Ciao sono Gianluca Freda
Vedi il mio profilo


Gennaio 2008

DLMM GVS
1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29 30 31

Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

I miei links preferiti

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us
Archivio Gennaio 2008

FAURISSON: PROVATE A ZITTIRLO

by Gianluca Freda (31/01/2008 - 21:06)


Il 25 gennaio, Robert Faurisson, il più importante tra gli storici revisionisti viventi, è stato arrestato dalla polizia francese, che lo ha trattenuto e interrogato per sei ore. Faurisson ha 79 anni ed era stato vittima, nel maggio scorso, di un’aggressione da parte di ebrei che gli avevano impedito di tenere, presso l’Università di Teramo, una conferenza alla quale era stato invitato dal prof. Claudio Moffa. In Francia Faurisson ha subito un’infinità di processi a causa della legge Fabius-Gayssot, che proibisce la libera espressione e la ricerca storica sull’olocausto. Attualmente è imputato in tre diversi procedimenti penali, due dei quali per la sua partecipazione, nel dicembre 2006, alla Conferenza di Teheran sull’olocausto, il terzo perché citato in giudizio dal quotidiano Libération per aver citato alcuni articoli senza autorizzazione. Faurisson, come è solito fare ormai da decenni, ha risposto alle domande degli inquirenti con un secco “no comment” e con la frase standard che è solito ripetere in queste occasioni: “Rifiuto di collaborare con la polizia francese e con il sistema giudiziario alla repressione del movimento revisionista”. Dopo il fermo, Faurisson è stato ricondotto alla sua abitazione, che è stata perquisita dalla polizia francese. Durante la perquisizione (seguendo anche in questo caso un’abitudine ormai consolidata) Faurisson ha preso nota dei nomi degli agenti che lo accompagnavano, dichiarando: “E’ probabile che la storia si ricorderà della vostra esistenza, dopo che avrò menzionato i vostri nomi e secondo il modo in cui li ho menzionati”.
In onore di questo grande e coraggioso ricercatore, ripubblico qui (tratto dal sito Radioislam) un suo celebre articolo del 1995, riguardante il campo di Auschwitz e la mitologia nata intorno ad esso.

Auschwitz: I fatti e la leggenda
di Robert Faurisson

    All'inizio del 1940, Auschwitz era solo una città, di 13.000 abitanti, dell'Alta Slesia tedesca. Nel maggio dello stesso anno, nella periferia di Auschwitz inizia a costruirsi, sull'area di una caserma dell'artiglieria polacca, un "campo di transito" per 10.000 detenuti polacchi. Negli anni che seguirono, con l'aggravarsi della guerra, Auschwitz divene il centro di un insieme di circa quaranta campi e sotto-campi e la capitale di un enorme complesso agricolo e industriale (miniere, petrolchimica, fabbriche di armamenti,) dove lavoravano numerosi detenuti, ebrei e polacchi in particolare, a fianco di lavoratori civili. Auschwitz fu, di volta in volta o successivamente, un campo di concentramento e un campo di lavori forzati e lavoro libero. Non fu mai un campo di "sterminio" (espressione inventata dagli alleati). Nonostante le drastiche misure igieniche e i numerosi edifici o baraccamenti ospedalieri, a volte muniti degli ultimi ritrovati della scienza medica tedesca, il tifo, che era endemico nella popolazione ebrea polacca e tra i prigionieri di guerra russi, operò, insieme alla febbre tifoide e altre epidemie, devastazioni nei campi e nella città di Auschwitz tra la popolazione concentrazionaria e quella civile, come tra gli stessi medici tedeschi. È così che, durante tutta l'esistenza del campo, queste epidemie, unite per taluni alla fame, al caldo, al freddo e a terribili condizioni di lavoro in questa zona di paludi, causarono, dal 20 maggio 1940 al 18 gennaio 1945, la morte di molte persone, probabilmente 150.000 detenuti (1).

Le voci su Auschwitz

Come è normale in tempi di guerra e di propaganda di guerra, varie voci si svilupparono a partire da questi fatti drammatici. Soprattutto verso la fine della guerra e soprattutto negli ambienti ebrei al di fuori della Polonia, ci si mise a raccontare che i tedeschi uccidevano a Auschwitz, su ordine ricevuto da Berlino, milioni di detenuti in maniera sistematica. Secondo queste voci, i nazisti avevano installato delle "fabbriche della morte", particolarmente per gli ebrei; sezionavano i detenuti vivi (vivisezione) o li bruciavano vivi (nelle fosse, negli altiforni o nei crematori); o, ancora, prima di bruciarli, gasavano gli ebrei in mattatoi chimici chiamati "camere a gas". In questo circuito fatto di voci si ritrovano alcuni miti della Prima Guerra Mondiale (2).

L'imbarazzo dei liberatori sovietici

I sovietici occuparono Auschwitz il 27 gennaio 1945. Ciò che essi scoprirono era talmente contrario a quello che divulgava la propaganda che si può dire che restarono a bocca aperta. Per la sua stessa organizzazione e per le sue installazioni sanitarie, talmente moderne agli occhi dei sovietici, quel campo era tutto il contrario di un "campo di sterminio". Così per diversi giorni la Pravda rimane in silenzio e, sul momento, nessuna commissione d'inchiesta alleata fu invitata a venire a constatare sul luogo la verità di Auschwitz. Finalmente, il primo febbraio, la Pravda ruppe il silenzio. Solo per mettere in bocca a un prigioniero, uno solo, le seguenti parole:

I nazisti uccidevano con il gas i bambini, i malati così come gli uomini e le donne inabili al lavoro. Bruciavano i cadaveri inforni speciali. Nel campo c'erano dodici di questi forni.

E per aggiungere che il numero dei morti era stato valutato in "migliaia e migliaia" e non in milioni. L'indomani il grande reporter ufficiale del giornale, Boris Polevoi, affermava che il mezzo principale usato dai tedeschi per sterminare le loro vittime era l'elettricità:

[Si utilizzava una] catena elettrica dove centinaia di persone erano uccise simultaneamente da una corrente elettrica; i cadaveri cadevano su di un nastro mosso lentamente da una catena e così avanzavano verso un altoforno.

 La propaganda sovietica era disorientata e poté mostrare solamente in alcuni film le persone, morte o morenti, che i tedeschi, in ritirata, avevano lasciato sul posto. C'erano anche, come mostrano i cinegiornali dell'epoca sulla liberazione del campo, numerosi bambini vivi così come degli adulti in buona salute. La propaganda ebraica venne allora in soccorso a quella sovietica.

La propaganda ebraica alla fine del 1944

Nella primavera del 1944, due ebrei evasi da Auschwitz si erano rifugiati in Slovacchia. Là, con l'aiuto di correligionari, iniziarono a mettere a punto una storia dei campi di Auschwitz, di Birkenau (campo annesso ad Auschwitz) e di Majdanek, da loro descritti come dei "campi di sterminio".

Il più famoso di questi ebrei era Walter Rosenberg, alias Rudolf Vrba, il quale vive ancora oggi in Canada. Il loro racconto, altamente fantasioso, passa in seguito, sempre attraverso ambienti ebraici, in Ungheria, in Svizzera e, in fine, negli Stati Uniti. Qui prese la forma di un rapporto dattiloscritto pubblicato dal War Refugee Board, nel novembre del 1944, sotto l'egida della presidenza degli Stati Uniti; il War Refugee Board doveva la sua creazione a Henry Morgenthau Junior (1891-1967), segretario del Tesoro, che si sarebbe reso celebre per il "piano Morgenthau" che, se fosse stato applicato da Roosevelt e Truman, avrebbe portato all'annientamento fisico, dopo la guerra, di milioni di tedeschi.

Questo rapporto servì come base per la "verità" ufficiale di Auschwitz. I Sovietici vi si ispirarono per il loro documento URSS-008 del 6 maggio 1945 che, al processo di Norimberga, si vide accordare, come il loro rapporto su Katyn, lo statuto di documento "di valore autentico", che era proibito contestare. Secondo questo documento, i tedeschi avevano uccciso ad Auschwitz più di 4.000.000 di persone, segnatamente li si gasava con l'insetticida chiamato "Zylon B". Questa "verità" ufficiale sarebbe sprofondata nel 1990.

La confessione di Rudolf Höss

Il 15 aprile 1946, uno dei tre comandanti succesivi di Auschwitz, Rudolf Höss (da non confondersi con Rudolf Hess) "confessa" sotto giuramento, davanti ai suoi giudici e davanti ai giornalisti del mondo intero, che, dal tempo della sua gestione, cioè dal 20 maggio 1940 al primo dicembre 1943, almeno 2.500.000 detenuti di Auschwitz erano stati uccisi con il gas e che almeno altri 500.000 erano morti per la fame e per le malattie, per un totale di almeno 3.000.000 di morti per quel solo periodo. Mai, neppure per un istante, R. Höss fu interrogato o contro-interrogato sulla materialità dei fatti straordinari che riportava. Fu affidato ai Polacchi. Redasse a matita, sotto la sorveglianza dei suoi carcerieri comunisti, una confessione nella dovuta e prevista forma. Dopo di che fu impiccato ad Auschwitz il 16 aprile 1947. Fatto curioso, si dovette attendere il 1958 per avere comunicazione, parziale, di questa confessione conosciuta poi dal grande pubblico sotto il titolo di Comandante ad Auschwitz (3).

Impossibilità fisico-chimiche

La descrizione, estremamente rapida e vaga, dell'operazione di gassazione dei detenuti, come R. Höss la riferiva nella sua confessione scritta, era impossibile per ragioni di ordine fisico e chimico. Non si deve confondere una gassazione per esecuzione con una gassazione suicida o incidentale: in una gassazione per esecuzione si vuole uccidere senza essere uccisi!

Lo Zyklon B è un insetticida a base di acido cianidrico, utilizzato a partire dal 1922 e ancor oggi. È molto pericoloso. Aderisce alle superfici. Si disperde difficilmente. È esplosivo. Gli Americani, in alcuni stati, utilizzano il gas cianidrico per l'esecuzione dei loro condannati a morte. Una "camera a gas per esecuzione" è necessariamente molto sofisticata e la procedura è lunga e pericolosa. Ora, R. Höss, nella sua confessione, diceva che la squadra incaricata di estrarre 2.000 cadaveri da una camera a gas vi entrava dopo aver acceso il ventilatore e procedeva a questa fatica di Ercole mangiando e fumando, cioè, se si capisce bene, senza maschere antigas. Impossibile. Nesssuno sarebbe potuto entrare così in un oceano di acido cianidrico per manipolare migliaia di cadaveri cianurizzati, essi stessi divenuti intoccabili perché impregnati di un forte veleno che uccide per contatto. Anche con maschere antigas munite di filtro speciale per l'acido cianidrico il lavoro sarebbe stato impossibile, poiché questi filtri non potevano resistere a lungo in caso di respirazione pesante dovuta a uno sforzo fisico, anche di debole intensità.

Una risposta di 34 storici

Nei numeri di Le Monde del 29 dicembre 1978 e del 16 gennaio 1979, esponevo brevemente le ragioni per le quali, conoscendo i luoghi e la pretesa procedura seguita, ritenevo che le gasazioni di Auschwitz erano tecnicamente impossibili.

Il 21 febbraio, sempre su Le Monde, apparve una dichiarazione di 34 storici che si concludeva così: "Non bisogna domandarsi come, tecnicamente, un tale omicidio di massa sia stato possibile. È stato possibile tecnicamente perché è accaduto".

Secondo me, gli "sterminazionisti", come io li chiamo, segnavano là una palese capitolazione. Sul piano della scienza e della storia, il mito delle camere a gas naziste riceveva un colpo fatale. Dopo questa data, nessuna opera sterminazionista è venuta a portarci dei chiarimenti su questo punto, e soprattutto non quella di Jean-Claude Pressac fallacemente intitolata Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers (4) . Per iniziare, è finito il tempo in cui gli storici osavano dirci che era autentica quella tale camera a gas presentata ai turisti come "in stato originale", "allo stato della ricostruzione" o "allo stato di rovine" (delle rovine possono essere parlanti). Le pretese camere a gas di Auschwitz non erano nient'altro che celle frigorifere per la conservazione dei cadaveri in attesa della cremazione, così come attestano i piani che ho scoperto nel 1976.

”Mostratemi o disegnatemi"

Nel marzo 1992, lanciai a Stoccolma una sfida di portata internazionale: "Mostratemi o disegnatemi una camera a gas nazista!" Precisai che non ero interessato ad un edificio che si supponeva contenesse una tale camera a gas, né a un lembo di muro, né a una porta, né a dei capelli, né a delle scarpe. Volevo una rappresentazione completa dell'arma del delitto, della sua tecnica, del suo funzionamento. Aggiungevo che, se ora si pretendeva che i tedeschi avessero distrutto quest'arma, bisognava che la si ridisegnasse. Rifiutavo di credere a una "realtà materiale" priva di rappresentazione materiale.

L'Holocaust Memorial Museum

Il 30 agosto 1994 visitai l'Holocaust Memorial Museum di Washington. Non trovai alcuna rappresentazione fisica della magica camera a gas. Allora, davanti a quattro testimoni, nel suo ufficio, domandai a Michael Berenbaum, Direttore della Ricerca del museo, di spiegarmi questa anomalia. Dopo essersi violentemente adirato, finì per rispondermi che "era stata presa la decisione di non dare alcuna rappresentazione fisica della camera a gas nazista!" Non cercava neppure d'invocare l'esistenza nel suo museo di un plastico artistico del crematorio II di Birkenau: sapeva benissimo che questo plastico, d'altronde non riprodotto nel suo libro-guida del museo (5) , non era altro che una creazione artistica senza alcuna relazione con la realtà.

La rotta degli sterminazionisti

Ebbi anche l'occasione di ricordare a M. Berenbaum alcuni eventi disastrosi per la causa sterminazionista.

Nel 1968, nella sua tesi, la storica ebrea Olga Wormser-Migot aveva riconosciuto che esisteva un "problema delle camere a gas" e aveva scritto che Auschwitz-I era "senza camera a gas" (quella "camera a gas" visitata da milioni di turisti!) (6).

Nel 1983, un britannico, sebbene difensore della leggenda dello sterminio, rivela come Rudolf Höss, prima di deporre davanti al tribunale di Norimberga, fosse stato torturato da ebrei appartenenti ai servizi inglesi di sicurezza militare, e che poi finì con il confessare a forza di calci, pugni e frustate, esposizione al gelo e privazione del sonno (7).

Nel 1985, al primo processo a Ernst Zündel a Toronto, il testimone n· 1, Rudolf Vrba, e lo storico n· 1 della tesi sterminazionista, Raul Hilberg, erano crollati al momento del contro-interrogatorio condotto dall'avvocato, che assistevo, Douglas Christie (8).

Nel 1988, lo storico ebreo americano Arno Mayer, che affermava di credere al genocidio e alle camere a gas, scriveva: "Sources for the study of the gas chambers are at once rare and unreliable []. Besides, from 1942 to 1945, certainly at Auschwitz, but probably overall, more Jews were killed by so-called 'natural' causes than by 'unnatural' ones" (Le fonti per lo studio delle camere a gas sono nello stesso tempo rare e dubbie [] Inoltre, dal 1942 al 1945, certamente ad Auschwitz, ma probabilmente anche sempre altrove, le cause dette "naturali" uccisero più ebrei che non quelle "non naturali" [sottoalimentazione, malattie, epidemie, sfinimento]) (9) .

Nel 1992, Yehuda Bauer, professore all'Università ebraica di Gerusalemme, tacciava di "silly" (assurda) la tesi secondo la quale la decisione di sterminare gli ebrei era stata presa il 20 gennaio 1942 a Berlino-Wannsee (10).

Nel 1993, Jean-Claude Pressac valutava il numero di morti di Auschwitz (ebrei e non) a un totale di 775.000 e, nel 1994, a una cifra compresa tra 630.000 e 710.000 (11).

Quello stesso anno, il professor Christopher Browning, collaboratore dell'Encyclopedia of the Holocaust, dichiarava: "Höss was always a very weak and confused witness" (Höss è sempre stato un testimone molto debole e confuso) ed ebbe la disinvoltura di aggiungere: "The revisionists use him all the time for this reason, in order to try and discredit the memory of Auschwitz as a whole" (È per questo che i revisionisti lo citano sempre, per cercare di screditare la memoria di Auschwitz nella sua totalità) (l2).

Ad Auschwitz, fino all'inizio del 1990, chiunque poteva constatare che, sulle diciannove lastre metalliche del grande monumento di Birkenau, era scritto, in diciannove differenti lingue, che 4.000.000 di persone erano morte in questo campo; ora, queste lastre sono state ritirate verso l'aprile del 1990 dalle autorità del museo di Auschwitz che, ancora oggi, non sanno con quale cifra rimpiazzare quella falsa, di fronte alla quale sono venuti ad inchinarsi tutti i grandi del mondo, compreso Giovanni Paolo II (13).

In appoggio alla loro tesi i revisionisti dispongono di tre diverse perizie F. Leuchter (l4) , G. Rudolf (15) , W. Luftl e del principio di una perizia polacca (16) , mentre gli sterminazionisti non osano intraprendere una perizia dell'arma del crimine.

Tutti gli ebrei sopravvissuti ad Auschwitz e, in particolare, i "bambini di Auschwitz", cioè coloro i quali sono nati nel campo o vi hanno vissuto i loro anni d'infanzia, sono prove viventi del fatto che Auschwitz non ha mai potuto essere un campo di sterminio.

Non solo non esiste né un ordine né un piano, né la traccia di una direttiva né di un budget per questa grande impresa che sarebbe stata lo sterminio sistematico degli ebrei; non solo non esiste un solo rapporto d'autopsia che stabilisca la morte di un detenuto per gassazione, né una perizia ufficiale sull'arma del crimine, ma non esiste alcun testimone delle camere a gas a dispetto di ciò che qualche autore di best-seller vorrebbe farci credere.

Nel suo La Nuit (La Notte), testimonianza autobiografica pubblicata nel 1958, Elie Wiesel non menziona una sola volta le camere a gas di Auschwitz: dice che gli ebrei erano sterminati in fornaci o nei forni crematori! Nel gennaio 1945, i tedeschi gli lasciarono la scelta, così come a suo padre, d'aspettare i sovietici o di partire verso la Germania; dopo averci pensato bene, padre e figlio decisero di fuggire con i loro "sterminatori" tedeschi piuttosto che aspettare i lori liberatori sovietici. Ciò si trova in bella evidenza in La Nuit, che basta leggere con attenzione (17).

La menzogna di Auschwitz

Dichiarai nel 1980: "Attenzione! Nessuna delle 60 parole che sto per pronunciare mi è dettata da una opinione politica. Le prétendu génocide des juifs et les prétendues chambres à gaz hitlériennes forment un seul et même mensonge historique, qui a permis une gigantesque escroquerie politico-financière dont les principaux bénéficiaires sont l'État d'Israël et le sionisme international et dont les principales victimes sont le peuple allemand MAIS NON PAS SES DIRIGEANTS et le peuple palestinien tout entier (Il preteso genocidio ebraico e le pretese camere a gas naziste formano una sola e medesima menzogna storiografica, che ha permesso una gigantesca truffa politico-finanziaria di cui i principali beneficiari sono lo stato d'Israele e il sionismo internazionale e di cui le principali vittime sono il popolo tedesco MA NON I SUOI DIRIGENTI e tutto il popolo palestinese).

Oggi non ritirerei una parola di questa dichiarazione malgrado le aggressioni fisiche, i processi, e le multe che ho subito dal 1978 e malgrado l'incarcerazione, l'esilio o la persecuzione di tanti revisionisti. Il revisionismo storico è la grande avventura intellettuale di questa fine secolo. Ho solo un rimpianto: di non poter trovare, nei limiti di questo articolo, lo spazio necessario per rendere omaggio al centinaio di autori revisionisti che, dopo il francese Paul Rassinier e passando per l'americano Arthur R. Butz, il tedesco Wilhelm Stäglich, l'italiano Carlo Mattogno e lo spagnolo Enrique Aynat, hanno accumulato sulla realtà storica della seconda guerra mondiale una mole di lavoro di pregio eccezionale.

Un'ultima parola: i revisionisti non sono dei negazionisti né dei personaggi animati da turpi intenzioni. Essi cercano di dire ciò che è stato e non ciò che non è stato. Sono positivi. Ciò che annunciano è una buona notizia. Continuano a proporre un dibattito pubblico, in piena chiarezza, anche se, fin qui, è stato loro risposto soprattutto con l'insulto, la violenza, con la forza ingiusta della legge o ancora con delle vaghe considerazioni politiche, morali o filosofiche. La leggenda di Auschwitz deve, presso gli storici, lasciare il posto alla verità dei fatti (18).

(11 gennaio 1995) 

    NOTE

    (1) Questa cifra di 150.000 morti corrisponde forse al numero degli uccisi del più grande "crematorio per vivi" del mondo: quello del bombardamento di Dresda "la Firenze dell'Elba" compiuto dagli aviatori anglo-americani nel febbraio 1945.

    (2) Durante la Prima Guerra Mondiale gli alleati hanno accusato i tedeschi di utilizzare delle chiese come camere a gas e di far funzionare fabbriche con la combustione dei cadaveri. Sul primo punto, si veda "Atrocities in Serbia. 700,000 Victims (The Daily Telegraph, 22 March 1916, p. 7) da confrontare con "Germans Murder 700,000 Jews in Poland. Travelling Gas Chambers" (The Daily Telegraph, 25 June 1942, p. 5).

    (3) Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss, Einaudi, Torino, 1960; nuova ed. 1992. Per una puntuale confutazione delle "confessioni" di Höss, cfr. C. Mattogno, Auschwitz: le "confessioni" di Höss, Ed. La Sfinge, Parma 1987 (N.d.T.).

    (4) Auschwitz : Technique and Operation of the Gas Chambers, New York, Beate Klarsfeld Foundation, 1989.

    (5) The World Must Know. The History of the Holocaust As Told in the Holocaust Memorial Museum, Boston, Little, 1993, p. 137-143.

    (6) Le Système concentrationnaire nazi (1933-1945), Presses Universitaires de France, 1968, p. 157, 541-545.

    (7) Rupert Butler, Legions of Death, London, Arrow, 1983, pagina dei riconoscimenti e pp. 234-238.

    (8) Barbara Kulaszka, Did Six Million Really Die ? Report of the Evidence in the Canadian "False News" Trial of Ernst Zündel 1988, Toronto, Samisdat Publishers, 1992; cfr. l'indice alle voci "Vrba, Rudolf" e "Hilberg, Raul.

