IL SOGNO DI UN UOMO RIDICOLO

PERCHE’ IL COUNCIL ON FOREIGN RELATIONS ODIA PUTIN
di Mike Whitney
da Counterpunch del 5 dicembre 2007
Traduzione di Gianluca Freda
Domenica scorsa [il 2 dicembre, NdT], il partito di Putin, Russia Unita, ha vinto alla grande le elezioni parlamentari del paese con il 63 per cento dei voti. E’ stata una vittoria poderosa. Russia Unita controlla adesso 306 dei 450 seggi della Duma, una maggioranza schiacciante. Il voto è stato un referendum sulla leadership di Putin, che è stata approvata a valanga. Ora è sicuro che anche se Putin, l’anno prossimo, dovesse dimettersi da presidente, come tutti si aspettano, resterà comunque lui il giocatore di primo piano nella politica russa del prossimo futuro.
Vladimir Putin è probabilmente il leader russo più popolare della storia, anche se non lo si direbbe dalla lettura dei media occidentali. Secondo un recente sondaggio del Wall Street Journal, la percentuale di gradimento verso la persona di Putin nel novembre 2007 era dell’85 per cento, il che fa di lui il capo di stato più popolare che esista oggi al mondo. La popolarità di Putin deriva da molti fattori. Possiede una personalità intelligente e carismatica. E’ animato da un fiero nazionalismo e ha lavorato instancabilmente per migliorare la vita dei cittadini russi e per riportare il paese alla passata grandezza. Ha trascinato 20 milioni di russi fuori da una povertà opprimente, ha migliorato il sistema scolastico, sanitario e pensionistico, ha (parzialmente) nazionalizzato le industrie più importanti, ha ridotto la disoccupazione, incrementato la produzione e le esportazioni, ridato vigore al mercato russo, rafforzato il rublo, innalzato il tenore di vita complessivo, ridotto la corruzione di governo, incarcerato o esiliato gli avidi oligarchi e ammassato riserve di capitale per 450 miliardi di dollari.
E’ per questo che l’amministrazione Bush ha circondato
Nei primi anni della sua presidenza, si credeva che Putin avrebbe ottemperato alle richieste occidentali e accettato un ruolo subordinato nel sistema a centralità USA-UE-Israele. Ma questo non è accaduto. Putin ha difeso ostinatamente l’indipendenza della Russia e ha resistito all’integrazione nel sistema dominante.
Il trionfalismo che aveva attraversato Washington dopo la caduta del Muro di Berlino è stato ora sostituito dalla paura tangibile di una crescita del potere russo, proprio nel momento in cui il prezzo del petrolio continua a salire. Le placche tettoniche del potere geopolitico iniziano a spostarsi gradualmente verso Est. E’ per questo che gli USA si sono uniti al Grande Gioco e stanno cercando di mettere radici stabili in Eurasia. Nonostante ciò, non è difficile immaginare uno scenario in cui l’accesso americano alle ultime grandi riserve di petrolio e gas naturale del pianeta – i tre trilioni di barili di petrolio e gas naturale del Bacino del Caspio – potrebbe essere completamente bloccato dalla risorgente superpotenza russa.
Il più potente fra i “think tank” di Washington, il Council on Foreign Relations, ha da tempo previsto questo problema e ha deciso che la politica statunitense verso
John Edwards e Jack Kemp furono messi a capo di una task force del CFR il cui compito era quello di costruire il pretesto per un attacco frontale contro Putin. E’ qui che nacque l’idea che Putin stesse “riportando indietro la democrazia”. Nel loro articolo “
Kemp e Edwards fornirono così le basi ideologiche su cui fu strutturata l’intera campagna propagandistica contro Putin. E fu una campagna di dimensioni impressionanti. Una ricerca su Google News mostra circa 1.400 articoli su Putin provenienti da varie fonti giornalistiche. Quasi tutti contengono esattamente la stessa retorica, le stesse chiacchiere, le stesse falsità, le stesse calunnie. E’ impossibile trovare anche un solo articolo su 1.400 che si discosti di una virgola dai punti di discussione predefiniti dal Council on Foreign Relations.
E’ interessante osservare fino a che punto i media siano diventati un megafono propagandistico degli interessi di sicurezza nazionale. I sondaggi su Putin confermano la sua enorme popolarità, eppure i media continuano a presentarlo come un tiranno. Un atteggiamento totalmente incongruo.
In molti articoli Putin viene bollato come “antidemocratico”; un’accusa che non viene mai rivolta alla famiglia reale saudita che vieta alle donne di guidare, impone loro di coprirsi dalla testa ai piedi e le condanna alla lapidazione in caso d’infedeltà. Inoltre in Arabia Saudita la decapitazione è ancora la condanna più diffusa per i reati capitali.
Quando il re saudita Abdullah viene in visita negli Stati Uniti, nessuno lo rimprovera per il trattamento repressivo imposto dal suo regime contro la popolazione. Anzi, viene onorato con splendide foto che ritraggono lui e George Bush mentre passeggiano a braccetto tra i prati di Crawford.

Perché Putin viene accusato di “riportare indietro la democrazia”, mentre il fantoccio americano Mikhail Saakashvili può dichiarare a piacimento la legge marziale e schierare i suoi robocop armati di manganello contro i dimostranti, picchiandoli fino allo svenimento prima di farli deportare nei gulag georgiani? Le immagini della sanguinosa repressione di Saakashvili sono state pubblicate dalla stampa estera, ma non negli Stati Uniti. Invece, i media tenevano puntate tutte le telecamere su Garry Kasparov (collaboratore del Wall Street Journal e fanatico di destra) mentre veniva portato in manette in una caserma di Mosca per aver manifestato senza autorizzazione.
Il vero crimine di Putin è quello di servire gli interessi nazionali della Russia anziché quelli del capitale globale. Nonché quello di rifiutare il modello di mondo “unipolare” voluto da Washington. Come ha detto a Monaco: “Il mondo unipolare è un mondo in cui esiste un solo padrone, un solo sovrano; un unico centro di autorità, un unico centro di forza, un unico centro decisionale. A conti fatti questo modello è pernicioso non solo per coloro che vivono all’interno del sistema, ma anche per lo stesso sovrano, poiché lo distrugge dall’interno. E, cosa più importante, il modello stesso è difettoso poiché alla sua base non c’è, né potrebbe esservi, un fondamento morale per la moderna civiltà”.
E ha aggiunto:
“Stiamo assistendo a un disprezzo sempre più grande per i principi basilari del diritto internazionale... Assistiamo ad un uso spropositato e quasi incontrastato della forza – forza militare – nelle relazioni internazionali, forza che sta spingendo il mondo in un abisso di conflitti permanenti. Sono convinto che abbiamo già raggiunto il momento decisivo, quello in cui dovremo seriamente ripensare l’architettura della sicurezza globale”.
Ben detto, Vladimir.
Putin non è un santo, ma non merita le sferzate che riceve dai media occidentali.
Una parola conclusiva su Garry Kasparov
Domenica scorsa, mentre il partito “Russia Unita” di Putin si avviava ad una vittoria schiacciante,
Stalin? Così adesso Putin è Stalin? Prima di tutto, da quand’è che
E perché
Quanto a Kasparov e alle sue accuse imbecilli: dovrebbe essere felice di vivere nella Russia di Putin anziché in quella di Stalin, o a quest’ora si troverebbe, con le catene ai piedi, su un treno diretto verso le vaste distese siberiane.
E comunque, che ci fa Kasparov a Mosca? E come mai a questo ometto – senza praticamente nessuna base politica – viene riservato così ampio spazio nella narrativa dei media occidentali? E’ solo per screditare le elezioni e gettare un altro po’ di fango su Putin o c’è dell’altro?
Garry Kasparov dovrebbe abbandonare la politica e dedicarsi a ciò che sa fare meglio: la recitazione comica. Vedere Kasparov girellare per Mosca con il suo cestino di invidiose amenità e il suo entourage di marmittoni dei media occidentali è come guardare “Le straordinarie avventure di Mr. Bean al Cremlino”, una miserabile performance in una squallida commedia di serie B. Uno spettacolo penoso.
Il partito di Kasparov, “Un’altra Russia”, non ha raggiunto nemmeno il 2 per cento nei sondaggi. E’ una pagliacciata assoluta. In effetti, perfino
Ecco la velina. Reuters: “Kasparov e il suo movimento dissidente “Un’altra Russia” non prenderanno parte alle elezioni parlamentari di domenica prossima, non essendo riusciti a registrarsi come partito. GODONO DI SCARSO SOSTEGNO FRA I RUSSI, MA HANNO UN GRANDE SEGUITO IN OCCIDENTE”. “Un grande seguito in Occidente”? Chissà perché non ne sono sorpreso?
Quindi, in parole povere, Kasparov non ha la minima base elettorale in Russia, eppure gli sono stati forniti cameramen e troupe giornalistiche che lo seguono riprendendo ogni scemenza che dice. Fantastico. Ma chi credono che sia? Nelson Mandela?
Kasparov collabora al Wall Street Journal di Rupert Murdoch; quindi possiede già una piattaforma regolare per il lancio delle sue sparate contro la “tirannia” di Putin. Di solito, uno non ottiene spazio editoriale sulla prima pagina del WSJ a meno che le sue opinioni politiche non siano un po’ più a destra di quelle di Augusto Pinochet. Il che è probabilmente il caso di Kasparov. Nell’edizione del WSJ di sabato scorso Kasparov si è prodotto nel suo ultimo assurdo soliloquio, sparlando di Putin e commemorando la sua straziante ordalia di 5 giorni nelle galere moscovite.
Benché Kasparov abbia raggranellato ben poco sostegno in Russia, egli sembra avere molti leali seguaci nell’elite di Washington. Stando a Wikipedia: “Nel 1991 Kasparov ha ricevuto il premio Keeper of the Flame [Custode della Fiamma] dal Center for Security Policy (un think tank americano), per la sua resistenza anticomunista e per il contributo alla diffusione della democrazia. Kasparov è un destinatario eccezionale, poiché il premio viene solitamente conferito a “individui che abbiano consacrato la propria carriera politica alla difesa degli Stati Uniti e dei valori americani nel mondo”. Hmmmm... “individui che abbiano consacrato la propria carriera politica alla difesa degli Stati Uniti e dei valori americani nel mondo”. Non è forse la definizione di un agente americano?
Stando ancora a Wikipedia: “Nell’aprile 2007 si sostenne che Kasparov era membro del Consiglio di Sicurezza del Center for Security Policy, una “organizzazione apartitica e senza scopo di lucro specializzata nell’identificare politiche, azioni e risorse vitali per la sicurezza nazionale americana”. Kasparov confermò tutto e aggiunse di essersi dimesso subito dopo essere venuto a conoscenza della situazione. Sottolineò di NON ESSERE AL CORRENTE DI ESSERE UN MEMBRO DELL’ORGANIZZAZIONE e fece intendere di essere stato incluso in essa per sbaglio, dopo aver ricevuto nel 1991 il premio “Keeper of the Flame” dall’organizzazione stessa. Tuttavia Kasparov mantenne il proprio legame con la leadership dei neoconservatori, tenendo discorsi presso istituzioni come lo Hoover Institute”.
Ecco una lista di altre personalità che hanno ricevuto il premio “Keeper of the Flame”: 2007-Senatore Joe Lieberman. 2004-Generale Peter Pace. 2003- Paul Wolfowitz. 2002- Generale Richard Meyers. 1998-Donald Rumsfeld. 1996-Newt Gingrich. 1995-Ronald Reagan. 1990-Casper Weinberger.
Kasparov è un’anomalia o è un pezzo importante di questa congrega di pazzoidi di estrema destra? E chi sono i principali esponenti del Center for Security Policy? Richard Perle, Douglas Feith, Frank Gaffney, James Roche e Laura Ingraham. Mamma mia! Tutto l’ufficio centrale del nido del cuculo neocon! Ora dimmi, caro lettore: con amici come questi, cosa dovremmo pensare della performance di Kasparov a Mosca? Sarà davvero interessato a “promuovere la democrazia” o stava solo recitando un copione preparato a Washington?
Negli Stati Uniti, Kasparov è diventato il nodo centrale delle elezioni russe, la fonte primaria di qualsiasi analisi “obbiettiva”.
Sante parole, Fidel.
IN MEMORIAM

COSA ACCADRA’ ADESSO IN PAKISTAN?
di Omer Subhani
tratto dal sito Counterpunch
Traduzione di Gianluca Freda
1. Devo iniziare parlando dell’impressione che mi ha fatto di recente. Era una donna politica corrotta, più interessata alla propria eredità politica che al benessere della sua nazione e del suo popolo. Oggi il Presidente Bush ha detto che
2. La sua morte potrebbe generare grossi problemi in Pakistan, ma io penso che Musharraf saprà affrontare il problema e introdurrà probabilmente qualche sistema di legge marziale che consenta di arginare la violenza e le sommosse. Dovrà rinviare le elezioni, ma solo di poco, o i suoi oppositori potrebbero iniziare a gridare che sta cercando di bloccare il processo politico.
3. Sono rimasto piuttosto sorpreso dal modo in cui la stampa americana ha presentato
4. Pakistan e democrazia: cosa succederà adesso? Nawaz Sharif è un emerito nessuno. Musharraf cammina sul ghiaccio sottile. Chi guiderà il Pakistan? La situazione qui è molto tetra, ma una cosa è certa: molti pakistani sono persone moderate, inclini ai valori occidentali di democrazia e libertà nel loro senso più vero. Sono progressisti e liberali sotto molti punti di vista. L’estremismo non ha molta presa sul Pakistan, ma si teme comprensibilmente che quella parte dell’esercito legata ai talebani e ad Al Qaeda possa prendere il potere come a suo tempo fece Musharraf. Io non penso che ciò sia probabile, ma resta comunque una possibilità. I pakistani hanno bisogno di unirsi e di puntare davvero alla democrazia.
5. Sono disgustato dai media americani. La loro descrizione della Bhutto come una specie di martire è biasimevole e inappropriata. Certo, aveva fatto davvero un buon lavoro a dipingere se stessa come una specie di faro di speranza per il Pakistan. Eppure questa donna avrebbe potuto essere arrestata in qualunque momento dall’Interpol a causa del riciclaggio di denaro in cui lei e suo marito erano coinvolti in 3 o 4 paesi diversi. Era una pura e semplice imbrogliona, eppure i nostri splendidi organi di stampa stanno facendo di lei la nuova Madre Teresa. E’ come se Michael Vick, tra dieci anni, si candidasse a senatore della Georgia, venisse assassinato e tutti dicessero solo che era un grande giocatore di football senza neppure citare la sua condanna per aver addestrato cani da combattimento. E’ così orwelliano.
6. L’eredità della Bhutto: l’impressione che ha lasciato di sé è quella di una donna che lottava per la democrazia e combatteva l’estremismo. E’ così che verrà ricordata fino all’Armageddon. Ma i dissidenti e i progressisti che conoscono un po’ meglio la sua storia, sanno che cos’era realmente. Combattè per la democrazia solo quando le fece comodo, ma nel periodo in cui era al potere la corruzione e l’assassinio degli avversari politici erano per lei all’ordine del giorno. Era una truffatrice e sebbene non meritasse di terminare la propria vita in un modo così orribile, dovremmo comunque ricordarla come una persona che aveva a cuore solo se stessa e il proprio conto corrente.
7. La mia inchiesta ad Harvard mi aveva convinto che
I SOLITI SOSPETTI

