NEDA: UN FALSO PACCHIANO

I fatti
Il 20 giugno 2009, intorno alle ore 18.30 locali, nel corso delle manifestazioni a Teheran relative ai presunti brogli per la rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad, una ragazza di nome Neda Agha-Soltan sarebbe stata colpita da un proiettile e sarebbe morta dopo un tempo imprecisato, ma comunque assai breve, a causa della ferita riportata. Non è chiaro, dalle notizie fino ad oggi disponibili, in quale punto del corpo sarebbe stata colpita né da chi. Le immagini della sua presunta morte in diretta, catturate da due diversi telefoni cellulari, fanno in poche ore il giro del mondo e diventano il simbolo della rivolta contro il presidente Ahmadinejad e il regime teocratico iraniano. Secondo fonti non confermate, la ragazza sarebbe poi stata trasportata in auto all’ospedale Shariati di Teheran, dove ne sarebbe stata accertata la morte. Sarebbe poi stata seppellita al cimitero di Behest-e-Zahra, senza un funerale appropriato (per divieto delle autorità di Teheran) e in una fossa facente parte di quelle predisposte dalle stesse autorità per le persone uccise durante le proteste.
La tomba
Esistono, che io sappia, due sole fotografie della “tomba di Neda”. Una ritrae la fossa in cui “Neda” sarebbe stata deposta subito la sepoltura, su cui si piega una ragazza non identificata.
In alto nella foto si scorgono i piedi di altre due persone, forse un uomo e una donna, che indossano sandali. Secondo i miei standard occidentali (che non credo siano differentissimi da quelli iraniani, almeno in questo) né la ragazza (che indossa jeans e scarpe da ginnastica) né le altre due persone, di cui si vedono solo i sandali, presentano un abbigliamento idoneo al funerale di un familiare stretto, perlomeno in un ambiente borghese come quello a cui “Neda” è detta appartenere. La seconda foto (completamente diversa dalla prima) ritrae lo stesso luogo (?) dopo la sistemazione della lapide.
Io non capisco il farsi e non sono in grado di leggere l’alfabeto arabo, comunque le scritte sulla tomba mi sembrano uguali nelle due foto. Sottopongo però un quesito ai lettori: nella seconda foto, quella con la lapide, la scritta bianca su sfondo nero appare irrealistica: i contorni sono troppo netti e squadrati, come se fosse stata copiaincollata con un programma tipo Photoshop. E’ solo un’ipotesi di lavoro, che al momento non ho alcun elemento per dimostrare, però la foto è curiosa.
Le fonti
Inizialmente tutte le notizie relative alla presunta morte di “Neda” (compreso il video della “morte”, le poche e contraddittorie notizie biografiche sulla ragazza e le scarse immagini della sua “tomba”) vengono diffuse attraverso Social Network come Twitter e Facebook. Successivamente TV e giornali riprendono dai social network la notizia, rendendola disponibile al pubblico tradizionale. Ben poco verrà aggiunto dai media tradizionali a quanto già diffuso su internet (delle poche aggiunte si parla diffusamente più avanti). In sostanza, tutto ciò che sappiamo di Neda, della sua vita, della sua famiglia e della sua morte ha come fonte originaria i social network. Si tratta di una fonte particolarmente inaffidabile, da prendere con estrema cautela, poiché in occasione dei disordini a Teheran essa è stata utilizzata come strumento di disinformazione da parte dei servizi segreti americani e israeliani. La faccenda è ben spiegata in questo articolo di Thierry Meyssan, il quale scrive tra l’altro:
“E’ stata distribuita [ai sostenitori di Mousawi, NdR] una Guida pratica della rivoluzione in Iran, che comprende vari consigli pratici tra i quali:
- Impostare gli account Twitter sul fuso orario di Teheran.
- Centralizzare i messaggi sugli account Twitter@stopAhmadi, iranelection e gr88.
-Non attaccare i siti internet ufficiali dello Stato iraniano. «Lasciate fare all’esercito» USA per questo (sic).
Una volta attuati, questi consigli impediscono qualsiasi autentificazione dei messaggi Twitter. Non si può più sapere se li inviano testimoni delle manifestazioni a Teheran o agenti della CIA da Langley, e non si può distinguere il vero dal falso. L’obiettivo è quello di creare ancora più confusione e spingere gli iraniani a combattersi tra loro”.
L’ambientazione del video
All’inizio avevo scritto che il video mi sembrava decontestualizzato, nel senso che c’è ben poco che permetta di comprenderne l’ambientazione. Nelle immagini iniziali del primo e del secondo video si vede una strada cittadina, probabilmente autentica.


Faccio tre osservazioni (da verificare):
1) Tanto i “curiosi” quanto i passanti si muovono con relativa tranquillità, il che sarebbe poco salutare se davvero ci fosse nelle vicinanze un cecchino o un sicario Basij che ha appena colpito una persona;
2) Nei due video non c’è traccia dei tumulti nel corso dei quali “Neda” sarebbe stata colpita;
3) Le targhe delle automobili: la maggior parte delle auto iraniane (non tutte) presenta una targa bicolore, arancione e bianca, come quella nella foto qui sotto. Nessuna delle auto che si vedono in strada nel video ha targhe con questa caratteristica.

La donna che visse due volte
Inizialmente la foto di “Neda” diffusa su internet è quella che si può vedere qui sotto.

Ancora oggi, le manifestazioni in memoria della defunta e i cartelli con foto-simbolo riportano spesso la foto di questa ragazza (vedi sotto). Ma questa ragazza non ha nulla a che fare con la “Neda” del video. La faccenda viene spiegata da Kathy Riordan in questo articolo, che traduco:

Non quella Neda: come una foto sbagliata è diventata un’icona
Quando il video sanguinoso di una giovane ragazza che muore nelle strade di Teheran venne pubblicato per la prima volta su internet sabato scorso, non c’era nessun nome ad esso collegato. Tutto ciò che ci era dato conoscere era il viso di una ragazza che esala l’ultimo respiro dopo che il proiettile di un cecchino le è esploso nel cuore, mentre altri cercano di salvarla.
In seguito abbiamo appreso che il suo nome era “Neda”.
Ahmed R., l’immigrato iraniano che vive in Olanda e che è stato il primo a mettere online il video e a riportare su di esso l’attenzione dei media, ha detto a coloro che glielo domandavano che il nome della ragazza era secondo lui “Neda Soltani”. In breve la gente ha iniziato a postare quel nome online; c’è voluto ben poco perché qualcuno scoprisse che il nome “Neda Soltani” era collegato ad una foto e iniziasse a usare quella foto come tributo alla ragazza morta.
Si trattava della foto di una giovane donna con un velo colorato, probabilmente la foto di un passaporto, e la somiglianza era abbastanza stretta perché la gente iniziasse a credere che si trattasse della ragazza morta prematuramente sulle strade di Teheran. Quel viso venne messo sui poster, utilizzato nei manifesti commemorativi e incorporato nei tributi via internet.
Il problema è che non si trattava della stessa Neda!
La dottoressa Amy Beam, che è stata una delle prime a vedere le terribili immagini del video nello scorso weekend, è rimasta così incuriosita dall’identità della ragazza che ha deciso di fare ricerche per conto proprio. Ha trovato in linea una “Neda Soltani” e le ha mandato un messaggio. Questa Neda ha risposto ad Amy dicendo di non essere la donna del video, ma quando lo ha fatto la foto della ragazza è comparsa sulla pagina di Facebook appartenente a Amy. Altre persone l’hanno vista attaccata a quel nome e senza rendersi conto che si trattava della foto sbagliata, hanno iniziato a postarla in lungo e in largo su internet.
A causa di tutta questa confusione, la “Neda Soltani” della foto non può più usare la sua pagina Facebook o mostrare la sua foto e ha combattuto una dura battaglia cercando di ottenere che la gente e i media smettessero di utilizzarla. [...]

Dunque esistono due diverse identità di Neda, il che la dice lunga su come nascano le leggende, su come la gente riesca a farsi facilmente infinocchiare e su come i servizi di disinformazione sappiano sfruttare a puntino l’emotività del popolino per ottenere i loro scopi. Successivamente vennero postate altre foto di quella che dovrebbe essere, a tutt’oggi, la “Neda” ufficiale. Anche in questo caso i problemi sono però numerosi.
La donna che non esisteva
Se sulle fattezze fisiche di “Neda” esiste già una discreta confusione, ancor maggiore è il caos relativo alla sua biografia. In questa immagine si vede la “Neda” ufficiale con una croce al collo, il che per un’iraniana è perlomeno curioso.

Alcuni lettori mi hanno fatto notare che esistono a Teheran quartieri in cui vivono minoranze armene che praticano la religione cristiana. D’accordo, ma bisognerebbe spiegarlo a Wikipedia, la quale nel redigere la scheda di Neda ha messo “musulmana” alla voce “religione”.

Inoltre, a ormai 10 giorni dalla presunta morte, le notizie su questa Neda sono assai contraddittorie e confuse. Quando a piazza Alimonda venne ucciso Carlo Giuliani, dopo poche ore possedevamo una quantità di foto e video che lo ritraevano prima e dopo lo sparo di Placanica. Dopo un paio di giorni sapevamo tutto del suo passato, dei suoi familiari, della sua abitazione, dei suoi gusti musicali, artistici, politici, avevamo perfino le foto del suo cadavere sul tavolo dell’obitorio. Di questa Neda non sappiamo ancora nulla di nulla. La sua religione è incerta. Nessuno ha mai fotografato la sua abitazione. Non ci sono testimonianze o nomi di suoi familiari stretti, genitori, sorelle, fratelli o altri congiunti, a parte quella molto sospetta di Caspian Makan, suo presunto fidanzato, che offre la sua testimonianza in solo audio, senza farsi riprendere in video. I suoi familiari sono evaporati in quanto, stando ai giornali occidentali, il malvagio Ahmadinejad li ha fatti arrestare tutti. Non ci sono foto dei suoi funerali perché, sempre stando alla stampa dell’ovest, il malvagio Ahmadinejad ha proibito le riprese. Non si può visitare la sua tomba al cimitero di Behest-e-Zahra perché il malefico Ahmadinejad l’ha fatta seppellire in una zona esterna, riservata ai morti durante i tumulti (???). Non ci sono amici o compagni di università che la conoscessero e che possano raccontare qualcosa di lei (probabilmente anche loro sono già stati eliminati dal maligno Ahmadinejad con un colpo alla nuca). In pratica, con comodi pretesti, la stampa occidentale ha eliminato ogni punto di riferimento che possa permettere di accertare l’effettivo passaggio di Neda su questa terra.