    (9) The "Final Solution" in History, New York, Pantheon, 1988, pp. 362, 365.

    (10) "Wannsee's importance rejected", Jewish Telegraphic Agency, The Canadian Jewish News, 30 January 1992.

    (11) Les Crématoires d'Auschwitz, CNRS éditions, 1993, p. 148; Die Krematorien von Auschwitz, München, Piper Verlag, 1994, p. 202.

    (12) Christopher Hitchens, "Whose History is it ?", Vanity Fair, December 1993, p. 117.

    (13) Per la documentazione fotografica della rimozione cfr. Revue d'histoire révisionniste n. 3, nov. déc. 1990/jan. 1991, pp. 30-32 (N.d.T.).

    (14) Per una traduzione, parziale, in lingua italiana, Rapporto Leuchter, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma, 1993; in lingua francese, Annales d'histoire révisionnsite, n. 5, été-automne 1988, pp. 51-102. Leuchter ha redatto altri rapporti meno noti: The Second Leuchter Report. Dachau, Mauthausen, Hartheim, D. Clark, Decatur, Al., USA, 1989 (cfr. Revue d'histoire révisionniste n. 1, mai-jui-juil. 1990, pp. 49-114); The Third Leuchter Report. A Technical Report on the Execution Gas Chambers at Mississippi State Penitentiary, Samisdat Publishers, Toronto, 1989; The Fourth Leuchter Report. An Engineering Evaluation of Jean-Claude Pressac's Book "Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers", Fred A. Leuchter Associates, Boston, 1991. Cfr. C. Mattogno, Intervista sull'Olocausto, Ed. di Ar, Salerno, 1995, pp. 36-37 e relative note (N.d.T.).

    (15) Da Mattogno presentata come "prova chimica" per eccellenza. Cfr. C. Mattogno, op. cit., pp. 39-40 (N.d.T.).

    (16) Cfr. Revue d'histoire révisionniste n. 5, nov. 1991, pp. 143-150 (N.d.T.).

    (17) La Nuit, éditions de Minuit, 1958, p. 128-130. Si deve rimarcare che, nell'edizione tedesca della celebre opera, le parole "crematorio(i)" o "forni crematori" sono state sistematicamente sostituite con l'espressione "camera(e) a gaz" (in tedesco "Gaskammer(n)" al fine di mettere del gas là dove E. Wiesel, nel 1958, aveva dimenticato di metterlo (Die Nacht zu begraben, Elischa, trad. di Curt Meyer-Clason, Ullstein, 1962).

    (18) Per le pubblicazioni revisioniste in francese contattare R.H.R. (BP. 122, F-92704 Colombes Cedex) e, per le pubblicazioni in inglese o in tedesco, Samisdat Publishers (206 Carlton Str., Toronto, Ont. M5A 2L1, Canada) o Institute for Historical Review (P.O. Box 2739, Newport Beach, California 92 659, USA).

Vota questo post

IL GIORNO DELLA LIBERAZIONE - 2

by Gianluca Freda (27/01/2008 - 19:35)


FUGA DAL GHETTO DI GAZA
di Israel Shamir
fonte: The Truth Seeker
Traduzione di Gianluca Freda
 

Sono usciti, hanno rischiato le loro vite, superato l’esercito, rovesciato i reticolati, scavalcato il filo spinato, spazzato via il confine fra due stati, hanno compiuto infiniti atti eroici, degni di grandi guerrieri, subendo perdite. E una volta passati, sono andati nei negozi a comprare pane per i loro figli. Ciò rende l’idea di quanto sia bugiarda l’immagine dei palestinesi che gli ebrei hanno cercato di radicare nella coscienza del mondo: quella di fanatici, violenti e selvaggi, senza più controllo. Invece, questa gente è uscita di prigione ed è andata a comprare pane. Il che significa che erano stati ridotti alla fame dai loro padroni ebrei. Passerà del tempo prima che possiamo ricevere del Medio Oriente un quadro più eloquente di quei padri di famiglia che portano pane alle loro case.

Sono così normali, questi abitanti di Gaza, come voi e me. Conducono le loro vite normali, in una banca o in un garage, ma ricevono un trattamento da medioevo. Prima sono stati privati delle loro proprietà e recintati dentro Gaza, poi sono stati trattati come neanche i cani dovrebbero essere trattati; non gli è stato permesso di viaggiare su una strada se quella strada viene usata da un ebreo, non gli è stato più permesso di vedere le loro famiglie che vivono ad appena un miglio di distanza. E infine questo assedio. Niente cibo, niente con cui nutrire i loro figli. E nessun futuro, con Israele come vicino. Hanno sofferto per un unico crimine: quello di non essere ebrei, anche se, ironicamente, molti di loro sono discendenti di ebrei, alcuni con celebri nomi di famiglie ebraiche che avevano abbracciato Cristo o il Profeta.

Si pensava che avrebbero subìto in silenzio, ma gli abitanti di Gaza hanno molta dignità. Hanno votato per Hamas contro la volontà di Israele e dell’America e hanno espulso la banda collaborazionista di Dahlan. Ora hanno oltrepassato lo steccato e questo è stato un buon monito per tutti noi: non si può fare nulla restando nei limiti legali che i nostri nemici hanno imposto. C’è bisogno di una spallata, che si chiama Rivoluzione.

Quando i coraggiosi abitanti di Gaza sono tornati indietro, carichi dei loro fortunati acquisti, pane e riso, sale e biancheria, verdura e carne d’agnello, gli ebrei si sono sentiti decisamente infelici. I nativi rischiano di dimenticare che noi siamo Dio per loro: premiamo e puniamo, nutriamo e affamiamo. Invece di accettare la nostra sentenza, hanno preso il loro destino nelle proprie mani. Insieme a pane e riso, gli abitanti di Gaza porteranno a casa fucili e questo potrebbe costringerci a rimandare la grande offensiva già concordata con George W. Gli ebrei preferiscono assalire vittime disarmate.

Anche gli egiziani hanno deluso le aspettative ebraiche. “Penso che gli egiziani sappiano qual è il loro lavoro”, ha detto l’arrogante generale israeliano Ehud Barak. Il lavoro che costui aveva affidato all’Egitto era quello di carceriere dei suoi fratelli palestinesi. “Gli abitanti di Gaza non oserebbero mai rompere l’assedio verso il Sinai - scrivevano gli eruditi israeliani una settimana o anche solo un giorno fa – gli egiziani li accoglierebbero col fuoco delle mitragliatrici”. Quando ci fu una sparatoria, gli israeliani furono felici per un po’. Effi Eitam, un leader religioso ebreo di destra, che sembra “un ben nutrito maiale kosher con lo yarmulke [il tipico cappellino ebreo, NdT]” (come lo descrive Gilad Atzmon) ha scritto su Yediot Ahronot un editoriale grondante di lacrime di coccodrillo. Noi ebrei siamo così teneri e compassionevoli rispetto agli egiziani, ha scritto. Ma Mubarak vuole sopravvivere e sa che esistono limiti oltre i quali non può andare. Ha ordinato ai suoi soldati di non aprire il fuoco. Gli ebrei hanno frignato che gli egiziani devono rafforzare i confini e fornire la loro libbra di carne secondo gli accordi. Invano. Mubarak non vuole seguire Anwar as-Sadat all’inferno.

Profondamente contrariati, gli ebrei hanno guardato questo fiume di persone che usciva dalla loro prigione per godersi un intervallo. Del resto sono difficili da compiacere, questi ebrei. I palestinesi devono uccidersi a vicenda in una guerra civile o morire di fame perché gli ebrei siano soddisfatti.  

Mio nonno lo fece, morì di fame e di stenti nel 1942 nel Ghetto di Stanislaw. I tedeschi e i loro quisling ucraini fecero agli ebrei ciò che gli ebrei stanno facendo agli abitanti di Gaza: li chiusero in un ghetto e li lasciarono lì dentro a morire di fame. Gli slogan dei nazisti, mutatis mutandis, erano presi anch’essi dal libro di Homerton-Barak: “devono soffrire perché i loro capi sono nostri nemici, devono essere puniti per il loro terrorismo rivoluzionario, che muoiano di fame perché i loro fratelli si oppongono alle truppe tedesche e bombardano le città tedesche”. Mio nonno Israel – ho preso il mio nome da lui – finì per soccombere alla fame, al freddo e agli stenti, non dovettero neanche sparargli; non era all’altezza del loro programma di omicidi mirati.

Aspetta, mi direte, com’è possibile che la riduzione alla fame degli abitanti di Gaza, voluta da Barak e Olmert, influenzi i tedeschi del 1942? Come possono essere loro i responsabili della morte di mio nonno? La risposta viene dal linguaggio segreto del misticismo ebraico: Ein mukdam, ein meuhar beTorah. La successione degli eventi – nella Sacra Scrittura come nel mondo – è irrilevante, perché tutti gli eventi e le loro conseguenze hanno luogo nello stesso iper-tempo, che crea eterni circoli viziosi di gatto-che-insegue-il-topo-che-spaventa-l’elefante-che-schiaccia-il-gatto. Poincare e Einstein hanno tradotto questo concetto nel linguaggio della fisica moderna, descrivendo il tempo come solo una fra le dimensioni, che può essere curvata quanto le altre.

Douglas Adams lo ha reso popolare nei suoi romanzi: i suoi personaggi tornano indietro nel tempo per risolvere un problema, ci riescono, ma ad un certo prezzo: salvano un pesce, ma i dodo si estinguono, ritrovano la musica di Bach, ma perdono i poemi di Coleridge. La gente non si accorge che il mondo è cambiato: che adesso hanno un po’ più Bach, ma meno Coleridge. Solo coloro che possono uscire dalla cornice del tempo, sanno: il mondo cambia in continuazione come conseguenza delle nostre azioni, e questi cambiamenti producono effetti “avanti” e “indietro”, perché non esistono l’”avanti” e l’”indietro”. Così, gli armeni hanno massacrato e scacciato gli azeri e i loro antenati furono deportati nel deserto per soffrire per mano dei curdi; e i curdi pagano per questo crimine e per il loro appoggio all’occupazione americo-sionista.

E certe cose non si sono ancora materializzate, ma lo faranno: quando sento dire agli ebrei (e ai polacchi, e agli ucraini, e agli americani) che “Stalin era come Hitler” e che “non c’è differenza tra nazisti e comunisti” e li sento parlare di “antisemitismo russo”, so già che nel prossimo futuro l’Armata Rossa non combatterà contro i tedeschi, non libererà la Polonia e la Cechia, non aprirà i cancelli di Auschwitz e di Treblinka.

Questo mondo è giusto e il Signore è giusto. Egli punisce l’ingratitudine facendo scomparire i fatti per cui si dovrebbe essere riconoscenti.

Se commettete un’azione malvagia, il passato cambierà e vi prenderà a calci. Riducete alla fame gli abitanti di Gaza e vostro nonno morirà di sete e di fame. Torturate i palestinesi e i vostri antenati verranno torturati dall’inquisizione utilizzando gli stessi ragionamenti che voi applicate oggi ai vostri nemici. Trasformate Hebron in una prigione per i suoi abitanti e gli ebrei verranno massacrati nel 1929. Il crimine del maltrattamento dei palestinesi da parte degli ebrei viene punito perfino in questo momento. Non domandatevi chi muore di fame, chi è che viene torturato: è sempre qualcuno molto vicino a voi. 

Vota questo post

IL GIORNO DELLA LIBERAZIONE

by Gianluca Freda (27/01/2008 - 14:02)


PEGGIO DI UN CRIMINE
di Uri Avnery
dal sito gush-shalom
Traduzione di Gianluca Freda
 

Sembrava la caduta del muro di Berlino. E non solo lo sembrava. Per un momento, il varco di Rafah è stato la porta di Brandenburgo.

E’ impossibile non sentirsi sollevati quando masse di persone oppresse e affamate abbattono il muro che li reclude, con gli occhi radiosi, abbracciando tutti coloro che incontrano; ci si sente così anche quando è stato il tuo stesso governo ad erigere quel muro.

La striscia di Gaza è la più grande prigione della Terra. L’abbattimento del muro di Rafah è stato un atto di liberazione. E’ la dimostrazione che una politica disumana è sempre una politica stupida: nessun potere può opporsi a una massa di persone che abbia varcato il confine della disperazione.

Questa è la lezione che viene da Gaza, gennaio 2008.

Si potrebbe ripetere, con poche varianti, il detto dello statista francese Boulay de la Meurthe: è peggio di un crimine di guerra, è un errore grossolano!

Mesi fa, i due Ehud – Barak e Olmert – imposero il blocco della Striscia di Gaza e ne menarono vanto. Recentemente avevano stretto ancora di più il nodo mortale, così che quasi nulla riusciva ad entrare nella Striscia. La settimana scorsa avevano reso assoluto il blocco: niente cibo, niente medicine. La situazione ha raggiunto il suo apice quando hanno impedito anche l’ingresso dei combustibili. Ampie zone di Gaza sono rimaste senza elettricità: incubatrici per neonati prematuri, apparecchi per la dialisi, pompe per l’acqua e le fognature. Centinaia di migliaia di persone sono rimaste senza riscaldamento nel gelo dell’inverno, senza poter cucinare, senza più cibo.

Senza interruzione, Al Jazeera ha trasmesso quelle immagini in milioni di case del mondo arabo. Anche molte emittenti televisive di tutto il mondo le hanno mostrate. Da Casablanca ad Amman, sono esplose rabbiose proteste di massa che hanno impaurito i regimi arabi autoritari. Hosny Mubarak, preso dal panico, ha telefonato a Ehud Barak. Verso sera, Barak è stato costretto a ritirare, almeno temporaneamente, il blocco dei rifornimenti di carburante che aveva imposto al mattino. Ma a parte questo, il blocco è rimasto totale.

E’ difficile immaginare un’azione più stupida.

Il pretesto addotto per giustificare la riduzione alla fame e al gelo di un milione e mezzo di esseri umani, accalcati su un territorio di 365 chilometri quadrati, è il continuo lancio di razzi contro la città di Sderot e i villaggi adiacenti.

Un pretesto ben scelto. Serve a compattare quei settori incolti e primitivi del pubblico israeliano. Serve a rendere inoffensive le critiche delle Nazioni Unite e dei governi di tutto il mondo, i quali altrimenti avrebbero potuto pronunciarsi contro una punizione collettiva che rappresenta, senza alcun dubbio, un crimine di guerra per la legge internazionale.

Al mondo viene presentato un quadro senza ombre: da Gaza il regime terrorista di Hamas lancia razzi contro innocenti civili israeliani. Nessun governo del mondo tollererebbe il bombardamento dei propri cittadini da oltreconfine. L’esercito israeliano non è riuscito a trovare un rimedio militare ai missili Qassam. Perciò non c’era altra strada che quella di esercitare sulla popolazione di Gaza una pressione così forte da spingerla a sollevarsi contro Hamas e costringerlo a fermare il lancio di missili.

Il giorno in cui la fornitura di energia elettrica a Gaza si interruppe, i nostri corrispondenti militari erano raggianti: solo due Qassam erano stati lanciati dalla Striscia. Quindi funziona! Ehud Barak è un genio!

Ma il giorno dopo vennero lanciati 17 Qassam e la gioia evaporò. Politici e generali avevano (letteralmente) perduto la testa: un politico propose di “agire in modo più folle del loro”, un altro suggerì di “bombardare indiscriminatamente l’area urbana di Gaza per ogni Qassam lanciato”, un noto professore (ormai un po’ squilibrato) propose l’attuazione della “malvagità definitiva”.

Lo scenario governativo è stato la ripetizione della seconda guerra libanese (un rapporto sulla quale verrà pubblicato tra pochi giorni). Allora: Hezbollah aveva catturato due soldati sul lato israeliano del confine; oggi: Hamas ha sparato contro città e villaggi sul lato israeliano del confine. Allora: il governo aveva frettolosamente iniziato una guerra; oggi: il governo ha frettolosamente deciso di imporre un blocco totale. Allora: il governo aveva ordinato il massiccio bombardamento della popolazione civile per spingerla a fare pressione su Hezbollah; oggi: il governo ha deciso di provocare la massiccia sofferenza della popolazione civile per spingerla a fare pressione su Hamas.

I risultati, in entrambi i casi, sono stati identici: la popolazione libanese non si sollevò contro Hezbollah ma, al contrario, persone di ogni fede religiosa si unirono dietro l’organizzazione sciita. Hassan Nasrallah divenne l’eroe dell’intero mondo arabo. E oggi: la popolazione si unisce dietro Hamas e accusa Mahmoud Abbas di collaborare con il nemico. Qualsiasi madre che non abbia cibo per i propri figli non maledice Ismail Haniyeh, maledice Olmert, Abbas e Mubarak.

Cosa fare, allora? E’ impossibile tollerare la sofferenza degli abitanti di Sderot, sottoposti ad un fuoco continuo.

Ciò che si nasconde al pubblico incarognito è che il lancio di razzi Qassam potrebbe cessare domani mattina.

Alcuni mesi fa Hamas aveva proposto un cessate il fuoco. Questa settimana ha ripetuto l’offerta.

Dal punto di vista di Hamas un cessate il fuoco significa: i palestinesi smetteranno di lanciare Qassam e proiettili di mortaio, gli israeliani porranno fine alle incursioni a Gaza, agli omicidi “mirati” e al blocco.

Perché il nostro governo non coglie al volo questa proposta?

Semplice: per fare un accordo simile dovremmo accettare di parlare con Hamas, direttamente o indirettamente. E questo è esattamente ciò che il governo si rifiuta di fare.

Perché? Semplice, di nuovo: perché Sderot è solo un pretesto, proprio come i due soldati catturati erano un pretesto per fare qualcos’altro. Il vero obiettivo di tutta questa strategia è quello di rovesciare il regime di Hamas a Gaza e di impedire ad Hamas di prendere il potere nella West Bank.

In parole semplici e brutali: il governo sta sacrificando il destino della popolazione di Sderot sull’altare di un principio senza speranza. Per il governo è più importante boicottare Hamas – che è adesso la punta di diamante della resistenza palestinese – che porre fine alle sofferenze di Sderot. Tutti i media cooperano a questa strategia.

E’ già stato detto che nel nostro paese è pericoloso fare della satira: troppo spesso la satira diventa realtà. Qualche lettore ricorderà forse un articolo satirico che scrissi alcuni mesi fa. In esso descrivevo la situazione di Gaza come un esperimento scientifico posto in essere allo scopo di scoprire fino a che punto bisognasse spingersi, nell’affamare una popolazione civile e trasformare la sua vita in un inferno, prima che essa alzasse le mani in segno di resa.

Questa settimana, la satira è diventata politica ufficiale. Stimati opinionisti hanno dichiarato esplicitamente che Ehud Barak e i capi dell’esercito stanno lavorando col metodo “prova ed errore” e che cambiano di giorno in giorno il proprio metodo operativo in rapporto ai risultati. Tolgono il carburante a Gaza, osservano cosa succede e poi corrono ai ripari se le reazioni internazionali sono troppo negative. Tolgono le medicine, osservano cosa succede, eccetera. Il fine scientifico giustifica i mezzi.

L’uomo posto a capo dell’esperimento è il Ministro della Difesa Ehud Barak, uomo di molte idee e pochi scrupoli, un uomo il cui modo di pensare è fondamentalmente disumano. Egli è oggi, forse, l’individuo più pericoloso che vi sia in Israele, più pericoloso di Ehud Olmert e Benyamin Netanyahu, pericoloso per la stessa esistenza di Israele, sul lungo periodo.

L’uomo incaricato dell’esecuzione del progetto è il Capo dello Staff. Questa settimana abbiamo avuto l’opportunità di ascoltare i discorsi di due dei suoi predecessori, i generali Moshe Ya'alon e Shaul Mofaz, in un forum rigonfio di pretese intellettuali. Abbiamo potuto scoprire che entrambi hanno punti di vista che li situano da qualche parte fra l’estrema destra e l’ultra-destra. Entrambi hanno una mente spaventosamente primitiva. Non c’è bisogno di spendere una parola sulle qualità morali e intellettuali del loro diretto successore, Dan Halutz. Se queste sono le voci degli ultimi tre capi dello Staff, cosa succederà con quello in arrivo, che non può parlare apertamente quanto loro? Sarà una mela che andrà a cadere ancora più lontano dall’albero?

Fino a tre giorni fa, i generali avrebbero potuto sostenere che l’esperimento stava avendo successo. La miseria nella Striscia di Gaza aveva raggiunto il suo culmine. Centinaia di migliaia di persone erano letteralmente minacciate dalla fame. Il capo della UNRWA [L’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi] aveva parlato di incombente catastrofe umanitaria. Solo i ricchi potevano ancora andare in macchina, riscaldare le proprie case e mangiare. Il mondo restava a guardare, dimenando la sua lingua collettiva. I leader degli stati arabi rilasciavano vuote dichiarazioni di solidarietà senza muovere un dito.

Barak, che possiede abilità matematiche, riusciva perfino a calcolare quando la popolazione sarebbe finalmente collassata.

E poi è successo qualcosa che nessuno di loro aveva previsto, nonostante fosse l’evento più prevedibile della Terra.

Quando si mettono un milione e mezzo di persone dentro una pentola a pressione e si continua ad aumentare il fuoco, essa prima o poi esplode. Questo è ciò che è avvenuto sul confine fra Gaza e l’Egitto.

Dapprima l’esplosione è stata piccola. Una folla ha assalito i cancelli, i poliziotti egiziani hanno aperto il fuoco, ci sono state dozzine di feriti. Era solo un avvertimento.

Il giorno dopo è arrivato l’attacco vero e proprio. Combattenti palestinesi hanno fatto esplodere il muro in diversi punti. Centinaia di migliaia di persone si sono riversate in territorio egiziano e hanno tratto un profondo respiro. Il blocco era stato spezzato.

Anche prima che ciò avvenisse, Mubarak si trovava già in una situazione impossibile. Centinaia di milioni di arabi, un miliardo di musulmani, vedevano che l’esercito israeliano aveva chiuso la Striscia di Gaza su tre lati: verso nord, verso est e verso il mare. Il quarto lato del blocco era presidiato dall’esercito egiziano.

Il presidente egiziano, che si proclama leader dell’intero mondo arabo, era visto come collaboratore di un’operazione disumana condotta da un nemico crudele allo scopo di ottenere l’appoggio (e il denaro) degli americani. I suoi nemici interni, i Fratelli Musulmani, avevano sfruttato la situazione per delegittimarlo agli occhi del suo stesso popolo.