Prima di versare troppe lacrime sulla sua fine, vediamo di ricordare, fuor di retorica, chi era realmente Benazir Bhutto, assassinata a Rawalpindi nella giornata di ieri.
Tenendo presente tutto questo, possiamo legittimamente porci la domanda: chi ha ordinato il suo assassinio? Normalmente, per rispondere a una domanda di questo tipo, la prima cosa da chiedersi è: cui prodest? A chi giova la scomparsa violenta della Bhutto dall’agone politico pakistano? La risposta, in questo caso, non è semplice, poiché le persone che potevano essere interessate all’eliminazione di questo poco amato leader dell’opposizione erano parecchie. Proviamo a stilare un elenco dei possibili sospetti.
- Pervez Musharraf: a mio avviso è, tra tutti i possibili indiziati del delitto, quello che ha meno probabilità di averlo commissionato davvero. La sua posizione è attualmente assai pericolante, stretto com’è tra la diffidenza degli ex alleati americani, l’opposizione di una parte della magistratura e delle forze militari e la rabbia della popolazione. Inasprire la situazione facendo uccidere
- Al Qaeda: e quando mai non è sospettata. Anzi, a sentire i resoconti del sito news.com.au, vicino a Rupert Murdoch, dunque all’informazione di regime pilotata dai neocon americani, sarebbe la principale responsabile del caos nel paese. Gli americani, secondo lo stesso sito, si starebbero già attrezzando (ma guarda un po’ la coincidenza) per rafforzare la propria presenza in Pakistan, allo scopo di impedire a questo babau di prendere possesso del paese dopo esser stato cacciato dall’Iraq (!). Ora, anche le teste più legnose dovrebbero ormai aver capito che Al Qaeda, intesa come rete terroristica internazionale, non è che uno dei tanti – e sinistri – parti di fantasia dei servizi segreti israelo-occidentali. Ciò però non vuol dire che non esistano, in alcuni paesi, gruppi terroristici organizzati (e variamente finanziati da multinazionali e servizi d’intelligence occidentali e non) la cui forza politica e militare è fuori discussione. Il Pakistan è uno dei paesi in cui il terrorismo islamico organizzato possiede una sua rilevanza indiscutibile. Questi gruppi aspirano a rimuovere Musharraf dal potere e a prenderne il posto. La prospettiva di avere una donna come futuro presidente del paese non poteva certo essergli gradita. Dunque, una volta tanto, i gruppi terroristici potrebbero aver avuto davvero un qualche ruolo anche nella progettazione dell’omicidio e non solo nella fornitura di manovalanza (ma andiamoci cauti e che non diventi un vizio).
- Nawaz Sharif: per due volte primo ministro del Pakistan, deposto dal colpo di stato di Musharraf nel 1999 ed esiliato in Arabia Saudita, era riuscito, dopo numerose peripezie, a tornare nel paese e a mettersi a capo della Lega Musulmana del Pakistan, partito con cui progettava di partecipare alle elezioni del prossimo 8 gennaio. Dopo vari incontri con Benazir Bhutto, era nato il progetto di boicottare le prossime elezioni a meno che i giudici deposti da Musharraf in nome dell’emergenza non fossero stati rimessi al loro posto. Il 3 dicembre,
- la solita CIA e il solito Mossad: inutile dire che, fra tutti i possibili sospetti, questi sono i miei preferiti. Dovunque vi sia un’azione mirante a creare caos, divisioni e guerra civile, la mano di questi due onnipresenti moloch è sempre visibile. Una nazione dilaniata dalle lotte intestine (quindi una non-nazione) è molto più facile da tenere sotto controllo di un paese dal potere fortemente accentrato. Soprattutto per ciò che attiene agli armamenti militari (che in Pakistan comprendono, incidentalmente, un certo numero di testate atomiche). Soprattutto se la figura accentratrice rischiava di essere lo stesso capo delle forze armate, quale Musharraf era fino a pochi giorni or sono. Comunque, se i servizi segreti americani e israeliani (con la collaborazione più o meno stretta di quelli pakistani) sperano di creare il caos nel paese, potrebbero anche avere qualche brutta sorpresa. Musharraf, oggi, sa benissimo che il suo destino e il suo potere sono appesi a un filo. Se le esplosioni di rabbia cittadina, gli incendi di auto e veicoli, gli scontri con la polizia sono già iniziati nella giornata di ieri, secondo un copione già visto e rivisto, non è affatto detto che l’attuale presidente tolleri senza reagire il dilagare delle proteste. Musharraf potrebbe sfruttare la situazione per un’ulteriore giro di vite ai diritti civili e per arrestare e perseguire chiunque sia anche solo lontanamente sospettato di avere legami con i fondamentalisti. Se l’intelligence americana e israeliana sperava, con l’assassinio della Bhutto, di dare il colpo di grazia al potere di Musharraf, potrebbe scoprire con rammarico di averlo in realtà rafforzato. Tutto dipende dalle scelte che il presidente pakistano compirà nelle prossime ore. Se permetterà al caos di dilagare indisturbato o se farà troppe concessioni alle forze militari americane, che si stanno già attrezzando per rafforzare la propria presenza nel paese, la prossima pallottola o il prossimo attentato suicida potrebbero essere diretti a lui. Un rischio che
RACCONTO DI NATALE
La democrazia è un bordello. Questo pensiero, di sconcertante rudezza e insipienza analitica, è mio malgrado il primo che mi è passato per la testa nell’ascoltare la telefonata di Berlusconi ad Agostino Saccà, il cui contenuto tutti conosceranno ormai a menadito, ma che ripropongo qui sopra (in versione audio) per i pochi a cui fosse sfuggita questa mirabile lezione di realismo politico. Mentre noi filosofi con la testa fra le nuvole ci riempiamo la bocca di Montesquieu e Calamandrei, la politica continua a funzionare secondo i suoi meccanismi di sempre, leggermente meno idealistici delle nostre cattedrali di pensiero, fatte di pura aria. Quando Berlusconi si era pubblicamente vantato di stare tramando per portare dalla sua parte alcuni senatori del centrosinistra, nella mia beata ingenuità avevo immaginato uno scenario da mercato del bestiame. Uno esce di casa la mattina presto, si reca di buon passo al grande mercato di Palazzo Madama, mercanteggia un po’ con i venditori (che coincidono, in questo peculiare settore economico, con la merce da acquistare), si accorda sul prezzo e si porta a casa, legati alla cavezza come animali da tiro, un po’ di senatori da utilizzare nelle faccende agricole. Uno scenario che, pur nella sua ripugnanza morale, lasciava almeno viva l’illusione che fosse il denaro, eterno fabbro delle vicende umane, il composto che lubrificava la macchina dell’attuale regime italiano, come di tanti altri regimi che lo hanno preceduto nei secoli a queste e altre latitudini.
Peccavo di ottimismo.
In realtà, come si può ben arguire dalla telefonata intercettata, i senatori italiani non si vendono in cambio del vile (ma familiare) denaro, bensì in cambio di favori e regalìe lavorative alle attricette e veline con cui trascorrono i loro momenti di spensieratezza extraconiugale. Guardate bene la foto qua sotto:

questa signora, che la decenza e l’esistenza delle querele mi vietano di definire con i termini che vorrei (l’immagine, del resto, rende superflua ogni ulteriore connotazione), avrebbe potuto essere la vera artefice della caduta dell’attuale governo italiano. La concessione di un posticino in Rai alla sua favorita era il prezzo richiesto da un senatore italiano per spostare il suo voto da una coalizione politica all’altra. C’è ancora chi si illude che le decisioni politiche e la solidità dei governi dipendano dagli accordi fra le coalizioni e dalla composizione degli interessi sociali da curare. In realtà sono i capricci delle gentildonne come
Ancora: nella telefonata Berlusconi insiste perché venga finalmente realizzata la bolsa fiction “Barbarossa”, che Bossi e
Ogni regime in declino, nello sfilacciarsi impietoso dei fondamenti morali a cui nessuno crede più, lascia affiorare in superficie la realtà miserabile dei suoi meccanismi interni, come il corpo di un animale morto da tempo lascia prima o poi fuoriuscire gli scarafaggi che continuavano a simularne il movimento.
Questa è la storia del declino della Francia dell’ancien régime e della donna che ne divenne, senza saperlo, il simbolo mortifero, lo scarafaggio affiorante. La conosciamo come Madame du Barry, le attribuiamo spesso il titolo di contessa, ma in realtà era solo una povera donna del popolo. Il suo vero nome era Marie-Jeanne Béçu de Cantigny, detta “Ange”, l’Angelo, come era conosciuta nei lussuosi bordelli di Parigi.