Oltre alla testimonianza di Caspian Makan esistono in verità altre due “testimonianze” di parenti e conoscenti della ragazza: la prima è quella di una fantomatica “sorella di Neda”, che però è troppo ridicola per essere presa in considerazione. A parte l’enfasi retorica, la lettera è piena di contraddizioni: parla dell’ansia di Neda e sua sorella per la manifestazione del giorno successivo. Nella versione “ufficiale” (basata esclusivamente sulla testimonianza di Makan) Neda sarebbe stata invece indifferente alla politica e sarebbe stata colpita solo perché era scesa dalla macchina a prendere una boccata d’aria – insieme ad Hamid Panahi, suo maestro di musica – dopo che l’auto era rimasta bloccata a causa dei disordini.
Nella lettera, la sedicente “sorella di Neda” dice che la ragazza è “morta nelle braccia di suo padre”, mentre nella versione ufficiale di Makan l’uomo con la maglietta a strisce bianche e azzurre che si vede nel video non sarebbe il padre, ma appunto Hamid Panahi, maestro di musica di Neda. La lettera della “sorella di Neda” è ormai considerata neppure come un falso, ma come una semplice cattiva traduzione. Si tratterebbe di una delle tante lettere di utenti internet che chiama Neda “sorella” in senso religioso-hippie (siamo tutti sorelle e fratelli e nostro padre è il Grande Spirito) ripresa da un giornale scandalistico in cerca di scoop e bevuta tutta d’un fiato dai lettori privi di senso critico.
L’altra testimonianza è quella di Hamid Panahi, il “maestro di musica” di Neda che si vede nel video, pubblicata sul Los Angeles Times ad opera di tale Borzou Daraghai. Nell’articolo si legge fra l’altro: “Like many in her neighborhood, Agha-Soltan was loyal to the country's Islamic roots and traditional values, friends say”, il che dovrebbe spazzar via l’idea che Neda fosse cristiana (resta l’incognita della croce al collo). Inoltre anche la versione di Panahi contrasta con l’immagine fornita da Malkan di una Neda “indifferente alla politica”. Nell’articolo si legge: “"She couldn't stand the injustice of it all," Panahi said. "All she wanted was the proper vote of the people to be counted” (“Lei non sopportava tutta questa ingiustizia”, ha detto Panahi, “tutto ciò che voleva è che il voto del popolo venisse contato”). Aggiunge: “"She wanted to show with her presence that 'I'm here. I also voted. And my vote wasn't counted.' It was a very peaceful act of protest, without any violence.". Dunque Neda era lì per protestare? O era lì perché si era bloccata la macchina nel traffico, come dice Makan, e lei era uscita solo per prendere una boccata d'aria (semnpre che la traduzione dal farsi fornita dalla BBC sia esatta)?
Occorrerebbe qualche altra testimonianza di Panahi per far luce su tutte queste contraddizioni, ma non credo che l’avremo mai. Lo stesso Panahi, infatti, pronostica nell’intervista la sua imminente eliminazione ad opera del crudele Ahmadinejad, affermando: “They know me," he said. "They know where I am. They can come and get me whenever they want. My time has gone. We have to think about the young people." E così se ne va anche l’ultimo testimone. Detto fra noi, ho l’impressione che tale sparizione farà molto più comodo alla CIA e ai servizi segreti USraeliani che non al governo degli ayatollah, i quali, dopo che il video è stato visto da tutto il mondo, non si capisce quale interesse abbiano a far sparire i testimoni.
Il balletto delle conferme
Le autorità dell’Iran hanno confermato o no la morte di Neda? Non certo
“
Il video della “morte di Neda”: un falso pacchiano
Il video della “morte di Neda” sono in realtà due video, girati con ogni probabilità da due diversi videofonini. Il primo ha la durata di circa 37 secondi (dipende dalle versioni e dall’encoding). Mostra la ragazza dapprima seduta, con una pozza di sangue ai suoi piedi. Alla sua destra c’è il “maestro di musica”, Hamid Panahi, mentre alla sua sinistra c’è Arash Hejazi (di cui si parla diffusamente in altro articolo).

I due uomini aiutano la ragazza a stendersi a terra, tenendole le mani premute sul petto, dove la donna sarebbe stata colpita dalla pallottola. La donna inizia a “sanguinare” copiosamente dapprima dalla bocca, poi anche dal naso. Verso la fine del video, un terzo individuo non identificato si avvicina alla ragazza (dopo un’esitazione di alcuni secondi) per praticarle quella che sembra una respirazione bocca a bocca.
Il secondo video dura circa 18 secondi e mostra la stessa scena da una diversa angolazione. La ripresa inizia da una certa distanza: si vede sullo sfondo la ragazza stesa a terra, i curiosi intorno e Panahi e Hejazi che cercano di rianimarla. La ripresa continua con una “carrellata” sul gruppo di persone e si conclude con un primo piano del viso sanguinante della ragazza.
All’inizio avevo commesso l’errore di considerare i due video come cronologicamente successivi. Non lo sono affatto. Si tratta esattamente della stessa scena, ripresa da due angolazioni diverse. In particolare il secondo video arriva fino a circa il secondo 20 del primo (nella versione che ho io) cioè fino al momento in cui si vedono le prime strisce di sangue comparire sul viso della ragazza. Per rendersene conto basta osservare un particolare: verso la fine del secondo video si vede un “fiotto di sangue” uscire dal naso della ragazza e scorrere lungo lo zigomo sinistro. Questo rivolo di sangue è già presente sul viso della ragazza nel primo video, circa al secondo 23, quando la camera inquadra il lato sinistro della faccia. Ciò vuol dire che il finale del secondo video è cronologicamente anteriore al secondo 23 del primo. Le tracce di “sangue” sul viso della ragazza diventano così perfettamente corrispondenti nei due video (dopo la fuoriuscita del sangue dal naso nel secondo video). (vedi questa immagine per il confronto)
Alcuni utenti si sono presi la briga di “sincronizzare” l’audio e il video dei due filmati, giungendo alla conclusione che in momenti che dovrebbero essere simultanei i due video mostrano immagini differenti. Si tratta di un tentativo encomiabile, ma a mio avviso perfettamente inutile. Infatti il tempo dei filmati non corrisponde al tempo reale: la durata di un video diventa più breve o più lunga a seconda del sistema con cui è stato ripreso e poi codificato. Tutti sappiamo che uno stesso film, se codificato col sistema NTSC dura 120 minuti, ma se trasposto in PAL ne dura 115 (si perde circa un secondo ogni 25). Non sappiamo con quale sistema funzionassero i videofonini che hanno eseguito le riprese, né come i filmati siano stati poi codificati per essere messi sul web. Dunque ogni tentativo di confronto sincronizzato audio-video lascia il tempo che trova.
Si consideri intanto questo: negli scontri avvenuti a Teheran ci sono stati diversi morti e feriti, alcuni dei quali ripresi dai videofonini e riconosciuti dalle stesse autorità iraniane. Eppure noi siamo qui a parlare di Neda. Perché? Perché è una donna, debole e indifesa, ideale per trasformarsi in simbolo di una ribellione gestita dall’esterno. Ai guru delle operazioni psicologiche (psyops) non interessano i morti veri, i feriti con la faccia tumefatta, gli studenti islamici massacrati a manganellate (tutti, sia chiaro, imputabili alla responsabilità di Mousawi, dei suoi tirafili e dei suoi sostenitori, che hanno messo a ferro e fuoco una città pur di non riconoscere la legittima vittoria di un avversario politico). Alle psyop interessano solo i simboli, le immagini che si imprimono nell’immaginario collettivo per diventare emblema della “crudeltà” di un regime e suscitare supporto nell’opinione pubblica all’eventuale successivo intervento armato per il ripristino della “democrazia”. E poiché i massacrati in piazza a Teheran somigliavano troppo ai massacrati di Genova, di Napoli, di Stoccolma o di mille altre città dell’occidente “democratico”, ecco che era necessario creare qualcosa che rendesse palpabile la differenza. La morte di una persona del tutto innocente, politicamente disimpegnata, simile a noi (mica poteva essere uno studente islamico barbuto, sennò l’immedesimazione dove va a finire?) e che fosse pure una bella gnocca (“Si può vendere qualsiasi cosa usando un cane, un bambino o una bella ragazza”, diceva William Randolph Hearst che di promozione mediatica se ne intendeva; il prodotto da vendere, in questo caso, è la cattiveria del regime iraniano e la possibile futura guerra contro l’Iran in difesa del suo povero popolo oppresso e sofferente).
1) Meno tosse per tutti
Una delle cose più immediatamente sospette del video è il fatto che una ragazza con bocca e naso pieni di sangue non accenni neppure ad un colpo di tosse istintivo e che il sangue scorra da bocca e naso in maniera perfettamente fluida. Provateci voi a non tossire con le vie respiratorie piene di liquido! Alcuni potrebbero sostenere che la ragazza non tossisce perché è già morta, il che sarebbe palesemente falso perché nel video la si vede muovere testa, braccia, gambe, occhi. Già questo sarebbe sufficiente a prendere il video con il beneficio del dubbio, ma un dubbio radicale, di ampiezza cartesiana.
2) Primo sangue
Si noti innanzitutto che nel primo video la ragazza non inizia a sanguinare finché le mani dei due “angeli custodi” non le si avvicinano al viso. Quando il primo rivolo di “sangue” fuoriesce dalla bocca, ciò avviene in una frazione di secondo (circa 0,1 secondi). In questa immagine vedete due frame che nel primo video sono adiacenti. Nel primo non c’è traccia di sangue, nel secondo il rivolo scorre già lungo tutta la guancia. Da dove viene quel “sangue” che scorre con tanta rapidità? Dalla famosa “provetta”, che nell’immagine ho indicato con una freccia gialla.
3) La “provetta”
L’elemento che dimostra in maniera più evidente l’inautenticità del video è quello della famosa “provetta” di cui ho già parlato negli scorsi articoli. Il sangue di Neda viene da un contenitore che le viene versato sul viso durante la recita. A reggere il contenitore, all’inizio, è la ragazza stessa, ma è quasi certamente Arash Hejazi che poi lo riceve e lo versa sul viso della ragazza in due fasi durante la concitazione. Non è un caso che la maggior parte del “sangue”, nel primo piano finale, si trovi sulla parte sinistra del viso della ragazza, quello dove si trova Hejazi. Ciò è leggermente contrario alla legge di gravità: il sangue dovrebbe scorrere verso il basso (guance e zigomi) non verso l’alto (occhio e tempie). Ciò avviene perché il contenitore le è stato rovesciato sul viso in una prima fase con una certa cura (per ottenere i due rivoli sul lato destro del viso) ma in un secondo momento senza tanti complimenti (il pasticcio sul lato sinistro). Alcuni lettori mi hanno scritto che questa famosa “provetta” non riescono a vederla. Qui l’unico interrogativo è capire se ci fanno o ci sono. La provetta è già visibilissima facendo scorrere semplicemente il video al rallentatore. In questa immagine l’ho ingrandita ed evidenziata in rosso, ad usum caecorum. Se non bastasse, si può osservare questo gif ottenuto dai ragazzi del 911 Truth mettendo insieme alcuni frame del primo video, che dovrebbe togliere ogni dubbio anche ai ciechi dalla nascita. Devo ammettere che nel parlare della provetta ho commesso due errori. Il primo è stato quello di chiamarla “provetta”, mentre si tratta in realtà di un contenitore di medie dimensioni, un po’ più lungo del palmo di una mano. Il secondo è stato quello di credere – ingannato dalla scarsa risoluzione del mio video – che fosse la ragazza stessa a versarselo sulla faccia. In realtà, come si vede nel gif, il contenitore è impugnato da una mano destra, quasi certamente quella di Hejazi (la mano destra di Panahi si trova sul torace della ragazza).
4) Occhio che arriva!
Nel gif del 911 Truth si possono notare altre cose interessanti. Prima di tutto il movimento istintivo che la ragazza fa col capo, verso la sua destra, nel momento stesso in cui Hejazi le rovescia il flacone sul lato sinistro del viso. Una delle cose che ha fatto più impressione ai poveri di spirito è vedere Neda che “rovescia gli occhi all’indietro” come se stesse per morire. In realtà si tratta anche in questo caso di una reazione istintiva che la ragazza compie un attimo prima che le venga rovesciato in faccia il contenuto della “fialetta”. Un po’ come facciamo noi quando, dal barbiere, con la testa reclinata sul lavabo, attendiamo che ci arrivi sulla testa la doccia tiepida. Lo si può notare tanto nel gif quanto in questo snapshot.
5) No, nel naso no!
Un’altra delle cose che hanno dato da pensare a me e a diversi lettori è il fatto che nel primo piano finale del secondo filmato la ragazza apparisse con le narici piene di sangue. Come era possibile far arrivare il “sangue” con tanta precisione all’interno del naso rovesciando il contenuto di un semplice contenitore, e nemmeno con modi tanto urbani? Semplice: infilandolo nelle narici con le dita! Se si fa scorrere al rallentatore il gif si vede molto chiaramente la mano di un’altra persona (che non è né Panahi, né Hejazi: forse il terzo “soccorritore”, quello della “respirazione”?) che si avvicina al naso di Neda per “sistemare” il “sangue” nelle narici. Ho estratto dal gif questi frame in cui la mano (quella cerchiata in rosso) è ben visibile:
Un'altra cosa: non posso metterci la mano sul fuoco, visto che la risoluzione del video è troppo scarsa per poterlo fare (c'è gente che già non vede il flacone di liquido, figuriamoci...) ma giurerei che la mano stringe qualcosa di simile a un cotton fioc per sistemare più agevolmente il liquido nelle narici.
6) Stai girando o no?
Tutta la riporesa del primo video sembra avere come fulcro dell’attenzione non la ragazza gemente e morente, ma l’operatore col telefonino. Avevo già postato queste immagini, in cui tanto Hejazi quanto la stessa moribonda guardano l’operatore per capire se la ripresa è già iniziata. Tipico errore degli attori in erba quello di fissare la camera al momento del ciak. Ma c’è un’altra cosa: in questa immagine si vede comparire un altro signore con un videofonino tra le mani. Si tratta quasi certamente di colui che ha ripreso il secondo video, quello col primo piano di Neda martire che ha fatto il giro dei cartelloni pro-Mousawi. Il tipo si trova proprio sulla verticale del volto di Neda e sta riprendendo le celebri immagini (che poi, per qualche motivo, verranno tagliate poco prima che il tipo della “respirazione bocca a bocca” si avvicini). Per capirlo si possono confrontare le due immagini (la seconda è tratta dal secondo video, ripreso proprio da sopra la spalla sinistra di Panahi). Fin qui la cosa sarebbe triste, ma non strana. Il mondo è pieno di cretini che riprendono col telefonino tutto ciò che trovano, moribondi compresi. La cosa strana però è un’altra: se guardate il video vi accorgerete che il terzo “soccorritore” si mette in posizione per “entrare in scena” (con le braccia aperte e le mani pronte ad afferrare il viso di Neda per la “respirazione bocca a bocca”), ma attende qualche secondo prima di regalarci la sua performance. Perché? Ovviamente per consentire al signore col telefonino di riprendere il celebre primo piano. Si sa, i feriti vanno soccorsi, ma non così in fretta da rovinare uno spettacolo in mondovisione. There’s no business like show business, come cantava Ethel Merman...
7) E.R.: medici alle prime armi
Inutile dire che nella crassa ignoranza delle procedure mediche d’emergenza in cui mi crogiolo non ho mai visto fare una respirazione bocca a bocca a un paziente con le vie respiratorie piene di sangue. Ma sono certo che qualcuno scriverà dicendo che si tratta di una procedura standard, consigliata da ogni manuale di pronto soccorso.
Per ora mi fermo qui perché non ce la faccio più a scrivere. Domani se riesco posto un pezzo su Coelho e Hejazi. Giuro che ci sono delle sorprese.
LE RIVOLUZIONI COLOR MERDA