Difficilmente Mubarak avrebbe potuto resistere in questa posizione. Ma le masse palestinesi lo hanno liberato dall’obbligo di prendere una decisione. Hanno deciso loro per lui. Sono arrivate come un’ondata di tsunami. Ora egli dovrà decidere se cedere o no alle richieste israeliane di imporre nuovamente il blocco contro i suoi fratelli arabi.

Cosa ne sarà allora dell’esperimento di Barak? Quale sarà il prossimo passo? Le opzioni non sono molte:

1) Rioccupare Gaza. Ma all’esercito quest’idea non piace. Capisce che ciò esporrebbe migliaia di soldati ad una crudele guerriglia, che sarebbe molto diversa dalle precedenti intifada.

2) Stringere nuovamente il blocco ed esercitare forti pressioni su Mubarak, compreso l’utilizzo dell’influsso israeliano sul Congresso degli Stati Uniti per privarlo dei miliardi di dollari che egli riceve ogni anno in cambio dei suoi servigi.

3) Trasformare la maledizione in una benedizione, restituendo la Striscia a Mubarak e fingendo che questo sia stato il segreto obiettivo di Barak fin dall’inizio. L’Egitto dovrebbe allora salvaguardare la sicurezza di Israele, bloccare il lancio dei Qassam ed esporre i propri soldati alla guerriglia palestinese; proprio quando pensava di essersi liberato del peso di questa zona povera e arida e dopo che le infrastrutture esistenti sono state distrutte dall’occupazione israeliana. E’ probabile che Mubarak risponda: molto gentile da parte vostra, ma no, grazie.

Il blocco brutale è stato un crimine di guerra. E anche peggio: è stata una mossa stupida.

Vota questo post

MAI PIU'

by Gianluca Freda (25/01/2008 - 21:41)


“Io nego forse l’Olocausto? No! No davvero. Spero che l’Olocausto non venga mai negato né dimenticato. Spero che l’Olocausto venga ricordato come la più grande invenzione di propaganda e la maggiore campagna d’odio mai diretta contro un popolo civilizzato. Non dobbiamo mai dimenticare. Dobbiamo guardare negli occhi la spoliazione del nostro popolo e della nostra cultura e chiederci: perché i cieli non si oscurano? Abbiamo perduto la volontà e il coraggio di difenderci. E’ giunto il tempo di compiere una nuova blasfemia. E’ tempo di negare gli dèi del Nuovo Ordine Mondiale”.
(Tom Blair, “La Nuova Blasfemia”)  

“Il nemico del pensiero sovversivo non è la censura, ma la pubblicazione. La verità non teme la luce del giorno; le menzogne appassiscono di fronte ad essa. Le opinioni impopolari di oggi sono i luoghi comuni di domani, e in ogni caso l’uomo saggio desidera conoscere entrambe le versioni di ogni problema”.
(Sir Stanley Unwin) 

In occasione della “giornata della memoria”, vorrei commemorare brevemente alcune vittime dell’olocausto. Persone miti, uomini di scienza, perseguitati, condannati, incarcerati, aggrediti o costretti all’esilio in nome di un’ideologia cieca e feroce. Perché simili orrori non si ripetano mai più. Per non dimenticare.
  

Robert Faurisson – Storico francese, ex insegnante di letteratura presso l’Università di Lione, è il più noto e il più combattivo degli studiosi revisionisti. Nel 1960 era rimasto scandalizzato da un articolo pubblicato su Die Zeit da Martin Broszat in cui si affermava che le camere a gas naziste nel territorio dell'Antico Reich non erano che un’invenzione propagandistica. Documentatosi allo scopo di dimostrare che Broszat si sbagliava, finì per scoprire che aveva invece tutte le ragioni del mondo. Nel 1974, dopo aver studiato e riflettuto a lungo, si decise a rendere noto ciò che aveva scoperto. Da qui ebbero inizio la sua “carriera” di revisionista e le persecuzioni nei suoi confronti, che proseguono tuttora. E’ stato aggredito almeno 10 volte da ebrei o da fanatici sostenitori dell’olocausto, riportando in un caso la frattura della mascella. In alcune occasioni ha rischiato di essere assassinato. Gli è stata tolta la cattedra universitaria ed è stato privato della pensione. La persecuzione è stata anche processuale e il numero di processi che Faurisson ha dovuto subìre in Francia è ormai incommensurabile. Fu il primo a pubblicare i disegni tecnici degli obitori di Auschwitz e a studiare il funzionamento delle presunte “camere a gas”, cosa che i sostenitori del dogma olocaustico non si erano mai curati di fare. Fu consigliere e consulente di Ernst Zundel durante il suo processo in Canada, dove riuscì a sbugiardare per la prima volta in un pubblico dibattimento il padre della tesi “sterminazionista”, Raul Hilberg, evidenziando le sciocchezze contenute nel suo celebre libro “La distruzione degli ebrei d’Europa”. Nel maggio del 2007, invitato ad un pubblico dibattito presso l’Università di Teramo dal professor Claudio Moffa, è stato aggredito da un gruppo di fanatici definitisi “figli di deportati ebrei” che gli hanno impedito di parlare.

Norman Finkelstein – Americano, studioso di dinamiche politiche, figlio di ebrei deportati in campo di concentramento durante il nazismo, ha scritto numerosi saggi e articoli sul conflitto israelo-palestinese, evidenziando le violenze e le menzogne propagandistiche israeliane. Nel suo libro L’industria dell’Olocausto ha evidenziato – basandosi anche sui ricordi e sui racconti dei suoi genitori – l’uso spregiudicato e distorto che il sionismo ha fatto della sofferenza ebraica e del mito dell’olocausto allo scopo di giustificare la politica israeliana e di ottenere risarcimenti enormi dal popolo tedesco, risarcimenti che continuano ancora oggi ad essere versati. Contro i suoi libri e le sue ricerche, il sionismo scatenò una campagna aggressiva e diffamatoria, servendosi del “mastino” dell’ebraismo integralista, Alan Dershowitz. Dopo una lunga battaglia, Dershowitz riuscì ad ottenere che a Finkelstein fosse tolta la cattedra alla DePaul University di Chicago. La decisione di negare a Finkelstein l’insegnamento universitario fu presa dal preside della DePaul, Dennis Holtschneider, nonostante l’opposizione del Dipartimento di Scienze Politiche e della maggioranza degli studenti. Pochi giorni fa, Finkelstein ha tenuto una serie di conferenze in Libano, incontrandosi, per l’occasione, con alcuni leader di Hezbollah. Nelle sue conferenze Finkelstein ha affermato che Hezbollah rappresenta una “speranza” per il paese.

Marc Fredriksen – Membro del FANE francese (Federazione d’Azione Nazionale ed Europea), fu aggredito il 12 ottobre 1980 da militanti sionisti. Fu ricoverato in gravi condizioni all’ospedale di Rambouillet. Durante la degenza, ignoti si introdussero nella sua abitazione, distruggendo tutto. Mentre era in cura a Berck-sur-Mer per fratture multiple, rischiò di subire una nuova aggressione: alcuni ignoti si presentarono chiedendo di lui per motivi imprecisati. La loro descrizione corrisponde a quella dei membri del gruppo sionista Aziza, che aggredì e sfigurò con l’acido vari altri membri del FANE, come Michel Caignat  e l’ottantaquattrenne Charles Bousquet. Nove giorni prima dell’aggressione a Fredriksen, altri sei membri del FANE erano stati aggrediti fuori dal Palazzo di Giustizia da un commando della “Organizzazione per la Difesa Ebraica”, restando feriti, due in modo grave.    

Roger Garaudy – Scrittore, filosofo e attivista politico, nato a Marsiglia nel 1913, nel 1941 fu membro della lotta di liberazione contro il nazifascismo. Nel 1995 pubblicò il libro "The Founding Myths of Modern Israel" (I miti fondanti del moderno Stato di Israele), ripubblicato nel 1996 con il titolo "Samiszdat Roger Garaudy". Per quest’opera fu accusato di aver contestato l’esistenza dei crimini nazisti contro l’umanità, dando luogo ad una campagna di diffamazione e di incitamento all’odio razziale. Subì cinque procedimenti penali, avviati sulla base della legge 29 luglio 1981 sulla libertà di stampa, che si conclusero con sentenza del 16 dicembre 1998 con la condanna a 6 mesi ci carcere e a numerose ammende. Le condanne vennero confermate dalla Cassazione parigina il 12 settembre 2000. Garaudy fece ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo con sede a Strasburgo, adducendo la violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea, che recita nel suo primo articolo: "Ogni persona ha diritto alla libertà di espressione, senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche". La Corte ha replicato che la libertà di espressione “non può essere ritenuta assoluta e illimitata” (!). Basta capire dove deve fermarsi.

Jurgen Graf - Storico e filologo svizzero di Basilea, lavorò a lungo come insegnante di latino e francese. Nel 1991 venne a conoscenza del revisionismo storico olocaustico: l'interesse fu tanto che fece della persecuzione antiebraica degli anni '40 il suo campo di studi privilegiato, pubblicando numerose opere scientifiche negli anni seguenti (alcune in collaborazione con Carlo Mattogno). Nel marzo 1993 (dopo l'apparizione del suo Der Holocaust auf dem Prüfstand, “L’olocausto messo alla prova”) fu licenziato dal lavoro e nel 1998 incriminato insieme al suo editore, Gehrard Förster, per reato d'espressione. Nel luglio di quell'anno la corte lo condannò a 15 mesi di prigione più una cospicua multa. Per sfuggire all'arresto e poter proseguire nelle sue ricerche, nell'agosto 2000 Graf scelse l'esilio, dapprima in Iran, poi in Bielorussia ed ora a Mosca, dove ha conosciuto e sposato sua moglie (una storica bielorussa) e lavora come traduttore. Le sue opere sono state pubblicate, oltre che in tedesco, anche in francese, spagnolo, olandese, bulgaro, italiano, russo e arabo. Nel dicembre 1994 il Ministero degli Interni francese (retto allora da Charles Pasqua) mise al bando la sua opera L’Olocausto allo scanner, la cui edizione russa (riveduta ed ampliata) ha raggiunto però le 200.000 copie vendute.

Gerd Honsik – Studioso austriaco, “colpevole” di aver negato l’olocausto e le camere a gas, nel 1992 era stato condannato a 18 mesi di carcere dalle autorità austriache, che punivano i suoi studi come reato. Fu costretto a fuggire in Spagna per evitare l’arresto. Qui continuò a diffondere su internet le proprie ricerche, ma nell’ottobre 2007 è stato arrestato dalle autorità spagnole ed estradato in Austria a causa del Mandato d’Arresto Europeo, che ha affossato il principio della doppia punibilità. Dovrà scontare una pena aggiuntiva a quella originaria a causa dell’attività “negazionista” svolta durante il suo soggiorno in Spagna.   

David Irving – Denunciato dalla studiosa americana Deborah Lipstadt per le sue opinioni sull’olocausto, nel 1998 fu giudicato da un tribunale inglese “attivo negazionista dell’olocausto; antisemita e razzista, associato ad estremisti di destra per promuovere il neonazismo”. Il tribunale affermò anche che Irving aveva “distorto e manipolato l’evidenza storica in modo persistente e deliberato per proprie motivazioni ideologiche”. Non fu mai esplicitamente incarcerato per l’accusa di negazione dell’olocausto. Tuttavia fu arrestato in Austria nel febbraio 2006 con l’accusa di apologia e sostegno del partito di estrema destra NSDAP, scontando 10 mesi di carcere.

Fred A. Leuchter – Americano, ingegnere elettronico specializzato nella progettazione di macchine per l’esecuzione capitale nei penitenziari statunitensi, venne contattato da Ernst Zundel (in occasione del suo processo in Canada) per dimostrare che le camere a gas non sono mai esistite. Leuchter raccolse campioni delle pareti dalle presunte camere a gas di Auschwitz e li fece analizzare, dimostrando che essi non mostravano tracce del gas “Zyklon B” che i nazisti, secondo la leggenda, avrebbero utilizzato per gasare gli ebrei. Perseguitato per le sue scoperte, perse il lavoro, finì sul lastrico e vide fallire il suo matrimonio. La sua storia è stata narrata nel film-documentario di Errol Morris Mr. Death – The Rise and Fall of Fred A. Leuchter.    

Olivier Mathieu – Il 6 febbraio 1990, milioni di spettatori francesi assistettero alla brutale aggressione contro il revisionista Olivier Mathieu. Nel corso di una trasmissione TV, presentata dall’anchorman francese Christophe Dechavanne, Jeanne-Pierre Bloch, capo della Organizzazione per la Difesa Ebraica, si presentò alla guida di un commando sionista di una decina di persone, picchiando a sangue Mathieu. Mathieu aveva appena finito di pronunciare le parole “Faurisson ha ragione”. Il pestaggio continuò anche fuori dagli studi dell’emittente televisiva e nel corso della rissa anche la fidanzata di Mathieu rimase ferita. Uno degli aggressori fu fermato dalla polizia, ma venne subito rilasciato per intercessione di Jeanne-Pierre Bloch.

Paul Rassinier – Comunista francese, figlio di una famiglia di comunisti, entrò nella resistenza d’oltralpe dopo l’invasione nazista della Francia. Arrestato dalla Gestapo nell'ottobre del '43, fu torturato per undici giorni (mani schiacciate, mascella fratturata, un rene a pezzi) . Sua moglie e suo figlio di due anni furono anch'essi arrestati e restarono in carcere per due mesi. Fu deportato a Buchenwald, poi a Dora (diciannove mesi); invalido nella misura del 95 per 100 (misura accresciuta del 10% in sede di revisione) a seguito delle sofferenze subite come deportato, sopravvisse solo grazie ad una disciplina draconiana e alle cure prodigategli dai familiari. Membro del partito socialista francese (SFIO) fin dal 1934, verrà espulso dopo la pubblicazione del suo libro “La menzogna di Ulisse”, nel quale, basandosi sulle esperienze vissute in campo di concentramento, contraddiceva la storia ufficiale delle deportazioni ebraiche, evidenziando il ruolo svolto dai deportati con ruoli amministrativi nella tortura e persecuzione dei loro compagni di prigionia. Nel 1964 pubblica Le Drame des Juifs européens, in cui esprime dubbi sulla realtà dello sterminio pianificato e attuato attraverso le camere a gas, cosa che varrà a intensificare la campagna diffamatoria nei suoi confronti, continuata fino alla morte (1967). Le sue ricerche sono state proseguite e ampliate da Robert Faurisson.  

Vincent Reynouard  - 38 anni, insegnante di matematica, nel novembre 2007 è stato condannato a un anno di carcere e a 10.000 euro di ammenda per negazione di crimini contro l’umanità, secondo quanto disposto dalla sentenza. E’ stato perseguito per aver diffuso in musei, movimenti d’iniziativa, comuni e aziende di diversi settori, un opuscolo di 16 pagine intitolato: “Holocauste? Ce qu'on vous cache” [“Olocausto? Quello che non sapete”]. In questo opuscolo Reynouard nega il genocidio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale, definendolo “propaganda”. Nel 1997 era stato licenziato dalla scuola pubblica per aver messo in ordinazione, presso il liceo di Honfleur dove insegnava, alcuni testi che rimettevano in discussione il massacro di Oradour-sur-Glane ad opera di una divisione SS del Reich. Aveva anche proposto ai suoi allievi un esercizio sulle statistiche di mortalità all’interno del campo di Auschwitz, basandosi su una pubblicazione revisionista.

Germar Rudolf – Tedesco, esperto chimico, dimostrò su basi scientifiche l’impossibilità fisica delle camere a gas di Auschwitz. Fu il suo primo, grave crimine che pagò con la condanna a 14 mesi di carcere. Il secondo crimine fu la pubblicazione di un resoconto del processo contro il curatore dell’antologia Dissecting the Holocaust. Tale resoconto fu sequestrato da tutte le librerie e tutte le copie furono distrutte. Rudolf dovette fuggire negli USA per scampare ad un nuovo arresto. Nel 2004 le autorità tedesche sequestrarono tutte le proprietà di Rudolf e lo condannarono a pagare il 55% di tutti gli introiti ricevuti a partire dal 1996. Nonostante avesse sposato una cittadina statunitense, ottenendo così la nazionalità americana, fu arrestato il 15 novembre 2005 e deportato in Germania, dove fu condannato a due anni e mezzo di prigione per incitazione all’odio, oltraggio ai defunti e calunnia. Attualmente è rinchiuso nel carcere di Stuttgart-Stammheim a Baden-Württemberg.

Georges Theil – Pensionato, ex dirigente di una società di telecomunicazioni francese dipendente da France Telecom. Nel 2004 pubblicò qualche dozzina di copie di un libretto stampato a proprie spese - Un cas d'insoumission - Comment on devient révisionniste [Un caso d'insubordinazione - Come si diventa revisionista], in cui descriveva la propria autobiografia intellettuale, approdata ad uno scetticismo radicale riguardo alle "camere a gas" naziste e ai "6 milioni" di vittime ebree. In seguito a tale pubblicazione, e per aver espresso più volte pubblicamente il proprio scetticismo sulla “shoah”, fu condannato per due volte a 6 mesi di prigione senza condizionale. In seguito venne anche condannato a pagare ammende per complessivi 98.000 euro, escluse le spese legali. Incurante delle condanne, continuò a sostenere l’impossibilità fisica, chimica, logistica e architettonica delle camere a gas  e a raccogliere prove (ormai innumerevoli) al riguardo. Per questo motivo fu trascinato nuovamente in tribunale e condannato ad ulteriori 6 mesi di reclusione (condanna ora temporaneamente annullata dalla Cassazione). L’edizione cartacea del libro di Theil (costo: 13 euro) può essere richiesta al suo indirizzo:

M. Georges Theil
BP 50 38
F - 38037 Grenoble Cedex 2

Serge Thion – Militante dell’anticolonialismo francese, giornalista e storico, membro del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Francia dal 1971, fu dimissionato nel 2000 a causa delle sue ricerche sul presunto olocausto ebraico. Studiò anche la dinamica della nascita dello Stato d’Israele e le atrocità compiute nei confronti dei Palestinesi durante la sua formazione.  

Gerald Fredrick Töben – Fondatore nel 1994 del gruppo di studi revisionisti australiano Adelaide Institute (www.adelaideinstitute.org ), fu arrestato in Germania nel 1999 mentre svolgeva, insieme a Robert Faurisson, alcune indagini sul campo di concentramento di Auschwitz. Fu condannato a 10 mesi di carcere, ma avendo già scontato 7 mesi in attesa del processo, fu rilasciato dietro pagamento di una cauzione di 5000 dollari. Nel 2000 fu preso di mira dalla Australian Human Rights and Equal Opportunity Commission, che gli ordinò di chiudere il suo sito internet e scusarsi con le persone che aveva offeso. Poiché le ordinanze dell’HREOC non hanno valore di legge, nel 2002 fu condannato dalla Corte Federale Australiana a rimuovere dal suo sito gran parte del materiale ritenuto offensivo. Fortunatamente la sentenza è stata rispettata solo in minima parte.

Siegfried Verbeke – Perseguitato fin dal 1990 per aver diffuso articoli su internet e pamphlet che contestavano la versione ufficiale dell’olocausto. Nel 2004 fu arrestato in Belgio, dove fu condannato a un anno di carcere e a una multa di 2500 euro. Nel 2005 fu nuovamente arrestato ad Amsterdam sulla base di un mandato di cattura emesso dalle autorità tedesche e condannato a 9 mesi di carcere per negazione dell’olocausto. Uscì il 5 maggio 2006, ma il 15 dicembre 2006 fu nuovamente arrestato su mandato di cattura della Corte d’Appello di Antwerp. Attualmente si trova in carcere in Belgio.

Ernst Zundel – Fondatore, in Canada, della Samisdat Publishing che pubblicò opuscoli in forte contrasto con la versione ufficiale dell’olocausto, tra cui il noto Did Six Millions Really Die? di Richard Verrall. Subì tre attentati alla sua vita, due attuati con ordigni esplosivi e uno con l’incendio della sua abitazione. Per le sue idee subì due processi, nel 1985 e 1988, che si conclusero con la sua assoluzione e con una grande vittoria dei revisionisti. Nel corso dei processi, infatti, Robert Faurisson, testimone della difesa, riuscì a sbugiardare in modo definitivo uno dei principali fondatori del mito olocaustico, Raul Hilberg, che non si riprese mai più da quella sconfitta professionale. Zundel fu però arrestato negli USA nel 2003, con l’accusa pretestuosa di violazione delle leggi sull’immigrazione. Deportato in Canada, scontò due anni in cella d’isolamento. Infine fu deportato in Germania (in violazione delle leggi canadesi sull’estradizione) dove, grazie alle leggi antinegazioniste, fu condannato il 24 febbraio 2005 a 5 anni di carcere per le sue opinioni sull’olocausto. Attualmente si trova rinchiuso nel carcere tedesco di Mannheim.

Vota questo post

PAPARATZI NON PERDONA

by Gianluca Freda (23/01/2008 - 00:32)




La vendetta dei "papisti" è già iniziata:
Luciano Maiani?
Non è più adatto
alla Presidenza del CNR

Dal Professore universitario e giornalista Gennaro Carotenuto, apprendiamo che la vendetta dei teo-con è già iniziata. Nel peggiore dei modi. Il Senato blocca la nomina a presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche del fisico Luciano Maiani. La sua colpa? Aver firmato il  documento sul papa.
 

Tempi duri per i laici, ma anche per milioni di cattolici onesti in Italia. Tempi così duri da evocare davvero il processo "onesto e giusto" contro Galileo Galilei. Così duri da evocare le liste di proscrizione dei regimi totalitari. Così duri da paventare che presto tra i requisiti per accedere alla docenza universitaria potrebbe essere necessario un giuramento di fedeltà a Benedetto XVI speculare a quello che Benito Mussolini impose l’8 ottobre del 1931 (1) ai docenti universitari. Un Benedetto XVI che va subito riconosciuto come innocente (ma magari soddisfatto) rispetto alla voglia di fanatismo, alla voglia di talebanizzazione dei rapporti tra Stato e Chiesa voluta innanzitutto dai cosiddetti atei devoti e teocons. In un'Italia dove non si possono condannare i corrotti, questi hanno trovato un nuovo nemico: il laico. Laico come alieno, laico come grillo parlante, come paria in uno stato che ha scelto una versione confessionalista della laicità.

