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NEDA: UN FALSO PACCHIANO

by Gianluca Freda (30/06/2009 - 21:16)




I fatti

Il 20 giugno 2009, intorno alle ore 18.30 locali, nel corso delle manifestazioni a Teheran relative ai presunti brogli per la rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad, una ragazza di nome Neda Agha-Soltan sarebbe stata colpita da un proiettile e sarebbe morta dopo un tempo imprecisato, ma comunque assai breve, a causa della ferita riportata. Non è chiaro, dalle notizie fino ad oggi disponibili, in quale punto del corpo sarebbe stata colpita né da chi. Le immagini della sua presunta morte in diretta, catturate da due diversi telefoni cellulari, fanno in poche ore il giro del mondo e diventano il simbolo della rivolta contro il presidente Ahmadinejad e il regime teocratico iraniano. Secondo fonti non confermate, la ragazza sarebbe poi stata trasportata in auto all’ospedale Shariati di Teheran, dove ne sarebbe stata accertata la morte. Sarebbe poi stata seppellita al cimitero di Behest-e-Zahra, senza un funerale appropriato (per divieto delle autorità di Teheran) e in una fossa facente parte di quelle predisposte dalle stesse autorità per le persone uccise durante le proteste.

La tomba

Esistono, che io sappia, due sole fotografie della “tomba di Neda”. Una ritrae la fossa in cui “Neda” sarebbe stata deposta subito la sepoltura, su cui si piega una ragazza non identificata.


In alto nella foto si scorgono i piedi di altre due persone, forse un uomo e una donna, che indossano sandali. Secondo i miei standard occidentali (che non credo siano differentissimi da quelli iraniani, almeno in questo) né la ragazza (che indossa jeans e scarpe da ginnastica) né le altre due persone, di cui si vedono solo i sandali, presentano un abbigliamento idoneo al funerale di un familiare stretto, perlomeno in un ambiente borghese come quello a cui “Neda” è detta appartenere. La seconda foto (completamente diversa dalla prima) ritrae lo stesso luogo (?) dopo la sistemazione della lapide.


Io non capisco il farsi e non sono in grado di leggere l’alfabeto arabo, comunque le scritte sulla tomba mi sembrano uguali nelle due foto. Sottopongo però un quesito ai lettori: nella seconda foto, quella con la lapide, la scritta bianca su sfondo nero appare irrealistica: i contorni sono troppo netti e squadrati, come se fosse stata copiaincollata con un programma tipo Photoshop. E’ solo un’ipotesi di lavoro, che al momento non ho alcun elemento per dimostrare, però la foto è curiosa. 

Le fonti

Inizialmente tutte le notizie relative alla presunta morte di “Neda” (compreso il video della “morte”, le poche e contraddittorie notizie biografiche sulla ragazza e le scarse immagini della sua “tomba”) vengono diffuse attraverso Social Network come Twitter e Facebook. Successivamente TV e giornali riprendono dai social network la notizia, rendendola disponibile al pubblico tradizionale. Ben poco verrà aggiunto dai media tradizionali a quanto già diffuso su internet (delle poche aggiunte si parla diffusamente più avanti). In sostanza, tutto ciò che sappiamo di Neda, della sua vita, della sua famiglia e della sua morte ha come fonte originaria i social network. Si tratta di una fonte particolarmente inaffidabile, da prendere con estrema cautela, poiché in occasione dei disordini a Teheran essa è stata utilizzata come strumento di disinformazione da parte dei servizi segreti americani e israeliani. La faccenda è ben spiegata in questo articolo di Thierry Meyssan, il quale scrive tra l’altro:

“E’ stata distribuita [ai sostenitori di Mousawi, NdR] una Guida pratica della rivoluzione in Iran, che comprende vari consigli pratici tra i quali:

- Impostare gli account Twitter sul fuso orario di Teheran.

- Centralizzare i messaggi sugli account Twitter@stopAhmadi, iranelection e gr88.

-Non attaccare i siti internet ufficiali dello Stato iraniano. «Lasciate fare all’esercito» USA per questo (sic).

Una volta attuati, questi consigli impediscono qualsiasi autentificazione dei messaggi Twitter. Non si può più sapere se li inviano testimoni delle manifestazioni a Teheran o agenti della CIA da Langley, e non si può distinguere il vero dal falso. L’obiettivo è quello di creare ancora più confusione e spingere gli iraniani a combattersi tra loro”.

L’ambientazione del video

All’inizio avevo scritto che il video mi sembrava decontestualizzato, nel senso che c’è ben poco che permetta di comprenderne l’ambientazione. Nelle immagini iniziali del primo e del secondo video si vede una strada cittadina, probabilmente autentica.

 


 

Faccio tre osservazioni (da verificare):

1) Tanto i “curiosi” quanto i passanti si muovono con relativa tranquillità, il che sarebbe poco salutare se davvero ci fosse nelle vicinanze un cecchino o un sicario Basij che ha appena colpito una persona;

2) Nei due video non c’è traccia dei tumulti nel corso dei quali “Neda” sarebbe stata colpita;

3) Le targhe delle automobili: la maggior parte delle auto iraniane (non tutte) presenta una targa bicolore, arancione e bianca, come quella nella foto qui sotto. Nessuna delle auto che si vedono in strada nel video ha targhe con questa caratteristica.


 

La donna che visse due volte

Inizialmente la foto di “Neda” diffusa su internet è quella che si può vedere qui sotto.



 

Ancora oggi, le manifestazioni in memoria della defunta e i cartelli con foto-simbolo riportano spesso la foto di questa ragazza (vedi sotto). Ma questa ragazza non ha nulla a che fare con la “Neda” del video. La faccenda viene spiegata da Kathy Riordan in questo articolo, che traduco:


 

Non quella Neda: come una foto sbagliata è diventata un’icona

Quando il video sanguinoso di una giovane ragazza che muore nelle strade di Teheran venne pubblicato per la prima volta su internet sabato scorso, non c’era nessun nome ad esso collegato. Tutto ciò che ci era dato conoscere era il viso di una ragazza che esala l’ultimo respiro dopo che il proiettile di un cecchino le è esploso nel cuore, mentre altri cercano di salvarla.  

In seguito abbiamo appreso che il suo nome era “Neda”.

Ahmed R., l’immigrato iraniano che vive in Olanda e che è stato il primo a mettere online il video e a riportare su di esso l’attenzione dei media, ha detto a coloro che glielo domandavano che il nome della ragazza era secondo lui “Neda Soltani”. In breve la gente ha iniziato a postare quel nome online; c’è voluto ben poco perché qualcuno scoprisse che il nome “Neda Soltani” era collegato ad una foto e iniziasse a usare quella foto come tributo alla ragazza morta.   

Si trattava della foto di una giovane donna con un velo colorato, probabilmente la foto di un passaporto, e la somiglianza era abbastanza stretta perché la gente iniziasse a credere che si trattasse della ragazza morta prematuramente sulle strade di Teheran. Quel viso venne messo sui poster, utilizzato nei manifesti commemorativi e incorporato nei tributi via internet.

Il problema è che non si trattava della stessa Neda!

La dottoressa Amy Beam, che è stata una delle prime a vedere le terribili immagini del video nello scorso weekend, è rimasta così incuriosita dall’identità della ragazza che ha deciso di fare ricerche per conto proprio. Ha trovato in linea una “Neda Soltani” e le ha mandato un messaggio. Questa Neda ha risposto ad Amy dicendo di non essere la donna del video, ma quando lo ha fatto la foto della ragazza è comparsa sulla pagina di Facebook appartenente a Amy. Altre persone l’hanno vista attaccata a quel nome e senza rendersi conto che si trattava della foto sbagliata, hanno iniziato a postarla in lungo e in largo su internet.

La Neda Soltani vivente si è molto preoccupata nel vedere la sua foto che improvvisamente veniva usata dappertutto, su internet e sulla stampa, e ha chiesto ad Amy di aiutarla ad avvertire i media e a farla rimuovere, compito non facile. Alcune persone avevano iniziato ad usare la foto su internet come proprio avatar e per molti essa risultava a questo punto inseparabile dal martirio di una giovane donna.

A causa di tutta questa confusione, la “Neda Soltani” della foto non può più usare la sua pagina Facebook o mostrare la sua foto e ha combattuto una dura battaglia cercando di ottenere che la gente e i media smettessero di utilizzarla. [...]

 


 

Dunque esistono due diverse identità di Neda, il che la dice lunga su come nascano le leggende, su come la gente riesca a farsi facilmente infinocchiare e su come i servizi di disinformazione sappiano sfruttare a puntino l’emotività del popolino per ottenere i loro scopi. Successivamente vennero postate altre foto di quella che dovrebbe essere, a tutt’oggi, la “Neda” ufficiale. Anche in questo caso i problemi sono però numerosi.

 

La donna che non esisteva

Se sulle fattezze fisiche di “Neda” esiste già una discreta confusione, ancor maggiore è il caos relativo alla sua biografia. In questa immagine si vede la “Neda” ufficiale con una croce al collo, il che per un’iraniana è perlomeno curioso.

 



 

Alcuni lettori mi hanno fatto notare che esistono a Teheran quartieri in cui vivono minoranze armene che praticano la religione cristiana. D’accordo, ma bisognerebbe spiegarlo a Wikipedia, la quale nel redigere la scheda di Neda ha messo “musulmana” alla voce “religione”.

 



 

Inoltre, a ormai 10 giorni dalla presunta morte, le notizie su questa Neda sono assai contraddittorie e confuse. Quando a piazza Alimonda venne ucciso Carlo Giuliani, dopo poche ore possedevamo una quantità di foto e video che lo ritraevano prima e dopo lo sparo di Placanica. Dopo un paio di giorni sapevamo tutto del suo passato, dei suoi familiari, della sua abitazione, dei suoi gusti musicali, artistici, politici, avevamo perfino le foto del suo cadavere sul tavolo dell’obitorio. Di questa Neda non sappiamo ancora nulla di nulla. La sua religione è incerta. Nessuno ha mai fotografato la sua abitazione. Non ci sono testimonianze o nomi di suoi familiari stretti, genitori, sorelle, fratelli o altri congiunti, a parte quella molto sospetta di Caspian Makan, suo presunto fidanzato, che offre la sua testimonianza in solo audio, senza farsi riprendere in video. I suoi familiari sono evaporati in quanto, stando ai giornali occidentali, il malvagio Ahmadinejad li ha fatti arrestare tutti. Non ci sono foto dei suoi funerali perché, sempre stando alla stampa dell’ovest, il malvagio Ahmadinejad ha proibito le riprese. Non si può visitare la sua tomba al cimitero di Behest-e-Zahra perché il malefico Ahmadinejad l’ha fatta seppellire in una zona esterna, riservata ai morti durante i tumulti (???). Non ci sono amici o compagni di università che la conoscessero e che possano raccontare qualcosa di lei (probabilmente anche loro sono già stati eliminati dal maligno Ahmadinejad con un colpo alla nuca). In pratica, con comodi pretesti, la stampa occidentale ha eliminato ogni punto di riferimento che possa permettere di accertare l’effettivo passaggio di Neda su questa terra.

 



 

Oltre alla testimonianza di Caspian Makan esistono in verità altre due “testimonianze” di parenti e conoscenti della ragazza: la prima è quella di una fantomatica “sorella di Neda”, che però è troppo ridicola per essere presa in considerazione. A parte l’enfasi retorica, la lettera è piena di contraddizioni: parla dell’ansia di Neda e sua sorella per la manifestazione del giorno successivo. Nella versione “ufficiale” (basata esclusivamente sulla testimonianza di Makan) Neda sarebbe stata invece indifferente alla politica e sarebbe stata colpita solo perché era scesa dalla macchina a prendere una boccata d’aria – insieme ad Hamid Panahi, suo maestro di musica – dopo che l’auto era rimasta bloccata a causa dei disordini.  

Nella lettera, la sedicente “sorella di Neda” dice che la ragazza è “morta nelle braccia di suo padre”, mentre nella versione ufficiale di Makan l’uomo con la maglietta a strisce bianche e azzurre che si vede nel video non sarebbe il padre, ma appunto Hamid Panahi, maestro di musica di Neda. La lettera della “sorella di Neda” è ormai considerata neppure come un falso, ma come una semplice cattiva traduzione. Si tratterebbe di una delle tante lettere di utenti internet che chiama Neda “sorella” in senso religioso-hippie (siamo tutti sorelle e fratelli e nostro padre è il Grande Spirito) ripresa da un giornale scandalistico in cerca di scoop e bevuta tutta d’un fiato dai lettori privi di senso critico.   

L’altra testimonianza è quella di Hamid Panahi, il “maestro di musica” di Neda che si vede nel video, pubblicata sul Los Angeles Times ad opera di tale Borzou Daraghai. Nell’articolo si legge fra l’altro: “Like many in her neighborhood, Agha-Soltan was loyal to the country's Islamic roots and traditional values, friends say”, il che dovrebbe spazzar via l’idea che Neda fosse cristiana (resta l’incognita della croce al collo). Inoltre anche la versione di Panahi contrasta con l’immagine fornita da Malkan di una Neda “indifferente alla politica”. Nell’articolo si legge: “"She couldn't stand the injustice of it all," Panahi said. "All she wanted was the proper vote of the people to be counted” (“Lei non sopportava tutta questa ingiustizia”, ha detto Panahi, “tutto ciò che voleva è che il voto del popolo venisse contato”). Aggiunge: “"She wanted to show with her presence that 'I'm here. I also voted. And my vote wasn't counted.' It was a very peaceful act of protest, without any violence.". Dunque Neda era lì per protestare? O era lì perché si era bloccata la macchina nel traffico, come dice Makan, e lei era uscita solo per prendere una boccata d'aria (semnpre che la traduzione dal farsi fornita dalla BBC sia esatta)?

Occorrerebbe qualche altra testimonianza di Panahi per far luce su tutte queste contraddizioni, ma non credo che l’avremo mai. Lo stesso Panahi, infatti, pronostica nell’intervista la sua imminente eliminazione ad opera del crudele Ahmadinejad, affermando: “They know me," he said. "They know where I am. They can come and get me whenever they want. My time has gone. We have to think about the young people." E così se ne va anche l’ultimo testimone. Detto fra noi, ho l’impressione che tale sparizione farà molto più comodo alla CIA e ai servizi segreti USraeliani che non al governo degli ayatollah, i quali, dopo che il video è stato visto da tutto il mondo, non si capisce quale interesse abbiano a far sparire i testimoni.

 

Il balletto delle conferme

Le autorità dell’Iran hanno confermato o no la morte di Neda? Non certo la Tv di stato iraniana Khabar. Il sito La Segunda Digital afferma infatti il 23 giugno:

La TV di stato iraniana ha assicurato oggi che il video che mostra le crude immagini della morte di Neda Agha Soltan durante le proteste svoltesi a Teheran è un falso. La sequenza, ripresa con un telefono cellulare e poi diffusa su internet, ha scosso il mondo, trasformando Neda nel simbolo dello scontro tra le milizie del governo iraniano e i manifestanti dell’opposizione, i quali denunciano brogli nel trionfo elettorale del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Secondo l’emittente di stato Khabar, è evidente che coloro che hanno eseguito le riprese della presunta morte di Neda speravano di ottenere qualcosa e hanno filmato la scena da varie angolazioni. Inoltre, l’emittente dubita dell’identità di un uomo presentato ai media statunitensi come maestro di Neda. Il canale non ha presentato prove sulle accuse di falsificazione”.

La Khabar non ha mai smentito queste dichiarazioni. Alcuni lettori mi hanno però fatto notare che esistono notizie più recenti. Ad esempio questa del 25 giugno, dell’emittente iraniana IRIB RADIO ITALIA; e quest’altra del 26 giugno della PRESS TV (indirizzo postato da un lettore). Della prima posso solo dire che è di una vaghezza sconcertante, riferisce come fonte una “persona protetta dall’anonimato” e mette nell’immagine una foto della “falsa Neda”. Non il massimo dell’attendibilità, insomma. La seconda, causa mio colpevole ritardo, non sono più riuscito a reperirla. Comunque, la questione se gli iraniani riconoscano o no la realtà della morte di Neda mi sembra del tutto priva di rilevanza. Se fossi il presidente di un paese sull’orlo della guerra civile eviterei senz’altro di dire ai cittadini furenti che il loro martire non è mai esistito. Magari lo farei insinuare dalla TV di stato, ma poi farei dire alle autorità di polizia: “stiamo indagando a 360 gradi, i responsabili verranno consegnati alla giustizia” anche se sapessi benissimo che la “martire” è un’invenzione della propaganda straniera. Gli ayatollah saranno crudeli e corrotti, ma non ho motivo di credere che siano stupidi. 

 

Il video della “morte di Neda”: un falso pacchiano

Il video della “morte di Neda” sono in realtà due video, girati con ogni probabilità da due diversi videofonini. Il primo ha la durata di circa 37 secondi (dipende dalle versioni e dall’encoding). Mostra la ragazza dapprima seduta, con una pozza di sangue ai suoi piedi. Alla sua destra c’è il “maestro di musica”, Hamid Panahi, mentre alla sua sinistra c’è Arash Hejazi (di cui si parla diffusamente in altro articolo).

                                                                          Arash Hejazi

I due uomini aiutano la ragazza a stendersi a terra, tenendole le mani premute sul petto, dove la donna sarebbe stata colpita dalla pallottola. La donna inizia a “sanguinare” copiosamente dapprima dalla bocca, poi anche dal naso. Verso la fine del video, un terzo individuo non identificato si avvicina alla ragazza (dopo un’esitazione di alcuni secondi) per praticarle quella che sembra una respirazione bocca a bocca.

Il secondo video dura circa 18 secondi e mostra la stessa scena da una diversa angolazione. La ripresa inizia da una certa distanza: si vede sullo sfondo la ragazza stesa a terra, i curiosi intorno e Panahi e Hejazi che cercano di rianimarla. La ripresa continua con una “carrellata” sul gruppo di persone e si conclude con un primo piano del viso sanguinante della ragazza.

All’inizio avevo commesso l’errore di considerare i due video come cronologicamente successivi. Non lo sono affatto. Si tratta esattamente della stessa scena, ripresa da due angolazioni diverse. In particolare il secondo video arriva fino a circa il secondo 20 del primo (nella versione che ho io) cioè fino al momento in cui si vedono le prime strisce di sangue comparire sul viso della ragazza. Per rendersene conto basta osservare un particolare: verso la fine del secondo video si vede un “fiotto di sangue” uscire dal naso della ragazza e scorrere lungo lo zigomo sinistro. Questo rivolo di sangue è già presente sul viso della ragazza nel primo video, circa al secondo 23, quando la camera inquadra il lato sinistro della faccia. Ciò vuol dire che il finale del secondo video è cronologicamente anteriore al secondo 23 del primo. Le tracce di “sangue” sul viso della ragazza diventano così perfettamente corrispondenti nei due video (dopo la fuoriuscita del sangue dal naso nel secondo video). (vedi questa immagine per il confronto)  

Alcuni utenti si sono presi la briga di “sincronizzare” l’audio e il video dei due filmati, giungendo alla conclusione che in momenti che dovrebbero essere simultanei i due video mostrano immagini differenti. Si tratta di un tentativo encomiabile, ma a mio avviso perfettamente inutile. Infatti il tempo dei filmati non corrisponde al tempo reale: la durata di un video diventa più breve o più lunga a seconda del sistema con cui è stato ripreso e poi codificato. Tutti sappiamo che uno stesso film, se codificato col sistema NTSC dura 120 minuti, ma se trasposto in PAL ne dura 115 (si perde circa un secondo ogni 25). Non sappiamo con quale sistema funzionassero i videofonini che hanno eseguito le riprese, né come i filmati siano stati poi codificati per essere messi sul web. Dunque ogni tentativo di confronto sincronizzato audio-video lascia il tempo che trova.

Si consideri intanto questo: negli scontri avvenuti a Teheran ci sono stati diversi morti e feriti, alcuni dei quali ripresi dai videofonini e riconosciuti dalle stesse autorità iraniane. Eppure noi siamo qui a parlare di Neda. Perché? Perché è una donna, debole e indifesa, ideale per trasformarsi in simbolo di una ribellione gestita dall’esterno. Ai guru delle operazioni psicologiche (psyops) non interessano i morti veri, i feriti con la faccia tumefatta, gli studenti islamici massacrati a manganellate (tutti, sia chiaro, imputabili alla responsabilità di Mousawi, dei suoi tirafili e dei suoi sostenitori, che hanno messo a ferro e fuoco una città pur di non riconoscere la legittima vittoria di un avversario politico). Alle psyop interessano solo i simboli, le immagini che si imprimono nell’immaginario collettivo per diventare emblema della “crudeltà” di un regime e suscitare supporto nell’opinione pubblica all’eventuale successivo intervento armato per il ripristino della “democrazia”. E poiché i massacrati in piazza a Teheran somigliavano troppo ai massacrati di Genova, di Napoli, di Stoccolma o di mille altre città dell’occidente “democratico”, ecco che era necessario creare qualcosa che rendesse palpabile la differenza. La morte di una persona del tutto innocente, politicamente disimpegnata, simile a noi (mica poteva essere uno studente islamico barbuto, sennò l’immedesimazione dove va a finire?) e che fosse pure una bella gnocca (“Si può vendere qualsiasi cosa usando un cane, un bambino o una bella ragazza”, diceva William Randolph Hearst che di promozione mediatica se ne intendeva; il prodotto da vendere, in questo caso, è la cattiveria del regime iraniano e la possibile futura guerra contro l’Iran in difesa del suo povero popolo oppresso e sofferente).

1) Meno tosse per tutti

Una delle cose più immediatamente sospette del video è il fatto che una ragazza con bocca e naso pieni di sangue non accenni neppure ad un colpo di tosse istintivo e che il sangue scorra da bocca e naso in maniera perfettamente fluida. Provateci voi a non tossire con le vie respiratorie piene di liquido! Alcuni potrebbero sostenere che la ragazza non tossisce perché è già morta, il che sarebbe palesemente falso perché nel video la si vede muovere testa, braccia, gambe, occhi. Già questo sarebbe sufficiente a prendere il video con il beneficio del dubbio, ma un dubbio radicale, di ampiezza cartesiana.     

2) Primo sangue

Si noti innanzitutto che nel primo video la ragazza non inizia a sanguinare finché le mani dei due “angeli custodi” non le si avvicinano al viso. Quando il primo rivolo di “sangue” fuoriesce dalla bocca, ciò avviene in una frazione di secondo (circa 0,1 secondi). In questa immagine vedete due frame che nel primo video sono adiacenti. Nel primo non c’è traccia di sangue, nel secondo il rivolo scorre già lungo tutta la guancia. Da dove viene quel “sangue” che scorre con tanta rapidità? Dalla famosa “provetta”, che nell’immagine ho indicato con una freccia gialla.

3) La “provetta”  

L’elemento che dimostra in maniera più evidente l’inautenticità del video è quello della famosa “provetta” di cui ho già parlato negli scorsi articoli. Il sangue di Neda viene da un contenitore che le viene versato sul viso durante la recita. A reggere il contenitore, all’inizio, è la ragazza stessa, ma è quasi certamente Arash Hejazi che poi lo riceve e lo versa sul viso della ragazza in due fasi durante la concitazione. Non è un caso che la maggior parte del “sangue”, nel primo piano finale, si trovi sulla parte sinistra del viso della ragazza, quello dove si trova Hejazi. Ciò è leggermente contrario alla legge di gravità: il sangue dovrebbe scorrere verso il basso (guance e zigomi) non verso l’alto (occhio e tempie). Ciò avviene perché il contenitore le è stato rovesciato sul viso in una prima fase con una certa cura (per ottenere i due rivoli sul lato destro del viso) ma in un secondo momento senza tanti complimenti (il pasticcio sul lato sinistro). Alcuni lettori mi hanno scritto che questa famosa “provetta” non riescono a vederla. Qui l’unico interrogativo è capire se ci fanno o ci sono. La provetta è già visibilissima facendo scorrere semplicemente il video al rallentatore. In questa immagine l’ho ingrandita ed evidenziata in rosso, ad usum caecorum. Se non bastasse, si può osservare questo gif ottenuto dai ragazzi del 911 Truth mettendo insieme alcuni frame del primo video, che dovrebbe togliere ogni dubbio anche ai ciechi dalla nascita. Devo ammettere che nel parlare della provetta ho commesso due errori. Il primo è stato quello di chiamarla “provetta”, mentre si tratta in realtà di un contenitore di medie dimensioni, un po’ più lungo del palmo di una mano. Il secondo è stato quello di credere – ingannato dalla scarsa risoluzione del mio video – che fosse la ragazza stessa a versarselo sulla faccia. In realtà, come si vede nel gif, il contenitore è impugnato da una mano destra, quasi certamente quella di Hejazi (la mano destra di Panahi si trova sul torace della ragazza).

4) Occhio che arriva!

Nel gif del 911 Truth si possono notare altre cose interessanti. Prima di tutto il movimento istintivo che la ragazza fa col capo, verso la sua destra, nel momento stesso in cui Hejazi le rovescia il flacone sul lato sinistro del viso. Una delle cose che ha fatto più impressione ai poveri di spirito è vedere Neda che “rovescia gli occhi all’indietro” come se stesse per morire. In realtà si tratta anche in questo caso di una reazione istintiva che la ragazza compie un attimo prima che le venga rovesciato in faccia il contenuto della “fialetta”. Un po’ come facciamo noi quando, dal barbiere, con la testa reclinata sul lavabo, attendiamo che ci arrivi sulla testa la doccia tiepida. Lo si può notare tanto nel gif quanto in questo snapshot.

5) No, nel naso no!

Un’altra delle cose che hanno dato da pensare a me e a diversi lettori è il fatto che nel primo piano finale del secondo filmato la ragazza apparisse con le narici piene di sangue. Come era possibile far arrivare il “sangue” con tanta precisione all’interno del naso rovesciando il contenuto di un semplice contenitore, e nemmeno con modi tanto urbani? Semplice: infilandolo nelle narici con le dita! Se si fa scorrere al rallentatore il gif si vede molto chiaramente la mano di un’altra persona (che non è né Panahi, né Hejazi: forse il terzo “soccorritore”, quello della “respirazione”?) che si avvicina al naso di Neda per “sistemare” il “sangue” nelle narici. Ho estratto dal gif questi frame in cui la mano (quella cerchiata in rosso) è ben visibile:

gif1

gif2

gif3

gif4

Un'altra cosa: non posso metterci la mano sul fuoco, visto che la risoluzione del video è troppo scarsa per poterlo fare (c'è gente che già non vede il flacone di liquido, figuriamoci...) ma giurerei che la mano stringe qualcosa di simile a un cotton fioc per sistemare più agevolmente il liquido nelle narici.

6) Stai girando o no?

Tutta la riporesa del primo video sembra avere come fulcro dell’attenzione non la ragazza gemente e morente, ma l’operatore col telefonino. Avevo già postato queste immagini, in cui tanto Hejazi quanto la stessa moribonda guardano l’operatore per capire se la ripresa è già iniziata. Tipico errore degli attori in erba quello di fissare la camera al momento del ciak. Ma c’è un’altra cosa: in questa immagine si vede comparire un altro signore con un videofonino tra le mani. Si tratta quasi certamente di colui che ha ripreso il secondo video, quello col primo piano di Neda martire che ha fatto il giro dei cartelloni pro-Mousawi. Il tipo si trova proprio sulla verticale del volto di Neda e sta riprendendo le celebri immagini (che poi, per qualche motivo, verranno tagliate poco prima che il tipo della “respirazione bocca a bocca” si avvicini). Per capirlo si possono confrontare le due immagini (la seconda è tratta dal secondo video, ripreso proprio da sopra la spalla sinistra di Panahi). Fin qui la cosa sarebbe triste, ma non strana. Il mondo è pieno di cretini che riprendono col telefonino tutto ciò che trovano, moribondi compresi. La cosa strana però è un’altra: se guardate il video vi accorgerete che il terzo “soccorritore” si mette in posizione per “entrare in scena” (con le braccia aperte e le mani pronte ad afferrare il viso di Neda per la “respirazione bocca a bocca”), ma attende qualche secondo prima di regalarci la sua performance. Perché? Ovviamente per consentire al signore col telefonino di riprendere il celebre primo piano. Si sa, i feriti vanno soccorsi, ma non così in fretta da rovinare uno spettacolo in mondovisione. There’s no business like show business, come cantava Ethel Merman...

7) E.R.: medici alle prime armi

Inutile dire che nella crassa ignoranza delle procedure mediche d’emergenza in cui mi crogiolo non ho mai visto fare una respirazione bocca a bocca a un paziente con le vie respiratorie piene di sangue. Ma sono certo che qualcuno scriverà dicendo che si tratta di una procedura standard, consigliata da ogni manuale di pronto soccorso.

Per ora mi fermo qui perché non ce la faccio più a scrivere. Domani se riesco posto un pezzo su Coelho e Hejazi. Giuro che ci sono delle sorprese. 

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LE RIVOLUZIONI COLOR MERDA

by Gianluca Freda (29/06/2009 - 15:21)


tratto dal sito RipensareMarx

(commento e traduzione di G.P.)

 

Vi propongo questo articolo dell’analista politico Thierry Meyssan che ho tradotto dal francese. Si tratta della lunga parabola delle rivoluzioni colorate, a partire da quella cinese del 1989, finita nel bagno di sangue di Tien An Men, fino al tentativo, fallito anch’esso, di capovolgere il presidente Ahmadinejad, rieletto a furor di popolo, con quasi 11 milioni di voti di scarto rispetto al suo avversario, nelle ultime elezioni iraniane. Un pezzo di rara saggezza e di meticolosa ricostruzione storica che ha la forza di uno pugno intellettuale sferrato nei denti di chi, soprattutto a sinistra, si è stracciato le vesti e si è commosso di fronte alla reazione violenta (ma poteva esserlo di più) dei poteri costituiti iraniani, rei di non essersi inginocchiati al cospetto dei principi della santissima democrazia (occidentale) e a quelli, ancor più pretestuosi, dei diritti umani. Tra i neoservi s’iscrive, con un brano farneticante e illogico (almeno rispetto alla sua precedente produzione teorica) - che non ci risparmia nemmeno l’uso di un linguaggio conformista e spocchioso, per quanto appena più sottile - anche Slavoj Zizek, del quale ho spesso, incautamente, perorato le teorie dalle pagine virtuali di questo blog. Il filosofo sloveno, che passa per essere un intenditore del pensiero di Marx e di Lenin, finisce nella rete mediatica ordita dal circuito manipolatore filo-statunitense come il più sguarnito (di armi critiche) uomo della strada, di colui che affolla quell’“astrazione indeterminata” comunemente definita pubblica opinione. Meyssan dà, sotto questo aspetto, una vera e propria lezione di marxismo a Zizek, sostenendo il punto secondo il quale non si è mai vista una rivoluzione che anziché puntare alla trasformazione delle strutture sociali (ergo ai rapporti sociali intorno ai quali queste si condensano) mira a rovesciare fisicamente un gruppo di dominanti per sostituirli con altri, ma più proni al potere imperiale statunitense (altro che resurrezione del sogno popolare o utopia della rivoluzione! Sei tu che sei triste e sconfortante caro Zizek). E Lenin, da par suo, era ancor meno suscettibile ai rivoluzionarismi spirituali che animano Zizek, tanto da aver ritenuto oggettivamente rivoluzionaria la lotta dell’emiro afghano (nonostante costui si basasse su principi pienamente monarchici). Stalin riprende le affermazioni di Lenin nel suo “I principi del leninismo”: “Nelle condizioni dell'oppressione imperialistica, il carattere rivoluzionario del movimento nazionale non implica affatto obbligatoriamente l'esistenza di elementi proletari nel movimento, l'esistenza di un programma rivoluzionario o repubblicano del movimento, l'esistenza di una base democratica del movimento. La lotta dell'emiro afghano per l'indipendenza dell'Afghanistan è oggettivamente una lotta rivoluzionaria, malgrado il carattere monarchico delle concezioni dell'emiro e dei suoi seguaci, poiché essa indebolisce, disgrega, scalza l'imperialismo, mentre la lotta di certi «ultra» democratici e «socialisti» «rivoluzionari» e repubblicani dello stampo, ad esempio, di Kerenski e Tsereteli, Renaudel e Scheidemann, Cernov e Dan, Henderson e Clynes durante la guerra imperialista, era una lotta reazionaria, perché aveva come risultato di abbellire artificialmente, di consolidare, di far trionfare l'imperialismo”. Non vede dunque Zizek, in questa congiuntura storica, dove stanno i resistenti all’ordine imperiale e i veri reazionari? Ed invece, contraddicendo sempre Lenin, l’orda degli intellettuali infatuati solo dalla loro stessa fama di “radicalissimi”, si mettono completamente a rimorchio delle parole d’ordine e delle campagne di manipolazione dei peggiori dominanti, quelli egemoni: “Tutta la storia della democrazia borghese mette a nudo questa illusione: per ingannare il popolo, i democratici borghesi hanno sempre lanciato e sempre lanciano ogni sorta di "parole d'ordine". Si tratta di controllare la loro sincerità, di mettere a confronto le parole con i fatti, di non appagarsi della frase idealistica o ciarlatanesca, ma di cercar di scoprire la realtà di classe”. I fatti sono quelli che ci descrive Meyssan, e non la fandonie propinateci da Zizek. Avete materiale per giudicare da soli.

Ps. Mi scuso per la traduzione approssimativa, ma non ho tempo per riguardarla con attenzione.

 

LA “RIVOLUZIONE COLORATA” FALLITA IN IRAN

di Thierry Meyssan*

“La rivoluzione verde„ di Teheran è l'ultimo avatar “delle rivoluzioni colorate, che hanno permesso agli Stati Uniti di imporre governi al loro soldo in molti paesi senza dover ricorrere alla forza. Thierry Meyssan che ha consigliato due governi di fronte a queste crisi, analizza tale metodo e le ragioni del suo fallimento in Iran. “Le rivoluzioni colorate„ stanno alle rivoluzioni come il Canada Dry sta alla birra. Vi somigliano, ma ne non hanno il sapore. Sono cambiamenti di regime aventi l'aspetto di una rivoluzione, poiché mobilitano vasti segmenti popolari, ma dipendendo dal colpo di Stato non mirano a cambiare le strutture sociali, ma sostituire un'elite a un'altra per condurre una politica economica e estera pro-USA. “La rivoluzione verde„ di Teheran è l'ultimo esempio.

L’origine del concetto

Questo concetto è apparso negli anni 90, ma trova le sue origini nei dibattiti USA degli anni 70-80. Dopo le rivelazioni a catena circa i colpi di Stato fomentati dalla CIA nel mondo, e la grande vetrina delle commissioni parlamentari Church e Rockefeller (1), l'ammiraglio Stansfield Turner fu incaricato dal presidente Carter di ripulire l'agenzia e cessare ogni sostegno “alle dittature casalinghe”. Furiosi, i social democratici statunitensi (SD/USA) lasciarono il partito democratico e raggiunsero Ronald Reagan. Si trattava di brillanti intellettuali trotzkisti (2), spesso legati alla rivista Commentary. Quando Reagan fu eletto, affidò loro il compito di proseguire l'ingerenza US, ma con altri mezzi. Così crearono nel 1982 il National Endowment for Democracy (NED) (3) e, nel 1984, l’United States Institute for Peace (USIP). Le due strutture sono organicamente legate: amministratori del NED seggono nel consiglio d'amministrazione del USIP e viceversa.

