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TU QUOQUE

by Gianluca Freda (28/11/2009 - 17:57)


Ricevo e volentieri pubblico:

Egregio dottor Freda (Caro Gianluca),

ho appena letto il Suo articolo sul "No B. Day", come sempre sapido, acuto e maledettamente veritiero. Le allego l'editoriale che ho inviato ieri alla redazione di "primapagina" (quindicinale del sud senese) e che uscirà sabato, perché il mio giudizio su Fini sembra fotocopiato dal Suo!

La saluto con viva cordialità.

 

È Fini la nuova carta degli USA

Go, Johnny Franky, go!

di Alberto Signorini

 

Una volta costretto a ritirarsi dalla scena politica, Berlusconi potrà intitolare le sue memorie Come covarsi una serpe in seno, inserire il libro nella nuova collana Mondadori “Chi è causa del suo mal...”, e dedicarlo a Gianfranco Fini. Il 25/11 scorso, infatti, con una significativa coincidenza, l’editoriale del Corriere della Sera celebrava il tramonto del quindicennio berlusconiano, mentre La Stampa titolava in prima pagina: «E ora gli americani puntano su Gianfranco», preannunciando che a febbraio il Presidente della Camera è atteso negli USA «da interlocutore privilegiato». Siamo dunque alla resa dei conti, e stavolta neanche un chirurgo riuscirebbe a ricomporre una frattura ormai esposta alla luce del sole.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quel dicembre ’93, quando l’allora segretario missino sfidò Rutelli per la carica di sindaco di Roma e Sua Emittenza dichiarò la propria preferenza per il primo. Lo “sdoganamento” era iniziato, e al delfino di Almirante si offriva un’occasione insperata. Il 40enne che aveva appena teorizzato il “Fascismo del 2000” fu lestissimo a fiutare il mutar dei venti e a capire che, per sfruttarne la spinta, il vecchio veliero erede della RSI – i cui marinai si chiamavano ancora camerati e si salutavano romanamente – necessitava di un profondo restyling. La metamorfosi fu talmente rapida che nel giro di un anno l’antifascismo divenne un valore fondante per gli ex fascisti riverginati in AN. Le acque passate a Fiuggi (gennaio ’95) furono attentamente esaminate a Washington, Londra e Gerusalemme, che certificarono la perfetta riuscita dell’operazione: anziché l’antica ostilità all’imperialismo anglo-americano, un atlantismo a prova di bomba; niente più destra sociale, e avanti tutta col liberismo imposto da Wall Strett e dalla City; condanna dell’antigiudaismo mussoliniano e virata di 180° verso il fascismo sionista (l’antisemitismo rimaneva, virato però contro i palestinesi e gli arabi in genere). L’ex nostalgico di Salò aveva insomma creato una destra “per bene”, e il plauso dei perbenisti fu entusiastico. Miracolati dopo 50 anni di ghetto, ai suoi non parve vero che si spalancassero le porte del potere e del sottopotere.

Grazie al Cavaliere, che l’ha insediato prima come ministro degli Esteri, poi come vicepresidente del Consiglio e infine come terza carica dello Stato, l’ambiguo e ambiziosisimo numero 2 è arrivato là dove forse puntava fin dall’inizio. Ma il parricidio dev’essere inscritto nel suo destino come qualcosa d’ineluttabile. E dunque, dopo l’abiura dell’eredità ducesca e almirantiana, ecco giunta l’ora di detronizzare il sovrano di Arcore caduto in disgrazia. Da qui l’accelerazione degli ultimi mesi, che vede mister Arrogance prendere ogni giorno le distanze dal suo stesso governo, dal partito di cui pure è co-fondatore, e soprattutto dal leader cui deve tutto.

Poco importa che l’uomo sia sfuggente come un’anguilla e rotante come una banderuola: è abilissimo a recitare le ultime banalità del politically correct. Non per nulla, ai tempi del Fronte della Gioventù, i suoi camerati l’avevano soprannominato «dietro gli occhiali niente», e di lui Craxi diceva che è «un vuoto incartato: dentro, non c’è il regalo». Un bluff ambulante, insomma, uno zero ben confezionato. Ma, proprio per questo è quel che ci vuole per eseguire fedelmente i desiderata d’Oltreoceano: uno che si può tenere saldamente al guinzaglio facendogli pendere sul capo la spada di Damocle del suo passato. I politici ricattabili sono infatti i più “fungibili”: il padrone che li ha gratificati assumendoli come camerieri, nel caso si prendano troppe confidenze può sempre rimetterli al loro posto. Cosa divenuta assai più difficile con un soggetto anomalo come Berlusconi: straricco di suo, senza trascorsi politici da farsi perdonare e con un seguito popolare tuttora vastissimo, non è ricattabile, e dunque risulta inaffidabile.

L’assalto finale al Cavaliere, del resto, è stato candidamente preannunciato da Paolo Guzzanti, che ha rotto col premier accusandolo di aver tradito Washington per vendersi a Mosca. Sul suo blog, l’11/9 scorso, il senatore fuoriuscito dal Pdl scriveva testualmente: «L’ordine è arrivato dagli USA: Berlusconi va eliminato. (...) A me già lo disse chiaro e tondo l’ambasciatore Spogli, che andai a salutare quando lasciò l’ambasciata di via Veneto: “Vogliamo un’Italia che non dipenda dalla Russia come una colonia e non vogliamo che la Russia incassi una somma di denaro di dimensioni mostruose, che poi Mosca converte direttamente in armamenti militari”. Da allora, un fatto nuovo di enorme gravità si è aggiunto: l’Italia ha silurato il gasdotto Nabucco (che eliminava la fornitura russa passando per Georgia e Turchia) facendo trionfare South Stream, cioè l’oro di Putin. Contemporaneamente Berlusconi organizzava la triangolazione Roma-Tripoli-Mosca associando Gheddafi nell’affare. (...) L’operazione è stata preparata con cura attraverso una campagna mediatica di lavoro al corpo di Berlusconi, basato sulle vicende sessuali, sulle inchieste di mafia e sulla formazione, nell’area moderata, di un’alternativa politica a tre punte: Luca Cordero di Montezemolo, Perferdinando Casini e Gianfranco Fini, ciascuno a suo modo e con le sue vie, ma in una sintonia trasparente. (...) Lo scontro è ravvicinato e mortale. La grande manovra è cominciata, le artiglierie già battono il campo». Il giorno dopo, per i duri di comprendonio, Guzzanti aggiungeva due particolari illuminanti: «Le grandi inchieste Mani Pulite sono nate dalla polizia USA (non dalla Cia, ma dall’FBI)» e «Il nuovo ambasciatore USA David Thorne, che davanti al Senato USA ha spiegato di essere consapevole dei problemi che dividono USA e Italia (oltre al bla-bla-bla dell’amicizia sempiterna), ieri ha reso visita per mezzora a Montecitorio a Gianfranco Fini» (www.paologuzzanti.it ).

E infatti, puntuale come la morte, ecco avvicinarsi il botto definitivo: il 4 dicembre, ossia 17 anni dopo i fatti, il mafioso pentito Gaspare Spatuzza testimonierà che Berlusconi è il mandante degli omicidi di Falcone e Borsellino, nonché delle stragi del ’93 (degli assassinî del mostro di Firenze per ora no, ma non si sa mai).

Ecco perché, algido come un blocco di ghiaccio, impettito come un tacchino, sprezzante e pieno di sé come non mai, Fini è oggi sulla rampa di lancio per una nuova e ben più importante investitura. Piace alla destra laicista e tecnocratica, piace a una sinistra ormai incapace di distinguere una patacca da una pepita, ma soprattutto piace agli USA, decisi a sbarazzarsi d’un miliardario ch’è uscito dal seminato ed è diventato una pietra d’inciampo. E allora fiato alle parolacce demagogicamente proferite di fronte ai giovani immigrati contro chi osa definirli “diversi”, tanto non c’è nessuno a ricordargli che la legge tuttora in vigore contro gli stessi si chiama Bossi-Fini.

Quando avrà fatto fuori il Cavaliere, Fini potrà coronare il suo sogno di gioventù. Se infatti la sua scelta missina fu causata dai sessantottini bolognesi che gli impedivano l’ingresso a un cinema dove si proiettava Berretti verdi, avrà presto di che consolarsi: accolto a braccia aperte dai guerrafondai yankee, per i quali John Wayne è sempre un mito, verrà forse ricevuto alla Casa Bianca, dove siede uno zio Tom che raddoppia l’impegno militare in Afghanistan, apre un nuovo fronte in Pakistan, non chiude Guantanamo e riceve perfino il Nobel per la Pace. Campioni di coerenza, i due sono fatti per intendersi.

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ANDRA' TUTTO BENISSIMO

by Gianluca Freda (26/11/2009 - 19:05)


Sabato 5 dicembre non succederà niente. La manifestazione del “No Berlusconi Day” si svolgerà in serenità, senza scontri né spargimento di sangue. Ci saranno tanti oratori, tante parole al vento, tanti begli applausi; poi il campanile farà rintoccare il richiamo di compieta e ciascuno tornerà alla propria casa, stanco morto, ma soddisfatto per aver portato il proprio contributo all’evanescente e mutilata venere della democrazia partecipativa. E’ sempre andata così. Andrà così anche questa volta. Non c’è nulla da temere dall’insipida manifestazione di sabato. Io sono un povero paranoico, rincoglionito da Orwell e Le Carrè e mi sto preoccupando per nulla. Meglio che mi prenda un bicchiere di latte caldo e mi metta a letto, evitando di elucubrare e diffondere allarmismi senza fondamento. Non c’è nulla che possa andare storto, davvero. Ora prendo l’incipit di questo articolo, lo stampo e lo appendo di fronte alla scrivanietta del mio computer, poi lo rileggo il numero di volte necessario a convincermi che il disagio che provo in questo momento è solo frutto della mia immaginazione malata. Quasi certamente è così. Anzi è così, via quell’ignobile avverbio indefinito, fonte di terrorismo mediatico senza fondamento.

 Okay, mi arrendo. Non riesco a dormire. Sono andato sul sito del No B. Day. La prima cosa che vedo è la foto della mia sorellina e degli altri ragazzi dell’IdV di Piacenza che distribuiscono volantini della manifestazione. Il tutto è sovrastato da titoli e link di color viola cupo. Tutto è immerso nel viola, come in certi cieli autunnali densi di tempesta. La prima associazione di idee che mi viene in mente me la tengo per me. La seconda è anche peggio. Ricordo che la moda delle rivoluzioni colorate è passata, di anno in anno, per la fase arancione, per quella porpora, per quella giallo zafferano... nelle collezioni di quest’estate, in Iran, andava molto il verde, con sfumature di rosso sangue, finto (Neda) e autentico (qualche decina di studenti realmente massacrati). Gli stilisti della CIA e delle ONG non avevano ancora sperimentato il viola. Sarà il nuovo colore autunno-inverno? Ma no, per carità, tu guarda cosa diavolo vado a pensare. Che Dio maledica e spenga il mio cervellaccio. Ora vado a letto, giuro, ci dormo sopra e queste fantasie svaniranno nel cielo violaceo della notte.

Chi ha organizzato questa manifestazione? Chi l’ha finanziata? Chi paga per i pullman, per i treni, per gli oratori, per le misure di sicurezza? Chi ha fornito il supporto logistico? Cerco su internet e trovo un’infinità di siti che riportano tutti le stesse laconiche informazioni, scarne ed evasive come un ciclostilato di rivendicazione emanato dall’Ufficio per la Gestione Operativa dei False Flag. “Il comitato “No Berlusconi Day”, nato su Facebook per iniziativa di un gruppo di blogger democratici, indice per il prossimo 5 dicembre, a Roma, una manifestazione nazionale per chiedere le dimissioni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi”.

Che minchia vuol dire?

Chi sono questi “blogger democratici”? Hanno nomi e cognomi? Esistono? Come hanno fatto a reperire fondi e sostegno organizzativo in così poco tempo? Ci sono centinaia di migliaia di adesioni alla manifestazione di sabato. Sì, va bene, Berlusconi è un fetente e anch’io non ne posso più. Ma centinaia di migliaia di adesioni presuppongono un’operazione mediatica di ampia portata e con ampio sostegno da parte dei media mainstream (che non a caso si sono prontamente prestati alla bisogna). Non è pane per i denti di un gruppuscolo di “blogger democratici” con un account su Facebook. Ecco, i miei  vecchi acciacchi dietrologici tornano a farsi sentire. Forse è davvero ora di andare a farmi una bella dormita.     

La novella della “mobilitazione che nasce dal basso” devo averla già sentita. Passo per il blog di Tafanus, un tempo tra i miei favoriti, oggi assai meno. Ci trovo una considerazione politica che, una volta tanto, condivido: “Niente nasce dal basso, mai”. Che Berlusconi e il suo entourage di malfattori suscitino antipatia e repulsione posso capirlo e condividerlo. Che l’antipatia e la repulsione diventino così forti da sterilizzare ogni barlume di raziocinio e di analisi politica è preoccupante. Che portino addirittura a zittire ogni cautela e ogni riflessione sulla regia di un film già riproposto in ogni possibile format ad ogni possibile latitudine mi sembra, in questa crepuscolare sera di novembre, un presagio agghiacciante. Per fortuna io so che tutto andrà benissimo alle ore 14.00 di sabato 5 novembre. La notte, si sa, è fatta di ombre, minacciose ma inconsistenti.

Il fatto che l’iniziativa sia nata su Facebook non mi rassicura di certo. Ricordo bene che la tentata (e fortunatamente fallita) “rivoluzione verde” iraniana di quest’estate, nonché quella in Moldavia dello scorso aprile, erano state organizzate e fomentate attraverso social network come Facebook e Twitter, accuratamente gestiti dall’intelligence americana e israeliana per rovesciare i governi locali e sostituirli con fantocci di più rigida osservanza.

Qui in Italia i tempi sono maturi per un cambio della guardia al vertice dell’opera dei pupi. Berlusconi, il burattino ribelle, sta per essere sostituito dal neodesignato Gianfranco Fini, ligio ai desiderata economico-energetici della Grande Potenza in putrefazione, prono e strisciante dinanzi agli interessi politico- ideologici sionisti che stanno allungando le zampe sull’Europa. Fini si è già ampiamente smarcato dalla coalizione di cui fa parte e con le sue dichiarazioni attenta ogni giorno alla stabilità del governo, tenendosi pronto per le idi di marzo. La sua designazione come nuovo quisling della colonia italiana è già un dato di fatto e verrà formalizzata il prossimo febbraio, durante la visita dell’ex braccio destro del decaduto caudillo alla Camera dei Rappresentanti statunitense, come ci informa La Stampa. Manca soltanto una potente giustificazione propagandistica a questo indesiderato cambio della guardia. Una spettacolare repressione di piazza contro un movimento “spontaneo” e “nato dal basso”, di cui incolpare il vecchio regnante, sarebbe una lettera di presentazione formidabile per il nuovo governo dei congiurati. Gli organizzatori fantasma del No B. Day scrivono nel loro ciclostilato: “A noi non interessa cosa accade se si dimette Berlusconi”. A me un po’ sì. Mi interessa anche sapere cosa accadrà prima e durante la transizione, su quale buccia di banana il vecchio leader dovrà scivolare, quante vittime (vere o fasulle) ci vorranno per giustificare, agli occhi del popolo, la sua decapitazione politica. Ma sono sicuro che sabato non accadrà nulla. Ora rileggo ancora una volta il mio incipit, per esserne assolutamente sicuro.

Eppure c’è nell’aria un fetor di retorica, un miasma codino, una puteolenza di vanvera irriflessiva che mi impedisce di prendere sonno. Leggo sul Manifesto un orrorifico articolo di Domenico Gallo, rigurgitante di nonsense che in un giornalista d’antica militanza non può essere frutto di pura e semplice incompetenza politica. Si parla (ma guarda un po’) di “movimento nato dal basso”, si invoca la santa Costituzione (forse Gallo non se n’è accorto, ma il Trattato di Lisbona sta per abrogarla tra gli applausi dei suoi correligionari, assoggettando ogni stato europeo ad una normativa sovranazionale promulgata da legislatori oscuri che faranno strame di ogni diritto acquisito), si straparla di patria, di Repubblica democratica, di dignità umana, di eguaglianza, di “pericolo mortale per la patria-Costituzione”, roba che neanche nei messaggi più soporiferi del più verboso presidente della Repubblica... si rispolvera, insomma, tutta la ciarla retorica delle grandi occasioni, ci si mette il vestito buono della declamazione demagogica in vista di un gran galà che appare in fase di avanzata elaborazione. Dinanzi a tanto solenne vaniloquio,  viene spontaneo domandarsi: dov’è la festa? E quando? E chi sono gli invitati? E chi il festeggiato? E soprattutto: qual è il ruolo di noi nessuno in questo lieto happening del cambio di regime, in cui tra una citazione di Pertini e uno sproloquio su Calamandrei si magna e si beve?

Naturalmente quello di convitati d’onore e commensali di prima fila. Noi siamo il popolo, il “movimento nato dal basso”. Noi creiamo governi, noi rovesciamo sovrani. Tutto andrà benissimo e le mie inquietudini notturne svaniranno di fronte alla placida allegria della colorata manifestazione romana di sabato. Già, colorata...

Bevo il mio bicchiere di latte e me ne vado a letto. E’ tardi. Sento il liquido caldo scivolare sgomento giù per l’esofago urlando “ecco, idioti, ve lo avevo detto!”. Sono proprio fuso. Siamo noi i commensali, vero?

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THE REVOLUTION WILL NOT BE TELEVISED

by Gianluca Freda (07/09/2009 - 18:51)


Sto seguendo in questi giorni la tetra cronaca della definitiva devastazione della scuola pubblica ad opera del duo governativo Gelmini-Tremonti. Si tratta di una questione che mi riguarda molto da vicino e devo dire che lo spettacolo a cui sto assistendo è profondamente desolante. Ciò che lo rende oltremodo avvilente non è tanto l’attacco dei sicari dell’esecutivo a ciò che resta della pubblica istruzione: l’attacco era infatti ampiamente previsto nonché prevedibile. Molti hanno già adottato le proprie contromisure personali e comunque non esiste aggressione che non possa essere fermata da una reazione appropriata. Purtroppo è proprio la qualità delle reazioni che mi tocca leggere sui forum dei docenti precari che non lascia molte speranze riguardo a una possibile vittoria delle forze docenti contro l’assalto gelminico.

Sui forum si alternano piagnistei, imprecazioni, scontri intestini, celebrazioni martirologiche e implorazioni di clemenza. Lo dico da neodocente precario da tempo rassegnato a trasferirsi all’estero per continuare a insegnare o, in alternativa, a cambiare mestiere: se l’attacco governativo all’istruzione pubblica è un vero e proprio abominio, lo spettacolo che i docenti stanno offrendo in questi giorni è di uno squallore senza speranza. Sembra che nessuno abbia capito che siamo di fronte ad una guerra senza quartiere contro ciò che resta della scuola; e se qualcuno lo ha capito, si rifiuta di combatterla con i mezzi e la determinazione che sarebbero necessari. Che sono quelli di una guerra, appunto. I docenti precari denunciano l’ingiustizia dei tagli, l’ingiustizia delle “code” che hanno tagliato fuori dall’insegnamento buona parte degli iscritti alle Graduatorie d’Istituto, l’ingiustizia delle preferenze accordate ai docenti di ruolo e agli abilitati rispetto a chi è privo di abilitazione. Queste affermazioni sono prive di significato. I concetti di “giustizia” e “ingiustizia” esistono solo in presenza di regole certe e stabili. Quando tali regole esistono, è possibile definire “giusto” chi le rispetta e “ingiusto” chi non lo fa. Ma le regole certe e stabili nella scuola pubblica non esistono più da almeno un decennio. Non esiste insegnante, abilitato o no, che non abbia intrapreso il proprio percorso formativo fidando in un sistema di regole che sono poi state sistematicamente stravolte, abrogate, ribaltate, negate o vanificate durante il cammino. In tali condizioni non è più possibile parlare di giustizia o ingiustizia. Esistono solo provvedimenti random, che avvantaggiano o svantaggiano ora l’una, ora l’altra fazione del corpo insegnante, spesso ad anni alterni e a prescindere dal colore dei governi, senza che a tutto questo sia possibile attribuire un significato etico di qualsivoglia valenza, positiva o negativa. Come dicevo è una guerra, i governi contro la scuola. E in una guerra non esistono la giustizia e l’ingiustizia, ma solo vinti e vincitori. I vincitori sono di solito coloro che sono in grado di fare tre cose: a) agire in modo compatto, senza divisioni interne; b) agire in nome di un fine ben determinato, che è universale e non coincide necessariamente con l’immediato tornaconto personale; c) essere disposti a sporcarsi le mani. Poiché sarei lieto che questa guerra fosse vinta dal mio esercito (quello della scuola pubblica e degli insegnanti, precari e non) mi permetto di esprimere quanto segue, nella triste consapevolezza che, perdurando l’attuale situazione, la possibilità di una vittoria è quanto di più remoto sia possibile immaginare.

Per combattere una guerra è condizione preliminare essere consapevoli del fatto che è in corso una guerra. Bisogna rendersi conto che esiste un nemico. Per vincere occorre colpire il nemico, non se stessi. Leggo sui forum di docenti che, per “protesta”, dormono all’addiaccio sui tetti dei provveditorati, minacciano di buttarsi dalla finestra, fanno lo sciopero della fame, sfilano in mutande per le vie cittadine. Tutto questo, oltre che squallido, è profondamente autolesivo. Queste kermesse sguaiate e inconcludenti, condite di strilli e svenimenti, sono altrettante manifestazioni di rassegnazione e impotenza, che otterranno il solo scopo di convincere il governo a proseguire per la propria strada, nella consapevolezza di non correre alcun rischio se non quello di morire dalle risate. Un esercito che chieda la ritirata del nemico minacciando il suicidio collettivo o le parate in pigiama otterrà solo sberleffi, non vittorie. Un disperato che rifiuta di mangiare o che si mette in mutande sulla pubblica via non fa paura a nessuno e priva il corpo insegnante di una delle sue armi più efficaci, quella dell’autorevolezza. Ciò che può fare paura a un governo è la pianificazione accurata delle azioni da compiere, progettata con intelligenza ed attuata con determinazione. I provveditorati non sono certo punti nevralgici della vita del paese. Assai più efficace sarebbe occupare strade, autostrade, stazioni, aeroporti, consigli provinciali e comunali. Qualcosa di simile venne fatto due anni fa da una categoria ben più agguerrita e combattiva, quella dei camionisti, per protestare contro i rincari del gasolio. Per alcuni giorni bloccarono strade e trasporti, mettendo il governo Prodi in tale difficoltà da costringerlo a cedere. Da persone intelligenti e di cultura, quali gli insegnanti dovrebbero essere per definizione, mi aspetterei un livello almeno pari di freddezza e pianificazione, non strepiti e autocompatimento. Questo sempre che l’obiettivo finale sia quello di vincere la guerra, cosa di cui, leggendo i forum dei docenti, non sono poi tanto sicuro.