Era nata a Vancouleurs il 19 agosto 1743 da un frate francescano e da una popolana. Aveva ricevuto un’educazione sommaria nel convento di Saint-Aure a Parigi. Dopo i quindici anni, aveva vissuto in casa della madre, che contava sulla generosità degli amanti occasionali per garantire la sopravvivenza propria e della figlia. Aveva fatto la domestica, la commessa in un negozio di moda, la parrucchiera, si era concessa ad amanti innumerevoli molto prima di entrare a corte. Alta, avvenente, con una capigliatura di riccioli biondi che la rendeva irresistibile, sapeva vendersi con una grazia e una passione che le trucide veline sgambettanti e sboccate dell’avanspettacolo odierno si sognano di notte. La svolta nella sua vita avvenne grazie all’incontro con Jean Baptiste du Barry, avventuriero e sedicente “conte”, che la avviò alla prostituzione d’alto livello. Jeanne aveva solo 19 anni. Du Barry era soprannominato "Le Roué", con riferimento al supplizio della ruota, riservato ai peggiori farabutti. Fra i clienti fissi che du Barry assegnò a Jeanne c’era il duca di Richelieu, che divenne intimo della ragazza, fermandosi spesso a cenare da lei.
Nel 1768 du Barry e
Jeanne, che negli anni aveva affinato le proprie tecniche di adescamento fino a trasformarle in una scienza esatta, seppe sfruttare l’occasione in modo mirabile. Il Re, che versava in un terribile stato di depressione, avendo perduto in breve tempo non solo l’amata Pompadour, ma anche sua moglie e suo figlio, uscì dall’incontro con Jeanne come rinato e la volle subito con sé a corte. Re Luigi, a differenza degli odierni politici da lupanare, non aveva mai conosciuto le arti vivificanti di una prostituta professionista. Le sue amanti erano sempre state gelide donne della nobiltà o cortigiane impaurite e obbedienti, senza iniziativa né passione. La relazione che nacque tra lui e
Si parla spesso dei contrasti scoppiati a corte tra la futura regina Maria Antonietta e la contessa du Barry, descritta come una feroce e viziosa donna di potere. Non è vero. La du Barry, anche dopo che fu diventata la donna più potente di Francia, mantenne sempre un atteggiamento umile, non solo nei confronti della nobiltà di corte, ma perfino verso la servitù. Non possedeva neppure lontanamente il senso dell’intrigo che la sua posizione avrebbe richiesto. Era totalmente priva di quella capacità di pianificazione così comune fra le cortigiane (o tra le odierne aspiranti alle glorie della fiction), che serve loro a proteggersi dagli attacchi degli uomini. Non possedeva egoismo né ambizione. Nonostante tutto, mantenne sempre la semplicità genuina di una donna del popolo, di una Cenerentola portata a corte che non smette di ringraziare la sorte della propria fortuna. Nei confronti di Maria Antonietta mostrò sempre rispetto e perfino una sorta di ammirata venerazione.
Ma la futura regina di Francia, che era assai meno sciocca di come i libri di storia la descrivano, sapeva bene che cos’era la du Barry. Era un segno della fine: il marcio e la lussuria del potere improvvisamente svelate, l’insetto che fuoriesce dalla bocca di un corpo creduto vivo rivelando ai presenti l’orribile verità.
Fu per questo che, una volta diventata regina (dopo che Luigi XV era morto di vaiolo, contratto per via sessuale da una delle donne di popolo che i suoi funzionari continuavano regolarmente a reperirgli), fece immediatamente allontanare la contessa du Barry dalla corte di Versailles, ordinando che venisse confinata in una cella del monastero di Pont aux Dames. Come se allontanare lo scarafaggio rivelatore potesse servire a ridar vita a un cadavere. Finita in una squallida prigione, la du Barry non cessò mai di manifestare la propria gratitudine e il proprio rispetto per la corte di Francia e per Maria Antonietta, verso la quale non serbò mai alcun rancore. Grazie all’interessamento del principe di Ligne, riuscì ad ottenere da Maria Antonietta la libertà e potè entrare in possesso del castello di Louveciennes, dono del defunto Re di Francia di cui era stata la favorita. Aveva trentatrè anni, era ancora bellissima, ma non volle mai cercarsi un marito. Divenne una donna di grande cultura, animatrice di un circolo culturale che si rifaceva alle idee di Rousseau. Per uno dei paradossi della storia, la donna che aveva reso visibile al mondo la putrefazione della classe dominante era diventata la persona che avrebbe forse potuto innovarla dall’interno, impedendole di crollare sotto il peso della propria stessa corruzione. Ma era troppo tardi. La rivoluzione, non più frenata dall’illusione della sacralità regale, era alle porte. Quando iniziarono gli arresti e gran parte dei nobili furono costretti all’esilio, la du Barry offrì aiuto e rifugio a molti di loro nel proprio castello.
Non mancò di ribadire il proprio sostegno a Maria Antonietta e alla monarchia francese, dichiarandosi disponibile a prestare aiuto in qualunque modo. Nel 1791 venne diffusa la notizia che gran parte dei suoi gioielli erano stati rubati e che, per questo motivo, la contessa era costretta a recarsi spesso a Londra per seguire le tracce degli autori del furto. In realtà, come molti sospettavano, la du Barry stava vendendo a poco a poco tutti i propri oggetti preziosi in Inghilterra per fornire aiuto finanziario ai fuoriusciti francesi. Il nuovo governo rivoluzionario, insospettito dall’andirivieni, la fece arrestare l’8 dicembre del 1793. Lo stesso giorno, la contessa venne ghigliottinata in Place de
E’ Natale.
A Evelina Manna, Elena Russo e a tutte le donne che hanno tenuto alto il morale dei capi, svelando ciò che si celava sotto la patina onorevole di ciò che chiamavamo democrazia, vadano i miei migliori auguri di Buone Feste e di un futuro radioso.
LE VERITA' NASCOSTE
La sera del 10 ottobre del 2006, gruppi armati della resistenza irakena colpivano la base americana di Camp Falcon, la più grande base americana in Iraq,
La verità, come non è difficile immaginare, è molto diversa.
Nell’attacco alla base Falcon la macchina militare americana perse buona parte del suo equipaggiamento militare e dei suoi veicoli da trasporto, fra i quali sei elicotteri Apache e un numero imprecisato di Humvee (le jeep blindate dell’esercito). E’ anche per questo che la situazione irakena è oggi completamente fuori controllo e che le notizie (non ufficiali) che vengono dalla Zona Verde parlano di “conquistatori” assediati nel loro stesso fortilizio, quotidianamente bersagliati da colpi d’artiglieria ai quali non hanno alcuna possibilità di reagire. Contrariamente alle ridicole affermazioni delle autorità americane, il giorno successivo all’esplosione si contarono almeno 319 vittime dell’attacco, anche se il numero effettivo delle perdite non è mai stato reso noto. A questo indirizzo potete trovare un elenco delle vittime accertate (certamente molto inferiori alla cifra reale). La lista è stata redatta grazie ai registri dell’ospedale militare americano di al-Habbaniyah, che si trova
Il disastro della Base Falcon spiega anche alcuni “strani” sviluppi della politica americana dell’ultimo anno, per esempio le inspiegabili “dimissioni” di Donald Rumsfeld. E’ vero che Rumsfeld aveva gestito la guerra in Iraq nel peggiore dei modi, che era un inetto sanguinario e ignorante, che la sua presenza nell’amministrazione americana rischiava di offrire all’opposizione democratica un facile strumento propagandistico per guadagnare consensi alle elezioni. Ma la presenza di personaggi squallidi e incapaci nell’amministrazione USA non era certo limitata a Rumsfeld e ciò non è mai stato fonte di preoccupazione per il potere d’oltreoceano. Senza contare che Rumsfeld, per quanto indegno, avrebbe saputo difendersi benissimo da qualunque accusa con la stessa faccia di bronzo che lui e i suoi compagni di massacri avevano mostrato in altre occasioni. Il vero motivo delle dimissioni di Rumsfeld fu probabilmente quello di offrire ai generali americani, già infuriati per l’incapacità del governo USA, un capro espiatorio per il disastro di Camp Falcon. Disastro ignoto al lettore citrullo del New York Times o del Corriere della Sera, ma fin troppo conosciuto dagli alti ufficiali dell’esercito, umiliati e sconfitti dal tragico mix di incapacità dei vertici politici e di abilità strategica della troppo sottovalutata resistenza irakena.
Qui sotto traduco la testimonianza che la solita fonte interna alla Green Zone (che pubblica regolarmente i propri reportage nella rubrica Green Zone Folies, presso www.tbrnews.org ) diede a suo tempo dell’esplosione di Camp Falcon, a cui ebbe modo di assistere dal palco d’onore della sua postazione sita a pochi chilometri di distanza.
“Baghdad, 12 ottobre 2006,
Martedì scorso ero nella mia stanza a scrivere una lettera a un amico. Sapevo che sarebbe stata censurata, perciò cercavo di essere il meno preciso possibile riguardo le condizioni in cui si vive quaggiù.
Intorno alle 23.00 ci fu un’immensa esplosione a sud della Zona Verde, seguita, a intervalli, da altre esplosioni molto forti, che furono in totale circa trenta o quaranta e andarono avanti per tutta la notte. Salii sul tetto e vidi una grande fontana di fiamme, ondate di fumo e detriti incandescenti che schizzavano in aria come fuochi d’artificio del quattro di luglio.
Il personale correva per tutto l’edificio, con gli occhi sbarrati dal terrore, domandandosi se la nostra base sarebbe stata colpita subito dopo. Normalmente, sentire esplosioni lontane che provengono da varie zone di Baghdad è per noi routine quotidiana. Succede ogni volta che un nuovo convoglio salta in aria a causa delle bombe degli insorti. Ma questa volta il rumore fu molto più forte e durò molto più a lungo di qualunque altra cosa che avessi mai udito.
Fu impossibile dormire con tutte quelle esplosioni e al mattino mi feci la barba e andai nel mio ufficio. Tra parentesi: sono fortunato ad avere una stanza le cui finestre non siano rivolte verso Baghdad. Gli insorti hanno fucili da cecchino, di solito americani, calibro 50, situati in edifici da cui si può controllare la zona da lontano; più di una volta, membri del personale che si stavano radendo davanti alla finestra del bagno si sono ritrovati col cervello spiaccicato sui muri dopo che il cecchino li aveva presi di mira. Il suono degli spari arriva dopo e mai, neppure una volta, gli uomini della nostra sicurezza sono riusciti a individuare le postazioni dei cecchini.
In ufficio ho appreso che
Camp Falcon si trova a Sukkaniya, nel quartiere meridionale di Baghdad chiamato ad-Durah. La “Base Falcon di Operazioni Avanzate” era la più recente e la più altamente fortificata delle nostre postazioni.
C’era il forte rischio che attentatori suicidi di Ramadi cercassero di attaccare
L’installazione è ora ricolma di macerie fumanti e, ancora il giorno successivo, il fuoco continuava a divampare. Benché sia molto difficile fare stime precise, l’inventario dei beni della Falcon indica che il danno economico è stato certamente superiore al miliardo di dollari.
Questo per ciò che riguarda la perdita di beni. La perdita di vite è stata molto peggiore.
Oltre 300 soldati americani, tra cui membri dell’Esercito Americano e dei Marines, agenti della CIA, traduttori e contractor sono stati uccisi o feriti nell’immediatezza dell’attacco o sono morti subito dopo durante il viaggio verso l’ospedale o all’interno dell’ospedale stesso; più di 125 persone sono state gravemente ferite e richiedono cure speciali; altre 39 persone hanno riportato ferite minori. Secondo alcune testimonianze, frammenti di corpi carbonizzati e assolutamente irriconoscibili sono sparsi per tutti gli otto isolati della base.
122 membri delle forze armate irakene sono stati uccisi e 90 membri delle stesse, gravemente feriti, sono stati anch’essi evacuati verso l’ospedale militare americano di al-Habbaniyah, sito
All’inizio, tre grandi aerei militari da trasporto, con le insegne della Croce Rossa sotto le ali e sulla fusoliera, sono atterrati nella base e le vittime sono state scaricate e inviate all’ospedale della base di al-Habbaniyah. A livello ufficiale, com’era prevedibile, abbiamo rilasciato un fiume di “comunicati ufficiali” in cui si diceva che c’era “solo qualche persona ferita e nessuna vittima”. Altrettanto prevedibilmente i nostri uomini hanno reagito in modo isterico, scagliando selvaggiamente bombe e razzi a casaccio su varie zone di Baghdad, uccidendo 120 civili irakeni e ferendone un numero imprecisato, appiccando incendi che continuavano a divampare il mattino seguente. Secondo voci insistenti, un container di proiettili d’artiglieria, che avrebbe dovuto contenere tra l’altro una specie di gas nervino (da usare contro le roccaforti dei militanti irakeni... le ombre di Hussein!) si sarebbe rivelato fasullo. Si trattava in realtà di semplice gas lacrimogeno, grazie a Dio, o a quest’ora saremmo tutti morti!
Ormai dovrebbe essere ovvio che le cifre relative alle vittime militari in Iraq e Afghanistan sono pesantemente sottostimate. Ad esempio, tre giorni fa c’era qui un giovane ufficiale che ha parlato con molti di noi. E’ assegnato alla base aerea da cui i corpi dei caduti vengono inviati a Dover, nel Maryland. Stando a ciò che ci ha detto, il mese scorso egli ha supervisionato il carico di oltre 170 feretri militari, ma stranamente le cifre ufficiali del Ministero della Difesa riportano solo una frazione di questo numero. Naturalmente egli non è al corrente di nomi, solo di numeri, e magari qualche alto ufficiale o qualche furfante della Halliburton sta inviando droga o fanciulle minorenni negli Stati Uniti nascondendole nei feretri, però quell’uomo non aveva motivo di mentire. Sarà interessante vedere se il sito del Ministero della Difesa pubblicherà il numero dei morti dell’incidente alla Base Falcon. Il tempo ci darà le risposte, ma loro no di certo. [E infatti né i nomi, né il numero esatto delle vittime della Base Falcon sono stati mai pubblicati sul sito del MdD americano, NdT]”
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PERDUTA
dal blog di Erla Ósk Arnardóttir (Islanda)
traduzione di Gianluca Freda
Nelle ultime ventiquattr’ore ho dovuto subire quella che è stata probabilmente la più grande umiliazione della mia vita. In queste ultime ventiquattr’ore sono stata ammanettata e incatenata, mi è stato impedito di dormire, sono stata tenuta senza cibo né acqua e confinata in un luogo isolato senza che nessuno sapesse nulla di dove mi trovavo, imprigionata. Ora sto tentando di razionalizzare ciò che è successo, di riposare e di passare in rassegna questi eventi che erano iniziati nel modo più innocente possibile.
Domenica scorsa io e alcune altre ragazze eravamo andate a New York. Volevamo andare a far compere e goderci l’atmosfera natalizia. Ci eravamo sistemate in comodi posti di prima classe, bevendo vino bianco e pensando di andare a fare shopping, mangiare buon cibo e goderci la vita. Quando siamo atterrate all’aeroporto JFK è iniziata la consueta procedura di controlli. Siamo state ispezionate e ci hanno controllato i passaporti. Mentre aspettavo che finissero di controllare il mio passaporto, ho sentito un agente che diceva che c’erano alcune cose da approfondire e sono stata condotta alla vicina stazione della Homeland Security. Lì mi hanno detto che, secondo le loro informazioni, nel 1995 ero rimasta negli USA per 3 settimane oltre la scadenza del mio visto. Per questo motivo mi sarebbe stato negato l’ingresso nel paese e sarei stata rispedita in patria con il volo successivo. Ho guardato incredula l’agente e gli ho detto che, in effetti, ero stata a New York altre volte dopo il 1995 senza incontrare alcuna difficoltà. Ne è seguito un interrogatorio piuttosto dettagliato. Mi hanno fotografato e preso le impronte digitali. Mi hanno fatto domande che secondo me non avevano nulla a che fare con il problema suddetto. Mi è stato impedito di contattare o avvisare chiunque della mia situazione e benché verso sera fossi stata invitata a contattare il consolato o l’ambasciata islandese, quell’invito è stato poi ritirato. Non so il perché. Mi hanno poi invitata ad aspettare mentre raccoglievano ulteriori informazioni e mi hanno fatto restare seduta su una sedia per 5 ore sotto la sorveglianza delle autorità. In questo reparto ho visto gli agenti occuparsi di altri casi ed era evidente che si trattava di persone desiderose di sfoggiare il proprio potere. Piccoli sovrani megalomani. Ho cercato di collaborare il più possibile, perché non riuscivo a credere che avessero intenzione di deportarmi a causa del mio “crimine”. Trascorse 5 ore, quando ero ormai rimasta 24 ore senza dormire, mi hanno detto che stavano aspettando degli agenti che mi avrebbero scortato in una specie di sala d’attesa. Lì mi avrebbero dato un letto per dormire, del cibo e mi avrebbero perquisita. Non riesco davvero a immaginare che cosa si aspettassero di trovare.
Finalmente comparvero delle guardie che mi condussero alla mia nuova sistemazione. Vedevo il letto come un miraggio, perché ero completamente esausta. Invece mi aspettava qualcos’altro.
Fui portata in un altro ufficio, del tutto simile a quello in cui ero stata prima e ancora una volta fui costretta ad aspettare a lungo. In tutto, furono altre 5 ore. In questo ufficio mi venne sequestrato tutto ciò che avevo con me. Riuscii ad inviare un solo sms a parenti e amici preoccupati quando mi fu concesso di andare al bagno. Dopodiché mi sequestrarono il telefono cellulare.
Ero seduta da 5 ore quando mi dissero che stavano aspettando delle guardie che mi avrebbero portata in un luogo in cui avrei potuto riposarmi e mangiare qualcosa. Poi mi misero in una cella che sembrava una sala operatoria. Attaccate ai muri c’erano quattro lastre d’acciaio, che probabilmente dovevano servire da letto e da toilette. Ero esausta, stanca e affamata. Non riuscivo a capire il comportamento degli agenti, mi trattavano come se fossi una pericolosa criminale.
Poco dopo vennero a togliermi dalla cella e due guardie armate mi fecero mettere contro il muro. Mi misero una catena intorno alla vita e poi mi ammanettarono alla catena stessa. Poi mi misero delle catene anche alle gambe. Chiesi il permesso di fare una telefonata, ma mi fu negato. Così conciata, mi portarono via dal terminal dell’aeroporto, davanti a tutti. Raramente mi è capitato di sentirmi così male, così umiliata, e tutto perché mi ero concessa una vacanza più lunga di quanto previsto dalla legge.
Non vollero dirmi dove mi stavano portando. Il viaggio durò circa un’ora e sebbene non riuscissi a vedere fuori dal veicolo, sapevo che eravamo diretti in New Jersey. Ci fermammo davanti a una prigione. Non riuscivo a credere che stesse accadendo davvero. Stavano veramente per mettermi in prigione? Mi portarono dentro in catene e qui iniziò un altro interrogatorio. Mi fotografarono di nuovo e mi presero ancora le impronte digitali. Mi sottoposero ad un esame medico, mi perquisirono e poi mi misero in una cella della prigione. Mi facevano domande assurde, tipo: quando hai avuto l’ultima mestruazione? In cosa credi? Hai mai tentato il suicidio?
Ero completamente esausta, stanca e infreddolita. Quattordici ore dopo l’atterraggio mi diedero finalmente qualcosa da mangiare e da bere. Mi diedero del porridge e del pane. Ma non fu di molto aiuto. Avevo paura e il comportamento dei miei carcerieri era a dir poco gelido. Non mi parlavano e sembrava che non gli importasse nulla di me. Chiesi ancora di poter fare una telefonata e questa volta la risposta fu positiva. Mi sentii sollevata, ma il sollievo ebbe vita breve. Infatti il telefono poteva soltanto ricevere e non poteva fare telefonate internazionali. La guardia della mia cella aveva in mano il mio telefono cellulare. Gli spiegai che non si poteva chiamare dal telefono della prigione e chiesi il permesso di usare il mio telefono. Era fuori questione. Trascorsi le 9 ore successive in una cella piccola e sporca. Le uniche cose presenti in essa erano una stretta tavola di metallo che veniva fuori dal muro, un lavandino e una toilette. Spero di non sentirmi mai più in vita mia così segregata e inerme come mi sono sentita lì dentro.
Fui molto sollevata quando, finalmente, mi dissero che mi avrebbero portata all’aeroporto, ovviamente non prima di avermi nuovamente ammanettata e incatenata. A quel punto non riuscii più a trattenermi e scoppiai a piangere. Li pregai di risparmiarmi almeno le catene alle gambe, ma le mie richieste vennero ignorate. Quando arrivammo all’aeroporto, una delle guardie ebbe pietà di me e mi tolse le catene alle gambe. E anche così, venni comunque condotta attraverso un aeroporto affollato in manette e scortata da uomini armati. Mi sentivo malissimo. A vedere una cosa simile, la gente penserà che stia passando un pericolosissimo criminale.
In queste condizioni mi portarono nella sala d’attesa della Icelandair e mi tennero in manette finché non entrai nella pista d’imbarco. Ero completamente stremata da tutto questo, nel corpo e nello spirito. Per fortuna incontrai delle persone gentili e sia Einar (il capitano) sia l’equipaggio fecero tutto ciò che potevano per rifocillarmi. Il mio amico Auður era in continuo contatto con mia sorella e aveva chiamato il console e l’ambasciata. Purtroppo, tutti avevano ricevuto errate informazioni e credevano che fossi detenuta nel terminal dell’aeroporto, senza sapere che ero stata portata in prigione. Ora il Ministero degli Esteri si sta occupando di questa vicenda e spero di ricevere qualche spiegazione del perché sono stata trattata in questo modo.
BANANA NANA

Banana's Republic: "Televisione e mercato dei senatori: Berlusconi indagato per corruzione"
L'inchiesta di Napoli su sospette tangenti agli amministratori Rai - Randazzo racconta: mi è stato offerto di fare il vice ministro
...l'articolo-inchiesta che segue, pubblicato su Repubblica.it di oggi, merita di essere ripreso per intero. In fondo, se proprio dobbiamo trattare con qualcuno per "rifare l'Italia, è meglio sapere con chi lo stiamo facendo...
di GIUSEPPE D'AVANZO
Silvio Berlusconi è indagato dalla procura di Napoli per la corruzione di Agostino Saccà, presidente di RaiFiction e - seconda ipotesi di reato - per istigazione alla corruzione del senatore Nino Randazzo e di altri senatori della Repubblica, "in altri episodi non ancora identificati". Una storia che corre - circostanza davvero inconsueta per il Cavaliere - sul filo di un telefono (intercettato) dell'alto dirigente del servizio pubblico e trova una sua concreta evidenza nel racconto del senatore eletto dagli italiani di Australia. E' una storia che, al di là degli esiti giudiziari, ha un'evidente rilevanza politica e si può raccontare così. Come tutte le storie che si rispettino è avviata dal caso. I pubblici ministeri stanno ficcando il naso su un giro di iperfatturazioni che nasconde la costituzione all'estero di fondi neri.
La ricostruzione dei movimenti finanziari svela che il denaro ritorna - cash - in Italia attraverso
Il suo rapporto con Agostino Saccà è costante e molto intenso. Interrogato dai pubblici ministeri, il presidente di RaiFiction nega di conoscere Proietti così bene. Mal gliene incoglie. Nel periodo delle indagini, Proietti si reca ottantotto volte in viale Mazzini e in quaranta di queste occasioni è in visita da Saccà che ignora di essere finito al centro di un'inchiesta molto invasiva che, come sempre accade in questi casi, ha il suo perno nell'ascolto telefonico.