Giuridicamente, la NED è un'associazione senza scopo di lucro, di diritto US, finanziata da una sovvenzione annuale votata dal congresso all'interno del bilancio del Dipartimento di Stato. Per condurre le proprie azioni, le fa cofinanziare dall’US Agency for International Development (USAID), essa stessa collegata al Dipartimento di Stato. In pratica, questa struttura giuridica è soltanto un paravento utilizzato congiuntamente dalla CIA, dal MI6 britannico e dall’ASIS australiano (e occasionalmente dai servizi canadesi e neozelandesi). La NED si presenta come un organo “di promozione della democrazia”. Interviene sia direttamente; sia con i suoi quattro tentacoli: uno destinato a corrompere i sindacati, un secondo incaricato di corrompere i patronati, un terzo per i partiti di sinistra ed un quarto per quelli di destra; sia ancora tramite fondazioni amiche, come Westminster Foundation for Democracy (Regno Unito), International Center for Human Rights and Democratic Development (Canada), Fondation Jean-Jaurès e Fondation Robert-Schuman (Francia), International Liberal Center (Svezia), Alfred Mozer Foundation (Paesi Bassi), Friedrich Ebert Stiftung, Friedrich Naunmann Stiftung, Hans Seidal Stiftung e Heinrich Boell Stiftung (Germania). La NED rivendica di avere corrotto così più di 6.000 organizzazioni nel mondo in una trentina di anni. Tutto ciò, naturalmente, essendo camuffato sotto l'aspetto di programmi di formazione o d'assistenza.

La USIP, da parte sua, è un'istituzione nazionale statunitense. È sovvenzionata annualmente dal Congresso nel bilancio del Dipartimento della Difesa. A differenza della NED, che funge da copertura ai servizi dei tre stati alleati, la USIP è esclusivamente statunitense. Sotto la copertura di ricerca in scienze politiche, può pagare personalità politiche estere. Appena ha potuto disporre di risorse, la USIP ha finanziato una nuova e discreta struttura, l’Albert Einstein Institution (4). Questa

piccola associazione di promozione della non-violenza era inizialmente incaricata di prefigurare una forma di difesa civile per le popolazioni dell'Europa dell'Ovest in caso d'invasione da parte dei paesi del Patto di Varsavia. Essa ha rapidamente preso la sua autonomia ed ha modellizzato condizioni nelle quali un potere statale, di qualunque natura esso sia, può perdere la sua autorità e crollare.

Primi tentativi

Il primo tentativo “di rivoluzione colorata” è fallito nel 1989. Si trattava di capovolgere Deng Xiaoping appoggiandosi su uno dei suoi parenti collaboratori, il segretario generale del Partito comunista cinese Zhao Ziyang, in modo da aprire il mercato cinese agli investitori statunitensi e fare entrare la Cina nell'orbita USA. I giovani partigiani di Zhao invasero piazza Tienanmen (5). Furono presentati dai mass media occidentali come studenti a-politici che si battevano per la libertà di fronte all'ala tradizionale del partito, mentre si trattava di un dissenso all'interno della corrente di Deng tra nazionalisti e filo-statunitensi. Dopo avere a lungo resistito alle provocazioni, Deng decise di concludere con la forza. La repressione fece tra i 300 e i 1000 morti secondo le fonti. 20 anni più tardi, la versione occidentale di questo colpo di Stato mancato non è cambiata. I mass media occidentali che hanno coperto recentemente quest'anniversario presentandolo come “una sommossa popolare” si sono stupiti del fatto che i pechinesi non abbiano conservato memoria dell'evento. È che una lotta di potere nell'ambito del partito non aveva nulla “di popolare„. Non si sentivano  toccati.

La prima “rivoluzione colorata” riesce nel 1990. Mentre l'Unione Sovietica era in corso di smembramento, il segretario di Stato James Baker si recò in Bulgaria per partecipare alla campagna elettorale del partito pro-USA, abbondantemente finanziato dalla NED (6). Tuttavia, nonostante le pressioni del Regno Unito, i bulgari, spaventati dalle conseguenze sociali del passaggio dall'URSS all'economia di mercato, commisero l'imperdonabile errore di eleggere al Parlamento una maggioranza di post-comunisti. Mentre gli osservatori della Comunità europea certificarono la regolarità dello scrutinio, l'opposizione pro-USA urlò alla frode elettorale e scese in strada. Installò un accampamento al centro di Sofia ed immerse per sei mesi il paese nel caos, fino a che il Parlamento elesse a presidente il filo-USA Zhelyu Zhelev. “La democrazia”: vendere il proprio paese agli interessi stranieri all'insaputa della propria popolazione.

Da allora, Washington non ha cessato di organizzare cambiamenti di regime, un po' ovunque nel mondo, mediante l'agitazione di piazza piuttosto che con giunte militari. Occorre qui circoscrivere i giochi. Al di là del discorso lenitivo “sulla promozione della democrazia”, l'azione di Washington mira all'imposizione di regimi che gli aprono senza condizioni i mercati interni e si allineano alla sua politica estera. Ma, se questi obiettivi sono conosciuti dai dirigenti “delle rivoluzioni colorate”, non sono mai discussi ed accettati dai dimostranti che mobilitano. E, qualora questo colpo di Stato riesca, i cittadini non ritardano a rivoltarsi contro le nuove politiche che si impongono loro, anche se è troppo tardi per ritornare indietro. D'altra parte, come si può considerare “democratiche” quelle opposizioni che, per prendere il potere, vendono il loro paese ad interessi stranieri all'insaputa della loro popolazione?

Nel 2005, l'opposizione kirghisa contesta il risultato delle elezioni legislative e porta a Bichkek dei dimostranti del Sud del paese. Fanno cadere il presidente Askar Akaïev. È “la rivoluzione dei tulipani”. L'assemblea nazionale elegge a presidente il filo-USA Kourmanbek Bakiev. Non riuscendo a controllare i suoi supporters che saccheggiano la capitale, dichiara di avere cacciato il dittatore e finge di volere creare un governo d'unità nazionale. Fa uscire di prigione il generale Felix Kulov, ex sindaco di Bichkek, e lo nomina il ministro dell'interno, quindi primo ministro. Quando la situazione si è stabilizzata, Bakaiev si sbarazza di Kulov e vende, senza gara d'appalto e con i logici sotto banco, alcune risorse del paese a società USA ed installa una base militare USA a Manas. Il tenore di vita della popolazione non è mai stato così basso. Felix Kulov propone di sollevare il paese federandolo, come in passato, alla Russia. Non tarda a tornare in prigione.

Un male per un bene?

Si obietta a volte, nel caso di Stati sottoposti a regimi repressivi, che se queste “rivoluzioni colorate” portano soltanto una democrazia di facciata, procurano tuttavia benessere alle popolazioni. Ma, l'esperienza mostra che nulla è meno sicuro. I nuovi regimi possono risultare più repressivi dei vecchi. Nel 2003, Washington, Londra e Parigi (7) organizzano “la rivoluzione delle rose” in Georgia (8). Secondo uno schema classico, l'opposizione denuncia frodi elettorali in occasione delle elezioni legislative e scende in strada. I dimostranti forzano il presidente Edouard Shevardnadze a fuggire e prendono il potere. Il suo successore Mikhail Saakachvili apre il paese agli interessi economici USA e rompe con il vicino russo. L'aiuto economico promesso da Washington per sostituirsi all'aiuto russo non arriva. L'economia, già compromessa, crolla. Per continuare a soddisfare i suoi accomandanti, Saakachvili deve imporre una dittatura (9). Chiude i mass media e riempie le prigioni, cosa che non impedisce assolutamente alla stampa occidentale di continuare a presentarlo come “democratico”. Condannato alla fuga in avanti, Saakachvili decide di rifarsi una popolarità lanciandosi in un'avventura militare. Con l'aiuto dell'amministrazione Bush e di Israele al quale ha affittato basi aeree, bombarda la popolazione dell'Ossezia meridionale, facendo 1600 morti, di cui la maggior parte ha la doppia nazionalità russa. Mosca risponde. I consulenti statunitensi e Israeliani fuggono (10). La Georgia è devastata.

Quanto basta!

Il meccanismo principale “delle rivoluzioni colorate„ consiste nel mettere a fuoco l'insoddisfazione popolare sull'obiettivo che si vuole abbattere. Si tratta di un fenomeno di psicologia di massa che spazza tutto al suo passaggio ed al quale nessun ostacolo ragionevole può essere opposto. Il capro-espiatorio è accusato di tutti i mali che affliggono il paese almeno da una generazione. Più resiste, più la rabbia della folla cresce. Sia che ceda o schivi, la popolazione ritrova i suoi fantasmi, le spaccature tra i suoi partigiani ed i suoi oppositori riappaiono. Nel 2005, nelle ore che seguono l'assassinio del primo ministro Rafik Hariri, in Libano si diffonde la voce che è stato ucciso “dai Siriani”. L'esercito siriano - che in virtù dell'Accordo di Taëf mantiene l'ordine dalla fine della guerra civile – viene contestato. Il presidente siriano, Bachar el-Assad, è personalmente messo in discussione dalle autorità statunitensi, cosa che è già una prova per l'opinione pubblica. A quelli che fanno osservare che - nonostante momenti tempestosi - Rafik Hariri è sempre stato utile alla Siria e che la sua morte priva Damasco di un collaboratore essenziale, si risponde che “il regime siriano” è così cattivo in sé che deve uccidere anche i suoi amici. I libanesi auspicano uno sbarco delle GI's per cacciare i Siriani. Ma, con generale sorpresa, Bachar el-Assad, ritenendo che il suo esercito non è più il benvenuto in Libano mentre il suo spiegamento costa caro, ritira i suoi uomini. Vengono organizzate elezioni legislative che vedono il trionfo della coalizione “anti-siriana”. È “la rivoluzione dei cedri”. Quando la situazione si stabilizza, ciascuno si rende conto che, se i generali siriani hanno in passato saccheggiato il paese, la partenza dell'esercito siriano non cambia nulla economicamente. Soprattutto, il paese è in pericolo, non ha più i mezzi per difendersi di fronte all'espansionismo del vicino israeliano. Il principale capo “antisiriano”, il generale Michel Aoun, si ravvede e passa all'opposizione. Furiosa, Washington moltiplica i progetti per assassinarlo. Michel Aoun si allea allo Hezbollah attorno ad una piattaforma patriottica. Era tempo: Israele attacca. In tutti i casi, Washington prepara in anticipo il governo “democratico”, cosa che conferma bene che si tratta di un colpo di Stato mascherato. La composizione del nuovo gruppo è tenuta segreta il più a lungo possibile. È per questo che la designazione del capro-espiatorio è realizzata senza mai evocare un'alternativa politica.

In Serbia, i giovani “rivoluzionari„ filo-USA hanno scelto un logo che appartiene all’immaginario comunista (il pugno teso) per mascherare la loro subordinazione agli Stati Uniti. Hanno preso come slogan “egli è finito!”, federando così gli insoddisfatti contro la personalità di Slobodan Milosevic che hanno ritenuto responsabile dei bombardamenti del paese, tuttavia effettuati dalla NATO. Questo modello è stato duplicato, ad esempio il gruppo Pora! in Ucraina, o Zubr in Bielorussia.

Una non-violenza di facciata

I comunicatori del Dipartimento di Stato vegliano sull'immagine non violenta “delle rivoluzioni colorate”. Davanti a tutte, le teorie di Gene Sharp, fondatore di Albert Einstein Institution. Ma la non-violenza è un metodo di combattimento destinato a convincere il potere a cambiare politica.  Affinché una minoranza si impadronisca del potere e lo eserciti, gli occorre sempre, prima o poi, l’uso della violenza. E tutte “le rivoluzioni colorate„ lo hanno fatto.

Nel 2000, nonostante il mandato del presidente Slobodan Milosevic durasse ancora per un anno, egli convocò elezioni anticipate. Lui stesso e il suo principale oppositore, Vojislav Koštunica, si trovarono al ballottaggio. Senza attendere il secondo giro di consultazioni, l'opposizione gridò alla frode e scese nelle strade. Migliaia di dimostranti affluirono verso la capitale, tra i quali minatori di Kolubara. I loro giorni di lavoro erano indirettamente pagati dalla NED, senza che loro fossero a conoscenza di essere remunerati dagli Stati Uniti. Essendo la pressione della manifestazione insufficiente, i minatori attaccarono gli edifici pubblici con i bulldozer che avevano trasportato, da cui il nome “di rivoluzione dei bulldozer”.

Qualora la tensione si perpetui e vengano organizzate contro-manifestazioni, la sola soluzione per Washington è di immergere il paese nel caos. Agenti provocatori sono allora inviati tra i due campi per colpire la folla. Ogni parte può constatare che quelli di fronte hanno colpito mentre avanzavano in modo pacifico. Il confronto si generalizza. Nel 2002, la borghesia di Caracas scende in strada per contestare la politica sociale del presidente Hugo Chavez (11). Con abili montaggi, le televisioni private danno l'impressione di una marea umana. Sono 50.000 secondo gli osservatori, 1 milione secondo la stampa ed il Dipartimento di Stato. Si verifica allora l'incidente del ponte Llaguno. Le televisioni mostrano chiaramente filochavisti, armi alla mano, che sparano sulla folla. In una conferenza stampa, il generale della guardia nazionale ed il vice-ministro della sicurezza interna conferma che “le milizie chaviste” hanno sparato sul popolo facendo 19 morti. Si dimette e chiama al capovolgimento della dittatura. Il presidente non tarda ad essere arrestato dai soldati insorti. Ma il popolo a milioni scende nella capitale e ristabilisce l'ordine costituzionale. Un'indagine giornalistica successiva ricostituirà in dettaglio il massacro del ponte Llaguno. Metterà in evidenza un ingannevole montaggio delle immagini, il cui ordine cronologico è stato falsificato come attestano i quadranti degli orologi dei protagonisti. In realtà, sono i chavisti ad essere stati attaccati e questi, dopo aver ripiegato, tentavano di liberarsi utilizzando armi da fuoco. Gli agenti provocatori erano poliziotti locali formati da un'agenzia USA (12).

Nel 2006, la NED riorganizza l'opposizione al presidente kenyano Mwai Kibaki. Finanzia la creazione del partito arancione di Raila Odinga. Quest'ultimo riceve il sostegno del senatore Barack Obama, accompagnato da specialisti della destabilizzazione (Mark Lippert, attuale capo di gabinetto del consigliere della sicurezza nazionale, ed il generale Jonathan S. Gration, attuale inviato speciale del presidente US per il Sudan). Partecipando ad una riunione di Odinga, il senatore

dell’Illinois si inventa un vago legame di parentela con il candidato filo-USA. Tuttavia Odinga perde le elezioni legislative del 2007. Sostenuto dal senatore John McCain, in qualità di presidente del IRI (prolungamento repubblicano della NED), contesta la sincerità dello scrutinio e chiama i suoi partigiani a scendere in strada. Nel mentre SMS anonimi sono inviati in massa agli elettori di etnia Luo. “Cari Keniani, Kikuyu ha rubato il futuro dei nostri bambini… noi dobbiamo trattarli nel solo modo che comprendono… la violenza”. Il paese, tuttavia uno dei più stabili dell’Africa, si infiamma improvvisamente. Dopo giorni di sommosse, il presidente Kibaki è costretto ad accettare la mediazione di Madeleine Albright, in qualità di presidente del NDI (il prolungamento democratico della NED). Viene creato un posto di primo ministro con il reintegro di Odinga. Ci si chiede, gli SMS dell’odio, non essendo stati inviati da impianti keniani, quale potenza straniera abbia potuto spedirli.

La mobilitazione dell'opinione pubblica internazionale

Negli ultimi anni, Washington ha avuto occasione di lanciare “rivoluzioni colorate” con la convinzione che pur fallendo a prendere il potere esse consentissero di manipolare l'opinione pubblica e le istituzioni internazionali. Nel 2007, numerosi Birmani insorgono contro l'aumento dei prezzi del combustibile domestico. Le manifestazioni degenerano. I monaci buddisti prendono la testa della contestazione. È “la rivoluzione zafferano” (13). In realtà, Washington non è interessata al regime di Rangoon; ciò che le interessa, è di strumentalizzare il popolo birmano per fare pressione sulla Cina che ha interessi strategici in Birmania (condutture e base militare di informazioni elettroniche). Di conseguenza, l'importante è mettere in scena la realtà. Immagini prese da telefoni portatili appaiono su YouTube. Sono anonime, inverificabili e fuori contesto. Precisamente, la loro apparante spontaneità gli dà credibilità. La Casa-Bianca può imporre la sua interpretazione dei video. Più recentemente, nel 2008, manifestazioni studentesche paralizzano la Grecia a seguito dell'omicidio di un giovane ragazzo di 15 anni da parte di un poliziotto. Rapidamente rompitori fanno la loro comparsa. Sono stati reclutati nel vicino Kosovo e trasportati su autobus. I centri delle città saccheggiati. Washington cerca di fare fuggire i capitali verso altri cieli e di riservarsi il monopolio degli investimenti nei terminali gaziferi in costruzione. Una campagna stampa dunque farà passare il governo ansante Karamanlis per quello dei colonnelli. Facebook e Twitter sono utilizzati per mobilitare la diaspora greca. Le manifestazioni si estendono ad Istanbul, Nicosia, Dublino, Londra, Amsterdam, La Haye, Copenaghen, Francoforte, Parigi, Roma, Madrid, Barcellona, ecc.

La rivoluzione verde

L'operazione condotta nel 2009 in Iran si iscrive in questo lungo elenco di pseudo-rivoluzioni. In  primo luogo, il congresso vota nel 2007 un finanziamento di 400 milioni di dollari “per cambiare il regime” in Iran. Questo si aggiunge ai bilanci ad hoc del NED, del USAID, della CIA e tutti quanti [NDR in italiano nel testo]. Si ignora come questo denaro è utilizzato, ma tre gruppi principali ne sono destinatari: la famiglia Rafsanjani, la famiglia Pahlevi, e i Moudjahidin del popolo. L'amministrazione Bush prende la decisione di finanziare “una rivoluzione colorata” in Iran dopo  avere confermato la decisione dello stato maggiore di non attaccare militarmente questo paese. Questa scelta è convalidata dall'amministrazione Obama. Per difetto, si riapre dunque la cartella “di rivoluzione colorata”, preparata nel 2002 con Israele nell'ambito dello American Enterprise Institute. All'epoca avevo pubblicato un articolo su questo metodo (14). Basta farvi riferimento per identificare i protagonisti attuali: è stato poco modificato. È stata aggiunta una parte riguardante il Libano con la previsione di un sollevamento a Beyrouth in caso di vittoria della coalizione patriottica (Hezbollah, Aoun) alle elezioni legislative, ma essa è stato annullata. Lo scenario prevedeva un sostegno massiccio al candidato scelto dall’ ayatollah Rafsandjani, la contestazione dei risultati dell'elezione presidenziale, degli attentati globali, il capovolgimento del presidente Ahmadinejad e della guida suprema l’ayatollah Khamenei, l'installazione di un governo di transizione diretto da Mousavi, quindi il restauro della monarchia e l'installazione di un governo diretto da Sohrab Sobhani.

Come immaginata nel 2002, l'operazione è stata supervisionata da Morris Amitay e Michael Ledeen. Ha mobilitato in Iran le reti dello Irangate. Qui piccoli cenni storici sono necessari. L’Irangate è una vendita di armi illecita: la Casa-Bianca desiderava rifornire in armi i Contras nicaraguensi (per lottare contro i sandinisti) da un lato e l'Iran dall'altro (per far durare fino all’esaurimento la guerra Iran-Iraq), ma ciò era proibito dal Congresso. Gli Israeliani proposero allora di dare in subappalto le due operazioni allo stesso tempo. Ledeen che ha la doppia nazionalità statunitense/israeliana funge da agente di collegamento a Washington, mentre Mahmoud Rafsandjani (il fratello dell’ayatollah) è il suo corrispondente a Teheran. Il tutto su un fondo di corruzione generalizzata. Quando scoppia lo scandalo negli Stati Uniti, una commissione d'indagine indipendente viene diretta dal senatore Tower ed il generale Brent Scowcroft (il mentore di Robert Gates). Michael Ledeen è un vecchio gitante delle operazioni segrete. Lo si trova a Roma in occasione dell'assassinio di Aldo Moro, lo si trova nell'invenzione della pista bulgara in occasione del tentativo d'assassinio di Giovanni Paolo II, o più recentemente nell'invenzione dell'approvvigionamento di uranio nigeriano da parte di Saddam

Hussein. Lavora oggi allo American Enterprise Institute (15) (al fianco di Richard Perle e Paul Wolfowitz) ed alla Foundation for the Defense of Democracies (16). Morris Amitay è ex direttore dello l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC). È oggi vicepresidente del Jewish Institute for National Security Affairs (JINSA) e direttore di un consiglio di gabinetto per grandi ditte d'armamento. Il 27 aprile scorso, Morris e Ledeen organizzavano un seminario sull'Iran allo American Enterprise Institute a proposito delle elezioni iraniane, attorno al senatore Joseph Lieberman. Il 15 maggio scorso, nuovo seminario. La parte pubblica consisteva in una tavola rotonda animata dall'ambasciatore John Bolton a proposito del “grand marchandage”: Mosca accetterebbe di lasciare cadere Teheran in cambio della rinuncia di Washington allo scudo anti-missile in Europa centrale? L'esperto francese Bernard Hourcade partecipava a questi scambi. Simultaneamente, l'istituto lanciava un sito Internet destinato alla stampa nella crisi a venire: IranTracker.org . Il sito include una rubrica sulle elezioni libanesi. In Iran, spettava all’ayatollah Rafsandjani capovolgere il suo vecchio rivale, l’ayatollah Khamenei. Proveniente da una famiglia di agricoltori, Hachemi Rafsandjani ha fatto fortuna nella speculazione immobiliare sotto lo Scià. È diventato il principale grossista di pistacchi del paese ed ha arrotondato la sua fortuna durante l’Irangate. I suoi averi sono valutati in molti miliardi di dollari. Diventato l'uomo più ricco dell’Iran, è stato successivamente presidente del Parlamento, presidente della repubblica ed oggi presidente del Consiglio di discernimento (organo arbitrale tra il Parlamento ed il Consiglio dei custodi della costituzione). Rappresenta gli interessi del bazar, cioè i commercianti di Teheran. Durante la campagna elettorale, Rafsandjani aveva fatto promettere al suo ex-avversario diventato il suo puledro, Mirhossein Mousavi, di privatizzare il settore petrolifero. Senza connessione alcuna con Rafsandjani, Washington ha fatto appello ai Moudjahidines del popolo (17).

Quest'organizzazione protetta dal pentagono è considerata come terrorista dal Dipartimento di Stato e da parte dell'Unione Europea. Ha effettivamente condotto operazioni terribili negli anni 80, fra cui un mega-attentato che costò la vita all’ayatollah Behechti, a quattro ministri, a sei ministri aggiunti ed a un quarto del gruppo parlamentare del partito della repubblica islamica. L'organizzazione è comandata da Massoud Rajavi, che sposa in prime nozze la figlia del presidente Bani Sadr, quindi Myriam la crudele in seconde nozze. La sua sede è installata nella regione parigina e le sue basi militari in Iraq, inizialmente sotto la protezione di Saddam Hussein, quindi oggi sotto quella del dipartimento della difesa. Sono i Moudjahidin che hanno garantito la logistica degli attentati durante la campagna elettorale (18). Spetta a loro di causare incidenti tra i militanti pro e anti-Ahmadinejad, quel che hanno probabilmente fatto. Qualora il caos si fosse rafforzato, la guida suprema avrebbe potuto essere capovolta. Un governo di transizione, diretto da Mirhussein Mousavi avrebbe privatizzato il settore petrolifero ed avrebbe ristabilito la monarchia. Il figlio del vecchio Scià, Reza Cyrus Pahlavi, sarebbe risalito sul trono ed avrebbe designato Sohrab Sobhani come primo ministro. In questa prospettiva, Reza Pahlavi ha pubblicato in febbraio un libro di interviste con il giornalista francese Michel Taubmann. Quest'ultimo è direttore del bureau d’information parisien d’Arte e presiede il Cercle de l’Observatoire, il club dei neo-conservatori francesi. Ci si ricorda che Washington aveva previsto in modo identico il ristabilimento della monarchia in Afganistan. Mohammed Zaher Shah doveva riprendere il suo trono a Kaboul e Hamid Karzai doveva essere suo primo ministro. Purtroppo, a 88 anni, il pretendente era diventato demente. Karzai diventò dunque presidente della repubblica. Come Karzai, Sobhani ha la doppia nazionalità statunitense. Come lui, lavora nel settore petrolifero del Caspio. Dal lato della propaganda, il metodo iniziale era affidato al gabinetto Benador Associates. Ma è evoluto sotto l'influenza dell'assistente del segretario di Stato per l'istruzione e la cultura, Goli Ameri. Questo iraniano-statunitense è un ex collaboratore di John Bolton. Specialista dei nuovi mass media, ha organizzato programmi di mezzi e di formazione ad Internet per gli amici di Rafsandjani. Ha anche sviluppato radio e televisioni in lingua farsi per la propaganda del dipartimento di Stato ed in coordinamento con la BBC britannica.

La destabilizzazione dell'Iran è fallita perché la principale molla “delle rivoluzioni colorate” non è stata correttamente attivata. MirHussein Mousavi non è riuscito a cristallizzare l'insoddisfazione sulla persona di Mahmoud Ahmadinejad. Il popolo iraniano non si è fuorviato, non ha reso il presidente uscente responsabile delle conseguenze delle sanzioni economiche statunitensi sul paese. Di conseguenza, la contestazione si è limitata alla borghesia delle zone del nord di Teheran. Il potere si è astenuto da opporre le manifestazioni le une contro le altre ed ha lasciato i complottatori scoprirsi. Tuttavia, occorre ammettere che l'intossicazione dei mass media occidentali ha funzionato. L'opinione pubblica straniera ha realmente creduto che due milioni di iraniani fossero scesi in strada, quando la cifra reale è almeno dieci volte inferiore. Il mantenimento sul posto dei corrispondenti della stampa ha facilitato queste esagerazioni dispensandoli di fornire le prove delle loro imputazioni. Avendo rinunciato alla guerra e fallito nel tentativo di capovolgere il regime, quale carta resta nelle mani di Barack Obama?

Thierry Meyssan

Analyste politique, fondateur du Réseau Voltaire. Dernier ouvrage paru : L’Effroyable imposture 2 (le remodelage du Proche-Orient et la guerre israélienne contre le Liban).

[1] Les multiples rapports et documents publiés par ces commissions sont disponibles en ligne sur le site The Assassination Archives and Research Center. Les principaux extraits des rapports ont été traduits en français sous le titre Les Complots de la CIA, manipulations et assassinats, Stock, 1976, 608 pp.

[2] « Les New York Intellectuals et l’invention du néo-conservatisme », par Denis Boneau, Réseau Voltaire, 26 novembre 2004.

[3] « La NED, nébuleuse de l’ingérence démocratique », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 22 janvier

[4] 2004. « L’Albert Einstein Institution : la non-violence version CIA », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 4 janvier 2005.

[5] « Tienanmen, 20 ans après », par le professeur Domenico Losurdo, Réseau Voltaire, 9 juin 2009.

[6] À l’époque, la NED s’appuie en Europe orientale sur la Free Congress Foundation (FCF), animée par des républicains. Par la suite, cette organisation disparaît et cède la place à la Soros Foundation, animée par des démocrates, avec laquelle la NED fomente de nouveaux « changements de régime ».

[7] Soucieux d’apaiser les relations franco-US après la crise irakienne, le président Jacques Chirac tente de se rapprocher de l’administration bush sur le dos des Géorgiens, d’autant que la a des intérêts économiques en Géorgie. Salomé Zourabichvili, n°2 des services secrets français, est nommée ambassadrice à Tbilissi, puis change de nationalité et devient ministre des Affaires étrangères de la « révolution des roses ».

[8] « Les dessous du coup d’État en Géorgie », par Paul Labarique, Réseau Voltaire, 7 janvier 2004.

[9] « Géorgie : Saakachvili jette son opposition en prison » et « Manifestations à Tbilissi contre la  dictature des roses », Réseau Voltaire, 12 septembre 2006 et 30 septembre 2007.

[10] L’administration Bush espérait que ce conflit ferait diversion. Les bombardiers israéliens devaient simultanément décoller de Géorgie pour frapper l’Iran voisin. Mais, avant même d’attaquer les installations militaires géorgiennes, la Russie bombarde les aéroports loués à Israël et cloue ses avions au sol.

[11] « Opération manquée au Venezuela », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 18 mai 2002.

[12] Llaguno Bridge. Keys to a Massacre. Documentaire d’Angel Palacios, Panafilms 2005.

[13] « Birmanie : la sollicitude intéressée des États-Unis », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 5 novembre 2007.

[14] « Les bonnes raisons d’intervenir en Iran », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 12 février 2004.

[15] « L’Institut américain de l’entreprise à la Maison-Blanche », Réseau Voltaire, 21 juin 2004.

[16] « Les trucages de la Foundation for the Defense of Democracies », Réseau Voltaire, 2 février 2005.

[17] « Les Moudjahidin perdus », par Paul Labarique, Réseau Voltaire, 17 février 2004.

[18] « Le Jundallah revendique des actions armées aux côtés des Moudjahidines du Peuple », Réseau Voltaire, 13 juin 2009.

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COMUNICAZIONI DI SERVIZIO

by Gianluca Freda (27/06/2009 - 15:46)


Riferendosi a questo ormai storico articolo, un lettore scrive:

"Caro" Freda, non sono i Sostenitori della Realtà dei fatti a dover dimostrare che la fialetta NON C'E'...bensì il contrario. Sei tu a dover dimostrare che QUELLA COSA -CHE NEL VIDEO NON SI VEDE, L'HAI INVENTATA TU- E' UNA FIALETTA. L'ONERE DELLA PROVA STA A TE, SVEGLIATI. Ora mi raccomando, censura anche questo post, dittatorucolo. ^_^

Marco Lucente

Caro lettore, privandomi con stoica abnegazione di uno dei rari piaceri della vita, non solo non censuro il tuo commento, ma lo metto qui in bella vista. Lo scopo è quello di esemplificare a tutti come non bisogna scrivere un post se non si vuole darmi la voluttuosa soddisfazione di farlo sparire con un click nel grande nirvana elettronico dello sproloquio inessenziale. Pretenderei (uso il condizionale che si utilizza nell’esprimere le aspirazioni irrealizzabili) che un commento postato su questo blog presentasse le seguenti caratteristiche:

1) Deve contenere opinioni e/o argomenti, non frasi fatte e moralismi parrocchiali. La quasi totalità dei post “critici” (diverse decine) che ho ricevuto in relazione a questo articolo conteneva perle del tipo: “Vergognati!” (sì, subito, finisco di dar da mangiare al gatto e arrivo), “hai ucciso quella povera ragazza per la seconda volta!” (lo sto appunto spiegando al commissario Gordon, qui alla centrale di polizia dove sono venuto a costituirmi), “quella povera ragazza è morta per la libertà e la democrazia e tu la infami così!” (intanto, anche prendendo per buone le scempiaggini che circolano sulla stampa, sarebbe morta perché era uscita dalla macchina a prendere una boccata d’aria, non per la “libertà”; inoltre non vedo come il sostenere che non è morta affatto possa ledere la sua onorevolezza), “sei un bruto senza compassione!” (e dovevate vedermi quando ho sghignazzato per un quarto d’ora buono durante la proiezione di “Schindler’s list”, meritandomi la riprovazione dei vicini di poltrona), “tu non ami la democrazia!” (e fosse un segreto!, ho postato non so quanti articoli dicendo che la ritengo la peggior forma di governo possibile). Per commenti di questo tipo esistono vasti spazi informativi (Repubblica, Corriere della Sera, Visto, Topolino, Io e il Giardinaggio, Perle Complottiste, ecc.) che possono dedicarvi lo spazio che meritate. Recatevi lì e date libero sfogo. Qui preferisco evitare la vanvera politically correct, visto che la rete già ne straripa.

Nel filmato c’è una fialetta (o provetta o quel che è) che io vedo benissimo e che molti altri utenti vedono benissimo. Mi sono anche preso la briga di cerchiarla negli snapshot che ho pubblicato, ad usum caecorum. Voi non la vedete? E io che posso farci? Problemi vostri e del vostro oculista. Inutile che scriviate dei post chiedendomi di ridarvi la vista, è più un lavoro per Padre Pio. Mica posso cerchiarla in braille, dopo tutto. La discussone può aver luogo soltanto con coloro che la vedono e sono in grado di spiegarmi cosa sia (sali per far rinvenire la ragazza? Ma non era mica svenuta...). I ciechi, volontari e non, si servano per cortesia delle apposite strutture d’assistenza.

2) Sono assolutamente vietati gli insulti verso altri utenti e, se possibile, anche verso l’amabile sottoscritto. Non è per essere permaloso, non lo sono mai stato. E’ che questo è un blog, non la porta di un cesso pubblico. Se non avete altro da offrire al mondo e al web che insulti, improperi e stupidaggini trovatevi un altro posto in cui defecarli. Questa - almeno finché non mi cacciano per oltraggio alla religione della maggioranza - è casa mia e se ci venite siete pregati di comportarvi da signori. L’espressione del lettore, che mi definisce “dittatorucolo”, è lusinghiera, ma imprecisa. Mi vedo più umilmente come una comune massaia che cerca di tener pulito il proprio tinello. Ergo, prima di entrare pulitevi i piedi e datevi una sciacquata alla bocca. Anche mettere in moto le capacità critiche sarebbe gradito, sebbene non essenziale.

3) In casi di particolare interesse, gli insulti al sottoscritto (ma SOLO ED ESCLUSIVAMENTE al sottoscritto) sono consentiti. A patto però che siano seguiti da ottime argomentazioni. Ad esempio se uno scrive che il mio articolo “è una stronzata”, deve far seguire i motivi che lo spingono a mettere così volgarmente in dubbio le mie decantate e sopraffine capacità razionali. Se lo farà, gli verrà fatta grazia della vita, in nome dell’interesse che provo verso chiunque aggiunga, seppure con maniere inurbane, qualcosa di nuovo al mio bagaglio di conoscenze (da notare che il “qualcosa di nuovo” deve essere nuovo davvero, non la rifrittura di una notizia stravecchia e magari già abbondantemente smentita su questo e altri siti).     

 Ad esempio, se io pubblico la foto che apre questo scritto (comparsa sullo Spiegel online), in cui si vede la simpatica deceduta iraniana con un crocefisso al collo, uno può tranquillamente affermare che tale foto “è una stronzata e chi la pubblica è uno stronzo”, però dovrà sviluppare un po’ meglio la sua affermazione. Si tratta forse di un fotomontaggio? Nella Repubblica Islamica Teocratica l’ortodossia religiosa consente eccezioni per le belle gnocche (può anche darsi)? La croce serviva a sottolineare la sua ferma volontà di protestare contro il regime oppressivo (ma come, nella “versione ufficiale” non si afferma che era una povera ragazza del tutto disinteressata alla politica e che è stata uccisa per caso?)?

Oppure: io potrei scrivere che tra la lettera della “sorella di Neda” (in cui si afferma che Neda e sua sorella trepidavano nell’attesa di partecipare alla manifestazione e che Neda è “morta fra le braccia di suo padre”) e l’intervista (senza video, come nei filmati di Bin Laden) al suo sedicente fidanzato (secondo il quale Neda non si interessava di politica ed è morta fra le braccia del suo maestro di musica) esiste qualche insanabile contraddizione. O è una fregnaccia l’una o è una fregnaccia l’altra. Potrei azzardarmi ad affermare che la verità, come spesso accade, sta probabilmente nel mezzo: sono fregnacce entrambe le “testimonianze”. Si tratterebbe, in questo caso, di un’asserzione d’inaudita gravità, che meriterebbe di essere stigmatizzata con parole anche dure. Tali parole, tuttavia, se desiderano sopravvivere alla scure del mio sadismo censorio, devono proporre una struttura logica alternativa a quella dominante (“se è A non può essere B”) che consenta di superare l’apparente (un bel po’ apparente) incongruenza.