Infatti, leggendo i vari interventi, sembra che il cruccio principale non sia quello di mettere il governo in difficoltà, bensì quello di comparire sui suoi giornali e sulle sue reti televisive. L’ossessione della “visibilità” è così pervasiva che a volte pare di leggere la guida TV: “Oggi il TG3 ha intervistato i precari sul tetto del provveditorato a Benevento!”; “Repubblica ha pubblicato le foto dei precari in sciopero della fame!”; “Sandro Ruotolo di Anno Zero è andato a trovare le precarie sul tetto dell’USP di Napoli!”.  Qui non si è capita una cosa fondamentale: i media sono l’arma più potente del nemico ed è evidente che se accettano di concedere visibilità ai precari è solo per fotterli meglio. Una volta lasciato decantare il loro strazio nel pubblico agone catodico, i lamenti dei precari diverranno l’ennesimo sottofondo di cronaca, lasciato a fare da vivace colonna sonora ai flirt di Penelope Cruz e al campionato di calcio. Questo tipo di “visibilità” non solo non va ricercata, ma va evitata e scongiurata con la massima cura. Lo ripeto, molto più efficace strategicamente sarebbe l’occupazione permanente di uno o più nodi cruciali del trasporto pubblico. Ci si accorgerebbe, una volta per tutte, che esiste una realtà là fuori, che è lì che vivono le persone, che è lì che si decidono le sorti della guerra, con o senza le telecamere del TG3 a registrare le dichiarazioni dei contendenti.

Una guerra può essere vinta se si possiedono una strategia e degli obiettivi precisi. Questi obiettivi non possono, evidentemente, soddisfare nell’immediato gli interessi di tutti. Ma un esercito i cui soldati antepongano il proprio interesse particolare all’obiettivo comune è sconfitto in partenza. Per vincere una guerra occorre aderire ad un progetto di lotta che può anche non offrire vantaggi immediati al singolo, o perfino danneggiarlo, ma che offre la prospettiva di una ridefinizione degli schemi di potere in cui gli interessi dei singoli abbiano una più concreta possibilità di realizzarsi nel tempo. Esempio personale: chi scrive sarebbe gravemente danneggiato, sul breve periodo, se il Consiglio di Stato confermasse il ricorso dell’ANIEF, consentendo ai docenti di altre province di inserirsi a pettine nelle graduatorie ad esaurimento. L’inserimento di decine di nuovi docenti mi impedirebbe di avere cattedre da chiamata USP per almeno i prossimi 2 o 3 anni. Sarebbe però un sacrificio che sopporterei volentieri: sia perché il ricorso ANIEF è ispirato ad un principio sacrosanto (garantire ai docenti con maggior punteggio, ovunque risiedano, di ottenere per primi le cattedre di ruolo), sia perché nel futuro potrei io stesso avvantaggiarmene, progettando il mio percorso sulla base di regole stabili e giuste. Leggo invece sui forum le invettive furiose contro l’ANIEF dei precari abilitati; ognuno difende col mitra spianato la propria posizione in graduatoria, la quale – non dimentichiamolo – ci è stata concessa dal governo/nemico e dal nemico può esserci tolta in qualunque momento. E’ chiaro che se ognuno combatte la propria guerra personale contro i possibili alleati, la guerra contro il governo per un sistema meno caotico e aleatorio per l’accesso all’insegnamento verrà disastrosamente perduta. Solo gli eserciti in rotta procedono in ordine sparso al grido di “ognuno per sé”.

Un esercito che punti alla vittoria è solito espellere dalle proprie fila le spie, i traditori, i venduti al nemico. Più spesso li fucila alla schiena di fronte alla truppa, affinché la loro meritata esecuzione funga da monito. Gli insegnanti (ma dovrei dire i lavoratori italiani in generale) sono il solo esercito conosciuto che non solo non denuncia né fa giustiziare i propri traditori, ma li pone a capo delle operazioni belliche. Sui forum echeggiano stridenti gli appelli dei morituri alla trimurti sindacale: “Perché i sindacati non intervengono?”; “Perché non indicono una grande e colorata manifestazione nazionale nella capitale?”; “Dove sono i sindacati?”. Sono dove sono sempre stati, cari i miei ingenui sacrificandi: a concludere accordi col governo che condurranno voi (noi?) alla rovina e loro ad una posizione di maggior potere all’interno delle istituzioni scolastiche (vedi ddl Aprea). Fecero la stessa cosa con i lavoratori dell’industria una quindicina di anni fa, svendendo i loro diritti ai padroni e riducendoli in condizione paraschiavile, per ottenerne in cambio posizioni di maggior forza nei consigli di amministrazione e nelle direzioni del personale, attraverso quel mefitico specchietto per le allodole che sono le RSU di fabbrica (ne ho fatto parte e so di che parlo). Forza utilizzata, naturalmente, per piazzare i loro protetti nelle posizioni di rilievo, non certo per sostenere i lavoratori, i quali, da allora, hanno perso praticamente tutto. L’appello ai traditori affinché assumano la direzione degli sforzi bellici è emblematico dello stato confusionale in cui versa l’esercito docente: non avendo altro obiettivo che il proprio particolare, dettato spesso dal metabolismo più che da una visione programmatica di ciò che la scuola dovrebbe essere, gli insegnanti si affidano, con disperazione, all’unico progetto disponibile, quello elaborato per interesse di casta da coloro che hanno già mille volte tradito i propri tesserati e mille altre li tradiranno. E’ la sindrome della pecora, che in assenza di idee o di un cane da pastore che funga da guida, si affida al primo lupo disposto a collaborare. E il lupo è così ardito, così sicuro di sé, la sua stessa presenza ispira sicurezza. Si finisce, naturalmente, a digerire nella sua pancia. Ma non dobbiamo in fondo tutti, o prima o dopo, finire digeriti da qualcuno?

Sui forum mi è stato spesso rimproverato di non aver partecipato, lo scorso anno, a nessuna delle manifestazioni sindacali indette contro la riforma Gelmini. E’ esatto. E non lo farò neanche quest’anno, pur sapendo che il 2009-2010 potrebbe essere, per cause di forza maggiore, il mio ultimo anno scolastico d’insegnamento in Italia. Non sprecherò un solo minuto del mio tempo o un solo centesimo del mio stipendio per i felloni confederati. Se proprio devo lottare voglio farlo per vincere, non per disperdere le ultime forze in passerelle catatoniche sotto le insegne dei prezzolati dal nemico. Se non siamo in grado di tirare fuori idee e strategie di lotta autonome, una resa preventiva è sempre meno oltraggiosa di una sconfitta per pugnalata alla schiena.

La domanda è: siamo in condizioni di sostenere questa lotta? A giudicare dagli interventi sui forum direi proprio di no. Si riciclano frasi fatte, si ripropongono proteste stantie. Le solite tiritere sulla non violenza, sugli scioperi della fame, sulle occupazioni dei provveditorati. I soliti striscioni, le solite lamentele, le solite icone gandhiane scelte come simbolo. Se proprio dovessi scegliermi un simbolo indiano, opterei per quello del volto fiero e implacabile di Subhas Chandra Bose, che creò dal nulla l’Esercito Nazionale dell’India, unendo insieme prigionieri di guerra, contadini malesi, mercenari di Singapore e di ogni parte del sud-est asiatico e dirigendoli verso l’obiettivo comune della guerra all’oppressore britannico. Fu lui a ottenere le prime sanguinose vittorie contro i soldati britannici, dimostrando al suo popolo che i dominatori non erano invincibili, che erano fatti di carne e sangue, che potevano essere uccisi. Fu lui ad aprire la strada all’indipendenza dell’India, mentre Gandhi già progettava i suoi digiuni sullo stuoino, aspettando di prendersi tutto il merito. Le guerre non si vincono con la sola forza dei simboli. Fatemi sapere quanti insegnanti là fuori sono disposti a mettere da parte i santini del quattrocchi con la pelata e a sporcarsi un pochino le mani.

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QUANDO LA REPRESSIONE NON FA NOTIZIA

by Gianluca Freda (05/07/2009 - 18:16)


OBAMA, E’ QUESTA LA TUA DEMOCRAZIA?

dal sito www.nodalmolin.it

 

Nella giornata dell’indipendenza, Vicenza si trova sotto occupazione militare; migliaia di agenti in assetto antisommossa, con i manganelli in pugno e le maschere antigas al volto, si sono schierati fin dalla mattina nell’area limitrofa al Dal Molin, smentendo le parole del questore Sarlo che nei giorni passati aveva dichiarato che il corteo sarebbe stato libero di percorrere le strade della città.

Una prova – l’ennesima – dell’arroganza di chi vuol imporre la nuova base statunitense; un messaggio chiaro, a sfidare coloro a Vicenza come altrove si ostinano a “osare la speranza”. Nella città del Palladio, diceva quell’ingente quanto minaccioso schieramento di militari accompagnati da decine di mezzi blindati, la democrazia non esiste. Accettare e aver paura è quel che il governo chiede ai vicentini.

Una situazione, quella che si sono trovati di fronte i manifestanti quest’oggi, sulla quale Obama ha da dare più d’una spiegazione. Perché se questo è il cambiamento promesso dal presidente statunitense, qualcosa non torna. Non solo ai vicentini è stato vietato esprimersi con una consultazione popolare; non solo è stato impedito ai cittadini di conoscere le conseguenze che avrebbe la realizzazione del progetto, attraverso una Valutazione d’Impatto Ambientale. Quest’oggi, con lo schieramento provocatorio di migliaia di carabinieri ai margini del percorso della manifestazione, si è anche tentato di impedire l’espressione del dissenso.

Come scriveva il commissario Paolo Costa, per chi vuol imporre la nuova base è necessario “sradicare alla radice il dissenso locale”; e, visto che di argomentazioni convincenti a sostegno del progetto non ce ne sono, da alcuni mesi la questura ha deciso di mostrare il muso duro. Botte lo scorso 6 settembre sui vicentini seduti per terra; minacce il 10 febbraio contro chiunque osava avvicinarsi a Via Ferrarin. E, oggi, un’occupazione militare che ha fatto sembrare Vicenza una zona di guerra più che una città in cui è riconosciuto il diritto democratico di manifestare.

È servito il coraggio di esserci di migliaia di persone – almeno 20 mila – per difendere il diritto di percorrere strada S. Antonino senza la minacciosa presenza di manganelli e maschere antigas; è servita la determinazione di una mobilitazione che per il suo non volersi arrendere all’imposizione viene messa all’indice come violenta ed estremista.

Ma a chiunque percorreva oggi l’area intorno al Dal Molin era evidente chi difende l’illegalità e chi la democrazia: da una parte migliaia di agenti armati di tutto punto, a intimidire una città che vuol costruire il proprio futuro; dall’altra un corteo composito, trasversale, che ha capito che i reticolati e la militarizzazione del territorio sono la metafora dell’imposizione. Chi oggi difendeva militarmente il Dal Molin ha difeso un’illegalità imposta con l’autoritarismo; e accettare questa situazione senza rivendicare con determinazione il proprio diritto a manifestare liberamente equivaleva ad alzare le mani di fronte a coloro che vogliono calpestare, con i propri scarponi chiodati, la città berica.

Lo sappiamo: domattina si aprirà la gara dei moralisti; perché in tanti preferiscono abbassare la testa al violento vassallo di turno – il questore Sarlo – invece di denunciare l’insopportabile occupazione della città. Perché troppi non hanno il coraggio di riconoscere che i manifestanti hanno il diritto di tutelarsi e difendersi di fronte a un’arrogante rappresentazione della forza con la quale lo Stato vorrebbe far valere la propria decisione di costruire la base.

Oggi abbiamo visto il vero volto di chi vuol imporre la base: arrogante, minaccioso, violento; volevano costruire una trappola in cui far sfilare un corteo umiliato e minacciato dallo schieramento, ai suoi lati, di migliaia di militari. Ma, oggi, abbiamo visto ancora una volta il volto della Vicenza che ama la sua città: incredula, di fronte a tanta militarizzazione, ma anche determinata e incazzata. La città berica non si fa calpestare. No Dal Molin? Yes, we can.

 

 

Nella giornata dell’indipendenza Vicenza ha subito l’occupazione militare; di seguito una breve ricostruzione dei fatti che, partendo dalla vigilia della manifestazione, evidenzia la volontà di intimidire la città per tapparle la bocca...

 

1-2 luglio. Il Dal Molin è ogni giorno più militarizzato; il cantiere è presidiato dai carabinieri, mentre l’intera area è sorvegliata da pattuglie della polizia e agenti in borghese. Il Presidio Permanente dichiara le proprie intenzioni: entrare nell’area che gli statunitensi vorrebbero trasformare in base di guerra per piantare migliaia di bandiere NoDalMolin. I residenti, nel frattempo, lamentano la crescente militarizzazione del quartiere e gli estenuanti controlli a cui sono sottoposti.

3 luglio. Il Giornale di Vicenza pubblica il suo scoop, una “notizia bomba”; secondo il quotidiano berico un carico di bombe a mano rubate una settimana prima in Slovenia sarebbe destinato al corteo del giorno successivo. Il giornalista non indica la fonte della notizia e sulla stampa italiana e slovena non c’è traccia di questo furto. La notizia, ovviamente, verrà smentita dai fatti, ma questo il quotidiano non lo riferirà ai suoi lettori.

Nel pomeriggio dello stesso giorno l’intera area nord della città si riempie di forze dell’ordine; i camion che trasportano in Presidio migliaia di bottiglie d’acqua e il palco che sarà montato nel prato verde vengono ripetutamente fermati per infiniti controlli che non portano a nulla. Un giornalista che entra in Via Ferrarin per girare un reportage viene fermato, identificato e multato.

4 luglio. Ore 10.00. I primi contingenti di forze dell’ordine si dispongono, diversamente dalle manifestazioni precedenti e da quanto annunciato dal questore, all’esterno del Dal Molin, lungo la strada che dovrebbe percorrere il corteo.

Ore 11.00. I vigili del fuoco calano una barca nel fiume che costeggia il lato nord del cantiere statunitense. I pullman in partenza da molte città vengono fermati per infiniti controlli; alcuni non giungeranno mai a Vicenza.

Ore 12.00. A 50 metri dal Presidio Permanente, lungo l’argine che costeggia il Dal Molin e su Ponte Marchese si schiera il Tuscania, unità dei carabinieri che ha combattuto in Afghanistan. Proprio all’imbocco del ponte viene piazzato un blindato con il rosto sul paraurti anteriore e i lancilacrimogeni.

Ore 12.30. Via S. Antonino viene chiusa al traffico. Lungo la strada si schierano un migliaio di uomini con manganelli e maschere antigas accompagnati da decine di blindati. Tutte le strade laterali vengono chiuse e presidiate da ingenti forze. del Dal Molin, i blindati si parcheggiano sopra gli alberelli piantati due anni fa dai vicentini, calpestandoli.

Ore 13.00. Non viene permesso ai pullman turistici di percorrere via S. Antonino; il tragitto era stato definito in accordo con l’amministrazione comunale e la questura, ma le forze dell’ordine sbarrano la strada ai pullman dei manifestanti.

Ore 13.15. Viale dal Verme viene chiusa. La strada, su cui dovrebbe transitare il corteo, viene interrotta da due blindati che si schierano di traverso e da decine di agenti. È ormai evidente che il corteo non può transitare in strada S.Antonino e proseguire lungo il percorso autorizzato. Sull’argine, i carabinieri del Tuscania indossano i caschi nonostante manchino due ore alla partenza del corteo.

Ore 13.30. Il Presidio Permanente denuncia l’impossibilità di manifestare pacificamente in via S.Antonino dove le forze dell’ordine sono schierate in un modo che rende evidente la volontà di creare una trappola in cui far infilare il corteo e intimidire la città. Due elicotteri sorvolano costantemente a bassa quota l’area.

Ore 14.00. Il Presidio Permanente chiede che le forze dell’ordine siano ritirate dal percorso del corteo perché esso possa sfilare liberamente e pacificamente. Colonne dei carabinieri passano costantemente davanti al tendone di ponte Marchese ad alta velocità, nonostante in strada ci siano i primi manifestanti che si preparano a spostarsi verso Ponte Marchese.

Ore 14.30. Strada S. Antonino ha un aspetto surreale. La circolazione è chiusa e ovunque ci sono forze dell’ordine in assetto antisommossa e mezzi blindati. Molti di essi si schierano all’interno del parcheggio di un distributore, ad “attendere” il corteo.

Ore 15.00. Inizia a formarsi il corteo in Via M.T. Di Calcutta. Migliaia di persone raggiungono il luogo di partenza della manifestazione nonostante i tanti limiti imposti alla mobilità dei cittadini. A ponte Marchese ai carabinieri si aggiungono alcuni rinforzi della celere che si schierano di traverso sulla strada che dovrebbe percorrere il corteo, bloccandola.

Ore 15.45. Il corteo parte. Si rinnova la richiesta affinché sia garantita la possibilità di percorrere il percorso autorizzato pacificamente e senza la presenza minacciosa di centinaia di uomini in assetto antisommossa a circondare il corteo.

Ore 16.15. Il corteo raggiunge il Presidio Permanente e si ferma. Il Questore rifiuta di far transitare il corteo sul suo percorso autorizzato e smentisce di aver dichiarato, alla vigilia, che la manifestazione avrebbe potuto svolgersi liberamente. Il corteo rifiuta di entrare nella trappola costruita da Sarlo, volta a intimidire e impaurire chi vuol difendere la propria terra.

Ore 16.45. Di fronte al rifiuto della Questura di lasciar svolgere la manifestazione, una testa di alcune centinaia di persone autoprotetta da barriere che riportano la caricatura di Obama e caschi prova ad avanzare per permettere al corteo di proseguire senza minacce. Appena le barriere vengono poste di fronte ai carabinieri, quest’ultimi caricano con molte manganellate e alcuni lacrimogeni urticanti. Le barriere e i caschi fanno si che, al termine della giornata, non ci saranno feriti.

Al Presidio, intanto, si raggruppano migliaia di persone determinate a proseguire il corteo e in attesa che il diritto a sfilare sia garantito.

Ore 17.30. Le forze dell’ordine si ritirano dalle strade laterali al percorso autorizzato e la celere libera Ponte Marchese. Il corteo può ripartire. Decine di donne fanno cordone davanti ai carabinieri del Tuscania che, maschera antigas al volto e manganello in mano, vedono sfilare il corteo alle spalle delle donne.

Ore 19.00. Il corteo si conclude sotto un forte temporale. Il Questore ha mostrato ancora una volta il suo volto violento, schierando un apparato militare gigantesco per impaurire le famiglie che si ostinano a osare la speranza. L’apparato repressivo ha impedito alle donne e agli uomini di piantare le proprie bandiere al Dal Molin, ma ha anche mostrato il modo in cui si vuol realizzare la base statunitense: con l’imposizione e l’uso della forza. Il corteo, d’altra parte, ha dimostrato la propria determinazione a non lasciarsi sbarrare la strada da chi avrebbe voluto vietare lo svolgimento della manifestazione.

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I CUOCHI DELLA REALTA'

by Gianluca Freda (26/06/2009 - 20:59)


LA DEMOLIZIONE CONTROLLATA DI BERLUSCONI NELL’ERA DEL PEDOFICALLY CORRECT

di Roberto Quaglia

dal sito www.Roberto.info  

I giornali hanno con la vita all’incirca lo stesso rapporto che le cartomanti hanno con la metafisica” (Karl Kraus)

 Nessuno si è mai chiesto come saranno le discussioni politiche da bar il giorno in cui l’era di Berlusconi sarà terminata? Non è un problema da poco. La politica in Italia ormai consiste solo in un litigio permanente fra chi insulta Berlusconi con la stressa passione e costanza con cui le nostre bisnonne ripetevano fino allo sfinimento i loro rosari, e chi invece, non insultando Belusconi, insulta a tempo pieno quelli che insultano Berlusconi. Quando Berlusconi non ci sarà più, come occuperanno il tempo tutti costoro? Azzardo un’ipotesi: continueranno a litigare a proposito di Berlusconi per i decenni a venire, nello stesso spirito in cui ancora adesso si litiga a proposito di Mussolini. Italiani brava gente, siamo d’accordo, ma per favore almeno smettiamola di tirarcela da intellettuali che non è più proprio il caso. Le discussioni di politica nel Bel Paese sono ormai indistinguibili nei contenuti dai battibecchi del tifo calcistico. Ragione per cui anziché con il solito testa e croce delle elezioni (non vi siete accorti che le elezioni un po’ le vincono gli uni e un po’ le vincono gli altri, proprio come se se la giocassero a testa e croce? Questo non vi da da pensare? O vi siete lasciati confondere dal fatto che la chiamano “alternanza”, che forse suona bene, ma a sembra che anche alla roulette il rosso e il nero si alternino con discreto successo…) sarebbe paradossalmente più coerente che i nostri politici si giocassero il governo in un regolare incontro di calcio (o per lo meno a calcetto), almeno così saremmo sicuri che davvero vince il migliore. E in caso di parità, sempre meglio la lotteria dei rigori che il testa e croce elettorale.

Amen.

Ecco, in questo articolo io vorrei evitare di scendere a questi livelli, quindi per favore i tifosi in ascolto si astengano dal cercare di stabilire se intendo qui difendere Berlusconi o se invece mi sto trattenendo a stento dall’unirmi al linciaggio. Nulla di tutto ciò. Azzardo solo una piccola e modesta analisi di quanto sta oggi accadendo, poiché non riesco a trovare in giro ragionamenti che non siano viziati da una pesante faziosità di chi scrive, da una parte come dall’altra, sin dai grandi giornali fino ai più piccoli blog.

Uno dei motivi per cui non si ragiona più, è che in effetti è rimasto ben poco su cui ragionare. La Politica con la P maiuscola dalle nostre parti è finita, così come ci dobbiamo scordare la Democrazia con la D maiuscola. Ci aspetta a breve la ratificazione del Trattato di Lisbona, che nessuno sa bene cosa sia (qualcuno se/me lo sa spiegare?), ma alcuni sostengono che comporterà sostanziali cessioni di sovranità da parte delle varie nazioni al governo europeo. I nostri politici avranno quindi sempre meno possibilità di scelta, dovendo obbedire per i temi importanti alle “direttive europee”, che nessuno bene capisce come si formino. In pratica saranno declassati ad un rango di poco superiore a quello di amministratori di condominio. Visto il livello medio della nostra classe politica c’è chi dice che questo sia in fin dei conti un bene, mentre per altri è molto male dato che non è chiaro quanto il nuovo sistema possa ancora essere davvero democratico. A voler approfondire c’è allora chi si interroga sulla possibilità che una democrazia parziale possa in effetti funzionare meglio rispetto una democrazia completa, ma noi non ci lasciamo attirare in queste discussioni accademiche.

“Come cominciano le guerre? I diplomatici raccontano bugie ai giornalisti, poi credono a quello che leggono.” (Karl Kraus)

Ciò che ci interessa oggi è esaminare il procedimento di demolizione controllata di Berlusconi che si sta attuando in questi giorni. In gergo tecnico si chiama character assassination (assassinio del personaggio), in parole povere si diffama ad arte il bersaglio fino al punto di rendere la sua immagine impresentabile. E’ una tecnica usata innumerevoli volte ovunque nel mondo e nella storia, ed ogni popolo ha i suoi modi e stili preferiti. Lo scandalo sessuale, di cui oggi Berlusconi è vittima, è un modo inedito nel nostro paese. E’ invece come si sa il trattamento preferito nei paesi anglosassoni. Bill Clinton fu quasi interdetto dalla sua carica di Presidente degli Stati Uniti in seguito allo scandalo montato intorno alla fellatio di Monica Lewinski, un atto di sesso orale con opportuna eiaculatio ante cassafortem, (la Lewinksi conservò a lungo la propria blusa sporca di sperma presidenziale in cassaforte – non farebbe così qualsiasi fanciulla di buona famiglia?).

“Ovunque la gente scambia quello che legge nei giornali per notizie” (A. J. Liebling).

Vediamo quindi innanzitutto in dettaglio un piccolo esempio di questa demolizione del personaggio Berlusconi, dopo di che ne analizzeremo i possibili retroscena. Il quotidiano La Repubblica è l’ariete principale in questa operazione, quindi scegliamo un giorno a caso e commentiamone la prima pagina. L’immagine sottostante mostra la homepage dell’edizione online de La Repubblica del 22 Giugno 2009.

