi fecero il gioco della disinformazione, favorendo i veri mandanti che ci sono ancora oggi ignoti. Perché? Perché, perdendo il sangue freddo e la calma e lasciandosi sopraffare dalle emozioni, i media e i rappresentanti del governo ripeterono migliaia di accuse che non ci aiutano a capire cosa accadde a Madrid ma ci dicono molto sui pregiudizi di coloro che le fabbricarono.
Precedenti storici
Il ruolo di un giornalista dovrebbe essere, principalmente, quello di analizzare gli eventi utilizzando la propria logica, di studiare il “modus operandi” dei terroristi e i loro bersagli, di capire cosa c’è in gioco, chi trae vantaggio da questi crimini e cosa essi possono voler rappresentare. A questo scopo, un giornalista si serve di studi comparati dei precedenti storici. Ecco perché attribuire a un gruppo basco un’operazione di queste dimensioni, solo perché essa ha avuto luogo in Spagna, è una cosa sciocca e inaccettabile.
Eppure è proprio questo che dissero i più alti rappresentanti del partito di governo del presidente spagnolo Aznar. Dobbiamo ricordarci, prima di ogni altra cosa, che i più feroci attentati avvenuti in Europa negli ultimi 60 anni, come quello di Mosca (250 morti nel settembre 1999) e quello di Bologna, in Italia (85 morti nel 1980), furono erroneamente e frettolosamente attribuiti a rappresentanti dell’opposizione o a fanatici, nonostante tali attentati evidenziassero una logica predefinita: la “strategia della tensione”.
Finora niente indica che tale teoria possa applicarsi agli attentati di Madrid. Il problema non è quello di seguire questa ipotesi piuttosto che altre. Nessuna pista dovrebbe essere scartata, ed è questa la cosa più importante. Ma ricordare gli attentati che avvennero in Italia può aiutarci a capire qualcosa di più dei recenti eventi di Madrid.
Come negli attacchi di Madrid, il bersaglio della bomba che esplose il 2 agosto 1980 nella stazione di Bologna, era una linea ferroviaria. In quell’occasione l’attentato provocò 85 morti e 150 feriti. La bomba era stata lasciata in una sala d’aspetto di seconda classe. Era agosto e Bologna era un importante snodo del traffico ferroviario nazionale. L’obiettivo era quello di uccidere quanti più passeggeri possibile. Il bersaglio era la gente comune: Bologna era una roccaforte del Partito Comunista Italiano. A Madrid, i treni colpiti dagli attentati erano usati principalmente da una parte della classe lavoratrice delle periferie, che veniva dai quartieri operai. Erano loro il bersaglio degli attentati terroristici.
Nella loro indagine sull’attentato di Bologna, i magistrati italiani, che avevano una vasta esperienza in materia, avendo avuto a che fare per anni con la violenza e il terrorismo orchestrati in complicità con lo stato italiano, si orientarono ben presto sulla pista dell’estrema destra. Eppure i servizi segreti italiani, guidati dal generale Santovito [1], fecero tutto il possibile per depistare i giudici, fornendo loro informazioni false ed erronee. Secondo i magistrati, le cui affermazioni sono registrate negli archivi della Corte di Giustizia alla data 23 novembre 1995, “il SISMI ci inviò molte informazioni difficilmente verificabili, allo scopo di condurci su piste e/o investigazioni estenuanti e improduttive”.
La tragedia di Bologna fu il culmine di una lunga sequenza di attentati mortali che ebbero luogo in Italia nei primi anni ’70. Uno dei primi attentati avvenne a Milano il 12 dicembre 1969. Quel giorno, a Milano, alle 16.37, una bomba distrusse la sala della Banca dell’Agricoltura, uccidendo 16 persone e ferendone 88. Pochi minuti prima, un impiegato della Banca Commerciale Italiana aveva scoperto una valigia nera con dentro una bomba il cui sistema di detonazione non aveva funzionato. Venti minuti dopo, a Roma, una seconda esplosione avvenne nella Banca Nazionale del Lavoro, ferendo 16 persone. Alle 17.22 e alle 17.30 esplosero altre due bombe: una di fronte al Monumento ai Caduti a Roma e un’altra al Museo del Risorgimento in Piazza Venezia. Fortunatamente questa seconda ondata di attentati provocò solo quattro feriti.