O ancora: potrei scrivere che Arash Hejazi, il “medico” che soccorre Neda nel video, è sì laureato in medicina (anche se per sua stessa ammissione non pratica la professione da più di 10 anni), ma che in occidente è assai più noto per essere il fondatore ed editore della Caravan Books, casa editrice “alternativa” di Teheran, finanziata (come quasi tutti i gruppi d’opposizione in Iran) dai fondi del Congresso USA; potrei scrivere che questo tipo ha una residenza a Londra, fa la spola tra Londra e Teheran, studia alla londinese Oxford Brookes e ha un giornalista della CNN americana che risponde alle chiamate sul suo cellulare; potrei scrivere che la sua testimonianza sulla “morte di Neda” è quantomeno bizzarra (afferma che il sicario Basij che uccise Neda, sarebbe stato circondato dalla folla minacciosa, avrebbe iniziato a strillare “non volevo ucciderla!” e poi la folla lo avrebbe lasciato andare dopo averlo fotografato e avergli sottratto i documenti; aveva per caso un cartello al collo con scritto “sicario Basij”? I Basij, solitamente, sono in borghese; inoltre Wikipedia riporta una diversa testimonianza dello stesso Hejazi, in cui il sicario avrebbe invece sparato da un tetto); potrei suggerire che il fatto che un individuo così sospetto si imbatta non in un morto qualunque, ma nel morto che diventa per il mondo il simbolo della malvagità del regime di Ahmadinejad, dovrebbe perlomeno farci osservare le cose col beneficio del dubbio. Naturalmente ogni lettore è libero di ritenere che si tratti di “illazioni da idiota”, ed è libero di scriverlo sul mio blog, ma deve dimostrarlo e/o aggiungere elementi aggiuntivi se spera di sfuggire alle maglie della mia censura. L’epiteto “idiota” è sempre un’arma a doppio taglio: o lo corredi di argomentazioni o si trasforma dolorosamente in un autoritratto.

Spero di essere stato chiaro. Grazie per l’ascolto.         

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I CUOCHI DELLA REALTA'

by Gianluca Freda (26/06/2009 - 20:59)


LA DEMOLIZIONE CONTROLLATA DI BERLUSCONI NELL’ERA DEL PEDOFICALLY CORRECT

di Roberto Quaglia

dal sito www.Roberto.info  

I giornali hanno con la vita all’incirca lo stesso rapporto che le cartomanti hanno con la metafisica” (Karl Kraus)

 Nessuno si è mai chiesto come saranno le discussioni politiche da bar il giorno in cui l’era di Berlusconi sarà terminata? Non è un problema da poco. La politica in Italia ormai consiste solo in un litigio permanente fra chi insulta Berlusconi con la stressa passione e costanza con cui le nostre bisnonne ripetevano fino allo sfinimento i loro rosari, e chi invece, non insultando Belusconi, insulta a tempo pieno quelli che insultano Berlusconi. Quando Berlusconi non ci sarà più, come occuperanno il tempo tutti costoro? Azzardo un’ipotesi: continueranno a litigare a proposito di Berlusconi per i decenni a venire, nello stesso spirito in cui ancora adesso si litiga a proposito di Mussolini. Italiani brava gente, siamo d’accordo, ma per favore almeno smettiamola di tirarcela da intellettuali che non è più proprio il caso. Le discussioni di politica nel Bel Paese sono ormai indistinguibili nei contenuti dai battibecchi del tifo calcistico. Ragione per cui anziché con il solito testa e croce delle elezioni (non vi siete accorti che le elezioni un po’ le vincono gli uni e un po’ le vincono gli altri, proprio come se se la giocassero a testa e croce? Questo non vi da da pensare? O vi siete lasciati confondere dal fatto che la chiamano “alternanza”, che forse suona bene, ma a sembra che anche alla roulette il rosso e il nero si alternino con discreto successo…) sarebbe paradossalmente più coerente che i nostri politici si giocassero il governo in un regolare incontro di calcio (o per lo meno a calcetto), almeno così saremmo sicuri che davvero vince il migliore. E in caso di parità, sempre meglio la lotteria dei rigori che il testa e croce elettorale.

Amen.

Ecco, in questo articolo io vorrei evitare di scendere a questi livelli, quindi per favore i tifosi in ascolto si astengano dal cercare di stabilire se intendo qui difendere Berlusconi o se invece mi sto trattenendo a stento dall’unirmi al linciaggio. Nulla di tutto ciò. Azzardo solo una piccola e modesta analisi di quanto sta oggi accadendo, poiché non riesco a trovare in giro ragionamenti che non siano viziati da una pesante faziosità di chi scrive, da una parte come dall’altra, sin dai grandi giornali fino ai più piccoli blog.

Uno dei motivi per cui non si ragiona più, è che in effetti è rimasto ben poco su cui ragionare. La Politica con la P maiuscola dalle nostre parti è finita, così come ci dobbiamo scordare la Democrazia con la D maiuscola. Ci aspetta a breve la ratificazione del Trattato di Lisbona, che nessuno sa bene cosa sia (qualcuno se/me lo sa spiegare?), ma alcuni sostengono che comporterà sostanziali cessioni di sovranità da parte delle varie nazioni al governo europeo. I nostri politici avranno quindi sempre meno possibilità di scelta, dovendo obbedire per i temi importanti alle “direttive europee”, che nessuno bene capisce come si formino. In pratica saranno declassati ad un rango di poco superiore a quello di amministratori di condominio. Visto il livello medio della nostra classe politica c’è chi dice che questo sia in fin dei conti un bene, mentre per altri è molto male dato che non è chiaro quanto il nuovo sistema possa ancora essere davvero democratico. A voler approfondire c’è allora chi si interroga sulla possibilità che una democrazia parziale possa in effetti funzionare meglio rispetto una democrazia completa, ma noi non ci lasciamo attirare in queste discussioni accademiche.

“Come cominciano le guerre? I diplomatici raccontano bugie ai giornalisti, poi credono a quello che leggono.” (Karl Kraus)

Ciò che ci interessa oggi è esaminare il procedimento di demolizione controllata di Berlusconi che si sta attuando in questi giorni. In gergo tecnico si chiama character assassination (assassinio del personaggio), in parole povere si diffama ad arte il bersaglio fino al punto di rendere la sua immagine impresentabile. E’ una tecnica usata innumerevoli volte ovunque nel mondo e nella storia, ed ogni popolo ha i suoi modi e stili preferiti. Lo scandalo sessuale, di cui oggi Berlusconi è vittima, è un modo inedito nel nostro paese. E’ invece come si sa il trattamento preferito nei paesi anglosassoni. Bill Clinton fu quasi interdetto dalla sua carica di Presidente degli Stati Uniti in seguito allo scandalo montato intorno alla fellatio di Monica Lewinski, un atto di sesso orale con opportuna eiaculatio ante cassafortem, (la Lewinksi conservò a lungo la propria blusa sporca di sperma presidenziale in cassaforte – non farebbe così qualsiasi fanciulla di buona famiglia?).

“Ovunque la gente scambia quello che legge nei giornali per notizie” (A. J. Liebling).

Vediamo quindi innanzitutto in dettaglio un piccolo esempio di questa demolizione del personaggio Berlusconi, dopo di che ne analizzeremo i possibili retroscena. Il quotidiano La Repubblica è l’ariete principale in questa operazione, quindi scegliamo un giorno a caso e commentiamone la prima pagina. L’immagine sottostante mostra la homepage dell’edizione online de La Repubblica del 22 Giugno 2009.

 


 

Repubblica titola: Berlusconi, indagini su 5 feste, si allarga il filone della cocaina

A fianco del titolo un’immagine di Berlusconi che si muove frettolosamente su un prato, con ansia, quasi scappando. L’insieme dei segni evoca l’idea che Berlusconi organizzi feste a base di cocaina e che ora che è stato scoperto si stia dando alla fuga. Subito dopo la frase “In almeno 4 occasioni Tarantini POTREBBE avere reclutato donne per il Cavaliere” si commenta da sola. L’uso del condizionale è una vecchia tecnica per insinuare impunemente colpe che non sono provate. Subito sotto, gratuita e fuori luogo, la parola “transessuale”. Ancora sotto, titolo grosso: “Slave vestite da Babbo Natale” – si noti l’uso chiaramente dispregiativo, classista e razzista in questo contesto della parola “slave” (in un certo immaginario nostrano di bassissima lega sinonimo implicito di troie). Si poteva scrivere “donne”,”ragazze”, invece si è scritto “slave” per rendere l’espressione molto più morbosa, soprattutto in accostamento a Babbo Natale. “Ragazze vestite da Babbo Natale” suonerebbe molto più innocente. E poi: “C’erano rumene, sembravano di casa..:” e anche qui la parola rumene è intesa in senso razzista, classista e dispregiativo, di nuovo accomunate al ruolo di puttane, e l’elemento diffamatore per Berlusconi è che sembrassero di casa. Lo dimostra il fatto che se invece si fosse scritto “C’erano ragazze, sembravano di casa”, l’effetto non si sarebbe ottenuto. Le rumene peraltro NON sono slave, ma chi se ne frega, l’obiettivo è raddoppiare l’insulto. Il milione e rotti di rumeni che vivono e lavorano in Italia prendano nota del rispetto loro tributato da Repubblica, e così facciano gli slavi. Con quale autorità morale Repubblica potrà in futuro criticare casi di discriminazione razzista dopo titoli di questa risma?

Glissando sui dettagli puramente trash (Barbara mostra i regali di “Papi”, la “trans” Manila, “così andai a cena da lui”) facciamo il bilancio tecnico di questa notizia: nello spazio di pochissime righe – i titoli e sottotitoli – Berlusconi viene associato alle seguenti parole chiave 1. Indagini (NB: lui non è al momento indagato in questa vicenda) 2. Cocaina, 3. Transessuali, 4. Droga, 5. Slave (sottintese come zoccole), 6. Rumene (sottintese come zoccole)

Gli psicologi ben sanno che il cervello umano crea associazioni automatiche fra elementi che vede fisicamente attigui, anche se privi di collegamenti logici. Quando perseguono una character assassination, i giornalisti (di ogni parte politica, Repubblica è solo un caso, anche se eclatante) ricorrono sistematicamente a questa tecnica.

“L’editore è una persona impiegata in un giornale, il cui lavoro è separare la crema dal fango e far stampare il fango” (Bob Phillips)

Se avete dei dubbi sul fatto che questa pratica funzioni, potete sempre fare un esperimento facile facile, della serie try-it-at-home: prendete una fotografia che vi ritrae ed incollatela su un foglio bianco. Poi prendete la foto di un bel pezzo di merda ed appiccicatecela a fianco. Quindi incorniciate il tutto e regalatela al/alla vostra/o fidanzata/o (se ne siete privi provate con la mamma), pregandola/o di tenerla sempre sul comodino. E se il partner butta via o nasconde la foto dove non la può vedere, voi regalategliene una al giorno, ad oltranza. Quindi osservate nelle settimane seguenti se qualcosa cambia nel comportamento del partner nei vostri confronti…

Ogni giornale, dalla prima all’ultima riga, non è che un tessuto di orrori. [...] Non capisco come una mano pura possa toccare un giornale senza una convulsione di disgusto. (Charles Baudelaire)

Scherzi a parte, sia quindi chiaro che Repubblica non è peggio delle altre testate giornalistiche, solo più efficiente nei risultati, eventualmente. Quando conviene, i giornali (o i telegiornali) fanno tutti così, questo è il giornalismo, e non da ieri, complice la dabbenaggine di chi leggiucchia privo del senso critico necessario per distinguere le informazioni significative dalle vacue ciance e le balle. Qualcuno si ricorda dell’emblematico caso di Enzo Tortora? A smemorati e ignavi consiglio l’ottimo libro in merito di Vittorio Pezzuto, che andrebbe reso obbligatorio nelle nostre scuole.

“La pubblicità è la parte più veritiera di un giornale” (Thomas Jefferson)

Adesso che abbiamo verificato il fenomeno, possiamo investigarne l’eziologia. Fosse un fenomeno interamente italiano, l’opera non sarebbe molto interessante. Invece è ormai uno scandalo di visibilità internazionale che riempie le pagine anche all’estero, soprattutto nei paesi anglosassoni. The Times da al nostro Presidente del Consiglio del pagliaccio al quale è caduta la maschera, il Financial Times lo attacca pesantemente (e non per la prima volta), nello staff di Berlusconi qualcuno accusa la sinistra italiana di essere in grado influenzare questi grandi giornali inglesi, che come si sa sono un tutt’uno con i potenti centri finanziari anglosassoni. Che sciocchezza! In realtà il semplice buon senso suggerisce che ad essere vero è probabilmente l’esatto contrario. Molti elementi suggeriscono che la demolizione controllata di Berlusconi sia un prodotto d’importazione, e venga da lontano.

Il presidente emerito Cossiga si è espresso almeno due volte in merito: nella prima intervista non esclude un ruolo dell’America, la seconda volta propende per un complotto nazionale, ma tra le righe rimane l’idea dell’intrigo internazionale. L’opinione di Cossiga è sempre molto interessante, poiché è uno dei pochi politici in giro che si conceda il lusso di divertirsi a dire ciò che pensa, e di sicuro non gli fanno difetto intelligenza, esperienza e fonti. Pochi lo sanno, ma nel 2007 Cossiga dichiarò al Corriere della Sera che negli attentati dell’11 settembre Al Qaeda non c’entrava, che si era trattata di un’operazione essenzialmente made in USA. Non lo sanno in molti poiché curiosamente nessun altro giornale riprese la notizia. Neppure Repubblica, oggi così pervicace in questa manifestazione di giornalismo esemplare che ci fa scoprire di tutto e di più sui genitali assortiti dell’orbita presidenziale. Uno scoop di tale magnitudo – accipicchia, un ex-Presidente della Repubblica Italiana che dichiara che gli americani di sono fatti l’11 settembre da soli – è passato sotto un silenzio che avrebbe fatto invidia alla censura dell’Unione Sovietica di Stalin. Niente male, eh, per la trasparente e democratica stampa occidentale? D’altra parte anche sul mio libro di 500 pagine sui retroscena dell’11 settembre il silenzio della stampa è stato perfetto e la disinformazione tale che anche chi ne ha sentito parlare non ha provato il bisogno di leggerlo credendo di sapere già tutto nel merito (vedi www.mito11settembre.it).

Il giornalismo è un inferno, un abisso d’iniquità, di menzogne, di tradimenti, che non si può traversare e dal quale non si può uscire puri a meno di essere protetti, come Dante, dal divino alloro di Virgilio.(Honoré de Balzac)

A questo punto sorge la domanda : cosa avrebbe fatto Berlusconi per meritarsi tanta sgradevole attenzione da parte di questi poteri esteri? C’è solo l’imbarazzo della scelta.

Ad inizio novembre 2008 Berlusconi va in Russia e si incontra col Presidente Medvedev e pubblicamente dichiara qualcosa di inaudito. Vediamo se qualcuno si ricorda. Vi dice qualcosa la battuta di Berlusconi su Obama, bello, giovane ed abbronzato?

Esatto, Berlusconi pronunziò queste parole in occasione di quell’incontro con Medvedev, ed i nostri giornali amanti della verità non persero l’occasione di ricamarci sopra un tormentone che durò a lungo. Ma io non mi riferivo a questo, quando ho usato la parola inaudito. Nella stessa occasione Berlusconi ha infatti anche dichiarato, testualmente:

“Ringrazio il presidente Medvedev per avere apprezzato la posizione italiana in merito al conflitto con l’Ossezia. Questa posizione era basata sulla conoscenza dei fatti. E io penso che questi fatti dovrebbero aiutare la comunità internazionale a comprendere che cosa sia accaduto in realtà e superare la disinformazione che spostò l’opinione pubblica lontana dalla realtà.”

Accipicchia, ecco qualcosa di veramente inaudito, il presidente di una nazione della NATO che pubblicamente riconosce che la versione dei fatti fornita dall’America e ripetuta su tutti i giornali è una totale menzogna, e che la versione dei fatti autentica è quella della Russia. Ma voi questo probabilmente non lo sapevate, dato che i giornali nei quali riponete la vostra fiducia vi parlavano invece tutto il tempo della battuta sull’Obama bello, giovane ed abbronzato. Chi l’avrebbe mai detto che il famoso invito di Nanni Moretti a Massimo d’Alema, “Dì qualcosa di sinistra”, sarebbe stato piuttosto raccolto da Berlusconi?

Di bene in meglio (o di male in peggio – dipende dai gusti), qualche giorno dopo Berlusconi alza ulteriormente il tiro, dichiarando che le progettate installazioni dei radar e missili americani in Polonia e Repubblica Ceca, ufficialmente destinate ad intercettare missili dall’Iran (!), sono in realtà una provocazione contro la Russia, così come lo è il riconoscimento del Kossovo, provocazioni che potrebbero condurre ad una nuova guerra fredda. Tutto vero, ma sempre più inaudito, da parte del leader di una nazione della NATO! L’unico commento noto a riguardo è quello di Giulio Andreotti, che consiglia discretamente a Berlusconi di tenersi lontano da certi argomenti. La notizia scomparirà immediatamente dal proscenio giornalistico, e per immediatamente intendo poche ore. Io ebbi la ventura di leggere la notizia sulla versione online del Corriere della Sera, e quando poche ore la volli rileggere scoprii che era scomparso qualsiasi riferimento ad essa dalle prime pagine del quotidiano. Riuscii a ritrovarla solo ricercando nella cronologia della navigazione.

Giornalisti. Chi si salverà da questi cuochi della realtà? (Ennio Flaiano)

Così, mentre gli strateghi angloamericani investono energie e risorse per isolare la Russia cercando in mille modi di rovinarne l’immagine internazionale, Berlusconi esce dal coro dicendo la scomoda verità (mi rendo conto che per alcuni può essere un duro colpo dal quale non ci riprende più sorprendere Berlusconi nel flagrante atto di non mentire) e, non pago, dichiara poi addirittura di volere che la Russia entri nell’Unione Europea.

Già questo basta ed avanza a decretare la necessità della sua fine politica. Tuttavia, dalle parole Berlusconi passa anche ai fatti, concludendo con la Russia accordi importanti in campo energetico fra l’italiana Eni e la russa Gazprom. Se è vero che verba volant, energīa manent, insomma, chi si ricorda del caso Mattei saprà che a giocare sul serio col fuoco (o con ciò che serve a produrre il fuoco) ci si scotta, magari con qualche aiutino da parte del famigerato club atlantico dei fuochisti invidiosi. Anche l’invito in Italia a Gheddafi, del quale gli americani bombardarono l’abitazione uccidendone una figlia, non deve avergli guadagnato molte simpatie oltreoceano. E l’operazione Alitalia di sicuro gli ha esacerbato altre importanti inimicizie.

C’è da avere più paura di tre giornali ostili che di mille baionette. (Napoleone I)

L’attacco con armi sessual-scandalistiche a Berlusconi iniziò con le famose foto della diciottenne Noemi, alla cui festa di compleanno il Presidente del Consiglio si recò. Ben poca cosa, in confronto a ciò che sarebbe seguito, ma all’epoca sembrava già abbastanza per intaccare il consenso popolare del Cavaliere. Ricordo Berlusconi, in televisione per la campagna elettorale, sottolineare fuori da ogni contesto l’importanza della imminente ratificazione del Trattato di Lisbona, un argomento curioso da usarsi in campagna elettorale dato che non mi risulta che in Italia ci siano partiti che osino esprimersi contro (a parte qualche voce isolata all’interno della Lega e all’estrema sinistra, se ricordo bene). Quindi il destinatario di tali dichiarazioni non era probabilmente qualcuno nel nostro paese. Berlusconi ha forse cercato di mandare deboli messaggi a chi aveva iniziato a mettere in opera la sua character assasination, che tuttavia non sono bastati a richiamare i sicari. Ma Noemi non bastò a disarcionare il Cavaliere, l’elettorato non lo ha abbandonato, e quindi per questo lo scandalo è dovuto salire di livello. Eppure Berlusconi per il momento resiste. L’aspetto grottesco di questo processo è che proprio il suo controllo sulle reti televisive (oggettivamente poco democratico) a proteggerlo dal complotto (oggettivamente altrettanto poco democratico).

Politica: Conflitto di interessi mascherato da lotta fra opposte fazioni. Conduzione di affari pubblici per interessi privati. (Ambrose Bierce)

Il paradosso affascinante di questa questione è rappresentato dalla notevole (quasi sadica, psicanaliticamente parlando) passione e soddisfazione catartica che trapela fra i detrattori di Berlusconi mentre lo scandalo si sviluppa. E’ un paradosso, dato che generalmente i detrattori di Berlusconi sono tali poiché gli imputano comportamenti illegali, conflitti di interesse e soprattutto velleità antidemocratiche. E si tratta di tre elementi chiaramente presenti anche nella costruzione di questo scandalo: è difficile sostenere che fotografare col telescopio da chilometri di distanza qualcuno nudo a casa sua, non violi la sua privacy (e quindi la legge rispettiva) oltre ovviamente al buon gusto, è ingenuo pensare che non vi siano precisi e potenti interessi in questa “crociata morale” che con la morale nulla abbiano a che fare, ed infine, per quel poco che capisco di democrazia, mi sembra che l’unica cosa che dovrebbe legittimare o delegittimare un governante in democrazia sia il voto dei cittadini, e non so quanto democratica sia una eventuale delegittimazione mediante scandalo sessuale. Non sto cercando qui di difendere Berlusconi (già si odono tra un bit e l’altro gli ululati dei ciberlupi), bensì formulando un ragionamento logico che vuol solo essere tecnico e mettere in evidenza alcune contraddizioni palesi. E’ interessante a questo proposito il consiglio che Cossiga ha dato a Berlusconi in una lettera aperta: fare una dichiarazione personale in parlamento su questa vicenda, porre la fiducia su di essa, farsi intenzionalmente votare contro dalla maggioranza suicidando così la legislatura e andare subito ad elezioni anticipate. Chi vincerebbe le elezioni? Ognuno deve cercare la risposta in cuor suo. Ma chiunque vincesse, l’argomento sarebbe chiuso una volta per tutte.

Fin qui abbiamo gustato solo l’antipasto del paradosso. Il piatto forte del paradosso è che i detrattori di Berlusconi sono di solito parimenti ostili anche al potere imperialista americano, al sistema dei banchieri internazionali e compagnia bella. Dato che pare siano proprio costoro ad avere decretato la demolizione controllata di Berlusconi, scopriamo che l’esultazione degli antiberlusconiani per l’attacco a Berlusconi è quanto meno bizzarra. Per quanto essi – a ragione o a torto, non sta a me qui giudicare, schierarsi non giova mai all’analisi – detestino Berlusconi, è un dato di fatto che il Cavaliere ha ripetutamente pestato i piedi agli americani in un modo che nessun altro leader occidentale ha osato fare in tempi recenti (a parte forse Schroeder in Germania qualche anno fa, con il suo accordo coi russi per un oleodotto marino – e la sua carriera politica è finita 10 minuti dopo). Non si tenta quindi oggi di demolire Berlusconi per le colpe che storicamente gli vengono ascritte, bensì per azioni che a rigore di logica dovrebbero riscuotere l’approvazione di chi lo ha sempre avuto in antipatia.

In pochi per ora si sono resi conto di questa “alternativa del diavolo”, che colpisce chiunque viva la politica in termini di bianco e nero, di buoni e cattivi, e ad un tratto si trova di fronte alla necessità di fare un bilancio fra differenti mali e decidere qual è il meno peggiore.

Qualcuno però si sta svegliando, in quella parte di blogosfera dove Berlusconi è sempre stato visto come IL nemico da abbattere, e a denti stretti deve ammettere di dover considerare l’eventualità di ritrovarsi un giorno a rimpiangere l’odiatissimo Cavaliere, perché ciò che verrà dopo sarà probabilmente assai peggio.

“La differenza tra la letteratura e il giornalismo? Il giornalismo è illeggibile e la letteratura non è letta. (Oscar Wilde)

Non ho idea di quanto i burattinai di questa demolizione controllata di un Presidente del Consiglio siano in grado di alzare il tiro, né di quante forze – politiche e psicologiche – l’ormai ultrasettantenne Silvio Berlusconi possa disporre per resistere all’assedio. Dato per finito innumerevoli volte, come niente fosse il Cavaliere si è finora sempre rialzato e ogni volta più baldanzoso di prima. La demolizione di Berlusconi è ormai già anche uno show nelle televisioni americane (come potete vedere nel videoclip in calce a quest’articolo). Quale sarà la prossima puntata del melodramma? E quale ne sarà l’epilogo? Berlusconi può resistere e vincere, oppure resistere e cadere. Oppure può arrendersi sottobanco e mettersi in riga a prendere ordini dall’alto come ogni politico “che si rispetti”. Se non cederà, forse l’escalation andrà avanti, e ne vedremo di tutti i colori. In una recente (e criticata) battuta Berlusconi ha detto: “Ci manca solo che mi dicano che sono gay”. No, caro presidente, sia più immaginativo, se l’ipotesi di complotto internazionale è fondata, c’è probabilmente il fior fiore dei creativi a lavorare sul Suo caso. Da alcuni anni viviamo in un mondo pedofically correct (lo so che in inglese si dovrebbe scrivere pedophically correct, ma il mio neologismo è in italiano), ovvero è stata approntata questa formidabile arma di scomunica moderna istantanea, l’accusa di pedofilia, dalla quale non c’è ritorno, anche quando si viene assolti, l’arma definitiva di demolizione di qualsiasi personaggio. Non è mai stata usata sinora contro un capo di governo. Ma come Hiroshima insegna, per tutto c’è sempre una prima volta.

Roberto Quaglia

    per approfondimenti:

    www.Robertoquaglia.com

    www.mito11settembre.it

    www.edicola.biz

articolo pubblicato con licenza diritti Creative Commons, ovvero è permessa la libera riproduzione di questo testo purché in forma inalterata e comprensiva dei link in esso contenuti e purché la pubblicazione non abbia carattere commerciale

 

Ecco un video in cui Berlusconi viene preso in giro su una TV americana.

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"TOCCA A NOI !" (PIGLIARLO NEL CACAPRANZI)

by Gianluca Freda (26/06/2009 - 16:42)


Ricevo da un lettore e immantinente e riconoscentemente pubblico:

IL CONTRATTACCO

di Luigi Rossi

 

Spesso mi sono domandato come farà il sistema a difendersi da Grillo o in generale dalla libera informazione che circola in rete?

Prima una definizione:

In questo scritto intenderemo elite intellettuale l’insieme dei cittadini con cultura ed informazione media sufficienti a superare la barriera di apparenze prodotta dei mass media. La definizione non porta con se alcuna connotazione economica. Oggi chiunque abbia una connessione web o un poco di tempo libero da dedicare alla lettura può appartenere all’elite intellettuale come qui definita.

Una cosa fondamentale da capire è che la composizione dell’elite intellettuale è variabile, nel senso che variando il tema proposto il gruppo di persone in grado di sviscerarlo cambia. Per quanto io possa essere attento alla mia preparazione intellettuale non potrò mai coprire tutto lo scibile umano, (in realtà nemmeno una sua minima parte) inoltre, anche se mi interesso di un argomento ci vuole tempo e dedizione per costruire solide basi su cui poggiare i miei ragionamenti, quindi, di fatto, ci saranno sempre argomenti su cui sarò inadatto ad esprimere un’opinione.

Poi una premessa:

La democrazia è l’unica forma di governo che consente ai governanti di non considerare l’opinione dell’elite intellettuale di turno. Questo enorme potere è garantito ai governanti dai difetti intrinseci alla democrazia, cioè dal suffragio universale (è assurdo che l’opinione di chiunque sia ugualmente influente su qualsiasi argomento: se devo scegliere il ministro dell’economia l’opinione di un economista conta più di quella di un medico, se devo scegliere il ministro della salute conta più l’opinione di un medico che quella di un economista), dal non limite alla candidabilità (è assurdo che un medico che per 20 anni ha esercitato la professione possa candidarsi a ministro dell’economia, e che un economista che per 20 ha diretto un ufficio studi di una banca possa candidarsi a ministro della salute) e dal trasferimento di responsabilità (io governante sono stato eletto da te popolo, quindi in fondo in fondo la colpa di quello che accade è tua, popolo, che mi hai votato).

Sfruttando abilmente i tre difetti intriseci del tanto amato sistema di governo è possibile garantire a qualsiasi gruppo sufficientemente potente (economicamente e/o politicamente) la propria sopravvivenza. Il suffragio universale garantisce, mettendo in minoranza l’elite intellettuale, che ci sia quantomeno il rumore di fondo che permette di non avere mai un risultato chiaro in una votazione, anche se il più delle volte si riesce a produrre risultati contrari all’interesse dei più. Il non limite alla candidabilità consente a chi detiene il potere di candidare persone che abbiano l’abilità di vendere la propria immagine invece della propria competenza tecnica, politica o diplomatica. Il trasferimento di responsabilità crea nei votanti quel fondo di rassegnazione che limita l’incisività di ogni azione di protesta.

Mescolate assieme quanto sopra ed otterrete: di fronte ad un problema viene proposta come soluzione allo stesso una legge che va contro l’interesse dei più ma su cui la maggioranza delle persone non ha basi tecnico teoriche per farsi una propria idea. Il candidato che la porta avanti è un attore senza alcuna competenza in materia (succede continuamente negli USA) ma che ha studiato la parte nei minimi particolari e che, tutelato dal trasferimento di responsabilità, può mentire a volontà.

Et voilà, vi siete fatti una legge su misura.

Naturalmente quanto sopra prevede il controllo stretto dei media, sono loro a formare l’opinione in chi non ha le basi per capire veramente il problema e sono loro a diffondere la voce del candidato scelto per portare avanti la campagna di propaganda, ma la parte fondamentale è che ci sia cieca fiducia nel sistema: la democrazia è il sistema perfetto, il migliore per definizione.

Oggi il sistema democratico è fortemente indebolito, anche se nessun mass media ha mai osato affermare che la forma di governo sia la causa dei problemi, il calo dei votanti e la generale sfiducia nella classe politica sono i sintomi di questa diffidenza strisciante. Prima o poi il disgusto verso la classe politica porterà ad una presa di coscienza e la sensazione che il sistema sia il punto debole si trasformerà in consapevolezza.

Se si vuole mantenere il potere il sistema deve quindi essere difeso. La democrazia deve continuare ad essere percepita come perfetta.

La controffensiva richiede scelte strategiche semplici: i vecchi ed i maturi sono a posto, credono ancora a Repubblica e Corriere che sono strettamente sotto controllo. Il problema sta nelle nuove generazioni. Non leggono quotidiani, vanno in rete a leggere Grillo, Blondet, Uriel. Ricevono troppi input non controllati, che messi assieme potrebbero far sorgere il dubbio. Su di loro bisogna lavorare.

Gli strateghi di regime hanno trovato una soluzione che ancora una volta mi ha sorpreso (in effetti, sono dei geni). Si chiama Tocca a noi, e passa su MTV.

Chiariamo subito che è fuori di dubbio che MTV possa mandare in onda qualcosa che non sia in sintonia con i desiderata del potere: MTV è di proprietà di Telecom Italia, quella, per capirsi, il cui controllo azionario è in mano ai più grossi gruppi finanziari ed industriali italiani quella dello scandalo intercettazioni, quella acquistata due volte consecutive da due soggetti diversi finanziati entrambi dalla stessa banca americana, che in rete si vocifera (non posso garantire sia vero) sia collegata ai servizi statunitensi. Se MTV trasmette Tocca a noi significa che il potere vuole che sia trasmesso, non ci sono dubbi.

Che cos’è Tocca a noi? Dal sito di Tocca a noi: “”Tocca a noi” coinvolge i ragazzi in un progetto di democrazia diretta senza precedenti, mette il potere nelle loro mani, riporta la loro voce nel processo politico: dà loro la possibilità di migliorare concretamente quello che non va, lasciandoli parlare senza filtri, agire senza sovrainterpretazioni o commenti superflui.

Democrazia allo stato puro.

Il funzionamento dell’iniziativa è banale e ricalca Beppe Grillo, sono state raccolte delle proposte, arrivate da diverse università o gruppi in genere, ed andando sul sito di MTV è possibile votare per contribuire a scegliere quale di queste presentare al parlamento.

Il successo dell’operazione è garantito dalla forza propagandistica di MTV e dalle scelte di comunicazione fatte. Per pubblicizzare l’iniziativa hanno scelto di scrivere una canzone in stile rap estremamente orecchiabile (viene passata continuamente, consiglio tutti di sentirla) e di farla interpretare ai volti più noti della musica italiana. Il linguaggio è estremamente aggressivo nei confronti della classe politica, in perfetto stile adolescenziale, e nella canzone si ripete quasi ossessivamente che le cose attualmente non stanno funzionando e che, in pratica, è sufficiente un click su un sito per mettere tutto a posto.

Il succo ultimo è un gigantesco spot a favore del sistema democratico. Nella dura realtà il parlamento non considererà la proposta o lo farà quando i proponenti avranno sessant’ani o produrrà una legge senza alcun effetto pratico. Ciò che invece rimarrà ai partecipanti sarà la sensazione che nel favoloso mondo della democrazia tutto sia possibile.

E’ triste, ma anche stavolta hanno vinto. Dopo Tocca a Noi chi riuscirà più a far capire ad un quindicenne che se George Bush Jr. ci tiene tanto alla democrazia significa che è proprio lì che sta il problema?

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RINGRAZIAMENTO

by Gianluca Freda (26/06/2009 - 16:36)

Perle Complottiste mi ha dedicato un delizioso articolo, introdotto da una splendida gigantografia del mio bel viso, in cui dà prova di raro virtuosismo letterario. Ricordate quei narratori capaci di scrivere un intero romanzo senza mai usare la lettera “A”? PC è riuscito a scrivere un articolo-fiume senza introdurre neanche l’ombra di un’idea, di un concetto o di una confutazione. Mi congratulo con lui, lo ringrazio di cuore e nel segnalarlo al Guinness dei Primati lo saluto con il mio tradizionale ossequio.  (GF)

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FUGA DA NEW YORK

by Gianluca Freda (24/06/2009 - 21:49)


INTERVISTA A KURT SONNENFELD

dal sito www.voltairenet.org

Traduzione di Gianluca Freda

 

Come videografo ufficiale del governo USA, Kurt Sonnenfeld fu assegnato alla zona di Ground Zero dopo l’11 settembre 2001 e lì trascorse un mese, registrando 29 cassette: “Ciò che ho visto in certi luoghi e in certi momenti... è abbastanza sconvolgente!”. Non ha mai consegnato quei nastri alle autorità e da allora è stato oggetto di persecuzione. Kurt Sonnenfeld vive in esilio in Argentina, dove ha scritto “El Perseguido” (Il perseguitato). Nel suo libro, pubblicato di recente, racconta la storia del suo incubo senza fine e conficca un altro chiodo nella bara della versione ufficiale governativa degli eventi dell’11/9. Qui sotto pubblichiamo un’intervista esclusiva raccolta da Voltairenet.