 


 

Repubblica titola: Berlusconi, indagini su 5 feste, si allarga il filone della cocaina

A fianco del titolo un’immagine di Berlusconi che si muove frettolosamente su un prato, con ansia, quasi scappando. L’insieme dei segni evoca l’idea che Berlusconi organizzi feste a base di cocaina e che ora che è stato scoperto si stia dando alla fuga. Subito dopo la frase “In almeno 4 occasioni Tarantini POTREBBE avere reclutato donne per il Cavaliere” si commenta da sola. L’uso del condizionale è una vecchia tecnica per insinuare impunemente colpe che non sono provate. Subito sotto, gratuita e fuori luogo, la parola “transessuale”. Ancora sotto, titolo grosso: “Slave vestite da Babbo Natale” – si noti l’uso chiaramente dispregiativo, classista e razzista in questo contesto della parola “slave” (in un certo immaginario nostrano di bassissima lega sinonimo implicito di troie). Si poteva scrivere “donne”,”ragazze”, invece si è scritto “slave” per rendere l’espressione molto più morbosa, soprattutto in accostamento a Babbo Natale. “Ragazze vestite da Babbo Natale” suonerebbe molto più innocente. E poi: “C’erano rumene, sembravano di casa..:” e anche qui la parola rumene è intesa in senso razzista, classista e dispregiativo, di nuovo accomunate al ruolo di puttane, e l’elemento diffamatore per Berlusconi è che sembrassero di casa. Lo dimostra il fatto che se invece si fosse scritto “C’erano ragazze, sembravano di casa”, l’effetto non si sarebbe ottenuto. Le rumene peraltro NON sono slave, ma chi se ne frega, l’obiettivo è raddoppiare l’insulto. Il milione e rotti di rumeni che vivono e lavorano in Italia prendano nota del rispetto loro tributato da Repubblica, e così facciano gli slavi. Con quale autorità morale Repubblica potrà in futuro criticare casi di discriminazione razzista dopo titoli di questa risma?

Glissando sui dettagli puramente trash (Barbara mostra i regali di “Papi”, la “trans” Manila, “così andai a cena da lui”) facciamo il bilancio tecnico di questa notizia: nello spazio di pochissime righe – i titoli e sottotitoli – Berlusconi viene associato alle seguenti parole chiave 1. Indagini (NB: lui non è al momento indagato in questa vicenda) 2. Cocaina, 3. Transessuali, 4. Droga, 5. Slave (sottintese come zoccole), 6. Rumene (sottintese come zoccole)

Gli psicologi ben sanno che il cervello umano crea associazioni automatiche fra elementi che vede fisicamente attigui, anche se privi di collegamenti logici. Quando perseguono una character assassination, i giornalisti (di ogni parte politica, Repubblica è solo un caso, anche se eclatante) ricorrono sistematicamente a questa tecnica.

“L’editore è una persona impiegata in un giornale, il cui lavoro è separare la crema dal fango e far stampare il fango” (Bob Phillips)

Se avete dei dubbi sul fatto che questa pratica funzioni, potete sempre fare un esperimento facile facile, della serie try-it-at-home: prendete una fotografia che vi ritrae ed incollatela su un foglio bianco. Poi prendete la foto di un bel pezzo di merda ed appiccicatecela a fianco. Quindi incorniciate il tutto e regalatela al/alla vostra/o fidanzata/o (se ne siete privi provate con la mamma), pregandola/o di tenerla sempre sul comodino. E se il partner butta via o nasconde la foto dove non la può vedere, voi regalategliene una al giorno, ad oltranza. Quindi osservate nelle settimane seguenti se qualcosa cambia nel comportamento del partner nei vostri confronti…

Ogni giornale, dalla prima all’ultima riga, non è che un tessuto di orrori. [...] Non capisco come una mano pura possa toccare un giornale senza una convulsione di disgusto. (Charles Baudelaire)

Scherzi a parte, sia quindi chiaro che Repubblica non è peggio delle altre testate giornalistiche, solo più efficiente nei risultati, eventualmente. Quando conviene, i giornali (o i telegiornali) fanno tutti così, questo è il giornalismo, e non da ieri, complice la dabbenaggine di chi leggiucchia privo del senso critico necessario per distinguere le informazioni significative dalle vacue ciance e le balle. Qualcuno si ricorda dell’emblematico caso di Enzo Tortora? A smemorati e ignavi consiglio l’ottimo libro in merito di Vittorio Pezzuto, che andrebbe reso obbligatorio nelle nostre scuole.

“La pubblicità è la parte più veritiera di un giornale” (Thomas Jefferson)

Adesso che abbiamo verificato il fenomeno, possiamo investigarne l’eziologia. Fosse un fenomeno interamente italiano, l’opera non sarebbe molto interessante. Invece è ormai uno scandalo di visibilità internazionale che riempie le pagine anche all’estero, soprattutto nei paesi anglosassoni. The Times da al nostro Presidente del Consiglio del pagliaccio al quale è caduta la maschera, il Financial Times lo attacca pesantemente (e non per la prima volta), nello staff di Berlusconi qualcuno accusa la sinistra italiana di essere in grado influenzare questi grandi giornali inglesi, che come si sa sono un tutt’uno con i potenti centri finanziari anglosassoni. Che sciocchezza! In realtà il semplice buon senso suggerisce che ad essere vero è probabilmente l’esatto contrario. Molti elementi suggeriscono che la demolizione controllata di Berlusconi sia un prodotto d’importazione, e venga da lontano.

Il presidente emerito Cossiga si è espresso almeno due volte in merito: nella prima intervista non esclude un ruolo dell’America, la seconda volta propende per un complotto nazionale, ma tra le righe rimane l’idea dell’intrigo internazionale. L’opinione di Cossiga è sempre molto interessante, poiché è uno dei pochi politici in giro che si conceda il lusso di divertirsi a dire ciò che pensa, e di sicuro non gli fanno difetto intelligenza, esperienza e fonti. Pochi lo sanno, ma nel 2007 Cossiga dichiarò al Corriere della Sera che negli attentati dell’11 settembre Al Qaeda non c’entrava, che si era trattata di un’operazione essenzialmente made in USA. Non lo sanno in molti poiché curiosamente nessun altro giornale riprese la notizia. Neppure Repubblica, oggi così pervicace in questa manifestazione di giornalismo esemplare che ci fa scoprire di tutto e di più sui genitali assortiti dell’orbita presidenziale. Uno scoop di tale magnitudo – accipicchia, un ex-Presidente della Repubblica Italiana che dichiara che gli americani di sono fatti l’11 settembre da soli – è passato sotto un silenzio che avrebbe fatto invidia alla censura dell’Unione Sovietica di Stalin. Niente male, eh, per la trasparente e democratica stampa occidentale? D’altra parte anche sul mio libro di 500 pagine sui retroscena dell’11 settembre il silenzio della stampa è stato perfetto e la disinformazione tale che anche chi ne ha sentito parlare non ha provato il bisogno di leggerlo credendo di sapere già tutto nel merito (vedi www.mito11settembre.it).

Il giornalismo è un inferno, un abisso d’iniquità, di menzogne, di tradimenti, che non si può traversare e dal quale non si può uscire puri a meno di essere protetti, come Dante, dal divino alloro di Virgilio.(Honoré de Balzac)

A questo punto sorge la domanda : cosa avrebbe fatto Berlusconi per meritarsi tanta sgradevole attenzione da parte di questi poteri esteri? C’è solo l’imbarazzo della scelta.

Ad inizio novembre 2008 Berlusconi va in Russia e si incontra col Presidente Medvedev e pubblicamente dichiara qualcosa di inaudito. Vediamo se qualcuno si ricorda. Vi dice qualcosa la battuta di Berlusconi su Obama, bello, giovane ed abbronzato?

Esatto, Berlusconi pronunziò queste parole in occasione di quell’incontro con Medvedev, ed i nostri giornali amanti della verità non persero l’occasione di ricamarci sopra un tormentone che durò a lungo. Ma io non mi riferivo a questo, quando ho usato la parola inaudito. Nella stessa occasione Berlusconi ha infatti anche dichiarato, testualmente:

“Ringrazio il presidente Medvedev per avere apprezzato la posizione italiana in merito al conflitto con l’Ossezia. Questa posizione era basata sulla conoscenza dei fatti. E io penso che questi fatti dovrebbero aiutare la comunità internazionale a comprendere che cosa sia accaduto in realtà e superare la disinformazione che spostò l’opinione pubblica lontana dalla realtà.”

Accipicchia, ecco qualcosa di veramente inaudito, il presidente di una nazione della NATO che pubblicamente riconosce che la versione dei fatti fornita dall’America e ripetuta su tutti i giornali è una totale menzogna, e che la versione dei fatti autentica è quella della Russia. Ma voi questo probabilmente non lo sapevate, dato che i giornali nei quali riponete la vostra fiducia vi parlavano invece tutto il tempo della battuta sull’Obama bello, giovane ed abbronzato. Chi l’avrebbe mai detto che il famoso invito di Nanni Moretti a Massimo d’Alema, “Dì qualcosa di sinistra”, sarebbe stato piuttosto raccolto da Berlusconi?

Di bene in meglio (o di male in peggio – dipende dai gusti), qualche giorno dopo Berlusconi alza ulteriormente il tiro, dichiarando che le progettate installazioni dei radar e missili americani in Polonia e Repubblica Ceca, ufficialmente destinate ad intercettare missili dall’Iran (!), sono in realtà una provocazione contro la Russia, così come lo è il riconoscimento del Kossovo, provocazioni che potrebbero condurre ad una nuova guerra fredda. Tutto vero, ma sempre più inaudito, da parte del leader di una nazione della NATO! L’unico commento noto a riguardo è quello di Giulio Andreotti, che consiglia discretamente a Berlusconi di tenersi lontano da certi argomenti. La notizia scomparirà immediatamente dal proscenio giornalistico, e per immediatamente intendo poche ore. Io ebbi la ventura di leggere la notizia sulla versione online del Corriere della Sera, e quando poche ore la volli rileggere scoprii che era scomparso qualsiasi riferimento ad essa dalle prime pagine del quotidiano. Riuscii a ritrovarla solo ricercando nella cronologia della navigazione.

Giornalisti. Chi si salverà da questi cuochi della realtà? (Ennio Flaiano)

Così, mentre gli strateghi angloamericani investono energie e risorse per isolare la Russia cercando in mille modi di rovinarne l’immagine internazionale, Berlusconi esce dal coro dicendo la scomoda verità (mi rendo conto che per alcuni può essere un duro colpo dal quale non ci riprende più sorprendere Berlusconi nel flagrante atto di non mentire) e, non pago, dichiara poi addirittura di volere che la Russia entri nell’Unione Europea.

Già questo basta ed avanza a decretare la necessità della sua fine politica. Tuttavia, dalle parole Berlusconi passa anche ai fatti, concludendo con la Russia accordi importanti in campo energetico fra l’italiana Eni e la russa Gazprom. Se è vero che verba volant, energīa manent, insomma, chi si ricorda del caso Mattei saprà che a giocare sul serio col fuoco (o con ciò che serve a produrre il fuoco) ci si scotta, magari con qualche aiutino da parte del famigerato club atlantico dei fuochisti invidiosi. Anche l’invito in Italia a Gheddafi, del quale gli americani bombardarono l’abitazione uccidendone una figlia, non deve avergli guadagnato molte simpatie oltreoceano. E l’operazione Alitalia di sicuro gli ha esacerbato altre importanti inimicizie.

C’è da avere più paura di tre giornali ostili che di mille baionette. (Napoleone I)

L’attacco con armi sessual-scandalistiche a Berlusconi iniziò con le famose foto della diciottenne Noemi, alla cui festa di compleanno il Presidente del Consiglio si recò. Ben poca cosa, in confronto a ciò che sarebbe seguito, ma all’epoca sembrava già abbastanza per intaccare il consenso popolare del Cavaliere. Ricordo Berlusconi, in televisione per la campagna elettorale, sottolineare fuori da ogni contesto l’importanza della imminente ratificazione del Trattato di Lisbona, un argomento curioso da usarsi in campagna elettorale dato che non mi risulta che in Italia ci siano partiti che osino esprimersi contro (a parte qualche voce isolata all’interno della Lega e all’estrema sinistra, se ricordo bene). Quindi il destinatario di tali dichiarazioni non era probabilmente qualcuno nel nostro paese. Berlusconi ha forse cercato di mandare deboli messaggi a chi aveva iniziato a mettere in opera la sua character assasination, che tuttavia non sono bastati a richiamare i sicari. Ma Noemi non bastò a disarcionare il Cavaliere, l’elettorato non lo ha abbandonato, e quindi per questo lo scandalo è dovuto salire di livello. Eppure Berlusconi per il momento resiste. L’aspetto grottesco di questo processo è che proprio il suo controllo sulle reti televisive (oggettivamente poco democratico) a proteggerlo dal complotto (oggettivamente altrettanto poco democratico).

Politica: Conflitto di interessi mascherato da lotta fra opposte fazioni. Conduzione di affari pubblici per interessi privati. (Ambrose Bierce)

Il paradosso affascinante di questa questione è rappresentato dalla notevole (quasi sadica, psicanaliticamente parlando) passione e soddisfazione catartica che trapela fra i detrattori di Berlusconi mentre lo scandalo si sviluppa. E’ un paradosso, dato che generalmente i detrattori di Berlusconi sono tali poiché gli imputano comportamenti illegali, conflitti di interesse e soprattutto velleità antidemocratiche. E si tratta di tre elementi chiaramente presenti anche nella costruzione di questo scandalo: è difficile sostenere che fotografare col telescopio da chilometri di distanza qualcuno nudo a casa sua, non violi la sua privacy (e quindi la legge rispettiva) oltre ovviamente al buon gusto, è ingenuo pensare che non vi siano precisi e potenti interessi in questa “crociata morale” che con la morale nulla abbiano a che fare, ed infine, per quel poco che capisco di democrazia, mi sembra che l’unica cosa che dovrebbe legittimare o delegittimare un governante in democrazia sia il voto dei cittadini, e non so quanto democratica sia una eventuale delegittimazione mediante scandalo sessuale. Non sto cercando qui di difendere Berlusconi (già si odono tra un bit e l’altro gli ululati dei ciberlupi), bensì formulando un ragionamento logico che vuol solo essere tecnico e mettere in evidenza alcune contraddizioni palesi. E’ interessante a questo proposito il consiglio che Cossiga ha dato a Berlusconi in una lettera aperta: fare una dichiarazione personale in parlamento su questa vicenda, porre la fiducia su di essa, farsi intenzionalmente votare contro dalla maggioranza suicidando così la legislatura e andare subito ad elezioni anticipate. Chi vincerebbe le elezioni? Ognuno deve cercare la risposta in cuor suo. Ma chiunque vincesse, l’argomento sarebbe chiuso una volta per tutte.

Fin qui abbiamo gustato solo l’antipasto del paradosso. Il piatto forte del paradosso è che i detrattori di Berlusconi sono di solito parimenti ostili anche al potere imperialista americano, al sistema dei banchieri internazionali e compagnia bella. Dato che pare siano proprio costoro ad avere decretato la demolizione controllata di Berlusconi, scopriamo che l’esultazione degli antiberlusconiani per l’attacco a Berlusconi è quanto meno bizzarra. Per quanto essi – a ragione o a torto, non sta a me qui giudicare, schierarsi non giova mai all’analisi – detestino Berlusconi, è un dato di fatto che il Cavaliere ha ripetutamente pestato i piedi agli americani in un modo che nessun altro leader occidentale ha osato fare in tempi recenti (a parte forse Schroeder in Germania qualche anno fa, con il suo accordo coi russi per un oleodotto marino – e la sua carriera politica è finita 10 minuti dopo). Non si tenta quindi oggi di demolire Berlusconi per le colpe che storicamente gli vengono ascritte, bensì per azioni che a rigore di logica dovrebbero riscuotere l’approvazione di chi lo ha sempre avuto in antipatia.

In pochi per ora si sono resi conto di questa “alternativa del diavolo”, che colpisce chiunque viva la politica in termini di bianco e nero, di buoni e cattivi, e ad un tratto si trova di fronte alla necessità di fare un bilancio fra differenti mali e decidere qual è il meno peggiore.

Qualcuno però si sta svegliando, in quella parte di blogosfera dove Berlusconi è sempre stato visto come IL nemico da abbattere, e a denti stretti deve ammettere di dover considerare l’eventualità di ritrovarsi un giorno a rimpiangere l’odiatissimo Cavaliere, perché ciò che verrà dopo sarà probabilmente assai peggio.

“La differenza tra la letteratura e il giornalismo? Il giornalismo è illeggibile e la letteratura non è letta. (Oscar Wilde)

Non ho idea di quanto i burattinai di questa demolizione controllata di un Presidente del Consiglio siano in grado di alzare il tiro, né di quante forze – politiche e psicologiche – l’ormai ultrasettantenne Silvio Berlusconi possa disporre per resistere all’assedio. Dato per finito innumerevoli volte, come niente fosse il Cavaliere si è finora sempre rialzato e ogni volta più baldanzoso di prima. La demolizione di Berlusconi è ormai già anche uno show nelle televisioni americane (come potete vedere nel videoclip in calce a quest’articolo). Quale sarà la prossima puntata del melodramma? E quale ne sarà l’epilogo? Berlusconi può resistere e vincere, oppure resistere e cadere. Oppure può arrendersi sottobanco e mettersi in riga a prendere ordini dall’alto come ogni politico “che si rispetti”. Se non cederà, forse l’escalation andrà avanti, e ne vedremo di tutti i colori. In una recente (e criticata) battuta Berlusconi ha detto: “Ci manca solo che mi dicano che sono gay”. No, caro presidente, sia più immaginativo, se l’ipotesi di complotto internazionale è fondata, c’è probabilmente il fior fiore dei creativi a lavorare sul Suo caso. Da alcuni anni viviamo in un mondo pedofically correct (lo so che in inglese si dovrebbe scrivere pedophically correct, ma il mio neologismo è in italiano), ovvero è stata approntata questa formidabile arma di scomunica moderna istantanea, l’accusa di pedofilia, dalla quale non c’è ritorno, anche quando si viene assolti, l’arma definitiva di demolizione di qualsiasi personaggio. Non è mai stata usata sinora contro un capo di governo. Ma come Hiroshima insegna, per tutto c’è sempre una prima volta.

Roberto Quaglia

    per approfondimenti:

    www.Robertoquaglia.com

    www.mito11settembre.it

    www.edicola.biz

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Ecco un video in cui Berlusconi viene preso in giro su una TV americana.

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COLUI CHE GLI DEI VOGLIONO DISTRUGGERE

by Gianluca Freda (20/06/2009 - 15:11)


“E’ questo che ci succede? Una vita di conflitto, senza tempo per gli amici... così che quando è finita solo i nostri nemici portano rose.”

(Alan Moore, Watchmen)

 

“Si nasce incendiari e si muore pompieri”, diceva un sindacalista mia vecchia conoscenza. Questo blog aprì nel 2006 a pochi giorni dalle elezioni politiche, nelle quali speravo di assistere ad una sconfitta irrimediabile e schiacciante del centrodestra berlusconiano, che in cinque anni di governo mi aveva disgustato al di là di ogni limite. Ora che Berlusconi e la sua corte di lestofanti sembrano davvero sull’orlo dell’evaporazione politica, ecco che imprevedibilmente mi tocca difendere il nano priapeo, negando a me stesso anche la modesta gioia di assistere alla sua esecuzione. La vita è strana e ci conduce per sentieri inattesi.

Pare che i colloqui di Berlusconi con Obama, a cui facevo riferimento qualche giorno fa, non siano andati bene. Lo deduco dall’incarognirsi della campagna di diffamazione che il capo del governo ha trovato ad attenderlo al suo ritorno in Italia. Una campagna diffamatoria di stampo sessual-scandalistico, di chiara impronta anglosassone, mai vista con intensità tale nel nostro paese. Praticamente, una firma. Altri festini, altre veline, altre mutandanti bagasce fotografate in compagnia del boss e schiaffate sulle splash page dei quotidiani incartapesce come Repubblica. Mi sembra piuttosto evidente che i burattinai di Obama, a prescindere dai sorrisi sfoderati nel meeting, non siano rimasti soddisfatti degli inchini e delle affettate promesse di collaborazione del liftato e abbiano impartito ai loro sicari mediatici un ordine preciso e definitivo: buttatelo ai pesci. Berlusconi è troppo imprevedibile. Fin dal 1994 ha dato del filo da torcere ai progetti americani di sostituire l’intera classe politica italiana con servitorame USA in livrea. Non ha voluto piegarsi più di tanto alle pressanti richieste di “riforme” periodicamente ripetute dall’FMI. Non ha mosso un dito a favore della FIAT durante il duello con Magna, nonostante sapesse benissimo dell’intenzione americana di trasformare il brontosauro torinese in una testa di ponte industrial-finanziaria americana in Italia. Anzi: non ha mosso un dito proprio per questo. Ha insistito ad intrattenere ottimi rapporti con Russia, Libia e Iran, nonostante le diffide d’oltreatlantico. Ha giustificato la reazione russa in Georgia, rendendo chiara la sua scarsa fedeltà al progetto di New World Order stilato dagli USraeliani. Ha favorito accordi tra l’Eni e la russa Gazprom, mettendo a repentaglio la signoria energetica USraeliana in Europa, così faticosamente costruita dall’11 settembre in poi. Dulcis in fundo ha invitato in Italia Gheddafi che ha osato paragonare Reagan al povero Bin Laden, il quale dovrebbe mangiarne di pappa per arrivare a quei livelli. Il suo destino, a questo punto, sembra segnato. La ridicola promessa di rimpinguare il contingente italiano in Afghanistan con qualche altro cazzone pronto a sparacchiare sulle ambulanze si è rivelata pateticamente insufficiente a placare l’ira dei signori del mondo. E’ dal 1994 che i media filo-USA cercano di tenere a bada Berlusconi lanciandogli contro i molti scheletri del suo luridissimo armadio. E’ dal 1994 che lo avvertono: “stattene buono e ubbidisci, altrimenti...”. Stavolta, a giudicare almeno dalla virulenza della campagna di stampa, sembra che l’epoca degli avvertimenti sia finita e che i sicari siano pronti a sferrare il colpo di grazia.

Berlusconi non è un salvatore della patria. Da quando è entrato in politica si è interessato unicamente dei propri affari personali, mettendo sotto le suole rialzate dei suoi calzari tutto ciò che rischiava di limitare il suo business, popolo italiano compreso. Questa è la differenza principale tra lui e il centrosinistra. Berlusconi sfrutta la politica per realizzare il proprio tornaconto. La sinistra sfrutta la politica per realizzare il tornaconto di potenze straniere, alle quali, dopo il crollo dell’URSS, si è prostrata in ginocchio implorando di aver salva la vita. Senza il sostegno e le direttive USraeliane, la sinistra cesserebbe di esistere. Senza il sostegno e le direttive USraeliane, Berlusconi, invece, continuerebbe ad esistere e ne guadagnerebbe in salute. Per questo ai padroni non piace. Per questo va messo nell’impossibilità di nuocere.