tratto dal sito RipensareMarx
(commento e traduzione di G.P.)
Vi propongo questo articolo dell’analista politico Thierry Meyssan che ho tradotto dal francese. Si tratta della lunga parabola delle rivoluzioni colorate, a partire da quella cinese del 1989, finita nel bagno di sangue di Tien An Men, fino al tentativo, fallito anch’esso, di capovolgere il presidente Ahmadinejad, rieletto a furor di popolo, con quasi 11 milioni di voti di scarto rispetto al suo avversario, nelle ultime elezioni iraniane. Un pezzo di rara saggezza e di meticolosa ricostruzione storica che ha la forza di uno pugno intellettuale sferrato nei denti di chi, soprattutto a sinistra, si è stracciato le vesti e si è commosso di fronte alla reazione violenta (ma poteva esserlo di più) dei poteri costituiti iraniani, rei di non essersi inginocchiati al cospetto dei principi della santissima democrazia (occidentale) e a quelli, ancor più pretestuosi, dei diritti umani. Tra i neoservi s’iscrive, con un brano farneticante e illogico (almeno rispetto alla sua precedente produzione teorica) - che non ci risparmia nemmeno l’uso di un linguaggio conformista e spocchioso, per quanto appena più sottile - anche Slavoj Zizek, del quale ho spesso, incautamente, perorato le teorie dalle pagine virtuali di questo blog. Il filosofo sloveno, che passa per essere un intenditore del pensiero di Marx e di Lenin, finisce nella rete mediatica ordita dal circuito manipolatore filo-statunitense come il più sguarnito (di armi critiche) uomo della strada, di colui che affolla quell’“astrazione indeterminata” comunemente definita pubblica opinione. Meyssan dà, sotto questo aspetto, una vera e propria lezione di marxismo a Zizek, sostenendo il punto secondo il quale non si è mai vista una rivoluzione che anziché puntare alla trasformazione delle strutture sociali (ergo ai rapporti sociali intorno ai quali queste si condensano) mira a rovesciare fisicamente un gruppo di dominanti per sostituirli con altri, ma più proni al potere imperiale statunitense (altro che resurrezione del sogno popolare o utopia della rivoluzione! Sei tu che sei triste e sconfortante caro Zizek). E Lenin, da par suo, era ancor meno suscettibile ai rivoluzionarismi spirituali che animano Zizek, tanto da aver ritenuto oggettivamente rivoluzionaria la lotta dell’emiro afghano (nonostante costui si basasse su principi pienamente monarchici). Stalin riprende le affermazioni di Lenin nel suo “I principi del leninismo”: “Nelle condizioni dell'oppressione imperialistica, il carattere rivoluzionario del movimento nazionale non implica affatto obbligatoriamente l'esistenza di elementi proletari nel movimento, l'esistenza di un programma rivoluzionario o repubblicano del movimento, l'esistenza di una base democratica del movimento. La lotta dell'emiro afghano per l'indipendenza dell'Afghanistan è oggettivamente una lotta rivoluzionaria, malgrado il carattere monarchico delle concezioni dell'emiro e dei suoi seguaci, poiché essa indebolisce, disgrega, scalza l'imperialismo, mentre la lotta di certi «ultra» democratici e «socialisti» «rivoluzionari» e repubblicani dello stampo, ad esempio, di Kerenski e Tsereteli, Renaudel e Scheidemann, Cernov e Dan, Henderson e Clynes durante la guerra imperialista, era una lotta reazionaria, perché aveva come risultato di abbellire artificialmente, di consolidare, di far trionfare l'imperialismo”. Non vede dunque Zizek, in questa congiuntura storica, dove stanno i resistenti all’ordine imperiale e i veri reazionari? Ed invece, contraddicendo sempre Lenin, l’orda degli intellettuali infatuati solo dalla loro stessa fama di “radicalissimi”, si mettono completamente a rimorchio delle parole d’ordine e delle campagne di manipolazione dei peggiori dominanti, quelli egemoni: “Tutta la storia della democrazia borghese mette a nudo questa illusione: per ingannare il popolo, i democratici borghesi hanno sempre lanciato e sempre lanciano ogni sorta di "parole d'ordine". Si tratta di controllare la loro sincerità, di mettere a confronto le parole con i fatti, di non appagarsi della frase idealistica o ciarlatanesca, ma di cercar di scoprire la realtà di classe”. I fatti sono quelli che ci descrive Meyssan, e non la fandonie propinateci da Zizek. Avete materiale per giudicare da soli.
Ps. Mi scuso per la traduzione approssimativa, ma non ho tempo per riguardarla con attenzione.
LA “RIVOLUZIONE COLORATA” FALLITA IN IRAN
di Thierry Meyssan*
“La rivoluzione verde„ di Teheran è l'ultimo avatar “delle rivoluzioni colorate, che hanno permesso agli Stati Uniti di imporre governi al loro soldo in molti paesi senza dover ricorrere alla forza. Thierry Meyssan che ha consigliato due governi di fronte a queste crisi, analizza tale metodo e le ragioni del suo fallimento in Iran. “Le rivoluzioni colorate„ stanno alle rivoluzioni come il Canada Dry sta alla birra. Vi somigliano, ma ne non hanno il sapore. Sono cambiamenti di regime aventi l'aspetto di una rivoluzione, poiché mobilitano vasti segmenti popolari, ma dipendendo dal colpo di Stato non mirano a cambiare le strutture sociali, ma sostituire un'elite a un'altra per condurre una politica economica e estera pro-USA. “La rivoluzione verde„ di Teheran è l'ultimo esempio.
L’origine del concetto
Questo concetto è apparso negli anni 90, ma trova le sue origini nei dibattiti USA degli anni 70-80. Dopo le rivelazioni a catena circa i colpi di Stato fomentati dalla CIA nel mondo, e la grande vetrina delle commissioni parlamentari Church e Rockefeller (1), l'ammiraglio Stansfield Turner fu incaricato dal presidente Carter di ripulire l'agenzia e cessare ogni sostegno “alle dittature casalinghe”. Furiosi, i social democratici statunitensi (SD/USA) lasciarono il partito democratico e raggiunsero Ronald Reagan. Si trattava di brillanti intellettuali trotzkisti (2), spesso legati alla rivista Commentary. Quando Reagan fu eletto, affidò loro il compito di proseguire l'ingerenza US, ma con altri mezzi. Così crearono nel 1982 il National Endowment for Democracy (NED) (3) e, nel 1984, l’United States Institute for Peace (USIP). Le due strutture sono organicamente legate: amministratori del NED seggono nel consiglio d'amministrazione del USIP e viceversa.
Giuridicamente,
piccola associazione di promozione della non-violenza era inizialmente incaricata di prefigurare una forma di difesa civile per le popolazioni dell'Europa dell'Ovest in caso d'invasione da parte dei paesi del Patto di Varsavia. Essa ha rapidamente preso la sua autonomia ed ha modellizzato condizioni nelle quali un potere statale, di qualunque natura esso sia, può perdere la sua autorità e crollare.
Primi tentativi
Il primo tentativo “di rivoluzione colorata” è fallito nel 1989. Si trattava di capovolgere Deng Xiaoping appoggiandosi su uno dei suoi parenti collaboratori, il segretario generale del Partito comunista cinese Zhao Ziyang, in modo da aprire il mercato cinese agli investitori statunitensi e fare entrare
La prima “rivoluzione colorata” riesce nel 1990. Mentre l'Unione Sovietica era in corso di smembramento, il segretario di Stato James Baker si recò in Bulgaria per partecipare alla campagna elettorale del partito pro-USA, abbondantemente finanziato dalla NED (6). Tuttavia, nonostante le pressioni del Regno Unito, i bulgari, spaventati dalle conseguenze sociali del passaggio dall'URSS all'economia di mercato, commisero l'imperdonabile errore di eleggere al Parlamento una maggioranza di post-comunisti. Mentre gli osservatori della Comunità europea certificarono la regolarità dello scrutinio, l'opposizione pro-USA urlò alla frode elettorale e scese in strada. Installò un accampamento al centro di Sofia ed immerse per sei mesi il paese nel caos, fino a che il Parlamento elesse a presidente il filo-USA Zhelyu Zhelev. “La democrazia”: vendere il proprio paese agli interessi stranieri all'insaputa della propria popolazione.
Da allora, Washington non ha cessato di organizzare cambiamenti di regime, un po' ovunque nel mondo, mediante l'agitazione di piazza piuttosto che con giunte militari. Occorre qui circoscrivere i giochi. Al di là del discorso lenitivo “sulla promozione della democrazia”, l'azione di Washington mira all'imposizione di regimi che gli aprono senza condizioni i mercati interni e si allineano alla sua politica estera. Ma, se questi obiettivi sono conosciuti dai dirigenti “delle rivoluzioni colorate”, non sono mai discussi ed accettati dai dimostranti che mobilitano. E, qualora questo colpo di Stato riesca, i cittadini non ritardano a rivoltarsi contro le nuove politiche che si impongono loro, anche se è troppo tardi per ritornare indietro. D'altra parte, come si può considerare “democratiche” quelle opposizioni che, per prendere il potere, vendono il loro paese ad interessi stranieri all'insaputa della loro popolazione?
Nel
Un male per un bene?
