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MASTER AND SERVANT

by Gianluca Freda (19/01/2009 - 22:49)


L’UMILIAZIONE DELL’AMERICA
di Paul Craig Roberts
dal sito VDare
traduzione di Gianluca Freda
 

“Venerdì mattina il Segretario di Stato stava considerando l’ipotesi di sottoporre la questione del cessate il fuoco al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e noi non volevamo che lei votasse a favore”, ha detto Olmert. “Io ho detto ‘chiamatemi al telefono il presidente Bush’. Hanno provato a cercarlo e mi hanno riferito che era nel pieno di una conferenza a Philadelphia. Io ho detto: ‘Non mi interessa, ho bisogno di parlargli adesso’. Così lui è sceso dal podio, è uscito e ha preso la telefonata”. (dall’articolo di Yaakov Lappin “PM: Rice left embarrassed in UN vote”, Jerusalem Post, 12 gennaio 2009).

“Vediamo se ho capito bene”, mi ha scritto un amico in risposta alle notizie secondo le quali il Primo Ministro israeliano Olmert avrebbe ordinato al presidente Bush di scendere dal podio dove stava tenendo un discorso per ricevere le istruzioni di Israele su come gli Stati Uniti avrebbero dovuto votare in una risoluzione dell’ONU. “L’11 settembre il presidente Bush venne interrotto mentre leggeva una favola agli scolari con la notizia che il World Trade Center era stato colpito. Eppure continuò a leggere. Ora Olmert telefona per parlare di una risoluzione dell’ONU mentre Bush sta tenendo un discorso e Bush lascia la sala per ricevere la telefonata. Non esiste un esempio migliore di un rapporto padrone-servo”.

Olmert gongolava raccontando agli israeliani di come avesse umiliato il Segretario di Stato americano Condi Rice impedendole di sostenere una risoluzione che lei stessa aveva contribuito ad elaborare. Olmert riferiva con orgoglio di aver interrotto il discorso del presidente Bush per fornirgli gli ordini di marcia sul voto delle Nazioni Unite.

I politici israeliani si vantano da decenni del controllo che esercitano sul governo americano. Nella sua ultima conferenza stampa, il presidente Bush, illuso fino alla fine, ha affermato che il mondo intero rispetta l’America. In realtà quando il mondo guarda l’America ciò che vede è una colonia israeliana.

In risposta al numero crescente di informazioni della Croce Rossa e delle organizzazioni per i diritti umani, che denunciavano gli immensi crimini di guerra compiuti da Israele a Gaza, il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU ha votato, il 12 gennaio, una proposta accettata per 33 voti contro 1 con cui si chiede di condannare Israele per gravi violazioni dei diritti umani.

Il 13 gennaio il London Times riferiva che alcuni israeliani si erano radunati su una collina con vista su Gaza per godersi il massacro dei palestinesi in quello che il Times definisce “Uno sport voyeuristico estremo”.

Sono i jet F-16, gli elicotteri, i missili e le bombe fornite dagli americani che stanno distruggendo le infrastrutture civili di Gaza e stanno massacrando i palestinesi ammassati in questa stretta striscia di terra. Ciò che sta accadendo ai palestinesi rinchiusi come bestie nel ghetto di Gaza lo si deve al denaro e alle armi fornite dagli americani. Si tratta di un attacco di cui gli Stati Uniti sono responsabili quanto Israele. Il governo americano è complice dei crimini di guerra.

Nonostante ciò, nella sua conferenza di addio del 12 gennaio, il presidente Bush ha detto che il mondo rispetta l’America per la sua compassione.

- La compassione di bombardare una scuola femminile dell’ONU?

- La compassione di rinchiudere 100 palestinesi in un edificio per poi bombardarlo?

- La compassione di bombardare ospedali e moschee?

- La compassione di privare un milione e mezzo di palestinesi di cibo, medicine ed energia elettrica?

- La compassione di rovesciare in modo violento il governo democraticamente eletto di Hamas?

- La compassione di bombardare le infrastrutture di uno dei popoli più poveri e affamati della Terra?

- La compassione di astenersi da un voto del Consiglio di Sicurezza che condanna questi atti?

Tutto questo non è che una replica di ciò che israeliani ed americani hanno fatto in Libano nel 2006, di ciò che gli americani hanno fatto agli irakeni per sei anni e che continuano a fare dopo sette anni agli afghani. E che sperano ancora di poter fare in futuro a iraniani e siriani.

Nel 2002 avevo soprannominato Bush “l’idiota alla Casa Bianca”. Se mai ci fossero stati dei dubbi su questa designazione, la sua ultima conferenza stampa li ha spazzati via.

Bush ha parlato di collegare i punti tra loro, ma Bush non è riuscito a collegare nessun punto in otto lunghi anni. Il “nostro” presidente era una marionetta nelle mani di una cabala guidata da Dick Cheney e da un manipolo di ebrei neoconservatori che hanno preso il controllo del Pentagono, del Dipartimento di Stato, del National Security Council, della CIA e della Homeland Security. Da queste posizioni di potere, la cabala neocon ha usato menzogne ed inganni per invadere Iraq e Afghanistan, guerre senza scopo costate agli americani 3 trilioni di dollari, il tutto mentre milioni di americani perdono il lavoro, la pensione e la possibilità di accedere alle cure sanitarie.

“Questi tempi economici ovviamente molto difficili” ha detto Bush nella sua conferenza stampa, “sono iniziati prima della mia presidenza”.

Bush è in compagnia di un mucchio di liberali nella sua incapacità di collegare una guerra da 3 trilioni di dollari con la durezza dei tempi. Il Centro per il Budget e le Politiche Prioritarie dà la colpa ai tagli fiscali di Bush, anziché alle guerre, per il “deterioramento fiscale”.

Bush ha dichiarato al gruppo stampa della Casa Bianca, un inutile accozzaglia di non-giornalisti, che i due errori commessi nella sua invasione dell’Iraq sono stati: 1) Innalzare il vessillo della “missione compiuta” sulla portaerei, il che, ha detto, “ha trasmesso un messaggio sbagliato”; 2) L’assenza delle presunte armi di distruzione di massa che aveva utilizzato per giustificare l’invasione.

Per quanto oggi Bush ammetta che queste armi non esistevano, egli continua a dire che l’invasione era la cosa giusta da fare.

La morte di 1,25 milioni di irakeni, l’esilio di altri 4 milioni, la distruzione delle infrastrutture e dell’economia di un paese, non sono che semplici danni collaterali legati alla necessità di “portare libertà e democrazia” in Medio Oriente.

A meno che George W. Bush non sia il miglior attore della storia umana, egli crede davvero a ciò che ha detto al gruppo stampa della Casa Bianca.

Ciò che Bush non ha chiarito è come l’America possa essere rispettata avendo mantenuto in carica un imbecille per ben otto anni.

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I PORCI PERDONO ANCORA

by Gianluca Freda (18/01/2009 - 01:52)


ISRAELE E’ RIUSCITO A PERDERE DI NUOVO
di Gilad Atzmon
dal sito Palestine Think Tank
traduzione di Gianluca Freda
 

Il quotidiano Haaretz ha riferito oggi che gli alti ufficiali della IDF “credono che Israele dovrebbe sforzarsi di raggiungere un immediato cessate il fuoco con Hamas e non estendere la propria offensiva contro i gruppi islamici palestinesi di Gaza”.

Ciò non dovrebbe essere per noi una grossa sorpresa. Per quanto Israele abbia dimostrato oltre ogni dubbio di essere capace di compiere un genocidio su larga scala, ha anche dimostrato che le sue forze militari non sono in grado di dare una risposta alla resistenza islamica. I capi militari israeliani hanno anche ammesso che “Israele ha già ottenuto diversi giorni fa tutto ciò che poteva ottenere a Gaza”. La IDF, a quanto sembra, ha esaurito il suo compito a Gaza. Ha trasformato i suoi quartieri in mucchi di macerie. Ha anche massacrato, senza sosta, la sua popolazione civile alla luce del sole per mezzo di attacchi aerei e dalle navi da guerra. Le immagini dei proiettili al fosforo bianco che cadono su scuole e ospedali fanno ora parte della nostra memoria collettiva. I carri armati che sparano contro scuole piene di rifugiati in fuga dal bombardamento delle loro case rappresentano adesso l’immagine associata al soldato israeliano; eppure, nonostante questo, Israele non è riuscito a raggiungere nessuno dei suoi obiettivi. Devo ammettere che ci vuole un talento speciale per fare il generale israeliano. Per quanto bravi essi siano nel compiere crimini di guerra, in qualche modo riescono a fallire in ogni altra cosa.

All’inizio i politici israeliani avevano giurato di distruggere Hamas, ma poi avevano abbassato le aspettative, promettendo soltanto di distruggere la capacità di Hamas di lanciare razzi e rassicurando i loro eccitati elettori israeliani che questa volta lo Stato ebraico avrebbe combattuto fino alla fine. A quanto pare le loro promesse sono state ancora una volta tradite.

Hamas è ancora lì; il sostegno di cui gode nelle strade palestinesi è più forte che mai. E non solo nelle strade palestinesi. Il messaggio di sfida di Hamas si sta diffondendo in tutto il mondo musulmano e oltre. La scorsa settimana sono stato ad una manifestazione a Londra insieme ad altri 100.000 partecipanti. Il sostegno a favore di Hamas era dappertutto. Era su cartelli, bandiere, striscioni e altoparlanti. Non solo Hamas è ben lungi dall’essere sconfitta, ma la sua capacità di lanciare razzi appare immutata. Giorno dopo giorno i combattenti di Hamas riescono a ricordare agli israeliani di Ashdod, Ashkelon e Sderot che in questo momento stanno vivendo su terra palestinese trafugata. Date ad Hamas il tempo necessario e il suo messaggio balistico sarà portato in ogni angolo della Palestina rubata.   

Israele è alla disperata ricerca di una exit strategy. Oggi ho saputo che il Ministro della Difesa Barak ha chiesto un cessate il fuoco di una settimana per ragioni umanitarie. Vi prego, non restate a bocca aperta, il noto sterminatore di massa non ha cambiato pelle tutto d’un tratto. Essendo un generale veterano, Barak capisce molto bene che i suoi soldati a terra hanno bisogno di una pausa e ne hanno bisogno adesso. Essendo radunati tutti insieme in poche zone devastate e senza riparo, sono adesso esposti ai cecchini e al fuoco dei mortai di Hamas. Negli ultimi giorni tra le forze israeliane si è registrato un numero crescente di perdite. Il tentativo di portare la battaglia nei quartieri di Gaza si è scontrato con una resistenza durissima. L’esercito israeliano si è impantanato ancora una volta.

Se questo non bastasse, tra pochi giorni Obama si insedierà alla Casa Bianca e gli israeliani non sono del tutto convinti che il nuovo presidente americano continuerà a sostenere ciecamente la loro strategia omicida. Il Ministro della Difesa Barak capisce che la sua finestra di opportunità potrebbe essere sul punto di chiudersi. Capisce che i soldati della IDF potrebbero doversi spingere dentro le periferie di Gaza senza raggiungere nessuno degli obiettivi militari della guerra. Barak ha bisogno di qualche giorno di cessate il fuoco per creare una nuova realtà sul terreno. Ovviamente preferisce nascondersi dietro il pretesto umanitario. E’ molto più semplice che ammettere che la IDF, ancora una volta, è stata colta impreparata. Gli aiutanti di Olmert, comunque, sono stati abbastanza stupidi da ammettere la menzogna. Pare che uno di loro stamattina abbia attaccato Barak dicendo che “Hamas osserva la scena e ascolta le voci, questi commenti sono un colpo in canna per Hamas e i suoi leader”.

Per come stanno le cose, i soldati della IDF sono ora allo sbando dentro Gaza. Non fraintendetemi, sono ancora in grado di spargere morte e compiere carneficine, ma non possono vincere questa guerra. Le Forze Aeree Israeliane hanno esaurito i bersagli “militari” una settimana fa e l’artiglieria si trova probabilmente di fronte alla stessa situazione. Dalle notizie che arrivano risulta evidente che non appena i soldati israeliani escono dai veicoli corazzati e dai carri armati Merkava si ritrovano alla mercè di Hamas. Ho letto oggi su Ynet che alcuni soldati della IDF hanno dichiarato: “Non riusciamo a vedere il nemico”, “veniamo colpiti senza sapere da chi e come”.

Per come stanno le cose, Hamas sta diventando un simbolo dell’ostinazione eroica. I suoi combattenti a terra lottano quasi a mani nude contro la più micidiale tecnologia americana. Allo stesso modo, la leadership politica di Hamas è riuscita a proporsi come chiave di ogni possibile soluzione dell’attuale conflitto. La speranza che Hamas sarebbe stato rovesciato o che ne sarebbe uscito screditato si è rivelata essere solo l’ennesimo sogno orgasmico degli ebrei. Hamas sta diventando ora un’entità politica largamente accettata dalla comunità internazionale. E’ visto come l’ingrediente primario di ogni possibile risoluzione. Israele, dall’altro lato, è ora visto per ciò che è realmente, uno Stato assassino e criminale dedito a crimini di genocidio della peggior specie.

