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L'AMORE SUL MAR ARTICO

by Gianluca Freda (20/09/2009 - 21:19)


A questo punto credo di poterlo dire: chi pensava che l’amministrazione Obama sarebbe stata una mera continuazione della politica dell’era Bush sotto le inedite spoglie “politically correct” di un presidente nero aveva compiuto una valutazione imprecisa. Ho aspettato diversi mesi prima di scriverlo, perché io stesso sospettavo che l’elezione di Obama non fosse altro che la solita operazione di facciata, in cui si muta la confezione affinché il contenuto rimanga lo stesso. Bene, credo ormai di poter dire che non era così. Con l’elezione di Obama i rapporti tra USA e Israele sono profondamente mutati; e cambiare i rapporti tra USA e Israele significa cambiare radicalmente faccia all’intera geopolitica internazionale. Ci aveva visto giusto Israel Shamir, i cui articoli ho tradotto e pubblicato nei mesi passati: Obama è sì l’ennesima “creatura” della lobby ebraica statunitense, come i suoi detrattori giustamente affermano. Costoro si dimenticano però di dire che quando parliamo di lobby e di Stati Uniti non parliamo di entità monolitiche che condividano, nella loro interezza, un rigoroso fine unitario. Esistono ramificazioni, devianze, scontri, rivalità, molteplicità ed inconciliabilità d’interessi all’interno di questi organismi ed è da questi contrasti interni che è nata la figura del nuovo presidente. Scriveva Shamir qualche mese fa che Obama rappresenta il trionfo dell’ala sinistra della lobby ebraica (che ha i propri interessi economici in territorio USA) sull’ala destra filoisraeliana che durante l’amministrazione Bush-Cheney aveva trasformato la politica estera americana in uno strumento di terrore globale totalmente asservito agli interessi israeliani. Gli attacchi dell’11 settembre 2001, organizzati e gestiti da elementi del Mossad e della CIA, con la stretta collaborazione di figure di primo piano dell’amministrazione USA, avevano segnato – con le loro conseguenze internazionali – la fase di massimo asservimento della politica statunitense ai diktat israeliani. Non è più così, e le evidenze del cambiamento di rotta sono ormai abbondanti. Alcune di esse sono recentissime e piuttosto clamorose.

Le ostilità tra le due ali della lobby israelo-americana divennero evidenti già subito dopo l’elezione di Obama, quando l’11 dicembre 2008 venne arrestato per bancarotta fraudolenta il finanziere ebreo Bernie Madoff. Il fallimento e l’arresto di Madoff, al di là della loro rilevanza di “monito”, misero in serie difficoltà economiche molti dei sostenitori dell’ala destra della lobby, riducendo all’osso le loro possibilità di finanziare politici di parte all’interno dell’amministrazione americana.    

Poco prima dell’insediamento di Obama, Israele scatenò contro Gaza l’Operazione Piombo Fuso, una delle più atroci e sanguinarie azioni di sterminio mai progettate contro i palestinesi, con l’utilizzo di fosforo bianco e bombardamenti a tappeto contro la popolazione civile. Possiamo dire ora, con il senno del poi, che si trattò di un’azione dimostrativa rivolta non tanto a scongiurare l’inesistente rischio dei razzi di Hamas, ma a sottolineare l’intransigenza del governo israeliano riguardo la prosecuzione della consueta politica in Medio Oriente, con o senza l’approvazione dei nuovi inquilini della Casa Bianca.

Gli attacchi agli affari e all’immagine di Israele nel mondo si sono moltiplicati negli ultimi mesi, con l’arresto in New Jersey della rete di rabbini trafficanti in organi umani sotto l’egida d’Israele e con il riconoscimento della medaglia al valor militare ad uno dei superstiti della USS Liberty, la nave americana aggredita da forze militari israeliane nel 1967.

Uno degli ultimi “affronti” a Israele è stata la pubblicazione ad opera di Richard Goldstone, capo di una commissione d’indagine nominata dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, di un rapporto sui crimini di guerra compiuti da Israele durante l’Operazione Piombo Fuso (perfino la solitamente partigianissima Amnesty International ha definito quell’attacco contro i civili come “22 giorni di morte e distruzione”).

Il tentativo di affiancare ad Obama il cane da guardia USraeliano Joe Biden, per tenerlo sotto controllo, è fallito: le dichiarazioni di Obama e quelle di Biden, particolarmente riguardo all’Iran, sono quanto di più antitetico sia possibile immaginare. Già questo sarebbe sufficiente a rendere idea dello scontro in atto ai vertici della politica americana per ottenere finalmente un affrancamento degli USA dalla servitù sionista imposta al paese nell’ultimo decennio.

Ma gli eventi più clamorosi e significativi sono forse quelli relativi all’affare della Arctic Sea, la nave russa aggredita due mesi fa da non meglio identificati “pirati” e poi recuperata grazie ad un’azione congiunta delle forze americane e russe. La storia è inquietante e preoccupante: la Arctic Sea trasportava tre missili atomici recuperati dal sottomarino russo K-141 Kursk, affondato nel 2000 nel Mare di Barents in seguito ad un’esplosione, provocando la morte di tutti i 118 membri dell’equipaggio. I missili, recuperati grazie alle attrezzature della Arctic Sea in collaborazione con le forze militari finlandesi, dovevano essere spediti in Texas, presso l’installazione denominata Pantex Plant, per essere smantellati. Ma non sono mai arrivati in Texas. Il 24 luglio, mentre transitava attraverso il Baltico (attraverso la Manica, secondo altre fonti), la Arctic Sea è stata aggredita da “commandos non identificati”, che hanno preso possesso della nave spacciandosi per poliziotti svedesi antidroga. Il 12 agosto il Presidente russo Medvedev e il primo ministro Putin hanno organizzato un incontro sul Mar Nero con il presidente finlandese Tarja Halonen. E’ stato deciso di organizzare una ricerca a tappeto della nave dirottata utilizzando “tutte le risorse disponibili” della flotta russa. “Tutte le navi e tutti i vascelli della Marina Russa presenti nell’Atlantico”, ha dichiarato il comandante in capo della Marina Russa, Vladimir Vykotsky, “sono stati schierati alla ricerca della nave scomparsa”.  Da questo colossale spiegamento di forze è già possibile intuire l’importanza della posta in gioco. Fonti dell’FSB (il Servizio di Sicurezza Federale della Russia) e del GRU (il servizio informazioni delle forze armate russe) temevano che dietro l’assalto vi fosse il progetto di organizzare un non meglio precisato attentato “false flag” in territorio statunitense, simile a quello dell’11 settembre 2001 di cui incolpare – probabilmente – l’Iran per giustificare un attacco militare contro la Repubblica Islamica. Se queste fonti fossero attendibili (sottolineo il “se”, perché la prudenza, in questi casi, non è mai troppa) l’attacco sarebbe dovuto avvenire il prossimo 22 settembre. Non è difficile immaginare quali servizi segreti e quale paese stiano dietro il dirottamento della Arctic Sea. E’ certo antisemita, ma non difficile.

Fortunatamente i piani dello stato “più democratico del Medio Oriente”, per questa volta, sono andati a monte. Un’azione congiunta delle forze navali russe e americane, avvenuta il 17 agosto, è riuscita a recuperare la Arctic Sea, arrestando i membri del commando di dirottatori, i quali sono stati definiti dal Ministro della Difesa russo, Anatoly Serdyukov, come “terroristi della CIA” in possesso di falsi passaporti russi, estoni e lettoni. L’appartenenza dei dirottatori alla CIA non deve certo far pensare che il coinvolgimento di Israele nell’operazione sia minore. Scrive l’autore del sito www.whatdoesitmean.com, che si firma con lo pseudonimo di Sorcha Faal:

“Una cosa poco nota al pubblico americano, ma risaputa nel resto del mondo, è che la Central Intelligence Agency (CIA) è attualmente prossima al ‘caos totale’, visto che né l’amministrazione Obama, né i settori delle forze armate USA leali al nuovo presidente, riescono a tenere sotto controllo quegli ‘elementi deviati’ che in passato hanno lavorato in stretta collaborazione con l’intelligence pakistana (ISI) e l’Istituto Israeliano per l’Intelligence e le Operazioni Speciali (Mossad) per creare una propria organizzazione terroristica più conosciuta con il nome di Al Qaeda”.

Dopo il recupero della Arctic Sea e l’arresto dei dirottatori, il presidente israeliano Netanyahu si è precipitato a Mosca, furibondo, in quella che viene definita da fonti del Ministero degli Esteri russo come “un’infrazione senza precedenti ai protocolli internazionali”. Netanyahu ha cercato in tutti i modi di tenere segreto il proprio “blitz” a Mosca: il viaggio è stato compiuto lunedì 7 settembre con un jet privato israeliano ufficialmente diretto a Tbilisi, in Georgia, il quale però, non appena giunto nello spazio aereo russo, ha richiesto un “permesso urgente” per atterrare nella base aerea moscovita di Kubinka. Qui Netanyahu è stato ricevuto da alcuni allibiti ufficiali dell’FSB, nonché da rappresentanti diplomatici russi e israeliani, convocati d’urgenza. Nonostante le cautele, la notizia della spedizione di Netanyahu è trapelata sulla stampa israeliana: lo Yediot Achronot ha parlato della repentina spedizione del primo ministro, nonostante le fonti ufficiali continuassero a sostenere che l’improvvisa sparizione di Netanyahu il 7 settembre era dovuta alla sua presenza in una “installazione di sicurezza israeliana”. Il quotidiano Ha’aretz ha citato un “alto funzionario di Gerusalemme”, il quale avrebbe confermato la visita di Netanyahu a Mosca in compagnia di Meir Kalifi, ministro per gli Affari Militari e Uzi Arad, consigliere per la Sicurezza Nazionale d’Israele (quest’ultimo implicato in operazioni di spionaggio su suolo americano a favore d’Israele, attraverso l’organizzazione israelo-americana nota come AIPAC). Ha’aretz scrive anche che il Ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, e il Ministro della Difesa, Ehud Barak, erano stati informati del viaggio, ma avevano ricevuto l’ordine di non diffondere la notizia.

Secondo fonti ufficiose citate sempre dal sito www.whatdoesitmean.com, l’incontro fra Netanyahu e le autorità russe sarebbe stato a dir poco tempestoso. Netanyahu avrebbe richiesto, “furente”, la “restituzione immediata di tutti i documenti, l’equipaggiamento e gli agenti del Mossad” catturati nel corso dell’operazione russo-americana per liberare la Arctic Sea. Di fronte al rifiuto di Medvedev – il quale avrebbe anche minacciato ritorsioni contro Israele in caso di attacco contro l’Iran - avrebbe replicato con frasi come: “Israele è pronto a trascinare il mondo intero nell’abisso insieme a sé, se sarà necessario”, “la Russia deve guardarsi le spalle” e “non siate sorpresi quando i funghi atomici inizieranno a comparire su Teheran”.

Di sicuro sembra che il rifiuto di Medvedev sia costato caro alla Russia: dopo l’azione di recupero della Arctic Sea, il territorio russo è stato funestato da una serie di attacchi terroristici che hanno provocato finora un centinaio di morti. Il 17 agosto (lo stesso giorno del ritrovamento e della liberazione della Arctic Sea e del suo equipaggio) un attentato alla centrale idroelettrica di Sayano-Shushenskaya ha provocato una disastrosa inondazione con almeno 75 vittime; il 12 settembre un “attentatore ceceno” si è fatto esplodere presso una stazione di polizia a Grozny, provocando la morte di due agenti e il ferimento di almeno altre tre persone. Ma l’incidente politicamente più grave è stato l’attacco alla base aerea di Tambov, in cui sono conservati alcuni dei documenti segreti più importanti dell’intelligence russo. Un “commando” non meglio precisato ha attaccato la base la notte del 13 settembre, prendendo di mira simultaneamente 3 torrette di guardia poste a protezione del bunker sotterraneo e uccidendo 3 guardie Spetsnaz del GRU e due ufficiali. In meno di 15 minuti i membri del commando sono riusciti a penetrare nell’installazione, disattivare il sistema antincendio e attaccare il bunker in cui erano contenuti i file segreti con ordigni incendiari. Secondo alcune fonti, nella base sarebbero stati conservati i file russi riguardanti gli eventi dell’11 settembre 2001. L’agenzia di stampa RIA Novosti riferisce:

“L’incendio scoppiato presso la sede del Direttorato dell’Intelligence Russa è avvenuto durante la notte e ha riguardato un’area di 400 metri quadri. Due ufficiali e tre militari sono rimasti uccisi. L’incendio ha gravemente danneggiato un’unità segreta in cui sono conservati documenti di particolare importanza governativa, ha riferito una fonte, aggiungendo che il Ministro della Difesa russo ha ordinato al proprio primo funzionario, Col. Gen. Alexander Kolmakov, di recarsi sul sito. “I danni sono definiti ‘molto gravi’”, ha aggiunto la fonte”.

Questa ondata di attacchi terroristici, che ha fatto seguito all’inaudita alleanza russo-statunitense per sventare un piano dell’intelligence israeliana, sembra aver generato un ulteriore avvicinamento tra le autorità di Washington e quelle di Mosca. E’ del 16 settembre la notizia di un colloquio tra Putin, Obama e il primo ministro canadese Harper, volto a fronteggiare una “emergenza senza precedenti”  generata da una politica israeliana “finita totalmente fuori controllo”. La riunione è stata convocata dopo che Israele aveva interrotto tutti i negoziati con l’inviato di Obama, George Mitchell, a seguito della pubblicazione del già citato rapporto di Richard Goldstone sui crimini commessi da Israele durante l’operazione Piombo Fuso. La situazione è stata resa ancora più preoccupante dalle dichiarazioni rilasciate alla Reuters dall’ex ministro della difesa israeliano Ephraim Sneh (alleato del leader dell’opposizione israeliana, Tzipi Livni, che Netanyahu ha sconfitto alle scorse elezioni) secondo il quale sarebbe imminente un attacco di Israele alle installazioni nucleari iraniane nel caso in cui Stati Uniti ed Europa non si decidessero ad inasprire le sanzioni contro la Repubblica Islamica.

E’ nel corso di questi colloqui che Obama ha acconsentito, a sorpresa, a rinunciare allo “scudo” missilistico che, nelle intenzioni dell’amministrazione Bush-Cheney, avrebbe dovuto essere posizionato in Polonia e Repubblica Ceca allo scopo di “circondare” la Russia.    

Putin, dal canto suo, ha dichiarato di rinunciare al progetto di una nuova supervaluta che avrebbe dovuto sostituire il dollaro negli scambi internazionali, riposizionando le proprie richieste sulla domanda di una pluralità di valute accanto al dollaro. Putin – per mezzo del Ministro delle Finanze russo, Alexei Kudrin - ha inoltre rinunciato alla causa da 22 miliardi di dollari intentata alla Bank of New York, di proprietà della famiglia Mellon, accontentandosi di una cifra simbolica per le “spese processuali”, pari a 14 milioni di dollari. La causa contro la Bank of New York, se condotta a buon fine, avrebbe creato ulteriori difficoltà alla già traballante politica economica del presidente americano.

Come si vede, i colloqui russo-americani hanno dato luogo a risultati di notevole rilievo in tempi brevissimi, il che non può non far pensare ad un’alleanza tattica o strategica per fronteggiare una minaccia comune. Un diplomatico russo che ha voluto restare anonimo avrebbe dichiarato: “Mai nel corso della storia avevo visto così tante e profonde divergenze tra noi e gli americani appianarsi in un tempo così breve...   e di questo dobbiamo ringraziare Israele”. Se davvero (ma lo si prenda con tutte le cautele possibili) dietro questi accordi ci fosse la necessità di fare fronte comune contro una politica israeliana finita fuori controllo, staremmo senz’altro assistendo al più rivoluzionario rivolgimento di politica internazionale degli ultimi 40 anni. In ogni caso se l’idea di un Obama “salvatore del mondo” continua ad essere sciocca ed ingenua, penso che anche quella di un Obama mero “continuatore” del progetto neocon con mezzi più subdoli sia da mettere definitivamente in soffitta di fronte a questi avvenimenti. A meno che, naturalmente, la progettualità fraudolenta dei padroni del mondo non si muova per strade così tortuose ed astute da rendersi irriconoscibile anche all’analisi più disincantata.

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HANNIBAL L'EBREO

by Gianluca Freda (10/09/2009 - 19:27)


IL RITORNO DEI LADRI DI CADAVERI

di Israel Shamir

dal sito www.israelshamir.net

traduzione di Gianluca Freda

 

Nel film d’azione turco “La valle dei lupi” un medico ebreo-americano nella prigione di Abu Ghraib estrae delicatamente un rene da un prigioniero arabo vivo e sofferente e lo depone in un pacchetto speciale con l’etichetta “per Tel Aviv”, rafforzando in questo modo l’eterno legame di amicizia tra Stati Uniti e Israele. La vita reale imita il cinema, come abbiamo potuto apprendere dalla terribile storia dei giovani palestinesi rapiti dall’esercito più morale del mondo, quello di Israele, per estrarre i loro organi interni, secondo quanto pubblicato da uno dei più importanti giornali svedesi [vedi traduzione dell’articolo qui sotto].

Donald Boström, fotografo svedese che nel 1992 aveva lavorato nella West Bank, ha ricevuto da un funzionario delle Nazioni Unite una soffiata con cui lo si invitava a seguire la scia di sangue di certi soldati israeliani, che avevano rapito alcuni giovani palestinesi per poi restituire, cinque giorni dopo, i loro cadaveri “con una cicatrice da taglio che andava dall’addome fino al mento”. Le loro famiglie di Gaza e della West Bank pensano di sapere con esattezza che cosa è successo: “I nostri figli sono stati usati come donatori d’organi non volontari; sono scomparsi per alcuni giorni solo per essere restituiti, nel cuore della notte, morti e con i segni dell’autopsia. Perché hanno trattenuto per cinque giorni i loro corpi, prima di permetterci di seppellirli? Che è successo ai loro corpi in questo intervallo? Perché conducono autopsie contro la nostra volontà, quando la causa della morte è ovvia? Perché restituiscono i loro cadaveri durante la notte? Perché lo fanno con la scorta militare? Perché tutta la zona è stata isolata durante i funerali? Perché è stata interrotta l’energia elettrica?”

Queste domande continuavano a perseguitare Boström. Egli ha così scattato alcune terribili fotografie dei cadaveri restituiti. Come Vanunu, è riuscito a portare le sue riprese all’estero. Di ritorno in Svezia, ha offerto la sua storia al Dagens Nyheter, un giornale liberale che, incidentalmente, è di proprietà della famiglia ebrea Bonnier. DN ha rifiutato la pubblicazione. La storia è così rimasta nascosta finché un giornale socialdemocratico, l’Aftonbladet, ha deciso di concederle spazio.

La reazione degli israeliani è stata isterica. Il paese rischia di farsi esplodere le budella dalla rabbia. Sulle autorità svedesi sono state esercitate forti pressioni per ottenere una condanna del giornale, una punizione dell’autore dell’offesa e un’implorazione di perdono. L’ambasciatore svedese a Tel Aviv, membro della ricca e influente famiglia ebraica dei Bonnier che incidentalmente possiede la maggior parte dei giornali, delle reti Tv e dei cinema svedesi, ha espresso il suo “sconcerto e disapprovazione” su un apposito sito web. Ma la sua pronta accettazione del diktat di Tel Aviv è andata a vuoto. Il governo svedese ha sconfessato la sua interferenza con la libertà di stampa del paese; gli editori dell’Aftonbladet hanno insistito sul proprio diritto di dire ciò che ritengono opportuno e hanno richiesto un’indagine internazionale.

Carl Bildt, ministro degli esteri svedese, è rimasto turbato dal proposito israeliano di cancellare le visite programmate e ha già scritto in un blog che “articoli come questo possono provocare antisemitismo e l’istigazione è contro le leggi svedesi”. Tuttavia le sue lagne sono state minori di quanto Netanyahu e Lieberman avessero richiesto, mentre l’indomito responsabile culturale di Aftonbladet, Åsa Linderborg, vero eroe di questo dramma, ha inviato due suoi corrispondenti sulla scena del delitto. Costoro hanno confermato le scoperte di Boström. Impreparata a tanta risolutezza, la rabbia e l’isteria di Tel Aviv si è rapidamente placata, trovandosi davanti il fronte compatto dell’opinione pubblica svedese.

Esprimere “sdegno per le solite vecchie panzane” è più facile che rispondere alle domande poste da Boström. I fatti sono orribili e le accuse non sono nuove. Esistono troppi rapporti di avvenimenti similari, al di là di quelli riportati dall’Aftonbladet. I membri della Knesset Ahmed Tibi e Hashem Mahmid avevano già accusato l’istituto di medicina forense Abu Kabir di prelevare organi interni dai cadaveri dei palestinesi. Avevano affermato che alcuni medici palestinesi si erano lamentati per aver ricevuto i cadaveri dei loro morti privi di organi. I giornali israeliani avevano riferito che nel 2007 tre teenager palestinesi erano stati uccisi vicino a Khan Younes, nella striscia di Gaza, e i loro corpi erano stati restituiti ai genitori sei giorni dopo pieni di tagli e di lividi. Spesso Israele non restituisce neppure i cadaveri dei palestinesi alle loro famiglie ma li fa seppellire in un cimitero segreto. Questo genera ulteriori sospetti.

Peggio ancora, tutto sembra far parte di un progetto più vasto.

In ogni parte del mondo, Israele e gli israeliani sono coinvolti nel traffico di carne umana, questa moderna forma di cannibalismo. Oltre al caso del cartello del New Jersey, citato nell’articolo di Boström, ce ne sono molti altri.

  • - Turchia: un professore israeliano, Zaki Shapira, è stato arrestato dalle autorità turche perché sospettato di aver estratto parti di ricambio a cittadini turchi vivi, come riportato dal Jerusalem Post, giornale notoriamente antisemita.
  •  
  • - Sudafrica: un altro giornale antisemita, il New York Times, ha riferito di un’organizzazione israeliana dedita al traffico d’organi operante fra Sudafrica e Brasile.
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  • - Brasile: un ufficiale israeliano, Gedalya Tauber, è stato arrestato per aver convinto alcuni disperati a separarsi da parti del proprio corpo. Ha pure vuotato il sacco sulle attività di questo tipo gestite dai suoi connazionali.
  •  
  • - Ucraina: Il Jerusalem Post ha riferito dell’arresto di “un cartello dedito al traffico d’organi illegale” che offriva viaggi aerei in Ucraina a donatori e destinatari.

Nella maggior parte dei casi, medici, trafficanti, spacciatori e destinatari degli organi erano tutti israeliani, poiché lo stato ebraico è l’unico paese del mondo in cui il trapianto di organi ottenuti illegalmente sia finanziato dallo Stato, con medici regolarmente assunti per eseguirlo, secondo quanto riportato da Ha’aretz. Il passo successivo era l’evoluzione delle reti internazionali dedite a questo tipo di commercio. Gli ebrei si trovano in ottima posizione per dedicarsi a questo sordido business: esistono moltissimi medici israeliani, molti legami fra le comunità ebraiche nei diversi paesi e le inibizioni morali sono assai scarse.

Questa assenza di inibizioni morali ha spinto un noto rabbino della Chabad, Yitzhak Ginzburgh, a concedere agli ebrei il beneplacito religioso a sottrarre il fegato ad un goy anche senza il suo consenso. Egli ha affermato che “un ebreo ha diritto di estrarre il fegato da un goy se ne ha necessità, perché la vita di un ebreo ha più valore di quella di un goy, così come la vita di un goy ha più valore di quella di un animale”.

Gli israeliani di oggi hanno dimenticato la loro fede, ma hanno conservato questa mancanza di inibizioni. Un giornale d’affari israeliano, The Marker, ha pubblicato l’opinione di un avvocato israeliano che giustificava il traffico d’organi poiché “gli organi non sono che beni, dunque possono essere venduti e acquistati come qualunque altro bene sul mercato”.

La distanza tra acquistare un rene e sottrarlo non è poi molta: se “gli organi non sono che beni”, è sicuramente ammissibile sottrarli ai palestinesi, così come è “ammesso” espropriarli degli ulivi secolari durante la costruzione del Muro.

Indignarsi è facile, ma non è altrettanto facile dimostrare che gli israeliani, i quali non esitano a spezzare braccia e gambe agli scolari palestinesi e a bombardarli col napalm, siano in grado di trattenersi dal fare profitti con gli organi interni dei palestinesi. La richiesta di un’indagine internazionale avanzata dall’Aftonbladet è ragionevole: se gli israeliani non hanno fatto nulla di male (a parte massacrare centinaia di persone) non hanno nulla da temere da un’inchiesta. Ma Israele aveva già rifiutato alla commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite di visitare Jenin dopo il massacro del 2002 e Gaza dopo il massacro del 2009.

Per Israele il lato più irritante di questa faccenda è la breccia che si è aperta nel muro. Non parlo del mostruoso Muro di Sharon, che protegge il più grande ghetto ebraico del Medio Oriente, ma del muro dei media da cui è protetto oltreoceano. Gli ebrei si sono comprati i media di ogni parte del mondo non certo per divertirsi, e nemmeno per profitto, ma per l’influenza che essi esercitano sulle menti. E’ il caso della Svezia, dove i membri dell’esigua comunità ebraica possiedono giornali, riviste, case editrici e perfino la Hollywood svedese, la Svensk Filmindustri AB. Questi media promuovono attivamente le politiche neoliberali di privatizzazione, mercificazione, flusso migratorio, smantellamento del welfare: in sostanza, politiche che sono vantaggiose per i ricchi ebrei.

I rappresentanti di Israele si fanno in quattro per tenere sotto controllo le notizie provenienti dal Medio Oriente. Qualche anno fa, la rivista della sinistra radicale Ordfront pubblicò un ponderato articolo di Johannes Wahlström, Il regime israeliano controlla i media svedesi, in cui si parlava dei legami di Israele con la stampa svedese, di funzionari israeliani che si recano dagli editori e dai corrispondenti dei giornali svedesi. In quello stesso articolo Donald Boström accennava alla terribile storia che avrebbe voluto raccontare, ma che non riusciva a penetrare il muro della censura filoisraeliana dei media svedesi.

Israele non è il solo paese sospettato di tali nefande attività. Carla Del Ponte, procuratore capo del Tribunale dell’Aia per i crimini nei Balcani, scrisse nel 2008 nel suo libro La caccia: io e i criminali di guerra che sotto l’egida dell’Esercito di Liberazione del Kosovo, alleato della NATO e degli USA, centinaia di giovani prigionieri serbi erano stati trasportati in camion dal Kosovo verso il nord dell’Albania, dove avevano subìto l’espianto degli organi. Alcuni prigionieri erano stati ricuciti dopo l’asportazione dei reni, fino al momento in cui erano stati uccisi per prelevare altri organi vitali. Carla Del Ponte aveva visto i locali in cui venivano eseguiti questi espianti chirurgici e aveva incontrato alcune delle persone coinvolte, una delle quali aveva “eseguito personalmente una consegna di organi” all’aeroporto albanese per la spedizione all’estero.

Tuttavia le accuse di Carla Del Ponte contro gli albanesi non avevano provocato tanto baccano, nessuno l’aveva accusata di essere “antialbanese”, né a lei sarebbe importato granché se qualcuno lo avesse fatto, poiché è perfettamente legittimo essere anti-chi-si-vuole, purché non si sia anti-ebrei. Gli ebrei possiedono l’arma poderosa dell’etichetta di “antisemitismo”. O forse no?

E’ possibile che lo spauracchio dell’antisemitismo, così utile a Israele, non funzioni più come una volta? Sì, è possibile. Il discorso di Obama al Cairo apparentemente non ha avuto conseguenze immediate; Obama ha cercato di fare pressione su Israele affinché congelasse gli insediamenti, ma invano. Ha fallito? E’ troppo presto per giudicare, come avrebbe detto Zhou Enlai. Simili cambiamenti raramente si verificano con un tocco di bacchetta magica... invece richiedono tempo. Le recenti pubblicazioni sulla gang di ebrei criminali del New Jersey, gli attacchi alla Goldman Sachs, le medaglie a Mary Robinson e Desmond Tutu, il premio conferito a Felicia Langer, il collasso in Francia del partito socialista filoebraico e l’apparizione di un partito antisionista, l’articolo di Boström sull’Aftonbladet, sono tutti piccoli avvenimenti separati, ma messi insieme danno la sensazione che vi sia un cambiamento in arrivo. Svedesi, francesi, tedeschi e perfino i cittadini del New Jersey non hanno più paura che Washington gli arrivi addosso come un siluro in difesa dei sionisti, come sarebbe avvenuto nei giorni di George W. Bush. Obama ha anche rifiutato di nominare un nuovo commissario contro l’antisemitismo.

Questo pensiero spaventa il governo di Tel Aviv più di ogni altra cosa. Se oggi permettono agli svedesi di farla franca, domani arriverà qualcun altro, e allora la paura degli ebrei verrà consegnata alla categoria delle paure umane senza fondamento, come la paura dei topi.

 

Secondo finale

Cosa più importante, lo sdegno di Israele è la prova che – nonostante l’approvazione dei Cabbalisti radicali e dei neoliberisti – l’espianto di organi umani è una cosa mostruosa e immorale, troppo vicina al cannibalismo, e noi tutti lo sappiamo bene. Sì, è spaventoso che i soldati israeliani strappino reni ai palestinesi per poi ucciderli subito dopo. Ma sarebbe altrettanto spaventoso se un gentile dottore espiantasse un rene a un meccanico di Detroit la cui casa sia stata confiscata da un educato banchiere, o ad un operaio ucraino licenziato da un distinto oligarca, o a un contadino indiano che deve pagare il suo debito con la Monsanto. Ogni povero del pianeta è un potenziale palestinese, anche se i mezzi per eseguire l’esproprio possono variare. Una cosa del genere va fermata. Il corpo umano è sacro. Simili operazioni sono troppo costose e non sono giustificabili. Il genere umano deve vincere la sua paura della morte. Viviamo e moriamo. Non c’è ragione di sprecare migliaia di dollari per prolungarsi la vita attraverso costose operazioni se questo denaro può essere utilizzato per sfamare gli affamati. Ma di questo parlerò più ampiamente in futuro...

 

Qui di seguito la traduzione del celebre articolo pubblicato su uno dei principali giornali svedesi.

 

SACCHEGGIATI GLI ORGANI DEI NOSTRI FIGLI

di Donald Boström

Traduzione di Micaela Marri per www.comedonchisciotte.org

 

Mi potreste chiamare un “mediatore”, ha detto Levy Izhak Rosenbaum, di Brooklyn, negli USA, in una registrazione segreta con un agente dell’FBI, che credeva fosse un cliente. Dieci giorni dopo, verso la fine del luglio scorso, Rosenbaum è stato arrestato ed è stato rivelato un grosso affare di riciclaggio e di traffico illegale di organi, stile “I Soprano”. L’attività di intermediazione di Rosenbaum non aveva niente a che fare con il romanticismo. Consisteva solo nell’acquisto e nella vendita di reni da Israele sul mercato nero. Rosenbaum dice che compra i reni a 10 000 dollari dalle persone indigenti. Poi procede a vendere gli organi ai pazienti disperati negli Stati Uniti a 160 000 dollari. Le accuse hanno scosso l’attività dei trapianti in America. Se corrispondono a verità, vuol dire che il traffico di organi è stato documentato per la prima volta negli USA, dicono gli esperti al New Jersey Real-Time News.

Alla domanda sul numero di organi che ha venduto, Rosenbaum risponde: “Davvero molti. E non ho mai fatto fiasco”, dice vantandosi. L’attività va avanti da parecchio tempo. Francis Delmonici, professore di chirurgia dei trapianti a Harvard e membro del consiglio di amministrazione della National Kidney Foundation, dice allo stesso quotidiano che il traffico di organi, simile a quello riportato da Israele, esiste anche in altre parti del mondo. Secondo Delmonici da 5000 a 6000 operazioni all’anno, il dieci per cento circa dei trapianti di reni nel mondo, vengono effettuate illegalmente.