 

Introduzione

Kurt Sonnenfeld si è laureato all’Università del Colorado (USA) alla facoltà di Affari Internazionali ed Economici, nonché in Letteratura e Filosofia. Ha lavorato per il governo degli Stati Uniti come videografo ufficiale ed è stato Direttore delle Operazioni di Trasmissione per il National Emergency Response Team della FEMA (Federal Emergency Management Agency). In più, Kurt Sonnenfeld è stato assunto da varie altre agenzie e progetti governativi per operazioni segrete e “delicate” in installazioni scientifiche e militari sparse per gli Stati Uniti.

Dopo l’11 settembre 2001, la zona conosciuta come “Ground Zero” venne chiusa agli sguardi del pubblico. A Sonnenfeld, tuttavia, venne garantito accesso senza restrizioni, il che gli consentì di raccogliere documenti per le indagini (che non ebbero mai luogo) e di fornire alcuni filmati “epurati” a quasi tutti i network televisivi del mondo. I nastri che rivelano alcune delle anomalie che egli potè notare a Ground Zero sono ancora in suo possesso.

Accusato di un crimine mai avvenuto in un’operazione fatta apposta per incastrarlo, Kurt Sonnenfeld ha subito persecuzioni attraverso più continenti. Dopo molti anni di paura, ingiustizia e isolamento ha deciso di schierarsi apertamente contro la versione ufficiale del governo ed è pronto a sottoporre il suo materiale al vaglio di esperti affidabili.

 

Intervista

Voltaire Network: Il suo libro autobiografico “El Perseguido” (Il perseguitato) è stato recentemente pubblicato in Argentina, dove lei vive in esilio dal 2003. Ci dica chi la sta perseguitando.

Kurt Sonnenfeld: Anche se è autobiografico, non è la storia della mia vita. E’ piuttosto la storia degli eventi straordinari che sono accaduti a me e alla mia famiglia, per mano delle autorità statunitensi, nell’arco di più di sette anni e nello spazio di due emisferi, dopo il mio periodo di lavoro a Ground Zero che mi aveva trasformato in un testimone scomodo.

Voltaire Network: Lei ha spiegato che la sua richiesta dello status di rifugiato, presentata ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951, è ancora al vaglio del Senato argentino, mentre nel 2005 le è stato concesso l’asilo politico, sebbene su base provvisoria. Ciò la rende probabilmente il primo cittadino americano in questa situazione! Ed è senza dubbio il primo funzionario del governo americano, avente contatto diretto con eventi legati all’11 settembre, che abbia deciso di rompere il silenzio. E’ questo che l’ha costretta all’esilio?


Kurt Sonnenfeld: Un rifugiato è una persona che è stata costretta ad andarsene per sempre (o a restare temporaneamente lontano) dal proprio paese per motivi di persecuzione. E’ innegabile che molte persone siano state perseguitate a causa delle leggi e delle politiche semi-fasciste introdotte dopo l’11 settembre 2001 e che anch’esse meritino lo status di rifugiati. Ma il problema è che richiedere lo status di rifugiati è un passo azzardato e pericoloso da compiere. L’America è l’unica “superpotenza” rimasta nel mondo e il dissenso viene represso con grande efficacia. Qualunque persona che richieda lo status di rifugiato per motivi politici compie per definizione un gesto di dissenso estremo. E se la tua richiesta viene respinta, cosa fai? Una volta fatta la richiesta non si torna più indietro.

Personalmente, non sono stato costretto a lasciare gli Stati Uniti e di certo non sono “fuggito”. A quell’epoca ero ancora abbastanza ignaro di ciò che si stava tramando contro di me. Non avevo ancora collegato i puntini; perciò quando partii nel 2003 avevo tutta l’intenzione di ritornare. Ero venuto in Argentina per avere un attimo di respiro, per cercare di riprendermi dopo tutto ciò che mi era accaduto. Sono venuto qui in piena libertà, con il mio passaporto e usando le mie carte di credito. Ma a causa di un’incredibile serie di avvenimenti, da allora sono stato costretto all’esilio e non sono più tornato indietro.  

Voltaire Network: A che tipo di avvenimenti si riferisce?

Kurt Sonnenfeld: Sono stato colpito da false accuse di “reati” che dimostrabilmente non sono mai stati commessi, sono stato incarcerato abusivamente e torturato a causa di quelle accuse, ho dovuto subire calunnie oltraggiose sulla mia reputazione, minacce di morte, tentativi di sequestro e varie altre violazioni dei diritti umani e civili garantiti dagli accordi internazionali. Il mio ritorno negli Stati Uniti mi esporrebbe non solo alla perpetuazione di queste violazioni, ma anche alla separazione – forse permanente – da mia moglie e dalle mie gemelle di tre anni, gli unici motivi che mi restano per vivere. Inoltre, vista l’impossibilità di avere un processo equo per un crimine che non è mai avvenuto, rischierei anche la pena di morte.  

Voltaire Network: Nel 2005 il governo americano ha presentato una richiesta per la sua estradizione, che è stata respinta dal Giudice Federale. Poi nel 2007 la Corte Suprema di Argentina – in una manifestazione d’integrità e indipendenza – ha respinto la richiesta di appello, ma il suo governo non desiste. Può fare un po’ di luce su questa situazione?

Kurt Sonnenfeld: Nel 2008 il governo americano ha richiesto un nuovo appello, stavolta senza averne il minimo fondamento legale, alla Corte Suprema, con il quale di certo impugnerà le già inattaccabili ordinanze del Giudice Federale. In queste ordinanze si faceva notare, tra l’altro, che ci sono troppe “sombras”, cioè ombre, sul mio caso. C’erano molte, molte evidenti mistificazioni nell’ordine di estradizione inviato dalle autorità USA e, fortunatamente, siamo riusciti a dimostrarlo. Anzi, le mistificazioni erano così numerose che sono poi servite da sostegno alla mia richiesta di asilo. Siamo anche riusciti a dimostrare di aver subito una campagna di vessazioni e intimidazioni da parte dei servizi segreti americani. Come risultato, da quel momento in poi alla mia famiglia è stato assegnato un servizio di scorta della polizia che opera 24 ore su 24. Come un senatore ha fatto notare riguardo al mio caso: “E’ il loro comportamento che tradisce le loro vere motivazioni”.



Voltaire Network: Per essere un “crimine mai avvenuto” la stanno cercando con molta ostinazione! Come spiega un simile accanimento? Come funzionario della FEMA lei doveva godere della fiducia del suo governo. Quand’è che la situazione si è capovolta?

Kurt Sonnenfeld: Guardandomi indietro, mi rendo conto adesso che la situazione si era capovolta molto prima che io comprendessi che si era capovolta. All’inizio, le false accuse contro di me erano completamente irrazionali e io ne fui totalmente distrutto. E’ già abbastanza difficile dover affrontare il suicidio di una persona che ami, ma essere accusato del suo omicidio è troppo da sopportare. Il caso fu chiuso sulla base di una montagna di prove che mi assolvevano in maniera irrefutabile (Nancy, mia moglie, aveva lasciato una lettera prima di suicidarsi, teneva un diario in cui registrava i suoi propositi suicidi, aveva una tradizione di suicidi in famiglia, ecc.). L’accusa volle essere certa al 100% della mia innocenza prima di chiedere il rigetto delle imputazioni.

Ma il fatto che io rimanessi in carcere anche DOPO che era stato emesso l’ordine di scarcerazione mi fece capire che stava accadendo qualcosa sotto la superficie. Venni tenuto in carcere per QUATTRO MESI dopo che i miei avvocati erano stati informati del mio proscioglimento e venni infine liberato nel giugno del 2002. Durante quel periodo, iniziarono a verificarsi una serie di strani avvenimenti. Mentre ero ancora in carcere, ebbi una conversazione telefonica con alcuni funzionari della FEMA tentando di risolvere la mia questione, e lì mi resi conto che mi consideravano “compromesso”. Mi fu detto che tutti erano d’accordo sul fatto che “l’agenzia andava protetta”, soprattutto alla luce degli sconvolgimenti che incombevano con il varo del “Patriot Act” e l’atteso trasferimento di competenze che sarebbe avvenuto con la nuova Homeland Security. Dopo tutti i pericoli che avevo corso, tutte le traversie e le difficoltà che avevo affrontato per loro negli ultimi 10 anni, mi sentii tradito. Fu una cosa che mi lasciò un vuoto nell’anima.

In seguito a questo abbandono, dissi loro che non avevo più i nastri, che li avevo dati a “un burocrate” di New York e che avrebbero dovuto attendere la mia scarcerazione per poter ritrovare qualunque documento in mio possesso. Poco tempo dopo quella conversazione, la mia casa fu “sottoposta a sequestro”, le serrature furono cambiate e i vicini videro alcuni uomini che entravano nella casa, anche se il tribunale non ha trascritto su nessun verbale le loro testimonianze, come sarebbe stato obbligato a fare. Quando finalmente fui rilasciato, scoprii che il mio ufficio era stato messo a soqquadro, il computer era sparito, la videoteca che tenevo nel seminterrato era stata perquisita e mancavano molte videocassette. C’erano uomini perennemente parcheggiati nella strada dietro casa mia, il mio sistema di sicurezza era stato “violato” più di una volta, le luci di sicurezza esterne erano state disattivate, ecc.. A questo punto me ne andai a stare nella casa di montagna di alcuni amici, e PERFINO QUESTA fu saccheggiata.

Chiunque cerchi la verità dovrà riconoscere che vi è stata una sconcertante serie di irregolarità in questo caso e che una mostruosa ingiustizia è stata perpetrata contro di me e i miei cari. Questa intensa campagna per riportarmi sul suolo americano è un falso pretesto che cela motivi più oscuri.

Voltaire Network: Lei ha fatto capire di aver visto a Ground Zero alcune cose che non concordano con la versione ufficiale. Ha fatto o detto qualcosa che potesse sollevare sospetti in questo senso?

Kurt Sonnenfeld: In quella stessa telefonata dissi che avrei “reso pubblici” i miei sospetti, non solo riguardo ai fatti dell’11 settembre 2001, ma anche riguardo a vari altri contratti su cui avevo lavorato in passato.



Voltaire Network: Su cosa erano fondati i suoi sospetti?

Kurt Sonnenfeld: Ripensandoci, c’erano molte cose a Ground Zero che non quadravano. Era strano, a mio avviso, che mi fosse stato comunicato di andare a New York ancora prima che il secondo aereo colpisse la Torre Sud, quando i media parlavano ancora di un “piccolo aereo” entrato in collisione con la Torre Nord; una catastrofe, fino a quel punto, di dimensioni troppo ridotte per poter interessare la FEMA. Invece la FEMA fu mobilitata in pochi minuti, mentre ci vollero dieci giorni per inviarla a New Orleans dopo l’uragano Kathrina, nonostante l’abbondante preavviso! Era strano che ogni videocamera fosse severamente proibita entro il perimetro di sicurezza di Ground Zero, che l’intera zona fosse dichiarata “scena del delitto”, ma poi tutte le “prove” all’interno della scena del delitto venissero rimosse e distrutte con grande rapidità. Infine trovai molto strano che la FEMA e altre agenzie federali si fossero già posizionate nel loro centro operativo al Molo 91 il 10 settembre 2001, il giorno prima degli attacchi!



Ci si chiede di credere che tutte e quattro le “indistruttibili” scatole nere dei due jet che colpirono le Twin Towers non siano mai state ritrovate perché completamente vaporizzate, eppure io ho girato alcune riprese delle ruote di gomma del carrello di atterraggio degli aerei rimaste quasi intatte, così come i sedili, parte della fusoliera e una turbina, che non si erano per nulla vaporizzate. Detto questo, trovo piuttosto strano che tali oggetti possano essere usciti intatti da un disastro che ha trasformato gran parte delle Twin Towers in polvere sottile. E nutro seri dubbi sull’autenticità di una “turbina di jet”, di gran lunga troppo piccola per appartenere a uno dei Boeing!   



Ciò che accadde all’Edificio 7 è poi incredibilmente sospetto. Ho dei video che mostrano che il cumulo di macerie era incredibilmente piccolo e che gli edifici ai due lati non erano stati toccati dall’Edificio 7 durante il crollo. Non era stato colpito da nessun aereo, aveva subito solo danni minori quando le Twin Towers crollarono e c’erano solo piccoli incendi su un paio di piani. Quell’edificio non poteva implodere in quel modo senza una demolizione controllata. Eppure il crollo dell’Edificio 7 fu scarsamente menzionato dai media e sospettamente ignorato dalla Commissione sull’11 Settembre.

Voltaire Network: Stando ai rapporti, i piani sotterranei del WTC7 contenevano materiali d’archivio importanti e indiscutibilmente compromettenti. Si è imbattuto in qualcuno di questi materiali?

Kurt Sonnenfeld: I Servizi Segreti, il Dipartimento della Difesa, l’FBI, l’Internal Revenue Service, la Commissione Sicurezza e Scambi e il “Centro Crisi” dell’Ufficio per la Gestione delle Emergenze vi occupavano ampi spazi che si estendevano per diversi piani dell’edificio. Anche altre agenzie federali avevano lì i propri uffici. Dopo l’11 settembre si scoprì che nascosta nell’Edificio 7 c’era la più grande centrale nazionale clandestina della Central Intelligence Agency al di fuori di Washington, DC, una base operativa dalla quale si potevano spiare diplomatici delle Nazioni Unite e si preparavano missioni di antiterrorismo e controspionaggio.    

Al WTC7 non c’erano parcheggi sotterranei. E non c’erano camere blindate sotterranee. Le agenzie federali con sede al WTC7 tenevano i loro veicoli, documenti e materiali nell’edificio dei loro associati, al di là della strada. Al di sotto del piano terra dell’US Customs House (Edificio 6) c’era un ampio garage, separato dal resto dell’area sotterranea del complesso e tenuto sotto stretta sorveglianza. Era qui che le agenzie governative parcheggiavano le loro auto a prova di bomba e le limousine blindate, i finti taxi e i finti furgoni della compagnia telefonica usati per la sorveglianza e le operazioni segrete, i furgoni specializzati e altri veicoli. Inoltre da quell’area di parcheggio si poteva accedere al sottolivello in cui si trovava la camera blindata dell’Edificio 6.



Quando crollò la Torre Nord, la US Customs House (Sede della Dogana, nell’Edificio 6) rimase schiacciata e fu totalmente ridotta in cenere. Gran parte degli stessi livelli sotterranei rimasero distrutti. Ma c’erano dei vuoti. E fu in uno di quei vuoti, appena scoperto, che io scesi a investigare insieme ad una speciale Task Force. Fu lì che trovammo, gravemente danneggiata, l’anticamera di sicurezza alla camera blindata. In fondo all’ufficio di sicurezza c’era la grande porta d’acciaio che dava accesso alla camera blindata; di fianco ad essa, sul muro di cemento, c’era una tastiera a combinazione. Ma il muro era lesionato e parzialmente crollato e la porta era stata forzata ed era aperta. Così entrammo dentro con le torce. A parte diverse file di scaffali vuoti, nella camera non c’era altro che polvere e macerie. Era stata svuotata. Ma perché era stata svuotata? E quando?

Voltaire Network: E’ questo che le fece suonare un campanello d’allarme?

Kurt Sonnenfeld: Sì, ma non subito. Con tutto quel caos era difficile ragionare. Fu solo dopo aver elaborato tutto che il “campanello d’allarme” iniziò a suonare.   

L’Edificio Sei era stato evacuato dodici minuti dopo che il primo aereo aveva colpito la Torre Nord. Le strade si erano immediatamente intasate di camion dei pompieri, auto della polizia e traffico in tilt e la camera blindata era così grande (15 metri per 15, secondo la mia stima) che ci sarebbe voluto almeno un grosso camion per portar via tutto il suo contenuto. Dopo il crollo delle torri e la distruzione di buona parte del livello sotterraneo, una missione per recuperare il contenuto della stanza blindata sarebbe stato impossibile. La stanza deve essere stata svuotata prima dell’attacco.

Ho ampiamente descritto tutte queste cose nel mio libro ed è evidente che tutto il materiale importante è stato portato al sicuro molto prima degli attacchi. Per esempio, la CIA non sembrava troppo preoccupata per la perdita. Quando fu scoperta l’esistenza del loro ufficio clandestino nell’Edificio 7, un portavoce dell’agenzia disse ai giornali che un gruppo speciale era stato inviato a frugare fra le macerie alla ricerca di documenti segreti e relazioni d’intelligence, anche se c’erano milioni, se non miliardi, di fogli che svolazzavano per le strade. Nonostante ciò il portavoce sembrava molto fiducioso: “Non dev’esserci poi così tanta carta in giro”, disse.



La Dogana, in un primo momento, affermò che tutto era andato distrutto. Che il calore era stato così intenso da ridurre in cenere tutto ciò che si trovava nella cassaforte a vista. Ma pochi mesi dopo annunciarono di aver sgominato una cellula del riciclaggio di denaro e del narcotraffico colombiano grazie al miracoloso ritrovamento di alcuni documenti cruciali che si trovavano in cassaforte, incluse fotografie di sorveglianza e cassette (sensibili al calore) delle intercettazioni telefoniche. E quando traslocarono nella nuova sede di Penn Plaza 1, a Manhattan, appesero orgogliosamente nell’atrio la loro Placca della Corporazione e la grande insegna rotonda del Servizio Doganale degli Stati Uniti, anch’essi miracolosamente recuperati, in eccellenti condizioni, dal loro ex ufficio schiacciato e incenerito al World Trade Center.

Voltaire Network: Lei non era il solo funzionario assegnato a Ground Zero. Gli altri non hanno notato le stesse anomalie? Sa se anche loro sono stati minacciati?

Kurt Sonnenfeld: In effetti c’erano alcune persone che conobbi in due diverse esplorazioni. Alcuni di noi, in seguito, ne discussero. Essi sanno a chi mi riferisco e spero che si facciano avanti, ma sono certo che sono molto preoccupati di ciò che potrebbe succedergli se lo fanno. Lascio a loro la decisione, ma la forza sta nei numeri. 

Voltaire Network: Con la pubblicazione del suo libro lei è diventato un “whistleblower”: un altro passo da cui non si torna indietro! Devono esserci molte persone che abbiano una conoscenza diretta di ciò che realmente accadde, o non accadde, quel giorno fatale. Eppure nessuno è ancora uscito allo scoperto, o almeno nessuno che fosse direttamente coinvolto a livello ufficiale. E’ questo che rende il suo caso così singolare. A giudicare dalle sue traversie, non è difficile immaginare che cosa stia trattenendo questa gente dal parlare.

Kurt Sonnenfeld: In verità ci sono molte altre persone intelligenti e credibili che stanno parlando. Solo che vengono screditate e ignorate. Alcune vengono minacciate e perseguitate, com’è successo a me.

La gente è paralizzata dalla paura. Tutti sanno che se si mette in discussione l’autorità degli Stati Uniti, si va incontro a problemi, in un modo o nell’altro. Come minimo si verrà screditati e disumanizzati. Più probabilmente ci si ritroverà indiziati per qualcosa di completamente irrelato, come evasione fiscale, o qualcosa di peggio, come nel mio caso. Guardi ad esempio cosa è successo alla “gola profonda” dei Servizi Segreti, Abraham Bolden, o al campione di scacchi Bobby Fischer dopo avere espresso il loro sdegno per gli Stati Uniti. Gli esempi sono innumerevoli. In passato ho chiesto ad amici e colleghi di testimoniare a mio favore per contrastare tutte le menzogne che venivano pubblicate dai media, e tutti erano terrorizzati per le conseguenze che questo avrebbe potuto generare per loro e le loro famiglie.

Voltaire Network: A che livello le sue scoperte a Ground Zero potrebbero evidenziare il coinvolgimento del governo in quegli avvenimenti? Lei è a conoscenza delle indagini condotte da numerosi scienziati e professionisti qualificati che non solo corroborano le sue scoperte, ma si spingono molto più in là? Lei considera queste persone come “pazzi complottisti”?

Kurt Sonnenfeld: Ai più alti livelli di Washington qualcuno sapeva cosa stava per accadere. Desideravano così tanto una guerra che come minimo lo hanno lasciato succedere, ma più probabilmente hanno contribuito agli eventi.

A volte mi sembra che i “pazzi” siano coloro che si aggrappano a ciò che gli viene detto con un fervore quasi religioso, nonostante tutta l’evidenza del contrario: coloro che non prendono neppure in considerazione l’idea che possa esservi stato un complotto. Ci sono così tante anomalie nelle indagini “ufficiali” che non si può dare la colpa solo alla distrazione o all’incompetenza. Conosco bene gli scienziati e i professionisti qualificati a cui lei si riferisce e le loro scoperte sono convincenti, credibili e presentate nel rispetto del protocollo scientifico; in netto contrasto con le scoperte delle indagini “ufficiali”. in più, numerosi funzionari dell’intelligence e del governo hanno ora espresso la ben informata opinione che la Commissione sull’11/9 fosse una farsa nel migliore dei casi, una copertura nel peggiore. La mia esperienza a Ground Zero non è altro che un ennesimo pezzo del puzzle.

Voltaire Network: Questi avvenimenti sono ormai 8 anni alle nostre spalle. Lei ritiene che scoprire la verità sull’11/9 continui a essere un obiettivo importante? E perché?

Kurt Sonnenfeld: E’ di assoluta importanza. E lo sarà ancora tra 10 e anche tra 50 anni se la verità non sarà ancora stata rivelata. E’ un obiettivo importante perché, in questa fase della storia, molte persone sono troppo disposte a credere qualunque cosa venga detto dalle autorità e troppo disposte a seguirle. Una persona in stato di shock cerca una guida. Le persone che hanno paura sono manipolabili. E la possibilità di manipolare le masse si traduce in benefici inimmaginabili per un pugno di individui molto ricchi e potenti. La guerra è estremamente costosa, ma il denaro deve pur andare da qualche parte. C’è una minoranza per cui la guerra è assai remunerativa. E in qualche modo i loro figli finiscono sempre a Washington DC, a prendere decisioni e scrivere budget, mentre i figli dei poveri e di chi è privo di contatti finiscono sempre sulle linee nemiche, a prendere ordini e combattere le loro battaglie. Gli enormi fondi neri del Ministero della Difesa americano rappresentano una fonte di denaro senza limiti per il complesso militar-industriale, con cifre che raggiungono i multi-trilioni di dollari, e continuerà così finché le masse non si sveglieranno, recupereranno il loro scetticismo e chiederanno attendibilità. Le guerre (e i falsi pretesti per la guerra) non cesseranno finché la gente non comprenderà le vere cause della guerra e non smetterà di credere alle spiegazioni “ufficiali”.

Voltaire Network: Ciò che si è soliti definire il Movimento per la Verità sull’11/9 ha richiesto una nuova indagine indipendente su quegli avvenimenti. Lei pensa che da questo punto di vista l’amministrazione Obama dia adito a qualche speranza?

Kurt Sonnenfeld: Lo spero, ma sono un po’ scettico. Perché mai la leadership di un qualsiasi governo dovrebbe volontariamente intraprendere un’azione che si tradurrebbe in un grave danno per la sua autorità? Preferiranno mantenere lo status quo e lasciare le cose come sono. Il conducente del treno è cambiato, ma il treno ha per questo cambiato il suo percorso? Ne dubito. La spinta deve venire dal pubblico, non solo a livello nazionale, ma internazionale, come sta cercando di fare il nostro gruppo.

Voltaire Network: Parecchi gruppi attivisti e per i diritti umani stanno sostenendo il suo appello, non ultimo il vincitore del Premio Nobel per la pace Adolfo Pérez Esquivel. In generale, come ha risposto il popolo argentino alla sua situazione?

Kurt Sonnenfeld: Con un’incredibile valanga di sostegno. La dittatura militare è un evento ancora fresco nella memoria collettiva della gente di qui, insieme con la consapevolezza che la dittatura (insieme a tutte le altre dittature sudamericane dell’epoca) era supportata dalla CIA, guidata all’epoca da George Bush Senior. Si ricordano bene dei centri di tortura, delle prigioni segrete, delle migliaia di persone “scomparse” a causa delle loro opinioni, del vivere quotidianamente nella paura. Sanno che gli Stati Uniti farebbero oggi la stessa cosa se ciò andasse a loro vantaggio, che invaderebbero un paese per perseguire i loro obiettivi politici ed economici e poi manipolerebbero i media con un “casus belli” fabbricato ad arte per giustificare le loro conquiste.



Io e la mia famiglia siamo onorati di avere Adolfo Pérez Esquivel e i suoi colleghi del Servicio de Paz y Justicia (SERPAJ) tra i nostri più cari amici. Abbiamo lavorato insieme su molte questioni, inclusi i diritti dei rifugiati, i diritti delle donne, i bambini senza famiglia e i bambini malati di HIV/AIDS. Siamo anche onorati di avere il sostegno di: Abuelas de Plaza de Mayo; Madres de Plaza de Mayo, Línea Fundadora; Centro de Estudios Legales y Sociales (CELS); Asamblea Permanente de Derechos Humanos (APDH); Familiares de Detenidos y Desaparecidos por Razones Políticas; Asociación de Mujeres, Migrantes y Refugiados Argentina (AMUMRA); Comisión de Derechos Humanos de la Honorable Cámara de Diputados de la Provincia de Buenos Aires; Secretaría de Derechos Humanos de la Nación; e del Programa Nacional Anti-Impunidad. A livello internazionale, Amicus Curiae è stato presentato a nostro favore da REPRIEVE in Gran Bretagna, con la collaborazione di NIZKOR in Spagna e Belgio. In più, mia moglie Paula e io siamo stati ricevuti al Congresso dalla Comisión de Derechos Humanos y Garantías de la Honorable Cámara de Diputados de La Nación.             

Voltaire Network: Come si diceva, decidere di scrivere questo libro e di esporsi al pubblico è stato un passo importante. Come si è deciso a compierlo?

Kurt Sonnenfeld: Per salvare la mia famiglia. E per far sapere al mondo che le cose non sono come sembrano.

Voltaire Network: Ultimo ma non meno importante: cosa ne farà dei suoi nastri?

Kurt Sonnenfeld: Sono convinto che i miei nastri rivelino molte più anomalie di quante io sia in grado di riconoscerne, viste le mie limitate qualifiche. Cercherò pertanto di collaborare in ogni modo che posso con esperti seri e affidabili nello sforzo comune di rivelare la verità.

Voltaire Network: Grazie mille!                   

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IRAN: L'OPINIONE DI ISRAEL SHAMIR

by Gianluca Freda (24/06/2009 - 00:57)


IRAN: TUTTO E’ BENE CIO’ CHE FINISCE BENE

di Israel Shamir

dal sito www.israelshamir.net

traduzione di Gianluca Freda

 

Il dramma iraniano è stato una buona cosa, poiché dopo anni di demonizzazione gli iraniani sono apparsi finalmente umani al pubblico occidentale. Perfino McCain ha pianto per la ragazza iraniana uccisa, benché soltanto ieri sarebbe stato felice di “bombardare, bombardare, bombardare” lei e milioni di sue sorelle nell’oblio. Glenn Greenwald ha stigmatizzatol’inedita sensibilità dell’associazione “bombardiamo l’Iran” per il popolo iraniano” scrivendo: “Immaginate quante delle persone che hanno protestato questa settimana sarebbero morte se uno qualsiasi di questi propugnatori del bombardamento avesse potuto fare a modo suo! Si spera che uno dei principali vantaggi dei tumulti in Iran sia quello di umanizzare il Nemico Ultimo, chiunque esso sia”. Questa umanizzazione non potrà essere cancellata tanto presto, e dunque i bombardamenti potrebbero non avvenire mai più, nonostante le preghiere di Netanyahu e Lieberman.

Comunque c’è mancato un pelo. Un giorno o due dopo le elezioni l’Iran si trovava sull’orlo dell’abisso, pronto a scivolare nella follia tra enormi folle senza legge e guardie rivoluzionarie armate che si guardavano a vicenda con odio profondo. Tutte le conquiste iraniane avrebbero potuto essere cancellate dall’impazzare dei tumulti; un potere regionale appena sbocciato avrebbe potuto essere riportato indietro di cinquant’anni. Per un momento la sceneggiatura del futuro è diventata imprevedibile. Teheran si sarebbe allineata a Kiev, Ucraina, con la resa delle autorità all’inesorabile spinta dei ribelli, ripetendo le elezioni ed instaurando un presidente filo-occidentale, privatizzando petrolio e gas, conferendo più potere agli oligarchi e alle multinazionali, entrando nella NATO? O avrebbe seguito la sceneggiatura di Tien-an-men, inviando i carri armati a schiacciare gli studenti ostinati?

E’ finita bene, evitando entrambi questi estremi. I giovani professionisti, a volte sprezzantemente definiti “il popolo Gucci”, i comunisti anticlericali e i liberali, molti ordinari iraniani appartenenti alla classe media, hanno sfruttato quest’occasione per manifestare il loro desiderio di un regime meno austero. Vogliono potersi bere un bicchierino, poter indossare abiti eleganti, poter celebrare ricchi matrimoni senza doversi poi ritrovare nei guai. Alcuni vogliono poter sfruttare i propri privilegi e limitare il potere dello Stato e della moschea. Non vogliono essere sorvegliati in continuazione dai servizi di sicurezza. Alcuni dei sostenitori di Mousawi sostengono anche la lotta palestinese; non sono agenti della CIA, ma persone oneste e sincere. Molti di loro si occupano di arte, del glorioso cinema iraniano e di letteratura. Gli iraniani all’estero appoggiano a larga maggioranza Mousawi e anche loro sono persone simpatiche.

Il governo del legittimamente rieletto presidente Ahmadinejad farà bene a prestare attenzione ai loro desideri, almeno in parte. Si può anche ridere di questa gioventù occidentalizzata che gridava “Ahmadi bye bye” in un gergo da teenager ripreso dai cartoni animati, ma nessuno potrà governare in modo soddisfacente alienandosi del tutto queste elite nascenti, e governare è prima di tutto arte del compromesso.

I sostenitori di Mousawi non dovrebbero restare troppo amareggiati dalla loro sconfitta: erano un gruppo così variegato, composto di comunisti e anticomunisti, di anticlericali uniti a mullah e ayatollah, che in nessun modo avrebbero potuto essere soddisfatti anche in caso di vittoria. Anzi, una vittoria di Mousawi avrebbe dato inizio ad una lotta aperta per il potere e probabilmente proprio gli adepti del cambiamento più vocianti e impegnati si sarebbero ritrovati sconfitti. Successe già con i dissidenti sovietici. In Russia, durante il confronto dell’agosto 1991 (molto simile a questo), l’opposizione vinse e coloro che erano stati sulle barricate a favore di Yeltsin ebbero tempo per pentirsene; vennero ingannati e derubati. La stessa cosa accadde ai dissidenti iraniani dopo la caduta dello Shah: i comunisti del Partito Tudeh si ritrovarono ad essere messi fuori legge dopo la rivoluzione a cui avevano collaborato.

La stragrande maggioranza degli iraniani ha votato per Ahmadinejad, poiché egli è un uomo modesto e devoto alla sua gente, si è preso cura dei poveri e ha tenuto l’Iran fuori dalle grinfie imperialiste. Il suo lavoro sul programma nucleare gode di vasta popolarità e nemmeno il suo sfidante sconfitto ha osato pronunciare una sola parola contro di esso. Ahmadinejad ha ricevuto forte sostegno in tutto il paese, perfino nel Nord-Ovest a maggioranza azera. E’ popolare anche nel resto del globo come simbolo della ribellione del Terzo Mondo, alla pari con Castro e Chavez. Mantiene buone relazioni con le confinanti Russia e Cina, oltre che con l’Iraq e l’Afghanistan occupati dagli USA. La visita lampo di Ahmadinejad alla conferenza dello SCO a Yekaterinenburg nel bel mezzo della rivolta ha dato prova delle sue qualità di uomo di Stato. Nel suo discorso, orgoglioso e acclamato, non ha mai fatto riferimento alla crisi in patria e ha ricevuto le congratulazioni dei suoi alleati, il presidente Medvedev e il presidente Hu Jintao, per la sua vittoria elettorale. Le sue coraggiose posizioni antisioniste lo hanno reso popolare ai vicini arabi dell’Iran, seppur con fastidio da parte dei governanti arabi locali. Nel 2006 le sue armi hanno salvato il Libano dall’essere divorato da Israele. A volte si spinge troppo oltre, ma d’altronde in quale altro modo potrebbe capire quanto lontano può spingersi?

Le accuse di brogli elettorali sono del tutto prive di fondamento, come ben spiegato dal nostro amico James Petras, mentre Thierry Meissan ha esposto le tecniche utilizzate per convincere gli iraniani di essere stati imbrogliati. Ma al di là delle accuse di “brogli”, c’è un’altra osservazione che è veritiera: le elite spesso non amano la democrazia e le decisioni a maggioranza. Chi è ricco, istruito e potente sente che la sua voce non dovrebbe avere lo stesso peso di quella di un comune lavoratore o contadino. Essi sono a favore di “un governo delle elite e di un voto la cui rilevanza per ciascun individuo sia determinata dalla sua posizione in quella stessa elite”, come era solito dire un personaggio di Ian Fleming, Henderson, investigatore australiano e ubriacone, amico di James Bond, in “Si vive solo due volte”. 

Solitamente le elite trovano il modo di “manovrare” la democrazia, in modo che la gente normale debba necessariamente votare per un rappresentante dell’elite. E’ il sistema che vige dall’India agli Stati Uniti. Tuttavia in alcuni momenti critici questo sistema non funziona più. In questi casi le elite ignorano il voto della maggioranza ed agiscono in modo diretto. E’ quello che successe in Russia nel 1993, quando le nuove elite filo-occidentali non si trovarono d’accordo con la maggioranza rappresentata nel Parlamento e mandarono i carri armati a cannoneggiare il Parlamento stesso. Sulle sue rovine, essi instaurarono il nuovo sistema di governo diretto. E’ quello che successe a Belgrado, dove i serbi dovettero votare più e più volte finché non fosse confermato il candidato sostenuto dalle elite. Perciò, a livello psicologico, i sostenitori di Mousawi sentono di essere stati derubati del potere che gli spetta. Ma le elezioni in Iran non sono rare: costoro possono ancora aggiustare il tiro delle proprie aspirazioni, offrire maggior considerazione ai desideri della gente comune e attendere le prossime elezioni.

Oltre ai candidati e ai diretti partecipanti, le elezioni iraniane hanno avuto altri due grandi protagonisti le cui azioni hanno contribuito ad evitare lo spargimento di sangue e il disastro. Uno di loro è la vecchia Guida Spirituale Ali Khamenei, un uomo saggio, laureato all’Università di Mosca. Egli ha mantenuto il pieno controllo degli eventi. Un uomo del genere è ciò che è mancato a Kiev e a Pechino. Il suo discorso di venerdì è riuscito a placare gli animi. Egli ha tracciato una netta distinzione tra i facinorosi e gli agenti della CIA da una parte, e i sinceri sostenitori del programma di Mousawi dall’altra. Dopo questa separazione delle pecore dalle capre, la pacificazione civile ha potuto procedere senza ulteriori ritardi. Khamenei ha perdonato e abbracciato i sostenitori di Mousawi. Infatti da quel momento in poi le grandi manifestazioni sono cessate: solo piccoli gruppi di attivisti irriducibili hanno sfidato i suoi ordini e sono stati dispersi con mezzi non letali.

Il secondo protagonista si trovava nel luogo più inatteso di tutti, a Washington. Il presidente Obama è stato il vero eroe di questo dramma. Si è rifiutato di favorire un’escalation della situazione, a dispetto delle richieste dei neocon. Non ha mai chiamato gli iraniani alle armi contro il regime maligno; non ha dubitato della legittimità delle elezioni, non ha minacciato Teheran di estinzione. Per un presidente appena eletto, schiacciato tra la vecchia guardia di Hilary Clinton e Joe Biden e la nuova guardia di Rahm e Axelrod, con una grave recessione fra le mani e le casse elettorali piene di donazioni ebraiche, è stato un atto di puro eroismo, degno di Iwo Jima. Posso immaginare cosa avrebbero detto Ronald Reagan o George Bush, pere et fils: qualcosa tipo “oggi siamo tutti iraniani”, come minimo.