Nel diluvio di comunicazioni del presidente di RaiFiction saltano fuori, per dir così, delle attività che i pubblici ministeri giudicano non coerenti, non corrette, non legittime per un dirigente Rai. Agostino Saccà è molto insoddisfatto della sua collocazione in Rai. Si sente sottovalutato, forse umiliato. Avverte di essere guardato a vista - sì, controllato - dal direttore generale Claudio Cappon. Vuole andare via, lasciare "Mamma Rai" per "mettersi in proprio", creare nei pressi di Lametia Terme, nella sua Calabria, una "città della fiction"; collaborare al "progetto Pegasus", un'iniziativa che vuole consociare le capacità e la qualità dei piccoli produttori televisivi italiani per farne una realtà industriale in grado di competere sul mercato nazionale e internazionale.
Saccà parla molto delle sue idee e dei suoi progetti al telefono. Ne parla soprattutto con il consigliere d'amministrazione della Rai, in quota centro-destra, Giuliano Urbani. Con Urbani, Saccà conviene che in "Pegasus" bisogna far spazio a "un uomo di Berlusconi". Il presidente di RaiFiction ne va a parlare con il Cavaliere. Si incontrano spesso, a quanto pare. E' a questo punto dell'indagine che emerge l'intensa consuetudine dei rapporti tra Berlusconi e Saccà. Secondo fonti attendibili, soprattutto una decina di telefonate dirette tra il giugno e il novembre di quest'anno appaiono illuminanti (Berlusconi chiama e riceve da un cellulare in uso a un suo body-guard). Berlusconi e Saccà discutono della sentenza del Tar che ha bocciato l'allontanamento dal consiglio d'amministrazione della Rai, Angelo Maria Petroni.
Saccà sostiene che i consiglieri del centro-destra non sanno cogliere "le dinamiche positive". Spiega al Cavaliere come e con chi intervenire. Lo sollecita a darsi da fare per eliminare i contrasti che, in consiglio, dividono "i suoi consiglieri". Berlusconi appare a suo agio con il presidente di RaiFiction. Spesso dal "lei" cede alla tentazione di dargli del tu e tuttavia

Agostino Saccà appare consapevole che la preoccupazione prioritaria del Cavaliere sia la "campagna acquisti" inaugurata al Senato per capovolgere l'esigua maggioranza che sostiene il governo di Romano Prodi. Fa quel che può, fa quel che deve nell'interesse del "Capo". In estate, incontra il senatore Pietro Fuda, un transfuga di Forza Italia, oggi nel Partito Democratico Meridionale di Agazio Loiero che sostiene il centro-sinistra. Dell'esito del colloquio, Saccà riferisce a Pietro Pilello, un commercialista calabrese con studio a Milano con molti incarichi in società pubbliche (Metropolitana Milanese, Finlombarda), presidente dei sindaci di Rai International dal 2003 al 2006, oggi ancora sindaco di Rai Way. Dice Saccà: "Fuda vuol far sapere al Capo che il suo cuore batte sempre a destra, anche se è costretto a stare oggi a sinistra e che comunque se gli dovessero toccare gli interessi e le cose sue, il Cavaliere deve starne certo: Fuda gli darà un aiuto in Parlamento". Saccà e Pilello affrontano di concerto (e ne discutono al telefono) l'abbordaggio del senatore Nino Randazzo. Il commercialista assume informazioni sullo stato economico dell'eletto per il centro-sinistra in Oceania. Ne riferisce a Berlusconi che lo convoca ad Arcore. Si può presumere che il commercialista riceva l'incarico di accompagnare Randazzo da Berlusconi.
Dopo qualche tempo, gli investigatori filmano l'arrivo di Pilello all'aeroporto di Roma; l'auto con i vetri oscurati che lo attende; il percorso fino in città, a largo Argentina, dove è in attesa Randazzo; l'ultimo brevissimo tragitto fino a Palazzo Grazioli. Quel che accade nella residenza romana di Berlusconi lo racconterà il senatore ai pubblici ministeri. Berlusconi lo lusinga. Appare euforico. Vuole conquistare la maggioranza al Senato e dice di essere vicino ad ottenerla. Se Randazzo cambierà cavallo, potrà essere nel prossimo esecutivo o viceministro degli Esteri o sottosegretario con la delega per l'Oceania (al senatore Edoardo Pollastri eletto in Brasile, aggiunge Randazzo, viene invece promessa la delega come sottosegretario al Sud-America). L'elenco dei benefit offerti non finisce qui. Randazzo sarebbe stato il numero 2, appena dietro Berlusconi, nella lista nazionale alle prossime elezioni e l'intera campagna elettorale sarebbe stata pagata dal Cavaliere.

Randazzo è scosso da quelle proposte. Ricorda ai pubblici ministeri un bizzarro episodio che gli era occorso in estate, in luglio. Passeggiava nella Galleria Sordi, in piazza Colonna a Roma. Come d'incanto, come apparso dal nulla, si ritrova accanto un imprenditore australiano, Nick Scavi. L'uomo lo apostrofa così: "Voglio offrirti la possibilità di diventare milionario. Ti darò un assegno in bianco che potrai riempire fino a due milioni di euro". Randazzo rifiuta l'avance. L'altro non cede. Trascorre qualche giorno e lo richiama. Gli chiede se ci ha ripensato. Randazzo non ci ha ripensato. Come Nick Scavi, anche Berlusconi non cede dinanzi al primo rifiuto di Randazzo. Per superare le incertezze, il Cavaliere rassicura il senatore: "Caro Randazzo, le farò un vero e proprio contratto...". Ancora il telefono racconta come vanno poi le cose. Pietro Pilello dice che Berlusconi gli ha chiesto il numero telefonico di Randazzo perché aveva bisogno di parlargli con urgenza. Il senatore conferma durante l'interrogatorio: "E' vero, Berlusconi mi chiamò e mi disse: lei ci ha pensato bene, le carte sono pronte, deve solo venirle a firmarle. Mi basta anche soltanto una piccola assenza". Al Senato un'assenza, con l'esigua maggioranza del centro-sinistra, ha il valore di un voto contrario. "Una piccola assenza" è sufficiente perché, dice Berlusconi, "ho con me Dini e i suoi - che non dovrebbero tradire - e tre dei senatori eletti all'estero". Vanagloria del Cavaliere come quella storia dei "contratti di garanzia"? Forse sì, forse no. E' un fatto che almeno "un contratto" è saltato fuori a Napoli in un'altra indagine che ha come indagato per riciclaggio il senatore Sergio De Gregorio, presidente della commissione Difesa di palazzo Madama (alcuni suoi assegni per 400 mila euro sono stati ritrovati nelle mani di un noto contrabbandiere, Rocco Cafiero).

Durante l'investigazione, è stato sequestrato un contratto, inviato via fax a quanto pare, a firma Sandro Bondi e Sergio De Gregorio in cui si dà conto dell'impegno finanziario concordato tra le parti, delle quote già consegnate e quelle da fornire con cadenza mensile. E' l'accordo stipulato (e noto) tra Forza Italia e l'associazione "Italiani nel mondo" di De Gregorio. Altri accordi, evidentemente, avrebbero dovuto nascere soltanto se i senatori del centro-sinistra avessero voluto.
(12 dicembre 2007)
FROM BEYOND