Il caso è facilmente riassumibile, ma siccome è una cosa così vergognosa (soprattutto per il parlamento della Repubblica) e insostenibile ne troverete ben poca nozione sui media. Al prestigioso fisico Luciano Maiani non è stata ratificata la nomina a presiedere il CNR proprio perché colpevole di essere tra i firmatari della lettera dei 67, con la quale si riteneva inopportuno l'invito a Joseph Ratzinger per l'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università di Roma La Sapienza.

Appena pochi giorni fa il fisico romano Luciano Maiani era stato nominato Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Sulla base dei suoi titoli tutti si erano dichiarati soddisfatti. Restava la ratifica del Senato, un proforma da tenersi ovviamente solo sulla base del curriculum scientifico dello studioso. Ma non è andata così: con un dibattito surreale in Senato, la sua nomina non è stata ratificata ed è stata chiesta un'audizione del ministro Fabio Mussi. La colpa di Maiani è apertamente ammessa: ha firmato la lettera dei 67 e quindi sarebbe incompatibile. Il dibattito in Commissione è simbolico dell'Italia di oggi e merita di essere riassunto.

Per il senatore di Forza Italia, Franco Asciutti (per far queste cose si usano apparatnik di seconda fila), alla luce della posizione espressa contro il papa, Maiani sarebbe "incompatibile con un atteggiamento equilibrato e laico". Prova a difenderlo Andrea Ranieri del PD ma la pezza è peggiore del buco: suvvia, Maiani è su posizioni moderate, ha firmato sì la lettera ma solo per il Rettore, non voleva diventasse pubblica. Insomma, per Ranieri Maiani è colpevole ma di peccato veniale. In generale gli interventi del PD sono tutti improntati a prudenza e cerchiobottismo. Si rendono conto della pretestuosità, della gravità e della pericolosità come precedente, ma preferiscono restare nel mezzo, ribadire la loro condanna dei rei e alla fine far passare uno scandaloso rinvio.

Dopo Ranieri prende la parola Maria Agostina Pellegatta Verde lombarda e finalmente dice una cosa banalmente sensata: "siamo chiamati a giudicare i titoli di Maiani, non le sue opinioni". Basta ciò per fare impazzire di rabbia l'italoforzuto Egidio Sterpa. E' il più noto tra i coinvolti, già ministro in quota PLI durante la prima repubblica, con una condanna in via definitiva per tangenti nel caso Enimont: "abbandono l'aula per protesta contro l'intolleranza". Amen.

Da lì, se mai ve n'era stato, si perde il lume della ragione. Luca Marconi dell'UDC teme addirittura che Maiani non sia in grado di assicurare la libertà d'espressione. Ma è Giuseppe Valditara di AN che passa il segno: Maiani deve chiarire la sua posizione per poter valutare se è compatibile con l'incarico. Che "chiarire la sua posizione" riecheggi l'abiura chiesta a Galileo non può sfiorare Valditara. Parlano vari altri, ma alla fine la decisione è presa, il Senato della Repubblica non ratifica la nomina di Maiani e convoca il Ministro Mussi.

Questo è quanto è successo in Commissione. Luciano Maiani passerà, prima sotto le forche caudine, poi, a meno di incredibili novità, come presidente del CNR. Ma il segnale che viene dato al paese e all'Università è gravissimo: abbiamo i vostri nomi e possiamo danneggiarvi nella vostra carriera come stiamo facendo con il più potente di voi. In questi giorni centinaia di docenti, ricercatori e precari della ricerca, oltre a migliaia di liberi cittadini stanno firmando due appelli, che trovate qui e qui. E' di fatto una lista nera. Come fatto in Senato per Maiani chi dice che non possa essere tirata fuori per un concorso universitario o per un posto pubblico?

PS.: Si passi una chiosa scherzosa a una notizia così grave. Il più diffuso programma di Voip, Skype, lo avevamo già segnalato qui, ha una funzione aggiuntiva che rende cliccabili i numeri di telefono e sostituisce al prefisso internazionale la bandierina del paese. Con un curioso errore: al prefisso +0039-06 invece di sostituire la bandierina italiana sostituisce quella vaticana, anche nello studio del prof. Maiani (vedi immagine). Sorge un atroce dubbio, è Skype che non ha avuto notizia della breccia di Porta Pia o siamo noi che non siamo aggiornati sul ritorno del Papa Re?

(1) G. Boatti, Preferirei di no. Le storie dei dodici professori che si opposero a Mussolini, Torino, Einaudi, 2001.

Vota questo post

CROOLLAAAAAA!!!

by Gianluca Freda (21/01/2008 - 23:37)


Quella appena trascorsa è stata una buona settimana. Una settimana di crolli. Prima è crollata la tracotanza del Papa, cacciato dall’Università romana La Sapienza dove tutto era già pronto per uno dei suoi comizi oscurantisti, complici le laicissime autorità dell’ateneo. Non è che io sia contro i comizi pontifici nelle università italiane, ci mancherebbe. E’ solo che, in nome della buona creanza, gli scambi di cortesie fra stati sovrani dovrebbero essere reciproci. Permettiamo pure a B-16 di sproloquiare su aborto ed eutanasia dai pulpiti laici dei nostri templi della cultura. In cambio vorrei però che il papa-sgorbio, in segno di riconoscenza, autorizzasse una conferenza di Piergiorgio Odifreddi dal balcone di Piazza San Pietro. O così o niente, nella vita non si può solo ricevere senza mai ricambiare.

Poi è crollato Mastella, insieme alla “Fist Lady” Sandra, sotto il peso di così tante ipotesi di reato che faccio ormai fatica a tenerne il conto. Se qualcuno conosce qualche nuova ipotesi di reato a carico di Mastella, dei suoi familiari e/o dei soci di partito, per favore, me la comunichi per e-mail. Vorrei avere al più presto la collezione completa e mi mancano pochissimi articoli del codice penale per ottenerla.

Poi è crollato per manifesta incompetenza gestionale il “Portale dell’Italia”, il sito web gestito da Francesco Rutelli, costato 45 milioni di euro (90 miliardi di lire). Pur dolendomi dello sperpero indegno (ma consueto) del denaro dei contribuenti, faccio notare, con un certo orgoglio, che per il mio piccolo blog non ho speso nemmeno una lira e ho avuto molti, ma molti più utenti del sito gestito da Francesco Rutelli. So’ soddisfazioni. Il “Portale dell’Italia” doveva essere una vetrina in grado di mostrare al mondo le competenze, le qualità e le capacità tecniche del nostro paese, “riportando l’Italia al posto che le spetta”. Direi che l’obiettivo è stato perfettamente centrato.

Poi sono crollate, sotto l’avanzare di deliziosa e progressiva catastrofe, le borse europee. E’ stato uno spettacolo spassoso ed eticamente formativo. Ho portato mia figlia più piccola di fronte allo schermo del PC e le ho mostrato, una per una, le foto degli operatori finanziari urlanti, sudati e con le mani nei capelli. A quell’età sono cose che restano impresse per tutta la vita e si ricordano con affetto. “Guarda, bimba... quello è un trader milanese che ha perduto 30 milioni di euro investiti sui subprime. Come strilla! Lo vedi quant’è brutto, a papà?”.

Il crollo delle borse mi è risultato tanto più gradito in quanto araldo dell’avvento di un altro crollo, lungamente atteso: quello dell’economia USA, oberata dai debiti di guerra, dal declino morale e produttivo, dallo sperpero folle di orde di consumatori squattrinati, indebitati e imbecilli. Sarà uno spettacolo indimenticabile veder schiattare l’economia statunitense come uno di quei pachidermici avventori americani di McDonalds, col culo largo quanto il ponte di decollo della Lincoln, che si sia ingozzato di cheeseburger fino a superare la massa critica. Sarà una pirotecnìa di cartilagini, un tripudio di escrescenze carnose che schizzano verso la stratosfera come i fuochi del quattro di luglio. Non voglio perdermelo per nulla al mondo.

E’ crollata anche, secondo un sondaggio dell’Eurispes, la fiducia degli italiani nelle istituzioni. Sono vivo per miracolo. Ero infatti intento da anni a cercare di estrarla dalle macerie col pennellino da paleontologo quando ho scoperto, con somma sorpresa, che la fiducia era ancora in piedi ed è rovinata in frantumi soltanto oggi. C’è mancato poco che mi cascasse addosso, non vi dico lo spavento. Un pezzo di fiducia nella magistratura, franata sotto il 50 per cento, mi è passato a cinque centimetri dalla cervice, rischiando di schiacciarmi come un cocomero. Un venditore di souvenir che si trovava a poca distanza è stato travolto da un grosso detrito di fiducia nella scuola, crollata al 33 per cento, restando ucciso sul colpo. La fiducia nella Chiesa, resa pericolante dai demoniaci sorrisi di Ratzinger, è piombata sotto il 50 per cento, provocando alcune decine di feriti. Ecco perché ogni volta che Ratzinger stirava i muscoli facciali in quell’atroce sogghigno mi sembrava di sentire certi sinistri scricchiolii. Ma il botto più forte lo ha fatto la fiducia nel governo, che si è schiantata sulla via sottostante, sfondando la sede stradale e precipitando sotto il 20 per cento. I vigili del fuoco, accorsi sul luogo della sciagura, non hanno potuto far altro che raccogliere le vittime, sgomberare la zona e proclamare lo stato di calamità.

Dulcis in fundo, crollata la fiducia nel governo, è crollato anche il governo, investito da una carica di parlamentari dell’Udeur in fuga. “Prodi sull’orlo della crisi”, titolano con pietoso eufemismo i quotidiani stranieri, fissando orripilati il corpo del professore bolognese già sfracellato in fondo alla scarpata. Si accalcano intorno alla scena del tragico incidente i litigiosi candidati alla successione: i Berlusconi mezzi morti, i Bossi redivivi, gli zombi diniani, i Giordano rantolanti. Domattina il cadavere verrà composto alla Camera “per rendere comunicazioni sulla situazione politica generale”. Mosso da umana pietà, vorrei risparmiare al morto quest’estrema, inutile fatica. La situazione politica ve la dico io, ed è la seguente: una situazione eccellente, come in ogni circostanza in cui sia grande il disordine sotto il cielo.

Non c’è più il governo, stritolato dall’incriminazione del Ministro della Giustizia e del suo intero partito, come avviene in ogni Repubblica delle Banane che si rispetti.

Non ci sono più gli Stati Uniti, nostri ex imperatori, che fin dall’epoca della loro occupazione d’Italia avevano tenuto in piedi con stragi e prebende la repellente pantomima di cialtroni che amavamo chiamare “democrazia”. E’ ufficiale: gli Stati Uniti sono morti, economicamente, militarmente, produttivamente e – soprattutto – moralmente. Che possano bruciare all’Inferno.

Non c’è più la finanza allegra e caciarona, che negli ultimi vent’anni ci aveva garantito un’ebete sopravvivenza vegetale nel polmone d’acciaio delle sue bolle speculative. Siamo soli e affamati, con il pane che rincara, il denaro che si deprezza, la crisi petrolifera che incombe. Riaprite il vostro orticello, presto, se ricordate ancora come si fa a concimare una pianta di fagioli!

Non c’è più la scuola, magistra vitae, che spesso non ci ammaestrava alla vita ma ci iniettava germi di pensiero, rendendo la vita e le sue traversie più sopportabili. Quando saremo soli con l’inflazione e la fame, non avremo più Seneca, Agostino, Petrarca, Pirandello e Gadda a consolarci. Solo grossi Suv senza carburante e telefonini millefunzioni che non squillano più. Potete imparare a leggere da soli o rassegnarvi a fissare uno schermo bianco. Vedete voi, io, tra un turno di lavoro e l’altro, ho imparato un po’ d’alfabeto per i tempi di crisi.

Non c’è più la fiducia, e questo è grave, perché la fiducia era una cosa seria che si dava alle cose serie. Oggi la fiducia si dà alla legge finanziaria di Prodi, mentre la Galbani, che voleva dire fiducia, è stata svenduta da Prodi agli angloamericani insieme al resto del Belpaese. La fiducia continua ad essere una cosa seria, solo che non ci sono più cose serie a cui destinarla. L’emmenthal svizzero non è adeguato. Le cose serie dovrete cercarle e trovarle da soli. Non è poi un’impresa così disperata. Vi auguro buona fortuna, ma non ne avrete bisogno.

Non c’è più la Chiesa, e dovrei dire “finalmente!” ma in questo momento non ne ho la forza. In tempi di vuoto pneumatico delle coscienze anche un dio decotto, impiccione e piagnucolante come il vecchio capellone appeso poteva tornare utile. Vabbè. Tutti gli dèi muoiono prima o dopo, a maggior ragione quelli già schiantati sul Golgota da duemila anni. Toccherà trovarne un altro. E non fate quella faccia come se fosse la fine del mondo! Avete idea di quante volte lo abbiamo già fatto nei millenni passati?

C’è ancora l’Unione Europea, ma per poco, temo (o spero). Non appena la crisi economica si farà sentire e i rendimenti dei titoli di Stato tra nazione e nazione raggiungeranno un tale dislivello da creare concorrenza tra i paesi membri, i paesi più disastrati (e quindi con i titoli a più alto rendimento) come il nostro verranno accompagnati cortesemente alla porta. Abituatevi alla vita di periferia nel vecchio continente. Si è più soli, ma molto meno male accompagnati e certe sere d’estate si riesce perfino a divertirsi.

Non c’è più la scienza, asservita alla religione del profitto e del controllo delle masse fino a diventare essa stessa una religione, strapiena di dogmi antiquati e senza senso. La scienza: l’unica religione monoteista priva di divinità che la storia dell’uomo ricordi. Non c’è più il lavoro, su cui la Repubblica Italiana era fondata e su cui è sprofondata quando le fondamenta hanno ceduto. Non c’è più l’informazione, sostituita dal blaterare incessante del gossip e delle veline di regime, l’equivalente assordante di un silenzio di tomba. Non c’è più l’Occidente. Non ci sono più l’onore e il coraggio. Non ci sono più le mezze stagioni.

Questa è, in estrema sintesi, la situazione politica che, se fossi nel morto che cammina, mi sentirei di illustrare domani mattina alla Camera: non c’è più l’Italia, né il mondo come lo conoscevamo. Ci siete voi e solo voi, senza più leader in cui credere, senza più stelle avvelenate da seguire. Può sembrare una situazione disperata.

Non lo è affatto. E’ eccellente, come diceva il vecchio Zedong.
E’ difficile spiegarvi il perché.
Lo scoprirete solo vivendo.

Vota questo post

UNA DEMOCRAZIA DECENTE: CUBA

by Gianluca Freda (21/01/2008 - 00:09)

CUBA CELEBRA OGGI LE ELEZIONI CON
IL 40,8% DI CANDIDATURE FEMMINILI

dal sito rebelion.org
Traduzione di Gianluca Freda
 

A Cuba si terranno questa domenica le elezioni generali, in cui si eleggeranno 1201 delegati delle assemblee provinciali e 614 deputati al Parlamento. Fra i candidati vi è un gran numero di donne, in un paese in cui le donne hanno guadagnato una partecipazione attiva in tutti i livelli della società.

Secondo Mayra Álvarez, membro della Commissione di Candidatura, a Cuba le cifre della partecipazione femminile alla politica sono in aumento e in queste elezioni la rappresentanza delle donne sul numero totale dei candidati raggiungerà livelli storici.

Cuba può vantare una “rappresentanza di candidati femminili tra i delegati provinciali del 40,8 per cento, molto superiore a quelle delle precedenti elezioni”, ha dichiarato in un’intervista con l’inviata di TeleSUR all’Avana, Patricia Villegas.

Alle ultime elezioni si era avuto il 37% di rappresentanze femminili. “Nell’Assemblea Nazionale, fra le candidature proposte al popolo che si voteranno domenica in maniera diretta e segreta, le donne sono il 43,16%”, ha precisato la Álvarez.
 

Fra i leader mondiali della partecipazione femminile

Si stima che nel mondo la media della rappresentanza femminile nei parlamenti sia del 17%, secondo quanto affermato dal membro della Commissione di Candidatura.

Ella sottolinea che “Cuba è, in questo momento, all’ottavo posto nel mondo e con questo numero di candidature femminili salirà al terzo posto nel mondo per presenza di donne in un Parlamento”.

La Álvarez insiste sul fatto che queste cifre si sono raggiunte senza bisogno di una legge sulle quote.

“Credo sia un riflesso del ruolo delle cubane, del successo che hanno ottenuto in tutti questi anni, di come siano rappresentate in tutti i settori della società”, commenta.

Per la rappresentante si tratta di una battaglia che ha avuto successo grazie soprattutto alla consapevolezza e all’educazione, “le persone riconoscono il ruolo della donna, la necessità che le donne siano rappresentate e partecipino nell’attività decisionale a tutti i livelli”.

La chiave sta nella partecipazione popolare

Mayra Álvarez ha anche descritto lo svolgimento del processo elettorale a Cuba, sottolineando che esso è fondato sulla partecipazione popolare a tutti i livelli, a partire dalle decisioni che si formano all’interno delle comunità.

Un aspetto importante è “la partecipazione delle comunità, a partire dai quartieri. E’ da lì che provengono i primi delegati e le prime delegate del Potere Popolare”, ha detto la rappresentante.

I candidati delle elezioni cubane sono nominati in modo libero e diretto dai propri stessi elettori, senza la mediazione di partiti politici. Sono indicativi per la nomina i valori umani e i meriti personali e sociali.

Vi è nell’isola una Commissione di Candidatura nazionale composta dai rappresentanti di tutte le organizzazioni di massa, di lavoratori, contadini, donne e studenti.

Questo sistema elettorale fu istituito nel 1976, quando attraverso un referendum i cubani decisero di dare all’isola una nuova costituzione.
 

Il partito non compare sulle schede elettorali

Fra le caratteristiche del sistema elettorale cubano, vi è il fatto che i partiti politici non partecipano alle elezioni. “Vi sono persone che sono militanti del partito (Partito Comunista) e altre che non lo sono. Chi realmente propone, nomina ed elegge i candidati a tutti i livelli sono i quartieri popolari e in un secondo momento le assemblee municipali”, spiega Mayra.

Secondo i dati, il 63 per cento dei candidati a queste elezioni è di nuova nomina. Delle persone elette nella scorsa legislatura, solo il 30 per cento è stato ricandidato.

“La maggioranza sono nuovi compagni e nuove compagne, come parte di un normale processo di rinnovamento, il che sottolinea, soprattutto, la continuità della rivoluzione, la continuità del compromesso di cubane e cubani con il nostro progetto sociale”, commenta Mayra Álvarez.

I mandati sono revocabili

A Cuba qualunque cittadino che abbia il pieno godimento dei diritti elettorali può nominare un candidato o essere proposto come tale. Allo stesso modo, tutti hanno il diritto di presentare esposti o proteste riguardo lo svolgimento del processo elettorale.

Per risultare eletti occorre ricevere la maggioranza assoluta dei voti durante lo scrutinio pubblico, aperto alla partecipazione di tutti. Gli eletti non ricevono alcun beneficio monetario dall’esercizio delle loro funzioni, ma devono rendere conto periodicamente ai propri elettori, i quali possono revocare il loro mandato in qualsiasi momento.

A Cuba, i maggiori di 16 anni che non abbiano incapacità mentale o legale sono inclusi automaticamente nelle liste dei votanti, senza ricorrere a procedimenti macchinosi. La lista degli elettori è pubblica e soggetta al controllo popolare.

Il voto è segreto, diretto, ma non obbligatorio. A differenza dei paesi in cui i militari sorvegliano le urne, nell’isola caraibica questa sorveglianza è affidata agli studenti delle scuole primarie.

Da parte sua, il presidente dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare di Cuba, Ricardo Alarcón, ha assicurato questo sabato di non essere preoccupato degli attacchi da parte dei governi reazionari, né di quelli del presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, poiché questa domenica i cubani dimostreranno che la loro democrazia è molto più partecipativa e diretta di quella di molti altri paesi.

Intervistato in esclusiva all’Avana dall’inviata speciale di TeleSUR, Patricia Villegas, Alarcón ha toccato diversi aspetti del processo elettorale nell’isola e ha sottolineato la trasparenza, l’impegno civico e la partecipazione delle donne.

Ha anche parlato delle critiche mosse alla Rivoluzione Cubana, riguardo la presunta assenza di libertà democratiche, secondo quanto affermato da Bush nell’ottobre dello scorso anno, quando egli annunciò una serie di misure volte a inasprire il blocco commerciale e dichiarò in spagnolo ai cubani: “Cuba será pronto libre”.

“A Cuba sì che si vota liberamente”, ha detto Alarcón paragonando il sistema elettorale rappresentativo nordamericano con l’ampia partecipazione popolare che caratterizza le elezioni a Cuba, dove i delegati politici nascono direttamente all’interno delle comunità.

“Una maggioranza molto ampia di cittadini cubani va a votare con fiducia, seleziona alcuni dei candidati e la maggior parte, ne sono certo, vota per tutti i candidati in lista”, ha detto riferendosi al cosiddetto “voto unito”.

Alarcón ha affermato di essersi divertito molto vedendo il presidente Bush parlare in spagnolo per esortare i cubani ad avere “fede” nella “libertà”.

“Era davvero una festa sentire Bush che diceva: ‘Io mi rivolgo a questi cubani che ora mi stanno ascoltando, forse a rischio della propria vita’. Ti immagini lo sghignazzo collettivo di tutta Cuba quando ha visto questo signore esprimersi in modo così scollegato dalla realtà?”, ha detto Alarcón.
 

Fortunate differenze

Secondo Alarcón, il fatto che l’anno elettorale di Cuba coincida con quello degli Stati Uniti “è un’opportunità in più per paragonare e studiare un sistema tanto diverso e, ovviamente, tanto ammantato di ideali democratici come quello nordamericano”.

“L’anno elettorale (negli USA) è appena cominciato e già abbiamo visto diversi candidati, piuttosto conosciuti, che hanno dovuto interrompere il loro percorso per aver finito il denaro, per non essere riusciti a raccogliere i fondi necessari per proseguire una campagna elettorale così lunga e costosa”, ha spiegato.

Il presidente dell’Assemblea Nazionale cubana ha ripetuto la frase di John Kerry, ex senatore del Massachusetts ed ex candidato alla presidenza: “Bisogna lasciar votare la gente”.