Presunzione di colpevolezza
Questi attacchi sincronizzati furono opera dell’estrema sinistra, dell’estrema destra o di altri cospiratori? Gli investigatori incolparono immediatamente gli anarchici italiani delle quattro esplosioni. In un telex inviato dal Ministro degli Interni italiano, il 13 dicembre
Le indagini furono molto rapide: circa una dozzina di anarchici, che erano membri dei circoli “Bakunin” e “22 Marzo”, vennero arrestati. La polizia disse che c’erano forti sospetti contro di loro. Il principale sospetto era Pietro Valpreda, anarchico e ballerino professionista. Alcuni suoi amici erano stati arrestati dopo gli attentati avvenuti a Milano il 25 aprile 1969 contro il padiglione Fiat della Fiera di Milano e contro l’Ufficio Cambi della Stazione Centrale. Miracolosamente saltò fuori un testimone che lo accusava: si trattava di Cornelio Rolandi, tassista, il quale confessò in seguito all’avvocato difensore di Valpreda che il capo della polizia di Milano gli aveva detto chi doveva indicare come colpevole. Membro del Partito Comunista Italiano, ma anche dell’MSI, un partito neofascista, Rolandi morì l’anno seguente di una “polmonite improvvisa senza febbre”, aggiungendo così il suo nome ad una lunga lista di morti sospette. Il presunto complice di Valpreda, Giuseppe Pinelli, un anarchico che lavorava come operaio delle ferrovie, fu gettato dalla finestra durante un interrogatorio. Questo drammatico episodio ispirò al premio Nobel Dario Fo la sua famosa opera Morte accidentale di un anarchico.
Le tracce portavano all’estrema destra e soprattutto all’Ufficio di Controspionaggio italiano (SID) e al coinvolgimento di Mario Merlino e Stefano Delle Chiaie, noti fascisti. Come scrisse Fréderic Laurent: “Il neofascismo è una realtà. Per coloro che lo hanno studiato si tratta di una realtà anche più preoccupante della fantomatica “internazionale del terrorismo”, che viene regolarmente dipinta da certi media come una terrificante minaccia con terrificanti prospettive, con i loro potenti capi che ne reggono le fila dalle tenebre, a Mosca, Tripoli o Pyongyang” [3].
La strategia della tensione
Vista a debita distanza, la fine della Seconda Guerra Mondiale sembra essere stata il vero principio di un uso massiccio del terrore da parte degli stati, allo scopo di destabilizzare i propri sistemi democratici e limitare le libertà individuali. Ecco perché “Lungi dall’essere un evento isolato, la strage di Bologna fu l’apice di un’offensiva di destabilizzazione pianificata portata avanti dal regime parlamentare italiano. Questa “strategia della tensione”, come la chiamò un giornalista dell’Observer, è esemplare perché, dal 1968, trasformò l’Italia in un vero e proprio laboratorio della sovversione di destra e perché rivela le tecniche utilizzate dall’estrema destra, i mezzi a sua disposizione e l’appoggio ricevuto da una parte dell’apparato statale” [4].
La “strategia della tensione” può essere definita come una campagna il cui obiettivo è provocare il crollo dell’ordine e della legge e, di conseguenza, generare una crisi della fiducia dei cittadini nel governo democraticamente eletto, creando così le condizioni necessarie perché forze militari o autoritarie assumano il potere. Essa genera anche la psicosi della sicurezza nella popolazione, in modo da spingerla a rivolgersi ad organizzazioni politiche sempre più autoritarie. In Italia, a causa degli attacchi terroristici e della violenza politica di gruppi di estrema sinistra e, soprattutto, di gruppi neofascisti che avevano l’appoggio delle autorità [5], venne adottata una serie di regolamenti legislativi e di polizia particolarmente lesivi della libertà personale.