[Il lettore Giorgio mi ha segnalato questo articolo, tratto dal sito artofmentalwarfare.com. L’articolo è un estratto del libro The Art of Mental Warfare di David Vincent (reperibile presso lo stesso sito) di cui vedete qui sopra la copertina.
Personalmente nutro serissimi dubbi che l’articolo provenga davvero da una fonte dei servizi segreti, come si afferma nella nota dell’editore. Se così fosse, l’autore dovrebbe avere un’idea un po’ più precisa di cosa sia realmente stato l’11 settembre, mentre da ciò che scrive, e nonostante la presunta conoscenza diretta delle PsyOp dell’intelligence americana, sembra prendere per buona quella madre di tutte le operazioni psicologiche che è la versione ufficiale dell’”attacco all’America”. Comunque l’articolo è interessante, sia per le cose che dice che per le proposte che fa. Lo traduco dunque qui di seguito, ringraziando il lettore per la segnalazione. (GF)]
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Nota dell’editore: questo messaggio viene da una fonte anonima che riteniamo interna all’intelligence americana. L’autenticità di alcune affermazioni non può essere verificata, ma il tema generale e i riferimenti citati si commentano da soli. Ho fatto tutte le ricerche possibili e immaginabili e sembra che tutto coincida. Non ho ragione di credere che quanto segue non corrisponda a verità. Leggete e decidete da soli.
CONFESSIONI DI UN AGENTE SEGRETO
Le operazioni psicologiche sono la mia specialità. PsyOps.
Tutto ciò che ho compiuto è oggi strettamente segreto, tanto i programmi quanto le operazioni. Certe persone che conosco credono che io lavori per
Prima di passare alle PsyOps, ho iniziato conducendo missioni di combattimento segrete, operazioni speciali. Ero bravo in ciò che facevo e feci carriera rapidamente. Quando iniziò la “Guerra al Terrorismo” mi pagavano un mucchio di soldi per fare da intermediario con i contractor militari privati. Quando le unità paramilitari private volevano vedersi assegnare i lavori più redditizi, venivano da me con libretti degli assegni pieni di quattrini dei contribuenti.
Ho visto le cose più orribili che si possano immaginare, l’inferno in terra. Ho visto amici morire fra le mie braccia. Ho visto mucchi di cadaveri putrefatti. Ho visto uomini, donne e bambini torturati. Ho visto gli occhi di bambini confusi e terrorizzati venduti ad una vita perversa di schiavitù e ad una morte precoce.
Potrei essere più descrittivo, ma credo di aver reso l’idea.
Questa era la mia vita e per tutto il tempo in cui la vivevo c’era chi mi diceva che stavo lottando per la libertà e combattendo dalla parte dei buoni. Che razza di commento ridicolo! Nel mondo “nero”, cioè nel mondo delle operazioni segrete, non ci sono “buoni”, ma solo diversi livelli di malvagità.
Come diceva il generale Butler, “la guerra è un racket”. Non ha niente a che vedere con la libertà e la democrazia. Non serve a combattere il male. Serve solo a un manipolo di vecchi gangster, avidi e figli di puttana, per guadagnare oscene quantità di denaro e alimentare l’odio, la violenza, il terrorismo e la schiavitù sessuale.
La verità è che non esiste nessun controllo! Cioè potete fare qualsiasi cosa e passarla liscia, nulla è illegale perché nessuno saprà che è accaduto, e i pochi che lo sapranno o ne saranno complici o avranno interesse a mantenere comunque il silenzio. Potete contrabbandare fucili, armi, droga, oro, diamanti, donne, bambini, non ha importanza. Finché la vecchia guardia riceve il suo compenso, tutto filerà liscio. In fondo, è solo una questione di potere. Le persone che governano davvero questo pianeta, sanno che le risorse naturali (oro, acqua, coltan [columbite-tantalite ad alto contenuto di tantalio, minerale rarissimo e ricercato, presente soprattutto in Australia, Nigeria, Brasile e Congo, NdT], cobalto, ecc.) sono la chiave. La “Guerra al Terrorismo” è solo un paravento per appropriarsi di risorse geostrategiche su vasta scala. Anche le guerre in Africa del Nord sono guerre per lo sfruttamento delle risorse. Quando i cari vecchi ragazzi della CIA alla Bechtel fecero degli studi sulle risorse minerarie della Repubblica Democratica del Congo attraverso un satellite della NASA, scoprendo che lì si trovava “il territorio più ricco del pianeta”, si scatenò l’inferno! Calcolarono che
La stessa cosa vale per il Medio Oriente. Credete davvero che gliene freghi qualcosa della libertà in Iraq? Abbiamo lavorato sodo per farvelo credere, ma andiamo, a loro non frega assolutamente niente del popolo irakeno. Hanno ammazzato UN MILIONE di persone! E NON E’ un’esagerazione! Di sicuro, invece, gli frega molto del petrolio irakeno. Gli frega molto anche del petrolio saudita ed è per questo che si sono accordati con una dittatura che opprime brutalmente il proprio popolo. Se si avessero davvero a cuore la libertà e la democrazia, perché non liberare anche il popolo saudita? Perché credete che 15 dei terroristi dell’11/9 venissero dall’Arabia Saudita? Noi sosteniamo un regime che opprime quella gente. Lo sosteniamo perché cooperiamo con loro sul fronte petrolifero. Quindi, perché dovremmo prendercela con loro? Attacchiamo l’Iraq, invece. Loro non ci forniscono il petrolio, perciò prendiamocela con loro!
Se si guarda la storia delle operazioni segrete, il loro scopo è sempre stato quello di accaparrarsi un pezzo di terra che contenga qualche risorsa di valore. Una volta identificata la risorsa, appositi reparti speciali studiano il modo più efficace per sopprimere o estinguere la popolazione così sfortunata da viverle nelle vicinanze. Poi arrivano le grandi compagnie, le United Fruit Company, le Bechtel e le Halliburton di tutto il mondo. E’ sempre stato così e così è ancora oggi, dai tempi di John D. Rockefeller e Allen Dulles, passando per Kissinger, Bush padre e Cheney. Milioni di civili innocenti sono stati massacrati. E non vi sto prendendo in giro. Questi sono malvagi figli di puttana e non sono nostri amici. Queste cose non hanno niente a che vedere con la sicurezza del popolo americano o con la lotta per la libertà e la democrazia. A loro non importa un cazzo dell’americano medio. In quest’epoca di economia globale, il concetto di stato nazionale è diventato obsoleto. Se solo i veri americani riuscissero a capirlo. L’orgoglio per lo stile di vita americano non è altro che uno degli strumenti di propaganda utilizzati dagli agenti delle PsyOp – cioè da gente come me – per manipolarvi e farvi credere che il nero è bianco e il bianco è nero.
Se mi domandaste qual è la più grave minaccia per il popolo americano, se Cheney o Bin Laden, o chi abbia prodotto i danni più gravi agli Stati Uniti, risponderei Cheney senza esitazione. Cheney, insieme a Bush padre e a Kissinger, è stato a capo del mondo delle operazioni segrete per tutti gli ultimi 40 anni.
Una piccola nota a margine: sono convinto che Robert Gates, l’attuale ministro della difesa nonché braccio destro di Bush padre nel mondo delle operazioni segrete, abbia usato crittografia computerizzata e sistemi software per far eleggere Bush Jr tutte e due le volte. Non ho conoscenza diretta di quest’operazione, ma provate a cercare “Robert Gates,” “Bill Owens,” “electronic voting security,” “HAVA,” “VoteHere” e “Scientific Applications International Corp”. L’operazione è andata così bene che a Gates era stata offerta, per la prima volta nella storia, la carica di Direttore dell’Intelligence Nazionale. Non accettò l’incarico, ma in compenso si prese l’incarico di Ministro della Difesa quando Rumsfeld fu rimosso. Penso che non ci saranno mai prove solide che evidenzino responsabilità dirette di membri dell’amministrazione; è tutta una ragnatela di insufficienza di elementi d’accusa. Ma penso che prima o poi si riuscirà a dimostrare che le elezioni sono state manipolate per consegnare la vittoria a Bush. Molta gente nei servizi segreti lo dà ormai per scontato, è senso comune.
Per favore, non interpretate ciò che dico come propaganda di parte. Non m’importa un tubo se a fotterci il cervello sono le PsyOp dei Democratici piuttosto che quelle dei Repubblicani. Sono solo etichette, create per dividere un pubblico americano potenzialmente forte e unito.
E’ dura far capire queste cose all’americano medio. Quasi tutti, in questo paese, sono stati mentalmente fottuti fin dalla nascita. Per averne un esempio palese, potete guardare l’industria della pubblicità e il modo in cui ha preso sempre più di mira le giovani generazioni. Il suo scopo è quello di creare consumatori animati da impulsi emotivi ripetendo incessantemente la parola d’ordine: comprate, comprate, comprate. Se sentite una cosa abbastanza spesso, finite per interiorizzare il messaggio. Diventa come l’aria che respirate, come la gravità. E’ lì, onnipresente, ma non ve ne accorgete e non ci pensate a livello cosciente. Diventa la molla da cui scattano tutti i vostri pensieri.
Ciò che fa bollire il tutto è il livello di esposizione. Prendete un messaggio semplice e ripetetelo all’infinito, per esempio citando contemporaneamente Saddam e l’11 settembre. Non avrete bisogno di dire che Saddam era coinvolto nell’11 settembre, perché questo non è vero. Dovrete solo citare Saddam e l’11 settembre nello stesso, semplice messaggio ripetuto migliaia di volte e la gente appoggerà un attacco ad un paese che non ha niente a che fare con l’11 settembre perché sarà stata condizionata psicologicamente a collegare le due cose.
Sono operazioni psicologiche su larga scala, psicologia di massa. L’arte della manipolazione scientifica dell’opinione pubblica ha ormai 100 anni. Grazie alla diffusione massiccia dei mass media, le PsyOp si sono evolute al punto che potremmo farvi credere, o almeno accettare passivamente, qualunque cosa vogliamo. Io ho lavorato in segreto con le compagnie mediatiche più potenti del mondo per farvi credere ciò che esse vogliono che voi crediate. I media sono la più efficiente arma di oppressione e tirannia mai creata. Non c’è più bisogno di controllare fisicamente le popolazioni quando si può farlo mentalmente, programmandole, costringendole a interiorizzare le regole.
Per dare qualche informazione in più sulle operazioni psicologiche divenute di pubblico dominio, nel 1977, dopo che il Congressional Church Committee iniziò ad indagare sulla manipolazione delle notizie eseguita dalla CIA, e subito dopo che Bush padre ebbe lasciato il suo posto di direttore della CIA, il celebre giornalista Carl Bernstein (quello del Watergate) iniziò a indagare un po’ più a fondo in quella che era conosciuta come Operazione Mockingbird. Egli rivelò che più di 400 giornalisti americani svolgevano in realtà opera di collaborazione con le PsyOp clandestine della CIA. Bernstein identificò operazioni che coinvolgevano tutti i principali media americani, inclusi il New York Times,
Prima di spingermi più avanti, il punto che vorrei sottolineare per il pubblico americano, il succo della questione, è che le persone più avide e assetate di potere sono al di sopra della legge, possono fare qualsiasi cosa e restare impunite. Nel mondo delle operazioni segrete le leggi non vengono applicate. La democrazia è una favola. Nulla è ciò che sembra, la realtà non è reale. Alice se ne va attraverso lo specchio.
Ho provato a combattere contro tutto questo senza ottenere nessun risultato. Ho informato alcune persone che ingenuamente credevo potessero fare qualcosa, ma non c’era nulla che si potesse fare. Ho preso tutti i soldi insanguinati che avevo guadagnato e li ho donati ad enti umanitari. Questo farà qualche differenza? No. Non nello schema delle cose nel suo complesso, ma nel breve termine potrebbe salvare qualche vita... forse. E a questo punto, è tutto ciò che posso sperare.
Sono diventato così cinico! Il cinismo e il senso di colpa gravano su ogni mio movimento, su ogni pensiero.
Se aveste visto le cose che ho visto io, se foste stati coinvolti nelle cose in cui io sono stato coinvolto, se aveste vissuto la maggior parte della vostra vita come io l’ho vissuta, che cosa fareste nel momento in cui decideste di abbandonare tutto e uscirne? Riuscireste mai ad uscirne?
Sono riuscito a uscirne, per adesso, benché tutti pensassero che non ce l’avrei mai fatta. Ma quando avete vissuto nel mondo delle operazioni segrete, la “normale” vita civile vi sembra una condanna al carcere. Del resto, anche la vita nei servizi segreti era una condanna al carcere.
Sono stato caldamente consigliato di tenere un basso profilo e di dimenticare per un po’ le cose che ho visto. Ma è difficile per me rassegnarmi a dissolvermi nella notte proprio quando stiamo per raggiungere l’orizzonte degli eventi, il punto di rottura. Nonostante il cinismo, una parte di me sa che devo continuare a lottare. La posta è troppo alta, più alta di quanto sia mai stata. La specie umana è in guai seri, ha di fronte a sé una serie di crisi quali non ha mai affrontato prima. Se queste forze segrete non verranno portate allo scoperto, e infine eliminate, non vedo come potremo anche solo iniziare a compiere le azioni coraggiose di cui abbiamo bisogno a partire da adesso; e intendo proprio da adesso, cacchio! Queste forze segrete sono alla radice e alla guida di tutto, un cancro che si diffonde per l’intero sistema e per tutto il pianeta.
Per quanto ne so, è impossibile modificare il sistema restando all’interno della stessa comunità dell’intelligence. Questo vale anche per
Quindi, se dovessi dare qualche consiglio alle persone che abbiano consapevolezza di ciò che abbiamo di fronte, i consigli sarebbero questi:
1) Processare i membri dell’amministrazione Bush per crimini di guerra. Se il caso dovesse mai arrivare in un tribunale, le prove per condannarli sono già molte. Ecco perché l’amministrazione si è opposta fermamente alla creazione della Corte Penale Internazionale. Se vogliamo iniziare a riparare questo paese e il mondo, dobbiamo iniziare mostrando a queste forze nascoste e folli di potere che non sono intoccabili. Se riuscissimo a mettere dentro un personaggio potente come Cheney, manderemmo un poderoso messaggio a tutto il mondo delle operazioni segrete. Se li lasceremo andare, continueremo ad avere questi problemi. Altre persone li seguiranno e prenderanno il loro posto.
2) Indagare quelle realtà in cui la spesa militare è semplicemente svanita. Ci sono, letteralmente, trilioni di dollari versati dai contribuenti la cui destinazione è ignota. Questo denaro alimenta il mondo delle operazioni segrete e del terrorismo in generale. Per integrare, proporrei anche un’indagine sui profitti derivanti dalla guerra.
3) Rendere obbligatorio che tutti gli apparati di votazione elettronica siano dotati di una traccia cartacea verificabile.
4) Introdurre nella Commissione Federale per le Comunicazioni (FCC) persone in grado di smantellare le regole di proprietà attuali. La concentrazione della proprietà dei media è alla base della struttura di potere segreta. Senza di essa, tutta la costruzione diventa un castello di carte. E’ per questo che
5) Dichiarare un’emergenza nazionale e globale sul fronte ambientalista. Abbiamo già raggiunto il punto di rottura. Ci servono azioni organizzate, governative, politicamente gestite e coraggiose, subito.
6) Dobbiamo occuparci di quegli enti che possiedono oggi un potere che sta al di sopra della Costituzione, come l’antidemocratica e mai eletta da nessuno struttura corporativa di controllo globale. Istituzioni come
7) Infine, dobbiamo avere delle elezioni organizzate con finanziamenti pubblici. Fino a quando avremo un sistema che impone ai candidati di raccogliere decine di milioni di dollari per essere anche solo presi in considerazione per la carica, avremo politici che si inchinano di fronte all’un per cento più ricco della società e agli elementi dotati di maggior potere, a spese di tutti i cittadini. Un aspetto importante di questo obiettivo deve essere quello di richiedere ai grandi media di fornire spazi gratuiti ai candidati. Oggi i candidati devono spendere la maggior parte del loro denaro in pubblicità sui media. Ecco perché i principali canali informativi si focalizzano su chi raccoglie la maggiore quantità di denaro, perché sono loro i beneficiari ultimi di quei soldi. Quando avremo elezioni organizzate con finanziamenti pubblici e spazi mediatici gratuiti per i candidati, avremo anche politici che potranno occuparsi dell’interesse pubblico, perché non saranno più nelle mani delle aziende grandi e potenti. Quando avremo politici la cui sopravvivenza dipenda dall’opinione pubblica anziché dal settore privato, tutte le azioni summenzionate potranno essere compiute, poiché i politici non dovranno più temere di perdere il sostegno delle grandi corporazioni e delle strutture ricche e potenti che non vogliono che queste cose accadano. Ciò ci permetterà anche di eliminare le riduzioni fiscali per l’un per cento più ricco, di mettere fine alla privatizzazione del welfare e di smettere di sovvenzionare oscene compagnie militari e carcerarie che ricavano profitti dai disastri e hanno da tempo perso di vista gli interessi della sicurezza. Potremo poi indirizzare quel denaro verso programmi ambientali, educativi, sanitari e di sicurezza sociale, per citarne solo alcuni.
Nell’attuale situazione politica questo potrebbe apparire come un sogno irrealizzabile, ma queste sono le sette cose fondamentali che DEVONO accadere. Se non accadranno tutte e sette entro pochi anni, avremo posto il pianeta su una rotta disastrosa e irreversibile. Questa è la “spiacevole realtà della situazione attuale”. Non sarà certo facile, ma è meglio che iniziate a lottare adesso, finché ancora possiamo farlo.
Dipende tutto da noi. Dovrete fare personalmente, nella vostra vita quotidiana, tutto ciò che potete. Con una pressione sufficiente da parte dell’opinione pubblica, tutte queste cose si possono ottenere. Se riusciremo a portare una piccola parte della popolazione ad agire in questa direzione, la cosa attecchirà e si espanderà rapidamente. Anche se la stragrande maggioranza della popolazione americana è in superficie completamente asservita dalla propaganda, appena più sotto vi è la consapevolezza della necessità di un’azione di massa. Hanno solo bisogno di leader che gli indichino l’obiettivo. La maggioranza ha solo bisogno di una scintilla. Fate tutto ciò che potete per accenderla. E’ una questione di importanza senza precedenti.
IL PICCOLO PADRE

Scrive il lettore Alessandro:
Sinceramente non mi rende molto tranquillo che Putin abbia vinto, in un modo o nell'altro, le sue elezioni. Anche perchè Putin non è sicuramente un ottimo esempio di buon governo. Eviterei però certe nette distinzioni tra buoni e cattivi. Tra coloro che avversano Putin e che hanno pianto lacrime per
Caro Alessandro, mi piacerebbe capire cosa intendi quando dici che “Putin non è un esempio di buon governo”. Non è una domanda retorica o provocatoria. E’ un invito alla discussione. Te lo chiedo perché prima o dopo dovremo pur domandarci che tipo di governo vorremmo per il nostro paese, quando e se l’attuale casta politica si sarà liquefatta lasciando il posto a qualcosa di nuovo.
Che cosa intendiamo per “buon governo”?
Putin, in otto anni, ha ottenuto i risultati semplicemente immensi che ho già citato. Sfido chiunque a trovare un leader di qualunque paese occidentale che abbia ottenuto, negli ultimi trent’anni, successi anche lontanamente paragonabili. Certo, non potremmo definirlo un liberale. Fa ampio ricorso alla polizia, vieta e reprime le manifestazioni di dissenso, domina i media, si serve con grande larghezza dei servizi segreti che conosce a menadito, essendone stato a capo per anni. Queste cose accadono anche da noi. Genova, Berlusconi e lo stragismo di stato sono fenomeni italiani, non russi, e sono stati perpetrati senza dare in cambio al paese nemmeno una frazione di ciò che Putin ha dato alla Russia. Possiamo perciò dire senza dubbio che Putin ha dato alla Russia un governo migliore di qualunque governo mai visto in Italia, con l’unica, gravissima pecca della parziale assenza della libertà di contestare quello stesso governo. Per “buon governo” dobbiamo dunque intendere la perfetta conciliazione di ciò che appare razionalmente inconciliabile? E cioè un’amministrazione che garantisca crescita economica, salari in ascesa, resurrezione dell’identità nazionale, autonomia energetica e militare, ecc. ecc., ma che allo stesso tempo offra alla gente la libertà di fare tutto quello che vuole, anche di intralciare l’amministrazione mettendosi al servizio di potenze straniere che vogliono ridurre il paese a una propria colonia? Mi chiedo se sia realisticamente possibile tenere in piedi questa antinomia e soprattutto in nome di che cosa bisognerebbe tenerla in piedi. Forse dovremmo toglierci dalla testa che la democrazia sia un valore in sé, nobile e splendente solo in quanto democrazia. Questa è un’affermazione arbitraria. Esistono democrazie putrefatte e dispotismi illuminati e gli aggettivi, in questi casi, contano più dei sostantivi. Putin è per l’appunto un despota illuminato. Nessun russo sano di mente sarebbe disposto a scambiarlo con una delle fogne di corruzione e schiavitù in cui sguazziamo (vantandoci pure di rappresentare un modello) noi occidentali. Perdonami ma non me la sento di dargli torto. Potremmo forse dire che l’ideale sarebbe di avere una “democrazia illuminata”, il meglio del meglio. Ma resterebbe da capire quali siano i parametri che definiscono questo ircocervo e lo rendono “migliore” di altre forme di governo. E’ “migliore” per i risultati che ottiene o per la semplice teorizzazione di princìpi innovativi, a prescindere dagli esiti di fatto? Un parziale controllo sui mezzi d’informazione è sempre una cosa deprecabile, anche se serve a tenere unito il paese e ad evitare l’infiltrazione di soggetti che vorrebbero disgregarlo nell’interesse di multinazionali straniere? Limitare la libertà di dissenso è davvero sempre esecrabile, anche se il dissenso che viene limitato è quello di individui notoriamente finanziati da una potenza straniera nemica? Eccetera eccetera. Potremmo ridurre tutta la questione a una sola domanda: quando un paese è allo sfascio totale – come lo era
O siamo così legati alle nostre astrazioni da essere disposti a morire con loro?
HA VINTO PUTIN