Si obietta a volte, nel caso di Stati sottoposti a regimi repressivi, che se queste “rivoluzioni colorate” portano soltanto una democrazia di facciata, procurano tuttavia benessere alle popolazioni. Ma, l'esperienza mostra che nulla è meno sicuro. I nuovi regimi possono risultare più repressivi dei vecchi. Nel 2003, Washington, Londra e Parigi (7) organizzano “la rivoluzione delle rose” in Georgia (8). Secondo uno schema classico, l'opposizione denuncia frodi elettorali in occasione delle elezioni legislative e scende in strada. I dimostranti forzano il presidente Edouard Shevardnadze a fuggire e prendono il potere. Il suo successore Mikhail Saakachvili apre il paese agli interessi economici USA e rompe con il vicino russo. L'aiuto economico promesso da Washington per sostituirsi all'aiuto russo non arriva. L'economia, già compromessa, crolla. Per continuare a soddisfare i suoi accomandanti, Saakachvili deve imporre una dittatura (9). Chiude i mass media e riempie le prigioni, cosa che non impedisce assolutamente alla stampa occidentale di continuare a presentarlo come “democratico”. Condannato alla fuga in avanti, Saakachvili decide di rifarsi una popolarità lanciandosi in un'avventura militare. Con l'aiuto dell'amministrazione Bush e di Israele al quale ha affittato basi aeree, bombarda la popolazione dell'Ossezia meridionale, facendo 1600 morti, di cui la maggior parte ha la doppia nazionalità russa. Mosca risponde. I consulenti statunitensi e Israeliani fuggono (10).
Quanto basta!
Il meccanismo principale “delle rivoluzioni colorate„ consiste nel mettere a fuoco l'insoddisfazione popolare sull'obiettivo che si vuole abbattere. Si tratta di un fenomeno di psicologia di massa che spazza tutto al suo passaggio ed al quale nessun ostacolo ragionevole può essere opposto. Il capro-espiatorio è accusato di tutti i mali che affliggono il paese almeno da una generazione. Più resiste, più la rabbia della folla cresce. Sia che ceda o schivi, la popolazione ritrova i suoi fantasmi, le spaccature tra i suoi partigiani ed i suoi oppositori riappaiono. Nel 2005, nelle ore che seguono l'assassinio del primo ministro Rafik Hariri, in Libano si diffonde la voce che è stato ucciso “dai Siriani”. L'esercito siriano - che in virtù dell'Accordo di Taëf mantiene l'ordine dalla fine della guerra civile – viene contestato. Il presidente siriano, Bachar el-Assad, è personalmente messo in discussione dalle autorità statunitensi, cosa che è già una prova per l'opinione pubblica. A quelli che fanno osservare che - nonostante momenti tempestosi - Rafik Hariri è sempre stato utile alla Siria e che la sua morte priva Damasco di un collaboratore essenziale, si risponde che “il regime siriano” è così cattivo in sé che deve uccidere anche i suoi amici. I libanesi auspicano uno sbarco delle GI's per cacciare i Siriani. Ma, con generale sorpresa, Bachar el-Assad, ritenendo che il suo esercito non è più il benvenuto in Libano mentre il suo spiegamento costa caro, ritira i suoi uomini. Vengono organizzate elezioni legislative che vedono il trionfo della coalizione “anti-siriana”. È “la rivoluzione dei cedri”. Quando la situazione si stabilizza, ciascuno si rende conto che, se i generali siriani hanno in passato saccheggiato il paese, la partenza dell'esercito siriano non cambia nulla economicamente. Soprattutto, il paese è in pericolo, non ha più i mezzi per difendersi di fronte all'espansionismo del vicino israeliano. Il principale capo “antisiriano”, il generale Michel Aoun, si ravvede e passa all'opposizione. Furiosa, Washington moltiplica i progetti per assassinarlo. Michel Aoun si allea allo Hezbollah attorno ad una piattaforma patriottica. Era tempo: Israele attacca. In tutti i casi, Washington prepara in anticipo il governo “democratico”, cosa che conferma bene che si tratta di un colpo di Stato mascherato. La composizione del nuovo gruppo è tenuta segreta il più a lungo possibile. È per questo che la designazione del capro-espiatorio è realizzata senza mai evocare un'alternativa politica.
In Serbia, i giovani “rivoluzionari„ filo-USA hanno scelto un logo che appartiene all’immaginario comunista (il pugno teso) per mascherare la loro subordinazione agli Stati Uniti. Hanno preso come slogan “egli è finito!”, federando così gli insoddisfatti contro la personalità di Slobodan Milosevic che hanno ritenuto responsabile dei bombardamenti del paese, tuttavia effettuati dalla NATO. Questo modello è stato duplicato, ad esempio il gruppo Pora! in Ucraina, o Zubr in Bielorussia.
Una non-violenza di facciata
I comunicatori del Dipartimento di Stato vegliano sull'immagine non violenta “delle rivoluzioni colorate”. Davanti a tutte, le teorie di Gene Sharp, fondatore di Albert Einstein Institution. Ma la non-violenza è un metodo di combattimento destinato a convincere il potere a cambiare politica. Affinché una minoranza si impadronisca del potere e lo eserciti, gli occorre sempre, prima o poi, l’uso della violenza. E tutte “le rivoluzioni colorate„ lo hanno fatto.
Nel 2000, nonostante il mandato del presidente Slobodan Milosevic durasse ancora per un anno, egli convocò elezioni anticipate. Lui stesso e il suo principale oppositore, Vojislav Koštunica, si trovarono al ballottaggio. Senza attendere il secondo giro di consultazioni, l'opposizione gridò alla frode e scese nelle strade. Migliaia di dimostranti affluirono verso la capitale, tra i quali minatori di Kolubara. I loro giorni di lavoro erano indirettamente pagati dalla NED, senza che loro fossero a conoscenza di essere remunerati dagli Stati Uniti. Essendo la pressione della manifestazione insufficiente, i minatori attaccarono gli edifici pubblici con i bulldozer che avevano trasportato, da cui il nome “di rivoluzione dei bulldozer”.
Qualora la tensione si perpetui e vengano organizzate contro-manifestazioni, la sola soluzione per Washington è di immergere il paese nel caos. Agenti provocatori sono allora inviati tra i due campi per colpire la folla. Ogni parte può constatare che quelli di fronte hanno colpito mentre avanzavano in modo pacifico. Il confronto si generalizza. Nel 2002, la borghesia di Caracas scende in strada per contestare la politica sociale del presidente Hugo Chavez (11). Con abili montaggi, le televisioni private danno l'impressione di una marea umana. Sono 50.000 secondo gli osservatori, 1 milione secondo la stampa ed il Dipartimento di Stato. Si verifica allora l'incidente del ponte Llaguno. Le televisioni mostrano chiaramente filochavisti, armi alla mano, che sparano sulla folla. In una conferenza stampa, il generale della guardia nazionale ed il vice-ministro della sicurezza interna conferma che “le milizie chaviste” hanno sparato sul popolo facendo 19 morti. Si dimette e chiama al capovolgimento della dittatura. Il presidente non tarda ad essere arrestato dai soldati insorti. Ma il popolo a milioni scende nella capitale e ristabilisce l'ordine costituzionale. Un'indagine giornalistica successiva ricostituirà in dettaglio il massacro del ponte Llaguno. Metterà in evidenza un ingannevole montaggio delle immagini, il cui ordine cronologico è stato falsificato come attestano i quadranti degli orologi dei protagonisti. In realtà, sono i chavisti ad essere stati attaccati e questi, dopo aver ripiegato, tentavano di liberarsi utilizzando armi da fuoco. Gli agenti provocatori erano poliziotti locali formati da un'agenzia USA (12).
Nel 2006,
dell’Illinois si inventa un vago legame di parentela con il candidato filo-USA. Tuttavia Odinga perde le elezioni legislative del 2007. Sostenuto dal senatore John McCain, in qualità di presidente del IRI (prolungamento repubblicano della NED), contesta la sincerità dello scrutinio e chiama i suoi partigiani a scendere in strada. Nel mentre SMS anonimi sono inviati in massa agli elettori di etnia Luo. “Cari Keniani, Kikuyu ha rubato il futuro dei nostri bambini… noi dobbiamo trattarli nel solo modo che comprendono… la violenza”. Il paese, tuttavia uno dei più stabili dell’Africa, si infiamma improvvisamente. Dopo giorni di sommosse, il presidente Kibaki è costretto ad accettare la mediazione di Madeleine Albright, in qualità di presidente del NDI (il prolungamento democratico della NED). Viene creato un posto di primo ministro con il reintegro di Odinga. Ci si chiede, gli SMS dell’odio, non essendo stati inviati da impianti keniani, quale potenza straniera abbia potuto spedirli.
La mobilitazione dell'opinione pubblica internazionale