I paesi sospettati di queste attività sono il Pakistan, le Filippine e la Cina, dove gli organi verrebbero espiantati dai corpi dei prigionieri giustiziati. Ma i Palestinesi nutrono anche forti sospetti che Israele catturi i giovani per impinguire le riserve di organi del paese – un’accusa molto grave, con tanti punti interrogativi da indurre la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ad avviare un’inchiesta sui possibili crimini di guerra.

Israele è stato più volte nel mirino per i suoi modi non etici di gestione degli organi e dei trapianti. La Francia è stata uno dei paesi che ha cessato la collaborazione di organi con Israele negli anni novanta. Il Jerusalem Post ha scritto che “ci si aspetta che gli altri paesi europei seguano presto l’esempio della Francia”.

La metà dei reni trapiantati sugli Israeliani dall’inizio del 2000 sono stati acquistati illegalmente dalla Turchia, dall’est europeo o dall’America latina. Le autorità sanitarie israeliane hanno la piena consapevolezza di questa attività ma non fanno niente per fermarla. Durante una conferenza nel 2003 è stato dimostrato che Israele è l’unico paese occidentale con una professione medica che non condanni il traffico illegale di organi. Il paese non prende provvedimenti legali contro i medici che partecipano a questo business illegale – al contrario, secondo il [quotidiano svedese] Dagens Nyheter i funzionari sanitari delle grandi strutture ospedaliere di Israele sarebbero coinvolti nella maggior parte dei trapianti illegali (5 dicembre 2003).

Nell’estate del 1992 Ehud Olmert, allora ministro della sanità, ha cercato di affrontare la questione dell’insufficienza di organi lanciando una grande campagna finalizzata all’inserimento del pubblico israeliano nel registro dei donatori di organi. Sono stati distribuiti mezzo milione di volantini nei quotidiani locali. Lo stesso Ehud Olmert è stato il primo a firmare. Un paio di settimane dopo, il Jerusalem Post ha riferito che la campagna era stata un successo. Non meno di 35 000 persone avevano firmato. Prima della campagna ce ne sarebbero state di norma 500 al mese. Tuttavia nello stesso articolo, il cronista Judy Siegel ha scritto che il divario tra la domanda e l’offerta era ancora grande. C’erano 500 persone in lista per il trapianto del rene, ma sono stati possibili solo 124 trapianti. Delle 45 persone in attesa di un fegato, solo tre sono potute essere operate in Israele.

Mentre la campagna era in corso, sono iniziati a scomparire dei giovani palestinesi dai villaggi della Cisgiordania e di Gaza. I soldati israeliani li riportavano morti dopo cinque giorni, con i corpi squarciati.

Le notizie dei corpi terrorizzavano la popolazione dei territori occupati. C’erano voci di un notevole aumento delle scomparse di ragazzi giovani, e dei conseguenti funerali notturni dei corpi sottoposti ad autopsia.

Ero in quella zona in quel momento, stavo preparando un libro. In svariate occasioni sono stato interpellato dai membri del personale dell’ONU preoccupati per gli sviluppi. Le persone che mi contattavano dicevano che il furto di organi avveniva sicuramente, ma che gli era impedito di intervenire in alcun modo. In occasione di un incarico da parte di una rete di emittenti televisive mi sono poi spostato per intervistare un grande numero di famiglie palestinesi in Cisgiordania e a Gaza – incontrando genitori che mi hanno raccontato come erano stati espiantati gli organi dei loro figli prima che fossero stati uccisi. Un esempio [delle persone] che ho incontrato in questo macabro viaggio è il giovane lanciatore di sassi Bilal Achmed Ghanan.

Era quasi mezzanotte quando è risuonato il rombo dei motori da una colonna militare israeliana dalla periferia di Imatin, un piccolo villaggio nelle parti settentrionali della Cisgiordania. I duemila abitanti erano svegli. Stavano immobili, aspettavano, come ombre silenziose nella notte, alcuni stavano stesi sui tetti, altri erano nascosti dietro le tende, i muri, o gli alberi, che fornivano protezione durante il coprifuoco pur offrendo una visuale completa di quella che sarebbe diventata la tomba del primo martire del villaggio. I militari avevano interrotto la corrente elettrica e l’area era ora una zona militarizzata isolata – neanche un gatto avrebbe potuto muoversi all’esterno senza rischiare la pelle. L’opprimente silenzio nel buio della notte era interrotto solo da qualche pianto sommesso. Non ricordo se tremavamo per il freddo o per la tensione. Cinque giorni prima, il 13 maggio 1992 un reparto speciale dell’esercito israeliano aveva usato la falegnameria del villaggio per un’imboscata. La persona che erano stati incaricati di fare fuori era Bilal Achmed Ghanan, uno dei giovani palestinesi che lanciano sassi e che rendevano difficile la vita dei soldati israeliani.

Come uno dei principali lanciatori di sassi, Bilal Ghanan era stato ricercato dai militari per un paio d’anni. Insieme ad altri ragazzi lanciatori di sassi si era nascosto sulle montagne intorno alla città Nablus, senza un tetto sopra la testa. Per questi ragazzi essere presi voleva dire tortura e morte – dovevano rimanere sulle montagne a tutti i costi.

Il 13 maggio Bilal ha fatto un’eccezione quando, per qualsivoglia ragione camminava non protetto vicino alla falegnameria. Neanche il suo fratello maggiore Talal sa perché ha corso questo rischio. Forse i ragazzi erano rimasti senza cibo e avevano bisogno di fare rifornimento.

Per il reparto speciale israeliano è andato tutto secondo i piani. I soldati hanno spento le sigarette, hanno messo da parte le loro lattine di Coca-Cola e hanno mirato con calma attraverso la finestra rotta. Quando Bilal era abbastanza vicino hanno dovuto solo premere il grilletto. Il primo colpo l’ha colpito al petto. Secondo gli abitanti del villaggio che sono stati testimoni dell’incidente gli avrebbero successivamente sparato un colpo a ciascuna gamba. Allora due soldati sono corsi fuori dalla falegnameria e hanno sparato a Bilal allo stomaco. Infine l’hanno afferrato per i piedi e l’hanno trascinato su per i venti gradini di pietra della scalinata della falegnameria. Gli abitanti del villaggio dicono che c’erano persone sia dell’ONU che della Red Crescent (Mezzaluna Rossa) nelle vicinanze che hanno sentito i colpi e che sono accorsi in cerca di feriti da soccorrere. Ci sarebbero state delle divergenze su chi avrebbe dovuto prendersi cura della vittima. Le discussioni si sono concluse quando i soldati israeliani hanno caricato Bilal gravemente ferito, su una Jeep portandolo alla periferia del villaggio, dove l’attendeva un elicottero militare. Il ragazzo è stato portato in una destinazione sconosciuta alla sua famiglia. È ritornato cinque giorni dopo, morto e avvolto in un tessuto verde ospedaliero.

Un abitante del villaggio ha riconosciuto il capitano Yahya, che era a capo della colonna militare che ha trasportato Bilal dal centro per le autopsie di Abu Kabir, fuori da Tel Aviv, al suo luogo finale di riposo. “Il capitano Yahya è il peggiore di tutti”, mi ha sussurrato nell’orecchio l’abitante del villaggio. Dopo che Yahya ha scaricato il corpo e ha sostituito il lenzuolo verde con un altro di cotone leggero, i soldati hanno scelto alcuni uomini tra i familiari della vittima per scavare [la fossa] e impastare il cemento.

Insieme ai rumori delle pale si potevano sentire le risate dei soldati che si raccontavano le barzellette mentre aspettavano di tornare a casa. Quando Bilal è stato sepolto gli è stato scoperto il petto. È stato subito chiaro per le poche persone presenti il genere di abuso che aveva subito il ragazzo. Bilal non è certo il primo giovane palestinese ad essere stato sepolto con uno squarcio dall’addome al mento.

Le famiglie in Cisgiordania e a Gaza erano certe di sapere esattamente quello che era successo: “i nostri figli vengono usati come donatori non volontari di organi”, mi hanno detto i parenti di Khaled di Nablus, come ha fatto anche la madre di Raed della città di Jenin e gli zii di Machmod e Nafes di Gaza, che erano tutti scomparsi per un certo numero di giorni, e che sono ritornati di notte, morti, dopo un’autopsia.

Perché tengono le salme fino a cinque giorni prima di lasciarcele seppellire? Che succedeva ai corpi in quel lasso di tempo? Perché fanno le autopsie contro la nostra volontà, quando la causa del decesso è ovvia? Perché restituiscono le salme di notte? Perché viene fatto con le scorte militari? Perché l’area viene isolata durante il funerale? Perché tolgono l’elettricità? Lo zio di Nafe era sconvolto e aveva tante domande.

I parenti dei Palestinesi morti non nutrivano più alcun dubbio sul motivo delle uccisioni, ma il portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che le accuse di furto di organi erano menzogne. Ha detto che tutte le vittime palestinesi vengono sottoposte ad autopsia di routine. Bilal Achmed Ghanem è stato uno dei 133 Palestinesi rimasti uccisi in vario modo quell’anno. Secondo le statistiche palestinesi le cause dei decessi erano: colpito con arma da fuoco per strada, esplosione, gas lacrimogeno, investito intenzionalmente, impiccato in prigione, colpito con arma da fuoco a scuola, ucciso mentre era a casa, eccetera. Le 133 persone avevano da quattro mesi a 88 anni. Solo la metà di queste, 69 vittime, sono state sottoposte all’autopsia. La routine dell’autopsia per i Palestinesi uccisi, di cui parlava il portavoce dell’esercito, non ha riscontri con la realtà nei territori occupati. Gli interrogativi rimangono.

Sappiamo che Israele ha una grande necessità di organi, che c’è un grosso traffico illegale di organi che va avanti da molti anni, che le autorità ne sono al corrente e che i medici con posizioni dirigenziali nelle grandi strutture ospedaliere partecipano [al traffico illegale] insieme ai pubblici funzionari a vari livelli. Sappiamo inoltre che sono scomparsi dei giovani palestinesi, che sono stati riportati dopo cinque giorni, di notte, in assoluta segretezza, e ricuciti dopo aver subito un’incisione dall’addome al mento.

È il momento di fare chiarezza su questo affare macabro, di fare luce su quello che sta succedendo e su quello che si è verificato nei territori occupati da Israele dall’inizio dell’Intifada.

 

fonte: www.aftonbladet.se

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ATTRAZIONE LETALE

by Gianluca Freda (07/08/2009 - 16:16)


EBREI IN PRIMA PAGINA

Un segno che gli USA sono ufficialmente in guerra con lo stato ebraico?

di Mark Glenn

dal blog The Ugly Truth

traduzione di Gianluca Freda

 

Un vecchio adagio recita: “Anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno”; il che (per quanto impossibile possa sembrare) vale anche per quegli individui irrazionali e mentalmente disturbati della comunità suprematista ebraica, la cui 1ª, 2ª, 3ª e 4ª risposta a qualsiasi domanda, passata, presente, futura e a prescindere dall’argomento in discussione, è sempre “antisemitismo”.

In questo caso la lettura di questo trito orologio a cucù, che sembra non azzeccarne mai una, coincide con l’ormai tristemente celebre arresto di 5 rabbini del New Jersey, beccati a occuparsi delle ordinarie attività di Kosher Nostra - vale a dire riciclaggio di denaro, estorsione, corruzione di pubblici ufficiali e traffico di organi umani – e con l’accusa partita da certi soggetti in Israele secondo la quale questi arresti eccellenti compiuti dall’FBI sarebbero parte di un “progetto antisemita” studiato per far capire agli americani che essi stanno recitando collettivamente il ruolo interpretato dall’attore Michael Douglas nel film Attrazione Fatale, che finisce a letto con una donna folle, capace di fare qualunque cosa per ottenere ciò che vuole.

In un articolo comparso sul Jerusalem Post e intitolato “La retata dell’FBI è stata un esempio di antisemitismo”, Yitzhak Kakun, editor-in-chief di Yom Le’Yom, il periodico settimanale del partito israeliano ultraortodosso Shas, affermava: “C’è dell’antisemitismo dietro l’arresto, fortemente pubblicizzato, dei rabbini di New York e del New Jersey avvenuto la scorsa settimana... Si ha la sensazione che l’FBI abbia cercato di proposito di arrestare quanti più rabbini possibile in una sola volta nel tentativo di umiliarli”.   

Andando avanti, “orologio rotto” Yitzhak affermava poi che “a prescindere dai dettagli del caso, non vedrete mai l’FBI e la Polizia comportarsi in quel modo con degli sceicchi musulmani o con dei preti cristiani. E’ ovvio che l’intera faccenda è motivata da antisemitismo”, e concludeva dicendo che l’amministrazione Obama starebbe tentando di “alimentare sentimenti antisemiti contro la comunità di ebrei ortodossi degli Stati Uniti”.  

Ovviamente l’editore di tale pubblicazione non ha prestato attenzione al quotidiano schiamazzare dei media americani, dove i preti pedofili e Ahab l’Arabo Cattivo sono stati sulle prime pagine dei giornali per tutti gli ultimi 8 anni.

Tuttavia l’ultima parte, quella in cui si dice che l’amministrazione Obama starebbe cercando di “alimentare” sentimenti antisemiti contro gli ebrei, non è così inverosimile come alcuni potrebbero pensare, il che non significa che chi si prende gioco di simili affermazioni non abbia ragione a farlo. Gli ebrei e il loro strillazzare in ogni occasione di “antisemitismo”, di Olocausto, di Hitler, di camere a gas, di armi di distruzione di massa puntate contro il povero Israele indifeso e tutto il resto, sono divenuti l’incarnazione collettiva del ragazzo che gridò così tanto al lupo che a un certo punto la gente smise di credere a qualunque cosa egli dicesse.

Detto questo però, riguardo alla tesi secondo la quale l’”antisemitismo” starebbe alla base di questi arresti di alto livello, la verità è che l’autore dell’articolo ha probabilmente ragione, anche se solo accidentalmente. Il fatto che questi arresti, fra tutti i momenti possibili, siano avvenuti proprio ora, dopo che sui personaggi in questione si indagava da così tanto tempo, non può essere liquidato come una coincidenza o come un concorso di circostanze. L’arresto degli Uomini in Nero, avvenuto in maniera così pubblicizzata e a ridosso dell’altrettanto celebre caso Bernie Madoff, in un momento in cui gli americani iniziano a sentire la stretta della crisi economica, è casuale quanto il tuono che segue il fulmine.

Altrettanto dicasi per l’elemento che è stato al centro di tutta la vicenda: il traffico di organi umani...

E’ noto che per gli americani le storie di riciclaggio di denaro o di corruzione fanno tanto notizia quanto il classico “cane che morde un uomo”. Sono così diffuse al giorno d’oggi che i media non le degnano neanche più di attenzione.

Ma le notizie riguardanti il traffico di organi umani lasciano ancora sulla coscienza collettiva di ogni consumatore d’informazione americano, fosse anche il più pigro e disinteressato, un marchio permanente come quello che nella Bibbia viene imposto a Caino per aver assassinato suo fratello Abele.

Non c’è modo di “tornare indietro” da una cosa del genere. Nessuna normale attività fra quelle svolte dagli ebrei riuscirà mai a cancellare questa immagine dalla coscienza collettiva di coloro che con essa sono venuti a contatto. Coloro che hanno ricevuto una zaffata dell’odore nauseante di un telegiornale in cui veniva presentato un rabbino armato, membro di un cartello criminale internazionale con sede in Israele, che rapisce persone e le deruba dei propri organi interni, non potranno mai più allontanare quest’odore dalle proprie narici. Le immagini mediatiche degli Uomini in Nero trascinati in catene dall’FBI per un’accusa mostruosa come questa, richiama alla memoria la terribile scena de Il silenzio degli innocenti in cui Hannibal Lekter, interpretato da Anthony Hopkins, descrive i suoi modi preferiti di mangiare gli organi interni delle sue vittime. Di nuovo, non bisogna fare l’errore di pensare che in un’era in cui l’informazione è strettamente controllata e gestita fin nei minimi dettagli tutto questo sia casuale.

In sostanza, è possibile ritenere che i poteri che dominano attualmente gli Stati Uniti – o almeno alcuni elementi interni a quei poteri – siano entrati ufficialmente in guerra con lo Stato Ebraico e che questa vicenda – insieme a quella che ha per protagonista Bernie Madoff e a molte altre che arriveranno probabilmente nel futuro – non siano altro che le cannonate a salve che aprono questa guerra. Gli anni in cui i tutori dell’ordine erano costretti a restarsene seduti senza far nulla mentre  parassiti al soldo di interessi ebraici antiamericani si intrufolavano nelle infrastrutture degli Stati Uniti stanno per finire, e non è mai troppo presto. Si può star certi che la storia del traffico d’organi è solo la prima di molte in quella che sarà una vera e propria operazione “shock and awe” e che farà capire al pubblico americano a che razza di gente avesse affidato la sua vita, la sua libertà e la sua ricerca di felicità.

Coloro che si grattano la testa meravigliati, domandandosi perché mai gli Stati Uniti dovrebbero all’improvviso dare il benservito alla loro amante ebrea (proprio come fa Dan Gallagher, il personaggio interpretato da Michael Douglas in Attrazione fatale), si accorgeranno che il mosaico non è poi così difficile da ricostruire. L’”amicizia” fra Stati Uniti e Israele, nonostante le manifestazioni apparentemente sincere (qualcuno potrebbe dire servilmente sincere) da parte americana, è sempre stata per l’America un’amicizia di necessità, non necessariamente fondata su una disposizione d’animo genuinamente amicale. L’America aveva bisogno di petrolio e voleva assicurarsi che i sovietici non potessero fare nulla per ostacolarli. Israele è servito a questo scopo, finché la minaccia è esistita.

Ora però che la minaccia sovietica è sparita, l’utilità di Israele come base di operazioni da cui far muovere la potenza americana è andata a farsi benedire. Peggio ancora, lo Stato Ebraico, proprio come un’amante, è diventato esigente, irrazionale e pericoloso, similmente a ciò che accade al personaggio di Alex Forrest in Attrazione fatale. Così come Alex Forrest si dava ad atti di terrorismo cercando di trasformare in realtà i suoi sogni di vita e di amore con il nuovo amante, prima presentandosi a casa sua e parlando con la moglie, poi distruggendogli la macchina, mettendogli in pentola il coniglio e infine sequestrando sua figlia, così anche Israele ha finito per adottare tattiche simili nei confronti degli Stati Uniti.

Comunque, per grave che sia il coinvolgimento diretto di Israele negli attentati dell’11/9, negli attacchi all’antrace, nei disastri in Iraq e Afghanistan, nella gigantesca rete di spionaggio organizzata sul suolo americano, tutto questo impallidisce di fronte a ciò che è avvenuto lo scorso 11/9/2008, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, quando l’amante ha progettato la dissoluzione economica degli Stati Uniti, come descritto dal repubblicano Paul Kanjorski nel corso di un’intervista alla C-Span. Per gli ambienti americani “che contano”, questo atto di terrorismo finanziario non è uno di quei casi “per il momento” irrisolti, in cui i responsabili dell’evaporazione di oltre mezzo trilione di dollari nell’arco di poche ore siano sconosciuti, né è un mistero il motivo per cui l’atto è stato compiuto: incolpare l’Iran del crollo dell’economia americana e di tutto il caos susseguente come prologo verso l’incitamento e la manipolazione del pubblico americano, per spingere quest’ultimo a chiedere agli Stati Uniti entrare in guerra contro i responsabili dell’”11 settembre, parte II”.

A livello più umano, si può solo immaginare quale pillola amara sia stata, per la polizia federale e l’intelligence americana, la notizia che due spie israeliane, Steve Rosen e Keith Weissman, stavano per essere rilasciate. Un’inchiesta contro l’AIPAC vecchia di quasi 10 anni, migliaia (o anche centinaia di migliaia) di ore di lavoro dedicate a indagare su un caso che era esplosivo sotto ogni punto di vista, ed ecco che ancora una volta gli sgherri di Kosher Nostra se ne tornano a piede libero con tanto di ordine di scarcerazione nelle mani. Senza dubbio altrettanto amaro deve essere stato il fatto che molti di quegli stessi tutori dell’ordine sono stati personalmente incaricati di scortare le stesse spie israeliane arrestate durante e immediatamente dopo l’11/9 (alcune catturate in circostanze particolarmente sospette, ad esempio nell’atto di brindare al crollo delle Torri Gemelle da una poltrona di prima fila) e le hanno dovute guardare salire su un aereo che le avrebbe ricondotte nello Stato Ebraico, dove in seguito avrebbero potuto comparire alla TV israeliana, rivelando di essere spie del Mossad e vantandosi di essere stati mandati lì per “documentare l’evento”.

Che il sistema politico americano sia marcio e corrotto non è certo una teoria. In effetti somiglia così tanto a una fetta di formaggio svizzero piena di vermi che sulla sua superficie ci sono più buchi che sostanza commestibile.

Esistono però alcune parti del macchinario che ancora funzionano. Parti in grado di capire che, sotto molti aspetti, gli USA somigliano alla nave USS Liberty – deliberatamente aggredita da Israele per 2 ore durante la Guerra dei 6 Giorni del 1967 – crivellata dai colpi, inclinata su un lato e a tutti gli effetti ridotta alla deriva, eppure ancora a galla, piena di sopravvissuti che combattevano disperatamente per spegnere gli incendi e fare ciò che potevano per salvare la nave.

Tenendo presente tutto questo, bisogna perciò ritenere che la recente inondazione di notizie riguardanti i migliori ambienti della comunità ebraica – incluse le prime pagine dedicate per settimane a Bernie Madoff e alla sua truffa da decine di miliardi di dollari, fino ai rabbini trafficanti d’organi – sia un’operazione condotta da elementi dell’intelligence e della sicurezza americane, progettata per determinare un cambiamento nel modo in cui gli ebrei sono visti in America. Si tratta di qualcosa di poco diverso dal farmaco che l’anestesista somministra dopo un’operazione chirurgica per contrastare gli effetti narcotici del farmaco precedente e dare inizio al “risveglio” del paziente.

Ma l’intoppo in tutto questo progetto sta nel fatto che lo Stato Ebraico, richiamando ancora una volta alla mente Alex Forrest, la puttana folle di Attrazione fatale, non se ne resterà steso sul letto a guardare, se mi si perdona la metafora. I suoi ammiratori vivono infatti in una specie di mondo di fantasia, dove la realtà è qualcosa di simile ad un’indecifrabile lingua straniera senza significato. Avendo esaurito ogni altra alternativa, gliene resta una soltanto, e cioè presentarsi a casa dell’amante con un grosso coltellaccio da macellaio, che in questo caso è il tic-tic-tac di quell’orologio a cucù guasto collegato a diverse armi nucleari nascoste nelle maggiori città americane, in un atto definitivo conosciuto come “Operazione Sansone”.

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BOLLETTINI DI GUERRA POSSIBILE

by Gianluca Freda (24/07/2009 - 23:47)


Dal quotidiano israeliano Haaretz viene una buona notizia. Il test eseguito mercoledì scorso in California dagli specialisti della difesa missilistica israeliana è miseramente fallito. Le forze militari israeliane, in preparazione di un possibile attacco all’Iran, avevano deciso di testare i missili intercettori Arrow 2, in grado – almeno a detta del Ministero della Difesa di Israele – di neutralizzare i missili Shihab 3 con cui l’Iran potrebbe effettuare una ritorsione in caso di attacco. Israele non può permettersi di andare in guerra contro la Repubblica Islamica senza possedere uno scudo antimissile adeguato. Gli arsenali israeliani conterranno pure centinaia di testate nucleari, ma per cancellare Israele dalle mappe geopolitiche non serve l’atomica: basterebbe qualche decina di missili convenzionali piazzati con precisione contro obiettivi sensibili e la terra promessa del popolo eletto verrebbe consegnata per sempre alle pagine di storia, politicamente parlando.

Israele sa bene che l’Iran è un osso duro e che non cederebbe ad un’aggressione militare prima di aver giocato tutte le carte possibili. Il sistema di difesa antimissile israeliano Arrow era inizialmente stato concepito per neutralizzare gli Scud irakeni, che erano povera cosa, dotati di un raggio d’azione di 300-400 km., difficilmente in grado di provocare danni seri in territorio israeliano. Con l’Iran è tutto un altro discorso. L’Iran possiede già missili Shihab con una gittata di 1.000 chilometri, progettati in collaborazione con Cina e Corea, che sono perfettamente in grado di colpire qualunque obiettivo in territorio israeliano. In più sta per aggiungere al suo arsenale missili di nuova generazione, che possono colpire nel raggio di 2.000 chilometri. Ne consegue che Israele, per poter ridurre al minimo i rischi di ritorsione missilistica, si è visto costretto a progettare un nuovo sistema di missili intercettori (Arrow 2) che è appunto stato sperimentato tre giorni fa in collaborazione con le autorità americane.

Stando a ciò che riporta Haaretz, l’esercitazione non sarebbe andata granché bene. I responsabili della difesa israeliana hanno riferito che il test in California sarebbe stato “un parziale successo”. Il che, tradotto dal linguaggio militare, significa che è stato un completo disastro, una fetecchia assoluta. I missili Arrow 2 non solo non sono riusciti a colpire il missile di prova lanciato da uno C-17, ma non sono neppure riusciti ad orientarsi in direzione del bersaglio. Questo vuol dire che la possibilità concreta di un attacco all’Iran, che era sembrato imminente dopo l’attraversamento del Canale di Suez da parte di sommergibili e imbarcazioni militari israeliane, si trasforma a questo punto in un’opzione un po’ più remota. Probabilmente ha ragione Carlo Bertani in questo articolo, quando scrive che i piani d’Israele contro l’Iran non contemplano un attacco dall’esterno (se non come opzione estrema e inauspicabile), bensì una progressiva destabilizzazione interna. Tale destabilizzazione è già iniziata con le note vicende postelettorali e con le rivolte foraggiate da Mossad e CIA. Prosegue adesso con lo spiegamento di forze navali nel Mar Rosso, che non ha lo scopo di preparare un attacco vero e proprio, bensì di fornire supporto morale a quelle forze politiche interne all’Iran che lavorano per frammentare la coesione nazionale. Una volta indebolito dalle rivolte e dall’incertezza politica, una volta piazzate – con la collaborazione delle “forze amiche” che operano all’interno della stessa leadership iraniana - le persone giuste al posto giusto, l’Iran potrebbe essere pronto per il definitivo colpo di grazia militare.

Ma anche questa strategia potrebbe non essere facile da realizzare per gli strateghi militari e diplomatici d’Israele. Se da un lato la strumentalizzazione dei ceti medi urbani filo-Mousawi si è rivelata un efficace veleno per debilitare la società iraniana ed aprirla a contrasti e letali antagonismi, dall’altro lato la leadership del paese non sembra disposta a scendere a compromessi che potrebbero indebolirla. Dopo le elezioni di giugno, Ahmadinejad aveva nominato come proprio vicepresidente il “moderato” Esfandiar Rahim Mashahi, che rappresentava una soluzione di compromesso tra le esigenze di governabilità del paese e le pressioni provenienti dagli ambienti filo-occidentali. Mashahi è consuocero di Ahmadinejad, e ciò lo rendeva per il presidente iraniano persona di relativa affidabilità; ma dall’altro lato egli si era distinto l’anno scorso per atteggiamenti di moderata apertura verso Israele, dichiarando che “l’Iran può essere amico del popolo israeliano”. Questa soluzione di compromesso non è piaciuta alla Guida Suprema Khamenei, che subodorando il pericolo ha ordinato ad Ahmadinejad di licenziare il nuovo vicepresidente dopo uno scontro politico sotterraneo durato alcuni giorni. Khamenei, dopo la sponsorizzazione di Mousawi e delle sue rivolte da parte di Rafsanjani e dopo i perduranti voltafaccia del Consiglio degli Esperti, non vuole correre rischi. Nel paese si è aperto uno scontro politico durissimo tra le supreme autorità (Khamenei e Rafsanjani) che coinvolge indirettamente lo stesso entourage del presidente. Solo il tempo potrà dire se questa situazione di assoluta disarticolazione politica porterà ad un rafforzamento del potere centrale oppure ad un clamoroso ribaltamento di poteri del quale Israele non tarderebbe ad avvantaggiarsi.

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A COSA SERVONO GLI IDIOTI

by Gianluca Freda (22/07/2009 - 23:27)

Durante il periodo delle “rivoluzioni” postelettorali in Iran, abilmente orchestrate e dirette dai servizi segreti israelo-occidentali, avevo detto e scritto di auspicare una tempestiva e drastica repressione degli imbecillissimi manifestanti filo Mousawi ammantati di verde vomito, aggiungendo che non mi sarei scandalizzato se la loro ebete rivolta fosse stata affrontata, in mancanza di altri mezzi, perfino con misure repressive estreme. Purtroppo sono stato accontentato solo a metà. Le misure repressive sono state sì appropriatamente drastiche, ma per nulla tempestive. Le autorità iraniane hanno esitato per giorni prima di decidersi ad affrontare la situazione col pugno di ferro, come andava fatto da subito, con risultati disastrosi. A causa di questo ritardo, oggi in Iran il potere politico è diviso, la popolazione è spaccata ideologicamente e politicamente a metà, l’intero paese si trova in una situazione di debolezza e incertezza politica quale mai aveva conosciuto negli anni passati. Gli effetti di questo disastro rischiano di vedersi molto presto.

Quando ho affermato di auspicare la repressione, molti lettori mi hanno scritto strepitando che ero un fascista, che ero un nazista, che ero un blogger da poltrona col culo al caldo incapace di comprendere la profonda sofferenza del martoriato popolo iraniano. Questo mi ha fatto molto piacere. E’ bello essere insultati dagli idioti. Quando un idiota ti scarica addosso i suoi improperi, capisci di essere sulla strada giusta e ciò fa bene all’autostima. Senza contare il piacere insostituibile di toglier loro la voce, facendo scomparire i loro strilli sguaiati dalla sezione “commenti” con un semplice click. Quello che purtroppo non mi ha fatto piacere per nulla è stato constatare i danni che questo branco di decerebrati ha prodotto in pochi giorni, tanto all’Iran quanto agli equilibri politici mondiali. Con i loro messaggini su Twitter controllati dalla CIA, con i loro piagnistei sulla libertà e la dremocaz... dermozac.. merdocaz... insomma, quella roba lì, con i loro lagnosi jpg del faccino della povera Neda devastato dal Pomì, questi minus habentes potrebbero aver aperto, senza capirlo (se capissero qualcosa non sarebbero ciò che sono), le porte dell’apocalisse.

I primi a pagare lo scotto di questa deflagrazione di balordaggine saranno, naturalmente, proprio i balordi da cui tutto è partito. Mentre infatti il ceto medio iraniano era intento a sventolare i suoi stracci verdi per affermare il proprio inalienabile diritto a potersi strafare di birra e mandare le proprie donne a lavorare in una hot line erotica, facendo a pezzi per questi nobili motivi la solidità politica del proprio paese, navi lanciamissili e sommergibili israeliani, equipaggiati con tubi di lancio per missili a testata nucleare, attraversavano lo stretto di Suez - con il consenso delle autorità egiziane e con il beneplacito dell’Europa - per posizionarsi nel Mar Rosso. L’Iran è in questo momento sotto il tiro delle navi da guerra israeliane, armate, fra l’altro, di testate atomiche che non esiterebbero ad utilizzare.