Il mio medio di oggi è dedicato innanzitutto ai capoccioni e ai giornalisti di Repubblica, che si sono mobilitati con mesi d’anticipo per strepitare contro le elezioni in Russia e per gettare fango su Vladimir Putin. Cari i miei pennivendoli, è stato tutto inutile. Putin ha vinto, anzi stravinto, perciò potete prendere il vostro fango, rimetterlo in saccoccia e continuare a blaterare di pedofili e delitti di cogne, argomenti certamente più adatti al livello culturale e informativo delle vostre rotative. Dedico inoltre il mio saluto agli scimpanzè dell’Osce, che hanno avuto la faccia tosta di dichiarare: "Queste elezioni non hanno rispettato molti degli impegni e degli standard che abbiamo nell'Osce e nel Consiglio d'Europa". Dopo accurata analisi, il mio ponderato commento in merito è: ecchisenestrafrega. Quando l’Osce applicherà gli stessi standard e gli stessi preoccupati appelli alle elezioni americane (vinte da Bush per due volte con brogli colossali), a quelle italiane (i cui risultati sono stati modificati e/o creati direttamente sui computer del Viminale, come mostrato da ben due film di Enrico Deaglio che l’Osce ha dimenticato di visionare), a quelle in Serbia (pilotate contro Milosevic da apparati sovversivi americani come
Dedico il mio dito anche a Luc Van Der Brande, capo degli osservatori dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, secondo il quale in Russia “non si sono svolte elezioni giuste. Se nella federazione russa la democrazia è pilotata, anche queste elezioni sono state pilotate”. Risposta: tanto piacere. Quand’anche fossero state pilotate, il pilotaggio ha permesso alla Russia di avere un leader come Putin. Il “pilotaggio” occidentale ci ha regalato leader come Prodi, Berlusconi, Bush, Sarkozy o come i ridicoli gemelli Kaczynski in Polonia. Scambierei volentieri i brogli elettorali italiani o americani con quelli russi, se servissero ad avere capi di governo dotati del coraggio politico di Putin.
Risparmio ogni commento su George Bush, il quale ha avuto l’ardire di esprimere “preoccupazione” per le irregolarità delle elezioni russe. Qui un medio è decisamente inadeguato, per questo sanguinario ubriacone fallito occorrerebbe un palo dell’ENEL, possibilmente unto di vaselina.
Vogliamo dire che le elezioni in Russia non sono state “democratiche”? Diciamolo pure. Per assicurarsi di tenere i partiti minori fuori dalla Duma, il Cremlino ha introdotto una soglia di sbarramento pari al 7% dei seggi. Chi non supera questa soglia, non entra in Parlamento. In più, Putin ha vietato le coalizioni fra piccoli partiti, per assicurarsi che questo limite non venisse raggiunto.
La differenza tra Putin e i leader “democratici” di casa nostra (che i mezzi d’informazione nostrani evitano accuratamente di citare), è che Putin, democratico o non democratico, è sostenuto, secondo gli ultimi sondaggi, dal 75% della popolazione russa, che lo vede giustamente come l’uomo che ha salvato il paese dall’asservimento agli Stati Uniti, dalla svendita dei beni nazionali alle aziende estere, dal degrado e dall’umiliazione vissuta negli anni di Eltsin, dalla povertà derivante dalla soggezione al cappio bancario a cui tutti i paesi dell’UE sono costretti a sottostare. I leader “democratici” di casa nostra possono vantare più o meno le stesse percentuali di popolarità, ma all’inverso: il 75% della gente vorrebbe vederli appesi a un lampione e le regole “democratiche”, di cui tanto ci vantiamo, esistono proprio allo scopo di impedirci di soddisfare questo desiderio.
Putin ha ricondotto un paese che nel 1998 era alla bancarotta economica ad essere nuovamente una potenza mondiale, ha cacciato gli oligarchi alla Berezhovsky e Khodorkovsky che stavano saccheggiando l’economia del paese, ha reso la russa Gazprom il leader mondiale nella fornitura d’energia, ha pazientemente intessuto rapporti di relazione con i paesi dell’UE, tentando di sottrarli al cappio israelo-americano a cui si stanno impiccando. Con buona pace di Repubblica e dei piagnoni dell’Osce, cederei volentieri gran parte della fogna che ci ostiniamo a definire “democrazia” in cambio di un po’ di uomini della caratura politica di Putin. Nella peggiore delle ipotesi, e a costo di sacrificare l'ideale di pluralismo a cui sono sempre stato legato, me ne basterebbe anche uno soltanto.
LA GIOIOSA FINE DELLA "CIVILTA'" OCCIDENTALE

Green Zone Follies, 30 novembre 2007
dal sito TBRnews.org
traduzione di Gianluca Freda
(Nota: E’ stata sospesa la rubrica regolare di Brian Harring sulle perdite americane in Iraq. E’ ormai evidente che il Ministero della Difesa sta deliberatamente sottostimando il numero delle perdite americane per ragioni politiche e ci sembra a questo punto inutile continuare a dare risalto a questa cospirazione. Le cifre ufficiali si possono leggere all’indirizzo www.defenselink.mil/Releases e il loro valore è pari più o meno a quello odierno del dollaro. Da ora in poi pubblicheremo solo The Green Zone Follies, che offre informazioni molto più accurate e tempestive di quelle che fuoriescono dalla delirante macchina propagandistica del Pentagono. Inoltre, il nostro corrispondente ha accesso alla vera lista delle perdite umane e – come abbiamo già fatto in occasione del disastro alla Base Falcon – le pubblicheremo integralmente. Ed.)
Baghdad, 26 novembre 2007: Recentemente, il deputato Jack Murtha ha accusato il Pentagono di mentire. Il che è vero, ma Murtha ha dimenticato di dire che esso mente per ordine di Bush. Mentono sul numero delle perdite, mentono sui successi della Resistenza, sulla sparizione dei nostri alleati, sulla ormai totale assenza di spedizioni di petrolio al di fuori dell’Iraq.
- Ci si rifiuta di discutere il fatto che i nostri presunti alleati, i sauditi, che hanno attivamente sostenuto gli uomini dell’11/9, stanno continuando ad inviare esplosivi in Iraq.
- Gli americani radunano grandi masse di civili irakeni terrorizzati, gli mettono in mano una bandierina di carta dell’Iraq e poi dicono ai loro compari del New York Times di fotografarli mentre cantano e ballano per la strada perché il brillante “incremento di truppe” di Bush è stato uno straordinario successo.
- In realtà è stato un disastro.
- I pattugliamenti sono stati ridotti per evitare che gli uomini vengano macellati durante il periodo natalizio.
- I turchi hanno massacrato un gran numero di curdi nell’Iraq settentrionale e nessuno ne ha nemmeno parlato.
- Non abbiamo più alleati.
- Dall’Iraq non esce più petrolio perché gran parte degli oleodotti e dei pozzi sono stati danneggiati o distrutti.
-
- Il cosiddetto governo irakeno è occupato in lotte intestine ed è assolutamente inutile. Si odiano l’uno con l’altro e odiano noi.
Prima che il mio lavoro diventasse quello di giustificare i massacri, facevo il giornalista. La stampa americana, e ormai anche la televisione, è un’industria molto, molto vicina alla morte. Perché? Uno dei motivi è internet, ma l’altro motivo sono le palesi menzogne che potete leggere su quotidiani un tempo rispettabili, come il New York Times e il Washington Post.
La loro palese e codarda sottomissione al governo li rende inutili come fonti indipendenti d’informazione. E naturalmente l’incremento di utenti di internet ha fatto accorrere i pubblicitari, che ci hanno infilato in gola i loro spot di merce avariata e ultracostosa. Nulla di ciò che scrivete agli amici o che ordinate online sfugge all’occhio di internet.
Raccolgono informazioni su chiunque e le passano immediatamente ai pubblicitari, affinché essi possano riempirvi la mail di altri annunci inutili e di altra robaccia. Peggio ancora, qui tutti sappiamo che Google, AOL, SBC, AT&T e altri sistemi, forniscono quotidianamente gli estremi dei vostri dati personali al governo. Se ad esempio ordinate un reggiseno per vostra moglie o per la vostra ragazza da Victoria’s Secret, sappiate che nell’arco di pochi nanosecondi ciò verrà riferito alle agenzie pubblicitarie interessate; e che se andate su Google e cercate qualsiasi argomento che i pazzoidi del governo considerino “sovversivo” o “pericoloso”, Google informerà automaticamente l’FBI e il Department of Homeland Security della vostra visita.
Se poi siete così scemi da cercare un argomento su Wikipedia (che è amica del governo) e cliccate su un link che interessa certi gruppi, la vostra mail verrà sommersa da annunci pubblicitari. Provate per esempio a cercare “aborto” e vedrete riversarsi nella vostra casella mail tonnellate di spazzatura sul “diritto alla vita”.
Cosa potete fare per impedirlo?
Niente.
Stamattina ho sentito un colonnello dire che se a Cheney venisse l’infarto definitivo, si potrebbe fargli un bel clistere e poi seppellirlo in una scatola da scarpe. Immagino che se fosse Bush ad essere chiamato da Dio al proprio fianco, sarebbe sufficiente una scatola di fiammiferi.
Buone vacanze, amici!
IL DR. JEKYLL & MR. GIORDANO