Tuttavia c’è un’altra realtà che dobbiamo tenere in mente. La devastazione che Israele si sta lasciando dietro a Gaza è orribile. Ha raso al suolo interi quartieri, ha colpito col fosforo bianco zone densamente popolate. Come se non bastasse, le tonnellate di bombe bunker buster che Israele ha continuato a usare notte e giorno hanno danneggiato le fondamenta di ogni edificio di Gaza e viene da chiedersi se le case di Gaza rimaste in piedi saranno ancora sicure per viverci. I rappresentanti dell’Unione Europea hanno sollevato oggi la questione, chiedendosi chi pagherà per la ricostruzione delle città, dei campi e dei villaggi che sono andati distrutti.

In un mondo ispirato a principi etici ideali, Israele dovrebbe lasciare che gli abitanti di Gaza tornassero alla loro terra. Ma Israele e l’etica sono come rette parallele. In qualche modo non s’incontrano mai. Per quanto sia chiaro che i palestinesi torneranno alla loro terra, non sarà Israele a dare il benvenuto all’inevitabile ritorno dei palestinesi.

Qualcuno dovrà ricostruire Gaza e l’unico nome che viene in mente è quello di Hamas, partito democraticamente eletto. Un così grande progetto, se gestito da Hamas, sarà la giusta risposta alla guerra criminale di Israele e ai suoi obiettivi di sterminio.

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L'OPINIONE DI HAMAS

by Gianluca Freda (11/01/2009 - 19:34)


INTERVISTA A KHALED MESHAL
dal sito Counterpunch
traduzione di Gianluca Freda
 

A metà di maggio 2008, i collaboratori di Counterpunch Alexander Cockburn e Alya Rea erano insieme ad un gruppo di americani che si è seduto a parlare per due ore, in una casa della periferia di Damasco, con Khaled Meshal, capo dell’ufficio politico di Hamas. Quanto segue è la trascrizione di ampi stralci dell’intervista.
 

Meshal: Noi, come palestinesi, abbiamo l’onore di rappresentare una causa giusta. Abbiamo sopportato atrocità e occupazione. A causa d’Israele, metà del popolo palestinese vive sotto occupazione all’interno della Palestina e l’altra metà vive al di fuori di essa senza avere una casa. Oggi noi, come popolo palestinese, come nazione palestinese, desideriamo solo vivere in pace, senza più occupazione. Noi rifiutiamo l’occupazione. Rifiutiamo le atrocità. E rifiutiamo di restare senza una patria e lontani dalla patria. Non abbiamo problemi con nessuna religione del mondo, né con alcuna razza. Sappiamo molto bene che Allah onnipotente ha creato gli esseri umani in razze e religioni differenti e che ci ha chiesto di conciliare queste diversità. Per questo motivo, chiediamo la stessa cosa alle nazioni di tutto il mondo, affinché sostengano questa giusta causa. Il nostro problema è con la politica ingiusta della comunità internazionale: in particolare con la politica ingiusta dell’amministrazione americana. Naturalmente, non consideriamo il popolo americano responsabile di ciò. Ho visitato molte volte l’America. E so bene che il popolo americano è un popolo gentile. Ma il nostro problema è con la politica estera delle varie amministrazioni americane. Noi abbiamo accettato uno Stato palestinese entro i confini del 1967. Ma la comunità internazionale non è riuscita a costringere Israele a fare la stessa cosa. Perciò, cosa resta da fare ai palestinesi se non resistere? Da parte nostra, preferiremmo un percorso di pace. Ma troviamo questo percorso di pace bloccato. Per questo, ai palestinesi non resta altra opzione che la resistenza. E questo spiega perché il popolo palestinese abbia eletto Hamas e perché, in mezzo alle carestie, alla fame e all’assedio inflitti oggi al popolo palestinese, si noti sempre la stessa cosa: il popolo palestinese sostiene Hamas.

Gaza è il più grande campo di concentramento della storia. Ricordate la legge di Newton, secondo la quale ad ogni azione corrisponde una reazione eguale e contraria. L’occupazione israeliana è l’azione, la resistenza è la reazione. Ogni volta che in un’occupazione si incrementa il livello delle atrocità, allo stesso livello si incrementa la reazione della resistenza. I nostri razzi rientrano in questa formula. Se le atrocità e l’occupazione si fermassero, anche i razzi si fermerebbero.

Israele è abituato a decidere da solo le proprie azioni, ad accendere il fiammifero quando vuole e spegnere il fuoco quando vuole. Non vogliono un accordo reciproco. Sapete perché? Perché sentono che gli arabi sono deboli. Perché allora dovrebbero rispettarli? Perché dovrebbero costruire con loro una qualsiasi formula di reciprocità? Ecco perché io dico che non può esservi pace tra un partito debole e uno forte. La pace si costruisce tra partiti forti. Siamo pronti alla pace, ma ad una pace forgiata dalla competizione e dalla reciprocità, senza più atrocità e senza occupazione.

Alexander Cockburn: Lei quale crede che sia la strategia o la prospettiva di Israele? Quale la sua idea di una soluzione?

Meshal: Io credo che Israele voglia tenersi la terra di Palestina. Gaza è un caso eccezionale. A causa delle dimensioni e dell’alta densità di popolazione, ad Israele è convenuto andarsene. Ma a causa di considerazioni religiose, possibilità di accesso alle fonti idriche e presenza di avamposti militari, Israele non accetterà mai di cedere la West Bank. Sì, forse potrebbero offrire il ritiro dal 60 o 70 per cento del territorio. A volte offrono il 40 o il 50 per cento. Ma è solo una tattica temporanea che serve a guadagnare tempo, a costruire o rafforzare una “realtà sul terreno”, ad espandere gli insediamenti e frammentare il territorio in modo tale da rendere impossibile la creazione di qualunque entità nazionale. In qualunque proposta di pace, Israele chiede sempre di mantenere quattro blocchi di insediamenti sulla West Bank. Il più grande è quello che circonda Gerusalemme; il secondo blocco è quello della zona settentrionale della West Bank; il terzo è quello nella zona meridionale della West Bank e il quarto è quello nella Valle del Giordano. E allora che cosa rimane della West Bank?

Quando l’ex presidente Carter è venuto a trovarmi, gli ho detto che le condizioni in cui si svolsero gli accordi di pace di Camp David tra Egitto e Israele non esistono più. In quei giorni, Israele era costretto o sottoposto a pressione per firmare gli accordi per due motivi. Prima di tutto, la guerra del 1973. In quel momento Israele aveva capito che l’Egitto non era un paese facile da sconfiggere. La seconda ragione è che l’allora primo ministro Begin aveva compreso che era nell’interesse di Israele isolare l’Egitto dal resto della comunità araba. Oggi Israele non è sotto il peso di nessuno di questi condizionamenti. Abbiamo detto all’ex presidente Carter che la resistenza palestinese è l’unico potere che possa spingere Israele a muoversi.

Domanda: Accettereste uno stato unico?

Meshal: Il problema non è che cosa i palestinesi o gli arabi accetterebbero. I palestinesi hanno accettato molte cose. E gli arabi hanno accettato molte cose. Ma Israele le ha rifiutate. Anche alle organizzazioni americane, che gli israeliani appoggiavano, sotto gli auspici dell’America, Israele non ha obbedito. La domanda da porsi è: Israele accetterà o no? L’errore nella strategia araba e nella strategia della ex leadership palestinese è consistita nelle varie offerte generose, puntualmente respinte dagli israeliani. Noi non seguiremo questa strada. E’ Israele a dover fare un’offerta. Devono essere loro a proporre ciò che sono disposti ad accettare. Poi noi daremo la nostra risposta.

Alexander Cockburn: Lei ha detto che la forza e la capacità di resistenza sono le uniche cose che Israele e i suoi sostenitori sono in grado di capire. Come continuerà e si svilupperà questa resistenza sotto la guida di Hamas?

Meshal: La resistenza in Palestina vive all’interno di una situazione del tutto anormale. Nelle normali condizioni in cui si sviluppa una resistenza, la Palestina non ne avrebbe alcuna. Non esiste un partito internazionale che la sostenga. I vicini arabi e le regioni limitrofe non apprezzano la resistenza, anche se ci sono alcuni partiti regionali che collaborano con essa. Quindi, in una prospettiva olistica, la “totalità” dovrebbe aver ragione della resistenza. Allora qual è il segreto dietro la tenacia della resistenza? Prima di tutto, la ferocia dell’occupazione. Una simile pressione crea una reazione nel popolo, che è appunto la resistenza. Il secondo elemento è l’intransigenza israeliana. I palestinesi hanno tentato l’opzione negoziale e hanno offerto al processo di pace una possibilità di avere successo: gli accordi di Oslo, il loro seguito, il 1991 e la Conferenza di Madrid. Il popolo palestinese ha rispettato il processo di pace, ha scelto la strada dei negoziati e il risultato è stato negativo. Di conseguenza, il popolo palestinese ha capito che ogni altra strada è bloccata. Questa realtà ha spinto i palestinesi ad essere tenaci nella resistenza. Terzo, non c’è nessun altro partito a livello internazionale su cui i palestinesi possano contare. L’amministrazione americana potrebbe esercitare pressione sugli israeliani, ma non lo fa. La comunità internazionale è inerme di fronte a Israele.

Per questo motivo, il popolo palestinese considera la resistenza non un opzione o un’alternativa, ma un sistema di vita, una regola per sopravvivere. Ora, questa resistenza ha un futuro o il tempo gioca a suo sfavore? Io direi che il futuro appartiene alla resistenza e che il futuro appartiene al popolo palestinese. Oggi Israele rifiuta le proposte fatte dagli arabi e dai palestinesi: è Israele a perderci, perché il futuro non gioca a suo favore.

Domanda: Hamas sarebbe disposto ad accettare una “soluzione dei due stati” se Israele si ritirasse entro i confini el 1967?

Meshal: Allo scopo di unificare sul piano politico le posizioni palestinesi, ci siamo accordati, nel 2006, su una piattaforma politica che poi abbiamo sottoscritto. Lo abbiamo chiamato Documento di Conciliazione Nazionale. E in esso abbiamo dichiarato di accettare uno Stato di Palestina sulla base dei confini del 1967, comprendente Gerusalemme, senza insediamenti e con il diritto al ritorno per i rifugiati. E’ una piattaforma a cui tutti abbiamo aderito. Ma per noi di Hamas c’è un punto molto importante, che è il rifiuto di riconoscere Israele. Ma il non riconoscerlo non implica fargli guerra. Ciò che vogliamo è uno Stato di Palestina fondato sui confini del 1967. Solo allora ci sarà un cessate il fuoco tra noi e Israele. Noi pensiamo che le relazioni internazionali tra gli stati non debbano per forza fondarsi sul riconoscimento reciproco. Quando lo Stato di Palestina sarà stato istituito, esso deciderà il tipo di relazioni che intende intrattenere con Israele. Oggi la grande sfida di fronte a tutti noi è quella di offrire ai palestinesi una possibilità di vivere in pace. Oggi il problema è che il popolo palestinese è la vittima. Metà di esso vive sotto l’occupazione israeliana in condizioni orribili. Il resto vive da rifugiato nei campi profughi, senza più una patria. Sarebbe dunque la vittima – il popolo palestinese – a dover riconoscere Israele? Questo mi sembra ingiusto.

Domanda: Cioè vi stanno dicendo: “Riconoscete Israele oggi stesso”? Stanno chiedendo ai palestinesi di dire “non fa niente se continuate a rubare la nostra terra, noi vi perdoniamo”?

Meshal: Proprio così.

Alexander Cockburn: Se avessimo fatto questa conversazione 30 anni fa, qualcuno avrebbe citato l’ONU, invece oggi nessuno lo ha nominato. Lei crede che l’ONU sia ormai un mero strumento nelle mani degli Stati Uniti?

Meshal: Sfortunatamente le Nazioni Unite sono diventate una barzelletta.

Domanda: Su questo punto lei la pensa come gli israeliani.

Alexander Cockburn: Lei ha detto prima che il futuro di Israele non è né positivo né luminoso. Potrebbe specificare meglio quest’affermazione?