Grazie all’operato degli idioti di cui sopra, l’Iran si trova oggi in tali condizioni di disunione nazionale da non poter agevolmente affrontare la minaccia rappresentata da Israele. Non sarebbe stato facile affrontarla, ovviamente, neanche qualche mese fa, prima che gli imbecilli distruggessero la coesione politica del paese. Oggi è praticamente impossibile. L’Iran è nel caos e i vertici politici fanno sempre più fatica a tenere sotto controllo la situazione. L’opinione pubblica occidentale, appropriatamente aizzata dalle immagini televisive (in gran parte fasulle) delle “rivolte per la libertà”, ha tolto ogni sostegno al governo dell’Iran, preparandosi a bere pecorescamente qualunque nuova favola di “liberazione dal tiranno” che le venga somministrata. L’amministrazione americana ha già dichiarato, per voce di Joe Biden (vicepresidente USA ed esponente della Lobby ebraica filoisraeliana) che «Israele è libero di fare quel che ritiene necessario per eliminare la minaccia nucleare iraniana». Rimane , certo, l’incognita Obama, ma sarà poi davvero un’incognita? Alcuni vedono Obama come un semplice ritocco cosmetico del consueto imperialismo israelo-americano, studiato per portare avanti, con mezzi più telegienici, il programma dell’era Bush-Clinton; altri lo vedono (e finora mi sembra l’ipotesi più probabile) come una creatura dell’ala sinistra della Lobby ebraica, interessata a sostenere gli interessi della Lobby negli USA e pronta a sfidare l’ala destra (legata agli interessi in Israele e rappresentata da Biden) in un braccio di ferro senza esclusione di colpi. Sia come sia, al momento l’Iran è politicamente isolato. Perfino i suoi alleati dello SCO, Russia e Cina, manifestano atteggiamenti contraddittori. La Russia avrebbe molto da perdere in caso di un attacco israeliano. Il progetto del gasdotto South Stream, con il quale la Russia pensa di consolidare la propria egemonia energetica fornendo idrocarburi all’UE a prezzi concorrenziali, fallirebbe miseramente nel caso in cui l’Iran venisse “normalizzato”, denuclearizzato e ricondotto sotto l’ala delle compagnie petrolifere occidentali, che potrebbero così sopperire, grazie al petrolio iraniano, alla scarsità di materie prima che affligge il loro gasdotto “Nabucco”. Nonostante ciò, la Russia dà segnali preoccupanti e difficili da interpretare. Ha appena concesso agli USA un corridoio aereo e terrestre per portare rifornimenti alle truppe americane in Afghanistan. Non ha ancora fornito all’Iran i promessi missili antierei per difendere le sue installazioni nucleari in caso di attacco. La Cina, con la sua pancia gonfia di dollari americani, potrebbe opporsi solo entro certi limiti ad un progetto militare che l’amministrazione USA decidesse di perseguire in modo compatto. Ci sarà questa compattezza? Le reticenze di Obama e della Clinton riguardo ai progetti avallati da Biden farebbero pensare di no, ma non si può dire. E’ comunque terribile che il destino dell’Iran, e probabilmente del mondo, sia nelle mani delle fazioni in conflitto di un’unica lobby; ed è ancor più terribile che le nazioni del mondo, per convenienza o per idiozia, non capiscano o fingano di non capire il tetro meccanismo geopolitico che si è messo in movimento dopo la destabilizzazione dell’Iran.

 


 

Di questo meccanismo, gli imbecilli verdi dell’Iran - e quelli rossi e neri nostrani, che con le loro lagne sulla “libertà” hanno preparato il campo all’intervento israeliano - sono stati, sono e saranno gli inconsapevoli e fondamentali ingranaggi. Ne subiranno, naturalmente, le conseguenze e altrettanto naturalmente le conseguenze non gli insegneranno nulla. I missili, i bombardamenti, gli eccidi, la devastazione di una nazione, perfino le testate atomiche, possono togliere di mezzo un bel po’ di idioti, non l’idiozia. L’idiozia, per chi sa sfruttarla a dovere, è l’arma più temibile del mondo, dotata di straordinaria flessibilità e suscettibile di infinite applicazioni. Israeliani e americani sono maestri nella gestione e fabbricazione dell’idiozia ed è questo, non le testate nucleari, che fa di loro gli stati più potenti della Terra. Se e quando le bombe israeliane inizieranno a cadere, mi auguro, come miserabile e tristissima consolazione, di poter trovare su Twitter, tra le immagini delle rovine di Teheran, anche le foto jpeg del corpo martoriato di qualche babbeo traditore, con il suo straccio verde deposto pietosamente a coprirne lo scempio e il suo bel santino di Neda ficcato in un occhio. Le abbondanti nevicate di fosforo bianco ebraico si riveleranno assai poco “colorate” per i poveri sciocchi che hanno minato la sicurezza della propria nazione in cambio delle fole televisive assimilate dall’occidente.

Se e quando le bombe israeliane inizieranno a cadere, desidererò avere mille bocche per sputare nel muso a quei quattro miserabili di Rifondazione Comunista – partito che mi sembra incredibile, incredibile, aver sostenuto fino ad appena tre anni fa – che sono andati a farneticare sotto l’ambasciata iraniana di Roma di "Solidarietà e sostegno alla lotta del popolo iraniano". Come se quattro gatti manovrati da un potere straniero rappresentassero un “popolo” o una “lotta”. Questi hanno perso, insieme ad ogni memoria del loro passato e ad ogni capacità di analisi politica strutturata, anche il ben dell’intelletto. Immagino che in caso di attacco israeliano all’Iran organizzeranno un’altra bella manifestazione di protesta, ma senza far troppo rumore, mi raccomando, non si sa mai che si possa essere tacciati di antisemitismo quando denunci il massacro di migliaia di persone (non di tre o quattro scalmanati,  tardivamente arginati dal legittimo governo iraniano dopo i disordini elettorali) perpetrato dalle miti “vittime del nazismo”. Oppure non faranno proprio nulla e se ne resteranno a vaneggiare di lotta operaia e di diritti dei gay su Facebook e sull’autobus. Forse mille bocche sarebbero eccessive, viste le cifre millidecimali a cui è ridotta ormai la loro rappresentanza, l’importante sarà avere sufficiente saliva.

Nel frattempo Israele rafforza i legami con gli stati arabi come l’Egitto che hanno paura di un Iran nucleare; testa i suoi Arrow (missili intercettori) dalle navi americane nell’Oceano Pacifico, in caso Siria e Iran dovessero provare a reagire all’attacco; manda i suoi jet F16C a compiere esercitazioni nella base aerea di Nellis, in Nevada; prepara le sue truppe nel Kurdistan iracheno, regione che si è dichiarata indipendente e le cui milizie sono addestrate e controllate dagli israeliani, preparandosi così una nuova piattaforma d’attacco. “Non è per caso che Israele sta compiendo queste esercitazioni a largo raggio in maniera così scoperta”, ha detto un ufficiale della difesa israeliano, “Questa non è un’operazione segreta. E’ qualcosa che si compie pubblicamente e che dimostrerà le capacità di Israele”. Viene da chiedersi quale e quanto appoggio Israele riceverà dagli USA in caso di attacco, anche se, a giudicare dalla pronta accoglienza ricevuta dai sionisti nelle basi militari americane, è bene non farsi troppe illusioni sulla possibilità che l’amministrazione USA possa porre un freno alle mire egemoniche di Israele nel Medio Oriente. Un attacco all’Iran farebbe presto dimenticare al mondo anche le richieste di Obama sullo smantellamento degli insediamenti in Palestina, risolvendosi per Netanyahu in un doppio vantaggio.

In questo momento le navi e i sommergibili israeliani che tengono l’Iran sotto tiro, e la debolezza interna e internazionale dell’Iran, rappresentano uno scenario esplosivo, che potrebbe coinvolgere tutte le nazioni del mondo nella sua deflagrazione. Una deflagrazione di cui dovremmo ringraziare non solo la spregiudicatezza degli ebrei nel perseguire i loro obiettivi, ma anche la stupidità dei suoi milioni di zombi, telecomandati dalle operazioni di guerra psicologica mediatica. Israele è un nemico invisibile e difficile da colpire. Le orde dei suoi automi decerebrati, invece, sono visibilissime e si può studiare il modo di neutralizzarle.

C’è stato un momento, un mese fa, in cui mi sono chiesto se valesse davvero la pena di dedicare tanti post e tante discussioni ad una bufala mediatica insignificante e palesemente ridicola come la “morte di Neda”. Mi rendo conto adesso che non era inutile né insignificante. Se con quelle discussioni sono riuscito a sottrarre anche solo un paio di soldati-zombi all’esercito nemico, se sono riuscito a farne rinsavire anche solo una decina, forse non è stato tempo sprecato. In ogni caso, sia stato molto o poco, è tutto quello che potevo fare. Penso che si possa comunque fare di più. E’ difficile far rinsavire gli sciocchi, ma gli sciocchi sono sciocchi per tutti. In fondo, una volta compresi i meccanismi delle psyop e le loro finalità, non dovrebbe essere difficile utilizzare internet per crearne di nostre o ribaltarle a nostro vantaggio. E se cominciassimo a pensarci? O vogliamo lasciare per sempre l’arma più potente del mondo, l’incapacità del 90% dell’umanità di riflettere su ciò che vede e sente, nelle mani del nemico?

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L'IRAQ DIMENTICATO

by Gianluca Freda (17/07/2009 - 04:08)


INVIVIBILE

di Layla Anwar

dal blog An Arab Woman Blues

traduzione di Gianluca Freda

 

Un diluvio di autobombe caricate con esplosivo e timer ha investito Baghdad. L’evento più mortale è stato l’inondazione organizzata di esplosioni che hanno preso di mira 8 chiese cristiane (non 5 come riportato sui media); 8 case di Dio, 7 a Baghdad e 1 a Mosul.

I quartieri cristiani di Mosul sono da ieri [13 luglio, NdT] sotto il coprifuoco. Tale Zebari, alto “ufficiale dell’esercito (da non confondersi con H. Zebari, Ministro degli Esteri curdo, anche se probabilmente si tratta di un suo parente), ha affermato in una dichiarazione pubblica di attendersi che la violenza in Iraq continui almeno per i prossimi 3 o 4 anni. Maliki ha affermato la stessa cosa, e così anche il sionista Biden.

Ma allora chi c’è dietro questo diluvio di terrore?

La versione ufficiale ripete la solita cantilena a disco rotto: Al Qaeda e i saddamisti.

S. Al Mutlaq (io non sono una fan di S. Al Mutlaq, ma sono costretta ad essere d’accordo con lui almeno in questa occasione) ha detto che Al Maliki e gli altri partiti settari (finanziati dall’Iran) sono dietro questa piena di violenza. Le elezioni sono in arrivo e tutti questi partiti sciiti vogliono garantirsi la vittoria nell’imminente tornata elettorale, giocando la carta della sicurezza o della sua carenza. Per dirla con le sue parole:

Saleh Al Mutlaq, leader del Fronte Irakeno per il Dialogo Nazionale, ha dichiarato ad Al Jazeera che il fattore sicurezza rimane un problema in Iraq.

“La situazione della sicurezza è ancora fragile e tutte le affermazioni secondo le quali vi sarebbe stato un incremento notevole delle misure di sicurezza in Iraq non erano corrette né precise.

La seconda questione è che le elezioni si avvicinano. Coloro che nel passato si radunavano per formare movimenti settari sparsi qui e là, lo stanno facendo di nuovo. Per ottenere i loro scopi, essi vogliono creare un’atmosfera favorevole ad elezioni a carattere settario. E ciò si può ottenere solo creando la giusta introduzione. Questa violenza, io credo, è un’introduzione che serve a ripristinare le idee settarie nella mente delle persone, in modo da farle accostare alle elezioni in un’ottica settaria. A meno che l’opinione pubblica mondiale non eserciti una qualche pressione, questo governo non è in grado di provvedere a una riconciliazione all’interno del paese, né è interessato a farlo”.

E qui l’argomentazione di S. Al Mutlaq è assai valida.

Altri analisti irakeni, rispecchiando con ciò il sentimento più diffuso a Baghdad, sostengono che dietro questo diluvio di violenza ci sarebbero tutti coloro che hanno evidente interesse a mantenere lo status quo esattamente nella configurazione attuale. E cioè i partiti settari degli sciiti, i curdi, che si oppongono ad ogni ritiro delle truppe USA finché non avranno ottenuto il loro Stato “indipendente”, l’Iran (e più proseguono i suoi disordini interni, più l’Iran tenderà a provocare conflitti disastrosi all’interno dell’Iraq) e ultimi ma non meno importanti gli stessi americani, attraverso operazioni congiunte CIA/Mossad.

L’arcivescovo di Baghdad, S. Wardoonee, a capo della Chiesa della Vergine Maria di Palestine Street, è stato brevemente intervistato da Al Jazeera. Quando gli hanno chiesto chi ci fosse dietro questi attacchi alle chiese cristiane, ha rifiutato di puntare il dito contro chiunque. Avrebbe facilmente potuto ripetere la versione ufficiale, incolpando Al Qaeda e i saddamisti. Ma NON lo ha fatto. Perché?

Perché sa benissimo che: 1) I saddamisti (qualunque cosa significhi questo termine) non attaccherebbero mai i cristiani. In realtà, i cristiani dell’Iraq sono sempre stati la più protetta fra tutte le minoranze. E MAI nella memoria storica dell’Iraq – ripeto: MAI – i cristiani dell’Iraq erano stati un bersaglio prima del 2003. MAI. L’arcivescovo non ha menzionato neppure Al Qaeda, anche se avrebbe potuto farlo facilmente. Ma non lo ha fatto. Perché S. Wardoonee sa bene che l’Al Qaeda di Baghdad è come l’Al Qaeda di Mosul: composta principalmente di funzionari dell’intelligence iraniana, israeliana e americana. E sa anche che i CURDI hanno molto a che fare con le recenti esplosioni di violenza a Mosul e Baghdad.

L’Arcivescovo S. Wardoonee ha semplicemente replicato: “Non sappiamo chi sia stato. Sappiamo che esiste una campagna di terrore ben organizzata contro i cristiani dell’Iraq, volta a creare conflitti settari e religiosi. Nell’arco di 2 ore, 8 chiese sono state colpite a Baghdad e Mosul. Abbiamo richiesto una protezione speciale alle forze della sicurezza irakena, e abbiamo ripetuto molte volte la nostra richiesta. Ma non ci è stato fornito nulla di appropriato”.

Non è poi così difficile da capire. L’Iraq è stato reso invivibile per chiunque non sia uno sciita o un curdo. E’ davvero molto semplice.

E se in 6 anni di “liberazione” il “governo irakeno” non è stato in grado di garantire sicurezza ai suoi cittadini, non saprà farlo nemmeno in 10 anni. Infatti ciò che sentiamo uscire dalle bocche del curdo Zebari, dello sciita settario Maliki, del sionista americano Biden, è che il terrore in Iraq proseguirà per molti anni a venire.

E sì, in questo caso stanno dicendo la verità. Perché sono l’Iran e i suoi sciiti settari, sono i curdi e Israele, sono gli americani che hanno sempre avuto evidenti interessi a mantenere l’Iraq invivibile per chiunque si opponga alla sua partizione.

 

Nell’immagine: dipinto dell’artista irakeno Salem El Dabbagh.

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OBAMA: UNA NEMESI PER ISRAELE?

by Gianluca Freda (06/07/2009 - 17:17)

IL PARTITO PER IL LINCIAGGIO DI OBAMA

di Israel Shamir

dal sito www.israelshamir.net

traduzione di Gianluca Freda

 

La luna di miele che il presidente Barack Obama aveva trascorso con i media dal giorno del suo insediamento è finita all’improvviso, subito dopo il discorso del Cairo. Dopo la sua promessa di far pace con il mondo islamico, in un attimo il salvatore dell’America, l’uomo che aveva detto Yes, We Can, si è ritrovato sempre più solo, assediato da un’inverosimile coalizione di sionisti, pazzoidi di sinistra e razzisti di destra.

Barack Obama è diventato la rovina degli ebrei d’Israele, ha scritto su The Forward l’ebreo Nathan Jeffai. Solo il 6% degli ebrei d’Israele considera filoisraeliane le sue posizioni, mentre più del 50% lo considera filopalestinese e circa il 30% lo considera neutrale. Questo presidente è letale tanto per Israele quanto per il mondo libero, ha esclamato Melanie Phillips, editorialista sionista inglese dagli occhi luccicanti. Obama, ha scritto la Phillips, sta distruggendo “la sicurezza non solo di Israele ma del mondo intero a causa della sua imprudente distensione con l’Iran”. “Ha boicottato attivamente i democratici iraniani... Obama ha deciso che l’America può vivere con un Iran nucleare. Il che lascia Israele appeso lì ad asciugare”. Ci sono centinaia, anzi, migliaia di articoli di questo genere, che attaccano il presidente per aver cercato di interrompere i soprusi di Israele contro la Palestina. Trasformano l’uomo che ha ricevuto quasi l’80% del voto ebraico in un mostro nero assetato di sangue ebraico.

L’odio della Lobby Israeliana verso il presidente è diventato un nuovo tabù, di cui non si deve mai parlare ma che viene accettato in silenzio; proprio come le pressioni israeliane per la guerra in Iraq e per il bombardamento dell’Iran. In un breve video girato da Max Blumenthal, alcuni giovani ebrei americani in visita in Israele parlano con odio feroce del loro nuovo presidente. Questo video ha aperto un ristretto spiraglio sul punto di vista ancor più ristretto degli ebrei che detestano Obama. In brevissimo tempo, lo spiraglio è stato richiuso e le prove distrutte. Provate a cliccare sul link qui sopra, se volete: non ci troverete nessun video. Youtube lo ha rimosso per “violazione dei termini d’uso” (ma c’è un link alternativo non ancora scoperto dalla squadra Ricerca-e-Distruggi dell’AIPAC) [Il video è quello che ho pubblicato e sottotitolato qui sopra, ma ho l’impressione che su Youtube durerà poco, NdT]. Una voce autorevole e piuttosto americana come quella dell’Huffington Post ha anch’essa rimosso il video, affermando che esso non avrebbe “nessun valore informativo”. Richard Silverstein si meraviglia che “per certi siti liberali postare materiale troppo imbarazzante per Israele non è kosher, nemmeno se sono gli stessi israeliani o gli ebrei a creare l’imbarazzo”.

I neocon hanno attaccato Obama a causa della sua posizione sull’Iran. Quando il presidente ha rifiutato di esercitare pressioni e non ha tentato di delegittimare il governo iraniano, Paul Wolfowitz, l’uomo dietro la guerra in Iraq, ha personalmente domandato altro sangue.

Comunque, il potere davvero terrificante della Lobby sta nella sua capacità di mobilitare masse di persone dai punti di vista notevolmente diversi e di guidarle verso un unico obiettivo. Dopo che la Lobby ha iniziato a chiedere sangue, certi articolisti di sinistra e i nostri media di internet si sono uniti con gioia al Partito per il Linciaggio di Obama.

William Blum non è un neocon come Wolfowitz o come Caroline Glick, ma un acceso critico dell’Impero Americano. Come un bel po’ di altri ebrei americani, Blum ha paragonato Obama ad Adolf Hitler. Blum non è altrettanto duro con Israele. Non paragonerebbe mai i sionisti a Hitler. “Anziché impelagarsi nella discussione su chi (Israele o i palestinesi) abbia iniziato questo disastro”, scrive Blum, come se si trattasse di una questione oscura, va sottolineato che “non è in gioco l’esistenza di Israele”, e Blum si interroga sul lascito degli “idealistici pionieri del Sionismo”. Ma Obama, per Blum, è come Hitler, perché... anche Hitler aveva fatto un discorso a favore della pace e contro la guerra (!?). Per LaRouche, invece, Obama è come Hitler per altre folli ragioni. La pazza ala mancina della Lobby ha di solito ragioni tutte sue, molto peculiari, per essere contro i nemici degli ebrei, ma il finale è sempre lo stesso, come accade per il gagliardo gruppo femminile repubblicano.

Blum esemplifica il tipico bastonatore di Obama di sinistra. A costoro non interessa che Obama sia sostenuto da Fidel Castro e Hugo Chavez. Essi ignorano la voce di Patrick Seale, decano dei giornalisti del Medio Oriente e amico degli Assad siriani, che è rimasto del tutto soddisfatto dalle proposte di Obama. Loro sono di gran lunga più radicali.

Si lamentano che Obama non si sia esplicitamente complimentato con Ahmadinejad e non lo abbia sostenuto. Si lagnano che egli non abbia eliminato in un mese tutto ciò che è stato fatto negli ultimi cento anni. Si lamentano perché non ha tolto di mezzo chiunque avesse ricoperto ruoli di rilievo nell’amministrazione Clinton. Si lamentano perché gli USA non si sono uniti all’Iran e alla Corea del Nord nell’Asse del Male. Si lamentano perché Obama non ha messo l’intero staff della Goldman Sachs in una prigione di massima sicurezza, accanto a Bernie Madoff.

Il Partito per il Linciaggio di Obama non prova nemmeno a essere obiettivo: qualunque storia può essere presentata con un fuorviante titolo anti-Obama. La nostra amica Cynthia McKinney, splendida ex congressista e candidata alla presidenza per il Green Party, si è unita all’associazione Free Gaza nel tentativo di spezzare l’assedio imposto a Gaza da Israele. Si è trattato di un gesto nobile e coraggioso, anche se, ahimé, destinato al fallimento: come prevedibile, alcuni pirati di Stato israeliani hanno sequestrato la loro nave in acque internazionali e hanno fatto prigioniera la McKinney subito prima di deportarla. La storia è stata accuratamente narrata dal movimento Free Gaza, ma in seguito è stato ripreso da alcuni siti amici con un titolo falso e fuorviante: “Il Dipartimento di Stato di Obama interviene per bloccare il viaggio umanitario di Free Gaza” (potete leggerlo qui e qui, ad esempio). Il titolo non è stato fornito da Free Gaza, come può sembrare. In realtà, il Dipartimento di Stato americano NON E’ AFFATTO INTERVENUTO. L’ala sinistra della Lobby è riuscita a infangare Obama, anche se il Dipartimento di Stato è guidato in realtà dalla signora Clinton, che Obama non può ancora scavalcare, come molte altre persone. Altri ignari agenti della Lobby hanno riproposto la stessa storia con un altro titolo: “Obama dà l’OK alla pirateria di Israele”. Non c’è nulla nel testo di Paul Craig Roberts che consenta o giustifichi un titolo del genere.

I bastonatori di Obama si domandano perché egli non abbia inviato la Sesta Flotta per interrompere l’assedio di Gaza, e perché i Navy Seals non abbiano protetto Cynthia McKinney, concludendone che il presidente ha “tradito” sia Cynthia che Gaza. Potrebbero invece fare attenzione al fatto che i media americani non hanno dedicato il minimo spazio al viaggio di Free Gaza. I Signori delle Chiacchiere, i padroni dei media, le reti televisive sono colpevoli, non il presidente.

Governare è l’arte del possibile, l’arte del compromesso. Chi governa ha bisogno di consenso e il consenso non si costruisce se i media sono ostili. I principali media americani sono posseduti e manovrati da ebrei e hanno le proprie linee rosse. I politici che se lo dimenticano, rischiano l’impeachment o l’assassinio. Quando il presidente J. F. Kennedy cercò di bloccare e smantellare il Progetto Dimona, venne assassinato, e la sua carica fu ricoperta da Lyndon B. Johnson, devoto sionista, che permise a Israele di costruire il suo arsenale nucleare e di aggredire la USS Liberty. Se Obama inviasse la Flotta, verrebbe assassinato, e il suo posto verrebbe preso dal suo vicepresidente ultrasionista, Joe Biden. Quel che è peggio, il pubblico americano non comprenderebbe mai le sue intenzioni. L’ostilità dell’apparato mediatico non gli consentirebbe di essere capito.

Obama ha dei limiti intrinseci: senza Biden come valvola di sicurezza, non gli sarebbe mai stato consentito di vincere. Senza Axelrod e Rahm non gli sarebbe stato permesso governare. Queste limitazioni sono il diretto risultato del fatto che l’America, negli ultimi 50 anni, è stata formata, educata e guidata dalle sue elite ebraiche predominanti. La maggioranza degli americani è filoisraeliana e filoebraica. Questo può cambiare, ma probabilmente non così in fretta né in modo così drastico come ad alcuni piacerebbe. Non c’è solo il Congresso ad essere devoto alla causa ebraica: diverse generazioni di americani sono state tirate su con il lavaggio del cervello fornito da Hollywood, con le favole sull’Olocausto e con l’adorazione per Israele. Parlando contro gli insediamenti, Obama si è già avvicinato molto alla linea rossa che nessun leader americano può varcare se non a suo grave rischio. Potrebbe fare di più, e dovrebbe essere incentivato a fare di più, ma dovrebbero essere la Lobby e i suoi signori dei media a subire gli attacchi, non il presidente.

Dovremmo stare più attenti alle distorsioni create dai candidati al linciaggio di Obama. Il colpo di Stato in Honduras è stato presentato come “Il primo colpo di Stato di Obama” da molti siti che si sono bevuti questa mancina menzogna cripto-sionista. In realtà Obama ha condannato immediatamente il colpo di Stato. La nostra amica ed esperta di America Latina, Maria Poumier, ha scritto un pungente articolo intitolato Obama non ha invaso l’Honduras:

“Il golpe in Honduras è fallito grazie ad Obama. Questo è il punto di vista di Fidel Castro e di Chavez. Il golpe era stato pianificato dalla Lobby sionista, dai neocon di Miami, che volevano gettare la colpa su Obama... ma Chavez e Fidel [la signora Poumier è in contatto con entrambi] hanno accolto con entusiasmo la “chavizzazione di Obama”. Un analista cubano interpreta gli eventi in Honduras come “un segno della perdita di controllo da parte di un Impero Americano in declino”. Dopo il fallimento della guerra civile radio-controllata in Iran, dovuto in parte alla freddezza e al rifiuto di collaborare da parte di Obama, questa è una nuova disfatta per i falchi, quindi gioiamo pure del nostro successo”.

Maria Poumier ammette che “La libertà di azione di Obama è molto limitata. Né la CIA né il Pentagono vogliono obbedirgli. I sionisti interni al Partito Democratico vogliono manovrarlo. Ma hanno fatto male i loro calcoli. Obama non è materia grezza per i loro piani... Obama potrebbe governare come un sovrano per diritto divino, appoggiato dai popoli del mondo intero, e lui lo sa bene. E’ incerto tra due possibili ruoli: essere lo Chavez o l’Ahmadinejad del nord, o rispettare il ruolo previsto per lui nel canovaccio originale, il ruolo di strumento aggiornato del malvagio impero. Un re può essere un buon re solo se il popolo lo sostiene e lo sospinge nella giusta direzione. Ma non riuscirà a ottenere nulla se gli intellettuali riescono nell’intento di fargli nemico il popolo”.

Io sono preoccupato per il fatto che la Lobby sia riuscita ad attivare così tante forze contro Obama. I più aperti nemici degli ebrei sono anch’essi saltati sul carro. Non solo contano degli infiltrati tra le loro fila, essi sono anche facili da manipolare. Gli basta un riferimento a Rahm Emanuel per unirsi agli attacchi della Lobby contro il presidente. Diffondono malevole barzellette su come Rahm manovri Obama ed enumerano con gioia tutti gli ebrei presenti nell’amministrazione. Una volta ho visto attivare lo stesso modus operandi contro Vladimir Putin. Il presidente russo era sotto feroce attacco per aver mandato in esilio o in carcere gli oligarchi ebrei, e allo stesso tempo gli agenti della Lobby diffondevano fotografie di Putin in kippà e facevano l’elenco degli ebrei presenti nella sua amministrazione. L’idea è quella di distruggere la fiducia del popolo nel presidente, sia egli Putin o Obama.

Putin e Obama devono incontrarsi questa settimana. Potrebbero confrontare gli appunti: come sopravvivere agli attacchi della Lobby; e Putin, che non è il più brillante tra i due, potrebbe offrire comunque degli ottimi consigli. Putin ha vinto strappando i mass media dalle grinfie degli oligarchi. Essi hanno perso le loro stazioni TV e dopo averle perse non hanno più rappresentato un pericolo. Possiedono ancora i loro giornali locali e sono ostili a Putin come sempre, ma senza la TV non possono più ipnotizzare l’uomo-massa.

Lo stesso consiglio potrebbe dargli Chavez: è grazie alla sua TV satellitare TELESUR che i golpisti dell’Honduras non sono riusciti ad ottenere riconoscimento internazionale. Adesso Chavez ha intenzione di togliere i media ai loro ostili padroni. Questo bisognerebbe farlo anche negli USA. Dopo tutto, la libertà d’informazione non deve essere necessariamente di proprietà ebraica!

“No, non parteciperò alla lapidazione di Obama”, conclude Maria Poumier, e io approvo la sua decisione: neanch’io prenderò parte al linciaggio. Mi trovo d’accordo con l’amico Gilad Atzmon, che ha scritto:

“Il presidente Obama sembra capire ciò che sta succedendo. Comprende l’umiliazione, conosce la fame di Gaza. Il fatto che si sia permesso di accostare l’Olocausto a Gaza dimostra che egli è un milione di anni più avanti della maggioranza degli organizzatori di campagne di solidarietà per la Palestina, i quali sono riluttanti ad avventurarsi in questa necessaria equazione per paura di offendere questo o quell’ebreo.

Il presidente ha ancora molta strada da fare. Eppure il presidente Obama ha compiuto un grande passo nei giorni scorsi. Ora sta guidando l’America verso l’umanitarismo. Egli reclama l’ideologia americana della libertà. Io saluto quest’uomo, saluto il suo grande intelletto, saluto la sua umanità. Sono felice di ammettere che Dio ha davvero benedetto l’America. Ma qualcuno dovrà prendersi attenta cura della salute del suo presidente. Egli ha nemici feroci e inesorabili là fuori. E per quanto ne sappiamo, non è gente che si fermi col rosso!”.

I nemici di Obama sono invero una quantità, dai razzisti fuori di testa che non sopportano di essere governati da un nero, ai sionisti, i quali temono che Obama possa intraprendere una rotta autonoma, ai radicali pazzoidi di sinistra e di destra. Dovremmo cercare di fermarli, non andarci ad aggiungere al loro numero.

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PRIGIONIERI DELLA "DEMOCRAZIA"

by Gianluca Freda (05/07/2009 - 15:37)


OGGI NEGLI STATI UNITI SIAMO TUTTI PRIGIONIERI

dal sito www.global-elite.org

traduzione di Gianluca Freda

 

Da oggi, 1 giugno 2009, anche i cittadini americani sono ufficialmente prigionieri negli Stati Uniti, oppure esuli a cui viene impedito di tornare nel nostro paese senza il permesso del governo. Le norme federali ci vietano adesso di uscire dagli Stati Uniti o di entrarvi, da qualunque luogo e con qualsiasi mezzo (per via aerea, per mare, per terra, da e verso qualunque altro paese o spazi aerei o acque internazionali), a meno che il governo non accetti di rilasciarci una passport-card o una patente di guida “speciale” (ognuno di questi documenti contiene dei chip transponder RFID che possono essere letti via radio da remoto) o a meno che il Dipartimento della Homeland Security scelga di esercitare la sua non meglio precisata “discrezionalità” per decidere – in segreto, senza che noi si possa sapere chi prende la decisione e su quali basi – di rilasciarci una “deroga” (che vale per una volta sola e va decisa caso per caso) alle nuove prescrizioni relative ai documenti di viaggio.

Se vi trovate negli Stati Uniti e siete privi di questi documenti – anche se siete nati lì oppure siete uno straniero entrato legalmente negli USA in passato senza questi documenti (ad esempio un canadese entrato negli USA per via terra ieri, quando questi documenti non erano ancora richiesti), oppure se i vostri documenti sono scaduti, sono stati perduti o rubati – vi sarà proibito lasciare il paese finché non riuscirete a procurarveli nuovamente, oppure fino a quando la Homeland Security non vi darà un permesso di uscita, nella forma di una “deroga” discrezionale e valida per una sola volta, per lasciare il paese. Ma non necessariamente per ritornare indietro, a meno che non decidano di esercitare ancora la loro discrezionalità per fornirvi un’altra “deroga”.