Quando in Italia vigeva ancora la leva obbligatoria, uno dei metodi classici sfruttati dai chiamati alle armi per risparmiarsi un anno di levatacce, rifacimento delle brande e pulizia delle latrine era quello di fingersi matti. Esiste un’ampia e a volte divertente casistica di espedienti psichiatrici utilizzati dai giovani di leva per scampare alla noiosa incombenza. Accanto a performance d’irriferibile bassezza e scurrilità, vi erano anche alcune piccole perle di recitazione che avrebbero strabiliato qualsiasi impresario teatrale. Un tale che conoscevo mi raccontò di essersi presentato alla visita militare recitando senza interruzione e con tonalità oratorie “Il cinque maggio” manzoniano. Riformato in attesa di approfondimenti psichiatrici, improvvisò a braccio di fronte al medico militare una godibile performance schizofrenica. A tratti parlava normalmente, dicendo cose sensate, poi, di punto in bianco, iniziava a parlare con una voce in falsetto (che ripeteva spesso tra gli amici, suscitando l’ilarità generale) affermando, con una certa flemma, di essere ricoperto di formiche e chiedendo con cortesia un vasetto di marmellata o di sciroppo che deviasse l’attenzione degli insopportabili insetti.
L’espediente di fingersi matti per aver salva la pelle è nel nostro paese una tradizione culturale antica e gloriosa, la cui origine si perde nella notte dei tempi. La si applica un po’ in ogni ambito, da quello processuale a quello lavorativo, passando, con esiti di straordinario impatto creativo, per quello militare. Ma il settore in cui questa tradizione nazionale trova la sua più vasta applicazione è senza dubbio quello politico. Prendiamo, ad esempio, i senatori e deputati di Rifondazione Comunista. Il 20 ottobre scorso si tenne a Roma, con grande sventolìo di pezze rosse, una manifestazione della cosiddetta “sinistra radicale” che secondo le parole del segretario di RC, Franco Giordano, avrebbe avuto la finalità di esprimere una “critica verso i ritardi del governo nell'applicazione del programma e di sostenere nello stesso tempo la costruzione di una soggettività politica unitaria". E già qui una diagnosi di dissociazione della personalità sarebbe stata scontata in qualunque ambulatorio psichiatrico di buon livello. Giordano parlava del governo come se il suo partito non ne facesse parte, o come se ne facesse parte solo di notte, quando si trasforma in Mr. Hyde, vivendo durante il giorno un’esistenza casta e irreprensibile nei panni del Dr. Jekyll. Si sarebbe potuto chiedergli come spiegasse questa contraddizione. Probabilmente avrebbe risposto con una stridula voce in falsetto, abbracciando forte la poltrona di deputato e sussurrandole calde parole d’affetto. E tuttavia l’idea di costruire, col tempo, una “soggettività unitaria” poteva apparire comunque un proposito virtuoso, soprattutto per chi risulta visibilmente affetto da Sindrome di Stevenson galoppante.
Nel caso specifico di Giordano, la sindrome presentava caratteri di particolare gravità. Infatti, nel febbraio 2007, Giordano aveva allontanato dal partito il senatore Franco Turigliatto, reo di aver chiesto l’applicazione rigorosa del programma di governo e di essersi coerentemente astenuto su una mozione di politica estera presentata da D’Alema, che andava in direzione esattamente contraria. In occasione della ribellione di Turigliatto, Giordano aveva dichiarato: «Non mi nascondo che la nostra immagine è stata colpita dall'atteggiamento di Turigliatto. Voglio ribadire il giudizio negativo di un modo di fare politica totalmente autoreferenziale e distruttivo». Questo avveniva mentre Giordano era in piena fase-Hyde. Otto mesi dopo, rientrato nei miti panni del Dr. Jekyll, Giordano arringava le credule pezze rosse radunatesi in Piazza S. Giovanni sulla necessità di rispettare con coerenza il programma di governo. L’aggressione a Turigliatto, il quale mirava appunto al rispetto del programma con i fatti e la coerenza morale anziché con le gite in pullman, era già dimenticata. Un incubo notturno perpetrato in uno stato di demoniaca alterazione psichica da un doppio malvagio del Giordano sangiovanniero, scomparso nella bruma del mattino.
Col passare del tempo, i sintomi della dissociazione si sono fatti sempre più penosi, rivelando insospettate capacità infettive, rare in un disordine di natura psichica, che hanno contagiato l’intera comunità della sinistra radicale, estendendosi a volte, con risultati orribili a vedersi, alla stessa base militante.
Dopo l’inciucio balneare di governo e sindacati per approvare il protocollo sul welfare – con la messinscena di un repellente referendum da circo che ne ha simulato l’approvazione anche da parte dei lavoratori – Rifondazione aveva promesso, per l’autunno, tuoni e fulmini. I quali erano altamente auspicabili, visto che l’accordo santifica una condizione di sostanziale schiavitù per i co.co.pro e di miseria insostenibile per buona parte dei lavoratori dipendenti. A luglio scorso, l’orrore per questo ennesimo tradimento dei plutocrati sindacali e governativi ai danni dei lavoratori, aveva determinato l’entrata in guerra di Giordano-Jekyll, che aveva gridato dalle trincee: "Si apre un conflitto. Si apre una stagione di mobilitazione politica e sociale delle sinistre in tutto il paese; una stagione di iniziativa unitaria intesa a ristabilire la connessione fondamentale tra popolo e politica, tra le aspettative riposte da milioni di persone nell'Unione e l'azione concreta della maggioranza e del governo. Dall'esito di quel conflitto dipenderà il nostro voto in Parlamento". Giovanni Russo Spena, capogruppo di Rifondazione al Senato, aveva fatto eco: "[Il protocollo] è un'assurdità da tutti i punti di vista. E' evidente che noi, al contrario, abbiamo tutte le intenzioni di emendarlo e modificarlo profondamente". Poi Prodi gli ha iniettato il siero della trasformazione fiduciaria e oggi Giordano, digrignando i denti poderosi e facendo schioccare le nocche delle manone pelose, proclama con la vocetta della mamma di Norman Bates: “Il PRC voterà a favore della fiducia sul ddl per rispetto al vincolo di maggioranza e considerando le conseguenze di un eventuale voto contrario. Ma a questo punto c’è un vero e proprio riposizionamento strategico e a gennaio si dovrà aprire una nuova fase con una verifica politico-parlamentare”.
A questo punto un elettore sano di mente (per quanto possa essere sano di mente un elettore che, come il sottoscritto, aveva votato per questa ciofeca di partito calabrache) si chiederà se non sia per caso possibile un ricovero coatto d’urgenza nella camera imbottita più vicina. Cosa dovrebbe fregarcene di una verifica politico-parlamentare, utile solo a ridistribuire qualche poltrona di prestigio alla faccia di chi si arrabatta con due lavori per portare a casa neanche 800 euro al mese? Soprattutto, da quale canovaccio schizoide di disperazione politica è uscito il concetto di sacralità del “vincolo di maggioranza” nei confronti di una maggioranza che sfoggia con rivoltante faccia di tolla il disprezzo di tutti i vincoli assunti, tanto verso gli elettori quanto verso gli alleati politici? Se Giordano avesse strillato in falsetto che il voto di fiducia sul ddl gli è stato imposto dalle orde di formiche che sciamano sul suo corpo, minacciando di scarnificarlo, la scena del matto sarebbe risultata mediamente efficace e convincente. Ma lui ha voluto strafare. Si è addirittura inventato un “vincolo di maggioranza” verso una maggioranza che si vanta di mettere sotto i piedi ogni vincolo, ogni decenza, ogni barlume di coerenza politica, ogni principio morale in cui gli elettori di Giordano (di Giordano-Jekyll, almeno) sono soliti riconoscersi. Neanche il pazzo di Psycho avrebbe osato tanto.
La maggioranza di governo ha varato norme odiose e razziste nei confronti dei rom, al solo scopo di cavalcare il mal di pancia del popolino verso un dilagare dell’immigrazione che è la stessa strafottenza sociale del governo ad impedire di tenere sotto controllo. Di fronte alla rabbia dei suoi elettori, Giordano è rimasto seduto sul suo scranno, strabuzzando gli occhi e sbavando copiosamente.
Il governo ha affondato i Dico, i Pacs e molte altre amenità che allo stato attuale delle cose appaiono decisamente inessenziali, ma alle quali Rifondazione diceva di tenere moltissimo. Giordano è rimasto zitto zitto sulla sua poltrona, prorompendo di tanto in tanto in una fragorosa risata, col pugno levato al cielo.
Il governo ha impedito la realizzazione di una commissione d’inchiesta sui fatti di Genova, a mio personale avviso del tutto inutile e inauspicabile, ma che stava comunque a cuore a molti simpatizzanti di Rifondazione. Agli elettori sempre più furenti, Giordano ha recitato “Il cinque maggio” tenendo uno scolapasta in testa, sottolineando i versi “così percossa, attonita/la terra al nunzio sta” con una pausa di un quarto d’ora a bocca spalancata, con lo sguardo perso nel vuoto.
Il governo ha rafforzato – anziché eliminare, come era scritto nel programma – la legge 30, che santifica la precarietà lavorativa. Giordano ha spiegato ai suoi elettori che le formiche sono brutte bestie e lui non riesce a schiacciarle tutte.
Il governo ha perseguitato i lavavetri, incitato all’abbattimento delle baracche dei senzatetto e Giordano ha risposto alle invettive dei suoi elettori frugandosi nel naso.
Il governo ha distribuito il tesoretto agli industriali, scippato il TFR ai lavoratori con l’attiva partecipazione dei sindacati confederali, ha inasprito le norme contro chi fuma spinelli (ma non contro i senatori che mandano i propri portaborse a comprargli la cocaina), non ha abrogato la riforma delle pensioni prevista dalla legge Maroni – com’era sempre nel programma – e ha invece ulteriormente accresciuto l’età pensionabile, infine ha schiaffato il ddl sul welfare, integrato da un voto di fiducia dolorosamente acuminato, in un luogo che ogni lavoratore avrebbe preferito destinare ad altre funzioni. Agli elettori venuti a trovarlo con torce e forconi, Giordano si è mostrato mentre accarezzava benevolmente una mosca che gli si era posata sulla mano, affinché tutti pensassero che lui, il paladino dei lavoratori, non sarebbe capace di far male a una mosca.
Pare comunque che la simulazione di follia abbia funzionato. Rifondazione, secondo gli ultimi sondaggi, si è solo ridotta a percentuali da albumina (3 o 4% di preferenze) anziché sprofondare per sempre nell’oblio della vergogna, come avrebbe meritato e come io, sinceramente, a questo punto non posso esimermi dall’augurargli. Fanno ormai così pena, dementi come si presentano al loro ex elettorato, che qualche passante disposto a lanciargli una monetina nel cappello riescono sempre a trovarlo. Se la nuova legge elettorale introdurrà davvero lo sbarramento al 5 per cento, Giordano e le sue formiche torneranno, come meritano, e indipendentemente dalla creazione di improponibili “soggettività unitarie”, alla clandestinità, che è il loro habitat naturale e dove (qui non sono ironico) sono in grado di fornire alla società spunti assai migliori di quelli che offrono quando sono seduti su uno scranno parlamentare. Da parlamentari, sono capaci soltanto di rimestare aria fritta, organizzare manicomiali kermesse di piazza contro i decreti che hanno votato la sera prima, ingoiare rospi (o farsi deridere dai rospi: perfino una nullità come Dini, ormai, li prende per il culo) e fingere di provarci gusto per offrire agli elettori sbigottiti la giustificazone della follia. Sono capaci di fare soltanto ciò che fa ogni altro appartenente a quel ceto politico infingardo a cui si dicono legati da “vincolo di maggioranza”: incassare stipendi e pensioni miliardarie, tartassare lavoratori e contribuenti, vivere in abitazioni hollywoodiane offerte dagli enti pubblici alla faccia dei baraccati a cui mandano le ruspe, scorrazzare a destra e a manca in auto blu con convoglio di scorta, tanto sono i contribuenti a pagare bolli, assicurazioni e benzina. In una parola: sono capaci solo di spolpare il paese fino all’osso, come un’orda di formiche fameliche uscite da un brutto film dell’orrore. Non suscitano in me, ormai, altro desiderio che quello di schiacciarli, di liberarmi di loro a qualsiasi costo e a qualunque prezzo. Nessuno di voi ha per caso un vasetto di marmellata?
GLI AVVOLTOI DELLA PACE