La fallita “rivoluzione verde” era stata preparata dalla CIA, infiltrata dai sionisti, dell’epoca Bush. Paul Craig Roberts ha citato le parole del neoconservatore Kenneth Timmerman, il quale, il giorno prima delle elezioni, aveva scritto di una “rivoluzione verde” in arrivo a Teheran, poiché la National Endowment for Democracy (NED, uno strumento della CIA, NdI) ha speso milioni di dollari per promuovere “rivoluzioni colorate”... e parte di quel denaro sembra essere arrivato nelle mani dei gruppi pro-Mousawi”. Ma il presidente Obama è stato un attore assai riluttante in questo dramma. Solo dopo essere stato pressato da Biden ha espresso il modesto desiderio che a Teheran prevalesse la non violenza. In tal modo, secondo me, egli ha assolto onorevolmente alla promessa fatta al Cairo di riconoscere i risultati elettorali e di evitare interferenze negli affari interni degli stati mediorientali. Certo, non ha potuto fermare la CIA, ma questo probabilmente andava oltre le sue possibilità.

Se si dovesse trarne una sceneggiatura teatrale, il prologo sarebbe ambientato alla Casa Bianca con l’arrivo del primo ministro israeliano Netanyahu. Il suo ruolo potrebbe essere interpretato da una vecchia attrice abituata a fare le cose a modo suo.   

“Voglio una pelliccia di visone nuova”, avrebbe detto, e l’africano gli avrebbe chiesto rudemente se non preferiva magari due calci.

Solo che, in una peculiare imitazione di Salomè, Netanyahu anziché il visone ha chiesto le teste mozzate di molti persiani. Ha trovato una giustificazione biblica: i persiani sono Amalek, la tribù nemica, e per questo devono essere sterminati fino all’ultimo gatto.

Di norma, di fronte ad un primo ministro israeliano, i presidenti americani avrebbero iniziato a discutere come Abramo con il Dio dell’Antico Testamento: oh no, non fino all’ultimo gatto! Lasciamo in vita qualche gatto persiano, per favore!

Invece Barak Obama non ha nemmeno discusso l’argomento: ha chiesto a Israele di congelare l’espansione delle colonie ebraiche.

“Dovremmo discutere dei metodi per bombardare l’Iran, piuttosto...”, ha obiettato Netanyahu, ma il suo superiore negro si è rifiutato di acquistare la sudicia mercanzia degli ebrei. Ha insistito sullo smantellamento di parte delle colonie e lo ha fatto inserire nel programma. Per riportare l’Iran sotto i riflettori e farci dimenticare degli insediamenti, gli infiltrati sionisti hanno provocato i disordini in Iran.

Gli eventi iraniani sono parte ed esito dell’attuale lotta dello spirito americano, rappresentato dal presidente Obama, per ridimensionare l’eccessiva influenza ebraica. Nel breve periodo in cui è rimasto al timone della nave americana, egli ha compiuto alcuni passi importanti:

- Ha tenuto il discorso del Cairo, offrendo un ramoscello d’ulivo al mondo musulmano;

- Ha chiesto a Israele di rimuovere le colonie e di porre fine al blocco di Gaza;

- Ha rifiutato di sostenere il piano sionista per bombardare/destabilizzare l’Iran;

- Dopo 42 anni, la sua amministrazione ha conferito la Silver Star a un sopravvissuto della USS    Liberty. La USS Liberty venne aggredita da jet e cacciatorpediniere israeliane e quest’atto    indegno è stato tenuto nascosto agli occhi del pubblico americano dalla connivenza di tutti i    presidenti americani, fino ad Obama;

- Ispirata dalla sua vittoria, l’Università della California a Santa Barbara ha bloccato il tentativo della lobby israeliana di screditare ed espellere il professor Robinson. Queste cose non erano mai successe prima in America. Sono paragonabili ai primi fallimenti del senatore McCarthy e del suo Comitato per le Attività Anti Americane, quando la macchina che aveva creato per stritolare la gente improvvisamente si ruppe.

E’ facile prevedere che la Lobby non accetterà stoicamente la sconfitta. Partirà all’attacco di Obama con tutti i mezzi a sua disposizione, compresi gli stupidi blog in cui si fa l’elenco di ciò che egli non ha ancora fatto, invece di essere felici per ciò che ha già fatto. Ha già abbastanza nemici a destra, perciò la sinistra potrebbe starsene tranquilla, fino a tempi più sicuri.

Gli iraniani hanno adesso l’importante compito di rammendare gli strappi e le sfilacciature provocate dalla campagna “colorata” dei sionisti. Dovrebbero ricordarsi che esistono tecniche molto avanzate di manipolazione psico-sociale che permettono ai malfattori di sfruttare i social network come Twitter per catturare e distruggere una società. I comuni cittadini iraniani che sono stati catturati da questa forma di controllo mentale sono innocenti come se fossero stati avvelenati. Il tempo di lanciare pietre è finito, ora è tempo di rimetterle insieme.   

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ERRATA CORRIGE

by Gianluca Freda (24/06/2009 - 00:51)


Spett.le Gianluca Freda

seguo da tempo il suo blog, sempre ricco di articoli e spunti interessanti, gran parte (ma non tutti naturalmente) condivisibili.

In particolare ho seguito gli ultimi suoi interventi e traduzioni sulle vicende iraniane, essendo un paese che ho visitato spesso, che amo, in cui vivono molti miei amici e delle cui faccende sono molto interessato.

Tra le tante interessanti e per certi aspetti rivelatrici cose che ho letto nel suo blog, mi è capitato di trovare però un paio di imprecisioni, che mi permetto di segnalarle.

La prima riguarda la "presunta" foto di Ahmadinejad che accompagnerebbe una delle spie statunitensi catturate durante la presa del "covo di spie" (per usare l'espressione dell'Imam Khomeini) a Tehran. La foto che lei ha riportato nel suo blog è diventata celebre all'indomani dell'elezione di Ahmadinejad a Presidente della Repubblica Islamica, poiché pubblicata da pressoché tutti i quotidiani occidentali per "denigrare" (ma per il sottoscritto, ci tengo a precisarlo, sarebbe equivalsa ad una medaglia d'onore per il neopresidente iraniano) l'ex sindaco di Tehran. La invito a confrontarla con un'altra (che le invio in allegato) che ritrae veramente Ahmadinejad in quegli anni (tratta dal suo sito ufficiale).

La foto, che avrebbe costituito l'evidenza principale del suo coinvolgimento, è risultata appartenere invece a tutt'altra persona, tal Taqi Mohammadi, come ha confermato anche il consigliere dell'ex presidente iraniano Khatami, quindi un rivale politico di Ahmadinejad, Said Hajjarian (uno dei "riformisti" arrestati in questi giorni per aver istigato i manifestanti contro la legge e la legalità). Anche diversi analisti occidentali, e persino ex agenti CIA (Peter Smerik ad esempio), hanno affermato che la foto non corrisponde al presidente iraniano.

Nel campo iraniano troviamo che i tre veri responsabili e ideatori della presa dell'ambasciata statunitense, Mohsen Mirdamadi, Abbas Abdi e Hamid Reza Khalaeipour, leader del movimento "Studenti seguaci dell'Imam" (coloro che appunto organizzarono e tennero in detenzione gli statunitensi), hanno decisamente negato il coinvolgimento e la partecipazione di Ahmadinejad nell'operazione, affermando addirittura che il nuovo presidente iraniano era allora contrario a tale azione, propendendo invece per l'occupazione dell'ambasciata sovietica.

Dopo alcuni giorni di violento chiasso, vista la mancanza di argomentazioni e le contraddizioni evidenti che il tentativo di demonizzazione di Ahmadinejad dell'epoca suscitò, lo stesso Governo USA ha dovuto ammettere la montatura. Il "Washington Post", nell'edizione di venerdì 12 agosto 2005, ha infatti pubblicato un documento al riguardo, proveniente dal governo statunitense, che ha riconosciuto la mancanza di fondamenti in tutte le accuse contro il presidente iraniano. Ripeto, per me, la sua partecipazione nella cattura delle spie statunitensi, altro non sarebbe stata che un'ulteriore medaglia d'oro da donargli.

- un'altra cosa, di quelle che mi viene a mente, è l'attentato al mausoleo dell'Imam Khomeyni, dove sarebbe rimasto ucciso l'attentatore, e feriti tre visitatori del luogo santo, un iraniano e due iracheni. In questo sito trova delle immagini dell'episodio.

Le invio un cordiale saluto, con l'invito a continuare nel suo importante e prezioso lavoro.

Andrea

 

Grazie Andrea, pubblico volentieri la tua smentita alla partecipazione di Ahmadinejad all’assedio dell’ambasciata americana. Ogni tanto casco pure io nei tranelli della propaganda USA, non si sta mai abbastanza attenti. Anch’io, comunque, avrei considerato la sua partecipazione come un atto da ammirare e non certo da deprecare. Quanto al filmato sull’attentato al santuario di Khomeini: gli unici danni che vedo nel video sono un paio di finestre rotte. E’ questo il clamoroso attentato che ha fatto tanto rumore sui media occidentali? Davvero ci sono state delle vittime? (Purtroppo non capisco cosa stia dicendo il tizio che viene intervistato, se puoi fammi avere qualche altra notizia).  (GF)

 

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N.E.D.A. (NATIONAL ENDOWMENTS FOR DEMOCRACY ASSOCIATED)

by Gianluca Freda (22/06/2009 - 23:38)


“E’ proprio un bel cadavere, signore. Un vero privilegio occuparsene. Non è esagerato affermare che darà lustro alla nostra ditta”.

(Bram Stoker, Dracula)

 

La prima cosa che ho pensato, naturalmente, è che si trattasse della milionesima bufala fabbricata dalla propaganda dei servizi segreti. L’odore di messinscena mediatica era fortissimo e non poteva essere ignorato. Ogni volta che c’è in corso una “covert operation” volta a trasformare una nazione in protettorato americano (in Iran, per chi non lo avesse ancora capito, sta accadendo appunto questo) è consuetudine dare in pasto al gregge di pecore occidentale qualche abominio virtuale compiuto dal governo che si intende rovesciare, allo scopo di suscitare lo sdegno della pubblica opinione e l’appoggio senza condizioni alle politiche espansionistiche dell’Impero. Gli esempi riempirebbero un trattato in più volumi. Ricordate, nel 1989, le “fosse comuni” di Timisoara, che sollevarono l’indignazione dell’occidente contro il regime di Ceausescu, in corso di rovesciamento? Erano una bufala, cadaveri presi dall’obitorio dell’ospedale e seppelliti in fretta e furia dagli amministratori della propaganda ad uso e consumo dei telespettatori creduloni che accendono le viscere prima del cervello. E la storiella dei soldati iracheni che in Kuwait toglievano i neonati dalle incubatrici, che servì da pretesto per l'attacco all'Iraq del 1991? Parto della fantasia, ovviamente, e dal travaglio neppure troppo faticoso. E la decapitazione di Nicholas Berg, compiuta dai malvagi uomini di “Al Qaeda”? Quella era vera, solo che era stata compiuta, con ogni probabilità, non da Al Qaeda ma da uomini dei servizi segreti USraeliani all’interno del carcere di Abu Ghraib, come ben evidenzia questo articolo. E gli orribili massacri di Srebrenica, che servirono a giustificare l’aggressione degli USA alla Serbia? Falsi come una banconota da tre euro e ancor più falso il video delle esecuzioni, come riconosciuto ormai dallo stesso tribunale dell’Aja. E gli orrori dei bombardamenti russi sulla Georgia dell’estate scorsa? Fasulli e pure mal fabbricati. E il video dei palestinesi che esultano dopo l’abbattimento delle torri gemelle? Vecchio di anni e ripreso in circostanze che con l’11 settembre (altra immensa bufala mediatica) non avevano niente a che fare. Potremmo andare avanti a lungo, citando la madre di tutte le baggianate disinformanti: l’esilarante balla delle camere a gas naziste. Ma mi fermo qui e mi limito a citare solo due esempi di disinformazione che riguardano direttamente i disordini iraniani di questi giorni: erano quasi certamente false la notizia dell’attentatore al mausoleo di Khomeini (avete visto qualche foto dell’evento o dei danni o delle vittime?), quella dell’incendio alla sede del partito di Ahmadinejad e quella del trasferimento dello stesso Ahmadinejad nella base militare di Aghdasieh per motivi di sicurezza.

Insomma, da che mondo è mondo un bel mucchio di cadaveri fabbricati e teletrasmessi con gusto rappresenta un vero toccasana politico per la premiata ditta “Sam & Abacuc, Inc.”. 

Bene: mi assumo la responsabilità di ciò che dico e se arriveranno delle smentite sono pronto a prenderne atto, ma mi sembra proprio che il video della “morte di Neda”, che ha fatto il giro del web e ha creato l’ennesimo simbolo di “eroismo democratico” ad uso e consumo dei telepecoroni internazionali sia un falso, anche piuttosto pacchiano, fabbricato dagli stessi registi che ci hanno offerto gli spettacoli citati più sopra. E ancora una volta il film ha avuto grande successo, almeno a giudicare dalle reazioni isteriche dei benpensanti indignati che hanno saturato la rete. Ci tengo a precisare che l’autenticità o meno del video non cambia di una virgola la mia opinione sull’indegnità di Mousawi e sullo schifo che provo per i suoi sostenitori, branco di venduti e decerebrati che stanno consegnando il proprio paese al colonialismo statunitense. Stroncare una protesta finanziata e gestita da potenze straniere e nemiche, anche a costo di provocare qualche vittima, sarebbe un atto doveroso di autodifesa nazionale. Se una protesta simile fosse scoppiata negli Stati Uniti, sarebbe stata stroncata a colpi di mitraglia - dopo poche ore, non dopo una settimana - dalla Guardia Nazionale e nessun giornale occidentale ci avrebbe trovato nulla da ridire. Israele, pochi mesi fa, ha trucidato circa 1.500 palestinesi con lanci di missili e di fosforo bianco e non ho visto sui media nazionali neanche un miliardesimo dell’indignazione sollevatasi per il (presunto) decesso di una  manifestante filoamericana. E non parliamo dell’Iraq, dove gli americani hanno sterminato milioni di persone, riducendo il paese a un deserto: i morti ammazzati diventano “eroi” solo quando vengono fatti fuori dai loro stessi governi per difendersi dalle ingerenze americane. Se li ammazzano direttamente i marines, i democraticissimi media occidentali si dedicano anima e corpo ai flirt di Jennifer Lopez.

Fatta questa lunga premessa, spiego i motivi che mi spingono a ritenere che il video della “morte di Neda” sia una bufala, fabbricata pure coi piedi, il che è marchio distintivo di questo tipo di operazioni. Non c’è bisogno di sforzarsi troppo per prendere per il culo i teledipendenti occidentali, poiché essi sono convinti di sapere già tutto. E’ sufficiente fornir loro dei bias di conferma, anche dozzinalmente realizzati, a ciò che già alberga nelle loro teste. In ogni caso:

1) La mancanza di informazioni precise sulla manifestante defunta dovrebbe essere già, per il lettore attento, un segnale d’allarme. Il suo nome sarebbe Neda Agha Soltani, di cui circola su internet una foto (vedi sopra) che ben poco somiglia alla ragazza che si vede nel video. Secondo alcuni avrebbe 16 anni, secondo altri (wikipedia) sarebbe una studentessa di filosofia di 27 anni. Non sappiamo nulla della sua famiglia, non sappiamo se l’uomo con la maglietta a strisce bianche e blu che si vede vicino a lei nei video diffusi su internet sia davvero il padre, né quale sia il suo nome. Non possediamo commenti o interviste ai suoi amici, parenti o familiari. Di Carlo Giuliani conoscevamo, già poche ore dopo la sua morte in piazza Alimonda, nome, cognome, indirizzo, generalità dei genitori, vita privata e segno zodiacale. Su Neda abbiamo poche e contraddittorie informazioni, provenienti quasi esclusivamente dai social network come Facebook e Twitter.

2) Come fonte di notizie, Facebook e Twitter sono estremamente sospetti. Per capire in che modo questi network siano stati strumentalizzati dagli strateghi della disinformazione, rimando a questo articolo di Thierry Meissan, il quale scrive tra l’altro: “[...]E’ stata distribuita una Guida pratica della rivoluzione in Iran, che comprende vari consigli pratici tra i quali:

- Impostare gli account Twitter sul fuso orario di Teheran.

- Centralizzare i messaggi sugli account Twitter@stopAhmadi, iranelection e gr88.

-Non attaccare i siti internet ufficiali dello Stato iraniano. «Lasciate fare all’esercito» USA per questo (sic).

Una volta attuati, questi consigli impediscono qualsiasi autentificazione dei messaggi Twitter. Non si può più sapere se li inviano testimoni delle manifestazioni a Teheran o agenti della CIA da Langley, e non si può distinguere il vero dal falso. L’obiettivo è quello di creare ancora più confusione e spingere gli iraniani a combattersi tra loro”.

Sempre Twitter ha fatto sapere che "Neda è stata sepolta al cimitero Behest Zahra" e che "le autorità hanno vietato i funerali" (lieve contraddizione). Nessuno sembra aver assistito al funerale, né i parenti sembrano aver diffuso immagini delle esequie, il che contribuisce ad alimentare i dubbi.

3) Lo stesso nome “Neda” (“voce” in lingua farsi) sembra tradire una progettazione a scopo di propaganda. Oltretutto esso richiama, con inquietante omonimia, l’acronimo del National Endowment for Democracy (NED), l’organizzazione diretta dal neocon USA Kenneth Timmerman che ha finanziato e organizzato le rivolte pro-Mousawi.

4) Il video della “morte” è completamente decontestualizzato. Non si vedono punti di riferimento che permettano di capire in che luogo si svolge il dramma. Intorno alla scena si vedono alcuni signori che passeggiano tranquillamente, il che è curioso in presenza di una ragazza che, secondo le testimonianze, sarebbe appena stata colpita da un cecchino. Su Youtube c’è un altro video che mostra la ragazza in compagnia del signore dalla maglietta a strisce bianche e blu durante un corteo in via Karegar, ma nel video della “morte” l’ambientazione sembra del tutto diversa.

5) Nel video della “morte”, il signore con la maglietta a strisce grida alcune frasi (“Neda, resta con me! Non lasciarmi!”) che mi sembrano troppo hollywoodiane per essere autentiche (io non conosco il farsi, ma questa è la traduzione del sonoro che circola su internet).

6) E’ curioso che Youtube non abbia rimosso il video della morte di Neda, che è estremamente truculento e contrario alla policy del sito. Evidentemente Youtube è felice che tutti vedano quel video. Youtube è proprietà di Google, che è stato tra i principali sostenitori della campagna elettorale di Obama. Se l’amministrazione USA decide di rovesciare il governo dell’Iran, Google offre il proprio contributo alla disinformazione. Ormai non è più solo da TV e giornali che dobbiamo guardarci.

7) Ciò che ho elencato finora sono soltanto sospetti. Ma l’elemento che mi ha convinto della grossolana inautenticità del video è il seguente, ed è sotto gli occhi di chiunque abbia voglia di osservare il filmato con un minimo di attenzione. All’inizio del video la ragazza sembra tenere nella mano sinistra una specie di fialetta, il cui contenuto (un liquido rosso che serve per l'effettaccio speciale) si versa poi sulla faccia, con gesto visibilissimo, durante la concitazione. Quando il videofonino che sta filmando la recita inquadra la “fialetta” ben visibile nella mano, la ragazza rivolge uno sguardo interrogativo all’operatore, come a chiedere: “Ma che fai, idiota, sveli il trucco?”. La sua mano si muove su e giù due volte, in corrispondenza della comparsa sul viso delle due prime strisce di “sangue”. Qui di seguito ci sono i fotogrammi a cui mi riferisco. Sono un po' sfocati, ma visionando il video nella sua interezza la cosa risulta di lapalissiana evidenza.   




 

Lo slogan con cui i seguaci di Mousawi stanno inondando la rete è: «Neda è morta con gli occhi aperti, facendo vergognare noi che viviamo con gli occhi chiusi». D’accordo per il vergognarvi, ma prima di abboccare a certe baggianate non potreste sforzarvi di aprirli un pochino quegli occhi?

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I FILI RIVELATI

by Gianluca Freda (21/06/2009 - 18:18)

Per chi avesse ancora dei dubbi sulla regia israelo-americana che sta dietro all’attuale tentativo di golpe in Iran (detto, per l’occasione, “Rivoluzione verde”, secondo una sceneggiatura stantìa che ripropone in altra colorazione la stessa manfrina già vista in Georgia, Serbia ed Ucraina) propongo qui qualche documento significativo. Il primo è la dichiarazione di Kissinger che vedete nel filmato qui sopra. Kissinger, ex Segretario di Stato americano, ebreo e grande burattinaio dell’espansionismo USA, lo dice chiaro e tondo: se dal casino iraniano non dovesse emergere un governo gradito al potere USraeliano, allora sarà necessario “provocare un cambio di regime DALL’ESTERNO”. E’ sottinteso: per ora ci stiamo provando dall’interno, facendo orchestrare dalla CIA le consuete proteste destabilizzanti; se non dovesse funzionare, agiremo in modo più diretto. Kissinger dice anche che il presidente Obama non desidera agire in modo “visibile” nell’attuale congiuntura, il che è scontato. Le proteste a cui stiamo assistendo in Iran sono, non a caso, “covert operations” condotte secondo il più tradizionale degli schemi CIA.

Lo schema è più o meno il seguente:

1) Prima di tutto si ricercano contrasti politici interni al paese da destabilizzare su cui far leva per scatenare la guerra civile. In questo caso gli antichi contrasti fra Rafsanjani e Khamenei – l’uno sostenitore di Mousawi, l’altro di Ahmadinejad – capitavano a fagiolo. Ahmadinejad è un leader particolarmente sgradito a una parte del regime degli ayatollah, avendo spesso denunciato la corruzione dei suoi esponenti (particolarmente di quelli che fanno capo a Rafsanjani) guadagnandosi in questo modo un forte sostegno popolare.

2) Si organizza all’interno del paese o nelle sue vicinanze una rete di istituzioni fittizie (solitamente ONG), finanziate dall’esterno, che apparentemente perseguono nobili fini democratici, ma che mirano in realtà a fornire fondi e organizzazione agli elementi politici in grado di destabilizzare il potere in carica; in questo caso, come era già avvenuto in Georgia e Ucraina, un ruolo di primo piano è stato giocato dall’organizzazione nota come NED (National Endowement for Democracy) guidata dal neoconservatore americano Kenneth Timmerman (ci torniamo più avanti).

3) Infine, il momento di passare all’azione è quello delle elezioni. Il candidato sostenuto dalla CIA quasi sempre perde rovinosamente, visto che il popolo non è del tutto fesso. A questo punto scatta la denuncia di brogli. Il candidato della CIA dichiara, con qualche ora di anticipo rispetto alla chiusura dei seggi, di aver vinto le elezioni, pur sapendo benissimo di star dicendo una baggianata sesquipedale. E’ un tipico espediente della CIA per screditare in anticipo il risultato di segno opposto. Una volta compiuta tale affermazione, il lasso di tempo che intercorre tra la dichiarazione di vittoria preventiva e l’arrivo delle prime proiezioni dei risultati verrà visto come un tentativo delle autorità di manipolare il voto. E’ un trucco vecchissimo, ma il popolino (soprattutto se lavorato ideologicamente a dovere dai propri leader del cuore eterodiretti) ci casca sempre. 

4) Si supporta tutto il caos così creato con una massiccia campagna propagandistica gestita dai media internazionali. Nella campagna mediatica i manifestanti che sfasciano vetrine e danno fuoco alle automobili vengono presentati immancabilmente come “in lotta per la democrazia”, anche se ciò che in realtà stanno facendo, consapevolmente o inconsapevolmente, è lavorare per l’asservimento del proprio paese ad una potenza straniera. Si dà abbondante risalto alle “vittime della repressione del regime”, a volte vere, a volte inventate, sempre esagerate e insignite dello status di martiri. Particolarmente schifosa l’ipocrisia dei media italiani, che dedicarono chilometri di esorcismi ai “black bloc” del G8 di Genova e ora inneggiano alle violenze dei manifestanti mascherati di Teheran come ad eroiche gesta di arcangeli della pace e della giustizia.

Veniamo a Kenneth Timmerman e alla sua NED (National Endowement for Democracy, cioè Sostegno Nazionale alla Democrazia), creata dai servizi segreti come intermediario e strumento di copertura per i fondi destinati alla destabilizzazione di una nazione. Timmerman è uno che la sa lunga. Come fa notare Daniel McAdams in questo articolo, egli aveva dichiarato, il giorno prima delle elezioni in Iran: “Gira voce che ci sarà una rivoluzione verde a Teheran”. Il fatto che Timmerman sapesse della “rivoluzione verde” prima ancora dello svolgimento delle elezioni basterebbe da solo a dimostrare il coinvolgimento americano nei disordini di Teheran. Ma lasciamo che sia lo stesso Timmerman, con sconcertante sincerità, ad esporre quali siano i reali obiettivi della sua NED (cito le sue dichiarazioni tratte dall’articolo di McAdams):

La National Endowement for Democracy ha speso milioni di dollari nell’ultimo decennio per promuovere “rivoluzioni colorate” in paesi come Ucraina e Serbia, addestrando gli operatori della politica nell’utilizzo di moderne tecniche organizzative e di comunicazione.

Parte di quel denaro sembra essere arrivato [ovviamente andando a zonzo per conto suo, NdT] nelle mani dei gruppi pro-Mousawi, che hanno legami con organizzazioni non governative esterne all’Iran che sono a loro volta finanziate dalla National Endowement for Democracy”.

Come si è arrivati ad attribuire questi fondi alle ONG finanziate dalla NED? Cito da questo articolo di Paul Craig Roberts su Counterpunch:

“Il 23 maggio 2007, Brian Ross e Richard Esposito riferirono su ABC News: “La CIA ha ricevuto una segreta approvazione del presidente a organizzare una covert operation per destabilizzare il governo iraniano, secondo quanto hanno dichiarato ad ABC News attuali ed ex funzionari dei servizi d’intelligence”

Il 27 maggio 2007, il London Telegraph riportava: “Il presidente Bush ha firmato un documento ufficiale con cui autorizza i progetti della CIA per una campagna di propaganda e disinformazione tesa a destabilizzare, ed infine rovesciare, il governo teocratico dei mullah”.

Pochi giorni prima, il 16 maggio 2007, il Telegraph aveva riportato che John Bolton, falco neocon dell’amministrazione Bush, aveva dichiarato allo stesso Telegraph che un attacco militare contro l’Iran era da considerarsi “una ‘estrema opzione’ nel caso che le sanzioni economiche e i tentativi di fomentare una rivolta popolare dovessero fallire”.

Il 29 giugno 2008, Seymour Hersh riferiva sul New Yorker: “Alla fine dello scorso anno, il Congresso ha approvato la richiesta del presidente Bush di finanziare una serie di operazioni segrete contro l’Iran, stando a quanto riferiscono fonti dell’esercito, dei servizi segreti e del Congresso. Queste operazioni, per le quali il presidente ha richiesto una copertura fino a 400 milioni di dollari, sono state definite in una Presidential Finding firmata da Bush e mirano a destabilizzare la leadership religiosa del paese”.

Questo per fugare i dubbi relativi al coinvolgimento della CIA nei recenti disordini iraniani, coinvolgimento che alcuni poco illuminati lettori si ostinano a mettere in discussione. Vorrei, in chiusura, rispondere a coloro secondo i quali Stati Uniti e Israele starebbero operando per sostenere non Mousawi, ma Ahmadinejad, in quanto quest’ultimo, in virtù del suo radicalismo antioccidentale ed antiisraeliano, sarebbe un comodo pretesto per continuare a demonizzare l’Iran e giustificare un eventuale intervento militare. A costoro posso solo dire, se quanto esposto più sopra non dovesse essere sufficiente, che le cose non funzionano in questo modo. USA e Israele non hanno alcun interesse a demonizzare l’Iran e a continuare a frignare sul suo “antisemitismo”, se non come fase preparatoria all’opera di destabilizzazione vera e propria. Non hanno nemmeno, secondo me, alcuna reale intenzione di intervenire militarmente, poiché ciò provocherebbe una dura reazione – non solo iraniana – che in questo momento nessuna delle due potenze mi sembra in grado di gestire. Del resto lo stesso Bolton, come si legge più sopra, ha definito l’intervento militare come “ultima opzione”. Opzione che potrebbe, al limite, essere facilitata dalla presenza di un governo amico, così come l’invasione del Libano da parte di Israele nel 2006 fu agevolata dal governo Siniora, che si profuse in chiacchiere e condanne generiche, ma non mosse un dito, arrivando perfino a condannare gli uomini di Hezbollah che lottavano eroicamente – e con successo – per respingere l’invasore. E’ per questo che vengono finanziate le operazioni di copertura: non per potersi lagnare della cattiveria dei regimi canaglia, ma più concretamente per avere un appoggio interno in caso d’intervento militare, oltre che, ovviamente, per inserirsi da padroni nel sistema economico e produttivo di un paese (nel caso dell’Iran il petrolio e la posizione geostrategica sono particolarmente ghiotte).

Per tutti questi motivi auspico una pronta e drastica repressione del tentativo di golpe da parte delle autorità di Teheran, anche se la titubanza e il grave ritardo nello stroncare le manifestazioni di protesta, oltre al mancato arresto del traditore e sobillatore Mousawi, iniziano a preoccuparmi un po’. 

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COLUI CHE GLI DEI VOGLIONO DISTRUGGERE

by Gianluca Freda (20/06/2009 - 15:11)


“E’ questo che ci succede? Una vita di conflitto, senza tempo per gli amici... così che quando è finita solo i nostri nemici portano rose.”

(Alan Moore, Watchmen)

 

“Si nasce incendiari e si muore pompieri”, diceva un sindacalista mia vecchia conoscenza. Questo blog aprì nel 2006 a pochi giorni dalle elezioni politiche, nelle quali speravo di assistere ad una sconfitta irrimediabile e schiacciante del centrodestra berlusconiano, che in cinque anni di governo mi aveva disgustato al di là di ogni limite. Ora che Berlusconi e la sua corte di lestofanti sembrano davvero sull’orlo dell’evaporazione politica, ecco che imprevedibilmente mi tocca difendere il nano priapeo, negando a me stesso anche la modesta gioia di assistere alla sua esecuzione. La vita è strana e ci conduce per sentieri inattesi.

Pare che i colloqui di Berlusconi con Obama, a cui facevo riferimento qualche giorno fa, non siano andati bene. Lo deduco dall’incarognirsi della campagna di diffamazione che il capo del governo ha trovato ad attenderlo al suo ritorno in Italia. Una campagna diffamatoria di stampo sessual-scandalistico, di chiara impronta anglosassone, mai vista con intensità tale nel nostro paese. Praticamente, una firma. Altri festini, altre veline, altre mutandanti bagasce fotografate in compagnia del boss e schiaffate sulle splash page dei quotidiani incartapesce come Repubblica. Mi sembra piuttosto evidente che i burattinai di Obama, a prescindere dai sorrisi sfoderati nel meeting, non siano rimasti soddisfatti degli inchini e delle affettate promesse di collaborazione del liftato e abbiano impartito ai loro sicari mediatici un ordine preciso e definitivo: buttatelo ai pesci. Berlusconi è troppo imprevedibile. Fin dal 1994 ha dato del filo da torcere ai progetti americani di sostituire l’intera classe politica italiana con servitorame USA in livrea. Non ha voluto piegarsi più di tanto alle pressanti richieste di “riforme” periodicamente ripetute dall’FMI. Non ha mosso un dito a favore della FIAT durante il duello con Magna, nonostante sapesse benissimo dell’intenzione americana di trasformare il brontosauro torinese in una testa di ponte industrial-finanziaria americana in Italia. Anzi: non ha mosso un dito proprio per questo. Ha insistito ad intrattenere ottimi rapporti con Russia, Libia e Iran, nonostante le diffide d’oltreatlantico. Ha giustificato la reazione russa in Georgia, rendendo chiara la sua scarsa fedeltà al progetto di New World Order stilato dagli USraeliani. Ha favorito accordi tra l’Eni e la russa Gazprom, mettendo a repentaglio la signoria energetica USraeliana in Europa, così faticosamente costruita dall’11 settembre in poi. Dulcis in fundo ha invitato in Italia Gheddafi che ha osato paragonare Reagan al povero Bin Laden, il quale dovrebbe mangiarne di pappa per arrivare a quei livelli. Il suo destino, a questo punto, sembra segnato. La ridicola promessa di rimpinguare il contingente italiano in Afghanistan con qualche altro cazzone pronto a sparacchiare sulle ambulanze si è rivelata pateticamente insufficiente a placare l’ira dei signori del mondo. E’ dal 1994 che i media filo-USA cercano di tenere a bada Berlusconi lanciandogli contro i molti scheletri del suo luridissimo armadio. E’ dal 1994 che lo avvertono: “stattene buono e ubbidisci, altrimenti...”. Stavolta, a giudicare almeno dalla virulenza della campagna di stampa, sembra che l’epoca degli avvertimenti sia finita e che i sicari siano pronti a sferrare il colpo di grazia.

Berlusconi non è un salvatore della patria. Da quando è entrato in politica si è interessato unicamente dei propri affari personali, mettendo sotto le suole rialzate dei suoi calzari tutto ciò che rischiava di limitare il suo business, popolo italiano compreso. Questa è la differenza principale tra lui e il centrosinistra. Berlusconi sfrutta la politica per realizzare il proprio tornaconto. La sinistra sfrutta la politica per realizzare il tornaconto di potenze straniere, alle quali, dopo il crollo dell’URSS, si è prostrata in ginocchio implorando di aver salva la vita. Senza il sostegno e le direttive USraeliane, la sinistra cesserebbe di esistere. Senza il sostegno e le direttive USraeliane, Berlusconi, invece, continuerebbe ad esistere e ne guadagnerebbe in salute. Per questo ai padroni non piace. Per questo va messo nell’impossibilità di nuocere.

Tuttavia, non è facile linciare Silvio Berlusconi. Nel vasto carnet di bersagli da eliminare scritto nell’agenda dei dominanti, egli non è esattamente una sitting duck. Possiede giornali, TV e mezzi d’informazione, non certo onnipotenti, come si vorrebbe far credere (altrimenti non si spiegherebbe come mai egli sia stato e sia tuttora il politico italiano più bersagliato e infamato dagli apparati di propaganda), ma che si sono mostrati perfettamente in grado – finora – di reagire agli attacchi. La forza di Berlusconi è il suo esercito di giornalisti formati nel culto della personalità del capo. La debolezza di Berlusconi sta nel fatto che i suoi giornalisti sono dei babbei. Vivono di manicheismi e dicotomie d’inaudita scemità, risalenti all’epoca di Don Camillo e Peppone. Pur di rendere pan per focaccia alla “sinistra”, che reputano l’unica spina nel fianco del boss, hanno magnificato ed esaltato per anni il modello politico USA e l’American way, la quale nel loro immaginario sessantottesco costituirebbe il nemico naturale del comunismo che essi continuano a vedere presente e radicato nella società italiana così come a Medjugorie si vede la Madonna. Quando Berlusconi viene attaccato dalla stampa anglosassone (ormai con cadenza quotidiana e con modulazioni sempre più incomposte) la loro costante giaculatoria è: “la sinistra aizza la stampa estera contro Berlusconi”. Non capiscono che è esattamente il contrario: è il mondo della finanza e della politica anglosassone, inglese e americana, che si serve di ciò che chiamiamo “sinistra” per togliere di mezzo un intralcio ai loro progetti. Americani e israeliani non sono affatto nemesi della “sinistra”, ma i loro intransigenti datori di lavoro. Gli scribacchini di Berlusconi non vedono il nemico. O forse lo vedono benissimo, ma ormai, dopo anni di estasiati panegirici, non possono più invertire la rotta senza perdere la faccia. Come tutti gli idioti, andranno incontro al loro carnefice sorridendo e tendendo la mano, perché ammettere di essersi sbagliati e ricostruire dalle fondamenta il proprio mondo ideologico è troppo faticoso e doloroso. Una coltellata in pieno petto provoca molto meno dolore: dieci brevi minuti di agonia ed è finita. 