Negli ultimi anni, Washington ha avuto occasione di lanciare “rivoluzioni colorate” con la convinzione che pur fallendo a prendere il potere esse consentissero di manipolare l'opinione pubblica e le istituzioni internazionali. Nel 2007, numerosi Birmani insorgono contro l'aumento dei prezzi del combustibile domestico. Le manifestazioni degenerano. I monaci buddisti prendono la testa della contestazione. È “la rivoluzione zafferano” (13). In realtà, Washington non è interessata al regime di Rangoon; ciò che le interessa, è di strumentalizzare il popolo birmano per fare pressione sulla Cina che ha interessi strategici in Birmania (condutture e base militare di informazioni elettroniche). Di conseguenza, l'importante è mettere in scena la realtà. Immagini prese da telefoni portatili appaiono su YouTube. Sono anonime, inverificabili e fuori contesto. Precisamente, la loro apparante spontaneità gli dà credibilità.
La rivoluzione verde
L'operazione condotta nel
Come immaginata nel
Hussein. Lavora oggi allo American Enterprise Institute (15) (al fianco di Richard Perle e Paul Wolfowitz) ed alla Foundation for the Defense of Democracies (16). Morris Amitay è ex direttore dello l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC). È oggi vicepresidente del Jewish Institute for National Security Affairs (JINSA) e direttore di un consiglio di gabinetto per grandi ditte d'armamento. Il 27 aprile scorso, Morris e Ledeen organizzavano un seminario sull'Iran allo American Enterprise Institute a proposito delle elezioni iraniane, attorno al senatore Joseph Lieberman. Il 15 maggio scorso, nuovo seminario. La parte pubblica consisteva in una tavola rotonda animata dall'ambasciatore John Bolton a proposito del “grand marchandage”: Mosca accetterebbe di lasciare cadere Teheran in cambio della rinuncia di Washington allo scudo anti-missile in Europa centrale? L'esperto francese Bernard Hourcade partecipava a questi scambi. Simultaneamente, l'istituto lanciava un sito Internet destinato alla stampa nella crisi a venire: IranTracker.org . Il sito include una rubrica sulle elezioni libanesi. In Iran, spettava all’ayatollah Rafsandjani capovolgere il suo vecchio rivale, l’ayatollah Khamenei. Proveniente da una famiglia di agricoltori, Hachemi Rafsandjani ha fatto fortuna nella speculazione immobiliare sotto lo Scià. È diventato il principale grossista di pistacchi del paese ed ha arrotondato la sua fortuna durante l’Irangate. I suoi averi sono valutati in molti miliardi di dollari. Diventato l'uomo più ricco dell’Iran, è stato successivamente presidente del Parlamento, presidente della repubblica ed oggi presidente del Consiglio di discernimento (organo arbitrale tra il Parlamento ed il Consiglio dei custodi della costituzione). Rappresenta gli interessi del bazar, cioè i commercianti di Teheran. Durante la campagna elettorale, Rafsandjani aveva fatto promettere al suo ex-avversario diventato il suo puledro, Mirhossein Mousavi, di privatizzare il settore petrolifero. Senza connessione alcuna con Rafsandjani, Washington ha fatto appello ai Moudjahidines del popolo (17).
Quest'organizzazione protetta dal pentagono è considerata come terrorista dal Dipartimento di Stato e da parte dell'Unione Europea. Ha effettivamente condotto operazioni terribili negli anni 80, fra cui un mega-attentato che costò la vita all’ayatollah Behechti, a quattro ministri, a sei ministri aggiunti ed a un quarto del gruppo parlamentare del partito della repubblica islamica. L'organizzazione è comandata da Massoud Rajavi, che sposa in prime nozze la figlia del presidente Bani Sadr, quindi Myriam la crudele in seconde nozze. La sua sede è installata nella regione parigina e le sue basi militari in Iraq, inizialmente sotto la protezione di Saddam Hussein, quindi oggi sotto quella del dipartimento della difesa. Sono i Moudjahidin che hanno garantito la logistica degli attentati durante la campagna elettorale (18). Spetta a loro di causare incidenti tra i militanti pro e anti-Ahmadinejad, quel che hanno probabilmente fatto. Qualora il caos si fosse rafforzato, la guida suprema avrebbe potuto essere capovolta. Un governo di transizione, diretto da Mirhussein Mousavi avrebbe privatizzato il settore petrolifero ed avrebbe ristabilito la monarchia. Il figlio del vecchio Scià, Reza Cyrus Pahlavi, sarebbe risalito sul trono ed avrebbe designato Sohrab Sobhani come primo ministro. In questa prospettiva, Reza Pahlavi ha pubblicato in febbraio un libro di interviste con il giornalista francese Michel Taubmann. Quest'ultimo è direttore del bureau d’information parisien d’Arte e presiede il Cercle de l’Observatoire, il club dei neo-conservatori francesi. Ci si ricorda che Washington aveva previsto in modo identico il ristabilimento della monarchia in Afganistan. Mohammed Zaher Shah doveva riprendere il suo trono a Kaboul e Hamid Karzai doveva essere suo primo ministro. Purtroppo, a 88 anni, il pretendente era diventato demente. Karzai diventò dunque presidente della repubblica. Come Karzai, Sobhani ha la doppia nazionalità statunitense. Come lui, lavora nel settore petrolifero del Caspio. Dal lato della propaganda, il metodo iniziale era affidato al gabinetto Benador Associates. Ma è evoluto sotto l'influenza dell'assistente del segretario di Stato per l'istruzione e la cultura, Goli Ameri. Questo iraniano-statunitense è un ex collaboratore di John Bolton. Specialista dei nuovi mass media, ha organizzato programmi di mezzi e di formazione ad Internet per gli amici di Rafsandjani. Ha anche sviluppato radio e televisioni in lingua farsi per la propaganda del dipartimento di Stato ed in coordinamento con
La destabilizzazione dell'Iran è fallita perché la principale molla “delle rivoluzioni colorate” non è stata correttamente attivata. MirHussein Mousavi non è riuscito a cristallizzare l'insoddisfazione sulla persona di Mahmoud Ahmadinejad. Il popolo iraniano non si è fuorviato, non ha reso il presidente uscente responsabile delle conseguenze delle sanzioni economiche statunitensi sul paese. Di conseguenza, la contestazione si è limitata alla borghesia delle zone del nord di Teheran. Il potere si è astenuto da opporre le manifestazioni le une contro le altre ed ha lasciato i complottatori scoprirsi. Tuttavia, occorre ammettere che l'intossicazione dei mass media occidentali ha funzionato. L'opinione pubblica straniera ha realmente creduto che due milioni di iraniani fossero scesi in strada, quando la cifra reale è almeno dieci volte inferiore. Il mantenimento sul posto dei corrispondenti della stampa ha facilitato queste esagerazioni dispensandoli di fornire le prove delle loro imputazioni. Avendo rinunciato alla guerra e fallito nel tentativo di capovolgere il regime, quale carta resta nelle mani di Barack Obama?
Thierry Meyssan
Analyste politique, fondateur du Réseau Voltaire. Dernier ouvrage paru : L’Effroyable imposture 2 (le remodelage du Proche-Orient et la guerre israélienne contre le Liban).
[1] Les multiples rapports et documents publiés par ces commissions sont disponibles en ligne sur le site The Assassination Archives and Research Center. Les principaux extraits des rapports ont été traduits en français sous le titre Les Complots de
[2] « Les New York Intellectuals et l’invention du néo-conservatisme », par Denis Boneau, Réseau Voltaire, 26 novembre 2004.
[3] « La NED, nébuleuse de l’ingérence démocratique », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 22 janvier
[4] 2004. « L’Albert Einstein Institution : la non-violence version CIA », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 4 janvier 2005.
[5] « Tienanmen, 20 ans après », par le professeur Domenico Losurdo, Réseau Voltaire, 9 juin 2009.
[6] À l’époque,
[7] Soucieux d’apaiser les relations franco-US après la crise irakienne, le président Jacques Chirac tente de se rapprocher de l’administration bush sur le dos des Géorgiens, d’autant que
[8] « Les dessous du coup d’État en Géorgie », par Paul Labarique, Réseau Voltaire, 7 janvier 2004.
[9] « Géorgie : Saakachvili jette son opposition en prison » et « Manifestations à Tbilissi contre la dictature des roses », Réseau Voltaire, 12 septembre 2006 et 30 septembre 2007.
[10] L’administration Bush espérait que ce conflit ferait diversion. Les bombardiers israéliens devaient simultanément décoller de Géorgie pour frapper l’Iran voisin. Mais, avant même d’attaquer les installations militaires géorgiennes,
[11] « Opération manquée au Venezuela », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 18 mai 2002.
[12]
[13] « Birmanie : la sollicitude intéressée des États-Unis », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 5 novembre 2007.
[14] « Les bonnes raisons d’intervenir en Iran », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 12 février 2004.
[15] « L’Institut américain de l’entreprise à la Maison-Blanche », Réseau Voltaire, 21 juin 2004.
[16] « Les trucages de la Foundation for the Defense of Democracies », Réseau Voltaire, 2 février 2005.
[17] « Les Moudjahidin perdus », par Paul Labarique, Réseau Voltaire, 17 février 2004.
[18] « Le Jundallah revendique des actions armées aux côtés des Moudjahidines du Peuple », Réseau Voltaire, 13 juin 2009.
COMUNICAZIONI DI SERVIZIO