E’ il caso della Legge Reale, approvata il 22 maggio 1975, che dava alla polizia il predominio sulla magistratura. La polizia veniva legittimata a svolgere indagini e ad arrestare qualunque sospetto senza l’autorizzazione del magistrato e gli interrogatori potevano essere condotti senza la presenza di un avvocato o di un rappresentante legale. Ciò in violazione dell’articolo 3 della Costituzione relativo all’uguaglianza di fronte alla legge [6]. Nel 1979 il decreto legge Cossiga estendeva la carcerazione preventiva ai casi collegati al terrorismo e autorizzava le intercettazioni. Simili regolamenti sono stati recuperati anche negli Stati Uniti e in molti paesi alleati dopo l’11 settembre 2001, con il Patriot Act americano e altre leggi anti-terrorismo approvate in Inghilterra, Germania e Canada. In Francia, dopo l’approvazione della Legge Perben II e il rafforzamento del Plan Vigipirate, la polizia è stata dotata di poteri eccezionali nell’ambito della lotta al terrorismo [7].
Mobilitare l’opinione pubblica contro un capro espiatorio
Se gli esecutori degli attentati italiani sono stati identificati e, qualche volta, condannati, ancora oggi ignoriamo i nomi dei loro mandanti. Al più, possiamo affermare che questa strategia è stata pianificata dai servizi segreti dell’Alleanza Atlantica, senza scartare la possibilità che i cervelli dietro l’operazione abbiano, in certi casi, perduto il controllo degli esecutori materiali, che erano in genere membri dell’estrema destra fascista, i quali venivano reclutati in questi ambienti operando poi di comune accordo con responsabili di alto livello dello Stato italiano. Per i servizi segreti della NATO e per i neofascisti, il popolo italiano non era consapevole del pericolo rosso ed era necessario farlo soffrire per mobilitarlo contro i comunisti, poiché, secondo loro, il popolo italiano era “incapace di percepire la realtà”.
Questo modo di pensare non è esclusivo dei servizi segreti atlantici. Gli attentati che ebbero luogo a Mosca nel 1999, quando Vladimir Putin prese il potere, furono attribuiti ai ceceni. In seguito, ufficiali dell’LSB (ex KGB, il servizio segreto sovietico) ammisero che si era trattato in realtà di un’operazione condotta da loro agenti allo scopo di fare pressione sul governo per riprendere la guerra, cosa che hanno ottenuto. Comunque, ciò che rende questo tipo di attentati diversi dagli altri, sta nel fatto che la loro priorità è di creare forti reazioni emotive allo scopo di mobilitare l’opinione pubblica contro un capro espiatorio.
Questi esempi ci incoraggiano ad essere cauti e prudenti prima di accusare qualcuno degli attentati di Madrid e anche nel valutare eventuali rivendicazioni.
* * *
[1]. Era salito ai vertici del SISMI grazie alla Loggia Massonica P2, di cui era membro. Nel 1982 fu rimosso dall’incarico a causa dello scandalo esploso in merito a tale associazione. Morì a Firenze nel
[2]. The Black Orchestra, di Frédéric Laurent, Stock Publishing House, 1978
[3]. Idem.
[4]. Idem.
[5]. Sulla serie di attentati terroristici che sconvolsero il paese, attribuiti soprattutto all’estrema sinistra dell’epoca (Brigate Rosse, Anarchici e altri gruppi), un rapporto del Ministero dell’Interno del 1981 affermava che il 67,55% degli attentati avvenuti in Italia tra il 1969 e il 1980 potevano essere attribuiti all’estrema destra, il 26,5% all’estrema sinistra e il 5,95% ad altre organizzazioni.
[6]. “Justice of ‘Lead’ in ”, di Anne Schimel, Le Monde Diplomatique, Aprile 1998.
[7]. Per informazioni più dettagliate circa la legislazione adottata dopo l’11 settembre, si veda «Le Top 15 des États les plus liberticides» by Group of Unchanging Liberties (Human Rights Watch, Reporters sans frontiers)





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