Se siete un cittadino USA all’estero e siete privo di uno di questi documenti (ad esempio se siete entrati legalmente via terra in Canada ieri, quando questi documenti non erano richiesti, oppure se essi sono scaduti, sono andati smarriti o sono stati rubati) vi sarà proibito tornare in patria finché non riuscirete a procurarvi un nuovo documento che la Homeland Security accetti, o finché la Homeland Security non vi darà il permesso di tornare in patria nella forma di una “deroga” valida per un’unica volta.

La Homeland Security ammette, nel suo sito informativo GetYouHome.gov, che potrebbero essere necessarie “diverse settimane” per ottenere un altro documento se non ne avete già uno o se esso è scaduto, smarrito o rubato. Una normale patente di guida provvisoria senza foto, o anche una patente standard con foto o una carta d’identità non saranno più sufficienti. Occorrerà procurarsi con un esborso extra una EDL (Enhanced Drivers License, cioè patente di guida speciale), dotata di chip RFID, la quale richiede diverse settimane per essere rilasciata anche in quei paesi che sono in grado di stamparla. Il rilascio  anticipato di passaporti “rapidi”, come abbiamo fatto presente nei nostri commenti alla Homeland Security, potrebbe richiedere ancora più tempo. Non importa se un vostro parente sta morendo in Canada o in Messico. Immaginate che un vostro parente si ammali o rimanga ferito all’estero e abbia bisogno di voi per prendere decisioni mediche o per essere accompagnato a casa, ma voi non siete andato in viaggio con lui e non avete un passaporto. Non potrete partire finché il governo americano non approverà la vostra richiesta di documenti o vi concederà una non meglio precisata “deroga” discrezionale per lasciare gli USA (il che non garantisce che vi lascino tornare indietro).

Si tratta dello stadio finale, in vigore dal 1 giugno 2009, dell’introduzione del cosiddetto “Western Hemisphere Travel Initiative” (WHTI).

Non c’è bisogno di spiegarvi cosa ci sia di sbagliato in questa situazione. Ma se proprio volete lo spelling, potete leggere i commenti che avevamo inviato alla Homeland Security quando essa varò le norme del WHTI che imponevano questi documenti e questi permessi d’entrata e d’uscita, prima per porti e aeroporti e poi per l’attraversamento dei confini via terra.

Non avrebbe dovuto essere necessario far notare alla Homeland Security che i documenti di viaggio richiesti dal WHTI rappresentano una flagrante violazione del Trattato sui Diritti Civili e Politici (ICCPR), uno dei più importanti accordi sui diritti umani, che gli Stati Uniti hanno firmato e ratificato. L’art. 12 dell’ICCPR stabilisce che “ogni persona deve essere libera di lasciare qualunque paese, compreso il proprio” e che “nessuno può essere arbitrariamente privato del diritto di entrare nel proprio paese”.

Questo articolo è stato interpretato dalla Commissione per i Diritti Umani dell’ONU (e anche dagli Stati Uniti, all’epoca in cui criticavano le restrizioni imposte da paesi come Cuba ai viaggi all’estero dei loro cittadini) nel senso di rendere tali diritti pressoché assoluti. Le regole imposte dal WHTI sono anche una violazione del NAFTA (North American Free Trade Agreement) e del NAFTA Implemdentation Act, visto che impongono a canadesi e messicani, che desiderino venire negli Stati Uniti per competere in attività commerciali, una barriera - la richiesta di un passaporto o di una patente di guida speciale (EDL) – che non esiste per i cittadini americani operanti all’interno degli Stati Uniti.

E questo per non parlare dell’incompatibilità di queste restrizioni con gli articoli della Costituzione Americana che parlano di viaggio, spostamento e riunione.

I regolamenti APIS della Homeland Security già richiedono alle linee aeree di ricevere permessi preventivi individuali dalla stessa HS prima di consentire a chiunque (anche a un cittadino americano) di entrare, uscire o transitare negli Stati Uniti per via aerea; e il piano di Secure Flight richiederà la stessa cosa per i voli interni non appena l’industria dei trasporti sarà in grado di fornire l’elaborata e costosa infrastruttura necessaria per questo programma di sorveglianza e controllo in tempo reale. Nel frattempo la HS sta espandendo la richiesta di simili e sempre più intrusivi poteri di ricerca, detenzione, interrogazione e soprattutto sorveglianza (monitoraggio e raccolta dati) e il controllo degli spostamenti all’interno degli Stati Uniti attraverso checkpoint insospettabili e non autorizzati su strade che non attraversano alcun confine e si trovano fino a 100 miglia di distanza da coste e confini, nonché sui passeggeri dei voli interni agli Stati Uniti.

Le precedenti decisioni dei tribunali relative alla discrezionalità del governo nel concedere i passaporti erano fondate sull’assunto che i passaporti dovessero servire a facilitare il viaggio, non richiesti per autorizzarlo o per esercitare qualsiasi altro diritto. Queste decisioni dovranno ovviamente essere riviste alla luce del fatto che i documenti governativi vengono ora esplicitamente richiesti come condizioni per l’esercizio di certi aspetti della libertà di movimento – il diritto di ogni persona di lasciare gli Stati Uniti o di tornare nel proprio paese – che sono esplicitamente garantiti da trattati internazionali ratificati dagli USA e che nella Costituzione degli Stati Uniti rappresentano “la legge suprema del territorio”. La HS afferma, con una certa astuzia, che all’inizio essa si limiterà ad emettere avvertimenti e a concedere le deroghe, nella maggior parte dei casi, per quei cittadini che cerchino di entrare o uscire dagli Stati Uniti senza i nuovi documenti. Probabilmente essa spera che il nuovo regime di controllo degli spostamenti, fondato sui nuovi permessi e documenti d’identità, si trasformi in fatto compiuto prima che qualcuno riesca a portare dinanzi a una corte questa decisione di impedire alle persone di lasciare gli Stati Uniti o di proibire a cittadini americani di rientrare nel paese.

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HEZBOLLAH SEMPRE PIU' FORTE

by Gianluca Freda (03/07/2009 - 16:06)


HEZBOLLAH DOPO LE ELEZIONI

di Franklin Lamb

dal sito Counterpunch

Traduzione di Gianluca Freda

 

Dahiyeh.

Mentre in apparenza la coalizione filoamericana di qui ha conservato la sua maggioranza, la coalizione guidata da Hezbollah ha in realtà vinto le elezioni con uno scarto di circa il 10 per cento del voto popolare. Dei circa 1.495.000 voti delle elezioni del 7 giugno, 815.000 sono andati alla Resistenza Nazionale Libanese guidata da Hezbollah, mentre 680.000 sono andati alla coalizione governativa “14 Marzo”.

Mentre il nuovo primo ministro libanese, Saad Hariri, lavora per mettere insieme un governo di coalizione, Hezbollah in Libano è attualmente più forte di quanto sia mai stato. Il Partito è ampiamente in grado di determinare la composizione del futuro governo libanese e di insistere affinché ai suoi alleati vengano assegnati dei posti chiave, poiché preferisce tenere un basso profilo e influenzare la politica attraverso tranquille consultazioni piuttosto che attraverso minacce e dimostrazioni di forza.

Come ha spiegato un mio amico di Hezbollah: “Se Hezbollah avesse anche un unico membro presente in Parlamento, la maggioranza capirebbe che l’intera Resistenza è lì. Non ci serve essere appariscenti, piuttosto abbiamo bisogno di collaborare e di far funzionare questo nuovo governo. I nostri sostenitori ci chiedono questo”.

Il sostegno popolare a Hezbollah sembra essersi accresciuto dopo le elezioni grazie alla sua sportiva accettazione dei risultati elettorali e agli sforzi compiuti per raggiungere un’intesa con gli avversari politici, nonostante i forti sospetti che nutre verso la “Coalizione Americana”.

Questa situazione è ben esemplificata da una barzelletta che circola attualmente per Dahiyeh, un caposaldo della Resistenza dove il sostegno per la coalizione filoamericana “14 Marzo” non è certo massiccio.

Un membro di Hezbollah scrive all’ayatollah Ali Khomeini, Leader Supremo o Giureconsulto (Wali al Fiqeh) dell’Iran, che il Partito consulta spesso sulle questioni politiche e religiose.

“Caro Leader Supremo, sono uno spacciatore di crack che lavora a Beirut, recentemente diagnosticato come portatore di virus HIV. I miei genitori vivono nei bassifondi di Dahiyeh e una delle mie sorelle, che vive a Jounieh, è sposata con un travestito. Mio padre e mia madre sono recentemente stati arrestati dalle forze di sicurezza di Hezbollah per aver coltivato marijuana in giardino e ora dipendono economicamente dalle altre due mie sorelle, che fanno le prostitute a Maameltein.

“Ho due fratelli. Uno sta scontando una condanna all’ergastolo a Roumieh per l’omicidio di un minorenne nel 1994. L’altro fratello è attualmente detenuto nel carcere di Trablos con l’accusa di aver riciclato denaro sporco e di aver falsificato banconote da 100 dollari. Mi sono recentemente fidanzato con una prostituta thailandese che vive a Jiyeh e che lavora ancora part-time in un bordello.

“Il mio problema è il seguente: io amo la mia fidanzata, non vedo l’ora di presentarla alla famiglia e naturalmente vorrei essere del tutto onesto con lei.

“Pensi che dovrei dirle che mio zio ha votato per la Coalizione 14 Marzo nelle recenti elezioni libanesi?

“Firmato, un fedele preoccupato per la propria reputazione”

Hezbollah ha senso dell’umorismo e la capacità di fare dell’ironia su se stesso. Hezbollah ha fatto eleggere per la quinta volta il suo alleato, il leader di Shia Amal, Nabih Berri, alla carica politicamente influente di portavoce del Parlamento. Nel frattempo, l’alleato cristiano di Hezbollah, Michel Aoun, ha incrementato il suo voto popolare, ottenendo un maggior numero di seggi, per un totale di 27. Egli ora richiede sette posizioni ministeriali (tre in più rispetto al precedente governo) per il suo Libero Movimento Patriottico.

L’opposizione non ha bloccato la nomina di Saad Hariri a primo ministro (ha ricevuto 85 voti su 128), ma ha mandato il messaggio di volere cooperazione su problemi che rivestono particolare interesse per il partito. I suoi alleati hanno rinnovato la richiesta di rappresentanza proporzionale nel nuovo Parlamento che conta ora 128 seggi. Ci sono ora 13 formazioni politiche e 11 candidati indipendenti, molti dei quali cercano di intessere buone relazioni con Hezbollah, attenuando le lamentele preelettorali sulle armi in suo possesso. Una delle ragioni è che l’opinione pubblica libanese, che assiste ancora una volta alle provocazioni israeliane e a un assembramento militare lungo la linea blu, ha capito che finché l’esercito libanese non sarà in grado di accollarsi questo compito può far comodo avere un forte elemento di deterrenza ai progetti del governo Netanyahu.

Dopo le elezioni del 7 giugno, l’opposizione appare abbastanza unita e pronta a confrontarsi con il neonominato gruppo Lebanon First (noto in precedenza come “Gruppo 14 Marzo”). Alcuni hanno suggerito anche al “Gruppo 8 Marzo” di cambiare nome in Lebanon Always, ma Hezbollah preferisce restare fedele, almeno per ora, a questo nome legato alla Resistenza.

Alcuni militanti di Hezbollah hanno suggerito che l’opposizione dovrà decidere come relazionarsi con il nuovo governo, una decisione che potrà richiedere settimane e che forse avrà come base la richiesta di esplicita legittimazione del possesso di armi da parte di Hezbollah. Talal Arslan, druso vicino a Hezbollah e rivale di Walid Jumblatt, ha detto che l’opposizione dovrà partecipare al futuro governo come “ente unitario” o restarne fuori, sottintendendo che farà di tutto per tenere in vigore gli accordi di Doha sul “terzo d’ostruzione” [un accordo raggiunto a Doha nel 2008 che concede all’opposizione un terzo dei seggi parlamentari, così da conferirle il potere di bloccare i lavori del Parlamento, NdT].  

Anche il leader dei drusi, Walid Jumblatt, uscito un po’ indebolito dalle elezioni, ma pur sempre il più forte degli “Ziam” drusi, si mostra ora meno tiepido verso Hezbollah dopo essersi sentito “abbandonato dagli americani” lo scorso anno. L’altro giorno ha trascorso diverse ore con Hasan Nasrallah e ha dichiarato di non credere più che le armi di Hezbollah rappresentino un problema interno, mentre nelle interviste è tornato a parlare di arabismo e dei diritti dei palestinesi. Il suo staff ha suggerito che egli potrebbe anche co-sponsorizzare la legge per i rifugiati palestinesi in Libano, secondo la formula “tutti i diritti tranne la cittadinanza” fatta circolare dalla Fondazione Sabra e Chatila”.

Le relazioni del nuovo primo ministro Saad Hariri con Hezbollah fino a questo momento sono state cordiali. Si è incontrato la scorsa settimana con il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, non ha fatto pressioni per il disarmo di Hezbollah e dopo i colloqui i due hanno rilasciato una dichiarazione con cui “si impegnano a proseguire la discussione nella presente atmosfera calma e positiva e sottolineano la logica del dialogo, della cooperazione e dell’apertura”.

 

La posizione di Hezbollah dopo le elezioni in Iran

Le elezioni iraniane del 12 giugno hanno inizialmente creato una certa gioia in Israele.

Si era sperato che Israele potesse più facilmente creare un caso allo scopo di far accettare alla comunità internazionale un bombardamento israeliano sull’Iran e un incremento delle sanzioni. Netanyahu aveva insistito su questo punto nel corso della sua visita in Europa di questa settimana, cercando di convincere paesi come l’Italia, che sono tra i più importanti partner commerciali dell’Iran, a ridurre i propri legami economici.

Eyal Zisser, capo del dipartimento di Storia Mediorientale e Africana all’Università di Tel Aviv, ha espresso l’opinione che “le elezioni iraniane sono un segnale inquietante per la Siria e per Hezbollah. Più debole è il regime, meno sostegno potrà fornire a Hezbollah”.

Hezbollah non è d’accordo. In ogni caso, quali che siano i cambiamenti a lungo termine che potranno avvenire in Iran dopo le elezioni, i referenti del partito insistono a definirli più evoluzionari che rivoluzionari. Essi non credono che i recenti avvenimenti possano indebolire l’Iran militarmente e neanche che possano influire sul sostegno dell’Iran alla Palestina, espressamente previsto dalla Costituzione iraniana, o sulla sua amicizia con la Resistenza Nazionale Libanese guidata da Hezbollah.

I membri del Partito hanno espresso unanimemente l’opinione che Hezbollah si terrà lontano da ogni eventuale scontro di potere tra il gruppo Ahmadinejad/Khamenei e la fazione Mousawi/Rafsanjani; alcuni membri recentemente intervistati si aspettano che la leadership iraniana, dopo un’eventuale “reimpasto dei dicasteri e delle funzioni”, tornerà ad essere unita per il bene del suo popolo. Spiegano che Hezbollah non ha nulla a che fare con gli affari interni dell’Iran, che non prenderà posizione nelle sue questioni nazionali e che le elezioni del 12 giugno sono state una questione puramente interna.

“Ciò che accade laggiù non ha niente a che fare con la nostra situazione”, ha detto Naim Qassim ai media di Beirut il 25 giugno 2009, “noi abbiamo la nostra identità e popolarità libanese e questi eventi non ci riguardano”, aggiungendo che Hezbollah è convinto che la situazione tornerà presto alla normalità e che “la Repubblica Islamica è riuscita a sventare con successo questo complotto d’oltreoceano mirante a destabilizzare la situazione interna”.

Un’altra ragione per cui i membri di Hezbollah non credono che i risultati delle controverse elezioni iraniane possano influire sul partito o sui suoi programmi è che il sostegno a Hezbollah, e anche a gruppi sunniti come Hamas o la Jihad Islamica, è integrato nella Costituzione e nell’ideologia dell’Iran, che vede la Repubblica Islamica come un baluardo contro Egitto, Giordania e altri stati che hanno riconosciuto Israele.

Quanto all’argomento “finanziamenti”, ho appreso che l’Iran fornisce a Hezbollah molti meno aiuti di quanto riportino i media occidentali, ma che l’Iran non decurterà questa assistenza.

Le buone relazioni di Hezbollah con l’Iran esistono fin dalla nascita del Partito e da allora si sono fatte sempre più strette. Secondo Hezbollah, praticamente tutta la leadership iraniana avrebbe stretti legami col Partito. L’Iran, e in misura crescente sempre nuovi paesi della regione, e non solo, condividono gli obiettivi di Hezbollah e hanno promesso di mantenere salde le proprie relazioni e possibilmente espanderle.

Secondo Hezbollah, il coinvolgimento dell’occidente, e in particolare di Inghilterra e USA, nelle elezioni e negli affari interni dell’Iran è ormai evidente.

“Le rivolte e gli assalti nelle strade sono stati orchestrati dall’esterno nel tentativo di destabilizzare il governo islamico del paese”, afferma Qassim.

Se Hezbollah è aperto ai colloqui con i rappresentanti di tutti i governi occidentali, è probabile che tale apertura non includerà troppo presto gli Stati Uniti, anche se il Partito afferma che diversi funzionari statunitensi hanno chiesto di parlare con Hezbollah.

Questa continuerà ad essere, con ogni probabilità, la posizione di Hezbollah, almeno finché l’amministrazione Obama non eliminerà il Partito dalla lista delle “organizzazioni terroristiche”. Secondo Qassim: “E’ inutile che Hezbollah intrattenga qualunque dialogo con gli americani, visto che essi ci vedono come terroristi. Gli europei, dal canto loro, hanno un ruolo da svolgere, visto che hanno adottato un approccio differente da quello americano”.

A breve termine, sembra poco probabile che le recenti elezioni di giugno possano avere su Hezbollah qualche effetto di rilievo, tanto all’interno del nuovo governo libanese quanto sul piano internazionale.

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LE RIVOLUZIONI COLOR MERDA

by Gianluca Freda (29/06/2009 - 15:21)


tratto dal sito RipensareMarx

(commento e traduzione di G.P.)

 

Vi propongo questo articolo dell’analista politico Thierry Meyssan che ho tradotto dal francese. Si tratta della lunga parabola delle rivoluzioni colorate, a partire da quella cinese del 1989, finita nel bagno di sangue di Tien An Men, fino al tentativo, fallito anch’esso, di capovolgere il presidente Ahmadinejad, rieletto a furor di popolo, con quasi 11 milioni di voti di scarto rispetto al suo avversario, nelle ultime elezioni iraniane. Un pezzo di rara saggezza e di meticolosa ricostruzione storica che ha la forza di uno pugno intellettuale sferrato nei denti di chi, soprattutto a sinistra, si è stracciato le vesti e si è commosso di fronte alla reazione violenta (ma poteva esserlo di più) dei poteri costituiti iraniani, rei di non essersi inginocchiati al cospetto dei principi della santissima democrazia (occidentale) e a quelli, ancor più pretestuosi, dei diritti umani. Tra i neoservi s’iscrive, con un brano farneticante e illogico (almeno rispetto alla sua precedente produzione teorica) - che non ci risparmia nemmeno l’uso di un linguaggio conformista e spocchioso, per quanto appena più sottile - anche Slavoj Zizek, del quale ho spesso, incautamente, perorato le teorie dalle pagine virtuali di questo blog. Il filosofo sloveno, che passa per essere un intenditore del pensiero di Marx e di Lenin, finisce nella rete mediatica ordita dal circuito manipolatore filo-statunitense come il più sguarnito (di armi critiche) uomo della strada, di colui che affolla quell’“astrazione indeterminata” comunemente definita pubblica opinione. Meyssan dà, sotto questo aspetto, una vera e propria lezione di marxismo a Zizek, sostenendo il punto secondo il quale non si è mai vista una rivoluzione che anziché puntare alla trasformazione delle strutture sociali (ergo ai rapporti sociali intorno ai quali queste si condensano) mira a rovesciare fisicamente un gruppo di dominanti per sostituirli con altri, ma più proni al potere imperiale statunitense (altro che resurrezione del sogno popolare o utopia della rivoluzione! Sei tu che sei triste e sconfortante caro Zizek). E Lenin, da par suo, era ancor meno suscettibile ai rivoluzionarismi spirituali che animano Zizek, tanto da aver ritenuto oggettivamente rivoluzionaria la lotta dell’emiro afghano (nonostante costui si basasse su principi pienamente monarchici). Stalin riprende le affermazioni di Lenin nel suo “I principi del leninismo”: “Nelle condizioni dell'oppressione imperialistica, il carattere rivoluzionario del movimento nazionale non implica affatto obbligatoriamente l'esistenza di elementi proletari nel movimento, l'esistenza di un programma rivoluzionario o repubblicano del movimento, l'esistenza di una base democratica del movimento. La lotta dell'emiro afghano per l'indipendenza dell'Afghanistan è oggettivamente una lotta rivoluzionaria, malgrado il carattere monarchico delle concezioni dell'emiro e dei suoi seguaci, poiché essa indebolisce, disgrega, scalza l'imperialismo, mentre la lotta di certi «ultra» democratici e «socialisti» «rivoluzionari» e repubblicani dello stampo, ad esempio, di Kerenski e Tsereteli, Renaudel e Scheidemann, Cernov e Dan, Henderson e Clynes durante la guerra imperialista, era una lotta reazionaria, perché aveva come risultato di abbellire artificialmente, di consolidare, di far trionfare l'imperialismo”. Non vede dunque Zizek, in questa congiuntura storica, dove stanno i resistenti all’ordine imperiale e i veri reazionari? Ed invece, contraddicendo sempre Lenin, l’orda degli intellettuali infatuati solo dalla loro stessa fama di “radicalissimi”, si mettono completamente a rimorchio delle parole d’ordine e delle campagne di manipolazione dei peggiori dominanti, quelli egemoni: “Tutta la storia della democrazia borghese mette a nudo questa illusione: per ingannare il popolo, i democratici borghesi hanno sempre lanciato e sempre lanciano ogni sorta di "parole d'ordine". Si tratta di controllare la loro sincerità, di mettere a confronto le parole con i fatti, di non appagarsi della frase idealistica o ciarlatanesca, ma di cercar di scoprire la realtà di classe”. I fatti sono quelli che ci descrive Meyssan, e non la fandonie propinateci da Zizek. Avete materiale per giudicare da soli.

Ps. Mi scuso per la traduzione approssimativa, ma non ho tempo per riguardarla con attenzione.

 

LA “RIVOLUZIONE COLORATA” FALLITA IN IRAN

di Thierry Meyssan*

“La rivoluzione verde„ di Teheran è l'ultimo avatar “delle rivoluzioni colorate, che hanno permesso agli Stati Uniti di imporre governi al loro soldo in molti paesi senza dover ricorrere alla forza. Thierry Meyssan che ha consigliato due governi di fronte a queste crisi, analizza tale metodo e le ragioni del suo fallimento in Iran. “Le rivoluzioni colorate„ stanno alle rivoluzioni come il Canada Dry sta alla birra. Vi somigliano, ma ne non hanno il sapore. Sono cambiamenti di regime aventi l'aspetto di una rivoluzione, poiché mobilitano vasti segmenti popolari, ma dipendendo dal colpo di Stato non mirano a cambiare le strutture sociali, ma sostituire un'elite a un'altra per condurre una politica economica e estera pro-USA. “La rivoluzione verde„ di Teheran è l'ultimo esempio.

L’origine del concetto

Questo concetto è apparso negli anni 90, ma trova le sue origini nei dibattiti USA degli anni 70-80. Dopo le rivelazioni a catena circa i colpi di Stato fomentati dalla CIA nel mondo, e la grande vetrina delle commissioni parlamentari Church e Rockefeller (1), l'ammiraglio Stansfield Turner fu incaricato dal presidente Carter di ripulire l'agenzia e cessare ogni sostegno “alle dittature casalinghe”. Furiosi, i social democratici statunitensi (SD/USA) lasciarono il partito democratico e raggiunsero Ronald Reagan. Si trattava di brillanti intellettuali trotzkisti (2), spesso legati alla rivista Commentary. Quando Reagan fu eletto, affidò loro il compito di proseguire l'ingerenza US, ma con altri mezzi. Così crearono nel 1982 il National Endowment for Democracy (NED) (3) e, nel 1984, l’United States Institute for Peace (USIP). Le due strutture sono organicamente legate: amministratori del NED seggono nel consiglio d'amministrazione del USIP e viceversa.

Giuridicamente, la NED è un'associazione senza scopo di lucro, di diritto US, finanziata da una sovvenzione annuale votata dal congresso all'interno del bilancio del Dipartimento di Stato. Per condurre le proprie azioni, le fa cofinanziare dall’US Agency for International Development (USAID), essa stessa collegata al Dipartimento di Stato. In pratica, questa struttura giuridica è soltanto un paravento utilizzato congiuntamente dalla CIA, dal MI6 britannico e dall’ASIS australiano (e occasionalmente dai servizi canadesi e neozelandesi). La NED si presenta come un organo “di promozione della democrazia”. Interviene sia direttamente; sia con i suoi quattro tentacoli: uno destinato a corrompere i sindacati, un secondo incaricato di corrompere i patronati, un terzo per i partiti di sinistra ed un quarto per quelli di destra; sia ancora tramite fondazioni amiche, come Westminster Foundation for Democracy (Regno Unito), International Center for Human Rights and Democratic Development (Canada), Fondation Jean-Jaurès e Fondation Robert-Schuman (Francia), International Liberal Center (Svezia), Alfred Mozer Foundation (Paesi Bassi), Friedrich Ebert Stiftung, Friedrich Naunmann Stiftung, Hans Seidal Stiftung e Heinrich Boell Stiftung (Germania). La NED rivendica di avere corrotto così più di 6.000 organizzazioni nel mondo in una trentina di anni. Tutto ciò, naturalmente, essendo camuffato sotto l'aspetto di programmi di formazione o d'assistenza.

La USIP, da parte sua, è un'istituzione nazionale statunitense. È sovvenzionata annualmente dal Congresso nel bilancio del Dipartimento della Difesa. A differenza della NED, che funge da copertura ai servizi dei tre stati alleati, la USIP è esclusivamente statunitense. Sotto la copertura di ricerca in scienze politiche, può pagare personalità politiche estere. Appena ha potuto disporre di risorse, la USIP ha finanziato una nuova e discreta struttura, l’Albert Einstein Institution (4). Questa

piccola associazione di promozione della non-violenza era inizialmente incaricata di prefigurare una forma di difesa civile per le popolazioni dell'Europa dell'Ovest in caso d'invasione da parte dei paesi del Patto di Varsavia. Essa ha rapidamente preso la sua autonomia ed ha modellizzato condizioni nelle quali un potere statale, di qualunque natura esso sia, può perdere la sua autorità e crollare.

Primi tentativi

Il primo tentativo “di rivoluzione colorata” è fallito nel 1989. Si trattava di capovolgere Deng Xiaoping appoggiandosi su uno dei suoi parenti collaboratori, il segretario generale del Partito comunista cinese Zhao Ziyang, in modo da aprire il mercato cinese agli investitori statunitensi e fare entrare la Cina nell'orbita USA. I giovani partigiani di Zhao invasero piazza Tienanmen (5). Furono presentati dai mass media occidentali come studenti a-politici che si battevano per la libertà di fronte all'ala tradizionale del partito, mentre si trattava di un dissenso all'interno della corrente di Deng tra nazionalisti e filo-statunitensi. Dopo avere a lungo resistito alle provocazioni, Deng decise di concludere con la forza. La repressione fece tra i 300 e i 1000 morti secondo le fonti. 20 anni più tardi, la versione occidentale di questo colpo di Stato mancato non è cambiata. I mass media occidentali che hanno coperto recentemente quest'anniversario presentandolo come “una sommossa popolare” si sono stupiti del fatto che i pechinesi non abbiano conservato memoria dell'evento. È che una lotta di potere nell'ambito del partito non aveva nulla “di popolare„. Non si sentivano  toccati.

La prima “rivoluzione colorata” riesce nel 1990. Mentre l'Unione Sovietica era in corso di smembramento, il segretario di Stato James Baker si recò in Bulgaria per partecipare alla campagna elettorale del partito pro-USA, abbondantemente finanziato dalla NED (6). Tuttavia, nonostante le pressioni del Regno Unito, i bulgari, spaventati dalle conseguenze sociali del passaggio dall'URSS all'economia di mercato, commisero l'imperdonabile errore di eleggere al Parlamento una maggioranza di post-comunisti. Mentre gli osservatori della Comunità europea certificarono la regolarità dello scrutinio, l'opposizione pro-USA urlò alla frode elettorale e scese in strada. Installò un accampamento al centro di Sofia ed immerse per sei mesi il paese nel caos, fino a che il Parlamento elesse a presidente il filo-USA Zhelyu Zhelev. “La democrazia”: vendere il proprio paese agli interessi stranieri all'insaputa della propria popolazione.

Da allora, Washington non ha cessato di organizzare cambiamenti di regime, un po' ovunque nel mondo, mediante l'agitazione di piazza piuttosto che con giunte militari. Occorre qui circoscrivere i giochi. Al di là del discorso lenitivo “sulla promozione della democrazia”, l'azione di Washington mira all'imposizione di regimi che gli aprono senza condizioni i mercati interni e si allineano alla sua politica estera. Ma, se questi obiettivi sono conosciuti dai dirigenti “delle rivoluzioni colorate”, non sono mai discussi ed accettati dai dimostranti che mobilitano. E, qualora questo colpo di Stato riesca, i cittadini non ritardano a rivoltarsi contro le nuove politiche che si impongono loro, anche se è troppo tardi per ritornare indietro. D'altra parte, come si può considerare “democratiche” quelle opposizioni che, per prendere il potere, vendono il loro paese ad interessi stranieri all'insaputa della loro popolazione?

Nel 2005, l'opposizione kirghisa contesta il risultato delle elezioni legislative e porta a Bichkek dei dimostranti del Sud del paese. Fanno cadere il presidente Askar Akaïev. È “la rivoluzione dei tulipani”. L'assemblea nazionale elegge a presidente il filo-USA Kourmanbek Bakiev. Non riuscendo a controllare i suoi supporters che saccheggiano la capitale, dichiara di avere cacciato il dittatore e finge di volere creare un governo d'unità nazionale. Fa uscire di prigione il generale Felix Kulov, ex sindaco di Bichkek, e lo nomina il ministro dell'interno, quindi primo ministro. Quando la situazione si è stabilizzata, Bakaiev si sbarazza di Kulov e vende, senza gara d'appalto e con i logici sotto banco, alcune risorse del paese a società USA ed installa una base militare USA a Manas. Il tenore di vita della popolazione non è mai stato così basso. Felix Kulov propone di sollevare il paese federandolo, come in passato, alla Russia. Non tarda a tornare in prigione.

Un male per un bene?

Si obietta a volte, nel caso di Stati sottoposti a regimi repressivi, che se queste “rivoluzioni colorate” portano soltanto una democrazia di facciata, procurano tuttavia benessere alle popolazioni. Ma, l'esperienza mostra che nulla è meno sicuro. I nuovi regimi possono risultare più repressivi dei vecchi. Nel 2003, Washington, Londra e Parigi (7) organizzano “la rivoluzione delle rose” in Georgia (8). Secondo uno schema classico, l'opposizione denuncia frodi elettorali in occasione delle elezioni legislative e scende in strada. I dimostranti forzano il presidente Edouard Shevardnadze a fuggire e prendono il potere. Il suo successore Mikhail Saakachvili apre il paese agli interessi economici USA e rompe con il vicino russo. L'aiuto economico promesso da Washington per sostituirsi all'aiuto russo non arriva. L'economia, già compromessa, crolla. Per continuare a soddisfare i suoi accomandanti, Saakachvili deve imporre una dittatura (9). Chiude i mass media e riempie le prigioni, cosa che non impedisce assolutamente alla stampa occidentale di continuare a presentarlo come “democratico”. Condannato alla fuga in avanti, Saakachvili decide di rifarsi una popolarità lanciandosi in un'avventura militare. Con l'aiuto dell'amministrazione Bush e di Israele al quale ha affittato basi aeree, bombarda la popolazione dell'Ossezia meridionale, facendo 1600 morti, di cui la maggior parte ha la doppia nazionalità russa. Mosca risponde. I consulenti statunitensi e Israeliani fuggono (10). La Georgia è devastata.