Meshal: Quando cerchiamo di leggere il futuro lo facciamo nella prospettiva del passato e del presente. E lo leggiamo secondo l’ottica dei valori delle nazioni e dei loro popoli. Esiste un futuro per l’occupazione e per gli insediamenti? Esiste una nazione, in tutta la storia del mondo, che abbia insistito per vedere riconosciuti i propri diritti senza riuscirvi? Terzo punto: a partire dal 1948, se volessimo tracciare un grafico dei progressi di Israele, voi credete che la curva punterebbe verso l’alto, apparirebbe piatta o punterebbe verso il basso? Io credo che essa sia ormai discendente. Oggi la potenza militare di Israele non è in grado di portare a termine i suoi compiti in modo che per Israele risulti soddisfacente.

Dal 1948, Israele ha sconfitto 7 eserciti. Nel ’56 sconfissero l’Egitto. Nel ’67 sconfissero tre paesi contemporaneamente: Egitto, Siria e Giordania. Nel ’73 la guerra finì in una sorta di parità tra Egitto e Israele; se a quell’epoca Nixon non avesse fornito supporto aereo alle forze israeliane, oggi il mondo sarebbe diverso. Nell’82 Israele sconfisse l’OLP a Beirut. Ma dall’82, cioè da 26 anni, gli israeliani non hanno più vinto nessuna guerra. Non hanno sconfitto la resistenza palestinese e non hanno sconfitto la resistenza libanese. Da quell’epoca, Israele non ha più avuto alcuna espansione, anzi ha ridotto le sue dimensioni. Si sono ritirati dal sud del Libano e da Gaza.

Questi sono indicatori che il futuro non è favorevole ad Israele. Oggi Israele, con tutte le sue capacità militari – convenzionali e non convenzionali -, non è in grado di garantire la propria sicurezza. Oggi, con tutte queste capacità, non sono in grado di impedire che da Gaza venga lanciato un semplice razzo.

Per cui la grande domanda è: la potenza militare basta a garantire la sicurezza? Per questo possiamo dire che quando Israele rifiuta l’offerta araba e palestinese di uno Stato di Palestina fondato sui confini del 1967, Israele perde una grande opportunità. Fra pochi anni una nuova generazione palestinese e nuove generazioni arabe potrebbero non accettare più queste condizioni, perché l’equilibrio dei poteri potrebbe non essere più a favore di Israele.

Alya R.: La mia domanda riguarda l’uso di mezzi violenti. Quando vengono usati mezzi violenti, inevitabilmente si provoca la sofferenza di persone innocenti, soprattutto bambini; non solo palestinesi, ma anche bambini israeliani. Lei cosa pensa dell’uso della violenza?

Meshal: Buona domanda. A noi non piace che ci siano vittime, soprattutto se donne e bambini, nemmeno da parte israeliana, anche se è stato Israele ad attaccare noi da principio. Ma sfortunatamente, il fatto che i nostri aggressori insistano con la repressione violenta porta sangue innocente sulle strade. Fin dal 1996, 12 anni fa, noi abbiamo proposto di escludere i bersagli civili dal conflitto (da ambo le parti). Israele non ha dato alcuna risposta. Se Israele insiste ad uccidere i nostri bambini, i nostri vecchi, le nostre donne e i nostri rappresentanti, a bombardare le case con le cannoniere, gli F16 e gli Apache, se Israele continua questi attacchi, ai palestinesi cosa resta da fare? Si stanno solo difendendo con i mezzi che possiedono. Se anche noi possedessimo missili intelligenti, non li lanceremmo mai se non contro bersagli militari. Ma i nostri missili e razzi sono molto primitivi. Per questo li utilizziamo secondo le loro capacità, per reagire alle atrocità di Israele. Non sappiamo esattamente che cosa colpiranno. Se avessimo missili intelligenti – e speriamo che qualche paese possa fornirceli – è certo che non prenderemmo di mira se non bersagli militari.  

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I MOSTRI

by Gianluca Freda (09/01/2009 - 11:06)


Non so se faccio bene a girarvi questa mail ricevuta da Enrico Galoppini (che ringrazio) nella mailing list di Civium Libertas. Le atrocità che gli israeliani stanno compiendo a Gaza sono indescrivibili, ma ben descritte da una quantità di filmati reperibili sul web e i sionisti sono molto felici che vengano pubblicizzate. Serve ad alimentare il terrore di Israele tra le popolazioni arabe ed anche a ottenere maggior supporto dall’occidente vigliacco, sempre pronto a schierarsi dalla parte di chi, attraverso le bestialità più sanguinarie, sa guadagnarsi la palma di “più forte”. Per questo motivo, di solito evito di contribuire alla campagna di pubbliche relazioni di questi mostri. Mi piace però pensare che questo blog sia seguito da persone che, esattamente come me, di fronte ai mostri non provano né paura, né senso d’impotenza, né desiderio di collaborazione, ma solo ribrezzo e voglia di liberarsi al più presto della loro presenza. Per questo faccio, per una volta, uno strappo alla regola e vi giro questa mirabile crestomazia d’immagini che nei nostri TG leccamostri non vedrete, assai indicativa di ciò che ci attende se permetteremo al “popolo eletto” di continuare ad avere un suo Stato nazionale.  (GF)      

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Cominciamo con una 'galleria' di bambini palestinesi trucidati dalla furia omicida sionista.

Altra "collezione" di immagini edificanti.

Un padre palestinese, col figlio cadavere tra le braccia, parla in ebraico direttamente a Barak, che certamente starà meditando sul da farsi (probabilmente ammazzare anche lui):
 (con traduzione inglese)

Da Aljazeera (28/12/08): "Non c'è un posto sicuro... Gli attacchi aerei israeliani, giorno e notte, colpiscono in tutte le direzioni: stazioni di polizia, laboratori, automobili, abitazioni, depositi di medicinali, la sede della stazione televisiva 'al-Aqsa' e persino le moschee. [...] Le vittime sono centinaia e ve ne sono ancora sotto le macerie. La situazione negli ospedali è tragica: «Siamo costretti a strappare le tende per bendare le ferite». [...] «Dove sono i governanti arabi? Hasbunâ Llâh wa ni‘m al-Wakîl [Allah ci basta ed Egli è il Mediatore]!»" .

Da Aljazeera (8/1/08): Durante un tentativo di soccorso di un ferito a Jabâliyâ, l'equipaggio di palestinese un'ambulanza viene preso di mira dal fuoco sionista. Ad accompagnarli c'erano alcuni "attivisti" stranieri, uno canadese ed uno spagnolo. Uno dei soccorritori è stato colpito ad una gamba ed un altro alla testa. L'equipaggio non riesce così a raggiungere chi doveva essere soccorso.

In questo servizio si vede anche il funerale di un cristiano palestinese di Gaza, tanto per ricordare ai Crociati dello Zio Sam che i palestinesi non sono tutti musulmani.

E alla fine hanno fatto 700 morti (qui si vedono le ultime persone spappolate in mezzo alla strada). Il servizio rileva che se già i morti non sono "interessanti" , ancora meno lo sono i feriti, che sono oltre 3.000, di cui la metà donne e bambini, mentre molti altri sono ancora sotto le macerie. "Forse il palestinese buono è il palestinese morto", si osserva amaramente nel servizio, dove si racconta anche di quattro bambini ritrovati, affamati, accanto ai corpi senza vita delle loro madri. Nel finale si vedono degli uomini sequestrati (è errato dire "prigionieri" ), poiché l'esercito sionista sta effettuando rastrellamenti di maschi adulti, come da sempre.

La Croce Rossa Internazionale ha accusato l'esercito d'occupazione d'aver impedito alle ambulanze d'intervenire per quattro giorni, così alcuni muoiono dissanguati, altri di spavento, specialmente bambini. Nel quartiere di Hayy Zaytûn sono stati trovati dei bambini accanto ai loro parenti morti, sfiniti dalla fame e dalla sete. «L'esercito israeliano sapeva che c'era della gente da evacuare, ma non ci ha aiutati in alcun modo», dice una rappresentante della CRI. L'infermiere palestinese intervistato racconta che sono entrati in una casa dove c'erano 18 cadaveri restati lì per giorni, tra cui sette donne e sei bambini.

Poi, si parla dell'autista di uno dei camion che trasporta gli "aiuti" dell'UNRWA ucciso da un proiettile israeliano e della scuola dell'UNRWA - dove si erano spostati degli sfollati - colpita a Jabâliyâ, così l'organizzazione dell'ONU ha deciso d'interrompere la distribuzione degli "aiuti" a circa 750.000 persone: «I nostri impiegati, circa 9.000, sono continuamente esposti al fuoco israeliano». Il commentatore alla fine osserva che in questo modo i palestinesi adesso hanno un altro modo per morire!

13° giorno di bombardamenti. .. Qui si ricorda che i palestinesi ricevono volantini in cui si raccomanda di lasciare le proprie case... "ma dov'è un posto sicuro?". La ragazza palestinese sembra proprio sicura che non c'è!

Poi va segnalato che su YouTube, sul "canale" di Aljazeera, la sezione "speciale Gaza" non è abilitata per i normali utenti ("Questo video o gruppo potrebbe contenere materiale inappropriato per alcuni utenti, come segnalato dalla community di YouTube. Per visualizzare questo video o gruppo, conferma che hai almeno 18 anni effettuando l'accesso o registrandoti"). Complimenti!

Infine, la cosa più impressionante della giornata, di cui non riesco a visualizzare il filmato, che comunque è questo. Un medico palestinese, ferito, intervistato in diretta, al tg della sera, che con una dignità ed una compostezza incredibile ha preso il microfono raccontando quel che è successo alla sua famiglia: alle 14.00 (nelle "tre ore di tregua"!), c'era un carroarmato a circa 200 metri dalla casa, che sapendo esservi una famiglia ha sparato quattro colpi distruggendola: la moglie ucraina e suo figlio Yûsuf sono stati ammazzati, ma sono ancora là in casa cadaveri ("a brandelli") perché nessuno riesce ad arrivarvi, mentre altri componenti della famiglia sono feriti. E ha concluso con l'unica cosa che si può pensare di questo cosiddetto "Stato d'Israele": «Sono senza coscienza, dei mostri, mostri». Poi, col microfono in mano, ha parlato 'dentro la telecamera', dicendo, dopo "al-hamdu li-Llàh Rabbi al-'Âlamîn, al-hamdu li-Llàh Rabbi al-'Âlamîn [E la lode spetta a Dio, Signore dei Mondi]: «Voglio parlare al mondo: cos'ha fatto la mia moglie ucraina? cos'ha fatto mio figlio, che aveva quattro mesi? Cos'ha fatto il popolo palestinese al mondo perché il mondo se ne stia immobile? Silenzio, silenzio, silenzio... Cosa vuole da noi? Siamo occupati... Cos'abbiamo fatto al mondo perché ci tratti in questo modo? Non lo sappiamo, non lo sappiamo... Perché questo silenzio... Perché?».

Credo che per oggi possa bastare.

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SMANTELLARE ISRAELE

by Gianluca Freda (08/01/2009 - 16:22)


IL VECCHIO TESTAMENTO E IL GENOCIDIO DI GAZA
di Gilad Atzmon
dal sito Palestine Think Tank
traduzione di Gianluca Freda

“Voi inseguirete i vostri nemici ed essi cadranno dinanzi a voi colpiti di spada. Cinque di voi ne inseguiranno cento, cento di voi ne inseguiranno diecimila e i vostri nemici cadranno dinanzi a voi colpiti di spada”.
(Levitico, 26, 7-9)

“Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso e ne avrà scacciate davanti a te molte nazioni...tu le voterai allo sterminio; non farai con esse alleanza né farai loro grazia”.
(Deuteronomio, 7, 1-2)

“...non lascerai in vita alcun essere che respiri... ma li voterai allo sterminio... come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare”.
(Deuteronomio, 20, 16)
 

Non vi è dubbio, fra gli studiosi della Bibbia, che la Bibbia ebraica contenga alcuni suggerimenti marcatamente immorali, alcuni dei quali altro non sono che una chiamata al genocidio. Il Professor Raymund Schwager ha trovato nel Vecchio Testamento circa 600 brani di cruda violenza, 1000 versi in cui vengono descritti atti di punizione violenta da parte di Dio stesso, 100 brani in cui Dio ordina esplicitamente ad altri di uccidere delle persone. A quanto pare, la violenza è l’attività più citata della Bibbia ebraica.

Per quanto devastante possa essere, la saturazione della Bibbia ebraica di frasi che parlano di violenza e sterminio contro altre persone potrebbe essere utile a fare un po’ di luce sul terrificante sterminio in corso in questo momento a Gaza per mano dello Stato Ebraico. Sotto gli occhi di tutti, la IDF sta usando contro i civili i metodi più letali, come se il suo principale obiettivo fosse quello di “sterminare” gli abitanti di Gaza, non concedendo loro alcuna “grazia”.