“Il fatto è che (negli USA) vi sono ostacoli che impediscono alla gente di votare. E lui (Kerry) si è riferito a due esempi concreti: si è riferito a una legge appena varata nello stato dell’Indiana che istituisce nuove restrizioni per l’accesso alle urne”.
 

In Nevada i negri non votano

“Ma Kerry ha detto che esistono altre restrizioni a danno dei democratici”, insiste Alarcón: “Vi è una gran quantità di operai neri che in Nevada non potranno votare, e non lo dico io, lo dice Kerry”.

“Il Nevada è lo stato le cui principali industrie sono il turismo, il gioco d’azzardo, gli alberghi. Tutta la zona di Las Vegas. Ciò vuol dire che molti lavoratori degli alberghi e dei casinò, che dovranno lavorare durante questo fine settimana (quando si terranno le primarie di partito), non potranno votare, salvo facilitazioni che consentano loro di votare nei luoghi di lavoro.

Il Partito Democratico, per le sue elezioni primarie, aveva accettato di offrire anche a questi lavoratori la possibilità di votare. Fino al giorno in cui al sindacato dei lavoratori culinari americani non è venuto in mente di appoggiare la candidatura di Barack Obama”.

“Allora, molto semplicemente, li hanno privati del diritto di voto. Come? Non permettendo che si possa votare negli hotel e in nessuno di questi luoghi”. “Questo equivale ad eliminare il diritto di voto”.

“Insisto, tutti i cubani hanno realmente la possibilità e il diritto di votare”, ha concluso Alarcón. “Potremmo anche condividere (ciò che dice Kerry), purché garantiscano al popolo americano questo elementare diritto”.

Vota questo post

OLOCAUSTO: UN PROGETTO SIONISTA

by Gianluca Freda (18/01/2008 - 23:38)


BUSH PIANGE LACRIME IPOCRITE
di Mauro Manno
dal sito www.claudiomoffa.it
 

Un George Bush lacrimoso? Lo avevate mai visto? Ma per chi piange Bush? Non certo per i milioni di iracheni o afgani della cui morte è direttamente responsabile. No Bush piange di fronte a una foto aerea di Auschwitz, nel memoriale dell'olocausto in Israele. “We should have bombed it”, (avremmo dovuto bombardarlo) dice il commosso Bush. Bombardare Auschwitz? Questo lascerebbe presupporre quell' “it”, che il più stupido presidente che gli Stati Uniti abbiano mai avuto ha incautamente pronunciato. Bombardare Auschwitz con tutti i suoi prigionieri? E quante volte? E bravo Bush, così non ci sarebbero stati sopravvissuti: chi poteva scampare ai tedeschi sarebbe stato massacrato dagli americani. Scandalo tra i presenti ebrei, compreso il presidente del memoriale. C'è voluta la servetta nera di turno, la Condoleezza , per salvare il suo padrone spiegando che egli si riferiva alle “train tracks leading to Auschwitz, not the camp itself” (le linee ferroviarie che portavano al campo, non il campo stesso).

Questo piccolo incidente ha movimentato una commemorazione altrimenti perfetta e finalizzata a ammorbidire la volontà del presidente Usa nel caso egli avesse intenzione di prendere sul serio le sue stesse parole sulla costituzione di uno stato palestinese prima della fine del suo mandato.

Non c'è in verità pericolo che Bush creda  alle sue parole. Sono fumo negli occhi, parole al vento. Tra meno di un anno Bush conterà meno di niente. Non sarà più il più potente presidente del mondo. Da qui a novembre 2008 non avrà modo di imporre a Israele (sempre che lo voglia veramente) uno stato palestinese che Israele aborrisce. Da novembre in poi, a servire Israele alla Casa Bianca ci sarà la Clinton , o forse ci sarà McCain, ci potrebbe essere Obama, se gli americani si dimostrano pronti ad accettare un presidente nero.

Allora perché questo inutile viaggio di Bush, queste mirabolanti prospettive di ‘pace'?

Servono a dividere i palestinesi e isolare Hamas. Un ulteriore favore di Bush alla lobby ebraica. Servono ancora di più a tentare di arginare la positiva influenza dell'Iran in Medio Oriente. Non per niente Bush ha ripetuto in tutti i paesi del Golfo che l'Iran “minaccia il mondo” (non ce n'eravamo accorti) ed “esporta terroristi in Occidente”. Si dicevano le stesse cose dell'Iraq poi sappiamo come è andata a finire. Che le menzogne di Bush siano così spudorate lo dimostra l'incidente navale nello stretto di Hormuz, prima fatto passare per una “minaccia di aggressione”, poi ridimensionato ad un innocuo diverbio, oggi presentato come una svista causata dall'interferenza di hackers non meglio identificati. Che faccia tosta poi parlare di minaccia dell'Iran quando poco fa le stesse agenzie di intelligence americane hanno smontato una escalation costruita da Bush, dalla lobby ebraica e da Israele in tre anni. La campagna contro l'Iran del presidente Bush è solo un altro favore, il più importante in questo momento, alla lobby ebraica e a Israele. Da oggi in poi le persone serie dovrebbero subito bollare come agenti di Israele, della lobby e di uno screditato presidente tutti coloro che continuano a spargere veleno e menzogne contro l'Iran. Primo tra tutti l'ebreo sionista Sarkozy.

Il fatto che l'obiettivo di Bush sia sempre quello di isolare l'Iran la dice lunga sulla sincerità delle sue intenzioni sullo stato palestinese. Se avete illusioni, non sorprendetevi se domani, quando le illusioni saranno crollate, vi diranno che siete ingenui nel migliore dei casi e imbecilli nel peggiore.

Ma torniamo ad Auschwitz.

Perché non furono bombardate le linee ferroviarie che portavano al campo? Bush non dice “Non sapevamo niente”, come molti hanno sostenuto. Si sapeva invece tutto. Lo sapevano gli americani, lo sapevano i britannici, lo sapevano i sionisti.

Il problema di bombardare le linee ferroviarie fu posto da alcuni, ebrei e non, nel 1944. Weizmann, il più importante caporione sionista di allora, e Sharret, dirigente dello Yishuv in Palestina e poi primo ministro di Israele, si recarono a Londra per parlarne con Anthony Eden, Ministro degli Esteri britannico. Lo fecero con molte esitazioni e Eden parlò poi del discorso del Presidente dell'Organizzazione Sionista mondiale in questi termini: “Il Dr Weizmann ammise che sembrava esserci ben poco che si potesse fare per fermare questi orrori”. Sharret, da parte sua, in un memorandum redatto 4 giorni dopo l'incontro, scrisse:

 “Il bombardamento dei campi della morte è difficile che possa procurare in termini apprezzabili la salvezza alle vittime. Il suo effetto concreto può solo essere la distruzione degli impianti e del personale e probabilmente l'accelerazione della fine di coloro che sono già condannati”.

Si noti che l'ipocrita Sharret, ben sapendo che la proposta era di bombardare le linee ferroviarie e non il campo, nella sua dichiarazione parla del campo e degli impianti e non delle linee ferroviarie che potevano essere bombardate a centinaia di chilometri di distanza da Auschwitz.

Sappiamo perché gli alleati non pensavano di bloccare le fabbriche di guerra dei campi. Non volevano bloccare lo sforzo bellico tedesco contro la Russia. La Germania era considerata già sconfitta, si temeva ormai l'Unione sovietica. Soprattutto alla fine del 1944 quando i Russi avanzavano velocemente verso l'Europa centrale. Ai sionisti, milioni di ebrei assimilazionisti, non sionisti, non interessavano più di tanto.

Affermazione avventata quest'ultima? Vediamo. Consideriamo un altro episodio storico.

Nel marzo del 1944 Kasztner (capo dei sionisti ungheresi) e Brand (suo vice) entrarono segretamente in contatto col capo delle SS Dieter Wisliceny, che era allora alla testa del Nucleo Speciale per gli Affari Ebraici in Ungheria, dopo esserlo stato in Slovacchia, e in Grecia. Nel 1944 Wisliceny aveva capito che la Germania era destinata a perdere la guerra. Inviato in Ungheria per risolvere il problema degli ebrei ungheresi e delle molte migliaia di ebrei polacchi e cecoslovacchi precedentemente fuggiti in quel paese, cominciò a pensare a come salvare la pelle dopo la guerra. Era disposto a farsi corrompere. Quando si incontrò con i due capi sionisti chiese molto denaro in cambio della sua collaborazione. Ma necessariamente Wisliceny doveva fare il doppio gioco. Kasztner e Brand chiesero che qualche migliaio di persone, con certificati di emigrazione verso la Palestina (vedremo chi erano), fossero autorizzati a viaggiare sul Danubio verso il Mar Nero e la Turchia. In cambio offrirono collaborazione. Wisliceny informò della richiesta il suo superiore Eichmann. Costui conosceva i sionisti «socialisti» da quando aveva trattato con loro prima della guerra ma non aveva nessuna intenzione di lasciare che gli ebrei ungheresi restassero liberi nelle città del paese occupato. Accettò di trattare ma fece una controproposta. Chiese quindi a Brand di portarla in Turchia all'Organizzazione Sionista Mondiale e agli alleati. La sua controproposta era la seguente: era disposto a far emigrare verso la Spagna un milione di ebrei in cambio di 10.000 camion militari, sapone, caffè ed altri prodotti; i camion sarebbero stati usati esclusivamente sul fronte orientale, dove le cose non andavano bene. Come prova della sua buona fede avrebbe permesso il rilascio preliminare di un convoglio verso la Palestina di 600 persone.

Il 19 maggio, Brand partì su un aereo tedesco insieme ad un altro ebreo Bandi Grosz, che era in realtà un agente tedesco e ungherese, già utilizzato per contatti con i servizi segreti alleati. Dopo varie peripezie, Brand incontrò Sharret il 10 giugno. Sharret si accordò con gli inglesi perché arrestassero Brand e lo spedissero in una prigione in Egitto. I sionisti non credevano di dover fare pressioni sugli alleati perché accettassero la proposta di Eichmann. Agli inglesi (e agli americani) forse una proposta del genere poteva interessare, perché avrebbe potuto contribuire a fermare o rallentare l'avanzata russa. Gli alleati però non potevano fare i conti senza Stalin. Quindi notificarono a Mosca la missione di Brand. Stalin rifiutò che si prendesse in considerazione un accordo ai suoi danni (i 10.000 camion dovevano essere utilizzati sul fronte russo). E dovette battere forte i pugni sul tavolo per bloccare l'operazione. Il 19 luglio la notizia della proposta tedesca fu data alla stampa e denunciata come un trucco per dividere gli alleati. Il 5 ottobre, dopo quasi 4 mesi, Brand fu liberato.

Di certo inglesi e americani e russi si misero d'accordo per far fallire l'operazione di Eichmann e condannarono gli ebrei ungheresi. Ma i sionisti cosa fecero? Fecero tenere in prigione Brand perché non rivelasse la proposta che avrebbe salvato centinaia di migliaia di ebrei.

Ma non si limitarono a questo. Dopo la sua liberazione, Brand si precipitò a Gerusalemme dove cercò di convincere Eliahu Dobkin, capo del Dipartimento Immigrazione dell'Agenzia Ebraica a riprendere le trattative segrete. Dobkin rifiutò. Disperato Brand si recò a Tel Aviv per partecipare ad un incontro con i dirigenti e i delegati dell' Histadrut (sindacato corporativo ebraico in Palestina). Sentendosi preso in giro, afferrò il microfono e gridò:

 “Eravate l'ultima speranza di centinaia di migliaia dei nostri condannati a morte. Li avete traditi. Io ero l'emissario di quella gente e mi avete fatto marcire in una prigione al Cairo (...). Avete rifiutato di scatenare uno sciopero generale. Se non c'era altro modo, avreste dovuto usare la forza”.

Operai e dirigenti si precipitarono a chiudergli la bocca visto che era presente la stampa.

In un disperato ultimo tentativo, Brand chiese di incontrare Weizmann. Ciò avvenne il 29 dicembre 1944 e naturalmente anche questo incontro si concluse con un nulla di fatto. Weizmann promise solo che avrebbe aiutato il suo interlocutore a tornare in Europa.

Fallita l'operazione proposta da Eichmann, cosa fece Kasztner? Entrò in trattative ancora più strette con i nazisti anzi proprio con Eichmann.

Dopo la sua cattura in Argentina, Eichman, prima di essere condannato a morte in uno spettacolare processo a Gerusalemme, fu intervistato e parlò anche delle sue trattative con Kasztner:

“Egli (Kasztner) accettò di aiutare a fare in modo che gli ebrei non resistessero alla deportazione – e addirittura a tenere l'ordine e la calma nei campi di raccolta – se io avessi chiuso gli occhi e lasciato qualche centinaio o qualche migliaio di giovani ebrei emigrare illegalmente in Palestina. Era un buon accordo. Per tenere l'ordine nei campi, il prezzo di 15 000 o 20 000 ebrei – in definitiva se ne potevano contrattare anche di più – non mi sembrava molto alto. Eccezion fatta, forse, per i primi incontri, Kasztner non venne mai da me impaurito dall'uomo forte della Gestapo . Trattammo assolutamente tra uguali. La gente lo dimentica. Eravamo su opposti fronti politici e cercavamo un accordo, e ci fidavamo perfettamente l'un dell'altro. Quando era con me, Kasztner fumava sigarette come se fosse al Caffé. Mentre discutevamo, fumava una sigaretta aromatica dopo l'altra, prendendole da una custodia d'argento e accendendole con un piccolo accendino d'argento. Con la sua riservatezza e educazione sarebbe stato anch'egli un ideale ufficiale della Gestapo . (...)

Credo che Kasztner avrebbe sacrificato migliaia o centinaia di migliaia di persone del suo sangue per raggiungere il suo scopo politico. Non era interessato negli ebrei vecchi o in coloro che si erano assimilati nella società ungherese. Insisteva invece in modo incredibilmente persistente per salvare ebrei biologicamente validi – cioè, materiale umano in grado di riprodursi e lavorare sodo. «Potete tenervi gli altri» diceva «Ma lasciate che prenda questo gruppo». E dal momento che Kasztner ci stava rendendo un grande servizio aiutandoci a tenere tranquilli i campi di deportazione, io lasciai che il suo gruppo partisse. Dopo tutto, non mi preoccupavo dei piccoli gruppi di qualche migliaio di ebrei”.

Il 6 dicembre 1944, il treno per il gruppo di Kasztner era pronto alla stazione di Budapest, destinazione la Svizzera. André Biss, il nipote di Brand, che era nell'organizzazione dei sionisti di Kasztner e che operò con lui, conferma nella sostanza le parole di Eichmann in un libro scritto successivamente e soprattutto spiega nei dettagli come era composto il gruppo di coloro che erano stati selezionati per partire. Il gruppo più numeroso, l'orgoglio di Kasztner, era la gioventù sionista (membri di varie organizzazioni, non solo i ‘socialisti' ma anche i revisionisti), in gran parte coinvolti nell'opera di controllo dei campi di raccolta. Poi venivano la madre di Kasztner, i suoi fratelli, le sorelle ed altri membri della sua famiglia. Quindi i dirigenti delle organizzazioni sioniste e le loro famiglie. I membri delle famiglie di coloro che avevano lavorato con lui per conto dei nazisti erano una cinquantina. Infine venivano circa 300 ricchi ebrei che avevano pagato in contanti per il viaggio, perché si era dovuto raccogliere il denaro richiesto dai tedeschi. In tutto erano 1684 passeggeri. Ecco chi erano gli ebrei che Katszner voleva salvare. I sionisti, i ricchi ebrei e i suoi familiari. La maggior parte degli altri 450.000 ebrei d'Ungheria finirono la loro vita ad Auschwitz.

Dopo la guerra, il «socialista» Kasztner, occupò posti di prestigio nell'amministrazione dello Stato di Israele. La sua vicenda venne tenuta nascosta dai suoi compagni laburisti fino a quando un sopravissuto dell'Olocausto lo riconobbe e lo denunciò. Al processo, malgrado prove schiaccianti contro di lui, fu proclamato innocente (tre giudici contro due). L'intero partito laburista si schierò con lui. Kasztner fu misteriosamente assassinato il 3 marzo del 1957. 

Prima di fare le sue stupide e ipocrite dichiarazioni al memoriale dell'olocausto, Bush avrebbe dovuto informarsi meglio: I sionisti furono i primi a non voler fare bombardare le linee ferroviarie che portavano ad Auschwitz. Essi erano perfettamente d'accordo in questo con i loro alleati britannici e americani.

Per salvare gli ebrei dei campi gli americani avrebbero dovuto bombardare Tel Aviv dopo essersi assicurati che tutti i caporioni sionisti, primi tra tutti Weizmann, Sharret e l'intero Histadrut , vi fossero presenti.

Vota questo post

C'E' DEL MARCIO IN DANIMARCA

by Gianluca Freda (14/01/2008 - 23:46)

DANIMARCA NUOVA – UN MODELLO PER GLI USA?
di Ted Twietmeyer
dal sito Rense.com
Traduzione di Gianluca Freda
 

Di recente, ho ricevuto una mail da un ex agente della polizia londinese, Philip Jones. Philip mi ha dato il permesso di pubblicare la sua mail e il suo nome. Il suo articolo, impressionante e molto dettagliato, descrive con precisione come si vive oggi in Danimarca, dopo che l’autore ha vissuto laggiù per più di dieci anni. Molti di noi hanno un’immagine personale di quei paesi stranieri che forse non avranno mai l’opportunità di visitare. Queste idee sono fondate spesso su ciò che abbiamo appreso dai media e dalla scuola. E’ stata per me una vera sorpresa ascoltare ciò che Philip aveva da dire sulla Danimarca e sul suo placido stile di vita. Non guarderò mai più allo stesso modo una scatola di biscotti natalizi prodotti in Danimarca!

Molte persone si rendono conto che la Gran Bretagna è un modello di stato di polizia, che ogni giorno dà un altro piccolo giro di vite alle libertà dei suoi cittadini. Non è difficile immaginare che la Danimarca e forse anche altri stati dell’UE stiano seguendo lo stesso modello. Ciò che apprendiamo dalla lettera di Philip è che non è questo il caso della Danimarca. La Danimarca possiede già la popolazione più passiva che si possa immaginare. Come si sia riusciti a ottenere questo stato mentale è un mistero. Forse gli artefici della globalizzazione hanno scovato ogni debolezza della cultura danese e l’hanno sfruttata, portandola alle sue massime conseguenze. Sembra essere davvero un paese adatto al titolo dell’articolo di Philip, una “Danimarca Nuova” [allusione alla società distopica del romanzo di Aldous Huxley “Mondo Nuovo”, NdT].

Gli Stati Uniti si stanno trasformando in un ibrido di Gran Bretagna e Danimarca. Sono state introdotte nuove leggi per controllare ciò che pensa la gente in America e allo stesso tempo si fa tutto il possibile per spingere le persone a ignorare gli effetti della crescita, dietro le quinte, del potere governativo. Leggi draconiane vengono introdotte in silenzio e con rapidità, accampando pretesti e adducendo eventualità che convincano la gente a non protestare troppo. Se ogni persona negli Stati Uniti fosse fedele alla Costituzione e alla Carta dei Diritti come lo sono i sostenitori di Ron Paul, tutto questo non accadrebbe.

Oggi i risultati sportivi, i videogames e internet sono le sole cose di cui si cura la maggioranza delle persone. A nessuno importa più ciò che il governo sta facendo di lui. Uno stato mentale di completa indifferenza caratterizza anche i danesi, come Philip eloquentemente ci rivela. Perciò, senza ulteriori indugi, ecco la sua mail inedita:

 

“Danimarca Nuova”

Caro Ted,
Prima di cominciare, forse dovrei raccontarti qualcosa di me. Sono un inglese di 49 anni, sono sposato con una donna danese e vivo in Danimarca. Prima di stabilirmi qui nel 1996, avevo lavorato 15 anni come agente di polizia a Londra e prima ancora 6 anni nell’esercito.

Sono cresciuto in una zona industriale del Galles del Sud e provengo dalla categoria dei “colletti blu”. Fino a non molto tempo fa, ero un sostenitore del procedimento “democratico” ed un conservatore accanito.

Il mio risveglio iniziò con il mio trasferimento in questo piccolo e freddo paese del Nord. Fino ad allora, avevo sempre adottato un punto di vista omologato e benché, facendo l’agente a Londra, mi rendessi conto dei rapidi cambiamenti che stavano avvenendo nella società, non avevo però capito quanto questi cambiamenti fossero frutto di un disegno e di una progettazione controllata, piuttosto che di naturale “evoluzione”.

Pensavo che la Danimarca sarebbe stata poco più che una versione ridotta del mio paese di provenienza. Mia moglie non era/è molto diversa da me nella cultura e nelle opinioni e i nostri paesi condividono una storia comune. Per i primi sei mesi circa, non feci molto caso a ciò che mi stava intorno, essendo occupato giorno dopo giorno a metter su casa e a badare a tutte le frivole necessità.

Fu solo quando riuscii finalmente a sedermi e prendere nota dell’ambiente che mi circondava che restai colpito da quanto i danesi fossero diversi dai britannici. Io e mia moglie avevamo vissuto per alcuni anni in Inghilterra e imparai ben presto che lei non era assolutamente simile ai suoi connazionali. La prima fastidiosa caratteristica che notai immediatamente fu l’abitudine dei danesi di raccontare agli altri quanto sia splendida la Danimarca e quanto ogni cosa sia migliore qui che in altri posti. Perfino per un osservatore occasionale, era evidente che vivevano di profonde illusioni.

La Danimarca è un bel posto, ma non migliore, anzi in certi aspetti peggiore, di tanti altri. E’ piccola, con una popolazione di circa 5 milioni di abitanti. Fino a pochissimo tempo fa era (e per molti versi è ancora) omogenea e piuttosto isolata, arroccata com’è in cima all’Europa. In effetti, se uno volesse compiere un “esperimento sociale”, pochi luoghi sarebbero più adatti o meglio posizionati. Dimenticate i “Vichinghi” del tempo che fu. La maggior parte di loro si stabilirono in Inghilterra, nella Francia settentrionale e sul Volga.