Quanto basta!

Il meccanismo principale “delle rivoluzioni colorate„ consiste nel mettere a fuoco l'insoddisfazione popolare sull'obiettivo che si vuole abbattere. Si tratta di un fenomeno di psicologia di massa che spazza tutto al suo passaggio ed al quale nessun ostacolo ragionevole può essere opposto. Il capro-espiatorio è accusato di tutti i mali che affliggono il paese almeno da una generazione. Più resiste, più la rabbia della folla cresce. Sia che ceda o schivi, la popolazione ritrova i suoi fantasmi, le spaccature tra i suoi partigiani ed i suoi oppositori riappaiono. Nel 2005, nelle ore che seguono l'assassinio del primo ministro Rafik Hariri, in Libano si diffonde la voce che è stato ucciso “dai Siriani”. L'esercito siriano - che in virtù dell'Accordo di Taëf mantiene l'ordine dalla fine della guerra civile – viene contestato. Il presidente siriano, Bachar el-Assad, è personalmente messo in discussione dalle autorità statunitensi, cosa che è già una prova per l'opinione pubblica. A quelli che fanno osservare che - nonostante momenti tempestosi - Rafik Hariri è sempre stato utile alla Siria e che la sua morte priva Damasco di un collaboratore essenziale, si risponde che “il regime siriano” è così cattivo in sé che deve uccidere anche i suoi amici. I libanesi auspicano uno sbarco delle GI's per cacciare i Siriani. Ma, con generale sorpresa, Bachar el-Assad, ritenendo che il suo esercito non è più il benvenuto in Libano mentre il suo spiegamento costa caro, ritira i suoi uomini. Vengono organizzate elezioni legislative che vedono il trionfo della coalizione “anti-siriana”. È “la rivoluzione dei cedri”. Quando la situazione si stabilizza, ciascuno si rende conto che, se i generali siriani hanno in passato saccheggiato il paese, la partenza dell'esercito siriano non cambia nulla economicamente. Soprattutto, il paese è in pericolo, non ha più i mezzi per difendersi di fronte all'espansionismo del vicino israeliano. Il principale capo “antisiriano”, il generale Michel Aoun, si ravvede e passa all'opposizione. Furiosa, Washington moltiplica i progetti per assassinarlo. Michel Aoun si allea allo Hezbollah attorno ad una piattaforma patriottica. Era tempo: Israele attacca. In tutti i casi, Washington prepara in anticipo il governo “democratico”, cosa che conferma bene che si tratta di un colpo di Stato mascherato. La composizione del nuovo gruppo è tenuta segreta il più a lungo possibile. È per questo che la designazione del capro-espiatorio è realizzata senza mai evocare un'alternativa politica.

In Serbia, i giovani “rivoluzionari„ filo-USA hanno scelto un logo che appartiene all’immaginario comunista (il pugno teso) per mascherare la loro subordinazione agli Stati Uniti. Hanno preso come slogan “egli è finito!”, federando così gli insoddisfatti contro la personalità di Slobodan Milosevic che hanno ritenuto responsabile dei bombardamenti del paese, tuttavia effettuati dalla NATO. Questo modello è stato duplicato, ad esempio il gruppo Pora! in Ucraina, o Zubr in Bielorussia.

Una non-violenza di facciata

I comunicatori del Dipartimento di Stato vegliano sull'immagine non violenta “delle rivoluzioni colorate”. Davanti a tutte, le teorie di Gene Sharp, fondatore di Albert Einstein Institution. Ma la non-violenza è un metodo di combattimento destinato a convincere il potere a cambiare politica.  Affinché una minoranza si impadronisca del potere e lo eserciti, gli occorre sempre, prima o poi, l’uso della violenza. E tutte “le rivoluzioni colorate„ lo hanno fatto.

Nel 2000, nonostante il mandato del presidente Slobodan Milosevic durasse ancora per un anno, egli convocò elezioni anticipate. Lui stesso e il suo principale oppositore, Vojislav Koštunica, si trovarono al ballottaggio. Senza attendere il secondo giro di consultazioni, l'opposizione gridò alla frode e scese nelle strade. Migliaia di dimostranti affluirono verso la capitale, tra i quali minatori di Kolubara. I loro giorni di lavoro erano indirettamente pagati dalla NED, senza che loro fossero a conoscenza di essere remunerati dagli Stati Uniti. Essendo la pressione della manifestazione insufficiente, i minatori attaccarono gli edifici pubblici con i bulldozer che avevano trasportato, da cui il nome “di rivoluzione dei bulldozer”.

Qualora la tensione si perpetui e vengano organizzate contro-manifestazioni, la sola soluzione per Washington è di immergere il paese nel caos. Agenti provocatori sono allora inviati tra i due campi per colpire la folla. Ogni parte può constatare che quelli di fronte hanno colpito mentre avanzavano in modo pacifico. Il confronto si generalizza. Nel 2002, la borghesia di Caracas scende in strada per contestare la politica sociale del presidente Hugo Chavez (11). Con abili montaggi, le televisioni private danno l'impressione di una marea umana. Sono 50.000 secondo gli osservatori, 1 milione secondo la stampa ed il Dipartimento di Stato. Si verifica allora l'incidente del ponte Llaguno. Le televisioni mostrano chiaramente filochavisti, armi alla mano, che sparano sulla folla. In una conferenza stampa, il generale della guardia nazionale ed il vice-ministro della sicurezza interna conferma che “le milizie chaviste” hanno sparato sul popolo facendo 19 morti. Si dimette e chiama al capovolgimento della dittatura. Il presidente non tarda ad essere arrestato dai soldati insorti. Ma il popolo a milioni scende nella capitale e ristabilisce l'ordine costituzionale. Un'indagine giornalistica successiva ricostituirà in dettaglio il massacro del ponte Llaguno. Metterà in evidenza un ingannevole montaggio delle immagini, il cui ordine cronologico è stato falsificato come attestano i quadranti degli orologi dei protagonisti. In realtà, sono i chavisti ad essere stati attaccati e questi, dopo aver ripiegato, tentavano di liberarsi utilizzando armi da fuoco. Gli agenti provocatori erano poliziotti locali formati da un'agenzia USA (12).

Nel 2006, la NED riorganizza l'opposizione al presidente kenyano Mwai Kibaki. Finanzia la creazione del partito arancione di Raila Odinga. Quest'ultimo riceve il sostegno del senatore Barack Obama, accompagnato da specialisti della destabilizzazione (Mark Lippert, attuale capo di gabinetto del consigliere della sicurezza nazionale, ed il generale Jonathan S. Gration, attuale inviato speciale del presidente US per il Sudan). Partecipando ad una riunione di Odinga, il senatore

dell’Illinois si inventa un vago legame di parentela con il candidato filo-USA. Tuttavia Odinga perde le elezioni legislative del 2007. Sostenuto dal senatore John McCain, in qualità di presidente del IRI (prolungamento repubblicano della NED), contesta la sincerità dello scrutinio e chiama i suoi partigiani a scendere in strada. Nel mentre SMS anonimi sono inviati in massa agli elettori di etnia Luo. “Cari Keniani, Kikuyu ha rubato il futuro dei nostri bambini… noi dobbiamo trattarli nel solo modo che comprendono… la violenza”. Il paese, tuttavia uno dei più stabili dell’Africa, si infiamma improvvisamente. Dopo giorni di sommosse, il presidente Kibaki è costretto ad accettare la mediazione di Madeleine Albright, in qualità di presidente del NDI (il prolungamento democratico della NED). Viene creato un posto di primo ministro con il reintegro di Odinga. Ci si chiede, gli SMS dell’odio, non essendo stati inviati da impianti keniani, quale potenza straniera abbia potuto spedirli.

La mobilitazione dell'opinione pubblica internazionale

Negli ultimi anni, Washington ha avuto occasione di lanciare “rivoluzioni colorate” con la convinzione che pur fallendo a prendere il potere esse consentissero di manipolare l'opinione pubblica e le istituzioni internazionali. Nel 2007, numerosi Birmani insorgono contro l'aumento dei prezzi del combustibile domestico. Le manifestazioni degenerano. I monaci buddisti prendono la testa della contestazione. È “la rivoluzione zafferano” (13). In realtà, Washington non è interessata al regime di Rangoon; ciò che le interessa, è di strumentalizzare il popolo birmano per fare pressione sulla Cina che ha interessi strategici in Birmania (condutture e base militare di informazioni elettroniche). Di conseguenza, l'importante è mettere in scena la realtà. Immagini prese da telefoni portatili appaiono su YouTube. Sono anonime, inverificabili e fuori contesto. Precisamente, la loro apparante spontaneità gli dà credibilità. La Casa-Bianca può imporre la sua interpretazione dei video. Più recentemente, nel 2008, manifestazioni studentesche paralizzano la Grecia a seguito dell'omicidio di un giovane ragazzo di 15 anni da parte di un poliziotto. Rapidamente rompitori fanno la loro comparsa. Sono stati reclutati nel vicino Kosovo e trasportati su autobus. I centri delle città saccheggiati. Washington cerca di fare fuggire i capitali verso altri cieli e di riservarsi il monopolio degli investimenti nei terminali gaziferi in costruzione. Una campagna stampa dunque farà passare il governo ansante Karamanlis per quello dei colonnelli. Facebook e Twitter sono utilizzati per mobilitare la diaspora greca. Le manifestazioni si estendono ad Istanbul, Nicosia, Dublino, Londra, Amsterdam, La Haye, Copenaghen, Francoforte, Parigi, Roma, Madrid, Barcellona, ecc.

La rivoluzione verde

L'operazione condotta nel 2009 in Iran si iscrive in questo lungo elenco di pseudo-rivoluzioni. In  primo luogo, il congresso vota nel 2007 un finanziamento di 400 milioni di dollari “per cambiare il regime” in Iran. Questo si aggiunge ai bilanci ad hoc del NED, del USAID, della CIA e tutti quanti [NDR in italiano nel testo]. Si ignora come questo denaro è utilizzato, ma tre gruppi principali ne sono destinatari: la famiglia Rafsanjani, la famiglia Pahlevi, e i Moudjahidin del popolo. L'amministrazione Bush prende la decisione di finanziare “una rivoluzione colorata” in Iran dopo  avere confermato la decisione dello stato maggiore di non attaccare militarmente questo paese. Questa scelta è convalidata dall'amministrazione Obama. Per difetto, si riapre dunque la cartella “di rivoluzione colorata”, preparata nel 2002 con Israele nell'ambito dello American Enterprise Institute. All'epoca avevo pubblicato un articolo su questo metodo (14). Basta farvi riferimento per identificare i protagonisti attuali: è stato poco modificato. È stata aggiunta una parte riguardante il Libano con la previsione di un sollevamento a Beyrouth in caso di vittoria della coalizione patriottica (Hezbollah, Aoun) alle elezioni legislative, ma essa è stato annullata. Lo scenario prevedeva un sostegno massiccio al candidato scelto dall’ ayatollah Rafsandjani, la contestazione dei risultati dell'elezione presidenziale, degli attentati globali, il capovolgimento del presidente Ahmadinejad e della guida suprema l’ayatollah Khamenei, l'installazione di un governo di transizione diretto da Mousavi, quindi il restauro della monarchia e l'installazione di un governo diretto da Sohrab Sobhani.

Come immaginata nel 2002, l'operazione è stata supervisionata da Morris Amitay e Michael Ledeen. Ha mobilitato in Iran le reti dello Irangate. Qui piccoli cenni storici sono necessari. L’Irangate è una vendita di armi illecita: la Casa-Bianca desiderava rifornire in armi i Contras nicaraguensi (per lottare contro i sandinisti) da un lato e l'Iran dall'altro (per far durare fino all’esaurimento la guerra Iran-Iraq), ma ciò era proibito dal Congresso. Gli Israeliani proposero allora di dare in subappalto le due operazioni allo stesso tempo. Ledeen che ha la doppia nazionalità statunitense/israeliana funge da agente di collegamento a Washington, mentre Mahmoud Rafsandjani (il fratello dell’ayatollah) è il suo corrispondente a Teheran. Il tutto su un fondo di corruzione generalizzata. Quando scoppia lo scandalo negli Stati Uniti, una commissione d'indagine indipendente viene diretta dal senatore Tower ed il generale Brent Scowcroft (il mentore di Robert Gates). Michael Ledeen è un vecchio gitante delle operazioni segrete. Lo si trova a Roma in occasione dell'assassinio di Aldo Moro, lo si trova nell'invenzione della pista bulgara in occasione del tentativo d'assassinio di Giovanni Paolo II, o più recentemente nell'invenzione dell'approvvigionamento di uranio nigeriano da parte di Saddam

Hussein. Lavora oggi allo American Enterprise Institute (15) (al fianco di Richard Perle e Paul Wolfowitz) ed alla Foundation for the Defense of Democracies (16). Morris Amitay è ex direttore dello l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC). È oggi vicepresidente del Jewish Institute for National Security Affairs (JINSA) e direttore di un consiglio di gabinetto per grandi ditte d'armamento. Il 27 aprile scorso, Morris e Ledeen organizzavano un seminario sull'Iran allo American Enterprise Institute a proposito delle elezioni iraniane, attorno al senatore Joseph Lieberman. Il 15 maggio scorso, nuovo seminario. La parte pubblica consisteva in una tavola rotonda animata dall'ambasciatore John Bolton a proposito del “grand marchandage”: Mosca accetterebbe di lasciare cadere Teheran in cambio della rinuncia di Washington allo scudo anti-missile in Europa centrale? L'esperto francese Bernard Hourcade partecipava a questi scambi. Simultaneamente, l'istituto lanciava un sito Internet destinato alla stampa nella crisi a venire: IranTracker.org . Il sito include una rubrica sulle elezioni libanesi. In Iran, spettava all’ayatollah Rafsandjani capovolgere il suo vecchio rivale, l’ayatollah Khamenei. Proveniente da una famiglia di agricoltori, Hachemi Rafsandjani ha fatto fortuna nella speculazione immobiliare sotto lo Scià. È diventato il principale grossista di pistacchi del paese ed ha arrotondato la sua fortuna durante l’Irangate. I suoi averi sono valutati in molti miliardi di dollari. Diventato l'uomo più ricco dell’Iran, è stato successivamente presidente del Parlamento, presidente della repubblica ed oggi presidente del Consiglio di discernimento (organo arbitrale tra il Parlamento ed il Consiglio dei custodi della costituzione). Rappresenta gli interessi del bazar, cioè i commercianti di Teheran. Durante la campagna elettorale, Rafsandjani aveva fatto promettere al suo ex-avversario diventato il suo puledro, Mirhossein Mousavi, di privatizzare il settore petrolifero. Senza connessione alcuna con Rafsandjani, Washington ha fatto appello ai Moudjahidines del popolo (17).

Quest'organizzazione protetta dal pentagono è considerata come terrorista dal Dipartimento di Stato e da parte dell'Unione Europea. Ha effettivamente condotto operazioni terribili negli anni 80, fra cui un mega-attentato che costò la vita all’ayatollah Behechti, a quattro ministri, a sei ministri aggiunti ed a un quarto del gruppo parlamentare del partito della repubblica islamica. L'organizzazione è comandata da Massoud Rajavi, che sposa in prime nozze la figlia del presidente Bani Sadr, quindi Myriam la crudele in seconde nozze. La sua sede è installata nella regione parigina e le sue basi militari in Iraq, inizialmente sotto la protezione di Saddam Hussein, quindi oggi sotto quella del dipartimento della difesa. Sono i Moudjahidin che hanno garantito la logistica degli attentati durante la campagna elettorale (18). Spetta a loro di causare incidenti tra i militanti pro e anti-Ahmadinejad, quel che hanno probabilmente fatto. Qualora il caos si fosse rafforzato, la guida suprema avrebbe potuto essere capovolta. Un governo di transizione, diretto da Mirhussein Mousavi avrebbe privatizzato il settore petrolifero ed avrebbe ristabilito la monarchia. Il figlio del vecchio Scià, Reza Cyrus Pahlavi, sarebbe risalito sul trono ed avrebbe designato Sohrab Sobhani come primo ministro. In questa prospettiva, Reza Pahlavi ha pubblicato in febbraio un libro di interviste con il giornalista francese Michel Taubmann. Quest'ultimo è direttore del bureau d’information parisien d’Arte e presiede il Cercle de l’Observatoire, il club dei neo-conservatori francesi. Ci si ricorda che Washington aveva previsto in modo identico il ristabilimento della monarchia in Afganistan. Mohammed Zaher Shah doveva riprendere il suo trono a Kaboul e Hamid Karzai doveva essere suo primo ministro. Purtroppo, a 88 anni, il pretendente era diventato demente. Karzai diventò dunque presidente della repubblica. Come Karzai, Sobhani ha la doppia nazionalità statunitense. Come lui, lavora nel settore petrolifero del Caspio. Dal lato della propaganda, il metodo iniziale era affidato al gabinetto Benador Associates. Ma è evoluto sotto l'influenza dell'assistente del segretario di Stato per l'istruzione e la cultura, Goli Ameri. Questo iraniano-statunitense è un ex collaboratore di John Bolton. Specialista dei nuovi mass media, ha organizzato programmi di mezzi e di formazione ad Internet per gli amici di Rafsandjani. Ha anche sviluppato radio e televisioni in lingua farsi per la propaganda del dipartimento di Stato ed in coordinamento con la BBC britannica.

La destabilizzazione dell'Iran è fallita perché la principale molla “delle rivoluzioni colorate” non è stata correttamente attivata. MirHussein Mousavi non è riuscito a cristallizzare l'insoddisfazione sulla persona di Mahmoud Ahmadinejad. Il popolo iraniano non si è fuorviato, non ha reso il presidente uscente responsabile delle conseguenze delle sanzioni economiche statunitensi sul paese. Di conseguenza, la contestazione si è limitata alla borghesia delle zone del nord di Teheran. Il potere si è astenuto da opporre le manifestazioni le une contro le altre ed ha lasciato i complottatori scoprirsi. Tuttavia, occorre ammettere che l'intossicazione dei mass media occidentali ha funzionato. L'opinione pubblica straniera ha realmente creduto che due milioni di iraniani fossero scesi in strada, quando la cifra reale è almeno dieci volte inferiore. Il mantenimento sul posto dei corrispondenti della stampa ha facilitato queste esagerazioni dispensandoli di fornire le prove delle loro imputazioni. Avendo rinunciato alla guerra e fallito nel tentativo di capovolgere il regime, quale carta resta nelle mani di Barack Obama?

Thierry Meyssan

Analyste politique, fondateur du Réseau Voltaire. Dernier ouvrage paru : L’Effroyable imposture 2 (le remodelage du Proche-Orient et la guerre israélienne contre le Liban).

[1] Les multiples rapports et documents publiés par ces commissions sont disponibles en ligne sur le site The Assassination Archives and Research Center. Les principaux extraits des rapports ont été traduits en français sous le titre Les Complots de la CIA, manipulations et assassinats, Stock, 1976, 608 pp.

[2] « Les New York Intellectuals et l’invention du néo-conservatisme », par Denis Boneau, Réseau Voltaire, 26 novembre 2004.

[3] « La NED, nébuleuse de l’ingérence démocratique », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 22 janvier

[4] 2004. « L’Albert Einstein Institution : la non-violence version CIA », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 4 janvier 2005.

[5] « Tienanmen, 20 ans après », par le professeur Domenico Losurdo, Réseau Voltaire, 9 juin 2009.

[6] À l’époque, la NED s’appuie en Europe orientale sur la Free Congress Foundation (FCF), animée par des républicains. Par la suite, cette organisation disparaît et cède la place à la Soros Foundation, animée par des démocrates, avec laquelle la NED fomente de nouveaux « changements de régime ».

[7] Soucieux d’apaiser les relations franco-US après la crise irakienne, le président Jacques Chirac tente de se rapprocher de l’administration bush sur le dos des Géorgiens, d’autant que la a des intérêts économiques en Géorgie. Salomé Zourabichvili, n°2 des services secrets français, est nommée ambassadrice à Tbilissi, puis change de nationalité et devient ministre des Affaires étrangères de la « révolution des roses ».

[8] « Les dessous du coup d’État en Géorgie », par Paul Labarique, Réseau Voltaire, 7 janvier 2004.

[9] « Géorgie : Saakachvili jette son opposition en prison » et « Manifestations à Tbilissi contre la  dictature des roses », Réseau Voltaire, 12 septembre 2006 et 30 septembre 2007.

[10] L’administration Bush espérait que ce conflit ferait diversion. Les bombardiers israéliens devaient simultanément décoller de Géorgie pour frapper l’Iran voisin. Mais, avant même d’attaquer les installations militaires géorgiennes, la Russie bombarde les aéroports loués à Israël et cloue ses avions au sol.

[11] « Opération manquée au Venezuela », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 18 mai 2002.

[12] Llaguno Bridge. Keys to a Massacre. Documentaire d’Angel Palacios, Panafilms 2005.

[13] « Birmanie : la sollicitude intéressée des États-Unis », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 5 novembre 2007.

[14] « Les bonnes raisons d’intervenir en Iran », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 12 février 2004.

[15] « L’Institut américain de l’entreprise à la Maison-Blanche », Réseau Voltaire, 21 juin 2004.

[16] « Les trucages de la Foundation for the Defense of Democracies », Réseau Voltaire, 2 février 2005.

[17] « Les Moudjahidin perdus », par Paul Labarique, Réseau Voltaire, 17 février 2004.

[18] « Le Jundallah revendique des actions armées aux côtés des Moudjahidines du Peuple », Réseau Voltaire, 13 juin 2009.

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IRAN: L'OPINIONE DI ISRAEL SHAMIR

by Gianluca Freda (24/06/2009 - 00:57)


IRAN: TUTTO E’ BENE CIO’ CHE FINISCE BENE

di Israel Shamir

dal sito www.israelshamir.net

traduzione di Gianluca Freda

 

Il dramma iraniano è stato una buona cosa, poiché dopo anni di demonizzazione gli iraniani sono apparsi finalmente umani al pubblico occidentale. Perfino McCain ha pianto per la ragazza iraniana uccisa, benché soltanto ieri sarebbe stato felice di “bombardare, bombardare, bombardare” lei e milioni di sue sorelle nell’oblio. Glenn Greenwald ha stigmatizzatol’inedita sensibilità dell’associazione “bombardiamo l’Iran” per il popolo iraniano” scrivendo: “Immaginate quante delle persone che hanno protestato questa settimana sarebbero morte se uno qualsiasi di questi propugnatori del bombardamento avesse potuto fare a modo suo! Si spera che uno dei principali vantaggi dei tumulti in Iran sia quello di umanizzare il Nemico Ultimo, chiunque esso sia”. Questa umanizzazione non potrà essere cancellata tanto presto, e dunque i bombardamenti potrebbero non avvenire mai più, nonostante le preghiere di Netanyahu e Lieberman.

Comunque c’è mancato un pelo. Un giorno o due dopo le elezioni l’Iran si trovava sull’orlo dell’abisso, pronto a scivolare nella follia tra enormi folle senza legge e guardie rivoluzionarie armate che si guardavano a vicenda con odio profondo. Tutte le conquiste iraniane avrebbero potuto essere cancellate dall’impazzare dei tumulti; un potere regionale appena sbocciato avrebbe potuto essere riportato indietro di cinquant’anni. Per un momento la sceneggiatura del futuro è diventata imprevedibile. Teheran si sarebbe allineata a Kiev, Ucraina, con la resa delle autorità all’inesorabile spinta dei ribelli, ripetendo le elezioni ed instaurando un presidente filo-occidentale, privatizzando petrolio e gas, conferendo più potere agli oligarchi e alle multinazionali, entrando nella NATO? O avrebbe seguito la sceneggiatura di Tien-an-men, inviando i carri armati a schiacciare gli studenti ostinati?

E’ finita bene, evitando entrambi questi estremi. I giovani professionisti, a volte sprezzantemente definiti “il popolo Gucci”, i comunisti anticlericali e i liberali, molti ordinari iraniani appartenenti alla classe media, hanno sfruttato quest’occasione per manifestare il loro desiderio di un regime meno austero. Vogliono potersi bere un bicchierino, poter indossare abiti eleganti, poter celebrare ricchi matrimoni senza doversi poi ritrovare nei guai. Alcuni vogliono poter sfruttare i propri privilegi e limitare il potere dello Stato e della moschea. Non vogliono essere sorvegliati in continuazione dai servizi di sicurezza. Alcuni dei sostenitori di Mousawi sostengono anche la lotta palestinese; non sono agenti della CIA, ma persone oneste e sincere. Molti di loro si occupano di arte, del glorioso cinema iraniano e di letteratura. Gli iraniani all’estero appoggiano a larga maggioranza Mousawi e anche loro sono persone simpatiche.

Il governo del legittimamente rieletto presidente Ahmadinejad farà bene a prestare attenzione ai loro desideri, almeno in parte. Si può anche ridere di questa gioventù occidentalizzata che gridava “Ahmadi bye bye” in un gergo da teenager ripreso dai cartoni animati, ma nessuno potrà governare in modo soddisfacente alienandosi del tutto queste elite nascenti, e governare è prima di tutto arte del compromesso.

I sostenitori di Mousawi non dovrebbero restare troppo amareggiati dalla loro sconfitta: erano un gruppo così variegato, composto di comunisti e anticomunisti, di anticlericali uniti a mullah e ayatollah, che in nessun modo avrebbero potuto essere soddisfatti anche in caso di vittoria. Anzi, una vittoria di Mousawi avrebbe dato inizio ad una lotta aperta per il potere e probabilmente proprio gli adepti del cambiamento più vocianti e impegnati si sarebbero ritrovati sconfitti. Successe già con i dissidenti sovietici. In Russia, durante il confronto dell’agosto 1991 (molto simile a questo), l’opposizione vinse e coloro che erano stati sulle barricate a favore di Yeltsin ebbero tempo per pentirsene; vennero ingannati e derubati. La stessa cosa accadde ai dissidenti iraniani dopo la caduta dello Shah: i comunisti del Partito Tudeh si ritrovarono ad essere messi fuori legge dopo la rivoluzione a cui avevano collaborato.

La stragrande maggioranza degli iraniani ha votato per Ahmadinejad, poiché egli è un uomo modesto e devoto alla sua gente, si è preso cura dei poveri e ha tenuto l’Iran fuori dalle grinfie imperialiste. Il suo lavoro sul programma nucleare gode di vasta popolarità e nemmeno il suo sfidante sconfitto ha osato pronunciare una sola parola contro di esso. Ahmadinejad ha ricevuto forte sostegno in tutto il paese, perfino nel Nord-Ovest a maggioranza azera. E’ popolare anche nel resto del globo come simbolo della ribellione del Terzo Mondo, alla pari con Castro e Chavez. Mantiene buone relazioni con le confinanti Russia e Cina, oltre che con l’Iraq e l’Afghanistan occupati dagli USA. La visita lampo di Ahmadinejad alla conferenza dello SCO a Yekaterinenburg nel bel mezzo della rivolta ha dato prova delle sue qualità di uomo di Stato. Nel suo discorso, orgoglioso e acclamato, non ha mai fatto riferimento alla crisi in patria e ha ricevuto le congratulazioni dei suoi alleati, il presidente Medvedev e il presidente Hu Jintao, per la sua vittoria elettorale. Le sue coraggiose posizioni antisioniste lo hanno reso popolare ai vicini arabi dell’Iran, seppur con fastidio da parte dei governanti arabi locali. Nel 2006 le sue armi hanno salvato il Libano dall’essere divorato da Israele. A volte si spinge troppo oltre, ma d’altronde in quale altro modo potrebbe capire quanto lontano può spingersi?

Le accuse di brogli elettorali sono del tutto prive di fondamento, come ben spiegato dal nostro amico James Petras, mentre Thierry Meissan ha esposto le tecniche utilizzate per convincere gli iraniani di essere stati imbrogliati. Ma al di là delle accuse di “brogli”, c’è un’altra osservazione che è veritiera: le elite spesso non amano la democrazia e le decisioni a maggioranza. Chi è ricco, istruito e potente sente che la sua voce non dovrebbe avere lo stesso peso di quella di un comune lavoratore o contadino. Essi sono a favore di “un governo delle elite e di un voto la cui rilevanza per ciascun individuo sia determinata dalla sua posizione in quella stessa elite”, come era solito dire un personaggio di Ian Fleming, Henderson, investigatore australiano e ubriacone, amico di James Bond, in “Si vive solo due volte”. 

Solitamente le elite trovano il modo di “manovrare” la democrazia, in modo che la gente normale debba necessariamente votare per un rappresentante dell’elite. E’ il sistema che vige dall’India agli Stati Uniti. Tuttavia in alcuni momenti critici questo sistema non funziona più. In questi casi le elite ignorano il voto della maggioranza ed agiscono in modo diretto. E’ quello che successe in Russia nel 1993, quando le nuove elite filo-occidentali non si trovarono d’accordo con la maggioranza rappresentata nel Parlamento e mandarono i carri armati a cannoneggiare il Parlamento stesso. Sulle sue rovine, essi instaurarono il nuovo sistema di governo diretto. E’ quello che successe a Belgrado, dove i serbi dovettero votare più e più volte finché non fosse confermato il candidato sostenuto dalle elite. Perciò, a livello psicologico, i sostenitori di Mousawi sentono di essere stati derubati del potere che gli spetta. Ma le elezioni in Iran non sono rare: costoro possono ancora aggiustare il tiro delle proprie aspirazioni, offrire maggior considerazione ai desideri della gente comune e attendere le prossime elezioni.

Oltre ai candidati e ai diretti partecipanti, le elezioni iraniane hanno avuto altri due grandi protagonisti le cui azioni hanno contribuito ad evitare lo spargimento di sangue e il disastro. Uno di loro è la vecchia Guida Spirituale Ali Khamenei, un uomo saggio, laureato all’Università di Mosca. Egli ha mantenuto il pieno controllo degli eventi. Un uomo del genere è ciò che è mancato a Kiev e a Pechino. Il suo discorso di venerdì è riuscito a placare gli animi. Egli ha tracciato una netta distinzione tra i facinorosi e gli agenti della CIA da una parte, e i sinceri sostenitori del programma di Mousawi dall’altra. Dopo questa separazione delle pecore dalle capre, la pacificazione civile ha potuto procedere senza ulteriori ritardi. Khamenei ha perdonato e abbracciato i sostenitori di Mousawi. Infatti da quel momento in poi le grandi manifestazioni sono cessate: solo piccoli gruppi di attivisti irriducibili hanno sfidato i suoi ordini e sono stati dispersi con mezzi non letali.

Il secondo protagonista si trovava nel luogo più inatteso di tutti, a Washington. Il presidente Obama è stato il vero eroe di questo dramma. Si è rifiutato di favorire un’escalation della situazione, a dispetto delle richieste dei neocon. Non ha mai chiamato gli iraniani alle armi contro il regime maligno; non ha dubitato della legittimità delle elezioni, non ha minacciato Teheran di estinzione. Per un presidente appena eletto, schiacciato tra la vecchia guardia di Hilary Clinton e Joe Biden e la nuova guardia di Rahm e Axelrod, con una grave recessione fra le mani e le casse elettorali piene di donazioni ebraiche, è stato un atto di puro eroismo, degno di Iwo Jima. Posso immaginare cosa avrebbero detto Ronald Reagan o George Bush, pere et fils: qualcosa tipo “oggi siamo tutti iraniani”, come minimo.