E’ piuttosto interessante il fatto che Israele veda se stesso come uno stato laico. Ehud Barak non è esattamente qualificato come rabbino e Tzipi Livni non è certo la moglie di un rabbino. Di conseguenza, siamo autorizzati a ritenere che non sia, in realtà, l’ebraismo in sé che trasforma i politici e i capi militari israeliani in criminali di guerra. Inoltre, i primi sionisti erano convinti che all’interno di una patria stabile, gli ebrei sarebbero diventati “un popolo simile a tutti gli altri popoli”, cioè etico e civile. Da questo punto di vista, la realtà israeliana è piuttosto peculiare. Gli ebrei laici avranno anche abbandonato il loro Dio, molti di loro non seguono la legge ebraica, sono ampiamente laici, eppure, a livello collettivo, interpretano egualmente la propria identità ebraica come una missione genocida. Sono riusciti a trasformare la Bibbia da testo spirituale in certificato di appartenenza territoriale macchiato di sangue. Essi si trovano laggiù, a Sion, cioè in Palestina, per invadere il territorio e imprigionare, affamare e sterminare i suoi originari abitanti. Di conseguenza, sembra proprio che i comandanti d’artiglieria e i piloti della IAF che hanno cancellato il nord di Gaza due sere fa stessero osservando quanto prescritto da Deuteronomio, 20, 16: “...non lascerai in vita alcun essere che respiri”. Ma resta in sospeso una domanda. Perché mai un comandante laico dovrebbe seguire i versi del Deuteronomio o di qualsiasi altro testo biblico?

Alcune voci assai sporadiche all’interno della sinistra ebraica insistono col dirci che l’essere ebrei non corrisponde necessariamente ad un’innata pulsione all’assassinio. Tendo a credere che essi stessi considerino le proprie parole genuine e veritiere. Ma allora ci si potrebbe chiedere che cosa sia che rende lo Stato ebraico di una brutalità senza paragoni. La verità su questo argomento è piuttosto triste. Per quanto ne sappiamo, il sionismo è l’unica organizzazione politica e ideologica ebraica a carattere laico e, come si vede, essa ha dimostrato ancora una volta questa settimana di avere il  genocidio nel sangue.

In riferimento al genocidio, la differenza tra giudaismo e sionismo può essere illustrata nel modo seguente: mentre il contesto biblico giudaico pullula di riferimenti al genocidio, compiuto di solito nel nome di Dio, nel contesto sionista gli ebrei ammazzano i palestinesi nel nome di se stessi, cioè del “popolo ebraico”. Questo è stato, in fondo, il grande successo della rivoluzione sionista. L’avere insegnato agli ebrei a credere in se stessi. A credere nello Stato Ebraico. Il Dio dell’israeliano è il Dio d’Israele. Di conseguenza, l’israeliano uccide nel nome della “sua sicurezza”, nel nome della “sua democrazia”. Gli israeliani massacrano nel nome della loro “guerra al terrorismo” e nel nome della “loro America”. Sembra che nello Stato Ebraico l’ebraismo si trasformi in omicidio di massa non appena trova un nome a cui associarsi.

Questo non lascia molto spazio alle teorie. Lo Stato ebraico è la più terribile minaccia all’umanità e alla nostra stessa nozione di umanesimo. Il Cristianesimo, l’Islam e l’umanesimo hanno cercato di emendare il fondamentalismo tribale degli ebrei e di rimpiazzarlo con un’etica universale. L’Illuminismo, il liberalismo e l’emancipazione hanno permesso agli ebrei di redimere se stessi dai loro antichi connotati di supremazia tribale. A partire dalla metà del 19° secolo, molti ebrei erano riusciti a spezzare le proprie catene culturali e tribali. Tragicamente, il sionismo ha fatto in modo di  riportarli nella stessa situazione. In questo momento, Israele e il sionismo sono l’unica voce organizzata che gli ebrei abbiano a disposizione.

Gli ultimi dodici giorni di spietata offensiva contro la popolazione civile palestinese non lasciano più spazio a dubbi. Israele è il pericolo più grave per la pace nel mondo. E’ chiaro che nel 1947 le nazioni hanno commesso un tragico errore consentendo ad un’identità volubile e dalle connotazioni razziste di costituirsi in uno stato nazionale. In ogni caso, il dovere delle nazioni è ora quello di smantellare pacificamente quello stato prima che sia troppo tardi. Dobbiamo farlo, prima che lo Stato Ebraico e le sue potenti lobby sparse per il mondo riescano a spingerci in una guerra globale nel “nome” di una delle loro banali ideologie populiste (democrazia, guerra al terrorismo, scontro di civiltà e così via). Dobbiamo svegliarci ora, prima che il nostro solo e unico pianeta si trasformi in un calderone di odio ribollente. 

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AIDS: LA GRANDE BUFALA

by Gianluca Freda (08/01/2009 - 10:36)


Ricevo da www.disinformazione.it:

Leggiamo con molto interesse il tuo blog, ti mandiamo questo materiale per chiederti cosa ne pensi,  noi abbiamo due amici omosessuali ultimamente uno dei due è risultato sieropositivo, ci hanno chiesto aiuto, perchè all'ospedale dicevano che la cura doveva essere subito iniziata, noi con l'aiuto  di un nostro amico medico in pensione abbiamo sconsigliato di iniziare qualsiasi cura, ma prendere  semplicemente del glutatione e aloe, adesso il ragazzo sta bene tanto che non è neppure  sieropositivo, tutto questo non fà pensare?
Spero in una tua risposta, complimenti per i tuoi articoli, che però mi destano solo rabbia e senso di  impotenza, vorrei tanto che questa specie di robot che si chiamano uomini (l'unica cosa di cui sono certi) tornassero un giorno ad usare le loro menti atrofizzate, e fare qualcosa insieme per mandare a  casa queste amebe che non servono a nessuno.
Grazie
Novella

 

Ciao. Ovviamente penso che abbiate tutte le ragioni del mondo ed estendo la diffidenza anche alle cosiddette “cure contro il cancro” (chemioterapia, radioterapia e altre simili inutili porcherie esistenti al solo scopo di arricchire l’industria farmaceutica), al cancro stesso (malattia d’origine ignota, che riunisce sotto la propria denominazione patologie infinite e molto differenti) e a tutte le nuove “malattie” che i signori della salute inventano e propagandano di anno in anno per poter smerciare a prezzi esorbitanti le proprie cure miracolose. Non è mai troppo tardi per guarire dalle malattie inesistenti ed evitare di farsi assassinare dietro compenso in un centro specializzato.

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..Sappiamo che errare è umano, ma l'ipotesi Hiv-Aids è un errore macroscopico. Lo dico forte e chiaro per mettere in guardia la gente.."

(Kary B. Mullis, Premio Nobel per la Chimica nel 1993 per aver scoperto la PCR (Polymerase  Chain Reaction) reazione a catena della polimerase).
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Oggi il movimento del dissenso raccoglie oltre 700 firme tra virologi, infettivologi, epidemiologi ed altri specialisti di 23 nazioni tra cui 3 premi Nobel, tutti indignati dalla colossale mistificazione e speculazione imbastita intorno all'AIDS. Sono passati oltre 12 anni da quando le autorità sanitarie hanno cominciato ad annunciare al mondo intero che l'umanità era minacciata da una nuova terribile peste, la cosiddetta "peste del 2000" che nell'arco di pochi anni avrebbe colpito decine e decine di milioni di persone continuando ad espandersi a macchia d'olio fino a diventare veramente il flagello del secolo che sta per finire e di quello che sta per cominciare.

Nonostante questi allarmi spaventosi, però, l'AIDS continua a restare una epidemia molto più piccola di quel che si vuol far credere, confinata in Occidente ad alcuni gruppi a rischio ben precisi; ed in Africa gonfiata da una definizione artificiosa, capace di riunire sotto il suo largo ombrello malattie antiche cambiandone il nome.

La teoria ufficiale non è tuttora in grado di spiegare in quale modo il virus HIV possa provocare le malattie che gli vengono imputate. Tale teoria descrive l'AIDS come una malattia infettiva provocata dal virus HIV che distrugge pian piano le cellule del sistema immunitario, lasciando l'organismo indifeso di fronte a malattie "opportunistiche". Il virus penetra nell'organismo di un dato soggetto attraverso un contatto con sangue o sperma infetto. Questa infezione virale provoca una reazione anticorpale inefficace, utile solo ad essere registrata con i cosiddetti test dell'AIDS (o anti-HIV). La sieropositività costituirebbe il segnale di una malattia subdola, progressiva,  inesorabile nella gran parte dei casi.

Dunque AIDS è un termine calderone che raccoglie condizioni eterogenee e disparate. Si tratta di condizioni che vengono tra loro associate solo quando il risultato del test dell'AIDS è positivo. Se il  risultato è negativo, le stesse malattie vengono chiamate con il loro vecchio nome.

1) Assenza di correlazione tra risultati del test e malattia: Una peculiarità delle malattie infettive virali è che hanno una causa unica (il virus), e ovviamente non possono verificarsi in sua assenza.  Così non c'è varicella senza il virus della varicella, non c'è morbillo senza il virus del morbillo e così via. La letteratura medica ha registrato migliaia di casi di AIDS sieronegativi (cioè  presentavano i sintomi ma il test era negativo), e sieropositività (test positivo) in assenza di AIDS. La reazione al test, evidentemente capricciosa, può legarsi alla salute come alla malattia, è spesso associata ad un aumento aspecifico delle immunoglobuline, il che si verifica in molte situazioni, come nel corso di malattie autoimmuni, di infezioni croniche, di malaria, di parassitosi, talvolta anche per motivi banali come una vaccinazione antinfluenzale.

2) L'AIDS non si comporta come una malattia infettiva contagiosa: Nonostante l'allarmismo, l'AIDS è rimasto confinato a gruppi in cui sono presenti fattori di rischio ben precisi:

a) tossicodipendenti: (circa il 32% dei malati in USA e il 60% in Italia) si tratta di individui che oltre a subire gli effetti negativi dell'eroina, della cocaina, dell'alcool, delle anfetamine e di altre sostanze psicotrope, si alimentano in maniera scorretta ed insufficiente e sono colpiti in modo più o meno continuo da infezioni multiple. In queste condizioni di immunodepressione (molte droghe hanno  effetto depressivo sul sistema immunitario). Anche i figli di madri tossicodipendenti ricevendo per via uterina tossine dalla madre possono presentare una sieropositività alla nascita.

b) omosessuali: (circa il 62% in USA e il 48% in Europa) il problema riguarda gli utilizzatori  sistematici di droghe multiple, cocaina, extasy, alcool, nitriti assunti per via inalatoria a forti dosi (i nitriti sono sostanze molto reattive, causano immunodepressione, e vengono utilizzati per il loro effetto afrodisiaco e rilassante per la muscolatura sfinterica).

c) emofiliaci (circa l'1% in USA e il 3% in Europa). I carichi di proteine estranee sono essi stessi immunodepressivi sia in emofiliaci sieropositivi che sieronegativi.

3) Non esistono studi che dimostrino che l'AIDS è causato dall'HIV: Kary Mullis Premio Nobel per la chimica nel 1993 per aver inventato la PCR (Reazione Polimerasica a Catena) interpellò svariati virologi ed epidemiologi su dove trovare il riferimento bibliografico che spiegasse come l'HIV provochi l'AIDS. Ma nessuno dei colleghi fu in grado di precisarlo.

4) La definizione della malattia: Essa comprende un alto numero di malattie già conosciute, attualmente esse sono ben 29! Queste malattie non sono affatto associate sempre ad  immunodeficienza, sono definite AIDS se associate ad un test positivo. Se una persona ha la tubercolosi e risulta sieropositiva allora "ha l'AIDS". Se invece ha la tubercolosi ed il test è negativo, allora ha "soltanto la tubercolosi".

5) Incubazione misteriosa: Tutte le malattie infettive virali, salvo rare eccezioni, hanno una incubazione breve, di pochi giorni o settimane. L'incubazione del virus dell'AIDS è stata calcolata inizialmente attorno ai 18 mesi, per aumentare poi di anno in anno, fino a raggiungere nel 1992, i 10/14 anni. A questo super-virus viene attribuito di tutto. Di volta in volta può essere furbissimo, tanto da sfuggire ad ogni tentativo di controllo da parte dei ricercatori, o viceversa, completamente "scemo".

6) L'allarme prostitute: Le prostitute non potevano non diventare le vittime designate delle campagne propagandistiche dei tutori della nostra salute fisica e morale. Sennonché, via via che passavano i mesi, si è visto che il tasso di sieropositività era estremamente basso tra le prostitute. Al 31 Marzo 1995, su 27.043 casi solo 22 riguardavano prostitute non tossicodipendenti (non dipende dalla maggior protezione, perché quelle stesse prostitute presentavano un alto tasso di infezioni sessuali).