Iniziai a chiedermi il motivo di questo orgoglio per tutto ciò che è danese. La varietà e la qualità del cibo non era nemmeno paragonabile a quella inglese. Le infrastrutture pubbliche erano inadeguate e terribilmente lente. Il monopolio dominava ogni settore degli affari. Nessuna competizione, in nessun campo. Prodotti danesi e solo prodotti danesi era la regola generale. Il costo della vita era pari ad almeno 2-3 volte quello della Gran Bretagna, eppure tutti mi chiedevano con orgoglio se mi sentissi fortunato a vivere in Danimarca. Poi c’era il tanto lodato sistema sanitario danese. Secondo i danesi “il migliore del mondo”. Ma la realtà è che non lo era/è e la sua qualità continua a peggiorare, mentre il costo delle prescrizioni mediche e delle cure odontoiatriche, pur col supporto del “servizio sanitario pubblico”, è completamente fuori controllo.

Come ex agente della polizia londinese, mi veniva chiesto spesso di tenere conferenze all’Università di Odense, su argomenti riguardanti la criminalità, ecc. Nel corso degli anni feci dozzine di queste presentazioni e restai sbigottito nel vedere quanto i danesi fossero condiscendenti e restii a fare domande. Erano perfino immuni alle provocazioni, alle quali feci ricorso in diverse occasioni nel tentativo di ottenere una reazione, generalmente senza risultato. In questo periodo presi parte a molti corsi e fui stupito e scioccato nello scoprire fino a che punto la visuale marxista/femminista fosse stata inculcata nei giovani. La storia del paese anteriore alla fine della II Guerra Mondiale non viene insegnata e sono ben pochi i danesi che sappiano qualcosa del passato del proprio paese. Quasi tutti gli insegnanti erano donne (una specie) e negli stessi corsi le ragazze erano in maggioranza schiacciante. Quasi ogni lezione a cui presi parte era appesantita dalla retorica sul “futuro europeo” ed erano ben pochi coloro che non avessero un pesante pregiudizio in questo senso. Eppure, paradossalmente, la litanìa “la Danimarca è il miglior paese del mondo, con il miglior sistema educativo, sanitario, sociale, economico” era un tema ricorrente, ripetuto ad nauseam. E’ lo stesso messaggio incessantemente ripetuto dai media e i danesi hanno portato a nuove vette l’amore per la propria bandiera, decorando perfino gli alberi di Natale e le torte di compleanno con il vessillo nazionale. Quest’apparente contraddizione generò in me, sul momento, una gran confusione, ma ora non più. Oggi capisco.

Questa accettazione/passività si è estesa a tutta la società, dove le lamentele di qualunque tipo contro il sistema sono assai rare, anzi, per essere sinceri, inesistenti. Ad ogni nuova legge o incremento dei prezzi e delle tasse varato dal governo, la risposta standard era “cosa ci vuoi fare”, oppure, in danese, "Saadan er Danmark", che significa “in Danimarca funziona così”.   

La Danimarca è il paese delle regole. Qui ci sono regole per qualsiasi cosa. Perfino le regole hanno regole e le persone hanno la fastidiosa abitudine di interferire l’una nella vita dell’altra per autoregolamentarsi. Uno dei paesi più piccoli del mondo possiede uno dei più ingombranti governi mai visti e lo Stato, qui, è di gran lunga il più importante dei datori di lavoro, perciò la gente dipende da esso per il proprio tenore di vita.

La carta d’identità fu introdotta in Danimarca negli anni ’70. Tutti i danesi e i residenti stranieri possiedono un “numero personale” e a differenza del numero di “Assicurazione Nazionale” che viene attribuito in USA o in Gran Bretagna esso deve essere dichiarato per fare praticamente qualunque cosa. Non si può aprire un conto in banca, viaggiare, fare affari di qualsiasi tipo, prendere la patente, guidare, andare a scuola, ecc. senza averlo. Viene spacciato per tessera di assicurazione sanitaria, ma in realtà ha una funzione molto più ampia e pervasiva. E’ anche accompagnato da un registro elettronico nazionale. Il modello biometrico in arrivo verrà semplicemente accettato come un “perfezionamento” o un progresso.

Lo stile di vita quaggiù è quello del conformismo in tutte le cose. La gente veste allo stesso modo, si taglia i capelli allo stesso modo, mangia le stesse cose, fa le stesse cose, ama le stesse cose, dice esattamente le stesse frasi; il danese moderno è un linguaggio fatto di fraseologia più di qualunque altro (Newspeak?). Mangiano lo stesso cibo (e offrono agli ospiti lo stesso menù tutte le volte, a prescindere da quale casa danese si decida di visitare). Una cena a casa di un danese può essere descritta prima di iniziare, dal principio alla fine.

Le donne e le ragazze danesi, con poche eccezioni, hanno acquisito un aspetto quasi androgino e molte di loro sono ferocemente femministe nelle idee, nelle azioni e nel modo di fare. Gli uomini danesi sono per la maggior parte effeminati. I danesi amano il proprio paese, ma non lottano per esso. I danesi disprezzano tutto ciò che è straniero e resistono ad ogni influenza, tanto che i loro negozi hanno ben poco sugli scaffali e quel poco che c’è costa cifre esorbitanti; eppure non riescono assolutamente a riconoscere né a combattere l’ombra incombente del Superstato europeo, perché sono convinti che sia qualcosa da cui potranno tranquillamente staccarsi se mai dovessero stancarsene.

I danesi sorridono di rado, sono molto riservati, fino alla scortesia, eppure un recente sondaggio all’interno dell’Unione Europea mostra che sono il popolo più felice d’Europa. E’ questo che mi ha fatto mangiare la foglia. Per otto anni i danesi hanno continuato a dirmi che “se la passano bene”. Ma non è così. Per niente. Se la passano bene quanto può passarsela bene un uccello in gabbia.

Anche all’inizio avevo la sensazione che se avessi fatto troppi commenti sgradevoli di tono “antidanese”, magari la mia residenza avrebbe potuto essere revocata oppure mi sarei trovato ad avere a che fare con le “autorità danesi” (i danesi vengono incoraggiati a spiarsi l’uno con l’altro e lo fanno con gusto). Naturalmente non è mai successo niente di simile, ma la sensazione era quella. Tale è la natura insidiosa della società danese, che vanta la “libertà di parola” come diritto inalienabile (come nel caso delle vignette su Maometto) ma allo stesso tempo condanna quella stessa “libertà di parola” nei forestieri e nei dissidenti.

Verso la fine degli anni ’90 iniziai a capire fino a che punto la società danese fosse stata indottrinata. Ogni atteggiamento critico incontrava un dissenso feroce. Nessuno si lamentava mai di nulla che avesse natura ufficiale. Quasi tutte le persone che conoscevo o che sentivo parlare in TV, sembravano credere che il governo danese desiderasse per loro solo cose buone. Che il carico fiscale in continua crescita fosse necessario e perfino un fatto positivo. Parliamo di una tassa sul reddito che è mediamente del 50% e di un’IVA al 25%. Questo livello di tassazione colpisce tutto, comprese le auto, le case, il cibo; insomma, qualunque cosa si possa immaginare di tassare viene tassato e anche di più. E tutti i prezzi salgono il 31 gennaio di ogni anno, immancabilmente. Tutto questo viene compreso e accettato senza fiatare dalla maggioranza delle persone. “Saadan er Denmark”.

Quando io e mia moglie abbiamo cercato di spiegare alla gente che in Inghilterra pagavamo solo una frazione delle tasse danesi, e che nonostante questo riuscivamo ad avere un welfare e un sistema sanitario almeno di pari livello, non ci hanno creduto. Quando gli abbiamo detto che in Danimarca il cibo è di qualità inferiore, non ha alcuna varietà e ha dei prezzi esorbitanti, non hanno voluto ascoltarci. Semplicemente non era possibile.

Fra il 1996 e il 2001 siamo stati tre volte negli Stati Uniti, trascorrendo lì un totale di 14 settimane e viaggiando per seimila miglia. Questi tre viaggi sono stati pietre miliari della mia vita, e bruciavo dalla voglia di raccontare le nostre avventure; ma una volta tornati in Danimarca, nessun amico o famiglia danese ha mostrato interesse nelle nostre storie. Era come se non fossimo mai stati via. Gli unici ad essere interessati sono stati i nostri “contatti” internazionali.

Ora forse sto divagando, ma ciò che sto cercando di rendere è il quadro di una società diversa da qualunque altra; perfino per gli standard europei, la Danimarca è diversa. Se una cosa non è danese o se non è la Danimarca, non la prendono neanche in considerazione.

Avevo perso ogni amore per questo paese e a quel punto, pur senza sapere ancora nulla di “complotti globali”, dicevo agli amici delle cose tipo: “Questi non sono persone, sono Ultracorpi” oppure “dev’esserci qualcosa nell’acqua, qui” e perfino “forse è nel cibo che mangiano”. Non sapevo ancora quanto fossi vicino alla verità.

Poi iniziai a mettere insieme i tasselli: l’inerzia dei giovani, il conformismo dei cittadini. L’obbedienza cieca della popolazione. Una professione di apparente felicità in contrasto con l’atteggiamento avvilito della gente danese. Una visione ristretta del mondo intorno a loro, come di chi è isolato sotto una campana di vetro. Una condizione indotta di negazione nazionale, con cui si rifiutava di ammettere anche la sola possibilità che da qualche parte si potesse vivere meglio. E poi, il peggio in assoluto: l’ossessione dei danesi per il lavoro. E’ l’unica cosa di cui parlano. Il lavoro è tutto, e se uno non lavora è solo perché fa parte di un sindacato che si assicura che nessuno abbia tempo libero per pensare e dedicarsi alla propria vita e a ciò che accade intorno.

Nel 2003 lessi il libro del senatore Pat Buchanan “La morte dell’Occidente”. Quest’opera mi mise sulla strada della rivelazione e - benché oggi io sia andato un po’ oltre – i fatti e le idee espressi dall’autore ebbero in molti casi un rilievo enorme per la mia esperienza. Il punto è questo. A pag. 77, il senatore Buchanan, in cima alla pagina, fa questa citazione: “Il perfetto Stato totalitario è quello in cui tutti i potenti leader politici e il loro esercito di manager controllano una popolazione di schiavi, che non ha bisogno di essere costretta, perché ama la servitù”. E’ una citazione dal terribile romanzo di Aldous Huxley “Mondo Nuovo” e descrive i danesi e la Danimarca quasi alla lettera.

Ne parlai a mia moglie, la quale mi disse di aver letto quel libro. Era una lettura obbligata alle scuole superiori. Vedi Ted, è così. La Danimarca è il “Mondo Nuovo”. Iniziai a leggere il romanzo e mi vennero i brividi nel vedere tutti i parallelismi con la società danese.

Ne hanno introdotti così tanti. L’acquiescenza e il conformismo acefali, l’androginia, l’atteggiamento totalmente passivo e irreattivo. Uno Stato Sociale che pervade ogni cosa. Il lavaggio del cervello e la gerarchizzazione degli studenti all’interno del sistema educativo; o piuttosto, un “programma di indottrinamento” di Stato. Il ricorso alla “psicanalisi” per ogni forma di comportamento “antisociale”, che non è poi nient’altro che il coraggio di criticare pubblicamente lo Stato o di porre domande scomode o anche solo l’abitudine dei ragazzini di giocare in classe. La prescrizione di “pillole della felicità” alle cosiddette persone depresse, cioè, in altre parole, a chiunque inizi ad accorgersi di ciò che lo circonda. I Mass Media, l’Educazione di Stato, il Servizio Sanitario di Stato raccontano incessantemente sempre la stessa storia. La Danimarca è il miglior paese del mondo, i danesi sono i migliori in tutto. Tutte le cose danesi sono migliori di quelle non danesi. Tutto questo ha creato individui così “ammutoliti”, così impauriti, così passivi, così paradossalmente fieri, eppure palesemente affetti da un radicato complesso d’inferiorità. Arroganti, ma completamente privi di autostima. Per dirla in altri termini, questo posto è ridotto a un letamaio.

Qui non c’è bisogno di taser o di brutali metodi polizieschi. Non ci sono nemmeno troppe telecamere di sorveglianza. Se il governo dice di iniettare ai bambini questo o quel farmaco, i danesi lo faranno perché il governo gli ha detto di farlo. Quando verrà il momento di installare microchip sulle persone, lo Stato dirà ai danesi che è per il loro bene e loro acconsentiranno senza fare domande. Semplicemente senza fare domande.

Joseph Goebbels disse: “La propaganda deve essere in grado di farsi capire anche dal membro più stupido di una società. Allora potrete far credere alla gente che l’inferno sia il paradiso e che il paradiso sia l’inferno”.

La Danimarca non è proprio l’inferno, ma di certo è sulla buona strada. Ieri un’altra TV di Stato ha detto al popolo danese che il motivo per cui il prezzo dei generi alimentari è aumentato così tanto sta nei problemi esistenti in Australia e Nigeria. Beh, allora va tutto bene, no? Dobbiamo rassegnarci, non c’è altro da fare. Lo Stato ci ha spiegato perché dobbiamo pagare il cibo, l’elettricità, la benzina, i vestiti, i trasporti, le tasse, ecc. quasi il doppio di ciò che paga la gente nel resto d’Europa.

Gli sciocchi se la bevono. Nessuno domanda “cosa c’entrano l’Australia e la Nigeria con un aumento del 25% di prosciutto, carne, pane e di tutta la gamma di prodotti fabbricati in Danimarca”? Gli raccontano che dipende dalla recessione o dall’inflazione o da qualche altro (falso) fenomeno economico ciclico. Ma il problema è che nessuno fa domande. Sono tutti “felici della propria servitù”.

Recentemente, il Primo Ministro danese ha firmato il trattato per la riforma dell’UE. Poi, riuscendo a non piegarsi in due dalle risate, ha detto ai danesi che non ci sarebbe stato un referendum su questo “trattato” poiché esso non intacca la sovranità danese. Si tratta, ovviamente, di una menzogna spudorata, perché, una volta ratificato, il trattato priverà la Danimarca della possibilità di determinare autonomamente la propria economia, il proprio sistema giudiziario, gli affari interni, la difesa e molte altre cose. In altre parole, la Danimarca non sarà più una nazione, tranne che nei sogni a occhi aperti della sua cittadinanza allattata a prozac. Quando ho cercato di spiegarlo alla gente di qui, mi hanno risposto cose tipo: “No, il nostro Primo Ministro non farebbe mai una cosa simile. Non firmerebbe mai un documento del genere”. Quando gli ho spiegato che l’aveva già fatto, hanno detto: “Beh, possiamo sempre recedere dal trattato più tardi se non funziona”.

Ma il punto è proprio questo: non potranno farlo. A meno che non organizzino una resistenza armata, e i danesi non ne sono capaci. Per un danese, alzare il tono di voce oltre il livello di un sussurro significa manifestare rabbia. I “Femminazisti”, qui, hanno fatto molto bene il loro lavoro.

A mio avviso, l’Unione Europea sta testando due tipi di “modelli sociali” contemporaneamente. Il primo è il modello “1984” inglese, studiato per quegli stati membri la cui popolazione sia più incline alla resistenza. Il secondo modello è quello del “Mondo Nuovo” danese, per popolazioni più piccole e meno ribelli.

Probabilmente non ho reso giustizia al tema trattato, ma se sono riuscito a darvi un’idea di ciò che sta accadendo qui, allora posso considerare compiuto il mio lavoro. La Danimarca non somiglia a nessun altro paese e i danesi a nessun altro popolo; tranne forse agli svedesi e ai norvegesi, i quali, stando a ciò che altri mi hanno detto, stanno subendo un procedimento di programmazione molto simile.
Spero di non essere stato noioso.

Con i migliori auguri, Philip.

P.S.: va detto che ovviamente non tutti i danesi rispondono a queste caratteristiche, ma la mia esperienza mi dice che esse contraddistinguono almeno il 96% di coloro che ho incontrato negli ultimi 10 anni. Due siti da visitare per chiunque fosse interessato alla Danimarca:
www.heising.dk e www.nylonmanden.dk

Vota questo post

SONO STATI LORO - BIS

by Gianluca Freda (10/01/2008 - 00:41)

Un lettore che si firma “Serge” scrive in risposta all’articolo “Sono stati loro”:

Avevo posto mi era parso educatamente alcune questioni e non indugerò oltre rispetto alla tua fragile pazienza e al fatto di essere appunto OT. Mi limito solo a dire un ultima cosa: tu accusi esplicitamente Israele di aver compiuto l'attentato (cosa piuttosto grave), ma non porti nessuna prova di questo. Il fatto che negli USA ci fossero centinaia di agenti israeliani non significa nulla. Probabilmente ci sono anche molti agenti della Russia, della Cina o di altri paesi. Mi dispiace ma quello che deve portare delle prove sei tu e ciò che chiedi a me lo puoi rivolgere tranquillamente a te stesso. Perfino l'invito di andare in fondo a destra dove sono sicuro potrai evacuare con calma le tue accuse.

 

Cosa intenderà Serge per “prove”? Una confessione scritta e firmata degli agenti del Mossad che hanno organizzato l’operazione? Vedrò cosa posso fare. Però di solito, in casi come questi, tutto ciò che si può raccogliere sono indizi, non “prove”. Nei tribunali americani ed inglesi il motto imperante è quello secondo il quale “due indizi fanno una prova”. Motto costantemente applicato in ogni processo ordinario, ma pubblicamente disatteso quando le indagini riguardano personalità israeliane, soprattutto se appartenenti ai servizi segreti. E soprattutto se gli indizi sono molti, ma molti di più di due. E già questo, da solo, sarebbe un indizio ulteriore. Sul furto delle identità dei “dirottatori” dell’11/9 esiste ormai su internet una vasta bibliografia, basta aver voglia di leggersela. Cito solo un articolo, tra le centinaia, piuttosto noto: questo pezzo del Telegraph britannico (per citare una fonte non certo favorevole alla tesi della matrice israeliana degli attentati) che è costretto ad ammettere il furto d’identità e a citare lo “sdegno” dei presunti dirottatori (che sono in realtà normali cittadini sauditi, oltretutto vivi e vegeti). Il Telegraph si para il culo accusando del furto d’identità non gli israeliani, ma Bin Laden in persona. Il quale non si capisce quale necessità avesse di rubare l’identità di normali cittadini sauditi, con tutti gli attentatori suicidi che, secondo le autorità americane, dovrebbe avere a disposizione. Saeed al-Ghamdi, uno dei dirottatori “redivivi”, intervistato dal Telegraph nel 2001, dice: “Sono rimasto completamente allibito. Negli ultimi 10 mesi sono stato in Tunisia insieme ad altri 22 piloti, per imparare a pilotare un Airbus 320. L’FBI non ha fornito nessuna prova del mio coinvolgimento negli attentati”. Pover’uomo. Il fatto stesso che stesse rilasciando questa intervista avrebbe dovuto essere una prova, piuttosto efficace, a suo favore. Ma si sa, le prove si richiedono solo a chi accusa gli israeliani del Mossad, mica a chi accusa un arabo qualsiasi. “Non potete immaginare”, continua il poveretto, “cosa si provi a sentirsi definire come “terrorista deceduto” quando sei innocente e vivo”. Un rischio, caro il mio al-Ghamdi, che avresti potuto evitare facendo l’agente del Mossad, anziché il pilota di linea. Per gli agenti del Mossad vale la presunzione d’innocenza, sempre. Anche se si radunano a migliaia in un paese che sarà colpito di lì a poco dal più clamoroso attentato terroristico della storia, anche se molti di loro sono “specialisti in esplosivi”, anche se esultano e riprendono le torri in fiamme facendo il segno della vittoria con le dita, ci sarà sempre qualcuno che chiederà “altre prove” della loro colpevolezza. E che volete che siano poche migliaia di agenti segreti israeliani, specialisti in esplosivi e intercettazioni, che si radunano negli USA prima degli attentati e che gioiscono ad attentato compiuto? Magari erano lì per una convention sindacale o in gita domenicale. E poi chissà quanti agenti russi e cinesi girano ogni giorno per gli Stati Uniti... milioni, forse miliardi. Gli indizi, quando si tratta di accusare di terrorismo il paese più terrorista del mondo, non bastano mai. Anzi, per assolvere con formula piena loro e i loro mandanti basta una sparata qualsiasi del primo Attivissimo in erba. “Eh, chissà quanti agenti russi e cinesi girano per gli USA!”. E chiusa lì. Per accusare un arabo, invece, basta un passaporto bruciacchiato magicamente estratto dalle macerie del WTC e la parola degli attendibilissimi esponenti del governo USA con doppia cittadinanza israelo-americana.      

Un altro “dirottatore deceduto”, Abdulaziz Al-Omari, intervistato dal Telegraph, afferma: “Quando l’FBI mi ha messo nella lista dei dirottatori, non riuscivo a crederci. Hanno pubblicato il mio nome e la mia data di nascita, ma io non sono un terrorista suicida. Sono qui. Sono vivo. Non ho la minima idea di come si faccia a pilotare un aereo. Non ho niente a che fare con tutto questo”. Al Omari aggiunge che il suo passaporto era stato rubato dal suo appartamento di Denver, in Colorado, nel 1995. In un processo ordinario si farebbe, di norma, il seguente elementare calcolo indiziario: passaporto rubato + titolare del passaporto che compare erroneamente tra i dirottatori dell’11/9 = identità rubata con uno scopo preciso. Aggiungiamo a questo risultato che Mohammed Atta e Marwan al-Shehhi, presunti dirottatori dell’11/9, avevano vissuto a lungo in un appartamento di Hollywood, Florida, al numero 3389 di Sheridan Street, che si trova a pochi isolati dalla sede dei falsi studenti d’arte israeliani di cui parlano il filmato presentato qualche giorno fa e le indagini degli investigatori americani. Cito da Der Spiegel del 10 gennaio 2002, che cita a sua volta un rapporto della DEA acquisito dall'intelligence francese:

"Tra il dicembre 2000 e il settembre 2001 un'orda di agenti  antiterrorismo israeliani, che si fingevano studenti, seguirono le tracce di alcuni terroristi arabi e delle loro cellule di appartenenza negli Stati Uniti.  Nelle loro indagini segrete, gli israeliani arrivarono molto vicini ai futuri dirottatori dell'11 settembre. Nella città di Hollywood, in Florida, identificarono i due ex studenti di Hamburg e futuri terroristi, Mohammed Atta e Marwan al-Shehhi. Gli agenti abitavano vicino all'appartamento dei due apparentemente normali studenti di volo, osservandoli da vicino". Così da vicino che quando sono saliti sugli aerei con il taglierino in tasca non se ne sono neanche accorti e nemmeno hanno pensato di allertare le autorità americane. Non sarà una confessione scritta, ma ci sarebbe abbastanza materiale indiziario per aprire perlomeno un’indagine approfondita. Invece manco una virgola. Che volete, con tutti quei miliardi di agenti russi e cinesi in giro per gli Stati Uniti non si riesce a capire niente, anche solo per uscire di casa bisogna fare a gomitate.