Riferendosi a questo ormai storico articolo, un lettore scrive:
"Caro" Freda, non sono i Sostenitori della Realtà dei fatti a dover dimostrare che la fialetta NON C'E'...bensì il contrario. Sei tu a dover dimostrare che QUELLA COSA -CHE NEL VIDEO NON SI VEDE, L'HAI INVENTATA TU- E' UNA FIALETTA. L'ONERE DELLA PROVA STA A TE, SVEGLIATI. Ora mi raccomando, censura anche questo post, dittatorucolo. ^_^
Caro lettore, privandomi con stoica abnegazione di uno dei rari piaceri della vita, non solo non censuro il tuo commento, ma lo metto qui in bella vista. Lo scopo è quello di esemplificare a tutti come non bisogna scrivere un post se non si vuole darmi la voluttuosa soddisfazione di farlo sparire con un click nel grande nirvana elettronico dello sproloquio inessenziale. Pretenderei (uso il condizionale che si utilizza nell’esprimere le aspirazioni irrealizzabili) che un commento postato su questo blog presentasse le seguenti caratteristiche:
1) Deve contenere opinioni e/o argomenti, non frasi fatte e moralismi parrocchiali. La quasi totalità dei post “critici” (diverse decine) che ho ricevuto in relazione a questo articolo conteneva perle del tipo: “Vergognati!” (sì, subito, finisco di dar da mangiare al gatto e arrivo), “hai ucciso quella povera ragazza per la seconda volta!” (lo sto appunto spiegando al commissario Gordon, qui alla centrale di polizia dove sono venuto a costituirmi), “quella povera ragazza è morta per la libertà e la democrazia e tu la infami così!” (intanto, anche prendendo per buone le scempiaggini che circolano sulla stampa, sarebbe morta perché era uscita dalla macchina a prendere una boccata d’aria, non per la “libertà”; inoltre non vedo come il sostenere che non è morta affatto possa ledere la sua onorevolezza), “sei un bruto senza compassione!” (e dovevate vedermi quando ho sghignazzato per un quarto d’ora buono durante la proiezione di “Schindler’s list”, meritandomi la riprovazione dei vicini di poltrona), “tu non ami la democrazia!” (e fosse un segreto!, ho postato non so quanti articoli dicendo che la ritengo la peggior forma di governo possibile). Per commenti di questo tipo esistono vasti spazi informativi (Repubblica, Corriere della Sera, Visto, Topolino, Io e il Giardinaggio, Perle Complottiste, ecc.) che possono dedicarvi lo spazio che meritate. Recatevi lì e date libero sfogo. Qui preferisco evitare la vanvera politically correct, visto che la rete già ne straripa.
Nel filmato c’è una fialetta (o provetta o quel che è) che io vedo benissimo e che molti altri utenti vedono benissimo. Mi sono anche preso la briga di cerchiarla negli snapshot che ho pubblicato, ad usum caecorum. Voi non la vedete? E io che posso farci? Problemi vostri e del vostro oculista. Inutile che scriviate dei post chiedendomi di ridarvi la vista, è più un lavoro per Padre Pio. Mica posso cerchiarla in braille, dopo tutto. La discussone può aver luogo soltanto con coloro che la vedono e sono in grado di spiegarmi cosa sia (sali per far rinvenire la ragazza? Ma non era mica svenuta...). I ciechi, volontari e non, si servano per cortesia delle apposite strutture d’assistenza.
2) Sono assolutamente vietati gli insulti verso altri utenti e, se possibile, anche verso l’amabile sottoscritto. Non è per essere permaloso, non lo sono mai stato. E’ che questo è un blog, non la porta di un cesso pubblico. Se non avete altro da offrire al mondo e al web che insulti, improperi e stupidaggini trovatevi un altro posto in cui defecarli. Questa - almeno finché non mi cacciano per oltraggio alla religione della maggioranza - è casa mia e se ci venite siete pregati di comportarvi da signori. L’espressione del lettore, che mi definisce “dittatorucolo”, è lusinghiera, ma imprecisa. Mi vedo più umilmente come una comune massaia che cerca di tener pulito il proprio tinello. Ergo, prima di entrare pulitevi i piedi e datevi una sciacquata alla bocca. Anche mettere in moto le capacità critiche sarebbe gradito, sebbene non essenziale.
3) In casi di particolare interesse, gli insulti al sottoscritto (ma SOLO ED ESCLUSIVAMENTE al sottoscritto) sono consentiti. A patto però che siano seguiti da ottime argomentazioni. Ad esempio se uno scrive che il mio articolo “è una stronzata”, deve far seguire i motivi che lo spingono a mettere così volgarmente in dubbio le mie decantate e sopraffine capacità razionali. Se lo farà, gli verrà fatta grazia della vita, in nome dell’interesse che provo verso chiunque aggiunga, seppure con maniere inurbane, qualcosa di nuovo al mio bagaglio di conoscenze (da notare che il “qualcosa di nuovo” deve essere nuovo davvero, non la rifrittura di una notizia stravecchia e magari già abbondantemente smentita su questo e altri siti).
Ad esempio, se io pubblico la foto che apre questo scritto (comparsa sullo Spiegel online), in cui si vede la simpatica deceduta iraniana con un crocefisso al collo, uno può tranquillamente affermare che tale foto “è una stronzata e chi la pubblica è uno stronzo”, però dovrà sviluppare un po’ meglio la sua affermazione. Si tratta forse di un fotomontaggio? Nella Repubblica Islamica Teocratica l’ortodossia religiosa consente eccezioni per le belle gnocche (può anche darsi)? La croce serviva a sottolineare la sua ferma volontà di protestare contro il regime oppressivo (ma come, nella “versione ufficiale” non si afferma che era una povera ragazza del tutto disinteressata alla politica e che è stata uccisa per caso?)?
Oppure: io potrei scrivere che tra la lettera della “sorella di Neda” (in cui si afferma che Neda e sua sorella trepidavano nell’attesa di partecipare alla manifestazione e che Neda è “morta fra le braccia di suo padre”) e l’intervista (senza video, come nei filmati di Bin Laden) al suo sedicente fidanzato (secondo il quale Neda non si interessava di politica ed è morta fra le braccia del suo maestro di musica) esiste qualche insanabile contraddizione. O è una fregnaccia l’una o è una fregnaccia l’altra. Potrei azzardarmi ad affermare che la verità, come spesso accade, sta probabilmente nel mezzo: sono fregnacce entrambe le “testimonianze”. Si tratterebbe, in questo caso, di un’asserzione d’inaudita gravità, che meriterebbe di essere stigmatizzata con parole anche dure. Tali parole, tuttavia, se desiderano sopravvivere alla scure del mio sadismo censorio, devono proporre una struttura logica alternativa a quella dominante (“se è A non può essere B”) che consenta di superare l’apparente (un bel po’ apparente) incongruenza.
O ancora: potrei scrivere che Arash Hejazi, il “medico” che soccorre Neda nel video, è sì laureato in medicina (anche se per sua stessa ammissione non pratica la professione da più di 10 anni), ma che in occidente è assai più noto per essere il fondatore ed editore della Caravan Books, casa editrice “alternativa” di Teheran, finanziata (come quasi tutti i gruppi d’opposizione in Iran) dai fondi del Congresso USA; potrei scrivere che questo tipo ha una residenza a Londra, fa la spola tra Londra e Teheran, studia alla londinese Oxford Brookes e ha un giornalista della CNN americana che risponde alle chiamate sul suo cellulare; potrei scrivere che la sua testimonianza sulla “morte di Neda” è quantomeno bizzarra (afferma che il sicario Basij che uccise Neda, sarebbe stato circondato dalla folla minacciosa, avrebbe iniziato a strillare “non volevo ucciderla!” e poi la folla lo avrebbe lasciato andare dopo averlo fotografato e avergli sottratto i documenti; aveva per caso un cartello al collo con scritto “sicario Basij”? I Basij, solitamente, sono in borghese; inoltre Wikipedia riporta una diversa testimonianza dello stesso Hejazi, in cui il sicario avrebbe invece sparato da un tetto); potrei suggerire che il fatto che un individuo così sospetto si imbatta non in un morto qualunque, ma nel morto che diventa per il mondo il simbolo della malvagità del regime di Ahmadinejad, dovrebbe perlomeno farci osservare le cose col beneficio del dubbio. Naturalmente ogni lettore è libero di ritenere che si tratti di “illazioni da idiota”, ed è libero di scriverlo sul mio blog, ma deve dimostrarlo e/o aggiungere elementi aggiuntivi se spera di sfuggire alle maglie della mia censura. L’epiteto “idiota” è sempre un’arma a doppio taglio: o lo corredi di argomentazioni o si trasforma dolorosamente in un autoritratto.
Spero di essere stato chiaro. Grazie per l’ascolto.
I CUOCHI DELLA REALTA'