7) La terapia con AZT: Sintetizzato nel 1964 come farmaco antitumorale. Rimase inutilizzato per 20 anni, poiché si constatò sperimentalmente che i topi leucemici trattati morivano in numero maggiore di quelli non trattati. Ma perché questo farmaco così tossico, cancerogeno e privo di  effetti benefici continua ad essere somministrato? La Wellcome (casa farmaceutica produttrice) ha venduto 0.9 tonnellate nel 1987, ed è passata a 44.7 tonnellate nel 1992. Il costo dell'AZT per malato è di circa 450.000 lire al mese. Il profitto lordo per la Wellcome nel 1993 è stato di 586 miliardi di lire l'anno.

Da tempo i settori più reazionari del mondo politico e religioso occidentale erano alla ricerca di pretesti scientifici cui ancorare le loro offensive puritane e restauratrici. Un primo tentativo fu compiuto alla fine degli anni '70, con una raffica di informazioni più o meno terroristiche sulle malattie veneree. Ma l'AIDS sembrò l'occasione d'oro. Qui si delineava una malattia non solo sessuale ma mortale e invulnerabile agli arsenali medici esistenti. Insomma una malattia inventata su misura per i sessuofobi di ogni stampo e di ogni paese.

Kary B. Mullis (Premio Nobel per la Chimica): “Il mistero che circonda quel dannato virus è il frutto inevitabile di quei due miliardi di dollari che ci spendono sopra ogni anno. Se prendessimo un qualsiasi altro virus e spendessimo due miliardi di dollari ogni anno per studiarlo, state certi che anche quel virus produrrebbe misteri a bizzeffe”.

Tratto da: "AIDS la grande truffa" di Luigi De Marchi e Franco Franchi, NEXUS NEW TIME edizione italiana n°5.
 

AZT
Tratto dal sito http://digilander.iol.it/anok4u/Doc/aidsmm.htm

L’AZT, sostanza contenuta nello sperma delle aringhe. Data la sua elevatissima tossicità è impiegato come base per il veleno per topi.

Quindi, per anni, la medicina ha sperimentato sugli esseri umani un potentissimo topicida, e  continua a farlo tuttora.

Non staremo qui a scendere nel “tecnico” su come agisce (per chi volesse saperne di più: “AIDS Gate”), comunque l’AZT era stato utilizzato in medicina per distruggere le cellule malate, cancerose, ed impedirne la riproduzione. Fu un fiasco clamoroso. Innanzi tutto si scoprì subito che causava altri cancri, e successivamente che tutti i pazienti trattati con AZT morivano molto prima rispetto a quelli che non avevano ricevuto il trattamento (infatti, ripetiamo, si tratta di VELENO PER TOPI). Anzi, impediva anche di studiare l’evoluzione dei tumori, perché i pazienti morivano precocemente di avvelenamento da AZT. E la ragione è proprio abbastanza semplice: l’AZT non è come i moderni missili “intelligenti” americani, che lanciati contro obiettivi militari, vanno a colpire infallibilmente gli asili e gli ospedali iracheni. Esso non sa quali sono le cellule buone e quelle cattive, le attacca tutte quante e basta. Ovviamente la spiegazione scientifica è ben più complessa e articolata, ma più o meno questo è quello che succede con l’AZT.

Si disse allora che era una questione di dosaggi. Alte dosi uccidevano in breve tempo, ma dosaggi più bassi erano presumibilmente “benefici”. Così vennero fatte altre sperimentazioni su svariate patologie, fra cui soprattutto psoriasi e malattie della pelle. Roba da matti. Inutile dire che fu ben presto accantonato.

Va detto che le case farmaceutiche, siccome ricevono parecchi finanziamenti anche in denaro pubblico per le ricerche, spendono ogni anno montagne di soldi nella ricerca e creazione di nuovi farmaci. Ma molti di questi sono puramente speculativi. Il composto chimico magari funziona, produce alterazioni a vari livelli, e viene anche sperimentato su uomini (carcerati, malati di mente …) e animali, ma non ha malattie specifiche da curare, non si sa a cosa possa servire, così viene messo nel cassetto, in attesa che salti fuori la malattia o la scusa buona per tirarlo fuori.

Così è stato per l’AZT.

Vent’anni dopo, con l’avvento di una malattia così “mortifera e terrificante” come l’AIDS, la Wellcome rimise prontamente mano alla sua mirabile invenzione, affermando teorie folli, per cui l’AZT, prima di ammazzare le cellule, ammazzava i virus, ed essendo la recentissima scoperta di Gallo causata da un virus (l’HIV), terapie brevi e mirate sarebbero state efficacissime. La FDA (Food and Drug Administration, l'ente statunitense che verifica l'efficacia dei farmaci) lo approvò ufficialmente solo nel 1987, ma ne consentì l’uso in via sperimentale fin dalla “scoperta” dell’HIV (1984), anche in associazione con altri farmaci, come del resto, aveva già fatto in precedenza autorizzandone l’uso per altre patologie (cancri, ecc.), sin dal 1964.

Ricomincia la storia. La gente trattata con AZT sebbene in alcuni casi sembri avere un temporaneo, brevissimo miglioramento, si ammala definitivamente e muore.

Ma invece di sospenderne l’uso, arriva la teoria più demenziale: non bisogna usarlo da solo, ma associato ad altri farmaci che ne limitino i danni e ne integrino l’azione.

Chissà quanti malcapitati si sono ritrovati a dover prendere dosi incredibili di farmaci di ogni genere, fra cui l’AZT, nella speranza di curare una malattia che neanche esiste nei termini in cui viene presentata, morendo di intossicazione da farmaci.

L’AZT è stato usato indiscriminatamente su soggetti già debilitati, donne in gravidanza, neonati.

Moltissimi sono i casi di persone che accortesi del rapido peggioramento con l’AZT, hanno smesso di prendere ogni farmaco, salvandosi dalla morte, e creando quella casistica che la medicina ufficiale non sa spiegare, di soggetti che pur essendo sieropositivi non si ammalano e non muoiono.

Come cresce la voce del dissenso e l’informazione (controinformazione), sempre di più sono le persone che si salvano da una morte imminente annunciata come inevitabile.

A Londra, i superstiti pubblicano la rivista “Continuum”. In Olanda collaborano con la Fondazione per la Ricerca Alternativa sull'AIDS (SAAO), in Svizzera da anni sono attivi gruppi di auto aiuto e  controinformazione sull’AIDS che hanno preso piede un po’ in tutta Europa.

La maggioranza delle persone colpite dall'AIDS che sono sopravvissute alla malattia lo hanno fatto grazie a grandi dosi di volontà e di senso critico, assumendo costumi di vita coscienti e responsabili, e perché no, anche antagonisti.

Il famoso campione Earvin "Magic" Johnson, risultato sieropositivo nel 1991, pare abbia assunto AZT per pochi giorni, risultandone debilitato, e che abbia subito smesso.

La sua salute migliorò subito, tanto che vinse alle Olimpiadi del 1992. In una recente conferenza stampa Magic ha dichiarato di non essere più malato di AIDS.

Un altro dei tanti misteri dell’AIDS.

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ABOLIRE L'ANTIFASCISMO

by Gianluca Freda (06/01/2009 - 12:42)

LA ‘LEGGENDA NERA’ DI HAMAS E IL VICOLO CIECO DELL’ANTIFASCISMO
Perché nel campo "filo-palestinese" molti fanno fatica a riconoscere in Hamas il legittimo rappresentante del popolo palestinese.

di Coordinamento Progetto Eurasia (CPE)
dal sito CPEurasia
 

Chi segue le iniziative del Coordinamento Progetto Eurasia (CPE) sa che alcuni giorni fa abbiamo elaborato una “messa a punto” su Sionismo e Palestina.

Pensiamo, infatti, che l'unica cosa nelle nostre concrete possibilità come cittadini italiani ed europei che non vivono in Palestina ma che intendono apportare un contributo alla causa della Giustizia, e perciò della Pace, su tutto il “Vecchio mondo”, sia cambiare registro nella cosiddetta “guerra dell'informazione”, smettendola di utilizzare categorie e linguaggio “dell'avversario”, perdenti già in partenza e perciò decisamente spuntati come ‘arma culturale’.

Si nota infatti da vari commenti presenti in rete che le ultime ‘imprese’ del Sionismo stanno facendo perdere di vista a molti di quei pochi ‘desti’ rimasti in mezzo alla maggioranza lobotomizzata il fatto che tutti siamo occupati dall'America, che certo si appoggia in maniera privilegiata alla "lobby ebraica", ma di certo non siamo occupati "dagli ebrei", né da un “esercito israeliano”!

Detta ancora più chiaramente, si sta verificando che l'americanismo e l'occupazione (militare, economica, politica, culturale: in una parola, “dominio”) plasticamente rappresentata dalle oltre cento installazioni Usa-Nato disseminate sul nostro territorio svanisce dietro una cortina fumogena sempre più spessa, col risultato che, attaccando "gli ebrei", ci si espone invariabilmente alle accuse di "antisemitismo" e simili, con tutte le conseguenze note. Questo non significa che si debba far finta che in Italia ed in Europa non esista un’occhiuta e potente “lobby ebraica”, ma la sua azione, ipermediatizzata e perciò irritante, non deve far perdere di vista che tutto ciò può avvenire perché l’America ci occupa militarmente e ci domina col suo “modello”, altrimenti anche “gli ebrei” smetterebbero di fare la “voce grossa” e si adatterebbero a vivere da italiani ed europei, decidendosi finalmente a piantarla con la loro “doppia fedeltà”. Dunque, alla “lobby” egregiamente sputtanata da Maurizio Blondet su “Effedieffe.com” è bene dare l’importanza che merita, poiché è evidente a chiunque che in ogni tempo e luogo “gli ebrei” non possono fare alcunché se le redini del potere sono saldamente in mano ad elementi autoctoni.

Per di più, denunciando il Sionismo per quel che è, quantomeno a livello geopolitico, ed indicandone chiaramente i protettori occidentali, in primis d’Oltreoceano, si fornisce qualche 'argomento' in meno a chi sistematicamente utilizza "l'ebreo" come paravento per fare la moralina a chi espone solidi argomenti critici coi quali, regolarmente, i soliti benpensanti, dal “Giornale” al “Manifesto”, passando per “Repubblica” e il Corriere”, evitano di confrontarsi.

Che l'America utilizzi "l'ebreo" (come viene utilizzato "l'omosessuale", stabilendo "categorie" a tavolino utilizzabili come arma ricattatoria di comodo) è dimostrato dal fatto che tutta la giudeofilia riscontrabile nelle tv, nei giornali, nella scuola eccetera è presente solo nei Paesi dominati dall'America (o dall'"Occidente", il che è lo stesso): significativamente, il parlamento della Repubblica Serba di Bosnia (rara eccezione in un'Europa asservita e, a sua volta, ascaro dell’America) non ha approvato una “legge antirevisionista”... E se andiamo in Russia, dove il dominio occidentale è assente, non va in scena tutto questo "scandalo" in un perenne teatrino di navigati finti tonti che straparlano di “libertà d’espressione” ma fanno andare in galera gli storici, pontificano di “diritti umani” ma ‘non vedono’ dove vengono sistematicamente calpestati, impongono la “memoria” ma ‘si scordano’ di quello che accade ogni giorno, e via doppiopesando.

La realtà è che è stato inventato un giochino perfetto, dove ogni ruolo - se se ne accettano gli assunti di base - è preordinato, e dove non esiste praticamente ‘scampo’. Il “Bene”, qualsiasi cosa faccia, lo fa per il Bene, il “Male”, qualsiasi cosa faccia, lo fa per il Male. E il “Bene” sono l’America, il Sionismo, “gli ebrei”; il “Male” i palestinesi, gli arabi, i musulmani.

Va da sé che l'unico modo per uscire da questa situazione disperante è tornare ad individuare IL problema, che è politico-culturale, o meglio “di civiltà”, e non semplicemente "mediatico", dato che nei media si agitano dei buffoni di corte che – come i politici - da un padrone passano in un batter d’occhio a servirne un altro, come tutti i buffoni della storia. La verità è che, volenti o nolenti, tutti coloro che hanno una “posizione” (economia, finanza, politica, cultura, professioni ecc.) sono servi dell'America, dal 1945, e che tutti quelli che in un modo o nell’altro non sono “soddisfatti” dell’andazzo possono essersi fatti un'idea “positiva” o “negativa” sul Fascismo e le “cause” della Seconda guerra mondiale, ma ciò non cambia una virgola sulla realtà oggettiva del 2009 che tutti quanti – “di destra”, “di centro”, “di sinistra”, credenti o atei - ci troviamo ad affrontare.