La fallita “rivoluzione verde” era stata preparata dalla CIA, infiltrata dai sionisti, dell’epoca Bush. Paul Craig Roberts ha citato le parole del neoconservatore Kenneth Timmerman, il quale, il giorno prima delle elezioni, aveva scritto di una “rivoluzione verde” in arrivo a Teheran, poiché la National Endowment for Democracy (NED, uno strumento della CIA, NdI) ha speso milioni di dollari per promuovere “rivoluzioni colorate”... e parte di quel denaro sembra essere arrivato nelle mani dei gruppi pro-Mousawi”. Ma il presidente Obama è stato un attore assai riluttante in questo dramma. Solo dopo essere stato pressato da Biden ha espresso il modesto desiderio che a Teheran prevalesse la non violenza. In tal modo, secondo me, egli ha assolto onorevolmente alla promessa fatta al Cairo di riconoscere i risultati elettorali e di evitare interferenze negli affari interni degli stati mediorientali. Certo, non ha potuto fermare la CIA, ma questo probabilmente andava oltre le sue possibilità.

Se si dovesse trarne una sceneggiatura teatrale, il prologo sarebbe ambientato alla Casa Bianca con l’arrivo del primo ministro israeliano Netanyahu. Il suo ruolo potrebbe essere interpretato da una vecchia attrice abituata a fare le cose a modo suo.   

“Voglio una pelliccia di visone nuova”, avrebbe detto, e l’africano gli avrebbe chiesto rudemente se non preferiva magari due calci.

Solo che, in una peculiare imitazione di Salomè, Netanyahu anziché il visone ha chiesto le teste mozzate di molti persiani. Ha trovato una giustificazione biblica: i persiani sono Amalek, la tribù nemica, e per questo devono essere sterminati fino all’ultimo gatto.

Di norma, di fronte ad un primo ministro israeliano, i presidenti americani avrebbero iniziato a discutere come Abramo con il Dio dell’Antico Testamento: oh no, non fino all’ultimo gatto! Lasciamo in vita qualche gatto persiano, per favore!

Invece Barak Obama non ha nemmeno discusso l’argomento: ha chiesto a Israele di congelare l’espansione delle colonie ebraiche.

“Dovremmo discutere dei metodi per bombardare l’Iran, piuttosto...”, ha obiettato Netanyahu, ma il suo superiore negro si è rifiutato di acquistare la sudicia mercanzia degli ebrei. Ha insistito sullo smantellamento di parte delle colonie e lo ha fatto inserire nel programma. Per riportare l’Iran sotto i riflettori e farci dimenticare degli insediamenti, gli infiltrati sionisti hanno provocato i disordini in Iran.

Gli eventi iraniani sono parte ed esito dell’attuale lotta dello spirito americano, rappresentato dal presidente Obama, per ridimensionare l’eccessiva influenza ebraica. Nel breve periodo in cui è rimasto al timone della nave americana, egli ha compiuto alcuni passi importanti:

- Ha tenuto il discorso del Cairo, offrendo un ramoscello d’ulivo al mondo musulmano;

- Ha chiesto a Israele di rimuovere le colonie e di porre fine al blocco di Gaza;

- Ha rifiutato di sostenere il piano sionista per bombardare/destabilizzare l’Iran;

- Dopo 42 anni, la sua amministrazione ha conferito la Silver Star a un sopravvissuto della USS    Liberty. La USS Liberty venne aggredita da jet e cacciatorpediniere israeliane e quest’atto    indegno è stato tenuto nascosto agli occhi del pubblico americano dalla connivenza di tutti i    presidenti americani, fino ad Obama;

- Ispirata dalla sua vittoria, l’Università della California a Santa Barbara ha bloccato il tentativo della lobby israeliana di screditare ed espellere il professor Robinson. Queste cose non erano mai successe prima in America. Sono paragonabili ai primi fallimenti del senatore McCarthy e del suo Comitato per le Attività Anti Americane, quando la macchina che aveva creato per stritolare la gente improvvisamente si ruppe.

E’ facile prevedere che la Lobby non accetterà stoicamente la sconfitta. Partirà all’attacco di Obama con tutti i mezzi a sua disposizione, compresi gli stupidi blog in cui si fa l’elenco di ciò che egli non ha ancora fatto, invece di essere felici per ciò che ha già fatto. Ha già abbastanza nemici a destra, perciò la sinistra potrebbe starsene tranquilla, fino a tempi più sicuri.

Gli iraniani hanno adesso l’importante compito di rammendare gli strappi e le sfilacciature provocate dalla campagna “colorata” dei sionisti. Dovrebbero ricordarsi che esistono tecniche molto avanzate di manipolazione psico-sociale che permettono ai malfattori di sfruttare i social network come Twitter per catturare e distruggere una società. I comuni cittadini iraniani che sono stati catturati da questa forma di controllo mentale sono innocenti come se fossero stati avvelenati. Il tempo di lanciare pietre è finito, ora è tempo di rimetterle insieme.   

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ERRATA CORRIGE

by Gianluca Freda (24/06/2009 - 00:51)


Spett.le Gianluca Freda

seguo da tempo il suo blog, sempre ricco di articoli e spunti interessanti, gran parte (ma non tutti naturalmente) condivisibili.

In particolare ho seguito gli ultimi suoi interventi e traduzioni sulle vicende iraniane, essendo un paese che ho visitato spesso, che amo, in cui vivono molti miei amici e delle cui faccende sono molto interessato.

Tra le tante interessanti e per certi aspetti rivelatrici cose che ho letto nel suo blog, mi è capitato di trovare però un paio di imprecisioni, che mi permetto di segnalarle.

La prima riguarda la "presunta" foto di Ahmadinejad che accompagnerebbe una delle spie statunitensi catturate durante la presa del "covo di spie" (per usare l'espressione dell'Imam Khomeini) a Tehran. La foto che lei ha riportato nel suo blog è diventata celebre all'indomani dell'elezione di Ahmadinejad a Presidente della Repubblica Islamica, poiché pubblicata da pressoché tutti i quotidiani occidentali per "denigrare" (ma per il sottoscritto, ci tengo a precisarlo, sarebbe equivalsa ad una medaglia d'onore per il neopresidente iraniano) l'ex sindaco di Tehran. La invito a confrontarla con un'altra (che le invio in allegato) che ritrae veramente Ahmadinejad in quegli anni (tratta dal suo sito ufficiale).

La foto, che avrebbe costituito l'evidenza principale del suo coinvolgimento, è risultata appartenere invece a tutt'altra persona, tal Taqi Mohammadi, come ha confermato anche il consigliere dell'ex presidente iraniano Khatami, quindi un rivale politico di Ahmadinejad, Said Hajjarian (uno dei "riformisti" arrestati in questi giorni per aver istigato i manifestanti contro la legge e la legalità). Anche diversi analisti occidentali, e persino ex agenti CIA (Peter Smerik ad esempio), hanno affermato che la foto non corrisponde al presidente iraniano.

Nel campo iraniano troviamo che i tre veri responsabili e ideatori della presa dell'ambasciata statunitense, Mohsen Mirdamadi, Abbas Abdi e Hamid Reza Khalaeipour, leader del movimento "Studenti seguaci dell'Imam" (coloro che appunto organizzarono e tennero in detenzione gli statunitensi), hanno decisamente negato il coinvolgimento e la partecipazione di Ahmadinejad nell'operazione, affermando addirittura che il nuovo presidente iraniano era allora contrario a tale azione, propendendo invece per l'occupazione dell'ambasciata sovietica.

Dopo alcuni giorni di violento chiasso, vista la mancanza di argomentazioni e le contraddizioni evidenti che il tentativo di demonizzazione di Ahmadinejad dell'epoca suscitò, lo stesso Governo USA ha dovuto ammettere la montatura. Il "Washington Post", nell'edizione di venerdì 12 agosto 2005, ha infatti pubblicato un documento al riguardo, proveniente dal governo statunitense, che ha riconosciuto la mancanza di fondamenti in tutte le accuse contro il presidente iraniano. Ripeto, per me, la sua partecipazione nella cattura delle spie statunitensi, altro non sarebbe stata che un'ulteriore medaglia d'oro da donargli.

- un'altra cosa, di quelle che mi viene a mente, è l'attentato al mausoleo dell'Imam Khomeyni, dove sarebbe rimasto ucciso l'attentatore, e feriti tre visitatori del luogo santo, un iraniano e due iracheni. In questo sito trova delle immagini dell'episodio.

Le invio un cordiale saluto, con l'invito a continuare nel suo importante e prezioso lavoro.

Andrea

 

Grazie Andrea, pubblico volentieri la tua smentita alla partecipazione di Ahmadinejad all’assedio dell’ambasciata americana. Ogni tanto casco pure io nei tranelli della propaganda USA, non si sta mai abbastanza attenti. Anch’io, comunque, avrei considerato la sua partecipazione come un atto da ammirare e non certo da deprecare. Quanto al filmato sull’attentato al santuario di Khomeini: gli unici danni che vedo nel video sono un paio di finestre rotte. E’ questo il clamoroso attentato che ha fatto tanto rumore sui media occidentali? Davvero ci sono state delle vittime? (Purtroppo non capisco cosa stia dicendo il tizio che viene intervistato, se puoi fammi avere qualche altra notizia).  (GF)

 

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I FILI RIVELATI

by Gianluca Freda (21/06/2009 - 18:18)

Per chi avesse ancora dei dubbi sulla regia israelo-americana che sta dietro all’attuale tentativo di golpe in Iran (detto, per l’occasione, “Rivoluzione verde”, secondo una sceneggiatura stantìa che ripropone in altra colorazione la stessa manfrina già vista in Georgia, Serbia ed Ucraina) propongo qui qualche documento significativo. Il primo è la dichiarazione di Kissinger che vedete nel filmato qui sopra. Kissinger, ex Segretario di Stato americano, ebreo e grande burattinaio dell’espansionismo USA, lo dice chiaro e tondo: se dal casino iraniano non dovesse emergere un governo gradito al potere USraeliano, allora sarà necessario “provocare un cambio di regime DALL’ESTERNO”. E’ sottinteso: per ora ci stiamo provando dall’interno, facendo orchestrare dalla CIA le consuete proteste destabilizzanti; se non dovesse funzionare, agiremo in modo più diretto. Kissinger dice anche che il presidente Obama non desidera agire in modo “visibile” nell’attuale congiuntura, il che è scontato. Le proteste a cui stiamo assistendo in Iran sono, non a caso, “covert operations” condotte secondo il più tradizionale degli schemi CIA.

Lo schema è più o meno il seguente:

1) Prima di tutto si ricercano contrasti politici interni al paese da destabilizzare su cui far leva per scatenare la guerra civile. In questo caso gli antichi contrasti fra Rafsanjani e Khamenei – l’uno sostenitore di Mousawi, l’altro di Ahmadinejad – capitavano a fagiolo. Ahmadinejad è un leader particolarmente sgradito a una parte del regime degli ayatollah, avendo spesso denunciato la corruzione dei suoi esponenti (particolarmente di quelli che fanno capo a Rafsanjani) guadagnandosi in questo modo un forte sostegno popolare.

2) Si organizza all’interno del paese o nelle sue vicinanze una rete di istituzioni fittizie (solitamente ONG), finanziate dall’esterno, che apparentemente perseguono nobili fini democratici, ma che mirano in realtà a fornire fondi e organizzazione agli elementi politici in grado di destabilizzare il potere in carica; in questo caso, come era già avvenuto in Georgia e Ucraina, un ruolo di primo piano è stato giocato dall’organizzazione nota come NED (National Endowement for Democracy) guidata dal neoconservatore americano Kenneth Timmerman (ci torniamo più avanti).

3) Infine, il momento di passare all’azione è quello delle elezioni. Il candidato sostenuto dalla CIA quasi sempre perde rovinosamente, visto che il popolo non è del tutto fesso. A questo punto scatta la denuncia di brogli. Il candidato della CIA dichiara, con qualche ora di anticipo rispetto alla chiusura dei seggi, di aver vinto le elezioni, pur sapendo benissimo di star dicendo una baggianata sesquipedale. E’ un tipico espediente della CIA per screditare in anticipo il risultato di segno opposto. Una volta compiuta tale affermazione, il lasso di tempo che intercorre tra la dichiarazione di vittoria preventiva e l’arrivo delle prime proiezioni dei risultati verrà visto come un tentativo delle autorità di manipolare il voto. E’ un trucco vecchissimo, ma il popolino (soprattutto se lavorato ideologicamente a dovere dai propri leader del cuore eterodiretti) ci casca sempre. 

4) Si supporta tutto il caos così creato con una massiccia campagna propagandistica gestita dai media internazionali. Nella campagna mediatica i manifestanti che sfasciano vetrine e danno fuoco alle automobili vengono presentati immancabilmente come “in lotta per la democrazia”, anche se ciò che in realtà stanno facendo, consapevolmente o inconsapevolmente, è lavorare per l’asservimento del proprio paese ad una potenza straniera. Si dà abbondante risalto alle “vittime della repressione del regime”, a volte vere, a volte inventate, sempre esagerate e insignite dello status di martiri. Particolarmente schifosa l’ipocrisia dei media italiani, che dedicarono chilometri di esorcismi ai “black bloc” del G8 di Genova e ora inneggiano alle violenze dei manifestanti mascherati di Teheran come ad eroiche gesta di arcangeli della pace e della giustizia.

Veniamo a Kenneth Timmerman e alla sua NED (National Endowement for Democracy, cioè Sostegno Nazionale alla Democrazia), creata dai servizi segreti come intermediario e strumento di copertura per i fondi destinati alla destabilizzazione di una nazione. Timmerman è uno che la sa lunga. Come fa notare Daniel McAdams in questo articolo, egli aveva dichiarato, il giorno prima delle elezioni in Iran: “Gira voce che ci sarà una rivoluzione verde a Teheran”. Il fatto che Timmerman sapesse della “rivoluzione verde” prima ancora dello svolgimento delle elezioni basterebbe da solo a dimostrare il coinvolgimento americano nei disordini di Teheran. Ma lasciamo che sia lo stesso Timmerman, con sconcertante sincerità, ad esporre quali siano i reali obiettivi della sua NED (cito le sue dichiarazioni tratte dall’articolo di McAdams):

La National Endowement for Democracy ha speso milioni di dollari nell’ultimo decennio per promuovere “rivoluzioni colorate” in paesi come Ucraina e Serbia, addestrando gli operatori della politica nell’utilizzo di moderne tecniche organizzative e di comunicazione.

Parte di quel denaro sembra essere arrivato [ovviamente andando a zonzo per conto suo, NdT] nelle mani dei gruppi pro-Mousawi, che hanno legami con organizzazioni non governative esterne all’Iran che sono a loro volta finanziate dalla National Endowement for Democracy”.

Come si è arrivati ad attribuire questi fondi alle ONG finanziate dalla NED? Cito da questo articolo di Paul Craig Roberts su Counterpunch:

“Il 23 maggio 2007, Brian Ross e Richard Esposito riferirono su ABC News: “La CIA ha ricevuto una segreta approvazione del presidente a organizzare una covert operation per destabilizzare il governo iraniano, secondo quanto hanno dichiarato ad ABC News attuali ed ex funzionari dei servizi d’intelligence”

Il 27 maggio 2007, il London Telegraph riportava: “Il presidente Bush ha firmato un documento ufficiale con cui autorizza i progetti della CIA per una campagna di propaganda e disinformazione tesa a destabilizzare, ed infine rovesciare, il governo teocratico dei mullah”.

Pochi giorni prima, il 16 maggio 2007, il Telegraph aveva riportato che John Bolton, falco neocon dell’amministrazione Bush, aveva dichiarato allo stesso Telegraph che un attacco militare contro l’Iran era da considerarsi “una ‘estrema opzione’ nel caso che le sanzioni economiche e i tentativi di fomentare una rivolta popolare dovessero fallire”.

Il 29 giugno 2008, Seymour Hersh riferiva sul New Yorker: “Alla fine dello scorso anno, il Congresso ha approvato la richiesta del presidente Bush di finanziare una serie di operazioni segrete contro l’Iran, stando a quanto riferiscono fonti dell’esercito, dei servizi segreti e del Congresso. Queste operazioni, per le quali il presidente ha richiesto una copertura fino a 400 milioni di dollari, sono state definite in una Presidential Finding firmata da Bush e mirano a destabilizzare la leadership religiosa del paese”.

Questo per fugare i dubbi relativi al coinvolgimento della CIA nei recenti disordini iraniani, coinvolgimento che alcuni poco illuminati lettori si ostinano a mettere in discussione. Vorrei, in chiusura, rispondere a coloro secondo i quali Stati Uniti e Israele starebbero operando per sostenere non Mousawi, ma Ahmadinejad, in quanto quest’ultimo, in virtù del suo radicalismo antioccidentale ed antiisraeliano, sarebbe un comodo pretesto per continuare a demonizzare l’Iran e giustificare un eventuale intervento militare. A costoro posso solo dire, se quanto esposto più sopra non dovesse essere sufficiente, che le cose non funzionano in questo modo. USA e Israele non hanno alcun interesse a demonizzare l’Iran e a continuare a frignare sul suo “antisemitismo”, se non come fase preparatoria all’opera di destabilizzazione vera e propria. Non hanno nemmeno, secondo me, alcuna reale intenzione di intervenire militarmente, poiché ciò provocherebbe una dura reazione – non solo iraniana – che in questo momento nessuna delle due potenze mi sembra in grado di gestire. Del resto lo stesso Bolton, come si legge più sopra, ha definito l’intervento militare come “ultima opzione”. Opzione che potrebbe, al limite, essere facilitata dalla presenza di un governo amico, così come l’invasione del Libano da parte di Israele nel 2006 fu agevolata dal governo Siniora, che si profuse in chiacchiere e condanne generiche, ma non mosse un dito, arrivando perfino a condannare gli uomini di Hezbollah che lottavano eroicamente – e con successo – per respingere l’invasore. E’ per questo che vengono finanziate le operazioni di copertura: non per potersi lagnare della cattiveria dei regimi canaglia, ma più concretamente per avere un appoggio interno in caso d’intervento militare, oltre che, ovviamente, per inserirsi da padroni nel sistema economico e produttivo di un paese (nel caso dell’Iran il petrolio e la posizione geostrategica sono particolarmente ghiotte).

Per tutti questi motivi auspico una pronta e drastica repressione del tentativo di golpe da parte delle autorità di Teheran, anche se la titubanza e il grave ritardo nello stroncare le manifestazioni di protesta, oltre al mancato arresto del traditore e sobillatore Mousawi, iniziano a preoccuparmi un po’. 

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QUANDO I SERPENTI PARLANO DI PACE

by Gianluca Freda (18/06/2009 - 00:54)

(nella foto: l’insediamento di Har Homa nella West Bank occupata. Netanyahu, nel suo discorso di lunedì, ha rifiutato le richieste di uno stop all’espansione degli insediamenti)

 

IL BRILLANTE PIANO DI PACE DI NETANYAHU

di Hasan Abu Nimah e Ali Abunimah
dal sito The Electronic Intifada
Traduzione di Gianluca Freda

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha proposto un piano di pace così ingegnoso che è stupefacente che in sessant’anni di spargimento di sangue nessuno ci abbia pensato. A qualcuno potrebbe essere sfuggita la piena genialità delle idee che egli ha esposto il 14 giugno in un discorso all’Università di Bar Ilan, pertanto ci pregiamo di offrire ai lettori la presente analisi.

Prima di tutto, Netanyahu vuole che i palestinesi divengano ferventi sionisti. Possono dimostrare la loro fede dichiarando “Riconosciamo il diritto del popolo ebraico a possedere un proprio Stato su questo territorio”. Come egli ha sottolineato, è solo il rifiuto degli arabi in generale e dei palestinesi in particolare di convertirsi al sogno sionista ad aver provocato il conflitto, ma non appena “essi avranno detto queste parole alla nostra gente e alla loro gente, allora si aprirà la strada per la risoluzione di tutti i problemi fra i nostri popoli”. Ovviamente è del tutto naturale che Netanyahu attenda “con impazienza quel momento”.

In ogni caso, una semplice sincera conversione al sionismo non sarà sufficiente. Affinché la conversione palestinese abbia un “significato concreto”, ha spiegato Netanyahu, “deve esservi anche la chiara consapevolezza che il problema dei rifugiati palestinesi dovrà essere risolto al di fuori dei confini israeliani”. In altre parole, i palestinesi devono acconsentire ad aiutare Israele nel completamento della pulizia etnica iniziata nel 1947-48, rinunciando al diritto al ritorno. Ciò naturalmente è del tutto logico, poiché, una volta divenuti sionisti, i palestinesi condivideranno l’obiettivo sionista di una Palestina quanto più possibile svuotata di palestinesi.

Netanyahu è abbastanza intelligente da riconoscere che perfino questa auto-pulizia etnica dei rifugiati potrebbe non essere sufficiente a garantire la “pace”: ci sarebbero pur sempre milioni di palestinesi che continuerebbero fastidiosamente a vivere nella propria terra natìa o nel cuore di quella che Netanyahu ha insistito a definire la “patria storica” degli ebrei.

Per questi palestinesi, il piano di pace prevede ciò che Netanyahu chiama “demilitarizzazione”, ma che andrebbe più correttamente intesa come resa incondizionata seguita da consegna delle armi. La consegna delle armi, benché necessaria, potrebbe comunque non essere immediata. Qualche palestinese recalcitrante potrebbe non essere felice di diventare sionista. Pertanto, i neoconvertiti palestinesi sionisti dovrebbero scatenare una guerra civile per sconfiggere coloro che insistono scioccamente ad opporsi al sionismo. Per dirla con le parole di Netanyahu, “l’Autorità Palestinese dovrà garantire il rispetto della legge a Gaza e sopraffare Hamas”. (In realtà questa guerra civile è già in corso da diversi anni, da quando le “forze di sicurezza” palestinesi, sostenute da americani e israeliani e guidate dal generale americano Keith Dayton, hanno iniziato a condurre attacchi sempre più frequenti contro Hamas).

Una volta che i palestinesi anti-sionisti saranno stati schiacciati, i restanti palestinesi – il cui numero sarà ancora uguale a quello degli ebrei nella Palestina storica – dovranno mostrarsi in grado di condurre la propria esistenza da bravi sionisti, secondo la visione di Netanyahu. Dovranno rassegnarsi a starsene pigiati in ghetti ed enclavi ancora più strette per consentire l’ulteriore espansione delle colonie sioniste, i cui abitanti sono stati definiti da Netanyahu “una parte integrante del nostro popolo, una comunità di sani princìpi, di pionieri e di sionisti”. E in linea con il loro fervente sionismo, i palestinesi dovranno naturalmente riconoscere che “Gerusalemme deve restare la capitale unita di Israele”.

Questi sono solo gli aspetti israelo-palestinesi del piano di Netanyahu. Gli elementi regionali includono il pieno appoggio arabo al sionismo palestinese, la normalizzazione dei legami con Israele e perfino il finanziamento di tutto questo con il denaro dei paesi del Golfo Arabo. Perché no? Se tutti diventano sionisti ogni conflitto cesserà di esistere.

Sarebbe bello poter davvero considerare il discorso di Netanyahu come una barzelletta. Ma si tratta purtroppo di un importante indicatore di una cruda realtà. Contrariamente a certe ingenue ed ottimistiche speranze, Netanyahu non rappresenta soltanto una frangia estremista di Israele. Oggi l’opinione pubblica ebrea israeliana si presenta (con poche eccezioni) come un fronte unico a favore di un nazionalismo violento e razzista, alimentato dal fanatismo religioso. I palestinesi sono visti, nella migliore delle ipotesi, come esseri inferiori da tollerare finché non si presenta l’occasione buona per espellerli, incarcerarli o affamarli come gli 1,5 milioni di reclusi nella prigione di Gaza.

Israele è una società in cui il violento razzismo anti-arabo e la negazione della Nakba sono la norma, anche se nessuno dei leader americani ed europei che pontificano continuamente di negazione dell’olocausto oserà mai rimproverare Netanyahu per le sue spudorate menzogne ed omissioni sulla pulizia etnica dei palestinesi compiuta da Israele.

La “prospettiva” di Netanyahu non ha fatto compiere assolutamente nessun passo avanti al Piano Allon del 1976 per l’annessione dei territori della West Bank o alle proposte di “autonomia” fatte da Menachem Begin a Camp David. L’obiettivo rimane lo stesso: controllare la maggior quantità possibile di territorio con il minor numero possibile di palestinesi.

Il discorso di Netanyahu dovrebbe mettere a riposo le rinate illusioni – nutrite soprattutto dal discorso fatto al Cairo dal presidente americano Barak Obama – che un Israele del genere possa essere condotto volontariamente a qualunque tipo di accordo equo. Coloro che in questa regione hanno riposto le proprie speranze in Obama – come le avevano precedentemente riposte in Bush – sono convinti che la pressione americana possa spingere Israele a cedere. Si appigliano alle forti affermazioni di Obama, che aveva richiesto una completa interruzione della costruzione di insediamenti da parte di Israele (una richiesta che Netanyahu ha respinto col suo discorso). Resta da vedere se Obama farà seguire dei fatti alle sue dure parole.

Del resto, anche se Obama fosse davvero determinato ad esercitare su Israele una pressione senza precedenti, dovrebbe esaurire gran parte del suo capitale politico solo per ottenere da Israele il consenso a congelare gli insediamenti, figuriamoci se riuscirebbe ad affrontare una qualunque delle dozzine di altre questioni ben più essenziali.

E nonostante l’impressione diffusa che vi sia in corso uno scontro tra l’amministrazione Obama e il governo israeliano (che potrebbe riguardare questioni tattiche minori), quando si passa ai problemi essenziali essi mostrano più convergenze che divergenze. Obama ha già dichiarato che “qualsiasi accordo con il popolo palestinese dovrà preservare l’identità israeliana di Stato Ebraico”, ed ha affermato che “Gerusalemme resterà la capitale di Israele e dovrà rimanere indivisa”. Quanto ai rifugiati palestinesi, egli ha detto “il diritto al ritorno [in Israele] è qualcosa che non costituisce un’opzione in senso letterale”.

Per quanto baccano abbia fatto sugli insediamenti, Obama si è riferito solo alla loro espansione, non alla perpetuazione della loro esistenza. Finché l’amministrazione Obama non si dissocierà pubblicamente dalle posizioni di Clinton e Bush, dovremo presumere che concordi con loro e con Israele sul fatto che le grandi aree di insediamenti che circondano Gerusalemme e dividono in ghetti la West Bank debbano essere conservate in permanenza in qualunque “soluzione dei due stati”. Né Obama né Netanyahu hanno menzionato il muro illegale nella West Bank, sottintendendo che non vi sia alcuna controversia sulla sua collocazione e sulla sua esistenza. E adesso, entrambi concordano nel definire i rimanenti brandelli uno “stato palestinese”. Non c’è da stupirsi che l’amministrazione Obama abbia salutato il discorso di Netanyahu come “un grande passo avanti”.

Ciò che più infastidisce nella posizione espressa da Obama al Cairo – e da allora ripetuta in continuazione dal suo inviato in Medio Oriente, George Mitchell – è il fatto che gli Stati Uniti parlino di “legittima aspirazione palestinese alla dignità, alle opportunità e ad un proprio Stato”. Questa formula è studiata per apparire carica di significato, ma è in realtà un vago brusìo da campagna elettorale che non contiene alcun riferimento ai diritti inalienabili dei palestinesi. Sono parole scelte dagli scrittori di discorsi americani e dagli esperti di pubbliche relazioni, non dai palestinesi. La formula di Obama implica che qualunque altra aspirazione palestinese sia per definizione illegittima.

Dove, nel diritto internazionale o nelle risoluzioni dell’ONU, possono i palestinesi trovare le definizioni di “dignità” e di “opportunità”? Questi termini infinitamente duttili riducono scorrettamente tutta la storia palestinese ad una ricerca di vaghi sentimenti e di uno “stato” anziché ad una lotta per la liberazione, la giustizia, l’eguaglianza, il ritorno e il ripristino dei diritti usurpati. E’ facile, dopotutto, concepire uno stato che mantenga per sempre i palestinesi spossessati, dispersi, indifesi e sotto la minaccia di nuove espulsioni e nuovi massacri ad opera di un Israele espansionista e razzista.

Nel corso della storia non sono mai stati i capi a dare una definizione dei diritti, ma i popoli che per essi hanno lottato. Non è un risultato da poco che per un secolo i palestinesi abbiano resistito e siano sopravvissuti agli sforzi sionisti di distruggere fisicamente la loro collettività e di cancellarli dalle pagine della storia. Finché i palestinesi continueranno a resistere in ogni arena e con ogni mezzo legittimo, costruendo intorno a sé una vera solidarietà internazionale, i loro diritti non potranno mai essere soffocati. E’ su questa base di forza nativa e indipendente, non dalle promesse elusive di una grande potenza o dai favori di un occupante usurpatore, che sarà possibile ottenere giustizia e pace.

 

Hasan Abu Nimah è ex rappresentante permanente della Giordania alle Nazioni Unite.

Co-fondatore di The Electronic Intifada, Ali Abunimah è autore di One Country: A Bold Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse (Metropolitan Books, 2006).

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DIES IRAN

by Gianluca Freda (17/06/2009 - 01:59)


AHMADINEJAD HA VINTO. FATEVENE UNA RAGIONE.

di Flynt Leverett e Hillary Mann Leverett

dal sito politico.it

Traduzione di Gianluca Freda

 

Senza averne alcuna prova, molti politici ed “esperti” americani hanno liquidato la rielezione del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, avvenuta venerdì scorso con il 62,6 per cento dei suffragi, come un imbroglio.

Costoro ignorano il fatto che il 62,6 per cento ottenuto da Ahmadinejad nelle elezioni di quest’anno è essenzialmente lo stesso 61,69 per cento che aveva ottenuto nei conteggi definitivi delle elezioni presidenziali del 2005, quando aveva stracciato l’ex presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani. Lo shock degli “esperti dell’Iran” per i risultati di venerdì è totalmente autoindotto, fondato sulle loro preferenze e sui loro pii desideri.

Per quanto le elezioni iraniane non siano “libere” secondo gli standard occidentali, la Repubblica Islamica può vantare una storia trentennale di elezioni caratterizzate da un alto grado di contestazione e competizione ad ogni livello, presidenziale, parlamentare e locale. Le manipolazioni sono sempre esistite, come avviene del resto in molti altri paesi.

Ma le rimonte avvengono (come nella notevole vittoria a sorpresa di Mohammed Khatami nelle elezioni presidenziali del 1997) e anche le “defaillance” (come nella rielezione di Khatami nel 2001, nella prima vittoria di Ahmadinejad nel 2005 e, aggiungeremmo noi, come è avvenuto quest’anno).

Come molti media occidentali, gli “esperti” americani avevano sopravvalutato la “rimonta” di Mir Hossein Moussawi nelle ultime settimane di campagna elettorale. Cosa più importante, si erano dimenticati dell’efficacia di Ahmadinejad come candidato e politico populista. Gli “esperti” americani non avevano notato che Ahmadinejad era percepito da molti iraniani come il vincitore dei dibattiti televisivi contro i suoi tre avversari, soprattutto nel suo confronto con Mousawi.

Prima dei confronti televisivi, tanto i pubblicisti di Ahmadinejad quanto quelli di Mousawi riferivano in privato di aver percepito un incremento del sostegno verso Mousawi; dopo i confronti, gli stessi pubblicisti concludevano che la performance mirabilmente provocatoria di Ahmadinejad e quella dimessa di Moussawi avevano portato alle stelle le possibilità del presidente in carica. Le accuse rivolte da Ahmadinejad a Mousawi di essere sostenuto dai figli di Rafsanjani – visti nella società iraniana come personaggi corrotti – sembravano aver fatto effetto sugli elettori. 

Allo stesso modo, le argomentazioni di Ahmadinejad secondo le quali i sostenitori riformisti di Mousawi, incluso Khatami, avrebbero mirato a sospendere il programma di arricchimento dell’uranio senza ottenere nulla in cambio dall’occidente, avevano assicurato al programma un ampio sostegno popolare e avevano il vantaggio aggiuntivo di essere vere.