Prima di chiudere, ascoltiamo qualche altra voce dall’aldilà che il Telegraph è riuscito a raccogliere con il suo tavolino a tre gambe:

Salem Al-Hamzi (“terrorista deceduto” sul volo 77 dell’American Airlines, quello che colpì il Pentagono; occupato, dopo il decesso, in un’industria petrolchimica di Yanbou, in Arabia Saudita): “Non sono mai stato negli Stati Uniti e non sono mai uscito dall’Arabia Saudita negli ultimi 2 anni”

Ahmed Al-Nami (“terrorista deceduto” sul volo 93 della United Airlines, schiantatosi in Pennsylvania; occupato, dopo il decesso, come amministratore nelle linee aeree saudite): “Sono ancora vivo, come vedete. Sono rimasto sbigottito nel vedere citato il mio nome dal Ministero della Giustizia americano. Non ho neanche mai sentito parlare del luogo della Pennsylvania dove si è schiantato l’aereo che io avrei dirottato”.

Robert Mueller, che nel 2001 era direttore dell’FBI, fornendo la lista dei dirottatori affermò di essere “abbastanza sicuro” che i nomi forniti non fossero fittizi. Di fronte a quest’ondata di resurrezioni (e alle mille altre contraddizioni della lista fornita), credete che l’FBI abbia fatto una piega? Macché. Si è limitato a dire: “Oops, ci siamo sbagliati. Si è trattato di uno scambio di identità. Ecco i nomi veri”. E si sono inventati altri quattro nomi a casaccio, presi chissà dove. Una persona razionale a questo punto riterrebbe, come minimo, che l’FBI sia gestito da una massa di cialtroni e che le informazioni che fornisce siano inattendibili. Una persona sospettosa vorrebbe sapere, come minimo, dove hanno preso i nomi, cognomi e date di nascita delle persone indicate come dirottatori e perché alcune di queste persone abbiano a che fare, guarda caso, proprio con l’aeronautica civile. I debunker, invece, non si pongono domande. La fede è tutto. Wikipedia ha pubblicato la notizia della smentita dell’FBI e per loro il caso è risolto. All’FBI, il caro Serge non chiede prove ulteriori. La parola d’onore dei cialtroni che lo dirigono è più che sufficiente. Come è più che sufficiente l’autodifesa dei cinque agenti israeliani che ballavano, cantavano, filmavano e facevano il segno della vittoria di fronte alle torri in fiamme. “Il nostro scopo era solo di documentare l’evento”, hanno dichiarato dopo che Michael Chertoff, il consigliere giudeo-americano della commissione giustizia, li ha fatti rimettere in libertà e tornare in Israele. Ah, beh, allora scusate tanto. Basta la parola, non servono altre prove. Sono io, con il mio computerino, che devo fornire a Serge le prove che i morti non parlano, i gatti non volano e qualche migliaio di agenti del Mossad non si disturba ad andare negli USA sotto copertura solo per visitare il Gran Canyon (per visitare il WTC sì, magari).

E se qualche prova di ciò che dicono, una volta tanto, cominciassero a fornirla i cosiddetti “debunker”, invece di limitarsi a giocare di rimessa sulle indagini altrui e a citare come “auctoritates” individui e organizzazioni che di autorevole non hanno nulla, ma proprio nulla? Sembrerebbe così brutto?        

Vota questo post

L'IMPERO DELLA RUMENTA

by Gianluca Freda (08/01/2008 - 00:24)


L’uomo produce il male come le api il miele  (James Ellroy)

Popolo, lo sai che se’ tu? Sei ‘na monnezza!   (Alberto Sordi in “Nell’anno del Signore”)

 

Vi invito a leggere (anche se non ho il tempo di tradurlo tutto) l’interessante articolo di Hans- Hermann Hoppe che trovate a questo indirizzo. Hoppe è professore di economia all’Università del Nevada, collaboratore del Journal of Libertarian Studies ed autore del libro Democrazia: il Dio che ha fallito (edito in Italia da Liberilibri). Un libro profondamente “antidemocratico”, nel senso che è permeato del rifiuto dell’idea consolatoria secondo la quale la democrazia e il liberalismo sarebbero, pur tra tanti difetti, i parametri politico-filosofici del migliore dei mondi possibili. Hoppe fa a pezzi questa illusione, con un’acutezza e una spietatezza che fanno bene all’animo e all’intelligenza del lettore. Traggo dall’articolo la sola prima parte, che già si presta a qualche considerazione interessante:

“Una delle affermazioni più largamente accettate dagli economisti politici è la seguente: qualunque monopolio è dannoso dal punto di vista dei consumatori. Il monopolio, nella sua accezione classica, è concepito come un privilegio esclusivo garantito ad un singolo produttore di un determinato bene o servizio, cioè come assenza di libero accesso ad un determinato settore della produzione. In altre parole, una sola azienda, A, può produrre un determinato bene, x. Ogni monopolista di questo tipo è dannoso per i consumatori poiché, essendo protetto dall’ingresso di potenziali nuovi concorrenti nel suo settore di produzione, il prezzo del prodotto di monopolio x risulterà più alto e la qualità di x più bassa che nel caso contrario.

Questa elementare verità è stata spesso invocata come argomento in favore dei governi democratici in opposizione al governo classico, monarchico o del principe. Questo perché in democrazia l’accesso alle strutture di governo è libero – chiunque può diventare primo ministro o presidente – mentre in una monarchia esso è ristretto al re e ai suoi eredi.  

Tuttavia questo argomento in favore della democrazia ha una pecca fatale. Il libero accesso non è sempre una cosa positiva. Il libero accesso e la competizione nella produzione di beni sono un bene, ma la libera competizione nella produzione di mali non lo è. Il libero accesso al business della tortura e dell’assassinio di innocenti, oppure la libera competizione nel settore della contraffazione e della frode, ad esempio, non sono cose positive; sono il peggiore dei mali. Perciò che tipo di “business” è quello di un governo? Risposta: non è un ordinario produttore di beni venduti a consumatori volontari. E’ invece un “business” che si occupa di furto e di espropriazione – per mezzo di tasse e falsificazioni – e di recinzione di beni rubati. Dunque, il libero accesso al governo non produce risultati positivi. Al contrario, esso peggiora i problemi, cioè incrementa la malvagità”.

Ora, condividendo in pieno le conclusioni di Hoppe relative agli effetti della libera concorrenza sul governo degli Stati, devo aggiungere che non vedo il motivo per cui le stesse conclusioni non possano essere applicate alla libera concorrenza nella produzione industriale. Se si è restii a farlo, è solo perché si è ancora legati a una concezione ottocentesca dell’attività produttiva che, da molti decenni, non ha più riscontro nella realtà dei fatti. L’intero apparato industriale globale, oggi, lucra,  prospera e liberamente compete sulla produzione diretta di mali. L’industria farmaceutica, per esempio, in realtà non produce farmaci e strumenti curativi, bensì malattie vere o fasulle su cui lucrare con farmaci veri o fasulli. Ha inventato l’immensa bufala dell’Aids e contemporaneamente ha fatto di tutto per incrementare la diffusione di quella vasta casistica epidemica spacciata per malattia unica (l’Aids, appunto). E ciò al solo scopo di vendere i propri intrugli miracolosi: test per l’HIV che danno tre risultati diversi se fatti in tre giorni diversi e prodotti “curativi” che sono meno utili del rito del sale di Wanna Marchi. Una delle più recenti invenzioni dell’industria farmaceutica è l’epidemia di meningite in Veneto che, pubblicizzata a dovere da quell’autentico nucleo terroristico di Stato che sono i media mainstream, ha spinto migliaia di italiani creduli e impauriti ad acquistare l’improbabile “vaccino” contro il morbo, prontamente distribuito dai dulcamara multinazionali.

L’industria della sicurezza, per fare un altro esempio, non produce sicurezza. Produce paura e terrore che convincano gli individui ad acquistare sistemi di difesa dei quali, senza il terrorismo organizzato delle industrie che li producono, non avrebbero nessun bisogno. Lo Stato d’Israele (in collaborazione con i suoi infiltrati nel governo USA) ha progettato e realizzato gli attentati dell’11 settembre 2001, che hanno generato paura globale, che ha generato a sua volta profitti stratosferici per le molte compagnie israeliane che fabbricano prodotti per la “difesa” (vedi questo articolo di Naomi Klein).

Le aziende produttrici di OGM, come la Monsanto, non producono nuovi sistemi di coltivazione: producono razionamento e devastazione dei semi e delle colture tradizionali, che costringano i coltivatori ad acquistare i loro semi brevettati e utilizzabili per un unico raccolto.

Il mercato immobiliare produce, attraverso la lievitazione artificiale e spropositata della domanda, la  carenza di un bene essenziale come l’abitazione, affinché le case esistenti possano essere vendute a peso d’oro. E così via.

Anche l’industria ottocentesca era fonte di un’infinità di mali. Tuttavia questi mali (lo spopolamento delle campagne, l’ammassarsi di torme di diseredati in città degradate e ammorbate di fumi pestilenziali, ecc.) erano un semplice effetto della produzione di beni, non l’oggetto diretto dell’attività industriale. La fabbrica ottocentesca fabbricava prodotti tessili, siderurgici o chimici (beni) e incidentalmente, con tale attività, contribuiva alla devastazione del territorio in cui operava (mali). Ma la devastazione era solo un effetto collaterale di un’attività che offriva, per altri versi, un certo benessere alla collettività nel suo complesso.  

Con l’inizio del XX secolo, ci fu una prima svolta: la produzione non mirava più ad offrire beni alla collettività, bensì a vendere una quantità di bisogni, che erano, da un lato, futili e superflui, e dall’altro così ampi da non poter essere mai soddisfatti. Era uno dei capisaldi del modello Ford: creare una quantità infinita di necessità artificiali che generassero una dipendenza infinita del consumatore-schiavo. Questo modello industriale potrebbe già essere facilmente ricondotto a quello attuale, della fabbrica produttrice di mali a scopo di lucro. La moltiplicazione pubblicitaria delle necessità umane che vada, oltre un certo limite, al di là dei bisogni naturali è in sé un male. Produce ansia, stress, desiderio di competizione, inimicizia, insoddisfazione, sopravvalutazione degli oggetti e disprezzo per le persone. Chiunque di noi conoscerà qualche famiglia che ha rinunciato a mettere al mondo dei bambini per potersi comprare la Mercedes o la casa al mare. Ma esisteva ancora, in questa metodologia, un limite che andava valicato. Dai bisogni prodotti ci si poteva pur sempre, con la giusta dose di intelligenza e forza di volontà, liberare. L’impulso irrazionale all’acquisto di stracci griffati e videoregistratori con miliardi di funzioni insignificanti metteva a rischio la sanità mentale dell’uomo, ma non attentava ancora alla sua biologia. Un punto debole da eliminare.

Si è riusciti ad eliminarlo con un’intuizione semplice e geniale: quella di trasformare le aziende produttrici di beni futili in aziende produttrici di pura e semplice spazzatura. L’uovo di Colombo. Del bisogno era ancora possibile liberarsi gratis, oppure adattarsi ad esso come ad una malattia inguaribile e fastidiosa, ma non letale. Ma la monnezza mette a rischio la tua stessa sopravvivenza biologica e non puoi conviverci. Se vuoi liberarti della monnezza, devi pagare. La monnezza è oro per tutte le aziende che sappiano produrla e non esiste ormai una sola azienda che non abbia imparato a gestire questo semplice ed economico ciclo produttivo.

Scrive Maurizio Pallante in La decrescita felice: “La produzione è un’attività finalizzata a trasformare le risorse in rifiuti attraverso un passaggio intermedio, sempre più breve, allo stato di merci”. La merce, in quest’accezione, non è altro che monnezza grezza che va raffinata al più presto, affinché si possano ricavare dal prodotto finito i meritati e lucrosi profitti imprenditoriali. Da questo punto di vista, la Cina è un modello produttivo d’avanguardia che ogni azienda del mondo cerca di studiare e imitare. Le sue radioline che si azzittano dopo due giorni, le sue batterie vendute già scariche, i suoi televisori al napalm, i suoi giocattoli che vanno in pezzi mentre sei ancora intento ad aprire la confezione sono progetti altamente innovativi che riducono al minimo il periodo d’attesa che separa il godimento del bene acquistato dal ritorno al ventre caldo e accogliente del cassonetto.

Napoli è la città più ricca e produttiva dell’intero Occidente industrializzato. La sua monnezza è abbondante, di ottima qualità e ricercata da tutti i più importanti mercati internazionali. La Germania commissiona con gioia alla città partenopea la produzione di tonnellate di fetenzia che vengono poi smaltite, con mirabili profitti, nelle sue efficientissime discariche. La Cina ne riceve tonnellate, prodotte in gran parte dalla raffinazione dei suoi prodotti grezzi, potendo così vantare il proprio primato di alfa e omega in questo importante ciclo produttivo. Non è un caso che la maggior parte dei container cinesi diretti in Europa con il loro carico di televisori esplosivi e pile scariche arrivino proprio nel porto di Napoli, che funge così anche da centro di smistamento del prodotto non raffinato. Lo scorso 24 novembre Antonio Bassolino ha incontrato ad Amburgo Wei Jafu, il potente leader della flotta cinese Cosco, ottenendo da lui l'impegno ad investire 80 milioni di euro nel nuovo terminal container di Napoli. E poi qualcuno osa dire che Bassolino non si cura della prosperità economica della regione che governa! Come scrive Roberto Saviano, la monnezza di Napoli è una miniera d’oro che sa elargire ad ogni imprenditore capace e coraggioso il giusto tornaconto. Il mitico nord-est italiano fa affari d’oro con lo smaltimento dei rifiuti campani. La camorra gode del suo enorme tornaconto concorrendo liberamente con le imprese nazionali e internazionali nello smaltimento a prezzi stracciati attraverso le proprie discariche abusive (o in mancanza di meglio nel primo posto che capita a tiro). In tutta la Campania è un fiorire di discariche a cielo aperto, moderne e redditizie. Potremmo dire che l’intera Campania non è altro che un’unica, colossale e attrezzatissima discarica. Non mancano le commissioni di inceneritori e termovalorizzatori che offrono ai politici e agli imprenditori ad essi legati la possibilità di investimenti ad alto profitto.

Anche l’indotto prospera. La Campania produce, più di ogni altra regione italiana, una vasta gamma di tumori al pancreas, ai polmoni, ai dotti biliari e ad ogni più recondito recesso dell’apparato biologico umano che permettono la proliferazione di centri oncologici e la vendita dei relativi macchinari e prodotti protocollari, con grande soddisfazione di appaltatori, primari con il cognato in comune e multinazionali del farmaco. Secondo Roberto Saviano: “La rivista medica The Lancet Oncology già nel settembre 2004 parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Val la pena ricordare che il dato nelle zone più a rischio del nord Italia è un aumento del 14%”. Insomma, Napoli e le sue montagne di zoza rappresentano un’autentica risorsa nazionale, che va potenziata e valorizzata.

Questa è l’industria del XXI secolo, questi sono i settori in cui la libera concorrenza può esplicare la propria benefica spinta al ribasso dei prezzi e alla qualità totale. I poveri di spirito obietteranno che un territorio ridotto ad un’unica, ciclopica fabbrica di rumenta finirà per diventare inadatto alla sopravvivenza biologica di qualunque specie animale, uomo compreso. Obiezione sciocca. Topi e gabbiani non sono forse vita animale? E poi a che serve vivere se non si può godere, almeno per un attimo nella vita, del gracchiare languido e agonico di quelle deliziose radioline cinesi?

Vota questo post

TEODEM(ENTE)

by Gianluca Freda (05/01/2008 - 13:09)


BUTTIAMO NEL CESSO PAOLA BINETTI
di Tafanus
 




Paola Binetti: "Sulla 194 voterò con Fi" - La sinistra insorge contro i teodem. Duro attacco di Manuela Palermi: "Copre di vergogna e ridicolo la coalizione. Ha una visione talebana della religione"Repubblica..
 

ROMA - Manuela Palermi, capogruppo Verdi-Pdci a Palazzo Madama, insieme ad altri esponenti della sinistra, non usa davvero il fioretto contro la collega della maggioranza Paola Binetti, che con i 'teodem' del Pd, si è detta pronta a votare con Forza Italia, stavolta sul tema della legge sull'aborto. E sulla questione è intervenuta anche il ministro della salute Livia Turco, che con altri esponenti della maggioranza dice nettamente: "La 194 non si tocca".

Teodem. In una intervista a La Stampa, la senatrice ha ribadito di non temere le critiche del suo partito o l'eventuale apertura di un nuovo fronte interno alla maggioranza, sottolineando la sua difesa intransigente della vita per la quale è pronta a sostenere la mozione di Sandro Bondi (che propone una mozione parlamentare per rivedere le linee guida della legge 194).

Teocon. A riaprire lo scontro era stato Giuliano Ferrara, direttore del 'Foglio' e protagonista della campagna per la moratoria sull'aborto, supportato dal cardinale Ruini, che ha definito "logico", "richiamare il tema dell'aborto e chiedere una moratoria quantomeno per stimolare, risvegliare le coscienze di tutti", perché si tratta "inevitabilmente della soppressione di un essere umano". Ruini ha richiamato la politica italiana ad "applicare integralmente la legge sull'aborto, in quelle parti che davvero possono essere in difesa della vita" e aggiunge che "forse, dopo 30 anni", la legge andrebbe "aggiornata". E Bondi ha precisato di non aver chiesto una revisione della legge, ma solo "una sua piena applicazione".

Le critiche. "La senatrice Binetti sta coprendo di vergogna e di ridicolo l'intera coalizione di governo. Affermare di essere pronta a sottoscrivere la mozione di Forza Italia contro la 194, significa insultare tutte le donne": è stata la dura presa di posizione della senatrice Manuela Palermi, capogruppo Verdi-Pdci, che giudica "incompatibile la presenza di Binetti nel centrosinistra".

La 194 non si tocca. Il ministro della Salute Livia Turco è intervenuta nella polemica con un messaggio forte e chiaro: "Sì al dibattito pubblico, ma nessuna modifica della legge 194" che, sottolinea il ministro in polemica con quanti ne auspicano una piena applicazione "è una legge applicatissima". La nostra legge sull'interruzione volontaria di gravidanza, infatti, "ha fatto sì che dal 1982 ad oggi gli aborti si siano praticamente dimezzati riducendosi del 45% e sia stato cancellato l'aborto clandestino e la conseguente altissima mortalità materna".

Si tratta di una legge, ha concluso Livia Turco, "che ha come suo primario obiettivo quello della tutela sociale della maternità e della prevenzione dell'aborto attraverso la rete dei consultori familiari". Un obiettivo che in ministero della Salute intende ulteriormente perseguire nell'ambito delle politiche di tutela della salute delle donne per le quali ha già vincolato 10 milioni di euro nel fondo sanitario 2007 e stanziato specifici fondi nell'ambito degli interventi per la riorganizzazione dei consultori previsti dalla precedente finanziaria d'intesa con il Ministero della Famiglia.

Anche per Marina Sereni, vicecapogruppo del Pd alla Camera, la legge 194 "è un'ottima legge" e auspica che "l'iniziativa a titolo personale dell'onorevole Bondi, che sa tanto di speculazione politica, resti assolutamente tale". "La 194 ha contribuito a sconfiggere l'aborto clandestino e a dare alle donne tutele e aiuti per una maternità consapevole. Compito della politica è aggiornare la legge ai tempi, partendo però dalla difesa delle ragioni che hanno portato il Parlamento italiano ad approvare quelle norme e tutti i cittadini a difenderla con un referendum".

E se l'Udc chiarisce, con Rocco Buttiglione, di "appoggiare con forza la richiesta di una moratoria sull'aborto lanciata dal Cardinale Ruini" perché "il nostro partito è sempre stato all'avanguardia nella lotta in difesa della vita", la sinistra alza le barricate a difesa della legge. "Siamo fortemente contrari a qualunque ipotesi di modifica legislativa, probabilmente si vuole trasformare l'Italia in uno Stato confessionale, fatto per noi inaccettabile", afferma l'eurodeputato del Pdci Marco Rizzo. "Ancora una volta - aggiunge Graziella Mascia, vice presidente dei deputati di Rifondazione comunista - gli ambienti più integralisti del cattolicesimo italiano lanciano una campagna provocatoria e anacronistica contro la 194 che nulla ha a che fare con la salute del bambino e che si gioca tutta sulla pelle delle donne".


 

E ora cacciamola. Non si può pagare qualsiasi prezzo sull'altare della governabilità. Una così è una cellula cancerogena che si fermerà solo quando sarà riuscita a creare una inarrestabile metastasi all'interno dell'Unione. Con questa con c'è nulla da negoziare, perchè non c'è nulla di negoziabile nel principio della laicità dello stato. Con Eminenz Ruini, con Giuliano Ferrara, con Sandro Bondi, con Paola Binetti non si tratta.
Eminenz Ruini è la protesi di Natzinger, che manda avanti questo essere ributtante tutte le volte che c'è da dire qualcosa di cui Natzinger non può farsi carico personalmente, per questioni di ruolo. Giuliano Ferrara, questa caricatura di "ateo devoto", ha ormai subito danni irreversibili dall'eccesso di peso che schiaccia e distrugge le poche sinapsi funzionanti. Sandro Bondi è ormai un fenomeno da cabaret, che riesce a conservare il privilegio di dormire in una guardiola di Arcore solo scrivendo ributtanti sonetti d'amore dedicati non solo "a Silvio" (il che già sarebbe vomitevole, ma comprensibile), ma persino all'amica dei cani Vittoria Michela Brambilla, e, last  but not least, a Fabrizio Cicchitto. Insomma, Bondi è ormai una patetica figura di leccaculo alla Emilio Fede, solo più aggiornata. Fede è un leccaculo "euro zero", Bondi è un "euro quattro".
Cosa speriamo di cavare da una santona dell'Opus Dei, schierata con queste merdacce? Ma, ancor prima: come siamo arrivati a tanto? Il perchè una come la Santona sia finita nel CSX, e il perchè il CSX abbia accettato nei suoi ranghi questa penitente in gonnella, resterà uno dei misteri irrisolti del 2000. Però adesso è ora di "darci un taglio". Seguire questa pericolosa macchietta nelle sue involuzioni può servire a conservare ancora per un pò il sostegno suo, di Carra, della Baio Dossi, ma abbandonare questa tizia al sio destino può privarci del suo voto, ma potrebbe addirittura svegliare la coscienza anestetizzata di qualche "liberale" del CDX, che da qualche parte dovrebbe, in linea teorica, annidarsi. E comunque. al di la dei meri calcoli di dare e avere, io ed altri non siamo disponibili a cedere, sul fronte della laicità dello stato, un solo grammo più del tanto che, su questo fronte, abbiamo già ceduto.    (Tafanus)

CHI E' SANTA PAOLA BINETTI DEL CILICIO

 

 

Paola Binetti è nata a Roma nel 1943.Laureata in Medicina e Chirurgia nel 1967 all'Università del Sacro Cuore di Roma, dopo aver anche studiato all'Università di Navarra, a Pamplona (attività apostolica istituzionale dell'Opus Dei in Spagna), è specialista in neuropsichiatria infantile e in psicologia clinica. Ha diretto un centro di Orientamento per adolescenti dell'Associazione FAES "Famiglia e Società", gestita da persone dell'Opus Dei e da simpatizzanti.