La situazione è ormai così degenerata che perfino il boss in persona – che nonostante le apparenze è meno scemo dei suoi sottoposti – inizia a lasciar trapelare qualche ammissione, qualche allusione, qualche “vorrei dire ma non posso”. Così eccolo accennare a “poteri forti”, a “trame oscure”, a complotti dietro le quinte di cui sa di non poter parlare in modo più esplicito senza subirne le conseguenze. E’ la strategia della disperazione che fu adottata anche dal povero (si fa per dire) Craxi, quando si rese conto di quali fossero i poteri che stavano spazzando via il suo partito, insieme al resto della classe politica italiana, attraverso la grande truffa di Mani Pulite. Rispetto a Craxi, Berlusconi è un po’ meno indifeso, ma nonostante il suo violento egocentrismo non mi sembra possedere né la cultura, né la capacità progettuale, né l’astuzia, né la lungimiranza politica, né le palle per uscire vittorioso da un fuoco concentrico di queste dimensioni.

Oltretutto i congiurati non sono certo da ricercarsi nell’ambito della sola sinistra: lo schieramento dei sicari usraeliani è assolutamente trasversale e apartitico e conta una quantità di esponenti nella stessa coalizione del sacrificando. Pensiamo all’ex ministro degli esteri Frattini, maître di casa Giuda, affiancato da subito alla mina vagante per tenerla sotto controllo; pensiamo a Paolo Guzzanti, uscito strepitando dal partito quando la linea Berlusconi-Putin ha iniziato a farsi più netta; pensiamo a Gianfranco Fini, il duce con la kippà, che ormai non si limita più a fare la fronda contro l’alleato, ma lancia bordate a piena potenza per favorirne l’affondamento.   

Le idi di marzo del tappo sciupafemmine sarebbero state per me uno spettacolo lungamente atteso e tutto da gustare, sgranocchiando popcorn e facendo la ola ai fendenti più micidiali, se a rovinarmi il divertimento non fosse giunta, dal profondo della coscienza, una di quelle considerazioni politico-morali che non sanno apprezzare l’entertainment e non capiscono mai quando è il momento di starsene in silenzio e godersi la rappresentazione. Il fatto è che il tappo, dopo aver commesso soperchierie titaniche e innumerabili, verrà tolto di mezzo proprio nel momento in cui stava facendo qualcosa di buono: favorire l’acquisizione di una microscopica particella d’indipendenza politica nei confronti delle potenze straniere che da 65 anni tengono l’Italia sotto il loro tallone. Certo, il suo tentativo di smarcarsi non rispondeva a lungimiranti interessi politico-strategici d’autonomia nazionale, ma solo al meschino desiderio di salvaguardare il proprio potere e il proprio impero economico da un accerchiamento sempre più stretto. Ma quale capo di governo ha mai fatto gli interessi del proprio paese prescindendo con abnegazione dal proprio interesse personale? Oltretutto la sua dipartita non avrà – come dovrebbe essere evidente a tutti – lo scopo di punire i suoi misfatti o di sostituire il suo canagliesco entourage con una classe dirigente più presentabile e dedita alla prosperità del paese. Al contrario, la sua scomparsa eliminerà il solo modesto ostacolo all’asservimento totale dell’Italia allo straniero, sotto la guida di una nuova maestranza più servile,  famelica e furfantesca della precedente e per di più senza sostanze personali con cui garantirsi un minimo di spazio di manovra. Berlusconi non finirà in cella – come per molti versi meriterebbe – ma in un comodo seggio parlamentare o in un’isola dei Caraibi, a godersi il frutto delle sue malversazioni, senza aver avuto la possibilità di offrire all’Italia, a parziale compensazione della propria esistenza, una speranza di riscatto contro l’oppressore. Preparatevi ad una bella scossa, come dice D’Alema, ma soprattutto all’impazzare dei predatori del dopo-terremoto, pronti a saccheggiare quel poco di appetibile che è rimasto tra le rovine.

Tanti anni fa, durante un viaggio in treno, feci uno strano sogno. Sicuramente avevo mangiato qualcosa di MOLTO pesante la sera prima, comunque il sogno era questo: ero seduto sul divano di casa mia ed assistevo ad un messaggio televisivo di Berlusconi alla nazione. Berlusconi arrivava con un malloppo di fogli in mano e si metteva dietro una solenne scrivania in quercia come il Presidente della Repubblica nel messaggio di fine anno. In piedi, naturalmente, per evitare di avere metà della faccia coperta dai fermacarte. Non sorrideva, non raccontava barzellette ed era mortalmente serio e sereno. Aveva sul naso un paio di occhiali con catenella che gli conferivano un gradevole aplomb intellettuale. Diceva (più o meno): “Ci siete cascati. Vi ho preso per i fondelli per anni e voi ci avete creduto. Pensavate sul serio che un magnate dei media e della finanza potesse essere uno sghignazzante barzellettaio semianalfabeta che fa le corna alle riunioni diplomatiche? Questa è solo l’immagine che ho costruito per voi, cari italiani. Siete voi gli analfabeti. Io ho letto Machiavelli e Guicciardini, conosco Marcuse e Rosa Luxemburg a memoria, ho studiato Marx e Gramsci quando la maggior parte di voi non era nemmeno nata. So come funzionano i meccanismi del potere, so bene quali sovrastrutture di conflitto economico intercapitalista muovano i fili di ciò che voi, poveri sprovveduti, chiamate “politica”. L’ho imparato negli anni della mia ascesa imprenditoriale, mentre voi eravate occupati a sculettare in discoteca o a strafarvi di marijuana alle feste rave.  Siete voi che non sapete nulla, e io ne ho approfittato, per il vostro bene. Voi leggete solo barzellette, e io vi ho dato barzellette per mettervi a vostro agio. Voi parlate solo di calcio e di pettegolezzi da comari, e io vi ho dato calcio e gossip, come si danno pezzetti di legno colorati a un bambino autistico per tenerlo occupato. Voi adorate il servilismo e l’arroganza dei potenti e io vi ho fornito l’immagine di un capo di governo che fosse servile e arrogante oltre ogni vostra fantasia. L’ho fatto perché l’unico modo di rendere legittimo il mio potere ai vostri occhi di servi era quello di spogliarlo di ogni orpello democratico e presentarvelo nudo e autoritario, come è e come piace a voi. Ma mentre facevo questo per legittimarmi, lavoravo nel vostro interesse. Lavoravo per liberarvi, almeno in piccola parte, della schiavitù di chi vi ha distrutto e umiliato sessant’anni fa e che voi, anziché combattere, avete acclamato e ossequiato, come prostitute di basso rango di fronte a un cliente danaroso. L’avevo promesso a Craxi prima che quello stesso potere che vi ha asservito lo spazzasse via e ho mantenuto la mia promessa. Non potevo condurre la lotta contro i nostri oppressori sotto i vostri occhi, perché siete servili e vi sareste schierati senza esitare con il potere più forte. Perciò l’ho condotta in sordina, tenendo un basso profilo, fingendomi pazzo e scemo affinché continuaste a ridere e non intralciaste il mio lavoro. Più i tuoi nemici ti ritengono stupido, più sorpresi saranno quando li ucciderai. Non so se riuscirò a restituirvi un minimo di dignità nazionale: i nostri oppressori sono troppo forti e voi siete un popolo senza più fierezza. Ma ci ho provato e ci proverò fino all’ultimo, perché credo che le persone che si lagnano della propria condizione siano inutili. Amo le persone che decidono in quali condizioni vogliono vivere e se non le trovano, le creano. Buonasera e buon anno a tutti”.

Il fatto che nel mio sogno Berlusconi pronunciasse espressioni quali “sovrastrutture di conflitto economico intercapitalista” dimostra che esso era tanto verosimile quanto quello che ho fatto qualche settimana fa, in cui flirtavo con Halle Berry. Nella cruda realtà è assai probabile che Berlusconi sia davvero scemo come sembra, o poco meno, e che il suo maldestro tentativo di agevolare la nascita di un equilibrio geopolitico multipolare, che garantisca all’Italia un minimo di autonomia politica, sia destinato a fallire proprio perché condotto con l’inconsapevolezza culturale e la miseria strategica di un bottegaio di periferia senz’altra prospettiva che il consolidamento della sua piccola rivendita fra le quattro case del quartiere. E così sia.

Però in questo blog ho cantato il De profundis per l’uomo di Arcore – spesso con lieti gorgheggi – più volte di quante riesca a ricordarne. Mi sono sempre sbagliato. Ogni volta Berlusconi è caduto dal sesto piano, è rimbalzato su un tendone o su un camion di materassi ed è atterrato in piedi senza un graffio, con il sorriso smagliante e il completo grigio scuro neppure sgualcito. Per una volta – e solo ed esclusivamente per questa volta – non sono sicuro di voler intonare l’elegia funebre. Sarebbe un canto forzato e privo di autentica gioia.

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QUANDO I SERPENTI PARLANO DI PACE

by Gianluca Freda (18/06/2009 - 00:54)

(nella foto: l’insediamento di Har Homa nella West Bank occupata. Netanyahu, nel suo discorso di lunedì, ha rifiutato le richieste di uno stop all’espansione degli insediamenti)

 

IL BRILLANTE PIANO DI PACE DI NETANYAHU

di Hasan Abu Nimah e Ali Abunimah
dal sito The Electronic Intifada
Traduzione di Gianluca Freda

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha proposto un piano di pace così ingegnoso che è stupefacente che in sessant’anni di spargimento di sangue nessuno ci abbia pensato. A qualcuno potrebbe essere sfuggita la piena genialità delle idee che egli ha esposto il 14 giugno in un discorso all’Università di Bar Ilan, pertanto ci pregiamo di offrire ai lettori la presente analisi.

Prima di tutto, Netanyahu vuole che i palestinesi divengano ferventi sionisti. Possono dimostrare la loro fede dichiarando “Riconosciamo il diritto del popolo ebraico a possedere un proprio Stato su questo territorio”. Come egli ha sottolineato, è solo il rifiuto degli arabi in generale e dei palestinesi in particolare di convertirsi al sogno sionista ad aver provocato il conflitto, ma non appena “essi avranno detto queste parole alla nostra gente e alla loro gente, allora si aprirà la strada per la risoluzione di tutti i problemi fra i nostri popoli”. Ovviamente è del tutto naturale che Netanyahu attenda “con impazienza quel momento”.

In ogni caso, una semplice sincera conversione al sionismo non sarà sufficiente. Affinché la conversione palestinese abbia un “significato concreto”, ha spiegato Netanyahu, “deve esservi anche la chiara consapevolezza che il problema dei rifugiati palestinesi dovrà essere risolto al di fuori dei confini israeliani”. In altre parole, i palestinesi devono acconsentire ad aiutare Israele nel completamento della pulizia etnica iniziata nel 1947-48, rinunciando al diritto al ritorno. Ciò naturalmente è del tutto logico, poiché, una volta divenuti sionisti, i palestinesi condivideranno l’obiettivo sionista di una Palestina quanto più possibile svuotata di palestinesi.

Netanyahu è abbastanza intelligente da riconoscere che perfino questa auto-pulizia etnica dei rifugiati potrebbe non essere sufficiente a garantire la “pace”: ci sarebbero pur sempre milioni di palestinesi che continuerebbero fastidiosamente a vivere nella propria terra natìa o nel cuore di quella che Netanyahu ha insistito a definire la “patria storica” degli ebrei.

Per questi palestinesi, il piano di pace prevede ciò che Netanyahu chiama “demilitarizzazione”, ma che andrebbe più correttamente intesa come resa incondizionata seguita da consegna delle armi. La consegna delle armi, benché necessaria, potrebbe comunque non essere immediata. Qualche palestinese recalcitrante potrebbe non essere felice di diventare sionista. Pertanto, i neoconvertiti palestinesi sionisti dovrebbero scatenare una guerra civile per sconfiggere coloro che insistono scioccamente ad opporsi al sionismo. Per dirla con le parole di Netanyahu, “l’Autorità Palestinese dovrà garantire il rispetto della legge a Gaza e sopraffare Hamas”. (In realtà questa guerra civile è già in corso da diversi anni, da quando le “forze di sicurezza” palestinesi, sostenute da americani e israeliani e guidate dal generale americano Keith Dayton, hanno iniziato a condurre attacchi sempre più frequenti contro Hamas).

Una volta che i palestinesi anti-sionisti saranno stati schiacciati, i restanti palestinesi – il cui numero sarà ancora uguale a quello degli ebrei nella Palestina storica – dovranno mostrarsi in grado di condurre la propria esistenza da bravi sionisti, secondo la visione di Netanyahu. Dovranno rassegnarsi a starsene pigiati in ghetti ed enclavi ancora più strette per consentire l’ulteriore espansione delle colonie sioniste, i cui abitanti sono stati definiti da Netanyahu “una parte integrante del nostro popolo, una comunità di sani princìpi, di pionieri e di sionisti”. E in linea con il loro fervente sionismo, i palestinesi dovranno naturalmente riconoscere che “Gerusalemme deve restare la capitale unita di Israele”.

Questi sono solo gli aspetti israelo-palestinesi del piano di Netanyahu. Gli elementi regionali includono il pieno appoggio arabo al sionismo palestinese, la normalizzazione dei legami con Israele e perfino il finanziamento di tutto questo con il denaro dei paesi del Golfo Arabo. Perché no? Se tutti diventano sionisti ogni conflitto cesserà di esistere.

Sarebbe bello poter davvero considerare il discorso di Netanyahu come una barzelletta. Ma si tratta purtroppo di un importante indicatore di una cruda realtà. Contrariamente a certe ingenue ed ottimistiche speranze, Netanyahu non rappresenta soltanto una frangia estremista di Israele. Oggi l’opinione pubblica ebrea israeliana si presenta (con poche eccezioni) come un fronte unico a favore di un nazionalismo violento e razzista, alimentato dal fanatismo religioso. I palestinesi sono visti, nella migliore delle ipotesi, come esseri inferiori da tollerare finché non si presenta l’occasione buona per espellerli, incarcerarli o affamarli come gli 1,5 milioni di reclusi nella prigione di Gaza.

Israele è una società in cui il violento razzismo anti-arabo e la negazione della Nakba sono la norma, anche se nessuno dei leader americani ed europei che pontificano continuamente di negazione dell’olocausto oserà mai rimproverare Netanyahu per le sue spudorate menzogne ed omissioni sulla pulizia etnica dei palestinesi compiuta da Israele.

La “prospettiva” di Netanyahu non ha fatto compiere assolutamente nessun passo avanti al Piano Allon del 1976 per l’annessione dei territori della West Bank o alle proposte di “autonomia” fatte da Menachem Begin a Camp David. L’obiettivo rimane lo stesso: controllare la maggior quantità possibile di territorio con il minor numero possibile di palestinesi.

Il discorso di Netanyahu dovrebbe mettere a riposo le rinate illusioni – nutrite soprattutto dal discorso fatto al Cairo dal presidente americano Barak Obama – che un Israele del genere possa essere condotto volontariamente a qualunque tipo di accordo equo. Coloro che in questa regione hanno riposto le proprie speranze in Obama – come le avevano precedentemente riposte in Bush – sono convinti che la pressione americana possa spingere Israele a cedere. Si appigliano alle forti affermazioni di Obama, che aveva richiesto una completa interruzione della costruzione di insediamenti da parte di Israele (una richiesta che Netanyahu ha respinto col suo discorso). Resta da vedere se Obama farà seguire dei fatti alle sue dure parole.

Del resto, anche se Obama fosse davvero determinato ad esercitare su Israele una pressione senza precedenti, dovrebbe esaurire gran parte del suo capitale politico solo per ottenere da Israele il consenso a congelare gli insediamenti, figuriamoci se riuscirebbe ad affrontare una qualunque delle dozzine di altre questioni ben più essenziali.

E nonostante l’impressione diffusa che vi sia in corso uno scontro tra l’amministrazione Obama e il governo israeliano (che potrebbe riguardare questioni tattiche minori), quando si passa ai problemi essenziali essi mostrano più convergenze che divergenze. Obama ha già dichiarato che “qualsiasi accordo con il popolo palestinese dovrà preservare l’identità israeliana di Stato Ebraico”, ed ha affermato che “Gerusalemme resterà la capitale di Israele e dovrà rimanere indivisa”. Quanto ai rifugiati palestinesi, egli ha detto “il diritto al ritorno [in Israele] è qualcosa che non costituisce un’opzione in senso letterale”.

Per quanto baccano abbia fatto sugli insediamenti, Obama si è riferito solo alla loro espansione, non alla perpetuazione della loro esistenza. Finché l’amministrazione Obama non si dissocierà pubblicamente dalle posizioni di Clinton e Bush, dovremo presumere che concordi con loro e con Israele sul fatto che le grandi aree di insediamenti che circondano Gerusalemme e dividono in ghetti la West Bank debbano essere conservate in permanenza in qualunque “soluzione dei due stati”. Né Obama né Netanyahu hanno menzionato il muro illegale nella West Bank, sottintendendo che non vi sia alcuna controversia sulla sua collocazione e sulla sua esistenza. E adesso, entrambi concordano nel definire i rimanenti brandelli uno “stato palestinese”. Non c’è da stupirsi che l’amministrazione Obama abbia salutato il discorso di Netanyahu come “un grande passo avanti”.

Ciò che più infastidisce nella posizione espressa da Obama al Cairo – e da allora ripetuta in continuazione dal suo inviato in Medio Oriente, George Mitchell – è il fatto che gli Stati Uniti parlino di “legittima aspirazione palestinese alla dignità, alle opportunità e ad un proprio Stato”. Questa formula è studiata per apparire carica di significato, ma è in realtà un vago brusìo da campagna elettorale che non contiene alcun riferimento ai diritti inalienabili dei palestinesi. Sono parole scelte dagli scrittori di discorsi americani e dagli esperti di pubbliche relazioni, non dai palestinesi. La formula di Obama implica che qualunque altra aspirazione palestinese sia per definizione illegittima.

Dove, nel diritto internazionale o nelle risoluzioni dell’ONU, possono i palestinesi trovare le definizioni di “dignità” e di “opportunità”? Questi termini infinitamente duttili riducono scorrettamente tutta la storia palestinese ad una ricerca di vaghi sentimenti e di uno “stato” anziché ad una lotta per la liberazione, la giustizia, l’eguaglianza, il ritorno e il ripristino dei diritti usurpati. E’ facile, dopotutto, concepire uno stato che mantenga per sempre i palestinesi spossessati, dispersi, indifesi e sotto la minaccia di nuove espulsioni e nuovi massacri ad opera di un Israele espansionista e razzista.

Nel corso della storia non sono mai stati i capi a dare una definizione dei diritti, ma i popoli che per essi hanno lottato. Non è un risultato da poco che per un secolo i palestinesi abbiano resistito e siano sopravvissuti agli sforzi sionisti di distruggere fisicamente la loro collettività e di cancellarli dalle pagine della storia. Finché i palestinesi continueranno a resistere in ogni arena e con ogni mezzo legittimo, costruendo intorno a sé una vera solidarietà internazionale, i loro diritti non potranno mai essere soffocati. E’ su questa base di forza nativa e indipendente, non dalle promesse elusive di una grande potenza o dai favori di un occupante usurpatore, che sarà possibile ottenere giustizia e pace.

 

Hasan Abu Nimah è ex rappresentante permanente della Giordania alle Nazioni Unite.

Co-fondatore di The Electronic Intifada, Ali Abunimah è autore di One Country: A Bold Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse (Metropolitan Books, 2006).

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DIES IRAN

by Gianluca Freda (17/06/2009 - 01:59)


AHMADINEJAD HA VINTO. FATEVENE UNA RAGIONE.

di Flynt Leverett e Hillary Mann Leverett

dal sito politico.it

Traduzione di Gianluca Freda

 

Senza averne alcuna prova, molti politici ed “esperti” americani hanno liquidato la rielezione del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, avvenuta venerdì scorso con il 62,6 per cento dei suffragi, come un imbroglio.

Costoro ignorano il fatto che il 62,6 per cento ottenuto da Ahmadinejad nelle elezioni di quest’anno è essenzialmente lo stesso 61,69 per cento che aveva ottenuto nei conteggi definitivi delle elezioni presidenziali del 2005, quando aveva stracciato l’ex presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani. Lo shock degli “esperti dell’Iran” per i risultati di venerdì è totalmente autoindotto, fondato sulle loro preferenze e sui loro pii desideri.

Per quanto le elezioni iraniane non siano “libere” secondo gli standard occidentali, la Repubblica Islamica può vantare una storia trentennale di elezioni caratterizzate da un alto grado di contestazione e competizione ad ogni livello, presidenziale, parlamentare e locale. Le manipolazioni sono sempre esistite, come avviene del resto in molti altri paesi.

Ma le rimonte avvengono (come nella notevole vittoria a sorpresa di Mohammed Khatami nelle elezioni presidenziali del 1997) e anche le “defaillance” (come nella rielezione di Khatami nel 2001, nella prima vittoria di Ahmadinejad nel 2005 e, aggiungeremmo noi, come è avvenuto quest’anno).

Come molti media occidentali, gli “esperti” americani avevano sopravvalutato la “rimonta” di Mir Hossein Moussawi nelle ultime settimane di campagna elettorale. Cosa più importante, si erano dimenticati dell’efficacia di Ahmadinejad come candidato e politico populista. Gli “esperti” americani non avevano notato che Ahmadinejad era percepito da molti iraniani come il vincitore dei dibattiti televisivi contro i suoi tre avversari, soprattutto nel suo confronto con Mousawi.

Prima dei confronti televisivi, tanto i pubblicisti di Ahmadinejad quanto quelli di Mousawi riferivano in privato di aver percepito un incremento del sostegno verso Mousawi; dopo i confronti, gli stessi pubblicisti concludevano che la performance mirabilmente provocatoria di Ahmadinejad e quella dimessa di Moussawi avevano portato alle stelle le possibilità del presidente in carica. Le accuse rivolte da Ahmadinejad a Mousawi di essere sostenuto dai figli di Rafsanjani – visti nella società iraniana come personaggi corrotti – sembravano aver fatto effetto sugli elettori. 

Allo stesso modo, le argomentazioni di Ahmadinejad secondo le quali i sostenitori riformisti di Mousawi, incluso Khatami, avrebbero mirato a sospendere il programma di arricchimento dell’uranio senza ottenere nulla in cambio dall’occidente, avevano assicurato al programma un ampio sostegno popolare e avevano il vantaggio aggiuntivo di essere vere.

Cosa più importante, gli “esperti” americani avevano notevolmente sottovalutato la base elettorale di Ahmadinejad. In Iran le rilevazioni statistiche sono notoriamente difficoltose: molti sondaggi sono condotti in modo assai poco professionale e producono dunque risultati di discutibile affidabilità. Tuttavia un sondaggio condotto prima delle elezioni di venerdì da un’agenzia occidentale che aveva reso trasparente la propria metodologia – interviste telefoniche eseguite dall’11 al 20 maggio dalla Terror-Free Tomorrow [“Per un domani libero dal terrore”, bel nome bipartisan!, NdT] con base a Washington – aveva rilevato che Ahmadinejad si trovava 20 punti davanti a Mousawi. Questo sondaggio era stato condotto prima dei confronti televisivi durante i quali, come si notava poc’anzi, Ahmadinejad era apparso a proprio agio mentre Mousawi non aveva fatto bella figura.

Gli “esperti” americani avevano ipotizzato che la “disastrosa” situazione economica iraniana avrebbe indebolito le prospettive di rielezione per Ahmadinejad. Ma il Fondo Monetario Internazionale prevede che l’economia iraniana avrà quest’anno una crescita, seppur modesta, mentre le economie di molti paesi del Golfo Arabo sono in recessione. Un numero significativo di iraniani – compresi i religiosi, i gruppi a basso reddito, i funzionari pubblici e i pensionati – sembra convinto che le politiche di Ahmadinejad siano andate a loro vantaggio.

E sebbene molti iraniani si lamentino dell’inflazione, il sondaggio della TFT ha scoperto che la maggior parte degli elettori non ne attribuisce la colpa ad Ahmadinejad. Gli “esperti” sostenevano anche che l’alta partecipazione al voto del 12 giugno – 82 per cento dell’elettorato – avrebbe favorito Mousawi. Ma si tratta di un’analisi fondata su null’altro che illazioni.

Alcuni “esperti” sostengono che l’origine azera di Mousawi e il suo “accento azero” avrebbero dovuto garantirgli la vittoria nelle province a maggioranza azera; e poiché in quelle province Ahmadinejad ha invece ottenuto risultati migliori, i brogli sarebbero l’unica spiegazione possibile.

Ma Ahmadinejad stesso parla un azero molto fluente, grazie ai suoi otto anni di servizio come funzionario in due province a maggioranza azera, nelle quali si è guadagnato successo e popolarità; durante la campagna elettorale ha citato ad arte brani di poesia azera e turca – in lingua originale – in alcuni appelli che miravano a procacciarsi la simpatia della comunità azera dell’Iran (e non dimentichiamo che la Guida Suprema dell’Iran è di origine azera). L’idea che Mousawi dovesse, per qualche motivo, avere la vittoria in pugno nelle province a maggioranza azera è semplicemente priva di fondamento nella realtà.

Per quanto riguarda le irregolarità nelle votazioni, le denunce specifiche fatte da Mousawi – la scarsità di schede elettorali in alcuni distretti e il non aver tenuto aperti i seggi abbastanza a lungo (anche se in realtà i seggi sono rimasti aperti per almeno tre ore oltre l’orario di chiusura programmato) – di per sé non possono aver capovolto i risultati a favore di Ahmadinejad in maniera così netta.

Inoltre, tali irregolarità, in sé e per sé, non rappresenterebbero una frode elettorale neppure per gli standard legislativi americani. E se paragonate alle elezioni presidenziali in Florida nel 2000, le pecche del sistema elettorale iraniano appaiono assai poco significative.

Sull’onda delle elezioni di venerdì, alcuni “esperti di politica iraniana” – forse scottati dalla propria incapacità di comprendere le dinamiche politiche contemporanee della Repubblica Islamica -  affermano che stiamo assistendo ad un “colpo di stato di stampo conservatore” mirante ad ottenere un totale controllo sullo stato iraniano.

Ma si potrebbe suggerire, in maniera più plausibile, che se c’è stato un tentativo di “colpo di stato” esso è stato posto in essere dagli sconfitti nelle elezioni di venerdì. E’ stato Mousawi, in fondo, a dichiarare venerdì la propria vittoria prima ancora che i seggi iraniani fossero chiusi. E tre giorni prima delle elezioni, Rafsanjani, sostenitore di Mousawi, aveva fatto pubblicare una lettera in cui criticava l’incapacità della Guida Suprema di tenere a bada il ricorso di Ahmadinejad a “strumenti disgustosi e peccaminosi come insulti, menzogne e false argomentazioni”. Molti iraniani hanno interpretato questa lettera come un segnale del timore, da parte degli uomini di Mousawi, che il loro candidato avesse perso punti nei giorni conclusivi della campagna elettorale.

Alla luce di questi sviluppi, molti politici ed “esperti” sostengono che l’amministrazione Obama non può adesso intrattenere rapporti con il regime “illegittimo” di Ahmadinejad. Di certo, l’amministrazione non dovrebbe dare l’impressione di “parteggiare” nell’attuale controversia sulle elezioni iraniane. In questo senso, il commento rilasciato venerdì dal presidente Obama, poche ore prima della chiusura dei seggi in Iran (“come si è avverato in Libano, così può avverarsi anche in Iran di vedere i popoli che contemplano nuove possibilità”), è stato estremamente infelice.

Dal punto di vista di Teheran, questa osservazione ha minato la credibilità dell’ammissione, fatta da Obama al Cairo il mese scorso, sulle complicità americane nel rovesciare il governo democraticamente eletto dell’Iran per rimettere sul trono lo Scià nel 1953.

L’amministrazione Obama dovrebbe rifiutare con forza ogni invito a sfidare Teheran dopo il voto di venerdì. In senso più ampio, la vittoria di Ahmadinejad dovrebbe spingere Obama e i suoi consiglieri a fare i conti con le carenze e le contraddizioni intrinseche del loro approccio con l’Iran. Prima delle elezioni iraniane, l’amministrazione Obama aveva nutrito la stessa illusione di molti suoi predecessori: l’illusione che la politica iraniana fosse incentrata su una singola personalità politica e quella di poter trovare la personalità giusta con cui trattare. Non è così che funziona la politica iraniana.

La Repubblica Islamica è un sistema con molteplici centri di potere; all’interno di questo sistema, esiste un consenso forte e stabile sulle questioni essenziali della sicurezza nazionale e della politica estera, inclusi il programma nucleare iraniano e le relazioni con gli Stati Uniti. Ciascuno dei quattro candidati nelle elezioni di venerdì avrebbe fatto proseguire, come presidente dell’Iran, il programma nucleare; nessuno avrebbe acconsentito alla sua sospensione.

Ciascuno dei quattro candidati sarebbe stato interessato ad aperture diplomatiche con gli Stati Uniti, ma tali aperture avrebbero dovuto essere tolleranti, rispettose dei legittimi interessi dell’Iran alla sicurezza nazionale e al prestigio nella regione, condiscendenti verso il diritto dell’Iran di dare sviluppo e trarre beneficio dal pieno potenziale della tecnologia nucleare a scopo civile – incluse le ricerche sul ciclo del combustibile nucleare – e miranti ad un reciproco riconoscimento.

Questo tipo di approccio sarebbe anche, a nostro giudizio, nell’evidente interesse degli Stati Uniti e dei loro alleati in Medio Oriente. E’ tempo che l’amministrazione Obama persegua tale approccio con il massimo impegno, insieme ad un’amministrazione iraniana guidata dal rieletto presidente Mahmoud Ahmadinejad.          

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IL NEMICO E' TRA NOI

by Gianluca Freda (16/06/2009 - 20:26)

Il lettore Francesco mi scrive:

Caro Gianluca,

ho provato a postare un commento all'ultimo tuo articolo ma non credo di esserci riuscito. Ad ogni modo te lo invio via mail:

sono perfettamente d'accordo con te in tutti i punti da te affrontati. Pensa che soltanto domenica mattina riflettevo con la mia ragazza sulla questione ripugnante della manipolazione mediatica e le spiegavo per filo e per segno le stesse tue considerazioni. Inoltre ho ripreso un libro di Ritter, "Targeting Iran", un libro di due anni fa che comprai in Canada a dicembre 2007 e che descrive perfettamente i tentativi di infiltrazione dell'intelligence US in Iran.

Poi ieri ho letto su Comedonchisciotte il tuo articolo e per fortuna non mi sono sentito un pazzo estremista antisemita (come - al solito - viene definito chi osa non dico apprezzare, ma almeno rispettare Ahmadinejad e la sua leadership).

Ricordo ancora che appena Ahmadinejad tornò da Ginevra (dove gli utili idioti euroamericani guidati dallo stesso Eli Wiesel che ha accompagnato Obama a Birkenau, si alzarono indignati e andarono via), bene, al suo rientro in patria Ahmadinejad venne accolto come un eroe! I sondaggi lo davano al 60%!!! E infatti ha vinto con il 60% delle preferenze.

Certo tutto il mondo vorrebbe scongiurare il conflitto che Israele è pronta ad attuare. Questo conflitto, che fonti sicure mi danno certo entro ottobre 2009, sconvolgerà l'intero pianeta. Ma la colpa non è di Ahmadinejad, bensì proprio di Israele con le sue manie persecutorie.

Forse perchè mi occupo di energia ho sempre creduto che il progetto nucleare iraniano fosse un'idea geniale. Chi conosce lo stato delle economie fondate sul petrolio sa che sono sterili, improduttive e dominate dalla corruzione e dalla crescita esponenziale dell'inflazione dovuta ai grossi introiti di contante.

Ahmadinejad invece ha innanzitutto tentato di aprire una borsa petrolifera con transazioni in euro e non in dollari (primo elemento chiave). Poi ha lanciato il progetto nucleare. Chiunque non sia reso miope dalla propaganda israeliana dovrebbe apprezzare questo sforzo. Quando e se il petrolio finirà fra 20-30 anni in Iran, l'economia del paese potrebbe essere annientata completamente. Invece investendo in nucleare si garantiscono una risorsa energetica alternativa ed indipendente che consentirà alle aziende dell'Iran di avere costi dell'elettricità molto ridotti e competitivi. Inoltre quando anche altre nazioni dell'area avranno terminato il petrolio l'Iran potrà esportare elettricità prodotta col nucleare e fornire tecnologie nucleari ai paesi più arretrati dell'area.

Ora, l'Iran ha aderito al trattato di non proliferazione, ma Israele no! Israele ha almeno 300 bombe atomiche stimate, possiede 2 sommergibili classe dolfin per la risposta nucleare, e adesso si permette anche di rivendicare il diritto ad uno "stato ebraico" (un unicum razzista nella storia delle nazioni democratiche moderne) e la smilitarizzazione dei Palestinesi. A questo punto mi domando se non siamo tutti vittime di una allucinazione collettiva?

Quanto alla violenza a Teheran, guardate che le tecniche di guerriglia sono le stesse adoperate in Grecia a dicembre. Sistemi per destabilizzare le nazioni! In Grecia questi scontri erano gestiti da Indymedia, finanziata tra l'altro da George Soros. Ora mi pongo una domanda: perchè nel febbraio 2008 l'Intelligence Iraniana ha prodotto un video - anche un po' ridicolo - in cui si vedono Soros McCain ed altri riuniti alla Casa Bianca e pronti ad escogitare una "rivoluzione culturale" in Iran? Il video tradotto da Memri lo si trova su Youtube. Certo il finale è inquietante perchè praticamente esorta le famiglie a controllare i figli attratti dall'occidente e pronti a tradire la patria. Eppure la battaglia culturale dell'Iran per in non allineamento alle logiche dell'occidente ha un suo senso. E' una resistenza strenua che va guardata con ammirazione ed anche compresa. Basta leggere i discorsi di Ahmadinejad per capirlo. Noi occidentali siamo sempre pronti a fare la morale ai popoli che abbiamo colonizzato (pensate alla Persia sfruttata da Churchill negli anni '20). Eppure quante colpe morali e materiali abbiamo sulla nostra coscienza. E quanti disastri abbiamo prodotto e continuiamo a produrre nel nome del progresso e dei diritti che hanno creato una società di alienati mentali. Il giudizio dei media occidentali sui fatti di questi giorni è letteralmente ipocrita e colpevolmente erroneo!

Ad ogni modo grazie per il tuo articolo e per ogni ulteriore indicazione puoi sempre contattarmi alla mia email.