Cosa più importante, gli “esperti” americani avevano notevolmente sottovalutato la base elettorale di Ahmadinejad. In Iran le rilevazioni statistiche sono notoriamente difficoltose: molti sondaggi sono condotti in modo assai poco professionale e producono dunque risultati di discutibile affidabilità. Tuttavia un sondaggio condotto prima delle elezioni di venerdì da un’agenzia occidentale che aveva reso trasparente la propria metodologia – interviste telefoniche eseguite dall’11 al 20 maggio dalla Terror-Free Tomorrow [“Per un domani libero dal terrore”, bel nome bipartisan!, NdT] con base a Washington – aveva rilevato che Ahmadinejad si trovava 20 punti davanti a Mousawi. Questo sondaggio era stato condotto prima dei confronti televisivi durante i quali, come si notava poc’anzi, Ahmadinejad era apparso a proprio agio mentre Mousawi non aveva fatto bella figura.

Gli “esperti” americani avevano ipotizzato che la “disastrosa” situazione economica iraniana avrebbe indebolito le prospettive di rielezione per Ahmadinejad. Ma il Fondo Monetario Internazionale prevede che l’economia iraniana avrà quest’anno una crescita, seppur modesta, mentre le economie di molti paesi del Golfo Arabo sono in recessione. Un numero significativo di iraniani – compresi i religiosi, i gruppi a basso reddito, i funzionari pubblici e i pensionati – sembra convinto che le politiche di Ahmadinejad siano andate a loro vantaggio.

E sebbene molti iraniani si lamentino dell’inflazione, il sondaggio della TFT ha scoperto che la maggior parte degli elettori non ne attribuisce la colpa ad Ahmadinejad. Gli “esperti” sostenevano anche che l’alta partecipazione al voto del 12 giugno – 82 per cento dell’elettorato – avrebbe favorito Mousawi. Ma si tratta di un’analisi fondata su null’altro che illazioni.

Alcuni “esperti” sostengono che l’origine azera di Mousawi e il suo “accento azero” avrebbero dovuto garantirgli la vittoria nelle province a maggioranza azera; e poiché in quelle province Ahmadinejad ha invece ottenuto risultati migliori, i brogli sarebbero l’unica spiegazione possibile.

Ma Ahmadinejad stesso parla un azero molto fluente, grazie ai suoi otto anni di servizio come funzionario in due province a maggioranza azera, nelle quali si è guadagnato successo e popolarità; durante la campagna elettorale ha citato ad arte brani di poesia azera e turca – in lingua originale – in alcuni appelli che miravano a procacciarsi la simpatia della comunità azera dell’Iran (e non dimentichiamo che la Guida Suprema dell’Iran è di origine azera). L’idea che Mousawi dovesse, per qualche motivo, avere la vittoria in pugno nelle province a maggioranza azera è semplicemente priva di fondamento nella realtà.

Per quanto riguarda le irregolarità nelle votazioni, le denunce specifiche fatte da Mousawi – la scarsità di schede elettorali in alcuni distretti e il non aver tenuto aperti i seggi abbastanza a lungo (anche se in realtà i seggi sono rimasti aperti per almeno tre ore oltre l’orario di chiusura programmato) – di per sé non possono aver capovolto i risultati a favore di Ahmadinejad in maniera così netta.

Inoltre, tali irregolarità, in sé e per sé, non rappresenterebbero una frode elettorale neppure per gli standard legislativi americani. E se paragonate alle elezioni presidenziali in Florida nel 2000, le pecche del sistema elettorale iraniano appaiono assai poco significative.

Sull’onda delle elezioni di venerdì, alcuni “esperti di politica iraniana” – forse scottati dalla propria incapacità di comprendere le dinamiche politiche contemporanee della Repubblica Islamica -  affermano che stiamo assistendo ad un “colpo di stato di stampo conservatore” mirante ad ottenere un totale controllo sullo stato iraniano.

Ma si potrebbe suggerire, in maniera più plausibile, che se c’è stato un tentativo di “colpo di stato” esso è stato posto in essere dagli sconfitti nelle elezioni di venerdì. E’ stato Mousawi, in fondo, a dichiarare venerdì la propria vittoria prima ancora che i seggi iraniani fossero chiusi. E tre giorni prima delle elezioni, Rafsanjani, sostenitore di Mousawi, aveva fatto pubblicare una lettera in cui criticava l’incapacità della Guida Suprema di tenere a bada il ricorso di Ahmadinejad a “strumenti disgustosi e peccaminosi come insulti, menzogne e false argomentazioni”. Molti iraniani hanno interpretato questa lettera come un segnale del timore, da parte degli uomini di Mousawi, che il loro candidato avesse perso punti nei giorni conclusivi della campagna elettorale.

Alla luce di questi sviluppi, molti politici ed “esperti” sostengono che l’amministrazione Obama non può adesso intrattenere rapporti con il regime “illegittimo” di Ahmadinejad. Di certo, l’amministrazione non dovrebbe dare l’impressione di “parteggiare” nell’attuale controversia sulle elezioni iraniane. In questo senso, il commento rilasciato venerdì dal presidente Obama, poche ore prima della chiusura dei seggi in Iran (“come si è avverato in Libano, così può avverarsi anche in Iran di vedere i popoli che contemplano nuove possibilità”), è stato estremamente infelice.

Dal punto di vista di Teheran, questa osservazione ha minato la credibilità dell’ammissione, fatta da Obama al Cairo il mese scorso, sulle complicità americane nel rovesciare il governo democraticamente eletto dell’Iran per rimettere sul trono lo Scià nel 1953.

L’amministrazione Obama dovrebbe rifiutare con forza ogni invito a sfidare Teheran dopo il voto di venerdì. In senso più ampio, la vittoria di Ahmadinejad dovrebbe spingere Obama e i suoi consiglieri a fare i conti con le carenze e le contraddizioni intrinseche del loro approccio con l’Iran. Prima delle elezioni iraniane, l’amministrazione Obama aveva nutrito la stessa illusione di molti suoi predecessori: l’illusione che la politica iraniana fosse incentrata su una singola personalità politica e quella di poter trovare la personalità giusta con cui trattare. Non è così che funziona la politica iraniana.

La Repubblica Islamica è un sistema con molteplici centri di potere; all’interno di questo sistema, esiste un consenso forte e stabile sulle questioni essenziali della sicurezza nazionale e della politica estera, inclusi il programma nucleare iraniano e le relazioni con gli Stati Uniti. Ciascuno dei quattro candidati nelle elezioni di venerdì avrebbe fatto proseguire, come presidente dell’Iran, il programma nucleare; nessuno avrebbe acconsentito alla sua sospensione.

Ciascuno dei quattro candidati sarebbe stato interessato ad aperture diplomatiche con gli Stati Uniti, ma tali aperture avrebbero dovuto essere tolleranti, rispettose dei legittimi interessi dell’Iran alla sicurezza nazionale e al prestigio nella regione, condiscendenti verso il diritto dell’Iran di dare sviluppo e trarre beneficio dal pieno potenziale della tecnologia nucleare a scopo civile – incluse le ricerche sul ciclo del combustibile nucleare – e miranti ad un reciproco riconoscimento.

Questo tipo di approccio sarebbe anche, a nostro giudizio, nell’evidente interesse degli Stati Uniti e dei loro alleati in Medio Oriente. E’ tempo che l’amministrazione Obama persegua tale approccio con il massimo impegno, insieme ad un’amministrazione iraniana guidata dal rieletto presidente Mahmoud Ahmadinejad.          

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IL NEMICO E' TRA NOI

by Gianluca Freda (16/06/2009 - 20:26)

Il lettore Francesco mi scrive:

Caro Gianluca,

ho provato a postare un commento all'ultimo tuo articolo ma non credo di esserci riuscito. Ad ogni modo te lo invio via mail:

sono perfettamente d'accordo con te in tutti i punti da te affrontati. Pensa che soltanto domenica mattina riflettevo con la mia ragazza sulla questione ripugnante della manipolazione mediatica e le spiegavo per filo e per segno le stesse tue considerazioni. Inoltre ho ripreso un libro di Ritter, "Targeting Iran", un libro di due anni fa che comprai in Canada a dicembre 2007 e che descrive perfettamente i tentativi di infiltrazione dell'intelligence US in Iran.

Poi ieri ho letto su Comedonchisciotte il tuo articolo e per fortuna non mi sono sentito un pazzo estremista antisemita (come - al solito - viene definito chi osa non dico apprezzare, ma almeno rispettare Ahmadinejad e la sua leadership).

Ricordo ancora che appena Ahmadinejad tornò da Ginevra (dove gli utili idioti euroamericani guidati dallo stesso Eli Wiesel che ha accompagnato Obama a Birkenau, si alzarono indignati e andarono via), bene, al suo rientro in patria Ahmadinejad venne accolto come un eroe! I sondaggi lo davano al 60%!!! E infatti ha vinto con il 60% delle preferenze.

Certo tutto il mondo vorrebbe scongiurare il conflitto che Israele è pronta ad attuare. Questo conflitto, che fonti sicure mi danno certo entro ottobre 2009, sconvolgerà l'intero pianeta. Ma la colpa non è di Ahmadinejad, bensì proprio di Israele con le sue manie persecutorie.

Forse perchè mi occupo di energia ho sempre creduto che il progetto nucleare iraniano fosse un'idea geniale. Chi conosce lo stato delle economie fondate sul petrolio sa che sono sterili, improduttive e dominate dalla corruzione e dalla crescita esponenziale dell'inflazione dovuta ai grossi introiti di contante.

Ahmadinejad invece ha innanzitutto tentato di aprire una borsa petrolifera con transazioni in euro e non in dollari (primo elemento chiave). Poi ha lanciato il progetto nucleare. Chiunque non sia reso miope dalla propaganda israeliana dovrebbe apprezzare questo sforzo. Quando e se il petrolio finirà fra 20-30 anni in Iran, l'economia del paese potrebbe essere annientata completamente. Invece investendo in nucleare si garantiscono una risorsa energetica alternativa ed indipendente che consentirà alle aziende dell'Iran di avere costi dell'elettricità molto ridotti e competitivi. Inoltre quando anche altre nazioni dell'area avranno terminato il petrolio l'Iran potrà esportare elettricità prodotta col nucleare e fornire tecnologie nucleari ai paesi più arretrati dell'area.

Ora, l'Iran ha aderito al trattato di non proliferazione, ma Israele no! Israele ha almeno 300 bombe atomiche stimate, possiede 2 sommergibili classe dolfin per la risposta nucleare, e adesso si permette anche di rivendicare il diritto ad uno "stato ebraico" (un unicum razzista nella storia delle nazioni democratiche moderne) e la smilitarizzazione dei Palestinesi. A questo punto mi domando se non siamo tutti vittime di una allucinazione collettiva?

Quanto alla violenza a Teheran, guardate che le tecniche di guerriglia sono le stesse adoperate in Grecia a dicembre. Sistemi per destabilizzare le nazioni! In Grecia questi scontri erano gestiti da Indymedia, finanziata tra l'altro da George Soros. Ora mi pongo una domanda: perchè nel febbraio 2008 l'Intelligence Iraniana ha prodotto un video - anche un po' ridicolo - in cui si vedono Soros McCain ed altri riuniti alla Casa Bianca e pronti ad escogitare una "rivoluzione culturale" in Iran? Il video tradotto da Memri lo si trova su Youtube. Certo il finale è inquietante perchè praticamente esorta le famiglie a controllare i figli attratti dall'occidente e pronti a tradire la patria. Eppure la battaglia culturale dell'Iran per in non allineamento alle logiche dell'occidente ha un suo senso. E' una resistenza strenua che va guardata con ammirazione ed anche compresa. Basta leggere i discorsi di Ahmadinejad per capirlo. Noi occidentali siamo sempre pronti a fare la morale ai popoli che abbiamo colonizzato (pensate alla Persia sfruttata da Churchill negli anni '20). Eppure quante colpe morali e materiali abbiamo sulla nostra coscienza. E quanti disastri abbiamo prodotto e continuiamo a produrre nel nome del progresso e dei diritti che hanno creato una società di alienati mentali. Il giudizio dei media occidentali sui fatti di questi giorni è letteralmente ipocrita e colpevolmente erroneo!

Ad ogni modo grazie per il tuo articolo e per ogni ulteriore indicazione puoi sempre contattarmi alla mia email.

Un caro saluto

Ciao Francesco, grazie per la missiva e per l’informazione sul video dell’Intelligence Iraniana, che è veramente curioso. L’ho trovato su Youtube e ho inserito il link qui sopra. Ne ho anche cercato una versione non sottotitolata per poter inserire la traduzione in italiano, ma non sono riuscito a trovarla. Devo dire che, nonostante la fattura piuttosto pacchiana del video e alcune vistose cadute nel puerile, il Ministero degli Interni iraniano è riuscito a spiegare abbastanza bene ai suoi cittadini come funzionano i “cambi di regime” di matrice USA. Ne facessero di video propagandistici del genere anche da noi, magari la gente inizierebbe a capire qualcosa! Molte attività sovversive nel nostro paese, a partire dalle attività terroristiche degli anni ’70, sono state organizzate dagli USA con criteri più o meno simili. Peccato che tra i cospiratori digitali che si vedono all’inizio manchi proprio Zbigniew Brzezinski, il massimo teorico e progettatore di “false flag”, cambi di regime e rivoluzioni colorate. Brzezinski ha sicuramente contribuito a progettare l’attuale tentativo di golpe “democratico” in Iran nonché la politica di Obama verso il Medio Oriente. Personalmente non mi stupirei se lo stesso Obama e la sua elezione fossero un suo progetto.  (GF)

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DIETROLOGIA IRANICA PER PRINCIPIANTI

by Gianluca Freda (15/06/2009 - 23:52)


Il mio articolo di ieri ha sollevato alcune critiche, soprattutto nella parte riguardante la situazione postelettorale in Iran. Le critiche sono di tre tipi:

1) Ho affermato che Mousawi, lo sfidante di Ahmadinejad che ha perso con disonore le elezioni presidenziali, è un quisling americano; in realtà, mi fanno notare, egli è stato primo ministro per ben 8 anni ai tempi di Khomeini;

2) Ho affermato che i sostenitori di Mousawi, che stanno facendo di tutto per svendere il loro paese agli interessi israelo-americani, sono “quattro gatti”. In realtà sarebbero un sacco di gente (e vai con le foto delle folle oceaniche in via Azadi);

3) Ho affermato che i capi politici e religiosi dell'Iran - sempre che le rivalità reciproche in cui sono da tempo impelagati non prevalgano sull’interesse nazionale - dovrebbero stroncare senza pietà e con tutti i mezzi a disposizione le manifestazioni pro-Mousawi. Tale mia speranza renderebbe impossibile pensare ad Ahmadinejad e ai suoi sostenitori come ai profeti di un mondo migliore.

Riguardo la prima obiezione, confesso di averla girata e rigirata da ogni lato ma di non averla capita. E già, Mousawi è stato primo ministro per 8 anni sotto Khomeini. E quindi? In che modo ciò gli impedirebbe di essere un fantoccio manovrato da zampe USraeliane? Immagino che nella fervida fantasia di chi muove quest’obiezione un tale possa dirsi manovrato dagli Stati Uniti solo se ha la barba a pizzetto e la tuba a stelle e strisce come lo Zio Sam e solo se ingurgita cheeseburger a pranzo e cena. Anche se vive in una Repubblica Islamica e deve guadagnarsi il favore di folle islamiche. A chi muove quest’obiezione non posso che offrire la mia disponibilità a prestargli, quando lo desidera, la mia lunga scala da potatura che lo aiuti a scendere dal pero.

Riguardo l’obiezione numero due, devo effettivamente correggermi. I sostenitori di Mousawi non sono semplicemente “quattro gatti”: sono quattro gatti ben finanziati e istruiti da chi tenta di utilizzarli per garantirsi un maggior controllo sulla politica interna del paese, nonché ottimamente sostenuti e pubblicizzati dall’intera stampa filoamericana internazionale. Solo uno scemo potrebbe pensare che una manifestazione di protesta possa tenersi nel centro di Teheran, contro le disposizioni del governo, in una congiuntura così delicata, senza essere appropriatamente sostenuta, favorita e logisticamente diretta da un apparato di potere di qualche rilevanza. Per gestire una simile manifestazione occorre garantire che i trasporti funzionino, che le comunicazioni siano efficaci, che i leader dell’adunata siano ben protetti e ciascuno al proprio posto, che i poliziotti entro certi limiti lascino fare e che la stampa internazionale assicuri una copertura tale da scongiurare un’azione di forza opportunamente drastica. In questo senso Repubblica, giornale-maggiordomo dei nostri colonizzatori, ha svolto un lavoro eccellente, riferendo senza esitazione dei “milioni di persone” in piazza a Teheran (immagino non si tratti di dati della questura), delle terribili e antidemocratiche manganellate buscate dai facinorosi (come se ci si potesse difendere dall’ingerenza di potenze straniere nella politica nazionale con le orazioni francescane) e supportando senza esitazione la tesi dei brogli elettorali basandosi sulla pura parola d’onore di Mousawi. Chi crede che le manifestazioni di protesta di questo tipo sorgano “spontaneamente” dall’anima del popolo ha urgente bisogno di darsi una ripassata alla fenomenologia delle “rivoluzioni colorate” dell’est europeo. Anche la mia scala dai molti pioli potrebbe essergli utile.

Infine la terza obiezione: manganellare e prendere a calcioni nelle palle un branco di decerebrati traditori del proprio paese non contribuirebbe all’edificazione di un mondo di pace in cui il leone giaccia con l’agnello. Ora, io so poco di leoni e di agnelli e che trombino come ricci o si facciano reciprocamente a cotolette poco mi cale. Quello che so è che se si desidera un mondo non dico “migliore”, ma appena diverso dall’obbrobrio attuale, occorre una trasformazione degli assetti geopolitici presenti. Tali assetti geopolitici vedono Stati Uniti e Israele in posizione di netta e monolitica dominanza politico-strategica in molte zone del globo, particolarmente nella nostra. Vedono ogni paese che desideri una qualche autonomia (economica, politica, militare, energetica, industriale, perfino ideologica) dallo strapotere di questo moloch bifronte venire sistematicamente zittito e schiacciato con una prepotenza e una crudeltà senza eguali. So che solo in un mondo policentrico, in cui il potere USraeliano sia soltanto uno degli attori in gioco, sarà possibile trovare quel minimo di libertà di movimento che ci consenta di fare progetti di qualunque tipo, compresi quelli concernenti lo status relazionale di leoni e agnelli. Sperare che la bestia USraeliana rinunci a parte del proprio potere senza lottare equivale a essere suicidi, rimbecilliti o traditori. E i traditori – come sono appunto in Iran i sostenitori di Mousawi – vanno schiacciati, non solo per profilassi, ma anche per privare i dominanti della loro migliore e più efficace arma segreta: il rincoglionimento ideologico collettivo che riduce la ribellione ad agitazione scomposta e mediaticamente sostenuta di scimpanzè ammaestrati. Chi pensa che tutto ciò si possa ottenere con le bandiere della pace e i digiuni gandhiani si faccia pure avanti ad elencare i suoi successi.

Per capire ciò che sta succedendo a Teheran sarebbe sufficiente, ad un lettore appena smaliziato, ascoltare ciò che i padroni del mondo hanno da dire sugli avvenimenti in corso. La Casa Bianca ha appena espresso la sua "preoccupazione" sulla regolarità delle elezioni” (le irregolarità di casa loro sono evidentemente meno preoccupanti). E il dipartimento di Stato è "profondamente turbato" dalle notizie delle violenze seguite al voto. Il primo ministro inglese Gordon Brown ha detto che Teheran dovrà rispondere (a chi?) su “seri interrogativi” riguardo al voto. Anche un idiota capirebbe, a questo punto, per chi parteggiano questi marpioni. E si sa che nel loro modus operandi non esiste il parteggiare privo di sostegno finanziario e organizzativo.

Per rendere le cose ancora più chiare, vorrei infine citare un paio di brani tratti da questo articolo di Robert Fisk sull’Independent. Fisk è al di sopra di ogni sospetto di faziosità: detesta Ahmadinejad, inorridisce dinanzi alle repressioni poliziesche contro i sostenitori di Mousawi,  apostrofa il rieletto presidente soprannominandolo “The Democrator”. Tuttavia, essendo pur sempre un giornalista (specie ormai rara) e non uno sguattero dell’ideologia imperiale, non può non far notare alcune evidenze. Cito e traduco dal suo articolo. Riguardo a Mousawi, Fisk scrive:

La vita, per il presidente Barack Obama, sarebbe molto più semplice se Mir Hossein Mousawi risultasse vincitore delle elezioni in Iran. L’uomo che fu primo ministro durante la guerra Iran-Iraq degli anni ’80 dice di mirare alla distensione con l’occidente, chiede a Mr. Obama di parlare insieme a lui alle Nazioni Unite ed ha avanzato l’idea di una commissione internazionale che sovrintenda alle procedure di arricchimento dell’uranio in Iran.

Chiaro a tutti? Mousawi vuole essere eletto per spostare l’asse dei rapporti internazionali dell’Iran, finora felicemente sbilanciato verso la Russia, a favore dei peggiori nemici del suo paese. Non è ancora stato eletto e già lecca i piedi a chi minaccia, un giorno sì e uno no, di intervenire militarmente per impedire il legittimo progresso scientifico e militare della nazione di cui aspira a diventare l’indegno presidente. Ma c’è molto di più. Fisk prosegue:

Egli [Mousawi] è a favore della liberalizzazione economica, sostiene il controllo dell’inflazione attraverso politiche monetarie e vuole rendere la vita più facile alle aziende private. Ha anche promesso di “modificare” l’immagine estremistica che l’Iran si è guadagnato all’estero sotto la presidenza di Ahmadinejad ed ha attaccato la spesa sregolata di petrodollari e denaro contante a favore dei poveri, la quale, egli afferma, ha provocato l’aumento dei prezzi al consumo. Ha anche perorato la rimozione del divieto imposto alle aziende private di possedere stazioni televisive.

Noi sudditi dell’Impero abbiamo già largamente sperimentato le gioie della liberalizzazione economica, delle politiche di controllo dell’inflazione, dei tagli al welfare, delle privatizzazioni e della svendita ai privati delle emittenti televisive. Chissà chi ha scritto questo originalissimo programma politico del candidato “moderato”?

Infine due parole sui tanto sbandierati “brogli elettorali”:

Faccio una pausa pranzo con un fedele e sincero amico della Repubblica Islamica, un uomo che conosco da molti anni, che ha rischiato la propria vita, che è stato in carcere per il suo paese e che non mi ha mai mentito. Abbiamo cenato in un ristorante che offre esclusivamente cucina iraniana, insieme a sua moglie. Egli è stato spesso critico verso il regime. E’ un uomo senza paura. Ma io devo ripetere ciò che mi ha detto: “I risultati delle elezioni sono corretti, Robert. Qualunque cosa tu abbia visto a Teheran, nelle altre città e in migliaia di paesi tutti hanno votato a stragrande maggioranza per Ahmadinejad. A Tabriz ha votato per Ahmadinejad l’80 per cento degli elettori. E’ stato lui che ha aperto in città i corsi universitari per la minoranza azera, affinché potessero laurearsi in lingua azera. A Mashad, la seconda città dell’Iran, si è determinata un’ampia maggioranza a favore di Ahmadinejad dopo che l’imam della grande moschea ha attaccato Rafsanjani del Consiglio d'Esame Rapido, il quale aveva iniziato ad allearsi con Mousawi. Essi hanno capito cosa significava: dovevano votare per Ahmadinejad”.

E direi che noi tutti possiamo capire che cosa significhi, nell’ambito della lotta interna per il potere, questa alleanza dell’ex presidente iraniano Rafsanjani, a suo tempo sconfitto proprio da Ahmadinejad, con un candidato dalle posizioni così marcatamente filoamericane. Lo capiamo benissimo. Qualcuno crede sul serio che gli iraniani siano più stupidi di noi?    

 

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UN ATTORE CONTESO

by Gianluca Freda (07/06/2009 - 12:23)


OSCAR PER OBAMA

di Israel Shamir

dal sito www.israelshamir.net

Traduzione di Gianluca Freda

 

Il discorso di Obama al Cairo è stato un’opera di straordinaria bellezza. Presentava la miglior produzione, il miglior attore, la migliore sceneggiatura che si sia mai vista da molti anni, meritava l’Oscar degli Oscar. Le elite di potere americane si sono spremute le meningi e hanno tirato fuori il miglior leader possibile per ristabilire l’immagine sgualcita del loro paese. Obama è un modello di leader di nuova generazione, non ancora reperibile all’estero. E’ un grande oratore, è pieno di carisma, alto, magro, giovane. Ha dimostrato che: yes, they can. La nostra amica ed ex candidata alla presidenza, Cynthia McKinney, ha così spiegato il fenomeno Obama: “Le cose non funzionano così nella politica americana, né probabilmente nella politica di nessun luogo del mondo; un illustre sconosciuto non arriva al Senato senza opposizione e poi si candida alla Casa Bianca due anni dopo. Semplicemente non funziona così. A meno che non sia stato pianificato”.  

A quanto sembra, Obama è stato pianificato per fare pace con il mondo musulmano. Un presidente americano non è un dominatore onnipotente: è piuttosto un attore, scelto da produttori e registi che restano dietro le quinte, per recitare questo importante ruolo. Non scrive i propri discorsi più di quanto Leonardo Di Caprio possa scrivere il monologo di Romeo. Non può neppure decidere la propria politica. E’ per questo che le sue parole e le sue azioni sono importanti: esse rappresentano la volontà di cambiamento delle elite di potere. Questo cambiamento sarà necessariamente lento, visto che la pesante corazzata americana non può cambiare direzione di punto in bianco.  

In questa fase di cambiamento e di priorità che si modificano in continuazione, è evidentemente difficile prevedere i prossimi sviluppi, poiché essi dipendono anche da noi. Il mondo ha bisogno di un’America che guardi di più al proprio interno, ma anche un’America meno aggressiva sarebbe un passo avanti. Guardando indietro, l’ostilità americana verso il mondo musulmano esplose nel 2001, ebbe il suo culmine nel 2003, ora ha fatto il suo decorso e sembra essere conclusa. Questi anni di guerra contro l’Islam non sono stati particolarmente piacevoli o redditizi per l’America. E’ giunto oggi il momento di modificare le priorità. Il cacciatore di aquiloni, bestseller di Khaled Hosseini, ha offerto una nuova interpretazione della realtà: il protagonista del romanzo è un musulmano per nascita e tradizione che odia il clero musulmano, ama il whisky, ama l’America e Israele e odia la Russia. Il cattivo del romanzo ama Hitler, è pedofilo e stupratore, e – naturalmente – è un militante talebano. La persecuzione di una minoranza etnica è l’equivalente locale della storia ebraica. Questo libro offre ai musulmani non religiosi la possibilità di integrarsi nell’immaginario americano.

Perché no? Gli Stati Uniti sono una nazione politica, non etnica, e i musulmani possono esservi accettati e spesso lo sono. Per quanto i non americani immaginino spesso le elite americane composte da WASP e da ebrei, fra esse vi è in realtà gente di ogni sorta, immigrati provenienti da ogni paese. Ciò rappresenta una fonte di potere: l’America riesce a trovare facilmente un russo per parlare con i russi o un cinese per parlare con la Cina. I musulmani se la passano bene in America, alcuni di essi sono immensamente ricchi.

Questa svolta implica il ridimensionamento della Lobby Ebraica. L’ala destra del sionismo ebraico ha abusato troppo a lungo della pazienza americana. Essa ha sopravvalutato la propria presa su questa amministrazione. La rimozione di Charles Freeman [candidato da Obama alla presidenza del National Intelligence Council e poi costretto a ritirarsi a causa delle pressioni delle lobby, NdT] è stata la loro ultima vittoria di Pirro. L’arrivo di Netanyahu che, con occhi scintillanti, predicava l’Amalek [parola ebraica che indica una minaccia all’esistenza stessa del popolo eletto, NdT] è stato un passo ulteriore verso la loro disfatta. “Amalek” è una parola in codice per chiamare al genocidio, una scorciatoia per chiedere ad Obama di sterminare gli iraniani fino all’ultimo bambino e all’ultimo gatto. Era troppo anche per il paziente Obama.

Così un sogno è diventato realtà: dopo un lungo dominio da parte del centrodestra ebraico, ora le posizioni d’influenza sono passate nelle abili mani della sinistra ebraica. Non crediate che le loro posizioni siano anti-israeliane. Certo, la destra ebraica americana e israeliana odia Obama. Ma alla sinistra israeliana è piaciuto quel discorso: avrebbe potuto essere stato scritto da Yossi Sarid o da Uri Avnery. E’ piaciuto anche alla J-Street, lobby ebreo-americana di sinistra.  

Non dovrebbe essere una grossa sorpresa. In un’intervista rilasciata un anno fa a un giornale israeliano, Obama aveva citato Il vento giallo di David Grossman come il libro che aveva influito sulla sua visione delle cose. Si tratta di un libro splendido, probabilmente il miglior libro di non-fiction mai scritto da un autore ebraico sulla situazione attuale, in cui vengono descritti gli orrori del dominio dei coloni nei territori occupati. Grossman è un’icona del sionismo di sinistra, fondatore dell’ala sinistra del Meretz-Yachad, partito di sinistra. La divergenza fra America e Israele, fra il grande e il piccolo stato ebraico, è ora un fatto compiuto: Barak Obama e la sua amministrazione si sono posizionati a sinistra del centro, mentre Israele e i suoi sostenitori negli Stati Uniti si trovano a destra del centro.

Si dice che qualche anno fa Ariel Sharon, allora primo ministro d’Israele, abbia affermato che il Popolo Ebraico controlla l’America. Dopo le ultime elezioni, il Ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, aveva interpretato questa massima come “Israele controlla l’America”. Era stato troppo ottimista e troppo semplicistico. Forse gli ebrei americani occupano molte posizioni di potere, forse hanno molto a cuore lo stato ebraico del Medio Oriente, ma hanno comunque le loro priorità: l’America è più importante e non intendono perderla a causa dei loro cugini d’oltreoceano.

Nel 2001 avevo paragonato gli ebrei americani alla sorella maggiore de Il grande sonno di Raymond Chandler, la quale funge da copertura ai crimini della sorella più piccola. Voi probabilmente ricorderete il film, uno dei migliori film americani di ogni tempo, scritto da William Faulkner, diretto da Howard Hawks, interpretato da Humphrey Bogart e Lauren Bacall. Protetta dalla copertura, la sorella più giovane inizia a credere di possedere l’immunità e scatena la sua furia omicida. Ma alla fine i suoi crimini mettono a rischio la posizione, apparentemente sicura, della sorella maggiore. Così la preoccupata Lauren, senza perdere un minuto, chiama Bogart per mettere le redini alla sorella impazzita, prima che distrugga il casato per accontentare i suoi ciechi sostenitori. Otto anni dopo, ecco arrivare Bogart Obama.

Non aspettatevi che gli ebrei americani si mettano a piangere e scappino in Israele. La posizione degli ebrei negli Stati Uniti resta forte e Obama ha reiterato, in versione lite, il loro immaginario sionista: dopo l’Olocausto di sei milioni di ebrei (e guai a chi osa metterlo in dubbio!), il popolo ebraico, provato da lunga sofferenza, giunse nella terra dei propri antenati e i legami dell’America con esso sono “indistruttibili”. In ogni caso, l’ala destra della Lobby Ebraica, o “Likud Americano”, come si usava chiamarlo, ha subìto una sconfitta. Oggi possiamo affermare che la disfatta di Bernie Madoff non è stata un incidente, ma un attacco diretto alle capacità della destra ebraica di influire sulla politica: molti individui e molte organizzazioni dell’ala destra ebraica hanno perduto il surplus di denaro che serviva loro per intrallazzare.