Il problema, come già da noi rilevato in passato, è l’antifascismo, ovvero il suo essere la necessaria posizione che chiunque intenda fare carriera deve assumere. Quindi, l’unico modo per uscire dal vicolo cieco in cui ogni posizione “antagonista” è destinata a ficcarsi è piantarla con l'antifascismo (come chiave di lettura del mondo attuale, perché quello dell'epoca in cui il Fascismo c’era - 1922-1945 - poteva avere una sua dignità). Non ci vuole infatti molto acume per accorgersi delle ricadute dell’antifascismo eretto a ‘dottrina ufficiale’: "l'Iran è fascista", "Saddam era fascista", Hezbollah pure e ora anche Hamas... e non per i burattini della politica e dell'informazione – il che si può capire - ma anche per i "filo-palestinesi" che prediligendo una fantasiosa "Palestina laica", proiezione dei loro desideri, contribuiscono alla ‘leggenda nera’ su Hamas che, concretamente, è l'organizzazione che conduce la "resistenza".

Si capisce dunque che si vive completamente immersi in una fiera dell'equivoco, cominciata proprio nel 1945, perché se istituzionalmente – come ci ricordano ogni 25 aprile - "la Resistenza" è un "valore", non ci dovremmo sorbire politici che – mentre un milione e mezzo di persone, già messe alla fame, vengono bombardate - trovano parole di condanna solo per una bandiera bruciata (!), mentre costoro, per coerenza col loro “filo-resistenzialismo”, dovrebbero elevare odi alla Resistenza palestinese! A completamento del tutto, vi sono quelli per i quali "Israele=Fascismo" (ma anche Berlusconi, Putin, e forse anche Chavez sono “fascisti”!), con nuova acqua apportata al mulino dell' "eterno antifascismo", quando al limite, se tutto ciò avesse un senso, l’equiparazione del Sionismo col Fascismo dovrebbe essere proprio il “discorso” di tv e giornali, nei quali si lavora solo se si è “antifascisti”.

La medesima stupidità si manifesta nella lettura del passato vicino-orientale data dai sostenitori dell’una o dell’altra “causa”. Abbiamo chi individua un’anima “fascista” nei palestinesi e negli arabi in genere poiché alcuni importanti loro rappresentanti (si pensi al Gran mufti Amin al-Huseyni o all’iracheno al-Ghaylani) si schierarono con le potenze dell’Asse: che cosa dovevano fare, se il loro “problema principale” era l’Inghilterra? Ma vi è anche chi individua ‘radici fasciste’ nel Sionismo per il fatto che il Fascismo intrattenne, fino alla metà degli anni Trenta, relazioni col movimento sionista: di nuovo, cosa doveva fare l’Italia per la sua politica nel Mediterraneo tesa a riprenderne il controllo, se il “problema principale” era l’Inghilterra? E, colmo del ridicolo, mentre tutti fanno a gara a darsi del “fascista”, i sostenitori della “causa” A s’indignano se quelli della “causa” B la tacciano di “fascismo” o viceversa!

Non c’è niente da fare: per chi crede d’interpretare ogni fenomeno sulla base della dicotomia “fascismo-antifascismo” non esistono spiegazioni ma solo un atteggiamento fideistico ed un casellario in cui inserire i “Buoni” (i “fascisti atemporali”, da qualche “terribile faraone” in poi) e i “Cattivi” (gli “antifascisti atemporali”, dall’avversario di quel “terribile faraone” in poi).

Ma non è ancora tutto: mentre l’America in fondo non crede alla suddetta “dicotomia” ma fa sì che i suoi sottoposti vi credano (così come negli anni Cinquanta-Settanta non credeva alla dicotomia “comunismo-anticomunismo”, oppure, oggi, non crede al “pericolo islamico”), i sottoposti finiscono in larga parte per credervi diventando perciò dei perfetti automi. È il caso, appunto, di quei “filo-palestinesi” che, succubi della mitologia antifascista, si sono interdetti la capacità di riconoscere in Hamas il legittimo rappresentante del popolo palestinese, che l’ha scelto plebiscitariamente in “libere elezioni”. Con ogni evidenza, sebbene si professino “democratici” e fautori delle “libere elezioni”, costoro non si discostano molto dal pensiero del noto scrittore Abraham Yehoshua, che interpellato sulla “rappresentatività” di Hamas, dall’alto della sua “reputazione” di “colomba israeliana”, ha affermato al Tg1 delle 20.00 del 4 gennaio 2009 che “anche Mussolini e Hitler sono stati eletti”, quindi “la democrazia non è garanzia di saggezza”.

Questi personaggi (come quel deputato “ebreo” del PD che ha dichiarato a Radio Rai che “in Italia c'è un problema, che è l'art. 21 della Costituzione, che difende la libertà di espressione”) andrebbero ascoltati un po’ più spesso perché in fondo, facendo attenzione a quel che dicono e scrivono, si capisce tutto quel che c’è da capire sull’ “antifascismo”. E che non è vero che l’obiettivo dell’ennesima aggressione sionista è Hamas: sono proprio i palestinesi colpevoli d’averlo scelto quale proprio rappresentante. Se si è d’accordo su questo punto, non si potrà non riflettere sul fatto  che i bombardamenti indiscriminati delle città italiane furono mirati contro le popolazioni che le abitavano, ree di aver tributato il loro “consenso” ai loro rappresentanti. I quali, evidentemente, com’è il caso di Hamas oggi per i palestinesi, dovevano aver fatto qualcosa di buono per gli italiani, ovvero qualcosa d’inaccettabile per l’America che, interessata allo sfruttamento del genere umano, aveva inventato i bombardamenti per il dopoguerra (“ricostruzione”) e, già nel 1935, gli embarghi moraleggianti che però, ancora, non esistendo la cosiddetta “comunità internazionale”, funzionavano molto peggio che adesso.

Infine, un altro punto va chiarito. Abbiamo scritto di “antifascismo” in relazione all’America, ma è necessario specificare che il centro propulsore dell’antifascismo (così come il “neofascismo dei miti nordici”, tanto per chiarire che a noi non piace chi “fa il fascista” tatuato con Odino e la celtica e vestito con le marche inglesi…) è, manco a dirlo, proprio l’Angloamerica, più precisamente ancora, la “Perfida Albione”, correttamente individuata proprio dal Fascismo quale avversario principale dell’Europa. L’analisi era corretta, altro che “ebrei”! “Ebrei” erano tra le fila fasciste, anche della RSI. Qualcuno ne ha addirittura tratto l’idea che – almeno fino al 1938 - “il Fascismo piaceva agli ebrei”, quindi anche “gli ebrei” sarebbero “fascisti”!

Ma l’analisi della ‘leggenda nera’ di Hamas non è ancora completa se non si presta attenzione alla prevalente “mentalità moderna”, che individua solo in cause economiche e sociali il “motore della storia”. Difatti, per coloro che non riescono a vedere oltre il piano economico-sociale, una forza come Hamas risulta praticamente incomprensibile, dato che i riferimenti di tale organizzazione sono di tipo trascendente. La ‘leggenda nera’ di Hamas è una conseguenza del materialismo di molti che hanno sposato la “causa” filo-palestinese. E non è questione di sostenitori “di destra” o “di sinistra”, essendo qui in questione un approccio che caratterizza la cosiddetta “modernità”.

Tutto si tiene, e stabilito che il Fascismo non è additato a “Male assoluto” per il suo “carattere violento”, la “dittatura” o altro di sgradevole per lo “spirito democratico” (che altrimenti troverebbe riprovevole il comportamento dell’Angloamerica e del Sionismo), si comprende che esso è detestato perché rappresenta una realtà che sfugge a chi ragiona in termini puramente materialisti. Come Hamas.

Nel 2009 il Fascismo non c’è più, da oltre sessant’anni, ma esiste l’antifascismo, con la sua mitologia, i suoi ricatti, le sue strumentalizzazioni e le sue irrisolvibili contraddizioni. Vogliamo rivolgere un discorso molto onesto a tutti coloro che, come noi, non hanno alcun interesse diretto, palese o nascosto (il CPE è un “coordinamento” di individualità ed associazioni aperto ad ogni collaborazione, senza alcuna “pregiudiziale” in ragione della propria ragion d’essere, né si ritiene parte del novero delle organizzazioni della “destra”, del “centro”, della “sinistra”, in tutte le loro sfumature).

Mettendo in soffitta l’antifascismo, non si fa un favore al “fascismo eterno”, che non esiste se non in menti plagiate dall’Angloamerica. Si fa un favore a noi stessi. Per ricominciare a camminare da soli, a pensare da soli, a governarsi da soli. A ritornare ‘adulti’ dopo che abbiamo fatto sin troppo i ‘bambini’. A smetterla di fingersi ‘malati’ per tornare ‘sani’. A riprendersi la vita! Quella che tolgono ai palestinesi perché hanno votato Hamas.

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VOI CADRETE

by Gianluca Freda (05/01/2009 - 01:44)


VIVERE UN TEMPO PRESO A PRESTITO SU UNA TERRA RUBATA
di Gilad Atzmon
dal sito Palestine Think Tank
Traduzione di Gianluca Freda
 

Comunicare con gli israeliani è una cosa che può lasciare allibiti. Perfino adesso che le forze aeree israeliane stanno compiendo, alla luce del giorno, il massacro di centinaia di civili, vecchi, donne e bambini, il popolo israeliano riesce a convincere se stesso di essere lui la vera vittima di questa saga della violenza. Chi ha familiarità con il popolo israeliano comprende che esso è completamente disinformato sulle radici del conflitto che domina la sua vita. Accade abbastanza spesso che gli israeliani se ne saltino fuori con bizzarre argomentazioni che hanno molto senso nell’ambito del dibattito in Israele, ma non hanno il minimo senso al di fuori delle strade ebraiche. Una di queste argomentazioni così recita: “Quei palestinesi, perché insistono a voler vivere sulla nostra terra (Israele), perché non possono sistemarsi in Egitto, Siria, Libano o in un altro paese arabo?”. Un’altra perla di saggezza ebraica suona più o meno così: “Ma che vogliono questi palestinesi? Gli diamo acqua, elettricità, educazione e tutto ciò che loro fanno è cercare di buttarci tutti a mare”.

Abbastanza incredibilmente, gli israeliani, perfino quelli appartenenti alla cosiddetta “sinistra” e perfino quelli che fanno parte della “sinistra” istruita, non riescono a capire chi siano i palestinesi, da dove vengano e per cosa lottino. Non riescono a comprendere che per i palestinesi, la Palestina è patria. Per qualche miracolo, gli israeliani riescono perfino a non capire che Israele è stato eretto a spese del popolo palestinese, su terra palestinese, su villaggi, città, campi e frutteti palestinesi. Gli israeliani non capiscono che i palestinesi di Gaza e dei campi profughi della regione sono in realtà persone spossessate di Ber Shiva, Yafo, Tel Kabir, Shekh Munis, Lod, Haifa, Gerusalemme e di molti altri villaggi e città. Se vi chiedete come mai gli israeliani non conoscano la propria storia, la risposta è piuttosto semplice: nessuno gliel’ha mai raccontata. Le circostanze che hanno portato al conflitto israelo/palestinese sono ben nascoste all’interno della loro storia. Le tracce della civilizzazione palestinese esistente sul territorio prima del 1948 sono state cancellate. Non solo la Nakba – la pulizia etnica degli indigeni palestinesi avvenuta nel 1948 – non fa parte del curriculum israeliano, essa non viene neppure menzionata o discussa in nessun dibattito pubblico o accademico in Israele.

Nel centro di quasi tutte le città israeliane si trova una statua commemorativa del 1948 rappresentante una bizzarra, quasi astratta, struttura tubolare. Quest’affare a forma di tubo è chiamato Davidka e rappresenta in realtà un cannone israeliano del 1948. E’ abbastanza interessante notare che la Davidka era un’arma estremamente inefficace. I suoi proiettili non andavano oltre i 300 metri e provocavano danni assai limitati. Benché la Davidka producesse danni minimi, essa faceva un sacco di rumore. Stando alla narrazione storica ufficiale degli israeliani, gli arabi, cioè i palestinesi, fuggivano in cerca di scampo al solo udire il rumore della Davidka da lontano. Secondo il racconto israeliano, gli ebrei, cioè i “nuovi israeliani”, si limitavano a fare un sacco di fuochi d’artificio e gli “arabi codardi” scappavano via come idioti. Nella narrativa ufficiale israeliana non si fa menzione dei molti massacri premeditati messi in atto dalla giovane IDF e dalle forze paramilitari che l’avevano preceduta. Non si fa menzione nemmeno delle leggi razziste che impediscono ai palestinesi (1) di tornare alla loro patria e alle loro terre.

Il significato di quanto appena detto è piuttosto semplice. Agli israeliani la causa palestinese è totalmente sconosciuta. Per cui, essi non possono far altro che interpretare la lotta palestinese come un’irrazionale follia omicida. Nell’universo israeliano solipsistico e giudeo-centrico, l’israeliano è una vittima innocente e il palestinese non è altro che un selvaggio assassino.