Un caro saluto

Ciao Francesco, grazie per la missiva e per l’informazione sul video dell’Intelligence Iraniana, che è veramente curioso. L’ho trovato su Youtube e ho inserito il link qui sopra. Ne ho anche cercato una versione non sottotitolata per poter inserire la traduzione in italiano, ma non sono riuscito a trovarla. Devo dire che, nonostante la fattura piuttosto pacchiana del video e alcune vistose cadute nel puerile, il Ministero degli Interni iraniano è riuscito a spiegare abbastanza bene ai suoi cittadini come funzionano i “cambi di regime” di matrice USA. Ne facessero di video propagandistici del genere anche da noi, magari la gente inizierebbe a capire qualcosa! Molte attività sovversive nel nostro paese, a partire dalle attività terroristiche degli anni ’70, sono state organizzate dagli USA con criteri più o meno simili. Peccato che tra i cospiratori digitali che si vedono all’inizio manchi proprio Zbigniew Brzezinski, il massimo teorico e progettatore di “false flag”, cambi di regime e rivoluzioni colorate. Brzezinski ha sicuramente contribuito a progettare l’attuale tentativo di golpe “democratico” in Iran nonché la politica di Obama verso il Medio Oriente. Personalmente non mi stupirei se lo stesso Obama e la sua elezione fossero un suo progetto.  (GF)

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DIETROLOGIA IRANICA PER PRINCIPIANTI

by Gianluca Freda (15/06/2009 - 23:52)


Il mio articolo di ieri ha sollevato alcune critiche, soprattutto nella parte riguardante la situazione postelettorale in Iran. Le critiche sono di tre tipi:

1) Ho affermato che Mousawi, lo sfidante di Ahmadinejad che ha perso con disonore le elezioni presidenziali, è un quisling americano; in realtà, mi fanno notare, egli è stato primo ministro per ben 8 anni ai tempi di Khomeini;

2) Ho affermato che i sostenitori di Mousawi, che stanno facendo di tutto per svendere il loro paese agli interessi israelo-americani, sono “quattro gatti”. In realtà sarebbero un sacco di gente (e vai con le foto delle folle oceaniche in via Azadi);

3) Ho affermato che i capi politici e religiosi dell'Iran - sempre che le rivalità reciproche in cui sono da tempo impelagati non prevalgano sull’interesse nazionale - dovrebbero stroncare senza pietà e con tutti i mezzi a disposizione le manifestazioni pro-Mousawi. Tale mia speranza renderebbe impossibile pensare ad Ahmadinejad e ai suoi sostenitori come ai profeti di un mondo migliore.

Riguardo la prima obiezione, confesso di averla girata e rigirata da ogni lato ma di non averla capita. E già, Mousawi è stato primo ministro per 8 anni sotto Khomeini. E quindi? In che modo ciò gli impedirebbe di essere un fantoccio manovrato da zampe USraeliane? Immagino che nella fervida fantasia di chi muove quest’obiezione un tale possa dirsi manovrato dagli Stati Uniti solo se ha la barba a pizzetto e la tuba a stelle e strisce come lo Zio Sam e solo se ingurgita cheeseburger a pranzo e cena. Anche se vive in una Repubblica Islamica e deve guadagnarsi il favore di folle islamiche. A chi muove quest’obiezione non posso che offrire la mia disponibilità a prestargli, quando lo desidera, la mia lunga scala da potatura che lo aiuti a scendere dal pero.

Riguardo l’obiezione numero due, devo effettivamente correggermi. I sostenitori di Mousawi non sono semplicemente “quattro gatti”: sono quattro gatti ben finanziati e istruiti da chi tenta di utilizzarli per garantirsi un maggior controllo sulla politica interna del paese, nonché ottimamente sostenuti e pubblicizzati dall’intera stampa filoamericana internazionale. Solo uno scemo potrebbe pensare che una manifestazione di protesta possa tenersi nel centro di Teheran, contro le disposizioni del governo, in una congiuntura così delicata, senza essere appropriatamente sostenuta, favorita e logisticamente diretta da un apparato di potere di qualche rilevanza. Per gestire una simile manifestazione occorre garantire che i trasporti funzionino, che le comunicazioni siano efficaci, che i leader dell’adunata siano ben protetti e ciascuno al proprio posto, che i poliziotti entro certi limiti lascino fare e che la stampa internazionale assicuri una copertura tale da scongiurare un’azione di forza opportunamente drastica. In questo senso Repubblica, giornale-maggiordomo dei nostri colonizzatori, ha svolto un lavoro eccellente, riferendo senza esitazione dei “milioni di persone” in piazza a Teheran (immagino non si tratti di dati della questura), delle terribili e antidemocratiche manganellate buscate dai facinorosi (come se ci si potesse difendere dall’ingerenza di potenze straniere nella politica nazionale con le orazioni francescane) e supportando senza esitazione la tesi dei brogli elettorali basandosi sulla pura parola d’onore di Mousawi. Chi crede che le manifestazioni di protesta di questo tipo sorgano “spontaneamente” dall’anima del popolo ha urgente bisogno di darsi una ripassata alla fenomenologia delle “rivoluzioni colorate” dell’est europeo. Anche la mia scala dai molti pioli potrebbe essergli utile.

Infine la terza obiezione: manganellare e prendere a calcioni nelle palle un branco di decerebrati traditori del proprio paese non contribuirebbe all’edificazione di un mondo di pace in cui il leone giaccia con l’agnello. Ora, io so poco di leoni e di agnelli e che trombino come ricci o si facciano reciprocamente a cotolette poco mi cale. Quello che so è che se si desidera un mondo non dico “migliore”, ma appena diverso dall’obbrobrio attuale, occorre una trasformazione degli assetti geopolitici presenti. Tali assetti geopolitici vedono Stati Uniti e Israele in posizione di netta e monolitica dominanza politico-strategica in molte zone del globo, particolarmente nella nostra. Vedono ogni paese che desideri una qualche autonomia (economica, politica, militare, energetica, industriale, perfino ideologica) dallo strapotere di questo moloch bifronte venire sistematicamente zittito e schiacciato con una prepotenza e una crudeltà senza eguali. So che solo in un mondo policentrico, in cui il potere USraeliano sia soltanto uno degli attori in gioco, sarà possibile trovare quel minimo di libertà di movimento che ci consenta di fare progetti di qualunque tipo, compresi quelli concernenti lo status relazionale di leoni e agnelli. Sperare che la bestia USraeliana rinunci a parte del proprio potere senza lottare equivale a essere suicidi, rimbecilliti o traditori. E i traditori – come sono appunto in Iran i sostenitori di Mousawi – vanno schiacciati, non solo per profilassi, ma anche per privare i dominanti della loro migliore e più efficace arma segreta: il rincoglionimento ideologico collettivo che riduce la ribellione ad agitazione scomposta e mediaticamente sostenuta di scimpanzè ammaestrati. Chi pensa che tutto ciò si possa ottenere con le bandiere della pace e i digiuni gandhiani si faccia pure avanti ad elencare i suoi successi.

Per capire ciò che sta succedendo a Teheran sarebbe sufficiente, ad un lettore appena smaliziato, ascoltare ciò che i padroni del mondo hanno da dire sugli avvenimenti in corso. La Casa Bianca ha appena espresso la sua "preoccupazione" sulla regolarità delle elezioni” (le irregolarità di casa loro sono evidentemente meno preoccupanti). E il dipartimento di Stato è "profondamente turbato" dalle notizie delle violenze seguite al voto. Il primo ministro inglese Gordon Brown ha detto che Teheran dovrà rispondere (a chi?) su “seri interrogativi” riguardo al voto. Anche un idiota capirebbe, a questo punto, per chi parteggiano questi marpioni. E si sa che nel loro modus operandi non esiste il parteggiare privo di sostegno finanziario e organizzativo.

Per rendere le cose ancora più chiare, vorrei infine citare un paio di brani tratti da questo articolo di Robert Fisk sull’Independent. Fisk è al di sopra di ogni sospetto di faziosità: detesta Ahmadinejad, inorridisce dinanzi alle repressioni poliziesche contro i sostenitori di Mousawi,  apostrofa il rieletto presidente soprannominandolo “The Democrator”. Tuttavia, essendo pur sempre un giornalista (specie ormai rara) e non uno sguattero dell’ideologia imperiale, non può non far notare alcune evidenze. Cito e traduco dal suo articolo. Riguardo a Mousawi, Fisk scrive:

La vita, per il presidente Barack Obama, sarebbe molto più semplice se Mir Hossein Mousawi risultasse vincitore delle elezioni in Iran. L’uomo che fu primo ministro durante la guerra Iran-Iraq degli anni ’80 dice di mirare alla distensione con l’occidente, chiede a Mr. Obama di parlare insieme a lui alle Nazioni Unite ed ha avanzato l’idea di una commissione internazionale che sovrintenda alle procedure di arricchimento dell’uranio in Iran.

Chiaro a tutti? Mousawi vuole essere eletto per spostare l’asse dei rapporti internazionali dell’Iran, finora felicemente sbilanciato verso la Russia, a favore dei peggiori nemici del suo paese. Non è ancora stato eletto e già lecca i piedi a chi minaccia, un giorno sì e uno no, di intervenire militarmente per impedire il legittimo progresso scientifico e militare della nazione di cui aspira a diventare l’indegno presidente. Ma c’è molto di più. Fisk prosegue:

Egli [Mousawi] è a favore della liberalizzazione economica, sostiene il controllo dell’inflazione attraverso politiche monetarie e vuole rendere la vita più facile alle aziende private. Ha anche promesso di “modificare” l’immagine estremistica che l’Iran si è guadagnato all’estero sotto la presidenza di Ahmadinejad ed ha attaccato la spesa sregolata di petrodollari e denaro contante a favore dei poveri, la quale, egli afferma, ha provocato l’aumento dei prezzi al consumo. Ha anche perorato la rimozione del divieto imposto alle aziende private di possedere stazioni televisive.

Noi sudditi dell’Impero abbiamo già largamente sperimentato le gioie della liberalizzazione economica, delle politiche di controllo dell’inflazione, dei tagli al welfare, delle privatizzazioni e della svendita ai privati delle emittenti televisive. Chissà chi ha scritto questo originalissimo programma politico del candidato “moderato”?

Infine due parole sui tanto sbandierati “brogli elettorali”:

Faccio una pausa pranzo con un fedele e sincero amico della Repubblica Islamica, un uomo che conosco da molti anni, che ha rischiato la propria vita, che è stato in carcere per il suo paese e che non mi ha mai mentito. Abbiamo cenato in un ristorante che offre esclusivamente cucina iraniana, insieme a sua moglie. Egli è stato spesso critico verso il regime. E’ un uomo senza paura. Ma io devo ripetere ciò che mi ha detto: “I risultati delle elezioni sono corretti, Robert. Qualunque cosa tu abbia visto a Teheran, nelle altre città e in migliaia di paesi tutti hanno votato a stragrande maggioranza per Ahmadinejad. A Tabriz ha votato per Ahmadinejad l’80 per cento degli elettori. E’ stato lui che ha aperto in città i corsi universitari per la minoranza azera, affinché potessero laurearsi in lingua azera. A Mashad, la seconda città dell’Iran, si è determinata un’ampia maggioranza a favore di Ahmadinejad dopo che l’imam della grande moschea ha attaccato Rafsanjani del Consiglio d'Esame Rapido, il quale aveva iniziato ad allearsi con Mousawi. Essi hanno capito cosa significava: dovevano votare per Ahmadinejad”.

E direi che noi tutti possiamo capire che cosa significhi, nell’ambito della lotta interna per il potere, questa alleanza dell’ex presidente iraniano Rafsanjani, a suo tempo sconfitto proprio da Ahmadinejad, con un candidato dalle posizioni così marcatamente filoamericane. Lo capiamo benissimo. Qualcuno crede sul serio che gli iraniani siano più stupidi di noi?    

 

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L'INVASIONE DELLE BALLE GIGANTI

by Gianluca Freda (14/06/2009 - 23:57)


Ora che gli artigli economici e militari del drago americano si sono spezzati sulla crisi del dollaro e sulle guerre senza via d’uscita in Medio Oriente, tocca ai valletti adibiti alle pubbliche relazioni fare le veci del grande mostro indisposto, sciorinando il meglio delle proprie baggianate in sua difesa e attendendo con fiducia l’esito della convalescenza.

Prendiamo ad esempio le elezioni in Libano. I media occidentali hanno fatto un ottimo lavoro nel presentarle come “un chiaro rifiuto del programma di coalizione di Hezbollah” (come scrive Thomas Friedman sul New York Times). La realtà è un po’ diversa. Intanto, quando si parla di elezioni in Libano bisognerebbe tener presente che la distribuzione dei seggi nel Parlamento libanese è stabilita da un accordo del 1989, che assegna ad ogni gruppo religioso un certo numero di rappresentanti secondo criteri che non hanno nulla a che fare con la rilevanza numerica nazionale del gruppo in questione. Ad esempio sciiti e sunniti hanno rispettivamente 873.000 e 842.000 elettori registrati e ad entrambi i gruppi spettano un massimo di 27 seggi. I cristiano-maroniti e i drusi hanno rispettivamente 697.000 e 186.000 elettori, ma a loro spettano rispettivamente un massimo di 34 e 8 seggi. Come si vede l’elezione di un rappresentante in Parlamento ha ben poco a che vedere con la rilevanza numerica dei votanti. A ciò si aggiunga che in questa tornata elettorale più di 120.000 espatriati libanesi sono stati pagati dal gruppo di Hariri (il neoeletto capo del governo, filooccidentale, figlio dell’ex primo ministro Rafik Hariri assassinato nel 2005) per tornare in patria a votare, e oltre tre quarti di essi hanno votato per Hariri. Ma tutto questo impegno ha dato risultati limitati. L’opposizione guidata da Hezbollah ha ricevuto la preferenza del 55 per cento degli elettori (840.000 voti) ma solo il 45 per cento dei seggi. La coalizione di governo ha avuto la preferenza del 45 per cento degli elettori (692.000 voti) e il 55 per cento dei seggi. Nella scorsa legislatura Hezbollah e i suoi compagni di coalizione avevano 58 seggi contro i 70 della coalizione di governo. Ora ne hanno 57 contro 71, ma si tenga presente che tre di questi 71 seggi erano stati ottenuti dai candidati indipendenti che hanno deciso di allearsi con la maggioranza solo dopo le elezioni. Clamoroso poi il fatto che il generale Michel Aoun, alleato con Hezbollah, abbia ricevuto il 52 % del voto cristiano, ma un numero di seggi inferiore a quello dei suoi avversari cristiani.

Insomma, l’effetto “rifiuto di Hezbollah” esiste solo nella vanvera dei media occidentali e nella propaganda di coloro che ne dettano le veline. La realtà è che la coalizione di Hezbollah gode della preferenza della maggioranza degli elettori libanesi ed è solo la perversa alchimia elettorale ad impedirle di divenire maggioranza parlamentare. La situazione del paese è in stallo, rispetto alla legislatura precedente, ma la grande vittoria della coalizione filooccidentale esiste solo nel mondo di pura fantasia in cui gli strateghi del rimbecillimento mediatico rinchiudono i loro lettori quando scoprono che i piani dei dominanti sono andati, parzialmente o totalmente, in vacca.   

Altro esempio tipico sono le elezioni presidenziali in Iran, che presentavano all’opinione pubblica la scelta tra un quisling israelo-americano come Moussawi e il presidente uscente Ahmadinejad. Ovviamente Ahmadinejad ha stravinto: solo un popolo di deficienti completi avrebbe potuto votare per un individuo che avrebbe svenduto il paese agli interessi stranieri. Non esiste al mondo un popolo così imbecille, forse neanche in Italia. Perfino nel nostro paese, fiore all’occhiello dell’analfabetismo letterario e politico teleindotto, la coalizione più prona agli interessi USraeliani (il centrosinistra) viene sistematicamente boicottata dagli elettori da ormai 15 anni ed è costretta, per sopravvivere, ad additare Berlusconi come minaccia permanente. Senza Berlusconi il centrosinistra cesserebbe di esistere. Se neanche gli italiani sono così fessi da dare la maggioranza ad un maggiordomo delle potenze straniere, figuriamoci gli iraniani. Moussawi, come tutti i fantocci USraeliani, si è mostrato così carico di arrogante sicumera da dichiarare la propria vittoria prima ancora che fossero chiuse le urne, in un paese in cui le rilevazioni demoscopiche non sono certo così capillari come da noi. Così si è tradito, e non appena sono apparse le prime proiezioni che davano ad Ahmadinejad la vittoria schiacciante non gli è rimasto altro da fare che chiamare a raccolta i suoi quattro gatti (foraggiati da USA e giudei) perché facessero quanto più casino possibile. Solitamente a me non piace la repressione dei movimenti di piazza, quale che sia il potere da cui viene disposta. In questo caso farò un’eccezione: considerato il livello della posta in gioco, spero che questi traditori del loro paese, questi venduti al nemico, vengano zittiti con la massima durezza possibile, in modo tale da far arrivare a burattini e burattinai il chiaro messaggio: abbiamo capito il trucco, i vostri giochetti sono finiti. Naturalmente i media occidentali fanno da cassa di risonanza alla tesi dei brogli elettorali, rivelando impudicamente il proprio servilismo. Come sempre, tra la stampa sguattera, si è distinta per dedizione e comicità la nostra Repubblica, la cui inviata, Vanna Vannuccini, dopo aver richiesto un paio di scalmanati della loro opinione, ha sposato in toto e senza dubbi la tesi dei brogli, colorandola di folklore locale: fanciulle iraniche in lacrime, vecchi pietosi che le offrono protezione contro gli “sgherri in motocicletta” invece di abbandonarla serenamente alle manganellate sulla crapa, come avrei fatto io, onesti cittadini ricolmi di sdegno per la mancata corrispondenza delle panzane di Repubblica con il mondo reale. Chissà dov’era la Vannuccini quando Bush truccava le elezioni americane del 2000 e 2004 e in Italia, nel 2006, le elezioni politiche venivano manipolate attraverso il voto elettronico? Probabilmente era nella sua stanzetta d’hotel, a ripetere il mantra del giornalista-lavapiatti: “I brogli li fanno solo le dittature antioccidentali; qui da noi ci sono al massimo democrazie che sbagliano”.

Sempre Repubblica si è resa protagonista, nelle scorse settimane, del più clamoroso attacco diffamatorio verso un politico “ribelle” ai diktat israelo-americani che mai si sia visto a queste latitudini. Sto parlando ovviamente dell’affaire Lario-Noemi-Berlusconi con il quale il giornalaccio di De Benedetti ha toccato davvero il fondo della sua non certo limpida carriera al servizio del potere coloniale che ci domina da ormai quasi 65 anni. Le bordate di letame, mai sparate prima con simile intensità, sono iniziate quando Berlusconi ha dato chiaro segnale di voler creare un asse con la Libia (da cui importiamo il 25% del nostro petrolio e circa il 10% del gas) e la Russia di Putin  (favorendo accordi energetici tra Eni e Gazprom). Si sa che io non amo Berlusconi, ma tutto ciò avrebbe garantito all’Italia una certa indipendenza energetica. Un’indpendenza che il potere coloniale americano non può consentire, tanto più che tali accordi vanno a scapito del famoso gasdotto Nabucco, che avrebbe dato agli americani il controllo energetico dell’Europa bypassando Russia e Ucraina. Dopo il discorso di Gheddafi (un capo di Stato di gigantesca statura politica a confronto dei nostri sguatteri) a Palazzo Giustiniani, Berlusconi è stato convocato d’urgenza dal “preside”. Traggo dal sito www.blitzquotidiano.it :

A Washington non hanno gradito, ma soprattutto non hanno, letteralmente, capito. Quando al Dipartimento di Stato e alla Casa Bianca hanno letto il testo delle dichiarazioni di Gheddafi, il commento, non ufficiale ma unanime è stato «Incredibile», “Pazzesco”. Non tanto e non solo il fatto che il leader libico abbia equiparato Reagan a Bin Laden, abbia spiegato che la democrazia è solo quella libica, abbia ironizzato sui diritti umani. Ciò che ha stupito fino all’incredulità l’amministrazione americana è che l’Italia si sia prestata con somma disponibilità e nessuna cautela a far da palcoscenico allo show del Colonnello. Nelle sedi istituzionali e politiche e perfino all’Università di Roma La Sapienza, con quel rettore, Luigi Frati, che null’altro ha trovato da dire e comunicare che la sua ammirazione per le amazzoni, mitigata solo dal fatto che “mia moglie è in sala”.

Ma se questo appartiene al folklore civile e culturale italico e quindi poco importa agli Usa, la scelta di far da platea e claque a Gheddafi ha indotto Obama ad una decisione netta: chiederà conto a Berlusconi, chiederà in un faccia a faccia diretto al premier italiano a che gioco gioca l’Italia in campo internazionale. Ecco l’elenco delle domande che Obama ha pronte per Berlusconi quando si vedranno lunedì 15 a Washington.

Prima: che senso ha la ripetuta affermazione di voler “mediare” tra Usa e Russia? E poi anche tra Usa e Iran? È una ricerca di protagonismo o l’affermazione di una posizione equidistante? E, se è così, quale equidistanza?

Seconda: che peso va data all’affermazione di Berlusconi di non volere una società multietnica? In Italia questa frase non ha fatto molto rumore, ma in tutti i paesi dell’Occidente è di fatto impronunciabile da un capo di governo. Gli Usa devono archiviarla come voce dal sen fuggita o prenderne atto come linea effettiva di governo?

Terza: che peso va dato all’affermazione di Berlusconi di essere il leader più esperto del G8?

Quarta: le assicurazioni date da Gheddafi sui rifornimenti energetici all’Italia e i complimenti del leader libico, «fortunati voi italiani ad esser governati da Berlusconi, con la sinistra le imprese italiane farebbero meno affari in Libia», valevano la rinuncia ad esercitare qualunque accordo preventivo sulle dichiarazioni di Gheddafi in Italia? Contrariamente a quanto accade in diplomazia, Gheddafi ha avuto licenza di dire quel che voleva come voleva senza avvertire prima gli italiani, oppure gli italiani sapevano ed hanno acconsentito?

Quinta: dopo le elezioni in Afghanistan l’Italia ritirerà le truppe mandate di rinforzo?

Sesta: in che misura l’Italia appoggia davvero la politica ambientale di Obama?

Settima, ultima e riassuntiva domanda: «Dear Silvio, a che gioco giochi con l’amico Putin, il figliol prodigo Gheddafi e, soprattutto, ci fai o ci sei quando ti atteggi a fratello maggiore di Obama?».

Appuntamento nello Studio Ovale, tra le 16 e le 17 del 15 giugno, con la richiesta ferma e già fatta pervenire che le risposte non siano sorrisi e abbracci ma impegni e chiarimenti.

Come si vede si tratta di un vero e proprio terzo grado, un autodafé con cui si chiede a colui che – nel bene e nel male – è nostro primo ministro di rinnovare il giuramento di servitù verso i padroni d’oltreoceano. Gli americani, di fronte ai tentativi di svolta autonomistica berlusconiani, sono rimasti davvero di sasso. Come si dice: finché ti morde un lupo, pazienza, quello che fa veramente male è quando ti morde una pecora. Obama è stato morso dalla pecora italiana, dallo staterello più prono e ubbidiente fra tutti i suoi possedimenti d’oltremare e questo grida vendetta. Per Berlusconi, il morsicatore, rischia di finire veramente male, come anticipato dall’avvertimento odierno, in stile paramafioso, di D’Alema: il quale ha invitato l’opposizione a “tenersi pronta per eventuali scosse”. Quali possano essere queste scosse, con Berlusconi convocato per domani pomeriggio dinanzi all’alta e risentita presenza di Sua Maestà Obama I, non è difficile immaginarlo. Riuscirà Berlusconi a salvarsi sfoderando l’inchino delle feste? Tergiverserà e prenderà tempo raccontando barzellette idiote, come è sua specialità? Basterà tutto ciò a placare la furia di Obama e dei suoi manovratori industrial-finanziari? Lo sapremo tra pochi giorni. Il balletto delle italiche fantesche, croce e tormento degli ultimi 15 anni di vita politica nazionale, sembra prossimo ad una svolta decisiva.  

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DOPO IL GRANDE BACCANO

by Gianluca Freda (10/06/2009 - 12:26)


IMMEDIATE SPIGOLATURE POST-ELETTORALI (TUTTE DA DISCUTERE)

di Piotr

dal sito ripensaremarx.splinder.com

 

 

1. Il centrodestra non sfonda (bene) ma la lotta intestina è a favore della Lega (male). Bene perché  una formazione che, come dicevo in un altro post, copre un arco che va “dall’ultimo manovale al direttore di fabbrica” non lascia spazio a una ripresa politica antiegemonica e anticapitalista. Male perché ci guadagna un partito che riesce a unire paradossalmente la xenofobia a politiche antinazionali. Questo paradosso è il paradosso di molta destra europea: politiche antieuropee e antinazionali gestite, direttamente o indirettamente tramite alleanze, da forze che riescono anche a lucrare sulle reazioni nazional-xenofobe alle loro stese politiche (cosa che la dice lunga sulla ormai totale incapacità della sinistra di incidere e in senso politico e in senso culturale: la destra attualmente riesce da sola a fare sia il canto che il controcanto; poi possiamo sghignazzare tutti insieme sul Berlusca operaio e imprenditore, prima però rendiamoci conto di questo).

I falsi nazionalisti ex AN ne approfitteranno, magari inserendosi in un ormai arroventato asse Berlusconi-Lega con contenziosi che verranno indicati come esemplari dalla sinistra e probabilmente anche da quei settori confindustriali che non intendono uscire dall’attuale divisione internazionale del lavoro, il tutto condito con la difesa degli interessi dell’industria “nazionale” (ma in realtà quella più retriva), con la difesa della democrazia, con l’antifascismo e con dosi sempre più ipocrite di buonismo.

Berlusconi sembra dunque uscire dalle elezioni un po’ indebolito. Ancora un supplemento di campagna alla Times, Financial Times ed El País (con eventuale aggiunta di Economist, non nuovo a queste cose), unito a nuove tirate d’orecchie da parte di Obama su politica energetica e politica estera e a qualche staffilata da parte di Confindustria, e il gioco è fatto: Berlusconi rientrerà nei ranghi e cercherà di gestire gli affari suoi più stretti e vitali, cioè il suo core business, patteggiando con magistratura e sinistra un’uscita di scena onorevole e questa volta definitiva (a meno che non decida di utilizzare i suoi ultimi anni su questa Terra per passare alla Storia costi quel che costi).

2. Il centrosinistra cala leggermente (bene), ma la lotta interna è vinta dall’IDV (male). Vedremo tra poco il perché e il percome.

3. Le due formazioni delle sinistra “radicale” si fermano entrambe abbondantemente sotto lo sbarramento del 4%. Che dire? Chi è colpa del suo mal ... . Ma non perché si sono divisi (come pensa la stragrande maggioranza dei delusi), ma proprio per la politica (e più spesso non-politica) miope e gretta che le ha contraddistinte.

4. La sinistra (parlo della sinistra perché dalla sinistra vengo, a sinistra ho sempre fatto politica ed è lì che mi fanno incazzare, mentre con la destra non ho mai avuto nulla a che vedere), la sinistra, dicevamo, ha brillato per tre caratteristiche di base:

A) Ha ridotto la lotta politica alla personificazione dello schieramento avversario e alla criminalizzazione della sua maschera così creata.

B) Ha criticato con puntualità quelle due o tre cose giuste (diciamo, ad essere larghi, il 10%) che Berlusconi aveva azzeccato (a partire dalla critica alla Georgia).

C) In compenso ha arrancato dietro al centrodestra su pressoché tutte le altre linee (anche alla faccia dei principi sventolati - vedi per ultimo i “respingimenti” - e mai con una politica chiara).

Ovviamente il punto A, ovvero l’antiberlusconismo viscerale, era la foglia di fico o lo specchietto per le allodole, per mascherare i punti B e C. Ma una forza politica che fa mostra di essere pronta a sbagliare al 100% di contro al 90% sbagliato dall’avversario, mi dite che chance ha?

E infatti l’unica cosa su cui poteva realmente chiamare al voto è stato l’antiberlusconismo che da viscerale è diventato addirittura pecoreccio (casi Noemi e Veronica Lario), un miserabile livello mai toccato prima dalla sinistra italiana da che essa esiste. Con aggiunta dello straparlare. Anche l’antiberlusconiano doc Galli Della Loggia si è reso conto, ad esempio, che parlare di “nuove leggi razziali”, era un’idiozia. Senza contare, aggiungo io, che l’antifascista e buonista Veltroni (esagitato fautore, si ricordi sempre, dei bombardamenti sulla Serbia) si beccò in poco tempo un richiamo da parte dell’Alto Commissariato dell’Onu per i Diritti Umani e denunce da parte di Amnesty International per le sue ruspe selvagge nei campi nomadi, mentre il celtocrociato Alemanno di ruspe selvagge ancora non ne ha inviata una. Sarà pur vero che il sindaco di Roma fa poco o nulla, ma per lo meno non fa neppure questo. Anzi ha instaurato un tavolo negoziale con Rom e Sinti (e anche con qualche centro sociale dell’estrema sinistra) Tutta questa nota la rubrico come “Identitarismo di sinistra. Parte I”.

Ma non paghi e senza nessuna parvenza di autocritica, ieri su La Repubblica si potevano leggere frasi come “imperativo mussoliniano di Berlusconi”, oppure “il leader predestinato”: non hanno capito che il parlare di “fascismo” nei confronti di Berlusconi è ormai un tic fastidioso pari al parlare di “comunismo” da parte del Berlusca nei confronti di Franceschini o chi per lui?

Ad ogni modo se la discriminante era non già una proposta politica bensì l’antiberlusconismo, era chiaro che a trarne vantaggio sarebbe stato colui che una proposta politica non l’ha mai fatta per il semplice motivo che l’unica sua attività è quella di segnalare alla magistratura che per definizione i suoi avversari politici sono avanzi di galera. Sì, avete indovinato: sto parlando di Di Pietro e del suo IDV (a quando un’autocritica fraterna e sincera da parte di Gianni Vattimo, Giulietto Chiesa e Franca Rame?).

5. Identitarismo di sinistra. Parte II.

Poco prima delle elezioni ho avuto modo di discutere con elettori di sinistra sia a Roma che a Milano. A Milano, ad esempio, erano disperati perché si sentivano costretti a votare Penati (attuale presidente della Provincia per il centrosinistra) la cui campagna elettorale è stata in sostanza un tentativo di battere a destra la Lega sulla sicurezza.

“Ma perché vi sentite obbligati a votarlo?”, chiedevo ingenuamente. E qui finiva la discussione, perché la risposta era immancabilmente articolata nel modo che segue:

a) Se no si fa un favore a Berlusconi.

b) Tu sei di fatto un neo-qualunquista perché non vai a votare.

c) Le elezioni sono uno dei pochi modi che abbiamo per dire la nostra.

Il punto c) era paradossale in bocca a persone che avevano alzato più di una barricata nella Milano degli anni ’60 e ’70. Il punto b) era una pura provocazione: ammesso che non votare sia una mossa sbagliata, credo che chiunque mi conosca sappia perfettamente che non sono disinteressato alla politica, anzi! Il punto a) era invece la risposta pavloviana dell’identitarismo di sinistra all’unico punto “qualificante” (si fa per dire) del centrosinistra e della sinistra radicale.

Stessa solfa per le europee: “Non so per chi votare. Ma forse voterò Vendola perché ha amministrato bene la Puglia. Come no! Costringendo alle dimissioni un incazzato Riccardo Petrella, presidente italiano del Contratto Mondiale sull’Acqua, da presidente dell’Acquedotto Pugliese, perché schifato dalle politiche vendoliane di cripto-privatizzazione di tale “bene comune”.

Ma tant’è: non avendo più alcuna bussola ci si raccomanda al primo santino che si trova in giro. Si cerca una scusa qualsiasi per autoconvincersi. L’importante è non darla vinta al Berlusca.

Siamo allo sbando!

E stessa solfa a Roma. Stessa disperazione, stesse accuse a chi si voleva astenere (nella fattispecie io), stesso tentativo di cogliere un segno, un volo d’uccelli, una disposizione dei fondi del caffè, per trovare una qualche indicazione per come votare; magari con le lagrime agli occhi o stringendo i denti, ma non bisognava avvantaggiare il Mostro!

Siamo allo sbando!

Insomma, si vota con lo stesso criterio evanescente con cui gli speculatori reinvestono in Borsa: lo 0,0019% in meno di disoccupati USA rispetto alle previsioni (è successo veramente in marzo, per lo meno stando al Sole24ore), un epsilon piccolo a piacere in più di fiducia da parte dei consumatori. Un nulla ontologico, un Unwesen, uno spettro, avrebbero detto sia Hegel che Marx, per giustificare una voglia, un desiderio ormai irrazionale.

Siamo allo sbando!

Se una decisione che richiede per definizione di essere giustificata dalla ragione è invece presa per via del mal di pancia e col mal di pancia, allora è una decisione irrazionale e in quanto tale, nel significato generale, comprensivo, storico e filosoficamente fondato del termine è una decisione reazionaria.

6. La sinistra radicale è, se possibile, ancora più allo sbando dei suoi elettori. O opera immediatamente un riorientamento “gestaltico” (questo sì radicale) o non potrà far altro che morire in un’agonia identitaristica con l’aggravante di fare nel frattempo la servetta sciocca delle forze più filo-USA e del capitalismo più retrivo (caso FIAT docet). Purtroppo temo che al contrario ci sarà un riorientamento del “cadreghino” (trad. it.: “piccola sedia”) per salvare i posticini dei piccoli politici di professione. Vedremo chi si salverà invece da questo ulteriore degrado. L’importante sarà chiamarlo col suo vero nome e non “difesa della democrazia” o “male minore”.

7. Che fare e come fare?

In questo blog è da molto tempo che si discute su una ripresa della lotta anticapitalistica tramite una lotta antiegemonica e antimperialista che in quanto tale deve basarsi su un recupero di sovranità nazionale dopo decenni di subordinazione agli USA. Non starò di certo a ridiscutere in questa sede il perché il termine “sovranità nazionale” faccia venire l’itterizia a chi è convinto che il capitalismo sia un moloch monolitico che sta per prendere le parvenze di un impero sovranazionale delle multinazionali. Se del caso ne ridiscuteremo, ma non adesso. Adesso vorrei invece elencare tre domande esemplari e delicate relative al fattore “nazionale” della lotta anticapitalistica:

A) Come impostare la problematica dei migranti (in particolare il fatto che le emigrazioni sono storicamente utilizzate dai capitalisti per dividere e imperare) senza cadere in trappole razziste e xenofobe?

B) Come portare avanti interessi nazionali senza cadere nella trappola revanscista e nazionalista?

C) Come sostenere le nostre industrie di punta “oggettivamente” antiegemoniste senza:

1) rinunciare al punto di vista anticapitalistico;

2) rinunciare al punto di vista dei dominati;

3) sostenere politiche neo-colonialiste?

Per capire che non si tratta di domande astratte, ricordo che il lettore che si firma “Omeopatia” in un commento ha rammentato che i nostri soldati erano a Nassirya proprio per curare gli interessi dell’ENI. Ma possiamo anche citare i disastri ecologici e sociali provocati dall’Agip nel delta del Niger o in Ecuador.

Le ultime tre domande, come si vede, sono collegate una all’altra e possono assumere una formulazione brutale: una politica di potenza e una politica antiegemonista e anticapitalistica fino a che punto possono convivere senza entrare in rotta di collisione? Le risposte possono essere drammaticamente in alternativa: saremmo disposti a inviare i nostri lagunari a sterminare le popolazioni indigene che mettessero eventualmente in difficoltà ad esempio l’Agip? Perché è questo che fa una politica di potenza.