L’INGANNO CHE DIVENTA VERITA’
di William A. Cook
da Counterpunch
Traduzione di Gianluca Freda
“Una voce sui colli si ode: pianto, gemiti dei figli di Israele, perché han pervertito la loro via, han dimenticato il Signore, loro Dio”, Geremia, 2:21
Questa settimana le forze del bene si riuniranno nella città di Anna, la regina che dominava sulle proprie colonie; un luogo appropriato per uno stato coloniale come Israele per decidere dei destini della sua colonia di Palestina, attentamente preservata dietro il suo infame muro di apartheid, ripetendo per l’ennesima volta la frode perpetrata contro il popolo americano e le Nazioni Unite, secondo la quale Israele vuole sinceramente la pace. I magnati che controllano la nostra stampa e i nostri canali TV cantano le lodi di Ehud Olmert e della Knesset israeliana, definendoli custodi della pace che tentano di portare un po’ di giustizia ai popoli di Palestina stanchi della guerra. Vengono così piantati i semi della discordia che germoglieranno in un raccolto di amara delusione, seguita dal pianto e dallo stridor di denti dei perpetratori di questo inganno.
Come può una persona ragionevole prendere sul serio l’ipotesi della pace in Palestina quando del governo Olmert fa parte il partito razzista di Avigdor Lieberman, che è favorevole all’espulsione dei palestinesi dalla loro terra ed ha ottenuto, in effetti, un “assassinio mirato” del summit ancor prima che venissero mandati gli inviti (vedi "Assassinating Annapolis" di Yossi Verter, su Ha’aretz del 15/11/07)? Come può una persona ragionevole prendere sul serio l’ipotesi della pace quando a organizzare l’incontro sono gli Stati Uniti, padrini dei neocon sionisti che controllano tanto Israele quanto la moltitudine dei membri dell’AIPAC che a loro volta controllano il nostro Congresso? Perfino adesso, mentre il mondo attende col fiato sospeso la possibilità della pace, il governo razzista di Olmert continua a tagliare l’elettricità al già decimato popolo di Gaza, perché non risponde alla legge internazionale, ma solo alla propria.
In termini brutali, il processo di pace curato da Condoleeza Rice è una barzelletta. Gli Stati Uniti non sono un arbitro imparziale. Sono in combutta col governo Olmert per disconoscere il governo democraticamente eletto della Palestina e con immensa faccia tosta hanno ingaggiato un politico screditato, Ahmud Abbas, come fantoccio per evitare di trattare col vero governo. Nel frattempo il nostro governo e quello di Israele hanno decimato il popolo palestinese rendendo la sua vita un inferno in terra e lo hanno fatto in aperto disprezzo delle leggi internazionali che vietano le punizioni collettive e impongono all’occupante di prendersi cura della popolazione su cui esercita il controllo. Oltre a queste azioni deplorevoli, questo “arbitro” equo ed imparziale non solo ha continuato a fornire ad Israele il suo denaro, sotto forma di 5 miliardi di dollari in “aiuti”, ma quest’anno ha pure aumentato la cifra, aggiungendo altri 15 miliardi per i prossimi 10 anni. Come può il mondo non vedere l’ipocrisia di queste azioni?
Ma il quadro appena fornito non spiega la vera ragione che rende impossibile la pace in Palestina. La vera ragione è connaturata alla realtà del sionismo e delle forze che controllano e sempre hanno controllato l’ascesa dello stato israeliano fin dall’inizio. Questa storia va raccontata, perché è in essa che risiede la maledizione di Geremia con cui vengono condannati quegli ebrei che “han pervertito la loro via, han dimenticato il Signore, loro Dio".
In un documento mai pubblicato fino ad oggi, che si trova nell’archivio Rhodes della Bodleian Library di Oxford (MSS.Medit. S. 20 (1), il Governo di Palestina (quello dell’epoca del Mandato Britannico) presentò un rapporto segreto al segretario di stato britannico attraverso il proprio Alto Commissario, Harold MacMichael. Il documento, intitolato "Approccio Ebraico alla Questione della Cooperazione Arabo-Ebraica durante il periodo 1919-1941" descrive i primi tentativi dei leader ebrei (prima dell’invasione delle popolazioni ebraiche che i sionisti portarono dall’Europa) di trovare un proprio spazio attraverso accordi e assimilazione dell’assai più numerosa popolazione araba. Il rapporto parla di due “scuole di pensiero” esistenti tra gli ebrei: un’opinione di maggioranza che guardava alla cooperazione con l’Agenzia Ebraica come a uno “strumento che può essere preso e messo da parte secondo il bisogno per costruire uno Stato in Palestina”; e un’opinione di minoranza che considerava essenziale la cooperazione con gli arabi per una permanenza duratura degli ebrei in Palestina. Una nota a margine dice che intellettuali, professionisti e socialisti appartenevano al secondo gruppo. Il rapporto definisce tre fasi della cooperazione.
a. Fase Uno, iniziata nel 1919 con l’accordo Feisal-Weizman, fondata sull’idealismo e sui principi liberali di una fruttuosa collaborazione con gli arabi; un accordo costruito sul presupposto che i due popoli avessero molte cose in comune e dovessero sostenersi a vicenda per ottenere reciproci benefici. L’occupazione di Damasco da parte delle truppe francesi, avvenuta l’anno seguente, provocò la fine di questo accordo, poiché Feisal perse il trono e non fu più in grado di ottemperare.
b. Nella seconda fase l’attenzione fu rivolta a un tentativo di compromesso politico, cioè all’istituzione di un modus vivendi in Palestina dal 1929 fino alla promulgazione della “Carta Bianca” britannica nel 1939.
c. La terza fase, quella in cui il rapporto è stato scritto, si riferisce alla situazione esistente nel periodo 1941-1947 tra
L’accordo Feisal-Weizman definiva in dettaglio i metodi attraverso i quali la “Dichiarazione di Balfour” avrebbe potuto essere rispettata e garantita, l’immigrazione ebraica su larga scala assorbita senza alterare i diritti delle popolazioni indigene e attraverso cui la libertà di culto, il controllo dei musulmani sui propri luoghi sacri, l’assistenza economica ai gruppi sionisti appena arrivati avrebbero potuto essere realizzati, con l’intesa che l’accordo sarebbe stato implementato grazie alle richieste presentate alla Conferenza di Pace per l’Indipendenza Araba in Palestina. Le parti non definivano
L’accordo Feisal-Weizman non morì in un colpo solo. Il Dr. Chaim Kalvarisky, che lavorava per conto della Brith Shalom, del Kidma Mizrahi e dei gruppi di cooperazione arabo-ebraica, su invito di un consigliere di Feisal preparò un progetto fondato sulle affinità storiche dei due popoli che avrebbe dovuto servire come fondamento della collaborazione; entrambi i gruppi avrebbero avuto l’opportunità di amministrare il paese, e inoltre venivano stabiliti alcuni criteri pratici per l’educazione basati sull’ideale di stretta cooperazione e libertà di immigrazione in Palestina per gli ebrei. I sionisti volevano invece una nazione sostenuta non dalla Federazione araba, ma dall’Europa e dagli Stati Uniti. Questo progetto fu presentato al Consiglio Sionista nel 1936 e fu immediatamente respinto. Il rifiuto fece crollare i sogni del Dr. Kalvarisky di uno stato in cui le culture araba ed ebraica potessero svilupparsi “fianco a fianco in perfetta e serena armonia”.
Il rapporto britannico sottolinea che
Il rapporto stesso, accompagnato da prove documentali provenienti dalle organizzazioni ebraiche che definiscono nel dettaglio le loro attività, dimostra che i sionisti avevano creato "(1) un esercito segreto e un sistema di spionaggio, (2) utilizzato il contrabbando, il furto e la fabbricazione di armi (3) l’immigrazione illegale, (4) la violenza e la disobbedienza civile, (5) propaganda ostile e sediziosa, e (6) un giro di vite ai diritti civili dei cittadini ebrei per imporre la propria volontà al popolo ebraico e minare il legittimo governo di Palestina". Quest’ultima voce è forse quella che dice di più, ma anche quella che è meno conosciuta e compresa. I sionisti controllavano le comunità ebraiche con l’intimidazione, la coercizione, l’aggressione fisica e perfino l’omicidio. Le prove, basate su documenti sequestrati alle organizzazioni ebraiche e presentate in appendice a questo rapporto (vedi appendici XXXVII, XLb e B, fra le altre) rivelano questi metodi per trattare gli ebrei che rifiutassero di cooperare.
A nessuno può sfuggire l’ironia della situazione che il governo israeliano si trova oggi ad affrontare, occupando
Non dobbiamo trascurare l’iniziale buona volontà degli ebrei, quelli veri, di migliorare la propria condizione attraverso la cooperazione con gli arabi che abitavano
Fino a che punto si spingeranno I sionisti pur di raggiungere i propri obiettivi predeterminati? Theodore Herzl, fondatore del movimento sionista, rese noti i propri intenti nel 1895: “Dobbiamo cercare di spingere la popolazione araba senza un soldo verso i confini, procurandole lavori in paesi di transito, e negarle qualsiasi forma d’impiego nel nostro paese. Il processo di espropriazione e quello di rimozione dei poveri devono essere portati avanti con discrezione e circospezione”. Iniziò così l’inganno che da allora ha caratterizzato la pulizia etnica e le azioni genocide dei sionisti. “Nel 1921 il Dr. Eder, membro della Commissione Sionista di Gerusalemme, disse al tribunale d’inchiesta britannico nominato per indagare sulle cause delle prime rivolte scoppiate tra arabi ed ebrei che “Può esserci solo una nazione in Palestina, cioè quella ebraica, e nessuna parità nei rapporti tra ebrei e arabi, ma solo il predominio ebraico, non appena il numero di appartenenti alla razza (ebraica) si sarà incrementato a sufficienza” (Sami Hadawi, Journal of Historical Review). “Un’unica nazione senza eguaglianza”; e così è stato, fin da allora.
Non dimentichiamo che dietro queste affermazioni si cela un subdolo insieme di presupposti, mai enunciati per paura che i loro orribili corollari potessero risultare evidenti; e cioè che il diritto degli ebrei di avere una nazione in Palestina è fuori discussione perché questo territorio è stato loro assegnato da Dio con un patto vecchio di 4000 anni. Come facciamo a saperlo? Perché un gruppo di rabbini ebrei, nel corso di un periodo che va dal
Chi è questo Dio? La comunità internazionale e la legge internazionale riconoscono forse a un piccolo gruppo di religiosi il diritto di affermare che la loro fede in un Dio che gli concesse quei territori molti secoli fa, conceda loro il diritto di confiscare la terra ai popoli che hanno vissuto e lavorato su di essa per oltre duemila anni? Se un tale diritto dovesse essere riconosciuto, allora i nativi americani, che proclamavano la sacralità della terra da loro occupata per migliaia di anni prima dell’arrivo degli europei, potrebbero chiedere che gli Stati Uniti vengano restituiti ai loro legittimi proprietari. Le loro pretese avrebbero anche maggiore validità, visto che essi non hanno mai abbandonato la terra che gli è stata rubata, mentre il 90% degli ebrei che vivono oggi in Israele sono immigrati e non erano mai stati prima in Palestina. Senza questa rivendicazione di diritti territoriali fondata su una questione risalente a secoli or sono, i sionisti non avrebbero alcun diritto sui territori di Palestina. Perciò questo gruppo secolare e “nazionalista” utilizza il credo religioso degli ebrei per imporre l’esistenza dello Stato di Israele. E questo dà luogo a due terrificanti conseguenze: la vera natura degli ebrei, come è stata definita da Rabbi Beck, è stata distrutta ed essi sono divenuti complici del genocidio in corso in Palestina; e anche il popolo palestinese è stato distrutto, le loro terre e coloro che hanno diritti tutelati dalla legge internazionale sono stati chiamati “terroristi”. Speranza distrutta, giustizia negata.
Tenendo presenti queste conseguenze, continuiamo a esaminare la marcia del sionismo nel corso degli anni. Nel 1943, il generale Patrick Hurley, in rappresentanza personale del presidente americano Franklin Delano Roosevelt, presentò ai sionisti alcuni progetti per l’espulsione degli abitanti musulmani e cristiani di Palestina e territori vicini e per la confisca dei loro beni. Queste informazioni vengono dalle pagine 776-777 del rapporto di politica estera degli Stati Uniti intitolato Near East and Africa [Vicino Oriente e Africa], Washington D.C., 1960, citato da Sami Hadawi nel Journal of Historical Review:
Le organizzazioni sioniste in Palestina si sono dedicate ad un programma ampliato che dovrebbe includere (1) la creazione di uno stato sovrano che comprenderà
Le carte di Rhodes citate più sopra contengono contengono documenti provenienti dall’Agenzia Ebraica e dall’Hagana che descrivono, fra l’altro, i dettagli dei piani A e B relativi al periodo dal
"Io qui presente giuro di dedicare tutta la mia forza, e di sacrificare la mia stessa vita, per la difesa (sic) e la lotta a favore del mio popolo e della mia Patria, per la libertà d’Israele e la redenzione di Sion".
In questo sacrificio individuale è visibile la realtà dell’inganno, poiché nessun individuo era libero di non prestare servizio, e dunque tutti gli ebrei erano legati alla volontà delle organizzazioni sioniste, che comprendessero oppure no il disegno completo dei loro progetti illegali, resi noti dal generale Hurley al presidente Roosevelt. La portata dei loro intenti è già visibile nel primo dei loro obiettivi evidenziati da Hurley: la “redenzione di Sion” significa in realtà “la creazione di uno stato sovrano che comprenderà
Per mantenere questo esercito segreto e illegale, l’organizzazione sionista aveva bisogno di fondi. Fu perciò creato un sistema fiscale che fu imposto a tutti gli ebrei, una tassazione che si aggiungeva a quella già imposta al governo del Mandato Britannico. Alcuni si ribellarono. Una lettera scritta in ebraico, datata 4 aprile 1946, inviata da Y. Gesundheit di Tel Aviv all’indirizzo di D. Ben Gurion dell’Agenzia Ebraica descrive tanto l’ammontare di questa tassa per il finanziamento dell’esercito quanto la necessità di fare ricorso alla violenza per istituire la nuova nazione.
Gesundheit esprime la propria preoccupazione per aver dovuto pagare “più di quanto potevo permettermi al Comitato di Salvezza, all’esplicita condizione che questo denaro fosse utilizzato solo per mettere in salvo i rifugiati provenienti dall’Europa e non per scopi a piacere o per fornire armi all’Hagana”. Insiste ancora su questo punto ed esprime ciò che prova come ebreo: “Sono contrario all’uso delle armi, se non per autodifesa. Non credo nella conquista del paese ottenuta facendo ricorso alla violenza, che essa sia diretta contro gli inglesi o contro gli arabi”. E si spinge ancora oltre citando le risposte fornite da Ben Gurion alla Commissione d’Inchiesta e dicendogli: “E’ impossibile ricostruire il paese e fondare uno Stato ebraico facendo ricorso a palesi bugie”. Ma le obiezioni di principio non avevano alcuna importanza per le organizzazioni sioniste. Nel documento che stabilisce in che modo debbano essere assegnati e raccolti questi fondi, c’è questo comma: “Chiunque appoggi un evasore o rifiuti di ottemperare alle direttive del comitato disciplinare, sarà punito con le necessarie sanzioni”. Le sanzioni menzionate potevano culminare con la morte (appendice XL b).
La formalizzazione del processo di espulsione adottato dalle organizzazioni sioniste all’approssimarsi degli anni critici 1946-1947 sono descritte in un altro documento che parla dei “piani C e D”. I contenuti di questi piani non compaiono nel rapporto MacMichael/Catling di Rhodes, ma sono presentati dal professor Ilan Pappe nella sua autorevole e assai documentata opera The Ethnic Cleansing of Palestine [La pulizia etnica in Palestina]. "Fu questo piano (D Dalet) che segnò il destino dei palestinesi abitanti nei territori su cui i sionisti avevano messo gli occhi per la creazione del futuro Stato ebraico. Indifferenti al fatto che questi palestinesi intendessero collaborare al progetto di uno Stato ebraico oppure opporsi ad esso, il Piano Dalet prevedeva l’espulsione totale e sistematica di questi popoli dalla loro terra”. (28)
Bisogna tener presente che questi piani segreti dell’Organizzazione richiedevano che i sionisti operassero in modo illegale contro il governo del Mandato Britannico. E questo nonostante il fatto che quel governo fosse essenzialmente filo-israeliano, poiché era
Permettetemi di chiudere questa sezione con una citazione del portavoce generale dell’esercito britannico, risultante da un’intervista al Dr. Weizman (Appendice XX b): “Se fossero state intraprese ulteriori azioni o se gli ebrei avessero creduto che l’Inghilterra intendeva distruggere il sionismo, ci sarebbe stato un 'bagno di sangue'. Niente avrebbe potuto impedirlo. Ci saremmo trovati a dover combattere non solo contro gli 80.000 uomini dell’Hagana, ma anche contro i 200.000 riservisti che stavano dietro di loro, e tutti avrebbero sparato contro di noi. Nessuno sarebbe stato più al sicuro in Palestina” (12/7/1946). E’ importante capire fino a che punto fossero forti le milizie ebraiche in quel momento. Esse erano senza dubbio, tanto nella loro convinzione quanto per le forze inglesi occupanti, il più grande esercito del Medio Oriente. Le grida dei sionisti secondo le quali questo piccolo gruppo di ebrei innocenti sarebbe stato alla mercè delle forze arabe che desideravano cacciarli non era nient’altro che una menzogna e una lamentazione studiata a tavolino per attirarsi la simpatia del popolo americano e dei suoi politici. E’ così che l’inganno nasconde la verità.
Seguì, naturalmente, la divisione della Palestina operata dalle Nazioni Unite nel 1947, con la definitiva entrata in vigore il 14 maggio 1948. Fra marzo e maggio di quell’anno, il mondo non si accorse di uno dei più malvagi, spietati, calcolati massacri mai perpetrato da un gruppo di persone che si definiscano civilizzate. L’esercito sionista si mise in marcia mentre le forze del Mandato Britannico restavano a guardare, incapaci di fermare la loro furia, la distruzione, gli stupri e la carneficina. Non c’è bisogno che io descriva questa fase nei dettagli, essa può essere studiata da chiunque desideri conoscere la storia recente attraverso le opere di studiosi israeliani come Benny Morris, che ha identificato 34 comunità arabe i cui abitanti vennero espulsi o sterminati, o meglio ancora attraverso il recente studio di Ilan Pappe The Ethnic Cleansing of Palestine.
I mezzi con cui fu attuata l’espulsione furono molti, psicologici, economici e militari. Unni e spade, cavalli e brutto carattere. I sionisti erano dotati di un’intelligence fredda e senza cuore e di una forza militare in grado di circondare una città da tre lati, far uscire gli abitanti dal quarto, uccidere chiunque facesse resistenza, stuprare le donne, abbattere le case o farle saltare con la dinamite mentre gli abitanti erano all’interno, incapaci di uscire, trasformando le case stesse in tombe e lapidi al tempo stesso, costringere i fuggiaschi a camminare a piedi per miglia e miglia fino ad un’altra zona araba o ad un altro paese, trasformandosi in rifugiati per isuccessivi 60 anni; il tutto mentre Israele continua senza vergogna a chiedere risarcimenti alle corti internazionali per gli ebrei espulsi dai paesi arabi tanti anni fa, indifferenti alla sofferenza che hanno inflitto ai nativi, ridotti in miseria, della terra che hanno rubato. Ciò costrinse quegli ebrei che non accettavano le mire nazionaliste dei sionisti o i metodi da essi impiegati ad elaborare propri progetti.
Ma la stampa americana non riporta niente di tutto questo. Gli americani credono ancora che siano gli ebrei ad essere aggrediti e che si stiano difendendo contro arabi assetati di sangue, arabi che erano già stati sconfitti dagli inglesi nel 1936, lasciando quel popolo senza una guida e senza un esercito degno di questo nome con cui difendersi. Ma questi fatti non vengono raccontati al pubblico americano né al nostro Congresso, che è schierato totalmente a favore dello spietato regime abbattutosi sul popolo di Palestina.
E’ ironico quanto l’ipocrisia vada di pari passo con l’arroganza. E’ ironico che il “diritto al ritorno”, istituito come principio dei diritti umani a favore di coloro che sono stati costretti a lasciare le proprie case e la propria terra, per garantirgli un risarcimento e la possibilità di tornare, sia stato distorto dallo stato sionista d’Israele per proteggere coloro che non erano mai stati nella terra di Palestina, solo in quanto appartenenti a una certa religione, impedendo allo stesso tempo il ritorno di chi è stato cacciato dalla propria casa e dai propri luoghi familiari. E’ ironico che uno stato fondato sul presupposto che solo gli appartenenti a una data religione abbiano diritto alla cittadinanza pretenda di farsi chiamare “democrazia”, e ripeta questa definizione così spesso che coloro che non conoscono la verità finiranno per crederci davvero. E’ ironico urlare al mondo che gli ebrei sono vittime dei terroristi, terroristi spietati che si fanno saltare in aria in mezzo alla gente, quando invece i “terroristi” sono essi stessi figli di uno sterminio, come dimostra l’attentato al King David Hotel di cui l’Hagana ha ammesso la responsabilità, con la sola differenza che possedeva i mezzi per far saltare in aria degli innocenti senza doversi suicidare, ed è questa la sola cosa che rende terroristi gli uni e “difensori del proprio paese” gli altri. E’ ironico che Israele vada a lagnarsi di fronte alle Nazioni Unite per le dichiarazioni del presidente iraniano che vorrebbe “cancellare Israele dalla carta geografica”, quando si tratta in realtà di una traduzione fasulla che serve al solo scopo di ottenere una condanna nei confronti dell’Iran per intenzioni genocide, mentre Israele conduce una lenta, straziante pulizia etnica del popolo palestinese da ormai 60 anni. E’ ironico che la nostra stampa americana presenti la nuova iniziativa di pace come un’offerta di Israele mirante per l’ennesima volta alla pace in Palestina, quando il governo Olmert può restare al proprio posto solo finché nega i presupposti stessi della pace, e cioè la restituzione della terra palestinese ai suoi legittimi proprietari e il pieno riconoscimento di uno Stato palestinese contiguo in grado di curare i propri affari indipendentemente dai voleri di Israele; qualcosa di simile al progetto del principe saudita, respinto da Sharon nel 2002.
Invece si ode una sola voce sui colli, una voce che svela l’ipocrisia del nostro governo e quella di Israele nel presentare per l’ennesima volta un falso piano di pace che servirà solo a fornire ai think tank israeliani altra materia per sottolineare quanto siano ingrati i palestinesi a non accettare qualche rimasuglio della loro terra; il tutto mentre Israele li rinchiude in Bantustan dove milioni di persone devono sopravvivere di espedienti, dipendendo dalla carità del mondo per i bisogni essenziali, poiché Israele ha rubato la loro acqua, i loro raccolti, i loro accessi al mare a est e a ovest; e pretende che essi riconoscano la legittimità dello Stato che ha distrutto la loro cultura, uno Stato che deve ancora riconoscere il diritto dei palestinesi ad esistere; e peggio ancora, pretende che essi interrompano la legittima difesa del proprio paese occupato, in ottemperanza alle leggi internazionali, mentre Israele grida al lupo trasformandosi nel governo di Mandato contro il quale i suoi stessi fondatori, da terroristi, avevano combattuto, chiedendo al mondo di condannare i giusti e proteggere i criminali; infine, quando il mondo impietosito chiede con pianti e con suppliche alla comunità internazionale che sia data finalmente giustizia ai palestinesi, ci sembra di sentire il grido sionista di Menachem Begin provenire dal monte del tempio: “Un ebreo non si piega a nessuno, eccetto che a Dio”, un Dio la cui volontà è stabilita dai sionisti e da loro soltanto. Ed è forse questo l’inganno più grande, che Dio parli attraverso le bocche di coloro che massacrano le creature di Dio. E’ così che abbiamo pervertito la nostra via e dimenticato il Signore nostro Dio.





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