Questa terribile situazione, che lascia gli israeliani nel buio riguardo al loro passato, demolisce ogni possibilità di riconciliazione futura. Poiché a un israeliano manca la sia pur minima comprensione delle cause del conflitto, egli non potrà contemplare altra soluzione possibile che lo sterminio e la pulizia etnica del “nemico”. Tutto ciò che un israeliano è autorizzato a conoscere sono svariati, evanescenti racconti della sofferenza ebraica. Il dolore dei palestinesi è completamente estraneo alle sue orecchie. Il “diritto dei palestinesi al ritorno” suona per lui come un’idea stravagante. Neanche i più eruditi “umanisti israeliani” sono pronti a condividere la propria terra con i suoi abitanti originari. Ciò non lascia ai palestinesi altra scelta che tentare di liberarsi andando contro ogni probabilità. E’ chiaro che Israele non potrebbe mai essere un interlocutore per la pace.

Questa settimana abbiamo appreso di più sulla capacità balistica di Hamas. Evidentemente, Hamas ci è andato piano con Israele per un bel po’ di tempo. Si è trattenuto dall’estendere il conflitto all’intera regione meridionale di Israele. Ho pensato che gli sbarramenti di razzi Qassam che sporadicamente colpivano Sderot o Ashkelon non fossero in realtà nient’altro che un messaggio lanciato dai palestinesi prigionieri. Erano innanzitutto un messaggio alla terra rubata, alle case, ai campi, ai frutteti: “Nostro amato suolo, non abbiamo dimenticato, siamo ancora qui a combattere per te, più prima che dopo torneremo e ricominceremo da dove avevamo lasciato”. Ma erano anche un chiaro messaggio agli israeliani: “Voi là fuori, a Sderot, Beer Sheva, Ashkelon, Ashdod, Tel Aviv e Haifa, che ve ne rendiate conto o no, state vivendo sulla terra che ci avete rubato. Farete meglio a fare le valige, perché il vostro tempo sta per scadere, abbiamo esaurito la nostra pazienza. Noi, il popolo palestinese, non abbiamo più nulla da perdere”.

Ammettiamolo, ad essere realistici la situazione in Israele è piuttosto grave. Due anni fa furono i razzi di Hezbollah a colpire la parte settentrionale del paese. Questa settimana Hamas ha dimostrato al di là di ogni dubbio di essere in grado di servire anche alla parte meridionale un cocktail di vendetta balistica. Sia nel caso di Hezbollah che in quello di Hamas, Israele non è in grado di dare una risposta militare. Certo, può ammazzare i civili, ma non può fermare la pioggia di razzi. La IDF non ha i mezzi per proteggere Israele, a meno che ricoprire il paese con un tetto di solido cemento diventi una soluzione praticabile. Tutto sommato, è possibile che stiano pensando proprio a questo.

Ma questa non è affatto la fine della storia. Anzi è soltanto l’inizio. Qualunque esperto di situazione mediorientale sa bene che Hamas può ottenere il controllo della West Bank nel giro di poche ore. In effetti, il controllo dell’Esercito Palestinese e di Fatah sulla West Bank è garantito dalla IDF. Una volta che Hamas avrà occupato la West Bank, il centro con la più alta percentuale di popolazione israeliana sarà lasciato alla mercé di Hamas. Per quelli che non riescono a capirlo, questa sarebbe la fine dell’Israele degli ebrei. Potrebbe accadere questa sera, potrebbe accadere fra tre mesi o fra cinque anni, ma ormai non è più questione di “se”, ma solo di “quando”. A quel punto, tutta Israele sarà sulla linea di tiro di Hamas e Hezbollah, la società israeliana crollerà, la sua economia andrà in rovina. Il prezzo di una villa isolata a nord di Tel Aviv sarà pari a quello di una baracca di Kiryat Shmone o di Sderot. Nel momento in cui anche un solo razzo colpirà Tel Aviv, il sogno sionista sarà finito.

I generali della IDF lo sanno, i leader israeliani lo sanno. Ecco perché hanno iniziato contro i palestinesi questa guerra di sterminio. Gli israeliani non vogliono invadere Gaza. Non hanno perso nulla laggiù. Ciò che vogliono fare è portare a termine la Nakba. Lanciano bombe sui palestinesi al solo scopo di spazzarli via. Li vogliono fuori dalla regione. Questo, ovviamente, non funzionerà. I palestinesi resteranno. Non solo resteranno, ma il giorno in cui torneranno alla loro terra si avvicina sempre di più man mano che Israele mette in atto le sue tattiche più micidiali.

E’ esattamente qui che entra in gioco la fuga degli israeliani dalla realtà. Israele ha oltrepassato il “punto di non ritorno”. La sua condanna è scolpita sempre più a fondo da ogni bomba che lancia contro i civili palestinesi. Non c’è nulla che Israele possa fare per salvarsi. Non esiste una exit strategy. Non può negoziare una via d’uscita perché né gli israeliani né i loro leader capiscono gli elementari parametri su cui si fonda il conflitto. A Israele manca la potenza militare per portare a termine la battaglia. Può riuscire a uccidere i leader palestinesi più in vista, ma lo fa da anni, eppure la persistenza e la resistenza dei palestinesi diviene più fiera anziché indebolirsi. Come un ufficiale della IDF aveva predetto già all’epoca della prima Intifada: “Tutto ciò che i palestinesi devono fare per vincere è sopravvivere”. Sono sopravvissuti e infatti stanno vincendo.

I leader israeliani lo sanno bene. Israele ha già tentato di tutto, il ritiro unilaterale, la riduzione alla fame e ora lo sterminio. Pensava di poter sfuggire al pericolo demografico rimpicciolendosi in un ghetto ebraico intimo e caldo. Niente di tutto ciò ha funzionato. E’ l’ostinazione palestinese, nelle forme della politica di Hamas, che definirà il futuro della regione.

Tutto ciò che rimane agli israeliani è aggrapparsi alla loro cecità e alla loro fuga dalla realtà per sfuggire al fato devastante divenuto all’improvviso immanente. Per tutta la strada che li conduce nel baratro, gli israeliani continueranno a cantare i loro familiari peana vittimistici. Imbottigliati in una realtà autocentrica di supremazia, saranno tutti presi dalla loro sofferenza e completamente ciechi dinanzi alla sofferenza che infliggono agli altri. In modo piuttosto singolare, gli israeliani agiscono come un collettivo unitario quando sganciano bombe sugli altri, ma non appena vengono anche solo lievemente feriti riescono a diventare monadi di vulnerabile innocenza. E’ questa discrepanza tra l’immagine che hanno di se stessi e il modo in cui li vede il resto di noi che rende gli israeliani dei mostruosi sterminatori. E’ questa discrepanza che impedisce agli israeliani di conoscere la propria storia, è questa discrepanza che impedisce loro di capire i ripetuti e numerosi tentativi di distruggere il loro Stato. E’ questa discrepanza che impedisce agli israeliani di comprendere il significato della Shoah per poter evitare la prossima. E’ questa discrepanza che impedisce agli israeliani di essere parte dell’umanità.

Ancora una volta gli ebrei dovranno dirigersi verso un destino sconosciuto. Da parte mia, e nel mio piccolo, ho già iniziato questo viaggio un bel po’ di tempo fa.

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(1) QUI l’unica legge ebraica sul ritorno. QUI per saperne di più.

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L'ELEFANTE E LA FORMICA

by Gianluca Freda (04/01/2009 - 19:34)


MA DI CHE SI LAMENTANO I PALESTINESI?
di Mark Steel
da The Independent
Traduzione di Gianluca Freda
 

Se si leggono le dichiarazioni dei politici israeliani ed americani, e si cerca di raffrontarle con le immagini di devastazione, sembra non esserci che un’unica spiegazione. Costoro devono essersi presi una di quelle malattie mentali che potremmo chiamare “Disordine da Massacro tendente al Capovolgimento Visivo delle Responsabilità da Carneficina”.

Per esempio, Condoleeza Rice, dopo aver osservato che più di 300 abitanti di Gaza erano morti nell’attacco, ha detto: “Siamo estremamente preoccupati per questa escalation di violenza. Condanniamo fermamente gli attacchi contro Israele e riteniamo Hamas responsabile”.

Qualcuno dovrebbe chiederle un commento sugli accoltellamenti minorili, per vedere se per caso sia capace di rispondere: “Condanno fermamente le persone che sono state accoltellate e finché non abbandoneranno la loro attitudine ad andarsene in giro stringendosi i fianchi e sanguinando non vi sarà alcuna speranza di pace”.

Il governo israeliano soffre terribilmente di questa confusione. Probabilmente fa passare sulla TV israeliana degli spot pubblicitari in cui un uomo cade da una scala gridando “Eeeeugh!”; poi una voce commenta: “Avete mai provocato un incidente sul lavoro negli ultimi 12 mesi?”, e il tizio che lo ha spinto riceve 3.000 sterline di compenso.

La sproporzione tra la potenza dei bombardieri F-16 e degli elicotteri Apache usati da Israele e gli affari tipo catapulta che usano i palestinesi è così ridicola che tentare di descrivere la situazione come una lotta tra due eserciti che combattono alla pari richiede l’immaginazione di uno scrittore di racconti per bambini.

Un giornalista di News at Ten ha detto che “i razzi di Hamas saranno anche inefficaci, ma sono SIMBOLICI”. Quindi non possiedono armi, ma possiedono il simbolismo, i diabolici bruti.

Non c’è da meravigliarsi che le forze aeree israeliane abbiano dovuto demolire un po’ di quartieri residenziali, altrimenti Hamas avrebbe potuto tentare di prendere in giro Israele con un’esibizione di danza espressiva.

I razzi non saranno forse in grado di uccidere a un livello pari a quello delle forze aeree israeliane, ha detto un portavoce, ma vengono lanciati “con l’intenzione di uccidere”.

E avrebbe potuto continuare: “Abbiamo anche le prove che i sostenitori di Hamas fanno dei sogni, e che in quei sogni succedono brutte cose ai cittadini israeliani: essi bruciano, o si trasformano in cactus, o corrono nudi per Woolworths, perciò non è importante se ciò possa accadere o no, è importante che essi VOGLIONO che succeda, ed è per questo che bombardiamo la loro università”.

E poi c’è l’affronto del sostegno offerto ad Hamas dall’Iran. Beh, questo significa proprio violare le regole. Perché potete dire quel che volete degli israeliani, ma essi non ricevono forniture di armi o finanziamenti o sostegno politico da un paese più potente del loro, fanno tutto da soli e si fabbricano le loro armi in una bottega artigianale di Gerusalemme.

Ma soprattutto gli israeliani tendono a giustificarsi con una fastidiosa mancanza d’immaginazione, come quando hanno dichiarato di aver dovuto distruggere un’ambulanza perché Hamas, cinicamente, nasconde le sue armi all’interno delle ambulanze.

Avrebbero potuto essere più creativi e dichiarare che Hamas stava tentando di puntare quella luce blu lampeggiante contro gli israeliani epilettici nel tentativo di provocargli una crisi, abbacinarli e spingerli a vagare fino in Siria, dove sarebbero stati catturati.

Invece preferiscono un approccio più diretto, come la dichiarazione fatta da Ofer  Schmerling, ufficiale della Difesa israeliano, che ha detto ad Al-Jazeera: “Metterò su della musica e festeggerò ciò che stanno facendo le forze aeree israeliane”.

Magari potrebbero ricavarne un grande festival nazionale con luminarie, crostate e i negozi che suonano “Vorrei che Gaza fosse Bombardata Ogni Giorno”.

Nello stesso tono, Dov Weisglas, capo di stato maggiore sotto Ariel Sharon, ha fatto riferimento all’assedio di Gaza che ha preceduto questo bombardamento, un assedio in cui gli israeliani hanno impedito alla popolazione di ricevere le forniture essenziali di cibo, medicine, elettricità e acqua, affermando: “Li abbiamo messi a dieta”.

Un’arroganza da malavitoso dell’East End, tanto che non sembrerebbe fuori luogo se il Primo Ministro israeliano iniziasse una conferenza stampa dicendo: “Oh, poverini, poverini. Pare che questi palestinesi abbiano avuto un piccolo, ehm, incidente. Tutti i loro edifici sono stati buttati giù, magari la prossima volta staranno più attenti, he he...”.

Quasi certamente la ragione per cui sta accadendo tutto questo è che il governo vuole mostrarsi duro quel tanto che basta da vincere le elezioni. Magari con la tipica franchezza israeliana potrebbero mandare in onda una trasmissione politica in cui Ehud Olmert dichiari: “Ecco il motivo per cui penso che dovreste votare per me”, e poi, mostrando un filmato di Gaza, si metta a strillare: ”Uheilà, quel tizio sull’angolo sta andando A FUOCO!”.