Tuttavia, non è facile linciare Silvio Berlusconi. Nel vasto carnet di bersagli da eliminare scritto nell’agenda dei dominanti, egli non è esattamente una sitting duck. Possiede giornali, TV e mezzi d’informazione, non certo onnipotenti, come si vorrebbe far credere (altrimenti non si spiegherebbe come mai egli sia stato e sia tuttora il politico italiano più bersagliato e infamato dagli apparati di propaganda), ma che si sono mostrati perfettamente in grado – finora – di reagire agli attacchi. La forza di Berlusconi è il suo esercito di giornalisti formati nel culto della personalità del capo. La debolezza di Berlusconi sta nel fatto che i suoi giornalisti sono dei babbei. Vivono di manicheismi e dicotomie d’inaudita scemità, risalenti all’epoca di Don Camillo e Peppone. Pur di rendere pan per focaccia alla “sinistra”, che reputano l’unica spina nel fianco del boss, hanno magnificato ed esaltato per anni il modello politico USA e l’American way, la quale nel loro immaginario sessantottesco costituirebbe il nemico naturale del comunismo che essi continuano a vedere presente e radicato nella società italiana così come a Medjugorie si vede la Madonna. Quando Berlusconi viene attaccato dalla stampa anglosassone (ormai con cadenza quotidiana e con modulazioni sempre più incomposte) la loro costante giaculatoria è: “la sinistra aizza la stampa estera contro Berlusconi”. Non capiscono che è esattamente il contrario: è il mondo della finanza e della politica anglosassone, inglese e americana, che si serve di ciò che chiamiamo “sinistra” per togliere di mezzo un intralcio ai loro progetti. Americani e israeliani non sono affatto nemesi della “sinistra”, ma i loro intransigenti datori di lavoro. Gli scribacchini di Berlusconi non vedono il nemico. O forse lo vedono benissimo, ma ormai, dopo anni di estasiati panegirici, non possono più invertire la rotta senza perdere la faccia. Come tutti gli idioti, andranno incontro al loro carnefice sorridendo e tendendo la mano, perché ammettere di essersi sbagliati e ricostruire dalle fondamenta il proprio mondo ideologico è troppo faticoso e doloroso. Una coltellata in pieno petto provoca molto meno dolore: dieci brevi minuti di agonia ed è finita. 

La situazione è ormai così degenerata che perfino il boss in persona – che nonostante le apparenze è meno scemo dei suoi sottoposti – inizia a lasciar trapelare qualche ammissione, qualche allusione, qualche “vorrei dire ma non posso”. Così eccolo accennare a “poteri forti”, a “trame oscure”, a complotti dietro le quinte di cui sa di non poter parlare in modo più esplicito senza subirne le conseguenze. E’ la strategia della disperazione che fu adottata anche dal povero (si fa per dire) Craxi, quando si rese conto di quali fossero i poteri che stavano spazzando via il suo partito, insieme al resto della classe politica italiana, attraverso la grande truffa di Mani Pulite. Rispetto a Craxi, Berlusconi è un po’ meno indifeso, ma nonostante il suo violento egocentrismo non mi sembra possedere né la cultura, né la capacità progettuale, né l’astuzia, né la lungimiranza politica, né le palle per uscire vittorioso da un fuoco concentrico di queste dimensioni.

Oltretutto i congiurati non sono certo da ricercarsi nell’ambito della sola sinistra: lo schieramento dei sicari usraeliani è assolutamente trasversale e apartitico e conta una quantità di esponenti nella stessa coalizione del sacrificando. Pensiamo all’ex ministro degli esteri Frattini, maître di casa Giuda, affiancato da subito alla mina vagante per tenerla sotto controllo; pensiamo a Paolo Guzzanti, uscito strepitando dal partito quando la linea Berlusconi-Putin ha iniziato a farsi più netta; pensiamo a Gianfranco Fini, il duce con la kippà, che ormai non si limita più a fare la fronda contro l’alleato, ma lancia bordate a piena potenza per favorirne l’affondamento.   

Le idi di marzo del tappo sciupafemmine sarebbero state per me uno spettacolo lungamente atteso e tutto da gustare, sgranocchiando popcorn e facendo la ola ai fendenti più micidiali, se a rovinarmi il divertimento non fosse giunta, dal profondo della coscienza, una di quelle considerazioni politico-morali che non sanno apprezzare l’entertainment e non capiscono mai quando è il momento di starsene in silenzio e godersi la rappresentazione. Il fatto è che il tappo, dopo aver commesso soperchierie titaniche e innumerabili, verrà tolto di mezzo proprio nel momento in cui stava facendo qualcosa di buono: favorire l’acquisizione di una microscopica particella d’indipendenza politica nei confronti delle potenze straniere che da 65 anni tengono l’Italia sotto il loro tallone. Certo, il suo tentativo di smarcarsi non rispondeva a lungimiranti interessi politico-strategici d’autonomia nazionale, ma solo al meschino desiderio di salvaguardare il proprio potere e il proprio impero economico da un accerchiamento sempre più stretto. Ma quale capo di governo ha mai fatto gli interessi del proprio paese prescindendo con abnegazione dal proprio interesse personale? Oltretutto la sua dipartita non avrà – come dovrebbe essere evidente a tutti – lo scopo di punire i suoi misfatti o di sostituire il suo canagliesco entourage con una classe dirigente più presentabile e dedita alla prosperità del paese. Al contrario, la sua scomparsa eliminerà il solo modesto ostacolo all’asservimento totale dell’Italia allo straniero, sotto la guida di una nuova maestranza più servile,  famelica e furfantesca della precedente e per di più senza sostanze personali con cui garantirsi un minimo di spazio di manovra. Berlusconi non finirà in cella – come per molti versi meriterebbe – ma in un comodo seggio parlamentare o in un’isola dei Caraibi, a godersi il frutto delle sue malversazioni, senza aver avuto la possibilità di offrire all’Italia, a parziale compensazione della propria esistenza, una speranza di riscatto contro l’oppressore. Preparatevi ad una bella scossa, come dice D’Alema, ma soprattutto all’impazzare dei predatori del dopo-terremoto, pronti a saccheggiare quel poco di appetibile che è rimasto tra le rovine.

Tanti anni fa, durante un viaggio in treno, feci uno strano sogno. Sicuramente avevo mangiato qualcosa di MOLTO pesante la sera prima, comunque il sogno era questo: ero seduto sul divano di casa mia ed assistevo ad un messaggio televisivo di Berlusconi alla nazione. Berlusconi arrivava con un malloppo di fogli in mano e si metteva dietro una solenne scrivania in quercia come il Presidente della Repubblica nel messaggio di fine anno. In piedi, naturalmente, per evitare di avere metà della faccia coperta dai fermacarte. Non sorrideva, non raccontava barzellette ed era mortalmente serio e sereno. Aveva sul naso un paio di occhiali con catenella che gli conferivano un gradevole aplomb intellettuale. Diceva (più o meno): “Ci siete cascati. Vi ho preso per i fondelli per anni e voi ci avete creduto. Pensavate sul serio che un magnate dei media e della finanza potesse essere uno sghignazzante barzellettaio semianalfabeta che fa le corna alle riunioni diplomatiche? Questa è solo l’immagine che ho costruito per voi, cari italiani. Siete voi gli analfabeti. Io ho letto Machiavelli e Guicciardini, conosco Marcuse e Rosa Luxemburg a memoria, ho studiato Marx e Gramsci quando la maggior parte di voi non era nemmeno nata. So come funzionano i meccanismi del potere, so bene quali sovrastrutture di conflitto economico intercapitalista muovano i fili di ciò che voi, poveri sprovveduti, chiamate “politica”. L’ho imparato negli anni della mia ascesa imprenditoriale, mentre voi eravate occupati a sculettare in discoteca o a strafarvi di marijuana alle feste rave.  Siete voi che non sapete nulla, e io ne ho approfittato, per il vostro bene. Voi leggete solo barzellette, e io vi ho dato barzellette per mettervi a vostro agio. Voi parlate solo di calcio e di pettegolezzi da comari, e io vi ho dato calcio e gossip, come si danno pezzetti di legno colorati a un bambino autistico per tenerlo occupato. Voi adorate il servilismo e l’arroganza dei potenti e io vi ho fornito l’immagine di un capo di governo che fosse servile e arrogante oltre ogni vostra fantasia. L’ho fatto perché l’unico modo di rendere legittimo il mio potere ai vostri occhi di servi era quello di spogliarlo di ogni orpello democratico e presentarvelo nudo e autoritario, come è e come piace a voi. Ma mentre facevo questo per legittimarmi, lavoravo nel vostro interesse. Lavoravo per liberarvi, almeno in piccola parte, della schiavitù di chi vi ha distrutto e umiliato sessant’anni fa e che voi, anziché combattere, avete acclamato e ossequiato, come prostitute di basso rango di fronte a un cliente danaroso. L’avevo promesso a Craxi prima che quello stesso potere che vi ha asservito lo spazzasse via e ho mantenuto la mia promessa. Non potevo condurre la lotta contro i nostri oppressori sotto i vostri occhi, perché siete servili e vi sareste schierati senza esitare con il potere più forte. Perciò l’ho condotta in sordina, tenendo un basso profilo, fingendomi pazzo e scemo affinché continuaste a ridere e non intralciaste il mio lavoro. Più i tuoi nemici ti ritengono stupido, più sorpresi saranno quando li ucciderai. Non so se riuscirò a restituirvi un minimo di dignità nazionale: i nostri oppressori sono troppo forti e voi siete un popolo senza più fierezza. Ma ci ho provato e ci proverò fino all’ultimo, perché credo che le persone che si lagnano della propria condizione siano inutili. Amo le persone che decidono in quali condizioni vogliono vivere e se non le trovano, le creano. Buonasera e buon anno a tutti”.

Il fatto che nel mio sogno Berlusconi pronunciasse espressioni quali “sovrastrutture di conflitto economico intercapitalista” dimostra che esso era tanto verosimile quanto quello che ho fatto qualche settimana fa, in cui flirtavo con Halle Berry. Nella cruda realtà è assai probabile che Berlusconi sia davvero scemo come sembra, o poco meno, e che il suo maldestro tentativo di agevolare la nascita di un equilibrio geopolitico multipolare, che garantisca all’Italia un minimo di autonomia politica, sia destinato a fallire proprio perché condotto con l’inconsapevolezza culturale e la miseria strategica di un bottegaio di periferia senz’altra prospettiva che il consolidamento della sua piccola rivendita fra le quattro case del quartiere. E così sia.

Però in questo blog ho cantato il De profundis per l’uomo di Arcore – spesso con lieti gorgheggi – più volte di quante riesca a ricordarne. Mi sono sempre sbagliato. Ogni volta Berlusconi è caduto dal sesto piano, è rimbalzato su un tendone o su un camion di materassi ed è atterrato in piedi senza un graffio, con il sorriso smagliante e il completo grigio scuro neppure sgualcito. Per una volta – e solo ed esclusivamente per questa volta – non sono sicuro di voler intonare l’elegia funebre. Sarebbe un canto forzato e privo di autentica gioia.

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DOPO IL GRANDE BACCANO

by Gianluca Freda (10/06/2009 - 12:26)


IMMEDIATE SPIGOLATURE POST-ELETTORALI (TUTTE DA DISCUTERE)

di Piotr

dal sito ripensaremarx.splinder.com

 

 

1. Il centrodestra non sfonda (bene) ma la lotta intestina è a favore della Lega (male). Bene perché  una formazione che, come dicevo in un altro post, copre un arco che va “dall’ultimo manovale al direttore di fabbrica” non lascia spazio a una ripresa politica antiegemonica e anticapitalista. Male perché ci guadagna un partito che riesce a unire paradossalmente la xenofobia a politiche antinazionali. Questo paradosso è il paradosso di molta destra europea: politiche antieuropee e antinazionali gestite, direttamente o indirettamente tramite alleanze, da forze che riescono anche a lucrare sulle reazioni nazional-xenofobe alle loro stese politiche (cosa che la dice lunga sulla ormai totale incapacità della sinistra di incidere e in senso politico e in senso culturale: la destra attualmente riesce da sola a fare sia il canto che il controcanto; poi possiamo sghignazzare tutti insieme sul Berlusca operaio e imprenditore, prima però rendiamoci conto di questo).

I falsi nazionalisti ex AN ne approfitteranno, magari inserendosi in un ormai arroventato asse Berlusconi-Lega con contenziosi che verranno indicati come esemplari dalla sinistra e probabilmente anche da quei settori confindustriali che non intendono uscire dall’attuale divisione internazionale del lavoro, il tutto condito con la difesa degli interessi dell’industria “nazionale” (ma in realtà quella più retriva), con la difesa della democrazia, con l’antifascismo e con dosi sempre più ipocrite di buonismo.

Berlusconi sembra dunque uscire dalle elezioni un po’ indebolito. Ancora un supplemento di campagna alla Times, Financial Times ed El País (con eventuale aggiunta di Economist, non nuovo a queste cose), unito a nuove tirate d’orecchie da parte di Obama su politica energetica e politica estera e a qualche staffilata da parte di Confindustria, e il gioco è fatto: Berlusconi rientrerà nei ranghi e cercherà di gestire gli affari suoi più stretti e vitali, cioè il suo core business, patteggiando con magistratura e sinistra un’uscita di scena onorevole e questa volta definitiva (a meno che non decida di utilizzare i suoi ultimi anni su questa Terra per passare alla Storia costi quel che costi).

2. Il centrosinistra cala leggermente (bene), ma la lotta interna è vinta dall’IDV (male). Vedremo tra poco il perché e il percome.

3. Le due formazioni delle sinistra “radicale” si fermano entrambe abbondantemente sotto lo sbarramento del 4%. Che dire? Chi è colpa del suo mal ... . Ma non perché si sono divisi (come pensa la stragrande maggioranza dei delusi), ma proprio per la politica (e più spesso non-politica) miope e gretta che le ha contraddistinte.

4. La sinistra (parlo della sinistra perché dalla sinistra vengo, a sinistra ho sempre fatto politica ed è lì che mi fanno incazzare, mentre con la destra non ho mai avuto nulla a che vedere), la sinistra, dicevamo, ha brillato per tre caratteristiche di base:

A) Ha ridotto la lotta politica alla personificazione dello schieramento avversario e alla criminalizzazione della sua maschera così creata.

B) Ha criticato con puntualità quelle due o tre cose giuste (diciamo, ad essere larghi, il 10%) che Berlusconi aveva azzeccato (a partire dalla critica alla Georgia).

C) In compenso ha arrancato dietro al centrodestra su pressoché tutte le altre linee (anche alla faccia dei principi sventolati - vedi per ultimo i “respingimenti” - e mai con una politica chiara).

Ovviamente il punto A, ovvero l’antiberlusconismo viscerale, era la foglia di fico o lo specchietto per le allodole, per mascherare i punti B e C. Ma una forza politica che fa mostra di essere pronta a sbagliare al 100% di contro al 90% sbagliato dall’avversario, mi dite che chance ha?

E infatti l’unica cosa su cui poteva realmente chiamare al voto è stato l’antiberlusconismo che da viscerale è diventato addirittura pecoreccio (casi Noemi e Veronica Lario), un miserabile livello mai toccato prima dalla sinistra italiana da che essa esiste. Con aggiunta dello straparlare. Anche l’antiberlusconiano doc Galli Della Loggia si è reso conto, ad esempio, che parlare di “nuove leggi razziali”, era un’idiozia. Senza contare, aggiungo io, che l’antifascista e buonista Veltroni (esagitato fautore, si ricordi sempre, dei bombardamenti sulla Serbia) si beccò in poco tempo un richiamo da parte dell’Alto Commissariato dell’Onu per i Diritti Umani e denunce da parte di Amnesty International per le sue ruspe selvagge nei campi nomadi, mentre il celtocrociato Alemanno di ruspe selvagge ancora non ne ha inviata una. Sarà pur vero che il sindaco di Roma fa poco o nulla, ma per lo meno non fa neppure questo. Anzi ha instaurato un tavolo negoziale con Rom e Sinti (e anche con qualche centro sociale dell’estrema sinistra) Tutta questa nota la rubrico come “Identitarismo di sinistra. Parte I”.

Ma non paghi e senza nessuna parvenza di autocritica, ieri su La Repubblica si potevano leggere frasi come “imperativo mussoliniano di Berlusconi”, oppure “il leader predestinato”: non hanno capito che il parlare di “fascismo” nei confronti di Berlusconi è ormai un tic fastidioso pari al parlare di “comunismo” da parte del Berlusca nei confronti di Franceschini o chi per lui?

Ad ogni modo se la discriminante era non già una proposta politica bensì l’antiberlusconismo, era chiaro che a trarne vantaggio sarebbe stato colui che una proposta politica non l’ha mai fatta per il semplice motivo che l’unica sua attività è quella di segnalare alla magistratura che per definizione i suoi avversari politici sono avanzi di galera. Sì, avete indovinato: sto parlando di Di Pietro e del suo IDV (a quando un’autocritica fraterna e sincera da parte di Gianni Vattimo, Giulietto Chiesa e Franca Rame?).

5. Identitarismo di sinistra. Parte II.

Poco prima delle elezioni ho avuto modo di discutere con elettori di sinistra sia a Roma che a Milano. A Milano, ad esempio, erano disperati perché si sentivano costretti a votare Penati (attuale presidente della Provincia per il centrosinistra) la cui campagna elettorale è stata in sostanza un tentativo di battere a destra la Lega sulla sicurezza.

“Ma perché vi sentite obbligati a votarlo?”, chiedevo ingenuamente. E qui finiva la discussione, perché la risposta era immancabilmente articolata nel modo che segue:

a) Se no si fa un favore a Berlusconi.

b) Tu sei di fatto un neo-qualunquista perché non vai a votare.

c) Le elezioni sono uno dei pochi modi che abbiamo per dire la nostra.

Il punto c) era paradossale in bocca a persone che avevano alzato più di una barricata nella Milano degli anni ’60 e ’70. Il punto b) era una pura provocazione: ammesso che non votare sia una mossa sbagliata, credo che chiunque mi conosca sappia perfettamente che non sono disinteressato alla politica, anzi! Il punto a) era invece la risposta pavloviana dell’identitarismo di sinistra all’unico punto “qualificante” (si fa per dire) del centrosinistra e della sinistra radicale.

Stessa solfa per le europee: “Non so per chi votare. Ma forse voterò Vendola perché ha amministrato bene la Puglia. Come no! Costringendo alle dimissioni un incazzato Riccardo Petrella, presidente italiano del Contratto Mondiale sull’Acqua, da presidente dell’Acquedotto Pugliese, perché schifato dalle politiche vendoliane di cripto-privatizzazione di tale “bene comune”.

Ma tant’è: non avendo più alcuna bussola ci si raccomanda al primo santino che si trova in giro. Si cerca una scusa qualsiasi per autoconvincersi. L’importante è non darla vinta al Berlusca.

Siamo allo sbando!

E stessa solfa a Roma. Stessa disperazione, stesse accuse a chi si voleva astenere (nella fattispecie io), stesso tentativo di cogliere un segno, un volo d’uccelli, una disposizione dei fondi del caffè, per trovare una qualche indicazione per come votare; magari con le lagrime agli occhi o stringendo i denti, ma non bisognava avvantaggiare il Mostro!

Siamo allo sbando!

Insomma, si vota con lo stesso criterio evanescente con cui gli speculatori reinvestono in Borsa: lo 0,0019% in meno di disoccupati USA rispetto alle previsioni (è successo veramente in marzo, per lo meno stando al Sole24ore), un epsilon piccolo a piacere in più di fiducia da parte dei consumatori. Un nulla ontologico, un Unwesen, uno spettro, avrebbero detto sia Hegel che Marx, per giustificare una voglia, un desiderio ormai irrazionale.

Siamo allo sbando!

Se una decisione che richiede per definizione di essere giustificata dalla ragione è invece presa per via del mal di pancia e col mal di pancia, allora è una decisione irrazionale e in quanto tale, nel significato generale, comprensivo, storico e filosoficamente fondato del termine è una decisione reazionaria.

6. La sinistra radicale è, se possibile, ancora più allo sbando dei suoi elettori. O opera immediatamente un riorientamento “gestaltico” (questo sì radicale) o non potrà far altro che morire in un’agonia identitaristica con l’aggravante di fare nel frattempo la servetta sciocca delle forze più filo-USA e del capitalismo più retrivo (caso FIAT docet). Purtroppo temo che al contrario ci sarà un riorientamento del “cadreghino” (trad. it.: “piccola sedia”) per salvare i posticini dei piccoli politici di professione. Vedremo chi si salverà invece da questo ulteriore degrado. L’importante sarà chiamarlo col suo vero nome e non “difesa della democrazia” o “male minore”.

7. Che fare e come fare?

In questo blog è da molto tempo che si discute su una ripresa della lotta anticapitalistica tramite una lotta antiegemonica e antimperialista che in quanto tale deve basarsi su un recupero di sovranità nazionale dopo decenni di subordinazione agli USA. Non starò di certo a ridiscutere in questa sede il perché il termine “sovranità nazionale” faccia venire l’itterizia a chi è convinto che il capitalismo sia un moloch monolitico che sta per prendere le parvenze di un impero sovranazionale delle multinazionali. Se del caso ne ridiscuteremo, ma non adesso. Adesso vorrei invece elencare tre domande esemplari e delicate relative al fattore “nazionale” della lotta anticapitalistica:

A) Come impostare la problematica dei migranti (in particolare il fatto che le emigrazioni sono storicamente utilizzate dai capitalisti per dividere e imperare) senza cadere in trappole razziste e xenofobe?

B) Come portare avanti interessi nazionali senza cadere nella trappola revanscista e nazionalista?

C) Come sostenere le nostre industrie di punta “oggettivamente” antiegemoniste senza:

1) rinunciare al punto di vista anticapitalistico;

2) rinunciare al punto di vista dei dominati;

3) sostenere politiche neo-colonialiste?

Per capire che non si tratta di domande astratte, ricordo che il lettore che si firma “Omeopatia” in un commento ha rammentato che i nostri soldati erano a Nassirya proprio per curare gli interessi dell’ENI. Ma possiamo anche citare i disastri ecologici e sociali provocati dall’Agip nel delta del Niger o in Ecuador.

Le ultime tre domande, come si vede, sono collegate una all’altra e possono assumere una formulazione brutale: una politica di potenza e una politica antiegemonista e anticapitalistica fino a che punto possono convivere senza entrare in rotta di collisione? Le risposte possono essere drammaticamente in alternativa: saremmo disposti a inviare i nostri lagunari a sterminare le popolazioni indigene che mettessero eventualmente in difficoltà ad esempio l’Agip? Perché è questo che fa una politica di potenza.

Personalmente la mia risposta è no, cento volte no, mille volte no! Per un mare di motivi: i tre punti precedenti sono test fondamentali, punti di accumulazione di tutte le inevitabili contraddizioni relative a un ipotetico sostegno in funzione antimperialista e anticapitalista a una politica “nazionale”, perché una tale politica è per sua natura “borderline” (per questo è più comodo per la sinistra cosiddetta “antagonista e di classe” schivarla con cura procurando così disastri certi, ma salvandosi l’anima).

Dobbiamo essere consapevoli fino in fondo che una politica “nazionale” confina con terreni malarici, paludosi, cosparsi di sabbie mobili: la reazione del nazionalsocialismo ai venduti (liberali e socialdemocratici) di Weimar deve essere un campanello d’allarme sempre pronto a suonare.

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SPIAZZATI

by Gianluca Freda (10/07/2008 - 19:34)


“Poena autem vehemens ac multo saevior illis
quas et Caedicius gravis invenit et Rhadamanthus,

nocte dieque suum gestare in pectore testem”.