Personalmente la mia risposta è no, cento volte no, mille volte no! Per un mare di motivi: i tre punti precedenti sono test fondamentali, punti di accumulazione di tutte le inevitabili contraddizioni relative a un ipotetico sostegno in funzione antimperialista e anticapitalista a una politica “nazionale”, perché una tale politica è per sua natura “borderline” (per questo è più comodo per la sinistra cosiddetta “antagonista e di classe” schivarla con cura procurando così disastri certi, ma salvandosi l’anima).

Dobbiamo essere consapevoli fino in fondo che una politica “nazionale” confina con terreni malarici, paludosi, cosparsi di sabbie mobili: la reazione del nazionalsocialismo ai venduti (liberali e socialdemocratici) di Weimar deve essere un campanello d’allarme sempre pronto a suonare.

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UN ATTORE CONTESO

by Gianluca Freda (07/06/2009 - 12:23)


OSCAR PER OBAMA

di Israel Shamir

dal sito www.israelshamir.net

Traduzione di Gianluca Freda

 

Il discorso di Obama al Cairo è stato un’opera di straordinaria bellezza. Presentava la miglior produzione, il miglior attore, la migliore sceneggiatura che si sia mai vista da molti anni, meritava l’Oscar degli Oscar. Le elite di potere americane si sono spremute le meningi e hanno tirato fuori il miglior leader possibile per ristabilire l’immagine sgualcita del loro paese. Obama è un modello di leader di nuova generazione, non ancora reperibile all’estero. E’ un grande oratore, è pieno di carisma, alto, magro, giovane. Ha dimostrato che: yes, they can. La nostra amica ed ex candidata alla presidenza, Cynthia McKinney, ha così spiegato il fenomeno Obama: “Le cose non funzionano così nella politica americana, né probabilmente nella politica di nessun luogo del mondo; un illustre sconosciuto non arriva al Senato senza opposizione e poi si candida alla Casa Bianca due anni dopo. Semplicemente non funziona così. A meno che non sia stato pianificato”.  

A quanto sembra, Obama è stato pianificato per fare pace con il mondo musulmano. Un presidente americano non è un dominatore onnipotente: è piuttosto un attore, scelto da produttori e registi che restano dietro le quinte, per recitare questo importante ruolo. Non scrive i propri discorsi più di quanto Leonardo Di Caprio possa scrivere il monologo di Romeo. Non può neppure decidere la propria politica. E’ per questo che le sue parole e le sue azioni sono importanti: esse rappresentano la volontà di cambiamento delle elite di potere. Questo cambiamento sarà necessariamente lento, visto che la pesante corazzata americana non può cambiare direzione di punto in bianco.  

In questa fase di cambiamento e di priorità che si modificano in continuazione, è evidentemente difficile prevedere i prossimi sviluppi, poiché essi dipendono anche da noi. Il mondo ha bisogno di un’America che guardi di più al proprio interno, ma anche un’America meno aggressiva sarebbe un passo avanti. Guardando indietro, l’ostilità americana verso il mondo musulmano esplose nel 2001, ebbe il suo culmine nel 2003, ora ha fatto il suo decorso e sembra essere conclusa. Questi anni di guerra contro l’Islam non sono stati particolarmente piacevoli o redditizi per l’America. E’ giunto oggi il momento di modificare le priorità. Il cacciatore di aquiloni, bestseller di Khaled Hosseini, ha offerto una nuova interpretazione della realtà: il protagonista del romanzo è un musulmano per nascita e tradizione che odia il clero musulmano, ama il whisky, ama l’America e Israele e odia la Russia. Il cattivo del romanzo ama Hitler, è pedofilo e stupratore, e – naturalmente – è un militante talebano. La persecuzione di una minoranza etnica è l’equivalente locale della storia ebraica. Questo libro offre ai musulmani non religiosi la possibilità di integrarsi nell’immaginario americano.

Perché no? Gli Stati Uniti sono una nazione politica, non etnica, e i musulmani possono esservi accettati e spesso lo sono. Per quanto i non americani immaginino spesso le elite americane composte da WASP e da ebrei, fra esse vi è in realtà gente di ogni sorta, immigrati provenienti da ogni paese. Ciò rappresenta una fonte di potere: l’America riesce a trovare facilmente un russo per parlare con i russi o un cinese per parlare con la Cina. I musulmani se la passano bene in America, alcuni di essi sono immensamente ricchi.

Questa svolta implica il ridimensionamento della Lobby Ebraica. L’ala destra del sionismo ebraico ha abusato troppo a lungo della pazienza americana. Essa ha sopravvalutato la propria presa su questa amministrazione. La rimozione di Charles Freeman [candidato da Obama alla presidenza del National Intelligence Council e poi costretto a ritirarsi a causa delle pressioni delle lobby, NdT] è stata la loro ultima vittoria di Pirro. L’arrivo di Netanyahu che, con occhi scintillanti, predicava l’Amalek [parola ebraica che indica una minaccia all’esistenza stessa del popolo eletto, NdT] è stato un passo ulteriore verso la loro disfatta. “Amalek” è una parola in codice per chiamare al genocidio, una scorciatoia per chiedere ad Obama di sterminare gli iraniani fino all’ultimo bambino e all’ultimo gatto. Era troppo anche per il paziente Obama.

Così un sogno è diventato realtà: dopo un lungo dominio da parte del centrodestra ebraico, ora le posizioni d’influenza sono passate nelle abili mani della sinistra ebraica. Non crediate che le loro posizioni siano anti-israeliane. Certo, la destra ebraica americana e israeliana odia Obama. Ma alla sinistra israeliana è piaciuto quel discorso: avrebbe potuto essere stato scritto da Yossi Sarid o da Uri Avnery. E’ piaciuto anche alla J-Street, lobby ebreo-americana di sinistra.  

Non dovrebbe essere una grossa sorpresa. In un’intervista rilasciata un anno fa a un giornale israeliano, Obama aveva citato Il vento giallo di David Grossman come il libro che aveva influito sulla sua visione delle cose. Si tratta di un libro splendido, probabilmente il miglior libro di non-fiction mai scritto da un autore ebraico sulla situazione attuale, in cui vengono descritti gli orrori del dominio dei coloni nei territori occupati. Grossman è un’icona del sionismo di sinistra, fondatore dell’ala sinistra del Meretz-Yachad, partito di sinistra. La divergenza fra America e Israele, fra il grande e il piccolo stato ebraico, è ora un fatto compiuto: Barak Obama e la sua amministrazione si sono posizionati a sinistra del centro, mentre Israele e i suoi sostenitori negli Stati Uniti si trovano a destra del centro.

Si dice che qualche anno fa Ariel Sharon, allora primo ministro d’Israele, abbia affermato che il Popolo Ebraico controlla l’America. Dopo le ultime elezioni, il Ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, aveva interpretato questa massima come “Israele controlla l’America”. Era stato troppo ottimista e troppo semplicistico. Forse gli ebrei americani occupano molte posizioni di potere, forse hanno molto a cuore lo stato ebraico del Medio Oriente, ma hanno comunque le loro priorità: l’America è più importante e non intendono perderla a causa dei loro cugini d’oltreoceano.

Nel 2001 avevo paragonato gli ebrei americani alla sorella maggiore de Il grande sonno di Raymond Chandler, la quale funge da copertura ai crimini della sorella più piccola. Voi probabilmente ricorderete il film, uno dei migliori film americani di ogni tempo, scritto da William Faulkner, diretto da Howard Hawks, interpretato da Humphrey Bogart e Lauren Bacall. Protetta dalla copertura, la sorella più giovane inizia a credere di possedere l’immunità e scatena la sua furia omicida. Ma alla fine i suoi crimini mettono a rischio la posizione, apparentemente sicura, della sorella maggiore. Così la preoccupata Lauren, senza perdere un minuto, chiama Bogart per mettere le redini alla sorella impazzita, prima che distrugga il casato per accontentare i suoi ciechi sostenitori. Otto anni dopo, ecco arrivare Bogart Obama.

Non aspettatevi che gli ebrei americani si mettano a piangere e scappino in Israele. La posizione degli ebrei negli Stati Uniti resta forte e Obama ha reiterato, in versione lite, il loro immaginario sionista: dopo l’Olocausto di sei milioni di ebrei (e guai a chi osa metterlo in dubbio!), il popolo ebraico, provato da lunga sofferenza, giunse nella terra dei propri antenati e i legami dell’America con esso sono “indistruttibili”. In ogni caso, l’ala destra della Lobby Ebraica, o “Likud Americano”, come si usava chiamarlo, ha subìto una sconfitta. Oggi possiamo affermare che la disfatta di Bernie Madoff non è stata un incidente, ma un attacco diretto alle capacità della destra ebraica di influire sulla politica: molti individui e molte organizzazioni dell’ala destra ebraica hanno perduto il surplus di denaro che serviva loro per intrallazzare.

Un nuovo colpo d’avvertimento è stato sparato qualche giorno fa, quando un sopravvissuto all’attacco israeliano del 1967 alla USS Liberty è stato insignito della Stella d’Argento al valor militare, come già riportato. I principali media americani (in gran parte posseduti e diretti da ebrei) hanno intenzionalmente omesso questa notizia, come si può notare inserendo su Google le parole “silver star Halbardier”. Il lettore attento troverà la notizia su un sito americano d’informazione militare, ma questo è tutto. Il lettore o telespettatore medio americano sarà privato di questa notizia, benché essa sia degna di rilievo, cavolo se lo è: dopo averlo negato per quarantadue anni, gli alti papaveri americani hanno ammesso che il loro migliore alleato, Israele, ha intenzionalmente e deliberatamente attaccato con siluri ed aerei da guerra una loro nave di sorveglianza, uccidendo e ferendo due terzi dell’equipaggio, mentre il presidente Lyndon B. Johnson copriva il massacro e lasciava correre.

Il silenzio dei media è stato importante quanto la notizia: è servito ad avvertire l’amministrazione di agire in accordo con i signori dei media; altrimenti le sue azioni non raggiungeranno mai il pubblico americano. Nonostante il suo blog e i suoi contatti informali con centinaia di migliaia di americani, Obama non possiede alcuno strumento per parlare in modo efficace ai suoi cittadini, se non attraverso i media. E i media di destra possono essere nemici crudeli, come attesta questo articolo del NY Post.

Molti amici della Palestina, compreso Noam Chomsky, hanno trovato delle pecche nel discorso del Cairo. Di certo Obama non si è spinto tanto in là quanto avrebbe voluto. I suoi sostenitori sono sionisti in versione lite, non indifferenti gentili. E’ già stupefacente che sia riuscito ad arrivare a tanto. Ha promesso di ritirare le truppe da Iraq e Afghanistan, di ricostruire l’Afghanistan, di destinare fondi per il suo sviluppo. Ha confermato che l’Iran ha il diritto di utilizzare l’energia nucleare per scopi pacifici. Ha invitato Israele a confrontarsi con i palestinesi su un piano di giustizia. Lasciamo che sopravviva a questo discorso e che continui a fare pressioni. Certo, Obama è stato accuratamente progettato e pubblicizzato dalle elite, ma questo non vuol dire che non possieda libero arbitrio. Molti re e molti capi di stato sono stati eletti grazie al denaro e all’influenza degli ebrei, per poi modificare il proprio atteggiamento. Josip Stalin divenne capo dell’Unione Sovietica grazie a Kamenev e Zinoviev, due potenti ebrei bolscevichi, ma qualche anno dopo li fece fucilare e la Lobby Ebrea sovietica dovette abbassare un po’ la cresta. Questo può succedere anche con Barak Obama.

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LA VOCE DI SARUMAN

by Gianluca Freda (02/06/2009 - 16:25)


ATOMICHE ELETTE

di Israel Adam Shamir

dal sito www.israelshamir.net

traduzione di Gianluca Freda

 

Franco e Ciccio (oppure Stanlio e Ollio) potrebbero recitarlo alla perfezione:

- Gli Eletti hanno armi atomiche. Sono diventati nucleari!

- E che novità sarebbe? Israele ha centinaia di bombe atomiche da vent’anni a questa parte, secondo Vanunu, ma solo gli antisemiti ne fanno menzione.

- Scusa, non intendevo il Popolo Eletto, ma il Popolo che è “Eletto”; “Chosen”, cioè “eletto”, è il nome coreano della Corea del Nord.

- Quegli Eletti? Come osano sfidare la comunità internazionale! Da dove hanno preso questi “Eletti” l’idea di essere degli eletti?

Il riuscito test nucleare sotterraneo in Corea del Nord ha scatenato un’ondata enorme: un’ondata di ipocrisia, per la precisione. Il paese con l’arsenale nucleare di gran lunga più grande del mondo, il paese che ha già usato l’atomica contro la popolazione civile, gli USA, ha espresso il proprio sdegno. L’ambasciatore americano Susan Rice ha detto: “Gli Stati Uniti pensano che ciò rappresenti una grave violazione del diritto internazionale e una minaccia per la pace e la sicurezza regionale e internazionale; pertanto gli Stati Uniti adotteranno una dura risoluzione con misure altrettanto dure”. Secondo Rice non si tratterà di invasione, né di occupazione, né di aggressione, bensì di premunirsi contro una probabile invasione, occupazione e aggressione che violi il diritto internazionale. Non si è però curata di riportarci alla memoria un fatto caduto ormai nel dimenticatoio: per molti anni è stata proprio la Corea del Nord a chiedere che l’intera penisola coreana venisse trasformata in zona libera dalle armi nucleari, mentre sono stati gli USA che hanno insistito a piazzare le proprie armi atomiche sul portone della Corea del Nord.

La Corea del Nord, o “Chosen” nella sua lingua nazionale, è un paese di uomini e donne irriducibili. Persone forti, indipendenti, grandi lavoratori. La loro stretta di mano è una morsa d’acciaio. I loro nomi sono brevi, i loro cavoli [piatto tipico] sono di fuoco, il loro orgoglio nazionale è senza limiti. E per ottimi motivi: hanno combattuto contro gli USA durante la loro giovinezza e sono sopravvissuti al peggior massacro mai architettato dall’uomo. Pensate a Dresda, moltiplicatela per Gaza e aggiungete l’Iraq per avere un’idea di ciò che accadde in Corea negli anni ’50. Gli USA e i loro satrapi sganciarono su questo piccolo paese montuoso più bombe di quante ne avessero lanciate sulla Germania. Il generale Douglas Macarthur voleva usare l’atomica, ma Harry Truman lo fermò: non c’erano obiettivi degni dello spreco di un’arma nucleare, visto che ogni singola struttura di fabbricazione umana era già stata distrutta. La Guerra di Corea fu uno sterminio di massa a lettere maiuscole: milioni di coreani vennero uccisi, carbonizzati dal napalm, colpiti dalle armi da fuoco e giustiziati dagli americani e dai loro alleati. In qualsiasi villaggio coreano il tasso di mortalità poteva competere con quello di Auschwitz.

I coreani sopravvissero e ricostruirono il loro paese. Ma i massicci bombardamenti lasciarono una cicatrice indelebile sulla psicologia della nazione. Una nazione non sarà mai più la stessa dopo un bombardamento a tappeto, proprio come un individuo che abbia subìto uno stupro di gruppo. Solitamente si cade, per un’intera generazione, in un atteggiamento di totale sottomissione (ecco perché lo stupro di gruppo è il sistema utilizzato dai carcerieri per ottenere il controllo su un detenuto disobbediente): così fu per i serbi, così per i tedeschi, così per i giapponesi dopo essere stati sodomizzati dalle bombe americane. La sindrome post-traumatica coreana si concretizzò nell’isolamento, nella smisurata autostima e nella paura infinita di un nuovo attacco. Questa paura aveva solide basi nella realtà: le truppe e le basi militari americane occupano ancora il sud della penisola coreana. La Corea del Sud è ancora oggi tanto lontana dall’indipendenza quanto lo era prima della Seconda Guerra Mondiale, con la sola differenza che gli Stati Uniti hanno sostituito il Giappone nel ruolo di potenza coloniale.

Cosa più importante, gli Stati Uniti hanno condotto un’incessante guerra di sanzioni contro la Corea invitta e indipendente. Questa scrupolosa strategia di blocco economico è stata utilizzata con successo contro Iraq e Cuba e ora gli Stati Uniti pensano di sfruttarla contro l’Iran. Noam Chomsky ha dato una perfetta definizione della strategia americana: non arrenderti mai; continua a distruggere le nazioni finché non si sottomettono, utilizzando tutti i mezzi a disposizione, inclusa la guerra economica. Chiunque rifiuti di arrendersi dovrà essere riportato all’età della pietra.

La Corea era pronta a smantellare i propri impianti nucleari, purché gli Stati Uniti ponessero fine alla guerra economica. Avevano firmato un accordo e chiuso i reattori, ma gli USA rinnegarono quell’accordo e ripresero le ostilità. L’America, come insegnano i suoi “Chicago boys”, è neoliberista fino al midollo e non può tollerare l’esistenza di uno stato socialista. La Corea non avrebbe mai permesso alle compagnie americane di controllare la sua economia, ed è per questo che gli USA e i loro satelliti continuarono a confiscare conti correnti della Corea e a interferire con le sue attività commerciali. I media dell’impero profusero grande impegno nel diffondere terribili racconti (in realtà leggende metropolitane anticomuniste rigurgitate dall’era McCarthy) sui poveri coreani che morivano di fame sotto il giogo comunista. Alla Corea non sarebbe stato consentito di vivere seguendo il proprio modello, quello comunista.

Quando il popolo della Corea del Sud espresse il desiderio di unirsi al Nord indipendente, la Corea del Sud fu ridotta alla fame dai Mammoniti, che architettarono la grande crisi delle tigri asiatiche del 1997. Tutto ciò che state sperimentando oggi, durante la crisi del 2009, i coreani del sud lo hanno già sperimentato dodici anni fa. La loro grande economia venne fatta a pezzi e svenduta a prezzo di noccioline dalle multinazionali. Tutto il lavoro compiuto in molti anni venne distrutto da George Soros e dai suoi colleghi. Allo stesso tempo, l’offensiva americana contro la Corea indipendente si intensificò.

Il presidente G. W. Bush (o meglio David Frum, che gli scriveva i discorsi) indicò la Corea, accanto a Iraq e Iran, come parte dell’Asse del Male. In tale situazione, i coreani fecero benissimo a dotarsi di un’arma di difesa definitiva. E la stessa cosa vale oggi per l’Iran. Un deterrente nucleare coreano e iraniano rappresenterebbe uno scudo difensivo per queste nazioni indipendenti.

La Corea non dorme sugli allori. Questo piccolo e lontano paese, debilitato dal blocco economico e dalle sanzioni, contribuisce ben oltre il dovuto alla più importante battaglia per la Palestina. I coreani, che hanno sofferto moltissimo per l’assedio imposto dagli americani, aiutano Gaza assediata e altri popoli confinanti con lo stato ebraico a dotarsi di armamenti. Non necessariamente armi nucleari: anche le armi convenzionali possono interferire con la totale libertà degli israeliani di ammazzare i palestinesi e di violare lo spazio aereo di Beirut e Damasco.

Usando come pretesto la questione nucleare, la lobby filoisraeliana ha fatto pressione per ottenere l’autorizzazione a perquisire ogni spedizione di merce coreana. Ha anche orchestrato una massiccia campagna mediatica, mettendo insieme anticomunisti e pacifisti impauriti dal nucleare contro la Corea socialista. Secondo questa propaganda, noi dovremmo essere terrorizzati dall’atomica coreana e supplicare Obama e Netanyahu di disarmare i ribelli.

Dio sa che io sono un uomo pacifico, ma non sono un pacifista. Le armi sono necessarie per difendere i popoli contro il terrorismo di stato israelo-americano. Un cosiddetto “pacifista” che appoggi i tentativi americani e israeliani di mantenere il monopolio sulle armi nucleari è solo, nel mio modo di vedere le cose, un altro sostenitore della macchina da guerra giudeo-americana. Se è in buona fede, allora che chieda prima di tutto il disarmo al Popolo Eletto d’Israele e all’America, rimandando il confronto con il popolo eletto di Corea e con gli iraniani a quando le installazioni di Dimona saranno state smantellate e le atomiche americane trasformate in aratri.

La lotta della Corea per l’indipendenza nucleare è di estrema importanza per il Medio Oriente e soprattutto per il progetto nucleare iraniano. E’ vero che l’Iran non è alla ricerca di applicazioni militari per la sua industria nucleare, accontentandosi di ottenere energia in modo pacifico. In ogni caso, gli interessi giudeo-americani vogliono trasformare la Corea del Nord in un monito per l’Iran. Vogliono fare qualcosa di brutto alla non troppo rilevante Corea, in modo da ottenere che l’Iran si rimetta in riga.

Obama potrebbe sistemare le cose con la Corea al prezzo, piuttosto ragionevole, di smetterla di interferire con la sua vita. Firmare un trattato di pace, porre fine alle minacce, eliminare le sanzioni, interrompere la campagna di odio. I coreani ripagherebbero la normalizzazione dei loro rapporti con gli USA rinunciando alle installazioni nucleari. Ma questo non spaventerebbe né convincerebbe l’Iran. Perciò Obama potrebbe optare per un’azione violenta, incluso un blocco navale, così che un Iran debitamente impressionato si rassegni a chiudere i suoi reattori.

Sarebbe un vero peccato. Un peccato per i coreani, che meritano, come chiunque altro, di vivere le proprie vite come più gli aggrada. Un peccato per i nemici della Corea, perché i coreani non sono facili da sconfiggere. E un peccato per il Medio Oriente, che ha un disperato bisogno di un Iran dotato di capacità di deterrenza nucleare.

I media israeliani hanno pubblicato un sondaggio secondo il quale “circa il 23 per cento degli israeliani prenderebbero in considerazione l’idea di abbandonare il paese se l’Iran si dotasse di armi nucleari”. L’idea è quella di spingere gli Stati Uniti e l’Europa verso una frenesia di azioni anti-iraniane, visto che a nessun paese piacerebbe dover assorbire due milioni di rifugiati israeliani. E’ questa la segreta Arma del Giudizio della propaganda sionista: se messi alle strette, ce ne torneremo nei vostri paesi e questo non vi piacerà. Tuttavia, le parti scritte in piccolo di questo sondaggio rivelano che la paura dell’Iran è diffusa soprattutto tra gli israeliani suggestionabili, il 39 per cento delle donne contro il 22 per cento degli uomini. Si sono semplicemente bevuti la propaganda del loro governo, tutta d’un fiato e senza respirare.

Paradossalmente, per noi israeliani un Iran nucleare rappresenta una speranza di pace, non una minaccia alla pace. Il rischio più grave che corriamo sta nell’atteggiamento aggressivo dei nostri generali e dei nostri politici. Essi hanno già provocato una quantità di guerre non necessarie, attaccando il Libano, la Siria, i palestinesi. C’è bisogno di un contrappeso, di un grande e potente stato che tenga i nostri falchi sotto controllo. Da quando l’Iraq è stato soggiogato dall’esercito americano e l’Egitto da manovre politiche, i generali israeliani sono andati in guerra ogni due anni. Solo un Iran nucleare potrebbe tenere a freno i guerrafondai israeliani e costringere Israele a fare progressi nel processo di pace.

Nessun esperto israeliano che sia sano di mente, nemmeno il falco più radicale, può ritenere che un Iran nucleare rappresenterebbe un pericolo o una minaccia per Israele. Israele è troppo potente, perfettamente in grado di rispondere con un mortale secondo attacco. Ma questa oltraggiosa libertà d’azione che piace tanto ai militari israeliani avrebbe fine, e ciò sarebbe un bene.

L’equilibrio del terrore o MAD (mutual assured destruction) è ancora l’unico sistema per controbattere la minaccia israelo-americana. Fu questa la ragione del martirio di Julius ed Ethel Rosenberg: aiutando l’URSS a realizzare una propria bomba nucleare salvarono innumerevoli milioni di persone da una morte orribile, seppure al prezzo della loro vita.

 

La Voce di Saruman

E’ assai preoccupante che Russia e Cina, due paesi amici della Corea indipendente, non abbiano scaraventato la risoluzione sponsorizzata dagli USA fuori dalla finestra del Consiglio di Sicurezza. E’ vero, hanno respinto la richiesta americana di sanzioni, ma questo non basta. Non avrebbero mai dovuto aderire a nessun tipo di condanna contro un paese indipendente che agisca entro i limiti del proprio diritto legittimo. Russia e Cina hanno combattuto dalla parte di Pyongyang contro gli Stati Uniti e non avrebbero dovuto tradire il loro fidato alleato, e con esso i loro stessi soldati, caduti nell’Esercito di Liberazione Popolare o nelle Forze Aeree Russe.

I leader cinesi dovrebbero ricordarsi della decisione di Mao di sostenere il programma nucleare. Quando la Cina fece esplodere la sua prima bomba atomica, egli dichiarò:

“Questo è un grande risultato per il popolo cinese, nella sua lotta per rafforzare le proprie difese nazionali ed opporsi alla politica imperialista americana fatta di ricatti nucleari e minacce nucleari. Provvedere alla propria difesa è diritto inalienabile di ogni stato sovrano. Salvaguardare la pace del mondo è obiettivo comune di ogni nazione amante della pace. La Cina non può restare inerte di fronte alle crescenti minacce nucleari provenienti dagli Stati Uniti. La Cina sta conducendo esperimenti nucleari e sviluppando armi nucleari perché vi è costretta.

Il Governo Cinese ha insistentemente avallato la proibizione assoluta e la totale distruzione delle armi nucleari. Se tale risultato fosse stato raggiunto, la Cina non avrebbe mai sviluppato armamenti nucleari. Ma le nostre proposte hanno incontrato l’ostinata resistenza degli Stati Uniti. Il trattato per la moratoria degli esperimenti nucleari firmato da Stati Uniti, Inghilterra e Unione Sovietica nel 1963 non era che un tentativo di consolidare il monopolio nucleare da parte delle tre potenze atomiche, legando le mani a tutte le nazioni amanti della pace; ed esso aveva accresciuto, non ridimensionato, la minaccia nucleare dell’imperialismo statunitense contro il popolo della Cina ed il mondo intero... Nello sviluppare armamenti nucleari, l’obiettivo della Cina è quello di spezzare il monopolio delle potenze atomiche e di giungere all’eliminazione delle armi nucleari”.

Ogni parola di questa splendida, squillante dichiarazione è sacrosanta oggi quanto lo era allora. Mettete semplicemente “Corea” o “Iran” al posto di “Cina” e non potrete che convenire che Corea e Iran “non possono restare inerti di fronte alle crescenti minacce nucleari provenienti dagli Stati Uniti”. Corea e Iran stanno “conducendo esperimenti nucleari e sviluppando armi nucleari perché vi sono costrette”. Quando e se il presidente Obama deciderà di eliminare gli arsenali americani e israeliani, arriverà certamente anche il turno della Corea e dell’Iran.

I leader russi Medvedev e Putin dovrebbero applicare la loro dottrina di mondo multipolare al caso della Corea. Se sono sinceri nella loro avversione alla dottrina USA di dominio a tutto campo e credono nella sovranità di ogni singola nazione, allora dovrebbero accettare il diritto sovrano dei coreani all’autodifesa e alla deterrenza. Il monopolio nucleare è eticamente inaccettabile, perché definisce due categorie di nazioni: quelle che hanno diritto ad uno scudo nucleare e quelle che ne sono ritenute indegne.

Dovrebbero evitare il tranello della “responsabilità congiunta” in cui i russi sono ripetutamente caduti. Non esiste nessuna “responsabilità congiunta” o “sicurezza congiunta” tra l’Impero e i ribelli. Gorbacev era un grande sostenitore della responsabilità e della sicurezza congiunte ed è stato presidente abbastanza a lungo per vedere la sua Russia scarnificata dai creditori e circondata da basi della NATO. Putin è caduto nella stessa trappola nel 2001, quando ha appoggiato la Guerra al Terrore di Bush, facilitando la sua conquista dell’Afghanistan e smantellando volonterosamente due importanti basi navali a Cuba e in Vietnam. In seguito si è reso conto che gli Stati Uniti avevano approfittato della sua credulità per incrementare le proprie basi militari e minacciare quelle della Russia, arrivandole fin nel cortile di casa.            

Russia e America sono coinvolte in un gioco a somma zero, ed è per questo che l’America promuove politiche antirusse in Georgia ed Ucraina e cerca di isolare la Russia nella competizione per i grandi gasdotti. I leader russi dovrebbero prendere atto delle dure realtà della vita e fornire maggior supporto ad Iran e Corea. Dovrebbero mettere da parte il loro desiderio, oh quanto umano, di ottenere l’amicizia dei leader dell’Occidente. E’ questo un problema frequente di tutti i rappresentanti del popolo: i leader sindacali scoprono di amare i sontuosi banchetti in compagnia dei padroni delle fabbriche più di quanto amino passare il tempo nelle fabbriche. I leader socialisti sono sempre disponibili ad accettare il corteggiamento dei leader occidentali e poi firmano su tutte le linee tratteggiate, andando contro gli interessi vitali dei loro popoli.

Gorbacev ha svenduto il proprio paese sulla riva del fiume per il puro piacere di farsi abbracciare da Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Anwar as-Sadat avrebbe tradito tutti gli interessi dei paesi arabi per un’intervista in prima serata con Barbara Walters. All’inizio del suo governo, Vladimir Putin era stato conquistato per qualche tempo dalla bonhommerie dei suoi colleghi del G8, compagni governanti e pastori di uomini.

Avevano ascoltato la voce di Saruman. Ne “Il Signore degli Anelli”, il malvagio stregone Saruman tenta di strappare la vittoria dalle fauci della sconfitta, e presenta a Gandalf, capo dei buoni, una proposta di “responsabilità congiunta” di fronte ai suoi amici e ai suoi soldati:

“La nostra amicizia sarà profittevole per entrambi. Molte imprese potremo realizzare insieme, guarire le malattie del mondo. Cerchiamo di intenderci l’un l’altro e scacciamo dai nostri pensieri gli individui inferiori! Che essi attendano le nostre decisioni! Per il bene comune io sono pronto a porre rimedio al passato e a riceverti. Non desideri consultarti con me? Non accetterai?”.

I buoni si spaventarono. Si sentivano come “stupidi servi che ascoltavano di nascosto gli elusivi discorsi dei loro antenati e si domandavano in che modo ciò avrebbe influito sul loro destino. Era inevitabile che Gandalf e Saruman stringessero alleanza. Gandalf sarebbe salito sulla torre, e loro sarebbero rimasti fuori, messi da parte ad attendere il lavoro o il castigo che erano loro destinati. Perfino nella mente di Teoden il pensiero prese forma, come un’ombra di dubbio, “Egli ci tradirà; accetterà e noi saremo perduti”.

Poi Gandalf rise. La fantasia svanì come un soffio di fumo”.

E’ questa la giusta replica alle offerte americane di “responsabilità congiunta”. Russia e Cina sono i leader del mondo libero, il mondo libero dalle basi e dalle truppe americane, libero dai diktat israeliani, libero dalla frenesia consumista, libero dai dogmi neoliberisti. Sono responsabili della Libertà dell’Uomo e dovrebbero ridere di fronte al pensiero di potersi accordare con i grandi oppressori.

A tutti noi piacerebbe vedere il presidente Obama ritirare i suoi soldati e i suoi mezzi militari dall’Iraq e dall’Afghanistan, dall’Italia e dalla Germania, dal Giappone e dalla Corea del Sud, e trasformare gli Stati Uniti in un gigante amichevole. Questo può ancora accadere: questa settimana il “suo” Pentagono ha insignito della medaglia al valore un soldato americano scampato all’attacco israeliano contro la USS Liberty nel giugno 1967, dopo che quell’atrocità era stata tenuta nascosta al pubblico per 42 anni. Ciò potrebbe annunciare una svolta nella politica americana e la fine dell’influenza sionista. Se e quando questo avverrà, sarà il momento di una più stretta cooperazione tra le nazioni. Ma nel frattempo è la libertà che è in gioco e la Corea del Nord è il luogo in cui va difesa.

 

 

 

Appendice

La bomba atomica, Dichiarazione del Governo della Repubblica Popolare Cinese, 16 ottobre 1964.

 

La Cina ha fatto detonare una bomba atomica alle ore 15.00 del 16 giugno 1964, portando così a termine con successo il suo primo test nucleare. Questo è un grande risultato per il popolo cinese, nella sua lotta per rafforzare le proprie difese nazionali ed opporsi alla politica imperialista americana fatta di ricatti nucleari e minacce nucleari. Provvedere alla propria difesa è diritto inalienabile di ogni stato sovrano. Salvaguardare la pace del mondo è obiettivo comune di ogni nazione amante della pace. La Cina non può restare inerte di fronte alle crescenti minacce nucleari provenienti dagli Stati Uniti. La Cina sta conducendo esperimenti nucleari e sviluppando armi nucleari perché vi è costretta.

Il Governo Cinese ha insistentemente avallato la proibizione assoluta e la totale distruzione delle armi nucleari. Se tale risultato fosse stato raggiunto, la Cina non avrebbe mai sviluppato armamenti nucleari. Ma le nostre proposte hanno incontrato l’ostinata resistenza degli Stati Uniti. Il Governo Cinese ha fatto notare molto tempo fa che il trattato per la parziale sospensione degli esperimenti nucleari firmato a Mosca nel luglio 1963 da Stati Uniti, Inghilterra e Unione Sovietica non era che una grossa frode per ingannare i popoli del mondo, un tentativo di consolidare il monopolio nucleare da parte delle tre potenze atomiche, legando le mani a tutte le nazioni amanti della pace; ed esso aveva accresciuto, non ridimensionato, la minaccia nucleare dell’imperialismo statunitense contro il popolo della Cina ed il mondo intero...

La bomba atomica è una tigre di carta. Questa famosa dichiarazione del Presidente Mao Tse-tung è ben nota a tutti. Questa era la nostra visione delle cose nel passato e questa è la nostra visione delle cose nel presente. La Cina sta sviluppando armi nucleari non perché creda nella loro onnipotenza né perché progetti di utilizzarle. Al contrario, nello sviluppare armamenti nucleari, l’obiettivo della Cina è quello di spezzare il monopolio delle potenze atomiche e di giungere all’eliminazione delle armi nucleari.

Il Governo Cinese resta fedele al Marxismo-Leninismo e all’internazionalismo proletario. Noi crediamo nei popoli. E’ il popolo, e non un’arma di qualunque tipo, che decide il risultato di una guerra. Il destino della Cina è deciso dal popolo cinese, così come il destino del mondo è deciso dai popoli del mondo, e non dalle armi nucleari. La Cina sta costruendo armi nucleari per difendere e proteggere il popolo cinese dalle minacce statunitensi di scatenare una guerra nucleare.     

Il Governo Cinese dichiara qui solennemente che la Cina non sarà mai, in nessun momento e per nessuna ragione, la prima ad usare armi nucleari...

Il Governo Cinese, come sempre, eserciterà ogni sforzo per promuovere, attraverso consultazioni internazionali, la realizzazione dell’alto obiettivo di una proibizione assoluta e di una totale distruzione delle armi nucleari. Fino all’arrivo di quel giorno, il Governo e il Popolo Cinese seguiranno in modo fermo e irremovibile la strada del rafforzamento delle proprie difese nazionali, della difesa della madrepatria e della salvaguardia della pace mondiale.

Siamo convinti che l’uomo, che è in grado di creare le armi nucleari, sia anche capace di eliminarle.

 

(tratto da Break the Nuclear Monopoly, Eliminate Nuclear Weapons, Pechino, Foreign Languages Press, 1965, pp. 1-5)

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