di Roberto Quaglia
dal sito www.Roberto.info
I giornali hanno con la vita all’incirca lo stesso rapporto che le cartomanti hanno con la metafisica” (Karl Kraus)
Nessuno si è mai chiesto come saranno le discussioni politiche da bar il giorno in cui l’era di Berlusconi sarà terminata? Non è un problema da poco. La politica in Italia ormai consiste solo in un litigio permanente fra chi insulta Berlusconi con la stressa passione e costanza con cui le nostre bisnonne ripetevano fino allo sfinimento i loro rosari, e chi invece, non insultando Belusconi, insulta a tempo pieno quelli che insultano Berlusconi. Quando Berlusconi non ci sarà più, come occuperanno il tempo tutti costoro? Azzardo un’ipotesi: continueranno a litigare a proposito di Berlusconi per i decenni a venire, nello stesso spirito in cui ancora adesso si litiga a proposito di Mussolini. Italiani brava gente, siamo d’accordo, ma per favore almeno smettiamola di tirarcela da intellettuali che non è più proprio il caso. Le discussioni di politica nel Bel Paese sono ormai indistinguibili nei contenuti dai battibecchi del tifo calcistico. Ragione per cui anziché con il solito testa e croce delle elezioni (non vi siete accorti che le elezioni un po’ le vincono gli uni e un po’ le vincono gli altri, proprio come se se la giocassero a testa e croce? Questo non vi da da pensare? O vi siete lasciati confondere dal fatto che la chiamano “alternanza”, che forse suona bene, ma a sembra che anche alla roulette il rosso e il nero si alternino con discreto successo…) sarebbe paradossalmente più coerente che i nostri politici si giocassero il governo in un regolare incontro di calcio (o per lo meno a calcetto), almeno così saremmo sicuri che davvero vince il migliore. E in caso di parità, sempre meglio la lotteria dei rigori che il testa e croce elettorale.
Amen.
Ecco, in questo articolo io vorrei evitare di scendere a questi livelli, quindi per favore i tifosi in ascolto si astengano dal cercare di stabilire se intendo qui difendere Berlusconi o se invece mi sto trattenendo a stento dall’unirmi al linciaggio. Nulla di tutto ciò. Azzardo solo una piccola e modesta analisi di quanto sta oggi accadendo, poiché non riesco a trovare in giro ragionamenti che non siano viziati da una pesante faziosità di chi scrive, da una parte come dall’altra, sin dai grandi giornali fino ai più piccoli blog.
Uno dei motivi per cui non si ragiona più, è che in effetti è rimasto ben poco su cui ragionare.
“Come cominciano le guerre? I diplomatici raccontano bugie ai giornalisti, poi credono a quello che leggono.” (Karl Kraus)
Ciò che ci interessa oggi è esaminare il procedimento di demolizione controllata di Berlusconi che si sta attuando in questi giorni. In gergo tecnico si chiama character assassination (assassinio del personaggio), in parole povere si diffama ad arte il bersaglio fino al punto di rendere la sua immagine impresentabile. E’ una tecnica usata innumerevoli volte ovunque nel mondo e nella storia, ed ogni popolo ha i suoi modi e stili preferiti. Lo scandalo sessuale, di cui oggi Berlusconi è vittima, è un modo inedito nel nostro paese. E’ invece come si sa il trattamento preferito nei paesi anglosassoni. Bill Clinton fu quasi interdetto dalla sua carica di Presidente degli Stati Uniti in seguito allo scandalo montato intorno alla fellatio di Monica Lewinski, un atto di sesso orale con opportuna eiaculatio ante cassafortem, (
“Ovunque la gente scambia quello che legge nei giornali per notizie” (A. J. Liebling).
Vediamo quindi innanzitutto in dettaglio un piccolo esempio di questa demolizione del personaggio Berlusconi, dopo di che ne analizzeremo i possibili retroscena. Il quotidiano