(E’ una pena atroce, e molto più terribile di quelle inventate dai feroci Cedicio e Radamanto, il portare notte e giorno nel petto il proprio accusatore)

Giovenale, Satira XIII

 

La manifestazione tenutasi l’altro giorno a Roma in piazza Navona, a cui hanno partecipato Di Pietro, Pancho Pardi, Sabina Guzzanti, Rita Borsellino, Beppe Grillo e migliaia di cittadini onesti provenienti da ogni parte del paese, è andata bene. Benissimo. E’ stato stupefacente vedere quanto consenso e quante presenze sia stata in grado di raccogliere un’adunata tenutasi in pieno luglio e in un giorno infrasettimanale, anziché il canonico venerdì. E’ stata una manifestazione vera e viva. Non come le squallide processioni sindacali e partitiche a cui i capigregge paramentati trascinano di tanto in tanto i loro montoni belanti e tosati. Nel passato, ho partecipato a parecchi di questi defatiganti raduni di pecore. Funzionano così: i capi di un partito o di un sindacato organizzano la kermesse nel giorno che precede immediatamente una festa comandata. Di solito un venerdì o un sabato, nel quale proclamano uno sciopero o un’astensione dalle attività lavorative. La proclamazione dell’evento avviene, di norma, nel corso dell’autunno o della primavera, per evitare la legittima e auspicabile concorrenza di skilift e ombrelloni. Questo per assicurarsi la massima presenza e disponibilità possibile di ovini che, in circostanze normali, avrebbero cose più serie da fare. Dopodiché si passa alla fase della precettazione. Pensionati ridotti alla fame vengono convinti a salire su torpedoni malfermi col miraggio di una gita gratuita e di una sosta in Autogrill retribuita. Rappresentanti sindacali di fabbrichette senz’arte né parte si lasciano buttare giù dal letto alle cinque di mattina nella sincera convinzione di sacrificare a Morfeo il proprio impegno per il trionfo della democrazia. Impiegati e avventori di Acli e circoli ricreativi vengono radunati in massa, sul far dell’alba, dinanzi alla più vicina sede Cgil o alla locale sezione di partito e ammassati su autobus variopinti. “Fate questo in nome della libertà democratica” è il mantra con cui le povere bestie vengono condotte stancamente ad esibire i propri corpi per la gloria del potere. “Portate anche i vostri bambini, ingrosseranno le nostre fila”. Ed orde di neonati carrozzati, di impuberi piagnucolanti, di figli e nipoti di cazzoni in buona fede si trascinano sotto la pioggia o il solleone per le strade della città eterna, lungo un percorso rigidamente programmato e presidiato da truci questurini abbigliati come robocop. Sventolano tante belle bandiere. Ascoltano in muta disperazione, affollati sotto un palco, i deliri retorici dei loro carnefici, che mille volte li hanno venduti e mille ancora li venderanno. Poi la messa finisce e tutti tornano stanchi e vuoti alle loro case, con la terribile sensazione di aver sprecato una meravigliosa occasione per un picnic in montagna o una partita a Risiko.

Questa merda, nel gergo orwelliano dei caprai celebranti, viene chiamata “libertà di manifestazione”.

Martedì scorso, per una volta, non è stato così. Le persone che hanno affollato Piazza Navona lo hanno fatto in pieno luglio, in un martedì lavorativo, senza pressioni né ricatti morali. Lo hanno fatto perché cominciano ad aprire gli occhi e dei caprai e delle loro auto-celebrazioni ammuffite iniziano a non poterne più. Sarà stata anche una manifestazione inutile, come vanno cianciando quelli che sono rimasti a casa, nell’incrollabile convinzione che l’aderenza dei loro culi al divano del soggiorno rappresenti invece un atto di portata rivoluzionaria. Sicuramente è stata una manifestazione bella a vedersi e in grado di scompaginare il quadro politico. Non ho mai visto il culo di un chiacchierone da tinello scompaginare nient’altro che le riviste glamour su cui si era pesantemente assiso.  

Ma il successo più grande è stato l’aver suscitato l’ira dei caprai. I giornali di questi giorni sono tutti una babele di strepiti, accuse, minacce e cacofonici isterismi. “La manifestazione di piazza Navona è stata un regalo a Berlusconi”, bercia con inverosimile faccia di tolla il capo del partito che a Berlusconi ha regalato tutto, ma proprio tutto: impunità, leggi ad personam, bicamerali, tutela delle sue emittenti becere e illegali, indulti, credito politico... gli hanno regalato perfino la propria dignità e quella dei propri elettori, riconoscendolo come interlocutore attendibile e intonando peana alle larghe intese fino all’altroieri. Gli hanno regalato la stessa esistenza politica: Berlusconi non sarebbe mai neanche approdato alla scena istituzionale senza un’opposizione così indignitosa, corrotta, fraudolenta e repellente. Senza il loro marciume, che disgusta i tre quarti degli elettori di questo paese, a fare da contraltare, Berlusconi non sopravviverebbe dieci secondi. "Se ieri avessi deciso di portare il Pd in piazza Navona”, aggiunge con orgoglio il grande stratega, “oggi il partito sarebbe un cumulo di macerie". Cazzo, per un pelo! Guardatelo ora il PD com’è integro e robusto. Basta dare un’occhiata ai forum su internet, pieni di ex elettori di sinistra che annunciano la richiesta di asilo politico presso IdV, per rendersi conto che il PD è molto peggio che un cumulo di macerie. E’ un mostruoso falansterio fatiscente e pericolante, che i suoi inquilini non si decidono a demolire solo perché non saprebbero dove scappare e che rischia di rovinare da un momento all’altro sulla strada sottostante, travolgendo quel poco di paese che è rimasto in piedi. “O con noi o con Grillo”, sbraita il quattrocchi, come se la scelta, a questo punto, fosse problematica. Forse non si è reso conto di non avere più la forza elettorale né morale di imporre degli aut-aut. Forse non si è accorto di aver creato all’interno dello stesso organismo del suo partito la forza critica che lo sprofonderà negli abissi del nulla.

No, non parlo di Di Pietro, che sta saggiamente meditando di saltare giù al più presto dal treno scassato di una coalizione in corsa verso il baratro. Veltroni, grande genio della realpolitik, medita di sostituire i voti perduti con il distacco dell’ex magistrato con quelli di Casini. Come creda di far digerire una scelta simile ai suoi elettori è un mistero orgiastico che ha una risposta solo nel delirio lisergico del suo inconscio e – forse – nell’idiozia terminale di un branco di ex comunisti allo sbando che hanno deciso di gettare alle ortiche gli ultimi scampoli di dignità. No, non è Di Pietro l’accusatore integrato che il PD si porta in seno. Sono proprio i suoi seguaci – siano essi ciechi o disperati – che lo distruggeranno, facendo a pezzi il corpo che li ospita come un’orda di cellule cancerose incontrollabili.

Per chiarire il concetto, vorrei fare un parallelo con la dissoluzione del fascismo, che in un discorso sul PD capita proprio a fagiolo. Il fascismo, checché ne dicano i sussidiari, non fu sconfitto dagli alleati, né tantomeno dalla Resistenza (che ebbe un valore morale altissimo, ma per altri motivi). Il fascismo collassò su se stesso per la sfiducia, la rabbia e lo sbando degli stessi fascisti, dico quelli duri e puri, quelli che a parole continuavano a ciarlare di fedeltà al partito e di inevitabile vittoria. E’ difficile aver ragione di un nemico quando il nemico è quello che vedi guardandoti allo specchio. Il 5 maggio 1943 Mussolini silurò Galeazzo Ciano dal Ministero degli Esteri, relegandolo presso l’ambasciata vaticana e assumendo personalmente la titolarità del dicastero; allo stesso tempo allontanò Dino Grandi dal governo destinandolo alla presidenza della Camera. Nascevano in seno al duce i primi Arturo Parisi, i primi Furio Colombo. Cioè i furbi, quelli che si accorgono che la baracca sta per crollare, non hanno le palle per uscirne ma iniziano a guardarsi in giro.

Il 24 giugno si tenne a Palazzo Venezia la riunione mensile del Direttorio del PNF. Parlò il segretario, il povero Scorza, con il tipico trionfalismo magniloquente di chi vede l’approssimarsi di una tempesta. Parlò dei numerosi iscritti al partito, che avevano raggiunto la cifra di 4 milioni e 770.000 persone. “Ma le cifre hanno un valore assoluto solo se rappresentano spirito e volontà”, avvertì il poveretto. “E la volontà e lo spirito che animano le forze inquadrate sotto i segni del Littorio si chiamano fedeltà, disciplina, resistenza, vittoria!”. Scorza parlava a una platea la cui fedeltà era rappresentata da Ciano e da Grandi; la cui disciplina, a un mese dall’evaporazione del regime, non è difficile da immaginare; e la cui fiducia nella resistenza e nella vittoria era così forte dopo la disfatta in Africa che lo stesso Mussolini, non sapendo più come giustificare la sua plateale incapacità, si diceva felice che la guerra facesse soffrire il popolo, perché le sofferenze avrebbero rinvigorito il carattere della stirpe italica.

La notte tra il 9 e il 10 luglio le sofferenze rinvigorenti si intensificarono e in Sicilia sbarcarono le prime truppe anglo-americane. “Non teniamo più!”, telegrafò il vigorosissimo sottosegretario agli Esteri Bastianini all’ambasciata italiana di Berlino, supplicando l’ambasciatore Alfieri di chiedere a Ribbentrop l’invio di truppe e aerei tedeschi a rinforzo. Ma Ribbentrop si diede malato. Sono cazzi vostri. Noi abbiamo già i nostri problemi. Il regimetto italiano si sfarinò in conseguenza dello sfarinarsi del grande regime germanico che lo aveva protetto. Oggi, se diamo un’occhiata oltreoceano, possiamo vedere i neocon americani fuggire verso le colline portandosi dietro, ammassata alla rinfusa in un sacchetto del rudo, l’ideologia neoliberista che ne giustificava il potere. Che ne sarà dei servi dei gerarchi (Veltroni in primis) ora che i gerarchi si danno alla macchia? Se la storia ha davvero i suoi corsi e ricorsi, fosse pure a grandi linee, io un’idea inizio ad averla.

Questo sgretolarsi del partito fascista fu dovuto, in primis, all’annacquamento dei suoi valori morali di base. Il PNF era ormai un carrozzone in cui si trovava di tutto: nostalgici della marcia su Roma accanto a notabili cattolici e demoliberali, elementi della sinistra e perfino “posizioni comunistoidi”, come dirà esterrefatto Mussolini al prefetto Dolfin all’atto della fondazione della Repubblica di Salò. “Qualcuno”, si sbigottiva il duce, “ha perfino chiesto l’abolizione, nuda e cruda, del diritto di proprietà!”. Non penso ci sia bisogno di sottolineare i parallelismi con la congerie arlecchinesca di cui è a capo il duce occhialuto. Sottolineo solo una differenza: il capo spirituale del fascismo aveva ancora, almeno lui, un’idea piuttosto precisa di quali fossero i valori che del fascismo avevano fatto la grandezza; si meravigliava e si doleva della deriva morale del suo partito, pur rifiutando di accettarne la responsabilità. Posso dirlo? Rispetto a Veltroni, Mussolini aveva, sul piano morale e intellettivo, almeno due marce in più.  

Il 24 luglio il Gran Consiglio del Fascismo decise di togliere di mezzo il duce. Dino Grandi raccolse il sostegno dei fascisti moderati, come Federzoni, e anche degli esponenti della “sinistra fascista”, come Bottai e Ciano. Ivanoe Bonomi, vecchio antifascista, offrì il proprio appoggio, riunendo intorno a sé il fior fiore del vetero-antifascismo. La mozione di Grandi per la liquidazione di Mussolini passò a larga maggioranza, con 19 voti favorevoli, 7 contrari e un astenuto (Suardo). Il 25 luglio il re convocò Mussolini per un colloquio e vigliaccamente, a sorpresa, lo fece trarre in arresto. Nessuno mosse un dito. Le camice nere rimasero inerti. L’intera struttura del Partito si sgretolò in silenzio, senza che nessuno provasse a opporre la minima resistenza. Nessuno provò nemmeno a organizzare uno straccio di controgolpe: gli uomini che avrebbero potuto guidarlo (Farinacci, Preziosi, Pavolini, Ricci, perfino il figlio maggiore del Duce, Vittorio) si erano già dileguati. Il resto è storia.

Storia che si ripete.

Anche la caduta del fascismo fu preceduta da grandi manifestazioni (gli scioperi del marzo ’43). Scioperi che non furono certo la causa diretta del crollo, ma ne furono il segnale. Volevano dire che la società non accettava più il fascismo e che stava per verificarsi una “saldatura” tra le masse e gli interessi industriali e finanziari che non si sentivano più tutelati. I vecchi sostenitori del regime, abbandonati a se stessi, ne diventavano i carnefici. Accusatori in pectore. Il fascismo, dal canto suo, non seppe rispondere a queste manifestazioni se non con i consueti strumenti, ormai spuntati e ridicoli: la censura, gli arresti, le minacce, le intimidazioni, i “dopo di me il diluvio”.   

Proprio come hanno fatto i politici e i loro organi di informazione verso la manifestazione di piazza Navona: strepiti e minacce, falsità ed anatemi, ingiurie e minimizzazioni (“100.000 persone? Ma nooo, saranno state al massimo 20 o 30mila”; e quand’anche fosse?). Nell’imminenza della sua fine, ogni casta di potere diventa il fantasma di se stessa, un fatalismo imprudente e prepotente si impossessa dei suoi capi e dei suoi lacchè. Nessuno riesce più a distinguere la malattia terminale dal suo sintomo esteriore. Si attaccano Di Pietro, Travaglio e la Guzzanti come se, zittiti loro, la Casta potesse tornare ai bei tempi andati: quelli in cui dava tranquillamente a bere al pubblico che la democrazia è il migliore dei sistemi possibili, l’alternativa politica è il suo vessillo e il presidente della Repubblica è un bravo ed onest’uomo, garante dei nostri diritti. Credono che la fiducia nelle istituzioni, una volta crollata, possa essere sostituita dalla spietatezza repressiva delle istituzioni. Non capiscono che, come diceva Jedel Andreetto, la stessa passività rassegnata che hanno indotto nei cittadini (ridotti a massa decerebrata) rende ormai impossibile terrorizzarli. Non puoi terrorizzare qualcuno i cui riflessi non reagiscono alle sollecitazioni. Soprattutto se quel qualcuno è la tua massa di riferimento, la colonna portante, lo zoccolo duro del tuo apparato di potere. Soprattutto se quel qualcuno sei tu.  

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TACI: IL NEMICO TI ASCOLTA

by Gianluca Freda (18/06/2008 - 21:38)


“Soltanto l’ingiustizia può abolire l’ingiustizia
Non nessuna parola abilmente pronunciata”

(Giovanni Giudici, L’appello, da “O Beatrice”)
 

“Toh, è tornato Berlusconi al governo?”. Così un astronauta appena tornato da Marte, dopo esservi rimasto due anni ad istruirsi sulla lingua delle popolazioni locali, commenterebbe la lettura dei titoli dei giornali di questi giorni. Non avrebbe alcun bisogno di conoscere gli eventi politici ed elettorali degli ultimi mesi. Gli basterebbe dare un’occhiata superficiale ai soli titoli di prima pagina, che parlano di “legge salva-premier”, di “opposizione che lascia l’aula”, di “disappunto del Presidente della Repubblica” per capire che è tornato in città, tale e quale, il malinconico teatrino che ha accompagnato la vita del paese per tutto il quinquennio 2001-2006.

Il copione è lo stesso di sempre. Berlusconi va a Palazzo Chigi e, all’improvviso, si sente artefice delle gloriose sorti e progressive di questa repubblica di cialtroni. Vuole poter fare a modo suo. Ma si sente limitato. Non tanto dai manovratori finanziari internazionali (per lo più USraeliani) che decidono ogni aspetto della politica italiana in apposite, ristrettissime riunioni di vertice. Contro costoro Berlusconi non assume alcuna iniziativa, anzi si sdilinquisce in profondi inchini e zuccherosi salamelecchi. Sono loro i padroni d’Italia e Berlusconi, da buon maggiordomo italiano, sa bene che ai padroni bisogna sempre portare rispetto. Ciò che gli fa rabbia e paura sono gli altri maggiordomi, quelli della coalizione rivale. I padroni trattano questi ultimi da interlocutori affidabili e privilegiati. Li invitano al Bilderberg. Donano loro posizioni di grande rilievo nelle istituzioni europee. Affidano a loro tutte le leggi e misure di polizia attraverso le quali ridurre l’Italia al silenzio e all’impotenza. Affidano a loro anche il compito di tenere sotto controllo il maggiordomo appena assunto (Berlusconi), che è sì marcio e corrotto fino al midollo (dunque ricattabile e manipolabile), ma anche troppo ricco e imprevedibile per essere considerato leale. Lui, poveraccio, si fa in quattro per guadagnarsi il plauso dei boss: accetta nella sua coalizione giudei sanguinari ed esaltati come Fiamma Nirestein, impone ai suoi organi mediatici una linea rigorosamente filoisraeliana, nomina il sionofilo Franco Frattini agli affari esteri, militarizza le città, favorisce ed esalta la corruzione politica, offre agli imprenditori mafiosi e collusi inceneritori e  discariche senza controlli su un piatto d’argento. Ma niente da fare, i boss continuano a preferire i maggiordomi “rossi”, servi di provata e antica fedeltà al Nuovo Ordine prossimo venturo. Allora Berlusconi – seguendo un copione consolidato – perde le staffe. Ah, non mi apprezzate? Volete fottermi? E io mi faccio una legge per sottrarmi al ricatto dei vostri camerieri! Vediamo chi la vince, vediamo!

Nascono così le leggi Gasparri, Cirami e Pittelli, i lodi Schifani, le leggi salva-Previti e salva-Dell’Utri, che tengono il povero cristo impegnato l’intera legislatura a lottare contro i suoi sorveglianti. Le gloriose sorti e progressive sono dimenticate. L’azione di governo si trasforma in una disperata e infinita partita a scacchi per sfuggire all’accerchiamento. Nella sua inenarrabile avidità e stupidità, l’uomo permette al suo stesso putridume morale di tenerlo inchiodato nell’angolo, affannato a difendere un impero mediatico tanto osceno quanto obsoleto, che – con lo sviluppo di internet – sarà pronto per il museo tra qualche anno. Così la corruzione degli uomini si trasforma nella loro catena e la storia dei duci italiani è anche la storia – e la condanna - di ogni italiano. 

E’ questo l’oscuro potere dell’apparato capitalista: il potere di mutare ogni sogno di gloria, per quanto perseguito con fatica, in un’arma perennemente puntata alla tua testa. Scriveva Franco Fortini: “Oppressori e sfruttatori (in occidente, quasi tutti; differenziati solo dal grado di potere che ne deriviamo), con la non-libertà di altri uomini si pagano l’illusione di poter scegliere e regolare la propria individuale esistenza”. Berlusconi credeva di poter regolare le sorti del paese modellandole a sua immagine e somiglianza. Invece non farà altro che lottare, per altri cinque anni e probabilmente fino al termine dei suoi giorni, per salvare la sua “roba” dalle trappole orchestrate dai suoi padroni per tenerlo in riga.

Questo spettacolo, piuttosto desolante, è spesso vivacizzato dall’entrata in palcoscenico di alcune comparse che tengono sveglio il pubblico con esibizioni ludiche di olimpionica faccia tosta. Ne è un esempio l’articolo di Giuseppe D’Avanzo, pubblicato oggi su Repubblica, che lancia acuti guaiti e latrati di disperazione contro l’attacco alla democrazia (non ci metto più neanche le virgolette, trattandosi di un sistema che mi dà ormai i rovesci di stomaco al solo sentirne il nome) rappresentato dalla legge sulle intercettazioni, attualmente in discussione in Parlamento. D’Avanzo, noto pasdaran dei maggiordomi di prima fascia, scrive:

“”Una rassicurante frustrazione" è la passione dominante in Italia, sostiene Giorgio Agamben. E’ il sentimento che prova chi è stato espropriato delle sue capacità espressive, è l'impulso di chi, "senza avere nulla per tirarsene fuori", si consegna a un silenzio dinanzi all'"intollerabile". E’ insostenibile in Italia lo stordito consenso a questa riduzione al silenzio, la quieta accettazione del vuoto di parole di un intero popolo di fronte al proprio destino.

Non c'è dubbio che contribuiscano a questo sentimento il disincanto delle élites, la debolezza dell'opposizione politica, il rumore dei media, la narcosi di un corpo sociale frastornato da una comunicazione nebbiosa, truccata, prepotente. Per l'ultima prova di forza di Berlusconi - un déjà vu - non accade nulla di diverso.”

Ma senti senti da che pulpito viene la predica sulla “riduzione al silenzio”. D’Avanzo è l’articolista di punta di un giornale che si è sempre distinto per la censura di tutte le notizie di un qualche interesse collettivo e politico. Ha zittito con risate di scherno il lavoro compiuto, spesso a rischio della carriera o della pelle, dai ricercatori della verità sull’11 settembre, quelli che D’Avanzo chiama con disprezzo “complottisti”. Ha messo la museruola alle ricerche sui brogli elettorali italiani del 2006 e a quelli americani del 2004. Incita senza sosta al linciaggio contro i “negazionisti” e un anno fa fu tra i principali apologeti dell’assalto a Robert Faurisson alla conferenza di Teramo. Chiama “antisemita” chiunque provi a denunciare la ferocia di Israele e il suo influsso malefico sull’economia e la politica degli stati europei. Se non trova “antisemiti” in giro contro cui aizzare i cani, se ne inventa qualcuno dal nulla, come accadde qualche mese all’autore del blog che Repubblica trasformò, con argomenti falsi e vergognosi, in un mostro da sbattere in prima pagina. Ha zittito ogni voce sull’esistenza del Trattato di Lisbona, evitando accuratamente di informare i suoi lettori su un provvedimento truffaldino che avrà effetti devastanti sulle loro vite. Ha taciuto sulle clamorose proteste (potete vederne una nel filmato qui sotto) avvenute all’interno dello stesso Parlamento Europeo all’atto di ratifica del trattato. Oggi tace sulla presa di posizione del presidente ceco Vaclav Klaus, che sul referendum irlandese ha detto: «I risultati sono, voglio sperare, un messaggio chiaro per tutti. E’ una vittoria della libertà e della ragione su progetti elitari artificiali e sulla burocrazia europea. Il progetto di trattato di Lisbona è finito oggi, con la decisione degli elettori irlandesi, e la sua ratifica non può continuare». Gli argomenti più gettonati su Repubblica sono: il terrorismo (dove sarà Osama?), l’antisemitismo (che brutto, che brutto!), il calcio (alèèè, l’Itaglia ha battuto la Spagnaaa...o era il Lussemburgo, boh...), il gossip (sapevate che il tenente Sulu di Star Trek è gay e sta per sposarsi?) e ovviamente la malvagità di Berlusconi.

Ora, vorrei dirlo con la massima serenità intellettuale: Berlusconi non è malvagio. Non più della media, almeno. E’ solo un italiano corrotto, corruttore, evasore, dedito alla piaggeria verso i potenti e all’abuso del potere che gli è stato conferito anziché al suo esercizio a vantaggio della collettività. Un italiano normale. Non diverso, in questo, dalla stragrande maggioranza degli italiani. Non diverso dai giornalisti di Repubblica, che utilizzano il loro potere nell’informazione per mettere a tacere le notizie sul Trattato di Lisbona e linciare gli irlandesi che lo hanno respinto, propinando però ai lettori corposi reportage sulle nozze Briatore-Gregoraci (io non ho ancora capito chi cacchio siano questi due, sarà che non leggo abbastanza Repubblica).

Berlusconi è solo un italiano come tanti. Uno dei tanti italiani che in un paese “normale” (usiamo questo termine per indicare una moralità pubblica di livello tollerabile) marcirebbe da tempo in un braccio di Regina Coeli, accanto alle celle di Prodi e Veltroni, di fronte a quelle di D’Avanzo e Scalfari. E in un paese “civile” (uso questo termine per definire una moralità pubblica di livello medio-alto, come ad esempio quella dell’Iran) finirebbe sforacchiato da un plotone d’esecuzione con l’accusa di Alto Tradimento, insieme ai compagni suddetti; per la gioia dei bambini, per i quali l’esecuzione di questi indegni figuri, opportunamente allestita nelle aree ricreative degli istituti scolastici o nei parchi-giochi durante le feste di compleanno, rappresenterebbe un’esperienza di alto valore educativo e formativo. Berlusconi pensa come l’italiano medio, è ignorante come l’italiano medio, corrotto e donnaiolo come l’italiano medio, considera il “posto” un privilegio personale e non un pubblico ufficio come l’italiano medio. L’italiano medio non è affatto stato “zittito” come guaisce D’Avanzo. E’ vivo e loquace, sta con Berlusconi e lotta insieme a lui. D’Avanzo compreso. 