E Condoleeza Rice e i suoi colleghi, compreso l’inviato speciale per la Pace in Medio Oriente, potrebbero allora scuotere la testa e commentare: “Deprecabile. Andarsene in giro in fiamme in quel modo potrebbe provocare un brutto incidente a qualcuno”.

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GAZA RESISTE

by Gianluca Freda (04/01/2009 - 14:16)


GAZA IN GUERRA
di Israel Shamir
dal sito The Truth Seeker
Traduzione di Gianluca Freda
 

Una fredda sera d’inverno a Tel Aviv, la sera dell’attacco di terra, un nuovo passo nell’escalation che potrebbe portare ad una nuova grande guerra. C’erano centinaia di manifestanti, molti dei quali ragazzi, molte famiglie con bambini, israeliani e palestinesi d’ogni genere, sotto le bandiere rosse a chiedere la fine della guerra contro Gaza. A Gerusalemme la fitta nebbia non riusciva a coprire le mura della Città Vecchia.

Ma la nebbia della guerra è ancora più fitta. E’ troppo presto per prevedere quali saranno i futuri sviluppi. Non sappiamo ancora quali siano gli obiettivi dell’invasione israeliana e non conosciamo la forza della resistenza palestinese. Ora saranno i combattenti, non gli analisti, a decidere il futuro. La guerra potrebbe sfociare in un confronto con l’Iran; potrebbe portare l’ormai troppo lungo dominio di Hosni Mubarak ad una fine improvvisa; potrebbe provocare una nuova intifada, potrebbe dare nuova forma al Medio Oriente.

La prima settimana di guerra non ha portato molto successo ad Israele. L’attacco è iniziato con una furiosa tempesta di fuoco, ma l’unico “successo” è stato il bombardamento a sorpresa di una cerimonia di conferimento dei gradi alla scuola di polizia di Gaza, con circa trecento vittime, per la maggior parte giovani reclute. La prossima volta potranno bombardare le scuole il 1° settembre e ottenere risultati anche “migliori”. Oltre a ciò, il popolo-Faro-delle-Nazioni ha bombardato l’università e un po’ di moschee e ha ammazzato qualche bambino come tardo tributo a Re Erode nel Giorno dei Martiri Innocenti. Si tratta certamente di crimini di guerra, è senza dubbio uno sterminio di massa, ma non è certo l’olocausto che avevano promesso.

Quella drag-queen israeliana che è il Ministro della Difesa Ehud Barak ha accresciuto il suo gradimento: il 53 per cento degli ebrei sono soddisfatti della sua performance (Gesù, basta poco a soddisfarli!) contro lo scarso 34 per cento di sei mesi fa. “Adesso i sondaggi prevedono cinque seggi in più alla Knesset per il suo Partito Laburista nelle prossime elezioni di febbraio. Una media di circa 40 cadaveri palestinesi per ogni seggio. Non c’è da stupirsi che Barak abbia promesso che questo è solo l’inizio: a questo ritmo, ci vorranno ai laburisti solo duemila cadaveri in più per salire dalle stalle alle stelle, da un partito politico defunto alla maggioranza assoluta in parlamento, come ai bei vecchi tempi”, ha fatto notare Ran ha-Cohen.

La figura rotonda, da circolo Pickwick, di Barak è stata venduta dai suoi addetti alle pubbliche relazioni come “Der Fuhrer” (ha-manhig) del suo popolo. “Non è simpatico, ma è un leader”. “Non è simpatico, ma è un assassino”, hanno replicato i dimostranti di Tel Aviv. Barak è un fuhrer piuttosto improbabile, con la sua faccia femminea, perfetto compagno della macellaia mascolina Tzipi Livni che viene venduta come “altro Fuhrer”. Il nostro amico, nonché parente della Livni, Gilad Atzmon, ha scritto di questi personaggi dalla sessualità incerta che sono a capo dello stato ebraico: “Sia Livni che Barak devono offrire all’elettore israeliano un’esibizione di devastante carneficina, così che gli israeliani possano aver fiducia nella loro leadership”.  

Ma finora non stanno facendo grandi progressi. Nonostante i bombardamenti quotidiani, gli abitanti di Gaza continuano a rispondere al fuoco, a migliorare la mira e le armi, raggiungendo anche zone lontane come Beer Sheba. Inoltre, non stanno implorando un cessate il fuoco incondizionato e la lista israeliana delle condizioni per il cessate il fuoco appare senza speranza quanto quella presentata vis-à-vis a Hezbollah due anni or sono. L’iniziativa, fino ad oggi, è rimasta saldamente nelle mani di Hamas.

La leadership di Gaza ha compiuto una mossa rischiosa ma calcolata rifiutandosi di estendere i fallaci accordi per il cessate il fuoco finché gli ebrei non avessero interrotto l’assedio alla Striscia e accettato di osservare la tregua anche nella West Bank. Queste richieste hanno fatto infuriare i piccoli fuhrer, che erano abituati a decidere da soli le questioni di guerra e di pace, spingendoli all’azione.

 Il governo israeliano ha fatto male i suoi calcoli: la loro azione è stata accolta in modo giustamente ostile da tutto il mondo. Alcuni dei pezzi più forti contro l’aggressione israeliana sono apparsi proprio sulla stampa occidentale: ad opera di Mark Steel e di altri scrittori dell’Independent. Con la prevedibile eccezione dell’amministrazione Bush, l’occidente parla e manifesta contro l’invasione. Certo, qualche scritta sul muro di una sinagoga porta in piazza più manifestanti del bombardamento di una moschea e dell’uccisione dei suoi fedeli, ma esiste la possibilità che il giogo imposto dagli ebrei all’opinione pubblica occidentale vada in pezzi dopo questo intervento. In modo del tutto inatteso, i media russi, di solito fortemente filo-ebraici, parlano con una sola voce contro l’aggressione israeliana.

Ora è tempo di manifestare, di chiamare all’ostracismo contro Israele, di domandare le dimissioni di Mubarak, ed è tempo di sostenere il legittimo governo di Gaza. Restate sintonizzati. 

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FINKELSTEIN SU GAZA

by Gianluca Freda (02/01/2009 - 22:31)


FINKELSTEIN: ISRAELE VUOLE LA SOTTOMISSIONE DEGLI ARABI
dal sito PressTV
Traduzione di Gianluca Freda
 

Quella che segue è un’intervista esclusiva rilasciata a New York dal noto conferenziere, scrittore ed esperto israelo-palestinese Gary Norman Finkelstein.

 
PressTV: Quasi una settimana di violenza a Gaza. Cosa pensa della situazione laggiù?

Finkelstein: E’ difficile dare un giudizio preciso sulla situazione militare. Le finalità del governo israeliano a me sembrano piuttosto evidenti. Per prima cosa Israele vuole ristabilire ciò che chiama la sua capacità di deterrenza. E’ un termine tecnico usato dagli israeliani. Fondamentalmente significa ristabilire la paura di Israele fra gli stati arabi della regione.

Dopo la sconfitta inflittagli da Hezbollah e dopo l’incapacità di Israele di lanciare un attacco contro l’Iran, era quasi inevitabile che attaccassero Hamas, visto che Hamas sfida il volere israeliano. Secondo i giornali israeliani, il Ministro della Difesa israeliano Ehud Barak aveva già progettato l’attacco fin dall’ultimo cessate il fuoco e si aspettava solo una provocazione da parte dei palestinesi.

Il 4 novembre gli israeliani hanno violato il cessate il fuoco con Hamas, sapendo benissimo – e se si leggono i giornali israeliani si nota che lo hanno anche detto esplicitamente – che dopo l’uccisione di sei militanti a Gaza i palestinesi avrebbero reagito e allora Israele avrebbe avuto un pretesto per l’invasione. Quindi l’obiettivo primario era quello di ripristinare la paura di Israele fra gli arabi infliggendo a Gaza un bagno di sangue.

PressTV: Il Ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni ha detto che Israele ha colpito quasi esclusivamente ciò che lei chiama le infrastrutture del terrorismo, intendendo probabilmente Hamas. Questo mentre a Gaza sembra vi sia un pesante bilancio di vittime civili. Come vede il bilancio delle vite stroncate a Gaza? Quanto successo lei crede che Israele otterrà nel tentativo di spazzare via Hamas e la resistenza?

Finkelstein: Beh, lo scopo era quello di provocare immediatamente un numero massiccio di vittime. Gli israeliani, dopo l’ attacco al Libano del 2006, hanno compreso che il loro errore era stato quello di non scatenare fin dai primi giorni il pieno potenziale delle forze aeree. Nei primi due giorni della guerra del Libano hanno ucciso circa 55 libanesi e poi hanno preso di mira il quartiere Dahia di Beirut. Dopo la guerra, hanno iniziato a discutere della strategia di Dahia, cioè di annichilire qualunque cosa si opponga al loro dominio. Ciò che avete visto nei primi due giorni a Gaza è l’applicazione della strategia di Dahia: perpetrare un bagno di sangue e un massacro di dimensioni tali da far ritenere che ciò possa sconsigliare gli arabi dallo sfidare nel futuro il dominio israeliano.

PressTV: A proposito di deterrenza, Hamas ha promesso ritorsioni. Quanto crede che potrà essere efficace la risposta di Hamas a Israele? Ci si può attendere una reazione come quella che Israele ricevette da Hezbollah nel 2006?

Finkelstein: Penso che sia impossibile prevedere una cosa del genere. Ma è chiaro che Israele si trova di fronte a un dilemma. Durante la guerra del Libano, già nei primi giorni Israele distrusse i missili a lunga e media gittata di Hezbollah, ma non poteva distruggere i razzi a corta gittata che venivano usati contro Israele senza invadere il paese. Provarono ad invaderlo, ma non ci riuscirono e gli attacchi coi razzi continuarono. Ora, a Gaza, si trovano di fronte allo stesso problema.

Per far cessare gli attacchi coi razzi dovrebbero invadere e ripulire una per una tutte le zone in cui si trovano le postazioni di lancio. Ma se invadono, c’è il rischio di trovarsi impantanati in una guerriglia che a Gaza non potrebbero evidentemente vincere. Perciò, in questo momento, non sono sicuri di come procedere.

PressTV: Il Ministro degli Esteri israeliano (Tzipi Livni) dice anche che Israele vuole negoziare la pace con ciò che lei chiama i “palestinesi moderati”. Dall’altra parte, Mahmoud Abbas dice che i colloqui di pace non hanno senso nell’attuale situazione che vede Israele prendere di mira tutti i palestinesi. Questo dove porterà Israele?

Finkelstein: Bisogna chiarire ciò che Israele intende per “palestinesi moderati”. La leadership di Hamas, negli anni recenti, ha dato segnali di essere disponibile a negoziare una “soluzione dei due stati” fondata sui confini del giugno 1967, e anche una soluzione al problema dei profughi. Ciò significa che Hamas ha dato segnali di voler fare ciò che la comunità internazionale chiede ad Israele di fare da 30 anni a questa parte.

Israele rifiuta la soluzione dei due stati perché vuole che continui il suo controllo sulla West Bank. Quindi per Israele un “palestinese moderato” è uno che rifiuta tutte le condizioni proposte dalla comunità internazionale, un palestinese che rifiuta le posizioni di Hamas. Per Israele un palestinese moderato è un palestinese disposto a fare tutto ciò che Israele desidera: un palestinese pronto ad eseguire ogni ordine israeliano.

PressTV: Gli osservatori dicono che un cessate il fuoco sarà il massimo che Israele potrà ottenere da questa situazione. Che effetto avrà la guerra su Israele?

Finkelstein: E’ difficile dire se Israele riuscirà ad ottenere un cessate il fuoco. Se anche Israele accettasse un cessate il fuoco, non credo che Hamas lo farebbe finché il blocco di Gaza continua. E’ stato a causa del persistere del blocco di Gaza che Hamas ha rifiutato il rinnovo della tregua con Israele. Se il blocco non viene eliminato, ciò per i palestinesi significherà una morte lenta. Se Israele accetta l’eliminazione del blocco e anche il cessate il fuoco, allora avrà di fatto ceduto alle condizioni che aveva rifiutato la scorsa settimana. Perciò non è probabile che Israele possa proporre un cessate il fuoco che Hamas accetti, e viceversa.

PressTV: Israele dice che la sua guerra è contro Hamas, ma ha bloccato il flusso di aiuti internazionali verso Gaza e impedisce ai giornalisti di riprendere ciò che avviene laggiù. C’è un proverbio persiano che dice: se non puoi aiutare, almeno non impedire agli altri di aiutare.

Finkelstein: Beh, deve essere chiaro che la guerra di Israele non è contro Hamas, ma contro la comunità internazionale, Iran incluso. Israele sta sfidando la comunità internazionale, compreso l’Iran, sulla questione dei due stati.

 

HSH/HAR

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