Repubblica titola: Berlusconi, indagini su 5 feste, si allarga il filone della cocaina
A fianco del titolo un’immagine di Berlusconi che si muove frettolosamente su un prato, con ansia, quasi scappando. L’insieme dei segni evoca l’idea che Berlusconi organizzi feste a base di cocaina e che ora che è stato scoperto si stia dando alla fuga. Subito dopo la frase “In almeno 4 occasioni Tarantini POTREBBE avere reclutato donne per il Cavaliere” si commenta da sola. L’uso del condizionale è una vecchia tecnica per insinuare impunemente colpe che non sono provate. Subito sotto, gratuita e fuori luogo, la parola “transessuale”. Ancora sotto, titolo grosso: “Slave vestite da Babbo Natale” – si noti l’uso chiaramente dispregiativo, classista e razzista in questo contesto della parola “slave” (in un certo immaginario nostrano di bassissima lega sinonimo implicito di troie). Si poteva scrivere “donne”,”ragazze”, invece si è scritto “slave” per rendere l’espressione molto più morbosa, soprattutto in accostamento a Babbo Natale. “Ragazze vestite da Babbo Natale” suonerebbe molto più innocente. E poi: “C’erano rumene, sembravano di casa..:” e anche qui la parola rumene è intesa in senso razzista, classista e dispregiativo, di nuovo accomunate al ruolo di puttane, e l’elemento diffamatore per Berlusconi è che sembrassero di casa. Lo dimostra il fatto che se invece si fosse scritto “C’erano ragazze, sembravano di casa”, l’effetto non si sarebbe ottenuto. Le rumene peraltro NON sono slave, ma chi se ne frega, l’obiettivo è raddoppiare l’insulto. Il milione e rotti di rumeni che vivono e lavorano in Italia prendano nota del rispetto loro tributato da Repubblica, e così facciano gli slavi. Con quale autorità morale Repubblica potrà in futuro criticare casi di discriminazione razzista dopo titoli di questa risma?
Glissando sui dettagli puramente trash (Barbara mostra i regali di “Papi”, la “trans” Manila, “così andai a cena da lui”) facciamo il bilancio tecnico di questa notizia: nello spazio di pochissime righe – i titoli e sottotitoli – Berlusconi viene associato alle seguenti parole chiave 1. Indagini (NB: lui non è al momento indagato in questa vicenda) 2. Cocaina, 3. Transessuali, 4. Droga, 5. Slave (sottintese come zoccole), 6. Rumene (sottintese come zoccole)
Gli psicologi ben sanno che il cervello umano crea associazioni automatiche fra elementi che vede fisicamente attigui, anche se privi di collegamenti logici. Quando perseguono una character assassination, i giornalisti (di ogni parte politica, Repubblica è solo un caso, anche se eclatante) ricorrono sistematicamente a questa tecnica.
“L’editore è una persona impiegata in un giornale, il cui lavoro è separare la crema dal fango e far stampare il fango” (Bob Phillips)
Se avete dei dubbi sul fatto che questa pratica funzioni, potete sempre fare un esperimento facile facile, della serie try-it-at-home: prendete una fotografia che vi ritrae ed incollatela su un foglio bianco. Poi prendete la foto di un bel pezzo di merda ed appiccicatecela a fianco. Quindi incorniciate il tutto e regalatela al/alla vostra/o fidanzata/o (se ne siete privi provate con la mamma), pregandola/o di tenerla sempre sul comodino. E se il partner butta via o nasconde la foto dove non la può vedere, voi regalategliene una al giorno, ad oltranza. Quindi osservate nelle settimane seguenti se qualcosa cambia nel comportamento del partner nei vostri confronti…
Ogni giornale, dalla prima all’ultima riga, non è che un tessuto di orrori. [...] Non capisco come una mano pura possa toccare un giornale senza una convulsione di disgusto. (Charles Baudelaire)
Scherzi a parte, sia quindi chiaro che Repubblica non è peggio delle altre testate giornalistiche, solo più efficiente nei risultati, eventualmente. Quando conviene, i giornali (o i telegiornali) fanno tutti così, questo è il giornalismo, e non da ieri, complice la dabbenaggine di chi leggiucchia privo del senso critico necessario per distinguere le informazioni significative dalle vacue ciance e le balle. Qualcuno si ricorda dell’emblematico caso di Enzo Tortora? A smemorati e ignavi consiglio l’ottimo libro in merito di Vittorio Pezzuto, che andrebbe reso obbligatorio nelle nostre scuole.
“La pubblicità è la parte più veritiera di un giornale” (Thomas Jefferson)
Adesso che abbiamo verificato il fenomeno, possiamo investigarne l’eziologia. Fosse un fenomeno interamente italiano, l’opera non sarebbe molto interessante. Invece è ormai uno scandalo di visibilità internazionale che riempie le pagine anche all’estero, soprattutto nei paesi anglosassoni. The Times da al nostro Presidente del Consiglio del pagliaccio al quale è caduta la maschera, il Financial Times lo attacca pesantemente (e non per la prima volta), nello staff di Berlusconi qualcuno accusa la sinistra italiana di essere in grado influenzare questi grandi giornali inglesi, che come si sa sono un tutt’uno con i potenti centri finanziari anglosassoni. Che sciocchezza! In realtà il semplice buon senso suggerisce che ad essere vero è probabilmente l’esatto contrario. Molti elementi suggeriscono che la demolizione controllata di Berlusconi sia un prodotto d’importazione, e venga da lontano.
Il presidente emerito Cossiga si è espresso almeno due volte in merito: nella prima intervista non esclude un ruolo dell’America, la seconda volta propende per un complotto nazionale, ma tra le righe rimane l’idea dell’intrigo internazionale. L’opinione di Cossiga è sempre molto interessante, poiché è uno dei pochi politici in giro che si conceda il lusso di divertirsi a dire ciò che pensa, e di sicuro non gli fanno difetto intelligenza, esperienza e fonti. Pochi lo sanno, ma nel 2007 Cossiga dichiarò al Corriere della Sera che negli attentati dell’11 settembre Al Qaeda non c’entrava, che si era trattata di un’operazione essenzialmente made in USA. Non lo sanno in molti poiché curiosamente nessun altro giornale riprese la notizia. Neppure Repubblica, oggi così pervicace in questa manifestazione di giornalismo esemplare che ci fa scoprire di tutto e di più sui genitali assortiti dell’orbita presidenziale. Uno scoop di tale magnitudo – accipicchia, un ex-Presidente della Repubblica Italiana che dichiara che gli americani di sono fatti l’11 settembre da soli – è passato sotto un silenzio che avrebbe fatto invidia alla censura dell’Unione Sovietica di Stalin. Niente male, eh, per la trasparente e democratica stampa occidentale? D’altra parte anche sul mio libro di 500 pagine sui retroscena dell’11 settembre il silenzio della stampa è stato perfetto e la disinformazione tale che anche chi ne ha sentito parlare non ha provato il bisogno di leggerlo credendo di sapere già tutto nel merito (vedi www.mito11settembre.it).
Il giornalismo è un inferno, un abisso d’iniquità, di menzogne, di tradimenti, che non si può traversare e dal quale non si può uscire puri a meno di essere protetti, come Dante, dal divino alloro di Virgilio.(Honoré de Balzac)
A questo punto sorge la domanda : cosa avrebbe fatto Berlusconi per meritarsi tanta sgradevole attenzione da parte di questi poteri esteri? C’è solo l’imbarazzo della scelta.
Ad inizio novembre 2008 Berlusconi va in Russia e si incontra col Presidente Medvedev e pubblicamente dichiara qualcosa di inaudito. Vediamo se qualcuno si ricorda. Vi dice qualcosa la battuta di Berlusconi su Obama, bello, giovane ed abbronzato?
Esatto, Berlusconi pronunziò queste parole in occasione di quell’incontro con Medvedev, ed i nostri giornali amanti della verità non persero l’occasione di ricamarci sopra un tormentone che durò a lungo. Ma io non mi riferivo a questo, quando ho usato la parola inaudito. Nella stessa occasione Berlusconi ha infatti anche dichiarato, testualmente:
“Ringrazio il presidente Medvedev per avere apprezzato la posizione italiana in merito al conflitto con l’Ossezia. Questa posizione era basata sulla conoscenza dei fatti. E io penso che questi fatti dovrebbero aiutare la comunità internazionale a comprendere che cosa sia accaduto in realtà e superare la disinformazione che spostò l’opinione pubblica lontana dalla realtà.”
Accipicchia, ecco qualcosa di veramente inaudito, il presidente di una nazione della NATO che pubblicamente riconosce che la versione dei fatti fornita dall’America e ripetuta su tutti i giornali è una totale menzogna, e che la versione dei fatti autentica è quella della Russia. Ma voi questo probabilmente non lo sapevate, dato che i giornali nei quali riponete la vostra fiducia vi parlavano invece tutto il tempo della battuta sull’Obama bello, giovane ed abbronzato. Chi l’avrebbe mai detto che il famoso invito di Nanni Moretti a Massimo d’Alema, “Dì qualcosa di sinistra”, sarebbe stato piuttosto raccolto da Berlusconi?
Di bene in meglio (o di male in peggio – dipende dai gusti), qualche giorno dopo Berlusconi alza ulteriormente il tiro, dichiarando che le progettate installazioni dei radar e missili americani in Polonia e Repubblica Ceca, ufficialmente destinate ad intercettare missili dall’Iran (!), sono in realtà una provocazione contro
Giornalisti. Chi si salverà da questi cuochi della realtà? (Ennio Flaiano)
Così, mentre gli strateghi angloamericani investono energie e risorse per isolare
Già questo basta ed avanza a decretare la necessità della sua fine politica. Tuttavia, dalle parole Berlusconi passa anche ai fatti, concludendo con
C’è da avere più paura di tre giornali ostili che di mille baionette. (Napoleone I)
L’attacco con armi sessual-scandalistiche a Berlusconi iniziò con le famose foto della diciottenne Noemi, alla cui festa di compleanno il Presidente del Consiglio si recò. Ben poca cosa, in confronto a ciò che sarebbe seguito, ma all’epoca sembrava già abbastanza per intaccare il consenso popolare del Cavaliere. Ricordo Berlusconi, in televisione per la campagna elettorale, sottolineare fuori da ogni contesto l’importanza della imminente ratificazione del Trattato di Lisbona, un argomento curioso da usarsi in campagna elettorale dato che non mi risulta che in Italia ci siano partiti che osino esprimersi contro (a parte qualche voce isolata all’interno della Lega e all’estrema sinistra, se ricordo bene). Quindi il destinatario di tali dichiarazioni non era probabilmente qualcuno nel nostro paese. Berlusconi ha forse cercato di mandare deboli messaggi a chi aveva iniziato a mettere in opera la sua character assasination, che tuttavia non sono bastati a richiamare i sicari. Ma Noemi non bastò a disarcionare il Cavaliere, l’elettorato non lo ha abbandonato, e quindi per questo lo scandalo è dovuto salire di livello. Eppure Berlusconi per il momento resiste. L’aspetto grottesco di questo processo è che proprio il suo controllo sulle reti televisive (oggettivamente poco democratico) a proteggerlo dal complotto (oggettivamente altrettanto poco democratico).
Politica: Conflitto di interessi mascherato da lotta fra opposte fazioni. Conduzione di affari pubblici per interessi privati. (Ambrose Bierce)
Il paradosso affascinante di questa questione è rappresentato dalla notevole (quasi sadica, psicanaliticamente parlando) passione e soddisfazione catartica che trapela fra i detrattori di Berlusconi mentre lo scandalo si sviluppa. E’ un paradosso, dato che generalmente i detrattori di Berlusconi sono tali poiché gli imputano comportamenti illegali, conflitti di interesse e soprattutto velleità antidemocratiche. E si tratta di tre elementi chiaramente presenti anche nella costruzione di questo scandalo: è difficile sostenere che fotografare col telescopio da chilometri di distanza qualcuno nudo a casa sua, non violi la sua privacy (e quindi la legge rispettiva) oltre ovviamente al buon gusto, è ingenuo pensare che non vi siano precisi e potenti interessi in questa “crociata morale” che con la morale nulla abbiano a che fare, ed infine, per quel poco che capisco di democrazia, mi sembra che l’unica cosa che dovrebbe legittimare o delegittimare un governante in democrazia sia il voto dei cittadini, e non so quanto democratica sia una eventuale delegittimazione mediante scandalo sessuale. Non sto cercando qui di difendere Berlusconi (già si odono tra un bit e l’altro gli ululati dei ciberlupi), bensì formulando un ragionamento logico che vuol solo essere tecnico e mettere in evidenza alcune contraddizioni palesi. E’ interessante a questo proposito il consiglio che Cossiga ha dato a Berlusconi in una lettera aperta: fare una dichiarazione personale in parlamento su questa vicenda, porre la fiducia su di essa, farsi intenzionalmente votare contro dalla maggioranza suicidando così la legislatura e andare subito ad elezioni anticipate. Chi vincerebbe le elezioni? Ognuno deve cercare la risposta in cuor suo. Ma chiunque vincesse, l’argomento sarebbe chiuso una volta per tutte.
Fin qui abbiamo gustato solo l’antipasto del paradosso. Il piatto forte del paradosso è che i detrattori di Berlusconi sono di solito parimenti ostili anche al potere imperialista americano, al sistema dei banchieri internazionali e compagnia bella. Dato che pare siano proprio costoro ad avere decretato la demolizione controllata di Berlusconi, scopriamo che l’esultazione degli antiberlusconiani per l’attacco a Berlusconi è quanto meno bizzarra. Per quanto essi – a ragione o a torto, non sta a me qui giudicare, schierarsi non giova mai all’analisi – detestino Berlusconi, è un dato di fatto che il Cavaliere ha ripetutamente pestato i piedi agli americani in un modo che nessun altro leader occidentale ha osato fare in tempi recenti (a parte forse Schroeder in Germania qualche anno fa, con il suo accordo coi russi per un oleodotto marino – e la sua carriera politica è finita 10 minuti dopo). Non si tenta quindi oggi di demolire Berlusconi per le colpe che storicamente gli vengono ascritte, bensì per azioni che a rigore di logica dovrebbero riscuotere l’approvazione di chi lo ha sempre avuto in antipatia.
In pochi per ora si sono resi conto di questa “alternativa del diavolo”, che colpisce chiunque viva la politica in termini di bianco e nero, di buoni e cattivi, e ad un tratto si trova di fronte alla necessità di fare un bilancio fra differenti mali e decidere qual è il meno peggiore.
Qualcuno però si sta svegliando, in quella parte di blogosfera dove Berlusconi è sempre stato visto come IL nemico da abbattere, e a denti stretti deve ammettere di dover considerare l’eventualità di ritrovarsi un giorno a rimpiangere l’odiatissimo Cavaliere, perché ciò che verrà dopo sarà probabilmente assai peggio.
“La differenza tra la letteratura e il giornalismo? Il giornalismo è illeggibile e la letteratura non è letta. (Oscar Wilde)
Non ho idea di quanto i burattinai di questa demolizione controllata di un Presidente del Consiglio siano in grado di alzare il tiro, né di quante forze – politiche e psicologiche – l’ormai ultrasettantenne Silvio Berlusconi possa disporre per resistere all’assedio. Dato per finito innumerevoli volte, come niente fosse il Cavaliere si è finora sempre rialzato e ogni volta più baldanzoso di prima. La demolizione di Berlusconi è ormai già anche uno show nelle televisioni americane (come potete vedere nel videoclip in calce a quest’articolo). Quale sarà la prossima puntata del melodramma? E quale ne sarà l’epilogo? Berlusconi può resistere e vincere, oppure resistere e cadere. Oppure può arrendersi sottobanco e mettersi in riga a prendere ordini dall’alto come ogni politico “che si rispetti”. Se non cederà, forse l’escalation andrà avanti, e ne vedremo di tutti i colori. In una recente (e criticata) battuta Berlusconi ha detto: “Ci manca solo che mi dicano che sono gay”. No, caro presidente, sia più immaginativo, se l’ipotesi di complotto internazionale è fondata, c’è probabilmente il fior fiore dei creativi a lavorare sul Suo caso. Da alcuni anni viviamo in un mondo pedofically correct (lo so che in inglese si dovrebbe scrivere pedophically correct, ma il mio neologismo è in italiano), ovvero è stata approntata questa formidabile arma di scomunica moderna istantanea, l’accusa di pedofilia, dalla quale non c’è ritorno, anche quando si viene assolti, l’arma definitiva di demolizione di qualsiasi personaggio. Non è mai stata usata sinora contro un capo di governo. Ma come Hiroshima insegna, per tutto c’è sempre una prima volta.
Roberto Quaglia
per approfondimenti:
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Ecco un video in cui Berlusconi viene preso in giro su una TV americana.








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