Non è vero che, sul problema delle intercettazioni, gli italiani siano “ridotti ad uno stordito silenzio”. Basta sentire come latra D’Avanzo, articolista di un giornale che senza le intercettazioni non disporrebbe più del potere vicario di controllo sulla politica e di ricatto verso i comuni cittadini. Ricordate le “inchieste sui pedofili” (citate dallo stesso D’Avanzo nel prosieguo dell’articolo) che erano servite a Repubblica per infamare persone del tutto innocenti e diffondere nell’opinione pubblica paura e psicosi?

Basta ascoltare le tardive e isteriche sceneggiate dei compagni di merende del PD (Veltroni e Napolitano in primis) che fino a ieri celebravano – col sostegno della stampa – la gloria imperitura delle larghe intese e oggi tremano alla prospettiva di perdere il loro potere di ricatto sull’avversario. Non tace neppure la maggioranza degli italiani, che applaude e approva il provvedimento berlusconiano.

Non taccio neppure io, che provo schifo, fino ai conati, per un presidente del consiglio che si fa leggi su misura per sfuggire alla meritata galera. Ma il fatto è che le intercettazioni, in Italia, non servono affatto a mettere in galera i corrotti. Se così fosse, sarebbero da difendere a costo della vita. Invece nessun potente è mai finito in gattabuia in virtù di un processo, quali che siano le prove raccolte a suo carico e comunque siano state raccolte. Le intercettazioni, in questo paese, sono, nella migliore delle ipotesi, solo uno strumento di ricatto verso quei politici-maggiordomi che rifiutino di conformarsi alle direttive dell’elite bancaria e finanziaria che sta riprogettando il mondo a tavolino. Tu sgarri o pretendi troppa autonomia, e il giorno dopo la tua conversazione telefonica con l’amante o con il commercialista compare in prima pagina su Repubblica, con l’indignato commento di D’Avanzo. Nella peggiore delle ipotesi, le intercettazioni servono a diffondere nell’opinione pubblica la paura dell’inesistente (i pedofili) o a infamare le vittime di qualche strage di stato (ricordate le telefonate dei genitori di Carlo Giuliani pubblicate da Libero in occasione dell’apertura del processo ai massacratori della Diaz?).

Le intercettazioni servono a ricattare – con la complicità della stampa di regime – quei politici disobbedienti all’elite e “deboli” (nel senso che non sono tutelati direttamente dai loro burattinai e devono proteggersi coi loro mezzi, come il nano nazionale). Servono a rimettere in riga, a spegnere ogni pericolosa istanza critica verso il progetto elaborato dai nuovi padroni del mondo usraeliani. I politici “forti” (cioè i maggiordomi di prima fascia, come gli uomini del PD) non temono le intercettazioni. I loro accusatori, per quanto corpose siano le loro indagini preliminari e le intercettazioni su cui sono fondate, vengono zittiti con la rapidità del lampo. Non c’è bisogno di leggi ad personam. Il magistrato che indaga sui favoriti dell’elite occulta si vedrà sottrarre l’inchiesta con i pretesti più assurdi. Verrà attaccato e disonorato dalla stampa. Riceverà telefonate ed e-mail di minaccia contro familiari e parenti. I suoi beni immobiliari verranno dati alle fiamme, i suoi genitori moriranno in un misterioso “incidente”, stampa e TV lo chiameranno “esaltato”, infine verrà trasferito dal CSM per incompatibilità. Clementina Forleo e Luigi De Magistris dovrebbero saperne qualcosa. I potenti, quelli forniti di protezioni di alto livello, dormono comunque tra due guanciali, con o senza telefoni sotto controllo. E’ la piccola malavita, di cui Berlusconi è il simbolo nazionale, che si preoccupa. E reagisce come può, credendo – beata ignoranza – che il problema si possa risolvere prendendo in ostaggio il Parlamento e pretendendo, in cambio del suo rilascio, un certificato di eterna impunità. Ovviamente non funzionerà. I processi contro Berlusconi continueranno a proliferare e altre legislature andranno perdute nel tentativo di sottrarsi alle (giuste) condanne. Berlusconi dovrà rassegnarsi ad essere un maggiordomo di serie B e ad ubbidire non solo ai padroni di casa, ma anche ai maggiordomi delegati. Certo, potrebbe semplificarsi la vita diventando onesto. Sospendere gli intrallazzi, rinunciare a pagare giudici in cambio di sentenze favorevoli, smettere di nominare presidenti della RAI in cambio della fornitura vitalizia di puttane aspiranti alla gloria catodica. Sarebbe la soluzione più semplice: combattere l’immoralità altrui con la propria moralità personale anziché con un’immoralità di pari livello. Ma sarebbe umiliante per un Duce che aspiri ad essere amato dal popolo. Così poco italiano.

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MONNEZZA DI STATO / 2

by Gianluca Freda (27/05/2008 - 14:18)


SPAZZATURA D’OCCIDENTE
dal sito Il Consiglio dell’Abate Vella
(Mille grazie al lettore Alfonso Vellucci per la segnalazione)
 

Il 13 marzo 2007 Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia, fu ascoltato dalla commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse.

Il testo dell'audizione (reperibile in rete) offre uno spaccato preciso dell'argomento. Vediamo di inserirlo nel contesto della attuale situazione di crisi del napoletano.

Una prima sintesi del fenomeno si trova alla pagina 5:

«Osservando, però, l’evoluzione di questo mercato, abbiamo notato che, accanto agli esponenti delle famiglie mafiose, il mondo dei rifiuti si è andato popolando sempre più di una varietà di soggetti che, nella gran parte dei casi, non ha un precedente criminale, ma si collega con i criminali.

L’impressione generale suggerisce che il grosso affare dell’emergenza rifiuti non sia semplicemente il frutto di un'attività criminale occasionale, ma sia legato a un preciso orientamento di alcuni settori del mondo produttivo, sia locale che nazionale, desiderosi – com’è logico per qualsiasi impresa – di ridurre i costi attraverso una costante violazione delle regole del gioco e, di conseguenza, di aumentare i propri profitti.»

L'emergenza rifiuti è da considerarsi un affare in sé. Non è da vedersi solo nell'ottica della conseguenza di determinati traffici che hanno colmato le discariche (abusive o legali) della Campania. Questo “affare” dell'emergenza rifiuti poi non è gestito esclusivamente dalla criminalità organizzata, ma in modo sempre più invasivo anche da soggetti esterni a questo mondo.

A questa dichiarazione però sembra non essere dato seguito nel corso dell'audizione. Poi poco più sotto Grasso dice qualcos'altro che merita attenzione:

«Un breve accenno va fatto ai termovalorizzatori (...). La questione dei termovalorizzatori è molto dibattuta. In merito, ci sono molte pressioni da parte di Legambiente che non considera la soluzione scelta la migliore che si potesse adottare, soprattutto – e questo forse è il punto – senza prevedere una selezione dei rifiuti a monte e un riciclaggio degli stessi. In quest’ottica, il termovalorizzatore dovrebbe essere usato solo per il residuo. Si tratta, comunque, di scelte discrezionali su cui non possiamo intervenire, dovendo limitarci ad accertare se si verificano reati nel momento in cui si pongono in essere queste soluzioni.»

La dice in modo che sembrerebbe casuale e ribadendo che queste sono scelte discrezionali, sulle quali non si può intervenire giuridicamente. Eppure se la esprime in questi termini legandola alla raccolta differenziata (ed aggiungendo un rafforzativo “e questo è forse il punto”) vuol dire che la considera parte integrante del discorso. Una divagazione che avrebbe dovuto suscitare curiosità nella commissione. E forse Grasso divaga sperando di suscitare quella curiosità. Ma il discorso cade, e nessuno della commissione crede di dovere approfondire.

Ma mentre a Napoli esplode la protesta dei cittadini, spunta fuori una notizia che potrebbe spiegare il motivo di “quel breve accenno su scelte su cui non possiamo intervenire”. La magistratura di Terni sequestra l'inceneritore cittadino. Motivo? Pare che lì si bruciassero rifiuti tossici:

«La magistratura tuttavia vuole verificare se tra i rifiuti inceneriti possano essere capitate sostanze nocive o [addirittura, ndr] radioattive»

A questo punto la volontà di costruire inceneritori che brucino tutto senza selezione dei rifiuti a monte (come ad esempio si vorrebbe fare in Sicilia...) diventa ancora più sospetta.

Nascondere i rifiuti tossici in una discarica in mezzo a rifiuti normali non vuol dire farli sparire. Sono sempre lì. Sarebbe semplicissimo analizzarli e risalire all'origine di quei rifiuti. Anzi è stato già fatto. Il “seppellimento” non è più un metodo così sicuro.

Si potrebbero mandare nei paesi nel terzo mondo, come fa TUTTO l'occidente. Ma questa via, anch'essa non più tanto sicura essendo il trucco oramai svelato (e Grasso ne parla nella stessa audizione), potrebbe rivelarsi comunque più costosa dell'incenerimento quasi in loco.

Inoltre i volumi di rifiuti tossici da fare scomparire in Italia ed in Europa aumenteranno esponenzialmente nei prossimi anni. Se fino a poco tempo fà questo (insieme al traffico di clandestini da destinare al lavoro nero nelle fabbriche) era un affare per pochi imprenditori senza scrupoli con le giuste connessioni, ora a causa dell'avanzata cinese e del crollo economico occidentale è diventato la discriminante a seconda della quale un'azienda veneta (tanto per fare un esempio tra quelli riportati sempre nella stessa audizione...) potrà sopravvivere ovvero dichiarare fallimento.

Gli interessi dietro all'emergenza rifiuti e di conseguenza dietro la costruzione degli inceneritori sono così più chiari di quello che potrebbe sembrare. In mezzo ci sono non solo le grosse imprese che dovrebbero costruirli (Impregilo su tutte), ma anche l'intero sistema produttivo del nostro paese e non solo, visto che pare in Campania si siano trovati anche rifiuti provenienti dall'estero (Vedi che furbi i tedeschi? Scambiano i loro rifiuti nocivi con le nostre ecoballe, e per giunta li paghiamo per questo. Un doppio guadagno: “trasi munnizza e nesci oro”, staranno dicendosi in teutonico dialetto...).

E la criminalità organizzata locale e già pronta al salto, come deduciamo sempre dalla stessa audizione:

«Si tratta quasi sempre di imprese che in passato si occupavano di trasporto terra e che si sono riciclate nel più remunerativo settore della gestione dei rifiuti.»

Se ora la criminalità si occupa di gestione complessiva dei rifiuti, la destinazione finale di questi rifiuti non è più decisiva, anche perchè la “camorra” potrebbe arrivare ad ottenere la gestione stessa degli inceneritori. E dopo l'incenerimento niente più tracce: anche quando si dovessero registrare anomalie nelle emissioni sarebbe impossibile risalire all'origine del rifiuto tossico.

L'affare dell'emergenza rifiuti nasce da lontano: il campo le è stato preparato pazientemente.

Ed ora interpretiamo la crisi campana in base a quanto detto.

Per capire quello che sta succedendo basta notare che Bassolino è ancora al suo posto. Nessuno ne parla più sui giornali, di Bassolino. E nessuno fa caso al fatto che la soluzione proposta dal governo Berlusconi è la stessa identica di quella proposta dal governo Prodi. Quindi tutti gli interessi di cui sopra sono ancora al loro posto e di conseguenza al suo posto rimane lo stesso Bassolino, che la “crisi” ha magistralmente provocato tramite ritardi e calibratissime inefficienze.

Ed allora, visto che le proteste continuano, non ci vengano più a raccontare balle dicendo che è la camorra che soffia sul fuoco della rivolta popolare. Sarebbe come dire che lo stato sta combattendo la mafia. Per giunta tutto lo stato compatto, da destra a sinistra, e con tutte le sue istituzioni. Per la prima volta da 150 anni a questa parte. Ma chi vogliono fare fessi?

L'interesse della camorra è proprio nella costruzione degli inceneritori, e momentaneamente nella riapertura delle discariche (dove li staranno gettando i rifiuti tossici in questo periodo?) come sempre coincidente con quello di certi “poteri forti” esterni al territorio da essa controllato.

Rimane solo una cosa da capire. Forse la più importante. Vorremmo tanto credere che le rivolte del napoletano siano pura e semplice rabbia popolare. Fino alle elezioni si poteva pensare che dietro ci fossero elementi di centro-destra. Ma ora non possiamo pensarlo più. Eppure ci sembrano troppo forti e troppo bene organizzate per dire che sia il “popolo” ad autogestirsi.

E se tutti i poteri “occidentali” si sono raggruppati preoccupati dallo stesso lato (come detto, al punto da mettere da parte le sacrosante critiche a Bassolino) vuole forse dire che qualcun altro è entrato in gioco? Ma chi? Chi è che “aizza la massa”, nelle parole di Gasparri, se tutti la stanno combattendo?

La situazione campana è in qualche modo da mettere in relazione con i pesanti dissidi occorsi in questi giorni in Sicilia tra l'MPA-UDC e Berlusconi? La chiusura forzata (ed illegale) della discarica di Bellolampo vicino Palermo oltre ad essere una minaccia per Lombardo, serve anche a confermare ai diretti interessati che le due cose sono in qualche modo collegate?

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MONNEZZA DI STATO

by Gianluca Freda (25/05/2008 - 23:07)


LA DEMOCRAZIA DEI MANGANELLI
di Florizel
dal sito www.luogocomune.net
 

“Hanno sfasciato la testa a mio fratello!” “Hanno manganellato mia madre!” "Ci vogliono massacrare tutti!" “Si sono portati via papà!”

No, non sono gli incubi di un rifugiato cileno, ma sono le frasi, angosciate e incredule, che hanno accolto chi come me ieri sera è accorsa a Chiaiano, dopo che si era diffusa la notizia di un improvviso assalto ai presidianti da parte delle forze dell’ordine.

Bertolaso lo aveva detto: "Non guarderemo in faccia a nessuno". E così è stato: non ha guardato in faccia nemmeno la legge, facendo intervenire i poliziotti prima ancora che entrasse in vigore il già discutibile decreto legge che lo autorizzava a farlo.

Giungendo al presidio, molta gente che tornava indietro dopo le cariche ha raccontato di una violenza gratuita ed immotivata; andando avanti, lo scenario che si è aperto ai nostri occhi è stato quello di Genova e di Napoli del 2001: un enorme cordone di agenti in tenuta antisommossa che fronteggiava cittadini a mani alzate, ed un autobus messo di traverso, affiancato alle barricate, ad impedire l’avanzata delle forze armate verso le cave.

Le cariche di ieri sera hanno colto praticamente di sorpresa tutti i presidianti, che da settimane hanno il loro punto di incontro in un angolo della rotonda "Titanic". Come ogni sera, alle 18 di ieri era prevista un'assemblea del comitato per discutere il da farsi, mentre si aspettavano notizie del decreto firmato in serata dal presidente Napolitano.

Invece sono arrivate le botte. Cieche, violente e indiscriminate, per tutti.

Ovunque le popolazioni hanno difeso il proprio territorio dai veleni del potere, ovunque gente comune di ogni età ed estrazione sociale ha denunciato illegalità e soprusi e mostrato determinazione e conoscenza di come stiano realmente le cose (con l’accusa di “disfattismo” nonostante siano state avanzate valide proposte alternative) i manganelli dello "stato democratico" si sono abbattuti violentemente su donne, anziani, e perfino bambini, inermi.

Di fronte a quelle centinaia di “divise”, vi assicuro, non si sa mai bene dove comincia la rabbia e dove finisce la paura. Ma si resiste. Il coraggio ti viene dalla consapevolezza che la “vita” non è lì, tra il fumo dei lacrimogeni e le menzogne di una politica che falsifica ed infetta ogni attimo delle nostre esistenze; ma nelle storie, una ad una, di persone che si è imparato a conoscere e ad amare.

Molti i contusi fra la popolazione, alcune persone portate in ospedale per malore, 6 arrestati. Per tre di loro ci sarà in mattinata un processo per direttissima.

Il decreto però è scattato solo dopo la mezzanotte di ieri, per cui gli unici reati contestati sono “resistenza e lesioni a pubblico ufficiale”: qualche giovane “agente” bardato di tutto punto, armato di manganello e lacrimogeni, protetto da casco e corredo da robocop, spintonato da un uomo di 60 anni e dal figlio. Tre ragazzi, ed un attivista dei centri sociali.

C’è poi la notizia del giornalista di Rai3, Romolo Sticchi, al quale è stata sottratta la telecamera dopo essere stato aggredito dalla polizia: "Un agente mi ha chiesto di non riprendere quello che stava accadendo poi mi ha dato una manganellata dietro la nuca e sulle mani - dice ad Apcom Sticchi - dopo mi hanno sottratto la telecamera che ancora non ho riavuto. Spero che non sia danneggiata e soprattutto che non mi sia sottratto quello che abbiamo ripreso perché sarebbe davvero inaccettabile". La questura parla invece di “una telecamera caduta durante la ressa. Da fonti della Questura si apprende, invece, che si sono verificati degli spintoni tra manifestanti e agenti e che c'è stata una carica di alleggerimento, ma che non sono mai stati usati manganelli."

Al di là degli eventi particolari, il messaggio politico sembra chiaro ed inequivocabile: nessuno si permetta più di protestare. Chiaiano rappresenta lo zoccolo duro della “resistenza”, e la strategia è chiaramente quella di colpire lì per scoraggiare altrove altre barricate ed altri presidi.

Se si considera infatti che un’altra grande strada che conduce alle cave era completamente sguarnita da mezzi della polizia, si deduce che l’intento non fosse affatto quello di preparare il terreno all’arrivo dell’esercito. Si confermerebbe invece l’azione delle forze dell’ordine come puramente dimostrativa del potere delle istituzioni: discarica o non discarica, qui la comandiamo noi. Noi siamo lo “stato”, ed il popolo è “sovrano” solo quando deve darci il “mandato”.

Naturalmente, i giornali danno già informazioni distorte, e non perchè parziali, come quella secondo cui le cariche sarebbero iniziate dopo le sassaiole: dovrebbero altrimenti giustificare i motivi del rafforzamento delle barricate.

Anche Berlusconi, in qualche modo, aveva avvertito: “Dobbiamo arrivare prima noi”.

“Sappiamo - dice Berlusconi - di poter contare sulla parte sana della popolazione campana”. Quella meno sana dovrà vedersela con le nuove norme.

Il provvedimento prevede, infatti, che chiunque si renderà promotore di disordini contro la realizzazione di discariche in Campania rischia fino a 5 anni di carcere. Chi invece tenterà di impedire la realizzazione delle discariche, o le violerà, rischia da tre mesi a un anno di detenzione. Per garantire la sicurezza dei siti di stoccaggio, i nomi dei luoghi individuati sono stati secretati: «Saranno conosciuti - spiega il Cavaliere - quando il decreto sarà pubblico in Gazzetta ufficiale, per garantirci la possibilità di operare, cioè arrivare prima di occupazioni di questi luoghi: con le occupazioni i problemi non saranno risolti».”

Certo, con i manganelli e i carri armati sono capaci tutti a “governare”. Persino Pinochet ci riusciva.

F.S. (Florizel)

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MR. GOD, I SUPPOSE...

by Gianluca Freda (13/05/2008 - 00:26)

“E’ così che a forza di correr dietro a quelle immagini, io le raggiunsi. Ora so di averle inventate. Ma inventare è una creazione, non già una menzogna”.

(Italo Svevo, La coscienza di Zeno)
 

La prima cosa che mi viene da dire sull’analisi fatta da Marco Travaglio a “Che tempo che fa” sulla situazione politica e dell’informazione in Italia è: Travaglio è Dio. Non è un complimento e nemmeno un modo di dire. E’ una banale constatazione del settore di attività in cui si è trovato a operare l’altro giorno, per circa mezz’ora, il simpatico giornalista. “Quante querele hai ricevuto per il tuo nuovo libro?”, gli ha chiesto Fazio. “Nemmeno una, perché chi querela non legge libri. In televisione, invece, basta che li nomini”. Le collusioni di Schifani con Nino Mandalà, futuro boss di Villabate, erano state descritte nel dettaglio nel nuovo libro di Travaglio e Gomez “Se li conosci li eviti” (ed. Chiarelettere, € 14,60), senza che questo provocasse non dico il putiferio istituzional-mediatico visto negli ultimi giorni, ma neppure una sommessa protesta. Travaglio aveva scritto, tra l’altro:

“Secondo il pentito Francesco Campanella, negli anni Novanta il piano regolatore di Villabate, strumento di programmazione fondamentale in funzione del centro commerciale che si voleva realizzare e attorno al quale ruotavano gli interessi di mafiosi e politici, sarebbe stato concordato da Antonino Mandalà con [Enrico] La Loggia. L’operazione avrebbe previsto l’assegnazione dell’incarico ad un loro progettista di fiducia, l’ingegner Guzzardo, e l’incarico di esperto del sindaco in materia urbanistica allo stesso Schifani, che avrebbe coordinato con il Guzzardo tutte le richieste che lo stesso Mandalà avesse voluto inserire in materia di urbanistica. In cambio, La Loggia, Schifani e Guzzardo avrebbero diviso gli importi relativi alle parcelle di progettazione Prg e consulenza. Il piano regolatore di Villabate si formò sulle indicazioni che vennero costruite dagli stessi Antonino e Nicola Mandalà [il figlio di Antonino, nda], in funzione alle indicazioni dei componenti della famiglia mafiosa e alle tangenti concordate”.

Le stesse cose aveva detto Lirio Abbate, giornalista che oggi vive sotto scorta, senza che foglia mediatico-istituzionale si muovesse. Il motivo è evidente. Quanti di voi erano al corrente dei trascorsi di Schifani con Mandalà & C. prima che Travaglio ne parlasse in diretta TV? Quanti si erano presi la briga di leggersi da cima a fondo il pesante tomo di Travaglio-Gomez o gli articoli di Abbate? Il giornalismo scritto non impensierisce il potere. Pochi in Italia leggono e quei pochi, prima di accettare per buono ciò che hanno appreso, aspettano che sia la TV a darne conferma. La TV è l’auctoritas certificatrice della realtà, è il tasto che invia il bias di conferma alle nostre coscienze titubanti. La nostra percezione del mondo non dipende da ciò che apprendiamo, vediamo o leggiamo come singoli, ma dall’avallo fornito alla nostra esperienza dalla comunità in cui viviamo. Se tutto il condominio dice che la signora del terzo piano tradisce il marito, questa è la realtà, e non conta nulla che la signora in questione sappia, dentro di sé, di essere uno specchio di fedeltà. Se vuole rendere “realtà” la sua virtù, dovrà trovare una comunità di riferimento più ampia che la certifichi, o rassegnarsi non alla “nomea”, ma alla concretezza della propria infedeltà. Perché, se non lo si fosse capito, la realtà non è altro che un’opinione condivisa. Quando una comunità non sa che pesci prendere riguardo la “realtà” di una determinata questione, rimette ad un’auctoritas - considerata attendibile per tacito accordo da tutti i membri, sia pure con diversi gradi di fiducia - la decisione su ciò che è o non è reale. La funzione di “auctoritas” – funzione demiurgica e letteralmente generatrice del mondo – è stata assegnata dalle comunità umane a diversi soggetti nel corso della storia. Il sacerdote, il sovrano, la Chiesa, la stampa, la radio e infine la TV. Se la TV dice che gli uomini vanno a passeggio sulla Luna e che il mondo è minacciato da un non meglio definito “terrorismo”, c’è poco da fare: è questa la realtà, almeno fino a quando a una nuova auctoritas, più agguerrita e stimata, non verrà conferito il mandato di scalzare la precedente. Il prossimo passaggio di consegne potrebbe essere quello (lo dico toccando ferro) tra la TV e internet, mutazione apocalittica che avrebbe l’immenso vantaggio di restituire il potere di controllo sulla realtà ad ampie collettività umane interattive, anziché lasciarlo nelle mani di una ristrettissima casta di sacerdoti dell’etere. Ma per ora ciò che passa il convento è la realtà ristretta, asfittica, miserabile dei “reality show” (cioè “auctoritates” che conferiscono lo status di “reality” al lato più bieco e osceno della natura umana) e dei “programmi d’informazione” (cioè programmi che impongono alle collettività umane versioni di realtà via via differenti, a seconda del ghiribizzo e delle contingenti esigenze di potere della casta demiurgica).