Dal 1991 si è preoccupata della fondazione e della organizzazione dell'Università Campus Bio Medico di Roma, opera apostolica istituzionale dell'Opus Dei, dove dirige il Dipartimento Ricerca educativa e Didattica. Presso la stessa Università insegna storia della medicina, psicologia clinica e scienze umane. Come previsto, durante la legislatura, è in aspettativa senza assegni dalla stessa Università.

È stata presidente del Comitato Scienza & Vita, che si è battuto con successo nella propaganda per l'astensione al referendum per l'abrogazione della legge 40/2004 (la legge che disciplina con forti limitazioni l'accesso alle tecniche di fecondazione assistita).

Numeraria dell'Opus Dei, è diventata senatrice della Repubblica nelle file della Margherita nel 2006 ed ha formato, insieme con i parlamentari Luigi Bobba, Enzo Carra, Emanuela Baio Dossi, Marco Calgaro e Dorina Bianchi il gruppo dei cosiddetti teodem. (...indovinello: quale di questi teodem ce l'ha cogli omosessuali, giudicati "vittime di devianze", perchè il proprio partner ha lasciato il "tetto domestico" per andare a vivere con una persona dello stesso sesso?...).

In quanto esponente della parte del centro-sinistra più vicina alla Chiesa cattolica, Paola Binetti è ritenuta dalla parte più laicista della sua coalizione scarsamente autonoma rispetto al Vaticano, tanto da operare quale longa manus politica del cardinale Camillo Ruini e della CEI. Tuttavia, per non aver votato a favore della mozione parlamentare che impegnava l'Italia ad opporsi in ambito europeo al finanziamento delle pratiche di ricerca che prevedono la distruzione di embrioni umani, la Binetti ha ricevuto numerosi fischi in occasione del Meeting di Rimini organizzato da Comunione e Liberazione nell'agosto del 2006.

In occasione della sua partecipazione alla trasmissione Tetris di La7, si è attirata molte critiche dichiarando che «l´omosessualità è una devianza della personalità» e che essere gay è «un comportamento molto diverso dalla norma iscritta in un codice morfologico, genetico, endocrinologico e caratteriologico». Il circolo Mario Mieli ha sporto denuncia contro la Senatrice per tali dichiarazioni.

Nella seduta del Senato del 6 dicembre del 2007, nella votazione relativa alle norme del cosiddetto "pacchetto sicurezza", pur facendo parte della maggioranza di governo, ha votato contro la fiducia allo stesso, dissentendo sulle norme che vietano le discriminazioni relative al genere e alla omosessualità.

Come è d'uso tra i membri numerari di sesso femminile dell'Opus Dei, dorme quotidianamente su una dura tavola di legno, come lei stessa, interrogata, non ha smentito, praticando la mortificazione corporale suggerita dall'Opus Dei per i suoi numerari, donne e uomini, ossia indossare, a sua discrezione, un cilicio sulla coscia, e praticare, sempre a sua discrezione, l'autoflagellazione con un frustino di corda chiamato anche tradizionalmente "disciplina".

Paola Binetti ha recentemente giustificato l'uso del cilicio asserendo che esso "ci costringe a riflettere sulla fatica del vivere, è il sacrificio della mamma che si sveglia di notte perché il bimbo piange". (...ma che cazzo dici...)

PAOLA BINETTI E LA VICENDA DI AMINA MAZZALI.

Nel libro di Ferruccio Pinotti sull'Opus Dei viene riportata la testimonianza di Amina Mazzali, ex numeraria dell'Opus Dei, reclutata ancora quindicenne all'insaputa dei genitori dall'Opus Dei. Amina racconta che un cugino le segnalò un istituto appartenente - ma questo "dettaglio" lo capì molto dopo - alla galassia delle scuole create dall'Opus Dei a Milano e nel resto d'Italia, attraverso il Faes.

Nel libro di Ferruccio Pinotti, Amina racconta «prima di essere ammessi all'istituto, era necessario sostenere un colloquio per stabilire le attitudini e le propensioni alla scelta del liceo e fu così che incontrai una numeraria dell'Opus Dei, tale Paola Binetti, psichiatra. Aveva una capacità di persuasione e di influenza psicologica davvero incredibili. Alla fine mi convinse e mi iscrissi al Classico.»
(I dati biografici su Paola Binetti sono tratti da Wikipedia)

Quello che sta succedendo sul fronte dell'attacco alla 194 è di una gravità inaudita. Si attacca una legge che ha dimezzato gli aborti, ed eliminato la piaga degli aborti clandestini fatti dalle "mammane". E' solo l'inizio. Se riusciranno a toccare anche un solo comma della legge sull'aborto, date loro sei mesi e partiranno al'attacco della legge sul divorzio. Ormai il livello di compromesso al quale si può scendere con questi stronzi è largamente superato. L'emergenza "laicità" sarà, per il Tafanus, uno dei punti centrali della battaglia politica. In questa battaglia, la 194 è una linea Maginot. RESISTERE. RESISTERE. RESISTERE.  (Tafanus)

Vota questo post

SONO STATI LORO

by Gianluca Freda (04/01/2008 - 16:30)

Barzelletta:

Dopo che gli hanno buttato giù le torri gemelle, George Bush è incazzato nero. Per la rabbia, manda i suoi bombardieri in Afghanistan e fa uno spicinìo: un milione di morti.

Compiuta l'opera, si fa portare Osama Bin Laden e gli dice: “Bada di dirmi la verità, perché sono incazzato come una biscia: sei stato tu a buttarmi giù le torri?”.

“Acqua, acqua”, risponde Osama.

Bush s’imbestialisce e lo fa impiccare.

Poi manda in Iraq l’esercito e un altro fottìo di bombardieri e spiana il paese benebene: un milione e mezzo di morti.

Alla fine fa condurre Saddam Hussein al proprio cospetto e gli dice a bruttomuso: “Amico bello, non ti provare a raccontarmi palle: sei stato tu a buttarmi giù le torri?”

“Acqua, acqua”, risponde Saddam.

Bush, sempre più inviperito, fa impiccare anche lui.

Poi schiaccia un tasto della sua valigetta e una decina di missili atomici decollano verso l’Iran. Un’Apocalisse: tre milioni di morti. Alla fine Bush si fa portare Ahmadinejad e gli chiede: “Ciccino, mi sto stancando. Dimmi la verità o ti faccio fare la fine dei tuoi compari: sei stato tu a buttarmi giù le torri?”.

“Acqua, acqua”, risponde Ahmadinejad.

“Ma insomma!”, strilla Bush con una vocetta isterica, “si può sapere chi è stato a buttarmi giù ‘ste torri, porco giuda?”.

“Fuochino”, risponde Ahmadinejad.

Vota questo post

IL SORPASSO

by Gianluca Freda (02/01/2008 - 18:15)


La recente querelle tra Italia e Spagna su quale dei due paesi abbia il PIL pro capite più grosso avrà certamente richiamato alla mente di molti certe competizioni da caserma, altrettanto squallide, ma nelle quali – se non altro – il vincitore era proclamabile con misurazioni semplici e obbiettive che garantivano un grado di affidabilità assai più elevato. Qualche giorno fa Zapatero, alla ricerca di una strategia elettorale con cui affrontare le vicine consultazioni di marzo, ha fatto il grande annuncio: secondo i dati Eurostat la Spagna avrebbe raggiunto nel 2006 il 105% della media comunitaria del PIL pro capite (la ricchezza prodotta divisa per la popolazione), mentre l’Italia sarebbe scesa dal 105% al 103%. La Spagna di Zapatero avrebbe dunque sorpassato l’Italia di gran carriera, approfittando dell’occasione per mostrarle, sghignazzando, il dito medio dal finestrino. Prodi se l’è presa a male. “Sono tutte bubbole”, ha dichiarato, e ha presentato altre statistiche – quelle della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale e perfino della Cia (!) – secondo le quali il sorpasso sarebbe solo immaginario. Ad esempio, secondo i criteri di valutazione della Banca Mondiale, elaborati con un sistema pomposamente denominato “International Comparison Program”, l’Italia sarebbe ancora al 28° posto nella classifica del PIL pro capite (con 32.020 $ a cranio), mentre la Spagna, pur in crescita, arrancherebbe al 33° posto (con 27.570 $ a testa).

Prima considerazione: tenendo conto delle suddette posizioni in classifica e del fatto che nei paesi europei meno inguaiati il PIL pro capite si aggira intorno al 110% della media comunitaria, la competizione tra Italia e Spagna somiglia molto a una disputa tra servi. Personalmente mi ricorda certi miserabili battibecchi a cui assistevo quando lavoravo in fabbrica: operai stanchi, disperati e con salari da fame, si vantavano con i colleghi quando ricevevano 100 micragnosi euro aggiuntivi di una tantum in busta paga. Non tanto perché questa elemosina li rendesse meno affamati, ma perché essa sarebbe stata (secondo loro) il segno tangibile della predilezione del padrone nei loro confronti. Era una specie di competizione all’ultimo sangue su chi fosse lo schiavo migliore, molto simile a questo decathlon statistico tra i paesi più sfigati d’Europa. Chi avrà ragione? Quale sarà, osservato alla moviola, il verdetto finale di questa appassionante sfida tra mendicanti?

Se dovessi ergermi ad arbitro di questa partita, moralmente assai poco esaltante, credo che darei il mio voto alla Spagna. La verità è che la Spagna non ha ancora superato l’Italia nel “PIL pro capite assoluto”, ma l’ha surclassata da tempo nel “PIL pro capite a parità di potere d’acquisto”. La differenza di valutazione di Eurostat rispetto alle statistiche (truccate) di Banca Mondiale e FMI sta tutta nell’astuto inghippo di includere o eliminare dalle statistiche stesse la correzione ppp. Banca Mondiale e FMI sono accorsi in aiuto dell’onore ferito del più fedele tra i loro servi, senza tener conto del fatto che il potere d’acquisto del cittadino spagnolo è molto più alto di quello del cittadino italiano. Precarietà lavorativa, assenza di ammortizzatori sociali, stipendi da fame sono fenomeni ampiamente diffusi anche in Spagna. Però a Barcellona, con 600 euro al mese, si può affittare un appartamento di due-tre locali nel quartiere storico della Ribera, a due passi dalla cattedrale gotica di Santa Maria del Mar. In Italia un appartamento delle stesse dimensioni, in una zona analoga (diciamo in una zona storica di Roma) si affitta a non meno di 1.000-1.200 euro al mese. Un appartamentino in pieno centro a Barcellona (a Las Ramblas) si affitta a 850 euro al mese. A Roma andremmo sui 1.800 euro. Da tenere presente che nel prezzo degli affitti spagnoli è compreso – non sempre, ma in molti casi – anche il consumo di energia e riscaldamento elettrico. Grazie infatti allo sviluppo nel campo dell’energia eolica, solare e nucleare, i consumi energetici spagnoli sono così a buon mercato che i locatari possono spesso permettersi di integrarli nella quota mensile di locazione, a prescindere dai consumi effettivi. A Barcellona un pranzo in trattoria costa mediamente 15 euro. A Roma 20, a Milano 30, se va bene. Una birra a Barcellona costa 2 euro, a Roma 5. Un filone di pane costa in Spagna 60 centesimi, contro l’euro del prezzo medio italiano. Una corsa in taxi, in Spagna (nelle città più piccole), va dai 2 euro richiesti per i piccoli tragitti ai 10 euro per tragitti più lunghi. A Madrid una corsa in taxi dalla stazione ferroviaria di Atocha fino all’aeroporto di Barajas (circa 16 chilometri) costa 20 euro. A Firenze ci vogliono 20 euro per percorrere in taxi i sette chilometri che separano il centro città dall’aeroporto, senza contare il supplemento per i bagagli. Tra parentesi, a Madrid sono presenti circa 12.000 taxi. A Roma sono 6.250, a Firenze non saprei, ma così a occhio, direi che arriviamo a stento alla metà della metà. In Spagna le borse di studio universitarie, se assegnate, vengono elargite con puntualità svizzera, non con i ritardi secolari delle università italiane, che le rendono inservibili (chi ha avuto a che fare con l’ignobile ISU milanese, se è sopravvissuto all’esaurimento nervoso, potrà dire qualcosa in proposito). I fondi spagnoli per l’università vengono effettivamente investiti in laboratori di ricerca a disposizione degli studenti, mentre in Italia finiscono nelle mani dei baroni universitari che li ripartiscono tra i propri uffici, costringendo spesso gli studenti a pagarsi da soli perfino le fotocopie. La benzina, in Spagna, costa il 7-8% in meno che in Italia. L’IVA è al 16%, contro il 20% italiano. Eccetera eccetera.

Molti obiettano che la Spagna ha sfruttato, per la propria crescita, i fondi comuni della Comunità Europea, fondi a cui ha contribuito molto meno di altri paesi, tra cui l’Italia. E’ vero. Ma è anche vero che la Spagna ha saputo utilizzare i fondi europei con un po’ più di onestà e oculatezza. La Spagna ha, sì, sperperato molto denaro nel potenziamento del settore immobiliare, il che si rivelerà, tra non molto, la sua rovina, non appena le conseguenze del crack del settore si faranno sentire appieno anche in Europa (nei primi mesi del 2008 ne vedremo delle belle). Ma ha anche investito in grandi opere infrastrutturali, potenziando aeroporti come il Barajas di Madrid, che ha surclassato Fiumicino nella classifica dei maggiori poli aeroportuali europei. Ha investito in centrali per energia eolica e solare, che consentono oggi agli spagnoli di avere a disposizione energia a prezzi estremamente contenuti. Ha utilizzato i fondi europei per la promozione massiccia del turismo, valorizzando il proprio patrimonio storico e culturale, portando la propria compagnia di bandiera, Iberia, nell’alleanza One World con British e American Airlines e facendone un punto di snodo fondamentale nel traffico aereo con l’America Latina; questo mentre in Italia i turisti fuggono impauriti dai prezzi esorbitanti e dal degrado dei nostri centri storici e mentre il governo italiano sta ancora cercando un acquirente distratto a cui sbolognare il bidone Alitalia. La Spagna ha offerto agli imprenditori stranieri che volessero investire nel paese non solo la possibilità di disporre (ahimé) di manodopera a infimo costo – come in Italia, del resto – ma anche agevolazioni fiscali e sovvenzioni fino al 30% dell’investimento totale.

Anche l’Irlanda, che fino a 15 anni fa era un’economia quasi sottosviluppata, oggi, sfruttando con oculatezza le sovvenzioni dell’UE, è riuscita ad inserirsi in molti settori strategici del mercato globale: elettronica, industria farmaceutica, trasporto aereo, con compagnie low-cost come la RyanAir che hanno rivoluzionato, grazie a prezzi bassissimi, il mercato dei voli europei, rendendoli accessibili a tutte le fasce di reddito.  

Se l’Italia ha dato maggiori contributi ai fondi comuni, non è certo per solidarietà verso gli altri paesi o per attingere ad essi in funzione di un progetto di sviluppo. E’ solo perché i nostri politici sapevano bene che quei soldi, sottratti alla collettività, sarebbero tornati nelle loro tasche come bottino pronto per la spartizione, reso più difficilmente rintracciabile dalla triangolazione con l’UE. Basterebbe dare un’occhiata all’inchiesta Why Not? condotta da De Magistris - prima di essere zittito dai giudici collusi con Prodi e con la sua banda del buco – per capire dove siano andati a finire, nel nostro paese, i fondi UE assegnati all’Italia: 318 milioni e 104 mila euro finiti nelle tasche di Mastella e della mafia, a sovvenzionare aziende fantasma per la gioia degli intrallazzieri DS, sprecati in rotonde inutili, viadotti mai terminati, centri commerciali semideserti e opere detestate e boicottate dalla popolazione, come la Tav in Val di Susa.

Di fronte alla notizia del “sorpasso” spagnolo, i grandi enti sovranazionali (come la BM e l’FMI, in mano ai banchieri anglo-israeliani) sono accorsi a mettere bende sul nostro onore ferito. L’Italia, del resto, è il paese più obbediente e servile che le suddette istituzioni possano annoverare tra i propri maggiordomi. Non sarebbe stato saggio, da parte loro, lasciare affogare nel disonore collaboratori così utili eppure già così screditati. Occorre, di tanto in tanto, gratificare i propri scherani se si vuole che continuino a perseguire il progetto eurocentrico che toglierà ogni sovranità agli stati nazionali europei per assegnarla al potere bancario centrale. Dopotutto, l’Italia può vantare un Presidente del Consiglio che è stato (e forse è ancora) consulente della Goldman Sachs, alla quale ha generosamente svenduto, a prezzi stracciati, buona parte del patrimonio industriale del paese (Iri, Buitoni, Invernizzi, Ferrarelle, Locatelli, ecc.); un presidente di Bankitalia (Draghi) anch’egli ammanicato con Goldman Sachs, della quale è stato per anni il vicepresidente; un ministro delle finanze (Padoa Schioppa) ex membro del Comitato Esecutivo della BCE e affiliato al gruppo bancario-massonico Bilderberg, attualmente utilizzato nella funzione di procacciatore di sangue dei contribuenti ai vampiri giudeo-americani; un ex direttore dell’FMI (Lamberto Dini) che oggi scalpita per far cadere il governo Prodi e tornare ad accaparrarsi le redini dell’amministrazione, al solo scopo di soddisfare le richieste (meno tasse alle imprese, più tasse e meno soldi agli operai) con cui l’FMI mira a strozzare l’Italia vantando il proprio credito nei suoi confronti.

Con una simile schiera di serventi devoti, non è difficile capire perché BM e FMI siano così ansiosi di cancellare l’onta della debacle italiana, difendendo gli esecutori più fedeli contro quelli più furbi. Perché è questo che distingue gli spagnoli dagli italiani: non l’essere meno servi dei vampiri europei, ma l’essere servi meno fessi.

E comunque: meno fessi fino a un certo punto. Oggi i giornali traboccano di apologie del “modello spagnolo” e di rosee previsioni sul suo futuro economico. Ne riparleremo tra qualche mese, più o meno – faccio un pronostico – in corrispondenza delle elezioni politiche, quando la disintegrazione del sistema finanziario, innescata dalla crisi dei mutui subprime, entrerà nella sua fase critica. Nonostante il PIL in crescita e qualche investimento azzeccato, la Spagna ha vissuto fino a oggi (come tutti i paesi poveri che si mettono la giacca buona per sembrare ricchi) sulla bolla immobiliare, quella che è esplosa alcuni mesi or sono. Tutti i paesi che hanno fondato la propria crescita su questa colossale truffa speculativa, sono economicamente già morti. Solo che non sanno ancora di esserlo. Dal 1997 fino al 2006 i prezzi delle case spagnole erano aumentati del 130%, il doppio che negli USA. Un record assoluto. Come avvenuto in tanti altri paesi, anche i mileuristas spagnoli (cioè i salariati a 1000 euro al mese) si erano indebitati fino al collo con mutui a tasso variabile, che durano fino a 50 anni, per “comprarsi” l’appartamentino al centro di Valencia. Ma l’esplosione della bolla immobiliare ha provocato un brusco rallentamento del mercato della casa e un crollo delle vendite che, già a fine 2006, si attestava intorno al 40% in meno rispetto all’anno precedente. Le case già acquistate perdono di valore, mentre l’aumento dei tassi d’interesse praticati dalla BCE, oltre a provocare un’ulteriore fuga degli acquirenti, sta rendendo sempre più insostenibili le rate dei mutui a tasso variabile alle famiglie di lavoratori salariati, già indebitate per il 120% del loro reddito. Le insolvenze legate ai mutui stanno per far esplodere anche il sistema bancario spagnolo, con un botto assai più fragoroso che altrove, essendo gli istituti iberici sovraesposti coi mutui per cifre complessive maggiori di quelle degli altri paesi europei. Da questa crisi in arrivo, la BCE non li salverà. La direttiva comunitaria vieta infatti alla Banca Centrale Europea di intervenire in soccorso delle banche nazionali, che si troveranno dunque sole ad affrontare il collasso. E dovranno farlo con le misere riserve disponibili, che la Spagna, nel 2002, aveva ridotto da 41,5 a 13, 2 miliardi di euro. Un ombrello bucato per affrontare l’uragano. Come ogni altro paese aderente all’euro, la Spagna non avrà alcuna possibilità di svalutare la propria moneta per far fronte alla crisi. Se a questo si aggiunge il debito del settore privato spagnolo con l’estero, che ammonta ad almeno 600 miliardi di dollari, e l’indebitamento delle aziende che ha ormai superato il 100% del PIL, si avrà un segnale abbastanza preciso di ciò che sta per succedere: un crollo economico di proporzioni imponenti che permetterà alla BCE di irregimentare anche il traballante orgoglio spagnolo nei lacci soffocanti della sovranità economica assoluta dell’eurocrazia.

E l’Italia? Che ne sarà dell’Italia, con i suoi governanti da osteria, con il suo debito pubblico stratosferico, con le sue infrastrutture assenti, con i settori più avanzati del suo sistema industriale ormai digeriti e defecati dai grandi banchieri internazionali, con le sue industrie rimanenti che vivono di incentivi per la rottamazione e di sovvenzioni statali? Che ne sarà dell’Italia, rimasta a vantare, come ultimo settore produttivo di qualche rilievo, il ridicolo Made in Italy, buono per gli scialacquii modaioli dei periodi di vacche grasse, non certo per il disastro finanziario globale che incombe?

Datemi retta: all’Italia è meglio non pensare. 

Vota questo post