Trascinandola in TV, Travaglio ha donato alla malandrineria di Schifani il soffio della vita. La collusione intrallazziera e canagliesca della seconda carica dello Stato, sospesa fino a ieri nel limbo dell’irrealtà, tra luce ed ombra, è oggi una realtà che vive, respira e cammina tra di noi. Schifani e i suoi protettori di destra e di sinistra non possono più sopprimere questa sgradevole creatura senza prima avere accesso alla fucina catodica da cui ha origine il mondo che vediamo. E’ per questo che invocano piagnucolando il “contraddittorio”. E’ per questo che s’incazzano.

Prima che ci arrivassero anche Ungaretti e Heidegger, già i maghi della remota antichità avevano capito che la realtà è un atto di nominazione. Esiste solo ciò che possiede un nome, ciò che non siamo in grado di nominare non siamo neppure in grado di pensarlo, tantomeno di vederlo. Nella parola risiede – e vi giuro che non è soltanto una contorta elucubrazione filosofica – il potere della creazione. “In principio era il Verbo ed il Verbo era Dio”.  E’ per questo che ogni impoverimento del lessico è anche – letteralmente – un evento di rarefazione della realtà. E’ per questo che il potere catodico punta alla devastazione culturale e all’impoverimento espressivo. Una realtà rarefatta è più facilmente controllabile. Ciò che non ha un nome, non esiste. Viceversa, la creazione di una parola, la nominazione, è sempre creazione di una nuova realtà materiale. Ungaretti portava alla luce, con poesie fatte di brevissimi e intensi atti di nominazione, realtà immense che sembravano emergere dal nulla della pagina bianca. Gadda, che nella “Meditazione milanese” si riproponeva di indagare il meccanismo di funzionamento della realtà, creò a questo scopo il suo lessico immenso, barocco, sperimentale che genera ancora oggi potenti emicranie negli studenti di letteratura. Quel che Ungaretti, Gadda, Heidegger non avevano capito (ma che gli antichi sciamani già sapevano benissimo) è che la nominazione generatrice non va compiuta in un luogo qualsiasi, ma in un luogo magico o sacro, da ministri del culto che abbiano il privilegio di accedervi. Travaglio, a “Che tempo che fa”, era uno di quei sacerdoti in uno di quei luoghi. In TV, come lui stesso ha detto, “basta la nomination”, ed ecco che le collusioni mafiose e le soperchierie dei potenti emergono dalla prigione del nulla in cui il silenzio sacerdotale le aveva relegate, prendono vita e fuggono, nude come vermi e piene di vergogna, a nascondersi nel mondo degli uomini.

L’intervento di Travaglio-Dio, su uno sfondo di cielo azzurro solcato dalle nuvole d’inquietante valore simbolico, è stato così produttivo sul piano della modellazione cosmica da rivelare la pochezza degli stessi sacerdoti mediatici, scatenandone l’ira. Non credo si tratti soltanto di preoccupazione per le possibili ritorsioni dei loro protettori politici. E’ invidia. Fazio si è dissociato dalle creature generate nel corso del suo rito, terrorizzato e umiliato dall’idea di aver perso il controllo sulla celebrazione. Curzi ha accusato Travaglio di “voler creare un altro scandalo”, cioè di volersi sostituire a Curzi nell’opera di creazione quotidiana di mostri da sbattere in prima pagina. Sacrilegio! Claudio Cappon ha definito “deprecabile e ingiustificabile” il comportamento di Travaglio, recatosi alla liturgia della creazione per assistervi e finendo, invece, per celebrarla. I decrepiti lucumoni se la fanno addosso al pensiero di essere presto rimpiazzati da divinità più fantasiose e fertili di loro.

“La gerarchia delle notizie”, ha spiegato Travaglio, “la decidono i politici. Intanto perché comandano sulla televisione. Stanno cercando di far fuori Anno Zero mettendo insieme Consiglio d’Amministrazione, Commissione di Vigilanza e Authority. Sono tre organismi politici che tappano la libertà d’informazione... i giornalisti lo sanno e si regolano di conseguenza. La notizia diventa tale quando i politici iniziano a parlare di quella notizia. L’ANSA dirama quaranta esternazioni dei politici e quella diventa una notizia”. E’ la rivelazione al volgo del sommo segreto rituale, fatta dagli stessi gradini del tempio. Suprema empietà, non tanto per i contenuti – già trattati fino alla noia dai siti internet di mezzo mondo – quanto per il luogo in cui è stata compiuta, un luogo di potere negromantico che ha trasformato in realtà viva e scalciante ciò che prima era solo una lamentevole tiritera da blogger segaioli.

E ancora: “Il commissariato alla monnezza di Napoli non serve a smaltire la monnezza, ma a smaltire rifiuti tossici politici; non sapendo dove metterli, li si manda lì”.

“Il clima politico induce a un rapporto, diciamo, di distensione tra l’opposizione e la maggioranza. Non si può scrivere che Schifani ha avuto delle amicizie con i mafiosi perché non lo vuole né la destra né la sinistra”. I lettori di questo e altri blog avranno sentito dire queste cose fino a farsele uscire dalle orecchie e non riusciranno a coglierne, per assuefazione, la valenza sovvertitrice. Ma noi blogger non siamo (per ora) Dio e non abbiamo accesso al tempio della creazione. Travaglio sì. Le parole pronunciate durante la funzione televisiva hanno preso vita, generato nuovi pensieri in milioni di fedeli, corrotto le fondamenta stesse dell’autorità della casta sacerdotale, originato nuove realtà. Hanno scatenato il panico tra i sacerdoti strappando dalle loro mani il monopolio della creazione del mondo. Nessun tardivo anatema potrà porvi rimedio. Tanto più – e qui un blogger fa fatica a non sprofondare negli abissi della superbia – che l’opera demiurgica di Travaglio è stata largamente ispirata dalle discussioni politiche su internet e sempre da esse ha ricevuto avallo, diffusione e legittimazione. I blogger non saranno déi, né preti, ma rivestono già il ruolo di ispiratori e propagandisti della divinità. Non saremo Dio, ma siamo in missione per conto di Dio. Ahò, scusate se è poco. 

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QUALCOSA DI SINISTRA (!)

by Gianluca Freda (12/05/2008 - 14:25)


IL “COMPAGNO” TREMONTI
di G.P.
dal sito Ripensare Marx
 

Succede, ad un tratto, che le rappresentazioni del mondo con le quali pretendevamo di ricostruire la realtà nella nostra testa non ci spieghino più nulla di quello che avviene sotto i nostri occhi.

A dir la verità, non proprio di una cosa di oggi si tratta, in quanto sono ormai “secoli” che andiamo sostenendo l’inservibilità della dicotomia destra-sinistra su questo primo spicchio di secolo XXI e su buona parte di quello che è già passato. Si prende coscienza, allora, di uno stravolgimento degli schemi e della inutilità delle vecchie categorie, dei paradigmi ossificati con i quali avevamo diviso manicheamente i buoni dai cattivi, i colti dagli arroganti, i generosi dagli altruisti, i servi dai valorosi.

La “chambre introuvable”, formatasi dopo le elezioni del 13 e 14 aprile, avrebbe dovuto essere un coacervo di reazionari fedeli al "ducetto", al re ed a Santa Romana Chiesa, ed in parte lo è. Ma dove si collocano ancora i peggiori servi del sistema, seppur piegati e spossati dal peso della sconfitta?

A sentire i nuovi membri del governo, che possono contare su una larga maggioranza parlamentare, il bivacco di manipoli è logisticamente posto a sinistra di questa camera, poiché (e come dargli torto!) in due anni, sotto la guida del banditore di corte Sir Romano Prodi, l’alta finanza e l’industria fallita, hanno liberamente approfittato delle pubbliche risorse come mai era avvenuto prima.

Eppure, programmaticamente e storicamente da lì, dagli uomini di sinistra, dovevano risuonare parole di fuoco e di condanna contro i saprofiti della Grande Finanza e Industria Decotta. Almeno, si pensava che quello fosse il luogo naturale da dove i paladini della giustizia sociale avrebbero denunciato il sacco nazionale messo in atto dai poteri forti.

Invece, in due anni abbiamo sentito spargere miele sulle istituzioni finanziarie europee e nazionali, tutte controllate dal potente apparato banco-industriale d’oltre Atlantico (l’alleato caritatevole che nel suo braccio armato insegna al mondo come si sta al mondo), e abbiamo ascoltato, a menadito, le prediche dei sacerdoti che fanno uso della sacralità contabile per ingarbugliare il mistero della fede mercatista che tutto regola attraverso la fantomatica mano invisibile.

Chi perorava queste tesi (la sovranità del mercato), se la prendeva con il popolo bue, recalcitrante alla spremitura e al morso di Dracula, se la prendeva con la rozza e incolta plebaglia riottosa ad accogliere la loi naturelle de l’economie, e mentre questa agiva sotto i vessilli della sinistra, gli ignoranti popolani pretendevano pure di divincolarsi dall’azzanno dei cani in doppiopetto col doppio cognome.

Oggi, invece, in una delle sue prime uscite pubbliche, il Ministro dell’economia Tremonti, dice solennemente che i sacrifici andranno distribuiti e che non saranno le classi meno abbienti a portare il peso delle difficoltà di tutto il paese. Motivo per cui, petrolieri e banchieri dovranno aprire il portafoglio e ridare, più o meno, il maltolto. E se non lo faranno, abbassando i mutui con i quali dissanguano la gente, dovranno caricarsi il fardello della maggiore pressione fiscale. Ben detto! Avremmo voluto di più, ma si sa che i conventi sono austeri e passano quello che passano. Ma ora ditemi, o voi tutti semicolti di sinistra che impallidite al crescere del crepitio portato dai passi delle orde mongole berlusconiane: quante volte avete sentito pronunciare queste parole ad un Padoa-Schioppa, ad un Visco, ad un Bersani ecc. ecc.?

Forse Tremonti sarà presto costretto a retrocedere su ben altre posizioni, forse lo butteranno fuori come già successo precedentemente, ma riconosciamo a Cesare (Giulio) quel che era di Cesare (imperatore): il coraggio del cambiamento. Qualcuno, nella compagine governativa ha già messo le mani avanti dicendo che sono parole e opinioni personali del Ministro che dovranno essere discusse (o, meglio, calmierate e forse anche azzerate) dall’intero esecutivo. Probabilmente è quello che avverrà. Ma gli uomini della finanza e dell’industria parassitaria sono molto preoccupati e per bocca di alcuni insigni rappresentanti (come Faissola presidente dell’ABI) ammettono che con questo governo dovranno scendere a nuovi patti; è finita l’era della cuccagna prodiana, quando la finanza dettava legge, il governo eseguiva e Montezemolo incassava.

Siamo uomini di mondo e sappiamo, dapprincipio, che quasi nulla andrà come sperato, tuttavia rendiamo onore a chi sceglie almeno di cominciare per il verso giusto.

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LA MAMMA MORTA

by Gianluca Freda (21/04/2008 - 19:45)


POVERA "MAMMA": E' MORTA E SI CONTINUA
A SCUCIRLA E RICUCIRLA!
di Gianfranco La Grassa
dal sito Ripensaremarx

Quando muore la mamma, nei confronti della quale (almeno questa è stata la mia esperienza) resta sempre assai solido il “cordone ombelicale”, i figli si riuniscono intorno al letto dove la salma è stesa con gli occhi chiusi e un pallore cereo sul volto, e piangono, piangono. Il dolore è forte, si è consci fin dal primo momento che, quando la ferita in qualche modo rimarginerà, resterà una cicatrice che tornerà, a intervalli, a dolere forte. In parole povere, soprattutto chi è vissuto a lungo in casa con sua madre, sentirà che un pezzo della sua vita se ne è andato con lei, che la vita futura non potrà più essere la stessa, che l’animo si rattrappirà spesso in spasimi improvvisi al ricordo di ciò che fu e non tornerà mai più.

Dopo un paio di giorni al massimo, però, è necessario seppellire la morta o, oggi meglio ancora, cremarla; tanto il vero ricordo non è in un corpo interrato o incenerito, è dentro di noi. Il dolore si assopirà ma resterà sempre pronto a nuovi periodici sussulti; la mancanza della “mamma” non sarà mai sanata in via definitiva. Tuttavia, la ragione ci dice che il maledetto tempo – che tutto corrode, e scaraventa inesorabilmente nell’inerte passato quanto di più vitale abbiamo vissuto – ha ormai provocato l’irreparabile e l’irrevocabile. Normalmente non accade che i figli, continuando a disperarsi e strapparsi i capelli, restino accanto al letto per giorni e giorni; e poi, davanti al progressivo disfacimento del cadavere, chiamino un imbalsamatore e successivamente, vedendo la salma permanere nella sua immobilità, un altro ancora, e poi un altro e subito dopo uno successivo, incazzandosi sempre più perché il cadavere assume un aspetto via via peggiore; a furia di scucire e ricucire, il bel viso pallido e sereno va assomigliando a quello del mostro di Frankestein, non si sa più se quei tronconi sono gambe o braccia, ecc. Soprattutto, il fetore ammorba l’aria, comincia ad uscire dalla stanza e a dar fastidio ai vicini, c’è pericolo di qualche epidemia.

Diventa indispensabile porsi qualche alternativa. O entra nella stanza una squadra di disinfestatori (con opportuna bendina sul viso), che mettono innanzitutto la camicia di forza ai pochi familiari ancora in lacrime e testardamente aggrappati alla salma, instradandoli verso case di cura per malattie mentali; e senza perdere altro tempo bruciano sul posto la salma perché è già troppo infetta per essere trasportata al cimitero. Oppure se lo stabile, in cui vi è la stanza della morta, è abbastanza isolato, gli si piazza sotto una potente carica di dinamite, si fa saltare il tutto e poi si fanno passare accuratamente sopra le macerie alcuni carri lanciafiamme. O ancora, soluzione più morbida, si mura ermeticamente la stanza, in modo che non ne esca più fetore e bacilli infettanti, e si lasciano i dementi senza cibo né acqua e con il solo ossigeno che quella stanza contiene prima d’essere murata.

In un paese di stupido buonismo (che non è bontà, ma una “malattia grave dell’anima”) come l’Italia, si dovrà seguire l’ultima via. Però, almeno questa, seguiamola. Lasciamo intanto morire i “comunisti” che sono già sulla buona strada; e poi, speriamo che via via segua l’intera sinistra (a partire dai sindacati di Stato). Quando infine – in non so quali tempi, dato che la situazione è autenticamente mefitica – ogni cellula di questa sinistra sarà in disfacimento, possiamo essere sicuri che sarà in stato di avanzata putrefazione anche la destra che noi conosciamo; questa destra può esistere solo perché ormai – a partire dalla mitica Classe – ogni comparto sociale, che non viva sul mero assistenzialismo statale, non ne può più della sinistra, la considera una vera pestilenza del paese (naturalmente, prescindo per il momento da chi l’alimenta e vi sta dietro, cioè dalla spero ormai ben nota GFeID). Bisogna infliggere una dura lezione all’assistenzialismo statale (a partire da quello fornito alla GFeID); si vedrà allora entrare in dissolvimento la sinistra e dunque, per mancato obiettivo da colpire, anche la destra.

Ripeto che sarebbe assurdo fare previsioni sui tempi; tuttavia, è in questa direzione che debbono muoversi tutti coloro che sono contrari agli imbalsamatori e che avvertono il pericolo rappresentato da questa pestilenza. Secondo la mia opinione, il blog deve chiamare a raccolta tutti quelli che via via avranno coscienza della necessità della disinfestazione. Sappiamo che contiamo poco, ma quel poco lo dovremmo fare. Sarebbe stato nostro dovere precipuo dare a tempo debito onorata sepoltura alla “mamma morta”, che se lo meritava ampiamente perché è stata, per me, una buona mamma. Tuttavia, non ci siamo riusciti anche perché la “cara mamma” aveva messo al mondo alcuni figli con padri impestati dalla sifilide; sono questi suoi figli (e nostri fratellastri) da condurre adesso in casa di cura o da murare nella stanza. Certo, sarebbe stato bello sottrarre loro la salma della “mamma tanto amata” prima che la facessero putrefare. Non ce l’abbiamo fatta; pensiamo ad isolare almeno gli “usciti di testa”. Che non combinino altri guai!  

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L'ELETTORE, ECCO IL NEMICO

by Gianluca Freda (15/04/2008 - 01:55)


Per passare in bellezza il pomeriggio, ho ascoltato la diretta elettorale di Radio Popolare. E’ un’esperienza insieme divertente e allucinante, come essere rapito da un’orda di alieni appassionati di vecchie comiche di Stanlio e Ollio. Telefonano ascoltatori straziati, alcuni furibondi con gli astensionisti, altri piangenti per la disfatta del PD e per l’harakiri della Sinistra Arcobaleno. E questa è la parte divertente. La parte allucinante è quella in cui conduttori e ascoltatori analizzano le cause della disfatta. Parlano come se la democrazia in Italia fosse un’entità realmente esistente. Parlano della “sconfitta elettorale” come se le elezioni fossero davvero ciò che decide il destino di un paese. Come se il porcellum e i brogli elettorali delle scorse politiche non ci fossero mai stati. Come se le sparate elettorali dell’una e dell’altra parte dovessero essere prese sul serio. Come se la celebrazione del rituale arcaico della matita copiativa evocasse realmente, in carne e sangue, la divinità-cadavere della sovranità popolare. Parlano di Berlusconi e Veltroni (l’uomo che – lo ricordo – ha rilasciato pochi giorni fa un’intervista al giornale israeliano Maariv sostenendo che il muro di Gaza è un’iniziativa sacrosanta) come se tra l’uno e l’altro esistesse davvero una differenza politica. Loro la vedono, dunque probabilmente esiste, essendo la realtà un ente rigorosamente soggettivo. Ed è un vero peccato che la realtà sia abbandonata alla definizione di una maggioranza di soggetti la cui attività preferita è quella di rimestare a mani nude tra due merde per stabilire quale puzza di meno. La realtà è frutto di un accordo, di un patto tra soggetti percipienti e – se posso esprimere il mio modesto parere – il patto di definizione del reale stipulato tra questi visionari sprovveduti inizia a starmi veramente stretto.

Questa vasta maggioranza di poveretti mi fa un po’ pietà, ma allo stesso tempo un po’ orrore, quasi più della masnada di farabutti che è stata chiamata a ricoprire il ruolo onorifico di “casta governante” (non certo “a governare”) per i prossimi cinque anni. E’ una maggioranza irriducibile. Non cessa di vedere buoni e cattivi, il “peggio” e il “meno peggio”, nemmeno di fronte alle migliaia di lestofanzìe e soperchierie che la loro squadra – quale che sia – ha compiuto nelle sue ormai plurime permanenze al governo. Non vede il burattinaio che manovra i burattini nemmeno quando esce clamorosamente allo scoperto, dà un calcio al teatrino di cartapesta e sghignazza a tutte mascelle in faccia al pubblico. Sono loro i veri estremisti. Non si arrendono mai, non rinunciano mai all’illusione lisergica di uno “Stato” e di un “popolo sovrano” e quando l’effetto dell’acido si esaurisce continuano imperterriti a costruire la loro distorta realtà a suon di strilli, di pianti, di autocritiche, di improperi a vanvera. Non è ancora finito lo spoglio delle schede e già Mister Se Po’ Ffa’ flirteggia con Berlusconi, complimentandosi con lui per aver schiantato la sua coalizione-Frankenstein, non rinunciando a scimmiottare le costumanze americane nemmeno nel momento della disfatta. Da parte sua, il liftato arcoreo, che potrebbe governare con abbondante maggioranza, tende invece la mano inciuciante all’avversario stracciato, in evidente ossequio al volere di coloro che gli tirano i fili. Di fronte a queste realtà (di minoranza) il piagnisteo di coloro che frignano per la sconfitta della “sinistra” o esultano per la vittoria della “destra” diventa, nella realtà necessariamente soggettiva in cui necessariamente vivo, un rumore di fondo grottesco, una petulante voce infantile incapace di comprendere un quadro i cui connotati sono fin troppo chiari.     

Sono loro, gli elettori, i veri qualunquisti. L’impegno politico, che richiede riflessione, coraggio e progettazione non fa per loro. Schiaffano ogni tanto una bella X su una scheda, ed ecco fatto il loro nobile dovere di cittadini modello. Mica hanno tempo da perdere, loro. Si abbassano a votare un simbolo qualunque, un progetto qualunque, un lestofante qualunque, un blaterare qualunque purché siano “cosa loro”: il loro simbolo, il loro lestofante, il loro profluvio di parole senza contenuto.

Sono loro i veri disfattisti. Non vedono altra realtà (e ce la impongono, in quanto maggioranza) che quella in cui due bande rivali di predatori si contendono il potere e ogni persona non può far altro che associarsi all’una o all’altra, implorando di aver salva la vita. Non sanno immaginare nulla di diverso da questo squallore senza sbocco e finché la loro realtà sarà quella condivisa, nulla di diverso esisterà mai. Bertinotti si toglie dai piedi – con lauta pensione - dopo aver tradito chi aveva sperato in lui, dopo aver scippato il tfr ai lavoratori, rifinanziato le missioni militari, scarcerato i lestofanti, lasciato al palo gli stipendi, perseguitato lavavetri e immigrati, avallato la persecuzione e rimozione dei magistrati che indagavano sui reati dei suoi colleghi di coalizione; e loro piangono questa liberazione come “fine della sinistra”.

La prepotenza degli elettori infesta di mostri la realtà che essi stessi hanno creato, imponendola come l’unica possibile. Ci costringono a vivere in un incubo popolato di cadaveri che camminano: la destra, la sinistra, le elezioni, la democrazia, il fascismo (eccolo che torna!), il nazismo. Categorie-zombi putrefatte da oltre mezzo secolo, periodicamente esumate dalle tombe e imbellettate per essere esposte al pubblico, a riprova dell’improponibilità di qualsiasi sogno di cambiamento. Il loro ebete appoggio politico legittima la perpetuazione all’infinito delle ruberie, del signoraggio, della barbarie poliziesca, della maleducazione e della strafottenza con cui i loro beniamini – dell’una e dell’altra parte – ci guardano dall’alto dei loro “democratici” seggi parlamentari. Non c’è fuga dalla loro realtà virtuale, salvo quella di rifiutarsi di prendervi parte. E’ a questo che doveva e dovrà servire il non voto: recuperare la propria dignità e il controllo sulla realtà rifiutandosi di prender parte ad un gioco truccato, in cui ogni “elettore” è un pollo da spennare, il pubblico pagante che legittima l’ennesima oscena recita del teatro di Mangiafuoco. Doveva servire a questo, ma non è andata bene: solo il 4% di astenuti in più rispetto alle scorse politiche, ed è questa l’unica sconfitta elettorale di cui mi sento di dolermi.

Ed ora, dagli “sconfitti”, ecco qualche progetto per il futuro, utile per capire da chi saremmo stati “governati” in caso di vittoria dell’altra testa del serpente bicefalo. Chissà che qualcuno dei penitenti di Radio Popolare, leggendo, non asciughi le lacrime e decida di tenerle da parte per occasioni più meritevoli.

Progetti per il futuro (futuro?)

«Noi siamo partiti da un distacco a settembre di 22 punti e progressivamente sono stati recuperati in quella che continuo a definire una grande rimonta politica ed elettorale che ci consente oggi di portare in Parlamento e di insediare nel paese la più grande forza riformista che l'Italia abbia mai avuto» (W. Veltroni, dichiarazione d’intenti post-mazzata)

«Il Piddì è inaffidabile e indecoroso” (Emma Bonino, colta da improvvisa sete di decoro post-ministeriale)

« Io potrei essere utile al ministero degli Esteri» (Emma Bonino, colta da improvvisa sete di Ministero degli Esteri post-ministeriale)

“Rimonta straordinaria, aspettiamo la notte. Chi aveva parlato di una distanza di 10 punti ora è servito. Siamo soddisfatti, l'Italia aspettava cose nuove, noi gliele abbiamo date e l'Italia ha risposto bene” (E. Realacci, dichiarazione allucinatoria post-mazzata)

“I nostri prossimi obiettivi: l'opposizione, e la convergenza sulle riforme delle quali il paese ha grande bisogno" (W. Veltroni, dichiarazione post-elettorale a un paese che avrebbe bisogno di tutto, ma proprio di tutto, tranne che della convergenza sulle riforme)

"Abbiamo perso, ma è nata anche una speranza nuova. Abbiamo fatto un investimento, la nostra è la sfida del secolo" (Pierluigi Bersani, l’uomo del secolo)

"Per noi si apre una stagione di opposizione nei confronti di una maggioranza che avrà difficoltà a tenere insieme ciò che è difficile tenere insieme. Noi siamo disponibili per le riforme" (W. Veltroni, un uomo sempre disponibile)

"Ora occorre riesumare (sic) il lavoro della Bicamerale" (S. Berlusconi, the body snatcher)

"Oggi è una giornata che verrà ricordata perchè cambia gli equilibri della politica italiana e apre una stagione diversa"  (D. Franceschini, il La Palisse italiano)

Il Pd ha segato il ramo dell'albero su cui era seduto"  (F. Bertinotti, segato)

“La mia vicenda di direzione politica termina qui, purtroppo con una sconfitta”  (F. Bertinotti, non tutto il male viene per nuocere)

"La nostra sarà un'opposizione sul programma di una grande forza riformista ma rinnoviamo sin da subito la piena disponibilità ad affrontare immediatamente le riforme istituzionali necessarie di cui il Paese ha bisogno" (W. Veltroni, un’unica idea, ma solida)

"Faremo un'opposizione costruttiva. Abbiamo ottenuto un risultato elettorale importante, lavoreremo perchè l'Italia possa avere una sfida riformista al governo"  (W. Veltroni, dichiarazione costruttiva rilasciata dopo un risultato elettorale importante)

"Dobbiamo ripartire ricostruendo una casa per la sinistra"  (F. Giordano, in collaborazione con Sam Raimi)

"Permettetemi di esprimere la soddisfazione mia personale e dell'intero Viminale, perché l'unificazione di diversi momenti elettorali ha funzionato. La macchina ha funzionato"  (G. Amato, l’uomo che si soddisfa con poco)

Gli Stati Uniti sono pronti a lavorare con chiunque vinca le elezioni italiane" (Kurt Volker, sottosegretario di Stato USA, non s’era capito)

«Da oggi, ogni primo lunedì del mese, i lettori potranno acquistare, sempre con un solo euro, il Riformista e Le nuove ragioni del Socialismo» (Pubblicità su Il Riformista. Tutto a un euro)

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PROMEMORIA ELETTORALE

by Gianluca Freda (05/04/2008 - 15:45)


CARTA STRACCIA IN TRE ATTI
di A. Berlendis
dal sito Ripensaremarx
 

Sinistramente il leader degli arcobaleni si è accodato al coro secondo cui il gesto di Berlusconi di stracciare il programma del PD era violento. In effetti è solo l’estetismo politico che contraddistingue il ceto politico e la sua base sociale, che consente loro di non vedere come la forma del gesto di Berlusconi sia uguale al modo in cui questi sinistri hanno stracciato nel contenuto il  loro programma durante la loro permanenza nel governo Prodi.

1. In questi ultimi due anni abbiamo assistito, relativamente ai programmi, una farsa ad in tre atti.

Durante il primo atto—primavera 2006— le quattro formazioni oggi coalizzate nella sinistra arcobaleno si riconoscevano nel programma elettorale del centrosinistra che conteneva obiettivi che chiameremo per comodità, di tipo A, che vanno in una determinata direzione, ed obiettivi che chiameremo di tipo B che vanno nella direzione opposta : il programma era quindi  un contenitore la cui funzione era connaturata alla forma del partito ‘pigliatutto’. Conseguentemente non si enucleavano le priorità, né emergevano le contraddittorietà tra diversi punti, né tra obiettivi rispetto allo stesso punto.

Ad esempio : a pag 164 del Programma dell’Unione si sosteneva che l’“obiettivo generale imprescindibile delle nostre politiche economiche e sociali è costituito dalla difesa del potere d’acquisto dei salari e delle pensioni” (obiettivo di Tipo A) ma anche a pag 209 dal rispetto delle “compatibilità finanziarie”  (obiettivo di tipo B).

A pag 102 si riteneva riferendosi all’Iraq “l’occupazione un grave errore” (obiettivo di Tipo A) ma anche si prevedevano  “azioni concrete per sostenere la transizione democratica” (obiettivo di tipo B)….

Durante il secondo atto—febbraio 2007—, dopo la crisi  le stesse formazioni oggi riunite nella Sinistra arcobaleno concordano (con l’oggi PD) i “Dodici punti non negoziabili. Approvati in poco più di un'ora da tutti i leader del centrosinistra riuniti con Prodi a Palazzo Chigi. C'è la politica estera con la missione in Afghanistan e la fedeltà alla Ue e alla Nato; … c'è la Tav; ci sono il riordino del sistema pensionistico e il rilancio di una politica della famiglia.  Manca quasi completamente un riferimento a politiche sociali e del lavoro” (www.repubblica.it, 22 febbraio 2007)

La scomparsa degli obiettivi di tipo A ( la—falsa— timida critica alla strategia egemonica USA, la sbandierata difesa delle condizioni di vita dei lavoratori…)  ha rivelato quali erano i veri obiettivi  che contavano e quali invece erano gli associati obiettivi di copertura ideologica: ha reso manifesta la natura sociale del governo di centrosinistra.

Durante il terzo atto—febbraio 2008— la costituitasi Sinistra arcobaleno ripropone  i precedenti obiettivi di tipo A, a  cui aveva rinunciato pur di rimanere al governo appena un anno prima, allo scopo di difendere la sua quota di mercato elettorale, con annessi sottoprodotti derivati dall’acquisizione di posizioni.

Ed ecco rispuntare nel programma ,la difesa dei salari e delle pensioni,la critica alle missioni militari,l’opposizione alla TAV, ecc.

2. Una prima ragione di questa apparente schizofrenia  è dato dal fatto che il programma elettorale della sinistra arcobaleno risponde a  due necessità :

    * da un lato rappresenta uno strumento ideologico con cui il ceto politico di sinistra, impegnato nella competizione per non perdere le proprie quote di potere, tenta di  mantenere legate a sé strati sociali sbriciolati ed eterogenei che costituiscono la sua (risicata, ma al momento ancora persistente) base sociale;

    * dall’altro essa fornisce a quegli stessi strati sociali sbriciolati ed eterogenei  una possibilità di identificazione e di riconoscimento, al di là di ogni sua efficacia politica dentro una fase e al di là di ogni suo o meno effettivo perseguimento.

Gli obiettivi diventano entità da evocare,non da perseguire effettivamente, svolgendo una funzione di mantenimento della coesione  attorno ad essi.

E’ perfettamente inutile rimproverare—come fanno coloro che si sono spostati alla sua sinistra— l’incoerenza tra i programmi enunciati e la pratica politica perseguita, dal momento che la funzione dei programmi è proprio quella di venir enunciati per contribuire al mantenimento della coesione , ed è proprio questa l’unica funzione  che sono chiamati ad assolvere.

E’ proprio l’eterogeneità e la volatilità di questi esili strati sociali che costituiscono il referente residuo per la sinistra arcobaleno a consentire questi salti logici acrobatici. Gli interessi di questa base sociale sono convergenti in un punto con gli interessi dei loro rappresentanti istituzionali : la dipendenza dallo Stato, per ciò che esso può dare, cioè leggi e denaro.

3. La critica  quindi non deve riguardare tanto il mancato perseguimento di quel programma con più coerenza. In realtà ai sinistri dell’arcobaleno si deve  obiettare  proprio la natura sociale di quegli obiettivi. Si potrebbe cominciare da  quanto  ha scritto a suo tempo  il sociologo di sinistra Luca Ricolfi segnalando che “da qualche mese nel lessico della politica italiana è entrata una nuova espressione : sinistra  radicale. […] Se si ricorre ad una nuova espressione è anche perché nessuna delle forze politiche etichettate come radicali, neppure i due partiti comunisti, può oggi ragionevolmente essere accusata di estremismo o massimalismo. Estremisti e massimalisti erano i partiti che combattevano per cambiare il sistema sociale in modo profondo e definitivo….

Invece Bertinotti ha chiarito una volta per tutte che di ‘abolizione della proprietà privata’ si potrà parlare,eventualmente, fra qualche secolo. Nessun leader della cosiddetta sinistra radicale chiede più di uscire dalla NATO. Nessuno chiede aumenti salariali superiori all’inflazione. … Nessuno chiede di nazionalizzare le industrie di interesse strategico. […] Insomma, anche i vecchi partiti ‘estremisti’ sono diventati moderati, molto moderati.

Allora perché parlare di sinistra ‘radicale’? […] credo che faremmo un miglior servizio alla chiarezza e alla verità se smettessimo di usare l’aggettivo radicale. Nel linguaggio della politica, la parola radicale evoca una volontà di cambiamento di riforme profonde, di interventi incisivi. Proprio il contrario di ciò che la sinistra radicale sembra oggi in grado di volere.” Ricolfi L’arte del non governo. (“Da Prodi a Berlusconi e ritorno”, Longanesi editore, 2007, pg 116-117).

Va precisato che la radicalità a cui si riferisce Ricolfi, è una radicalità riferita ad obiettivi della precedente fase storica, e  che (eventuali) nuovi agenti strategici anticapitalistici dovranno a loro volta rimettere in radicale discussione, alla luce del bilancio storico e delle profonde innovazioni teoriche (come quelle proposte da Gianfranco La Grassa) derivanti dall’esperienza storica del comunismo novecentesco.

4. Una spiegazione plausibile  circa la natura sociale e la funzione degli obiettivi enunciati sta nell’essere divenuti questi partiti apparati di Stato, nel senso che sono organismi di inclusione di strati e segmenti sociali, tramite l’impiego delle tipiche risorse statali.

Dopo la fine del PCI, un primo  troncone, maggioritario (PDS-DS-PD) si è indirizzato verso la forma del partito elettorale di massa con l’obiettivo immediato di andare al governo in sostituzione del ceto politico DC-PSI messo fuori causa dall’operazione giudiziaria di Mani Pulite. L’altro troncone, minoritario (PRC), ha  riproposto, in condizioni storiche profondamente mutate, la forma del partito di integrazione  di massa, con le sue funzioni di direzione politica, elaborazione teorica, luogo di costruzione di un’identità collettiva, di rappresentanza istituzionale. In realtà stava costruendo anch’esso, ma con la falsa coscienza di stare attuando niente di meno che la ‘rifondazione del comunismo’, un partito elettorale di massa di sinistra, con ‘masse’ sempre più esigue.

Nel breve periodo questa (auto)illusione si è consumata e sono emersi con evidenza i caratteri del partito elettorale, cioè di un partito in cui il momento elettorale diventa non più solo decisivo (come per il partito di integrazione di massa), ma esclusivo, a scapito della capacità di leggere il modificarsi delle fratture sociali, della capacità di organizzare i dominati nelle mutate configurazioni del conflitto sociale, della capacità di produrre una socializzazione politica autonoma. Conseguentemente diventa prioritaria la funzione di rappresentanza istituzionale, che subordina a sé, e quindi svuota, le altre funzioni. Il ruolo dei parlamentari e degli amministratori diventa quindi decisivo rispetto a quello dei funzionari di partito. Si realizza così uno spostamento del baricentro dell’attività del partito dal conflitto sociale  agli apparati di Stato, in primo luogo per la partecipazione al governo.

Al declino dell’apparato del partito di massa, fondato sul rapporto tra funzionari e militanti, è  seguita quindi la crescita del partito elettorale di massa che ha la sua fonte principale di legittimazione e di retribuzione nella competizione elettorale e nelle posizioni organizzative (parlamentari, di governo e sottogoverno—centrale e locale—e negli enti pubblici, cioè controllati dallo Stato) ad esso direttamente collegate.

Entrando, anche se con una collocazione ampiamente subordinata, sempre più nello Stato con la partecipazione alle coalizioni governative, il PRC ha ottenuto dallo Stato risorse (finanziamenti, accesso ai media, strutture, personale  direttamente e indirettamente pagato dalle istituzioni, posti negli enti  controllati dallo Stato, ecc) che ha potuto investire nelle competizione politica. Questo ha comportato il suo trasformarsi in un’agenzia statale di finanziamento, di collocamento, di risarcimento simbolico per i propri membri e per i propri referenti sociali; a sua volta questi referenti sociali hanno imparato a comportarsi come un gruppo di pressione che ricerca incentivi materiali—nella misura in cui sono ottenibili, dati i vincoli accettati — ed incentivi simbolici, che possono temporaneamente surrogare i primi. Per il partito elettorale di massa di sinistra (in ogni sua sfumatura), le ‘masse’ sono come nel titolo del libro di Kracauer: ‘Le masse come ornamento’ …E se le masse diventano un ornamento, i programmi non possono che diventare un utile decorazione manipolabile.

5. Il problema di fondo però, per chi si colloca nella prospettiva del come si dovrebbero porsi ipotetici agenti strategici anticapitalistici è, come prima e minima mossa iniziale, “riformulare in termini di ‘distanza’ il problema del rapporto fra politica e Stato. Distanza significa che la pratica politica non deve essere più orientata o dettata dalle scadenze fissate dallo Stato. Ad esempio quando convoca le elezioni, quando interviene nei conflitti, quando dichiara una guerra o quando annuncia misure dettate dalla crisi economica.

Mi sembra priva di interesse, ad esempio, la partecipazione alle scadenze elettorali, il cui solo effetto è di mortificare la politica. Nessuna delle questioni fondamentali verrà modificata in questo quadro.

Distanza significa che le decisioni devono essere prese in piena autonomia rispetto a ciò che i  governi, i media, l’economia—lo Stato in senso molto ampio, quindi—ritengono importanti e che decidono di imporre nell’agenda politica.”  (Badiou, Il manifesto, 11-02-2007).

A chi si ritrae inorridito da questa prospettiva penso si debba rispondere come Lenin rispose a coloro che non volevano rompere con la sinistra di quell’epoca, anche dopo l’appoggio dei partiti socialisti ai propri governi nel primo conflitto imperialistico mondiale, per continuare “come se non fosse accaduto nulla di grave, come se ci fosse stato un leggero errore accidentale; …accomodare la vecchia risoluzione, come se non fosse avvenuta una divisione profonda di principio !!!

[…] Sappiamo che c’è una gran quantità di gente che vorrebbe seguire appunto questa via e limitarsi a qualche frase di sinistra. Noi non siamo sulla stessa via. Ci siamo messi e proseguiremo su un’altra via…”  (Lenin, ‘Il fallimento della  II Internazionale’).

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FIAMMA TRICOLORE

by Gianluca Freda (21/03/2008 - 16:07)


Sulle elezioni politiche italiane ho mantenuto finora un quasi assoluto silenzio radio. Un po’, lo ammetto, per i super-impegni che mi hanno lasciato poco tempo di dedicarmi al blog. Un po’ per scelta. Non ho nessuna intenzione di fungere da fanfara, per quanto microbica, al teatrino stucchevole della miliardesima recita “democratica”. Che i fantocci istituzionali continuino pure a inscenare le loro sempre meno credibili rivalità ideologiche. Che i loro organi di partito continuino pure a pompare le loro gesta in prima pagina e in prima serata come se dalle loro miserabili comparsate dipendesse il destino dell’universo. Io, nel mio piccolo, eviterò di dedicare all’uno o all’altro dei burattini in scena ogni possibile supplemento di spazio. Che le loro greggi continuino, se gli piace, a mettersi gli occhiali stroboscopici per scorgere minute differenze tra due coalizioni indistinguibili. Identiche tra loro per la strafottenza verso i problemi del paese, per l'irresponsabilità terminale, per la capacità di seppellire l’ondata di disperazione che monta dalla società civile con valanghe e valanghe di ciarle a vanvera. La loro “lotta” per il posticino da parlamentare non mi interessa e non mi riguarda più. Se qualcuno vuole prendersi la briga di perdere dieci minuti del suo tempo per tracciare una inutile X a casaccio in cabina elettorale – oltre, naturalmente, a quella di foraggiare a vita i bagordi di questa masnada di buffoni criminali - faccia pure. Il tempo è suo e il cervello pure.

Oggi, però, interrompo brevemente il silenzio radio per fornire ai miei cinque lettori una notizia di impressionante magnitudine politico-sociale. Vale la pena di perderci dieci minuti.

Siete pronti? Bene. E’ successo qualcosa di straordinaria rilevanza per i destini del paese, qualcosa a cui i media nazionali stanno giustamente dedicando un’attenzione minuziosa.

Si è incazzata Fiamma Nirestein.

La ragione dell’incazzatura sta nella pubblicazione, ad opera del “Manifesto”, della vignetta di Vauro che riproduco qui sopra. In essa, come vedete, la Fiamma Tricolore compare in versione Frankenstein, con tre simboli sul petto: la stella di David, il fascio littorio e il simbolo del Pdl. Ciò è bastato a provocare nella già instabile candidata del Pdl un’alluvionale secrezione di bile che ha assunto la forma dialettica di un profluvio di imprecazioni sconnesse, miste ad abbondante secrezione salivare. Ferita nel profondo, la povera Fiamma si è rivolta alla mamma, la Anti-Defamation League, che non avendo cose più serie di cui occuparsi è immediatamente intervenuta. «Ci riteniamo oltraggiati dal fatto che il Manifesto abbia pubblicato una vignetta indiscutibilmente antisemita. Sia che fosse o meno intenzionale, l’effetto del disegno è l’associazione degli ebrei ai fascisti che li hanno perseguitati, denigrando il Pdl associandolo agli ebrei e sottolineando la presenza di un ebreo italiano nella lista elettorale. In ogni caso il risultato è lo stesso: antisemitismo».

La vituperata, non trattenendo la nobile furia né gli schizzi palatali, si è così espressa sul gravissimo avvenimento: «Un disegno antisemita nella sostanza e nella forma. Di fatto mi ritrovo nella stessa condizione in cui vengono ritratti i soldati israeliani quando vengono rappresentati dalla stampa antisemita: stella di David e svastica nazista. Io ho la stella di David e il fascio... [...] È la riprova di quanto ho scritto nel mio libro dedicato all’antisemitismo progressista. Visto che non sono candidata in una lista di sinistra, divento automaticamente un mostro fascista. Sono certa che Vauro mi odia perché mi sono sempre schierata a favore di Israele».      

E quando mai. Se rigo la portiera della macchina ad un candidato qualsiasi, sono un balordo qualsiasi. Ma se rigo la portiera di un candidato ebreo filosionista, allora è una cosa seria: mi trasformo nientepopodimeno che in un antisemita.

Ora, io sorvolerei sul fatto che la vignetta di Vauro non era antisemita per niente, limitandosi a stigmatizzare il pelo sullo stomaco (storico e ideologico) dimostrato dalla Fiamma Tricolore nell’entrare a far parte della stessa coalizione che comprende la Mussolini e Ciarrapico. Non vorrei provocare, con questa sterile discussione, l’aggravarsi delle già precarie condizioni della candidata Pdl e l’implemento delle sue secrezioni. Perciò diciamo pure che la vignetta di Vauro era antisemita. Tanto piacere. Chi se ne strafrega.

Per completezza d’informazione, cito qui alla rinfusa alcune dichiarazioni della Fiamma (sposata a un colonnello dell’esercito israeliano) sulla questione israelo-palestinese, così che ciascuno possa farsi una sua idea sull’etichetta da attribuirle. La cosa le risulterà, spero, gradita, essendo ella stessa una cultrice delle etichette (“antisemita”, “progressista”, “sinistra”, ecc.).

- «Mi riconosco nel PDL perché sulla questione del Medio Oriente non si è fatto influenzare dalla propaganda anti-israeliana. Qui non c’è chi è andato a braccetto con un deputato Hezbollah in Libano. Io sono stata candidata da Fini, un politico che stimo enormemente perché è andato in Israele, con la kippà in testa, a riconoscere le colpe del fascismo».

- «Ogni Paese ha diritto a difendersi. Solo agli ebrei nella storia è stato negato il diritto all’autodifesa, e così è anche oggi».

- «La parola d’ordine degli ebrei deve essere ‘Orgoglio ebraico’, nel senso dell’orgoglio

per la nostra storia e la nostra identità nazionale [...]. Orgoglio ebraico significa che dobbiamo rivendicare l’unicità identitaria del popolo ebraico e il suo diritto ad esistere: dobbiamo agire come non sia mai stati riconosciuto, perché oggi, di nuovo, non è più riconosciuto. Nella difesa della nostra identità dobbiamo essere, come dice Hillel Halkin, più duri che possiamo e più liberali di chiunque altro».

Avete etichettato la Fiamma? Bene. Ora ponetevi (dico a coloro che consapevolmente o inconsapevolmente voteranno per lei nella foga di rimandare il nano rialzato a Palazzo Chigi) il seguente quesito: siete sicuri di volere nel Parlamento italiano un elemento così? Voglio dire: a questa dell’Italia e dei suoi problemi non frega assolutamente niente. Se ne sta in Israele a scrivere i suoi articoli sull’”orgoglio ebraico” per Il Giornale e a incitare al massacro e alla deportazione della popolazione palestinese. Cosa che a certi berlusconiani, conoscendone la feroce ignoranza, potrebbe anche andar bene, ma non è questo il punto. Il punto è: che cosa credete possa fare per l’Italia e per la sua incipiente rovina una che ha in mente solo Israele, l’orgoglio d’Israele, i diritti d’Israele, la guerra d’Israele, la vita d’Israele, la gloria d’Israele? Potrebbe candidarsi alla Knesset anziché al Parlamento italiano. Verrebbe sicuramente eletta a furor di popolo, ricevendo una doppia ovazione, dal Giordano al Tevere. Il Giordano esulterebbe per l’elezione di una così accanita sostenitrice della causa del popolo eletto. Il Tevere per essere finalmente riuscito a cavarsela dai coglioni. Invece ha deciso di entrare a far parte della gioiosa e famelica fratellanza dei parlamentari italiani, di condividere le loro angustie, di contribuire alle loro leggi. Chissà come mai. Potreste, per cortesia, provare a domandarvelo, gentili elettori del nano liftato, prima di scarabocchiare sulla scheda quell’ennesima, inutile crocetta? Grazie in anticipo per l’interessamento.

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