Un nuovo colpo d’avvertimento è stato sparato qualche giorno fa, quando un sopravvissuto all’attacco israeliano del 1967 alla USS Liberty è stato insignito della Stella d’Argento al valor militare, come già riportato. I principali media americani (in gran parte posseduti e diretti da ebrei) hanno intenzionalmente omesso questa notizia, come si può notare inserendo su Google le parole “silver star Halbardier”. Il lettore attento troverà la notizia su un sito americano d’informazione militare, ma questo è tutto. Il lettore o telespettatore medio americano sarà privato di questa notizia, benché essa sia degna di rilievo, cavolo se lo è: dopo averlo negato per quarantadue anni, gli alti papaveri americani hanno ammesso che il loro migliore alleato, Israele, ha intenzionalmente e deliberatamente attaccato con siluri ed aerei da guerra una loro nave di sorveglianza, uccidendo e ferendo due terzi dell’equipaggio, mentre il presidente Lyndon B. Johnson copriva il massacro e lasciava correre.

Il silenzio dei media è stato importante quanto la notizia: è servito ad avvertire l’amministrazione di agire in accordo con i signori dei media; altrimenti le sue azioni non raggiungeranno mai il pubblico americano. Nonostante il suo blog e i suoi contatti informali con centinaia di migliaia di americani, Obama non possiede alcuno strumento per parlare in modo efficace ai suoi cittadini, se non attraverso i media. E i media di destra possono essere nemici crudeli, come attesta questo articolo del NY Post.

Molti amici della Palestina, compreso Noam Chomsky, hanno trovato delle pecche nel discorso del Cairo. Di certo Obama non si è spinto tanto in là quanto avrebbe voluto. I suoi sostenitori sono sionisti in versione lite, non indifferenti gentili. E’ già stupefacente che sia riuscito ad arrivare a tanto. Ha promesso di ritirare le truppe da Iraq e Afghanistan, di ricostruire l’Afghanistan, di destinare fondi per il suo sviluppo. Ha confermato che l’Iran ha il diritto di utilizzare l’energia nucleare per scopi pacifici. Ha invitato Israele a confrontarsi con i palestinesi su un piano di giustizia. Lasciamo che sopravviva a questo discorso e che continui a fare pressioni. Certo, Obama è stato accuratamente progettato e pubblicizzato dalle elite, ma questo non vuol dire che non possieda libero arbitrio. Molti re e molti capi di stato sono stati eletti grazie al denaro e all’influenza degli ebrei, per poi modificare il proprio atteggiamento. Josip Stalin divenne capo dell’Unione Sovietica grazie a Kamenev e Zinoviev, due potenti ebrei bolscevichi, ma qualche anno dopo li fece fucilare e la Lobby Ebrea sovietica dovette abbassare un po’ la cresta. Questo può succedere anche con Barak Obama.

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LA VOCE DI SARUMAN

by Gianluca Freda (02/06/2009 - 16:25)


ATOMICHE ELETTE

di Israel Adam Shamir

dal sito www.israelshamir.net

traduzione di Gianluca Freda

 

Franco e Ciccio (oppure Stanlio e Ollio) potrebbero recitarlo alla perfezione:

- Gli Eletti hanno armi atomiche. Sono diventati nucleari!

- E che novità sarebbe? Israele ha centinaia di bombe atomiche da vent’anni a questa parte, secondo Vanunu, ma solo gli antisemiti ne fanno menzione.

- Scusa, non intendevo il Popolo Eletto, ma il Popolo che è “Eletto”; “Chosen”, cioè “eletto”, è il nome coreano della Corea del Nord.

- Quegli Eletti? Come osano sfidare la comunità internazionale! Da dove hanno preso questi “Eletti” l’idea di essere degli eletti?

Il riuscito test nucleare sotterraneo in Corea del Nord ha scatenato un’ondata enorme: un’ondata di ipocrisia, per la precisione. Il paese con l’arsenale nucleare di gran lunga più grande del mondo, il paese che ha già usato l’atomica contro la popolazione civile, gli USA, ha espresso il proprio sdegno. L’ambasciatore americano Susan Rice ha detto: “Gli Stati Uniti pensano che ciò rappresenti una grave violazione del diritto internazionale e una minaccia per la pace e la sicurezza regionale e internazionale; pertanto gli Stati Uniti adotteranno una dura risoluzione con misure altrettanto dure”. Secondo Rice non si tratterà di invasione, né di occupazione, né di aggressione, bensì di premunirsi contro una probabile invasione, occupazione e aggressione che violi il diritto internazionale. Non si è però curata di riportarci alla memoria un fatto caduto ormai nel dimenticatoio: per molti anni è stata proprio la Corea del Nord a chiedere che l’intera penisola coreana venisse trasformata in zona libera dalle armi nucleari, mentre sono stati gli USA che hanno insistito a piazzare le proprie armi atomiche sul portone della Corea del Nord.

La Corea del Nord, o “Chosen” nella sua lingua nazionale, è un paese di uomini e donne irriducibili. Persone forti, indipendenti, grandi lavoratori. La loro stretta di mano è una morsa d’acciaio. I loro nomi sono brevi, i loro cavoli [piatto tipico] sono di fuoco, il loro orgoglio nazionale è senza limiti. E per ottimi motivi: hanno combattuto contro gli USA durante la loro giovinezza e sono sopravvissuti al peggior massacro mai architettato dall’uomo. Pensate a Dresda, moltiplicatela per Gaza e aggiungete l’Iraq per avere un’idea di ciò che accadde in Corea negli anni ’50. Gli USA e i loro satrapi sganciarono su questo piccolo paese montuoso più bombe di quante ne avessero lanciate sulla Germania. Il generale Douglas Macarthur voleva usare l’atomica, ma Harry Truman lo fermò: non c’erano obiettivi degni dello spreco di un’arma nucleare, visto che ogni singola struttura di fabbricazione umana era già stata distrutta. La Guerra di Corea fu uno sterminio di massa a lettere maiuscole: milioni di coreani vennero uccisi, carbonizzati dal napalm, colpiti dalle armi da fuoco e giustiziati dagli americani e dai loro alleati. In qualsiasi villaggio coreano il tasso di mortalità poteva competere con quello di Auschwitz.

I coreani sopravvissero e ricostruirono il loro paese. Ma i massicci bombardamenti lasciarono una cicatrice indelebile sulla psicologia della nazione. Una nazione non sarà mai più la stessa dopo un bombardamento a tappeto, proprio come un individuo che abbia subìto uno stupro di gruppo. Solitamente si cade, per un’intera generazione, in un atteggiamento di totale sottomissione (ecco perché lo stupro di gruppo è il sistema utilizzato dai carcerieri per ottenere il controllo su un detenuto disobbediente): così fu per i serbi, così per i tedeschi, così per i giapponesi dopo essere stati sodomizzati dalle bombe americane. La sindrome post-traumatica coreana si concretizzò nell’isolamento, nella smisurata autostima e nella paura infinita di un nuovo attacco. Questa paura aveva solide basi nella realtà: le truppe e le basi militari americane occupano ancora il sud della penisola coreana. La Corea del Sud è ancora oggi tanto lontana dall’indipendenza quanto lo era prima della Seconda Guerra Mondiale, con la sola differenza che gli Stati Uniti hanno sostituito il Giappone nel ruolo di potenza coloniale.

Cosa più importante, gli Stati Uniti hanno condotto un’incessante guerra di sanzioni contro la Corea invitta e indipendente. Questa scrupolosa strategia di blocco economico è stata utilizzata con successo contro Iraq e Cuba e ora gli Stati Uniti pensano di sfruttarla contro l’Iran. Noam Chomsky ha dato una perfetta definizione della strategia americana: non arrenderti mai; continua a distruggere le nazioni finché non si sottomettono, utilizzando tutti i mezzi a disposizione, inclusa la guerra economica. Chiunque rifiuti di arrendersi dovrà essere riportato all’età della pietra.

La Corea era pronta a smantellare i propri impianti nucleari, purché gli Stati Uniti ponessero fine alla guerra economica. Avevano firmato un accordo e chiuso i reattori, ma gli USA rinnegarono quell’accordo e ripresero le ostilità. L’America, come insegnano i suoi “Chicago boys”, è neoliberista fino al midollo e non può tollerare l’esistenza di uno stato socialista. La Corea non avrebbe mai permesso alle compagnie americane di controllare la sua economia, ed è per questo che gli USA e i loro satelliti continuarono a confiscare conti correnti della Corea e a interferire con le sue attività commerciali. I media dell’impero profusero grande impegno nel diffondere terribili racconti (in realtà leggende metropolitane anticomuniste rigurgitate dall’era McCarthy) sui poveri coreani che morivano di fame sotto il giogo comunista. Alla Corea non sarebbe stato consentito di vivere seguendo il proprio modello, quello comunista.

Quando il popolo della Corea del Sud espresse il desiderio di unirsi al Nord indipendente, la Corea del Sud fu ridotta alla fame dai Mammoniti, che architettarono la grande crisi delle tigri asiatiche del 1997. Tutto ciò che state sperimentando oggi, durante la crisi del 2009, i coreani del sud lo hanno già sperimentato dodici anni fa. La loro grande economia venne fatta a pezzi e svenduta a prezzo di noccioline dalle multinazionali. Tutto il lavoro compiuto in molti anni venne distrutto da George Soros e dai suoi colleghi. Allo stesso tempo, l’offensiva americana contro la Corea indipendente si intensificò.

Il presidente G. W. Bush (o meglio David Frum, che gli scriveva i discorsi) indicò la Corea, accanto a Iraq e Iran, come parte dell’Asse del Male. In tale situazione, i coreani fecero benissimo a dotarsi di un’arma di difesa definitiva. E la stessa cosa vale oggi per l’Iran. Un deterrente nucleare coreano e iraniano rappresenterebbe uno scudo difensivo per queste nazioni indipendenti.

La Corea non dorme sugli allori. Questo piccolo e lontano paese, debilitato dal blocco economico e dalle sanzioni, contribuisce ben oltre il dovuto alla più importante battaglia per la Palestina. I coreani, che hanno sofferto moltissimo per l’assedio imposto dagli americani, aiutano Gaza assediata e altri popoli confinanti con lo stato ebraico a dotarsi di armamenti. Non necessariamente armi nucleari: anche le armi convenzionali possono interferire con la totale libertà degli israeliani di ammazzare i palestinesi e di violare lo spazio aereo di Beirut e Damasco.

Usando come pretesto la questione nucleare, la lobby filoisraeliana ha fatto pressione per ottenere l’autorizzazione a perquisire ogni spedizione di merce coreana. Ha anche orchestrato una massiccia campagna mediatica, mettendo insieme anticomunisti e pacifisti impauriti dal nucleare contro la Corea socialista. Secondo questa propaganda, noi dovremmo essere terrorizzati dall’atomica coreana e supplicare Obama e Netanyahu di disarmare i ribelli.

Dio sa che io sono un uomo pacifico, ma non sono un pacifista. Le armi sono necessarie per difendere i popoli contro il terrorismo di stato israelo-americano. Un cosiddetto “pacifista” che appoggi i tentativi americani e israeliani di mantenere il monopolio sulle armi nucleari è solo, nel mio modo di vedere le cose, un altro sostenitore della macchina da guerra giudeo-americana. Se è in buona fede, allora che chieda prima di tutto il disarmo al Popolo Eletto d’Israele e all’America, rimandando il confronto con il popolo eletto di Corea e con gli iraniani a quando le installazioni di Dimona saranno state smantellate e le atomiche americane trasformate in aratri.

La lotta della Corea per l’indipendenza nucleare è di estrema importanza per il Medio Oriente e soprattutto per il progetto nucleare iraniano. E’ vero che l’Iran non è alla ricerca di applicazioni militari per la sua industria nucleare, accontentandosi di ottenere energia in modo pacifico. In ogni caso, gli interessi giudeo-americani vogliono trasformare la Corea del Nord in un monito per l’Iran. Vogliono fare qualcosa di brutto alla non troppo rilevante Corea, in modo da ottenere che l’Iran si rimetta in riga.

Obama potrebbe sistemare le cose con la Corea al prezzo, piuttosto ragionevole, di smetterla di interferire con la sua vita. Firmare un trattato di pace, porre fine alle minacce, eliminare le sanzioni, interrompere la campagna di odio. I coreani ripagherebbero la normalizzazione dei loro rapporti con gli USA rinunciando alle installazioni nucleari. Ma questo non spaventerebbe né convincerebbe l’Iran. Perciò Obama potrebbe optare per un’azione violenta, incluso un blocco navale, così che un Iran debitamente impressionato si rassegni a chiudere i suoi reattori.

Sarebbe un vero peccato. Un peccato per i coreani, che meritano, come chiunque altro, di vivere le proprie vite come più gli aggrada. Un peccato per i nemici della Corea, perché i coreani non sono facili da sconfiggere. E un peccato per il Medio Oriente, che ha un disperato bisogno di un Iran dotato di capacità di deterrenza nucleare.

I media israeliani hanno pubblicato un sondaggio secondo il quale “circa il 23 per cento degli israeliani prenderebbero in considerazione l’idea di abbandonare il paese se l’Iran si dotasse di armi nucleari”. L’idea è quella di spingere gli Stati Uniti e l’Europa verso una frenesia di azioni anti-iraniane, visto che a nessun paese piacerebbe dover assorbire due milioni di rifugiati israeliani. E’ questa la segreta Arma del Giudizio della propaganda sionista: se messi alle strette, ce ne torneremo nei vostri paesi e questo non vi piacerà. Tuttavia, le parti scritte in piccolo di questo sondaggio rivelano che la paura dell’Iran è diffusa soprattutto tra gli israeliani suggestionabili, il 39 per cento delle donne contro il 22 per cento degli uomini. Si sono semplicemente bevuti la propaganda del loro governo, tutta d’un fiato e senza respirare.

Paradossalmente, per noi israeliani un Iran nucleare rappresenta una speranza di pace, non una minaccia alla pace. Il rischio più grave che corriamo sta nell’atteggiamento aggressivo dei nostri generali e dei nostri politici. Essi hanno già provocato una quantità di guerre non necessarie, attaccando il Libano, la Siria, i palestinesi. C’è bisogno di un contrappeso, di un grande e potente stato che tenga i nostri falchi sotto controllo. Da quando l’Iraq è stato soggiogato dall’esercito americano e l’Egitto da manovre politiche, i generali israeliani sono andati in guerra ogni due anni. Solo un Iran nucleare potrebbe tenere a freno i guerrafondai israeliani e costringere Israele a fare progressi nel processo di pace.

Nessun esperto israeliano che sia sano di mente, nemmeno il falco più radicale, può ritenere che un Iran nucleare rappresenterebbe un pericolo o una minaccia per Israele. Israele è troppo potente, perfettamente in grado di rispondere con un mortale secondo attacco. Ma questa oltraggiosa libertà d’azione che piace tanto ai militari israeliani avrebbe fine, e ciò sarebbe un bene.

L’equilibrio del terrore o MAD (mutual assured destruction) è ancora l’unico sistema per controbattere la minaccia israelo-americana. Fu questa la ragione del martirio di Julius ed Ethel Rosenberg: aiutando l’URSS a realizzare una propria bomba nucleare salvarono innumerevoli milioni di persone da una morte orribile, seppure al prezzo della loro vita.

 

La Voce di Saruman

E’ assai preoccupante che Russia e Cina, due paesi amici della Corea indipendente, non abbiano scaraventato la risoluzione sponsorizzata dagli USA fuori dalla finestra del Consiglio di Sicurezza. E’ vero, hanno respinto la richiesta americana di sanzioni, ma questo non basta. Non avrebbero mai dovuto aderire a nessun tipo di condanna contro un paese indipendente che agisca entro i limiti del proprio diritto legittimo. Russia e Cina hanno combattuto dalla parte di Pyongyang contro gli Stati Uniti e non avrebbero dovuto tradire il loro fidato alleato, e con esso i loro stessi soldati, caduti nell’Esercito di Liberazione Popolare o nelle Forze Aeree Russe.

I leader cinesi dovrebbero ricordarsi della decisione di Mao di sostenere il programma nucleare. Quando la Cina fece esplodere la sua prima bomba atomica, egli dichiarò:

“Questo è un grande risultato per il popolo cinese, nella sua lotta per rafforzare le proprie difese nazionali ed opporsi alla politica imperialista americana fatta di ricatti nucleari e minacce nucleari. Provvedere alla propria difesa è diritto inalienabile di ogni stato sovrano. Salvaguardare la pace del mondo è obiettivo comune di ogni nazione amante della pace. La Cina non può restare inerte di fronte alle crescenti minacce nucleari provenienti dagli Stati Uniti. La Cina sta conducendo esperimenti nucleari e sviluppando armi nucleari perché vi è costretta.

Il Governo Cinese ha insistentemente avallato la proibizione assoluta e la totale distruzione delle armi nucleari. Se tale risultato fosse stato raggiunto, la Cina non avrebbe mai sviluppato armamenti nucleari. Ma le nostre proposte hanno incontrato l’ostinata resistenza degli Stati Uniti. Il trattato per la moratoria degli esperimenti nucleari firmato da Stati Uniti, Inghilterra e Unione Sovietica nel 1963 non era che un tentativo di consolidare il monopolio nucleare da parte delle tre potenze atomiche, legando le mani a tutte le nazioni amanti della pace; ed esso aveva accresciuto, non ridimensionato, la minaccia nucleare dell’imperialismo statunitense contro il popolo della Cina ed il mondo intero... Nello sviluppare armamenti nucleari, l’obiettivo della Cina è quello di spezzare il monopolio delle potenze atomiche e di giungere all’eliminazione delle armi nucleari”.

Ogni parola di questa splendida, squillante dichiarazione è sacrosanta oggi quanto lo era allora. Mettete semplicemente “Corea” o “Iran” al posto di “Cina” e non potrete che convenire che Corea e Iran “non possono restare inerti di fronte alle crescenti minacce nucleari provenienti dagli Stati Uniti”. Corea e Iran stanno “conducendo esperimenti nucleari e sviluppando armi nucleari perché vi sono costrette”. Quando e se il presidente Obama deciderà di eliminare gli arsenali americani e israeliani, arriverà certamente anche il turno della Corea e dell’Iran.

I leader russi Medvedev e Putin dovrebbero applicare la loro dottrina di mondo multipolare al caso della Corea. Se sono sinceri nella loro avversione alla dottrina USA di dominio a tutto campo e credono nella sovranità di ogni singola nazione, allora dovrebbero accettare il diritto sovrano dei coreani all’autodifesa e alla deterrenza. Il monopolio nucleare è eticamente inaccettabile, perché definisce due categorie di nazioni: quelle che hanno diritto ad uno scudo nucleare e quelle che ne sono ritenute indegne.

Dovrebbero evitare il tranello della “responsabilità congiunta” in cui i russi sono ripetutamente caduti. Non esiste nessuna “responsabilità congiunta” o “sicurezza congiunta” tra l’Impero e i ribelli. Gorbacev era un grande sostenitore della responsabilità e della sicurezza congiunte ed è stato presidente abbastanza a lungo per vedere la sua Russia scarnificata dai creditori e circondata da basi della NATO. Putin è caduto nella stessa trappola nel 2001, quando ha appoggiato la Guerra al Terrore di Bush, facilitando la sua conquista dell’Afghanistan e smantellando volonterosamente due importanti basi navali a Cuba e in Vietnam. In seguito si è reso conto che gli Stati Uniti avevano approfittato della sua credulità per incrementare le proprie basi militari e minacciare quelle della Russia, arrivandole fin nel cortile di casa.            

Russia e America sono coinvolte in un gioco a somma zero, ed è per questo che l’America promuove politiche antirusse in Georgia ed Ucraina e cerca di isolare la Russia nella competizione per i grandi gasdotti. I leader russi dovrebbero prendere atto delle dure realtà della vita e fornire maggior supporto ad Iran e Corea. Dovrebbero mettere da parte il loro desiderio, oh quanto umano, di ottenere l’amicizia dei leader dell’Occidente. E’ questo un problema frequente di tutti i rappresentanti del popolo: i leader sindacali scoprono di amare i sontuosi banchetti in compagnia dei padroni delle fabbriche più di quanto amino passare il tempo nelle fabbriche. I leader socialisti sono sempre disponibili ad accettare il corteggiamento dei leader occidentali e poi firmano su tutte le linee tratteggiate, andando contro gli interessi vitali dei loro popoli.

Gorbacev ha svenduto il proprio paese sulla riva del fiume per il puro piacere di farsi abbracciare da Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Anwar as-Sadat avrebbe tradito tutti gli interessi dei paesi arabi per un’intervista in prima serata con Barbara Walters. All’inizio del suo governo, Vladimir Putin era stato conquistato per qualche tempo dalla bonhommerie dei suoi colleghi del G8, compagni governanti e pastori di uomini.

Avevano ascoltato la voce di Saruman. Ne “Il Signore degli Anelli”, il malvagio stregone Saruman tenta di strappare la vittoria dalle fauci della sconfitta, e presenta a Gandalf, capo dei buoni, una proposta di “responsabilità congiunta” di fronte ai suoi amici e ai suoi soldati:

“La nostra amicizia sarà profittevole per entrambi. Molte imprese potremo realizzare insieme, guarire le malattie del mondo. Cerchiamo di intenderci l’un l’altro e scacciamo dai nostri pensieri gli individui inferiori! Che essi attendano le nostre decisioni! Per il bene comune io sono pronto a porre rimedio al passato e a riceverti. Non desideri consultarti con me? Non accetterai?”.

I buoni si spaventarono. Si sentivano come “stupidi servi che ascoltavano di nascosto gli elusivi discorsi dei loro antenati e si domandavano in che modo ciò avrebbe influito sul loro destino. Era inevitabile che Gandalf e Saruman stringessero alleanza. Gandalf sarebbe salito sulla torre, e loro sarebbero rimasti fuori, messi da parte ad attendere il lavoro o il castigo che erano loro destinati. Perfino nella mente di Teoden il pensiero prese forma, come un’ombra di dubbio, “Egli ci tradirà; accetterà e noi saremo perduti”.

Poi Gandalf rise. La fantasia svanì come un soffio di fumo”.

E’ questa la giusta replica alle offerte americane di “responsabilità congiunta”. Russia e Cina sono i leader del mondo libero, il mondo libero dalle basi e dalle truppe americane, libero dai diktat israeliani, libero dalla frenesia consumista, libero dai dogmi neoliberisti. Sono responsabili della Libertà dell’Uomo e dovrebbero ridere di fronte al pensiero di potersi accordare con i grandi oppressori.

A tutti noi piacerebbe vedere il presidente Obama ritirare i suoi soldati e i suoi mezzi militari dall’Iraq e dall’Afghanistan, dall’Italia e dalla Germania, dal Giappone e dalla Corea del Sud, e trasformare gli Stati Uniti in un gigante amichevole. Questo può ancora accadere: questa settimana il “suo” Pentagono ha insignito della medaglia al valore un soldato americano scampato all’attacco israeliano contro la USS Liberty nel giugno 1967, dopo che quell’atrocità era stata tenuta nascosta al pubblico per 42 anni. Ciò potrebbe annunciare una svolta nella politica americana e la fine dell’influenza sionista. Se e quando questo avverrà, sarà il momento di una più stretta cooperazione tra le nazioni. Ma nel frattempo è la libertà che è in gioco e la Corea del Nord è il luogo in cui va difesa.

 

 

 

Appendice

La bomba atomica, Dichiarazione del Governo della Repubblica Popolare Cinese, 16 ottobre 1964.

 

La Cina ha fatto detonare una bomba atomica alle ore 15.00 del 16 giugno 1964, portando così a termine con successo il suo primo test nucleare. Questo è un grande risultato per il popolo cinese, nella sua lotta per rafforzare le proprie difese nazionali ed opporsi alla politica imperialista americana fatta di ricatti nucleari e minacce nucleari. Provvedere alla propria difesa è diritto inalienabile di ogni stato sovrano. Salvaguardare la pace del mondo è obiettivo comune di ogni nazione amante della pace. La Cina non può restare inerte di fronte alle crescenti minacce nucleari provenienti dagli Stati Uniti. La Cina sta conducendo esperimenti nucleari e sviluppando armi nucleari perché vi è costretta.

Il Governo Cinese ha insistentemente avallato la proibizione assoluta e la totale distruzione delle armi nucleari. Se tale risultato fosse stato raggiunto, la Cina non avrebbe mai sviluppato armamenti nucleari. Ma le nostre proposte hanno incontrato l’ostinata resistenza degli Stati Uniti. Il Governo Cinese ha fatto notare molto tempo fa che il trattato per la parziale sospensione degli esperimenti nucleari firmato a Mosca nel luglio 1963 da Stati Uniti, Inghilterra e Unione Sovietica non era che una grossa frode per ingannare i popoli del mondo, un tentativo di consolidare il monopolio nucleare da parte delle tre potenze atomiche, legando le mani a tutte le nazioni amanti della pace; ed esso aveva accresciuto, non ridimensionato, la minaccia nucleare dell’imperialismo statunitense contro il popolo della Cina ed il mondo intero...

La bomba atomica è una tigre di carta. Questa famosa dichiarazione del Presidente Mao Tse-tung è ben nota a tutti. Questa era la nostra visione delle cose nel passato e questa è la nostra visione delle cose nel presente. La Cina sta sviluppando armi nucleari non perché creda nella loro onnipotenza né perché progetti di utilizzarle. Al contrario, nello sviluppare armamenti nucleari, l’obiettivo della Cina è quello di spezzare il monopolio delle potenze atomiche e di giungere all’eliminazione delle armi nucleari.

Il Governo Cinese resta fedele al Marxismo-Leninismo e all’internazionalismo proletario. Noi crediamo nei popoli. E’ il popolo, e non un’arma di qualunque tipo, che decide il risultato di una guerra. Il destino della Cina è deciso dal popolo cinese, così come il destino del mondo è deciso dai popoli del mondo, e non dalle armi nucleari. La Cina sta costruendo armi nucleari per difendere e proteggere il popolo cinese dalle minacce statunitensi di scatenare una guerra nucleare.     

Il Governo Cinese dichiara qui solennemente che la Cina non sarà mai, in nessun momento e per nessuna ragione, la prima ad usare armi nucleari...

Il Governo Cinese, come sempre, eserciterà ogni sforzo per promuovere, attraverso consultazioni internazionali, la realizzazione dell’alto obiettivo di una proibizione assoluta e di una totale distruzione delle armi nucleari. Fino all’arrivo di quel giorno, il Governo e il Popolo Cinese seguiranno in modo fermo e irremovibile la strada del rafforzamento delle proprie difese nazionali, della difesa della madrepatria e della salvaguardia della pace mondiale.

Siamo convinti che l’uomo, che è in grado di creare le armi nucleari, sia anche capace di eliminarle.

 

(tratto da Break the Nuclear Monopoly, Eliminate Nuclear Weapons, Pechino, Foreign Languages Press, 1965, pp. 1-5)

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L'OPINIONE DI HAMAS

by Gianluca Freda (11/01/2009 - 19:34)


INTERVISTA A KHALED MESHAL
dal sito Counterpunch
traduzione di Gianluca Freda
 

A metà di maggio 2008, i collaboratori di Counterpunch Alexander Cockburn e Alya Rea erano insieme ad un gruppo di americani che si è seduto a parlare per due ore, in una casa della periferia di Damasco, con Khaled Meshal, capo dell’ufficio politico di Hamas. Quanto segue è la trascrizione di ampi stralci dell’intervista.
 

Meshal: Noi, come palestinesi, abbiamo l’onore di rappresentare una causa giusta. Abbiamo sopportato atrocità e occupazione. A causa d’Israele, metà del popolo palestinese vive sotto occupazione all’interno della Palestina e l’altra metà vive al di fuori di essa senza avere una casa. Oggi noi, come popolo palestinese, come nazione palestinese, desideriamo solo vivere in pace, senza più occupazione. Noi rifiutiamo l’occupazione. Rifiutiamo le atrocità. E rifiutiamo di restare senza una patria e lontani dalla patria. Non abbiamo problemi con nessuna religione del mondo, né con alcuna razza. Sappiamo molto bene che Allah onnipotente ha creato gli esseri umani in razze e religioni differenti e che ci ha chiesto di conciliare queste diversità. Per questo motivo, chiediamo la stessa cosa alle nazioni di tutto il mondo, affinché sostengano questa giusta causa. Il nostro problema è con la politica ingiusta della comunità internazionale: in particolare con la politica ingiusta dell’amministrazione americana. Naturalmente, non consideriamo il popolo americano responsabile di ciò. Ho visitato molte volte l’America. E so bene che il popolo americano è un popolo gentile. Ma il nostro problema è con la politica estera delle varie amministrazioni americane. Noi abbiamo accettato uno Stato palestinese entro i confini del 1967. Ma la comunità internazionale non è riuscita a costringere Israele a fare la stessa cosa. Perciò, cosa resta da fare ai palestinesi se non resistere? Da parte nostra, preferiremmo un percorso di pace. Ma troviamo questo percorso di pace bloccato. Per questo, ai palestinesi non resta altra opzione che la resistenza. E questo spiega perché il popolo palestinese abbia eletto Hamas e perché, in mezzo alle carestie, alla fame e all’assedio inflitti oggi al popolo palestinese, si noti sempre la stessa cosa: il popolo palestinese sostiene Hamas.

Gaza è il più grande campo di concentramento della storia. Ricordate la legge di Newton, secondo la quale ad ogni azione corrisponde una reazione eguale e contraria. L’occupazione israeliana è l’azione, la resistenza è la reazione. Ogni volta che in un’occupazione si incrementa il livello delle atrocità, allo stesso livello si incrementa la reazione della resistenza. I nostri razzi rientrano in questa formula. Se le atrocità e l’occupazione si fermassero, anche i razzi si fermerebbero.

Israele è abituato a decidere da solo le proprie azioni, ad accendere il fiammifero quando vuole e spegnere il fuoco quando vuole. Non vogliono un accordo reciproco. Sapete perché? Perché sentono che gli arabi sono deboli. Perché allora dovrebbero rispettarli? Perché dovrebbero costruire con loro una qualsiasi formula di reciprocità? Ecco perché io dico che non può esservi pace tra un partito debole e uno forte. La pace si costruisce tra partiti forti. Siamo pronti alla pace, ma ad una pace forgiata dalla competizione e dalla reciprocità, senza più atrocità e senza occupazione.

Alexander Cockburn: Lei quale crede che sia la strategia o la prospettiva di Israele? Quale la sua idea di una soluzione?

Meshal: Io credo che Israele voglia tenersi la terra di Palestina. Gaza è un caso eccezionale. A causa delle dimensioni e dell’alta densità di popolazione, ad Israele è convenuto andarsene. Ma a causa di considerazioni religiose, possibilità di accesso alle fonti idriche e presenza di avamposti militari, Israele non accetterà mai di cedere la West Bank. Sì, forse potrebbero offrire il ritiro dal 60 o 70 per cento del territorio. A volte offrono il 40 o il 50 per cento. Ma è solo una tattica temporanea che serve a guadagnare tempo, a costruire o rafforzare una “realtà sul terreno”, ad espandere gli insediamenti e frammentare il territorio in modo tale da rendere impossibile la creazione di qualunque entità nazionale. In qualunque proposta di pace, Israele chiede sempre di mantenere quattro blocchi di insediamenti sulla West Bank. Il più grande è quello che circonda Gerusalemme; il secondo blocco è quello della zona settentrionale della West Bank; il terzo è quello nella zona meridionale della West Bank e il quarto è quello nella Valle del Giordano. E allora che cosa rimane della West Bank?

Quando l’ex presidente Carter è venuto a trovarmi, gli ho detto che le condizioni in cui si svolsero gli accordi di pace di Camp David tra Egitto e Israele non esistono più. In quei giorni, Israele era costretto o sottoposto a pressione per firmare gli accordi per due motivi. Prima di tutto, la guerra del 1973. In quel momento Israele aveva capito che l’Egitto non era un paese facile da sconfiggere. La seconda ragione è che l’allora primo ministro Begin aveva compreso che era nell’interesse di Israele isolare l’Egitto dal resto della comunità araba. Oggi Israele non è sotto il peso di nessuno di questi condizionamenti. Abbiamo detto all’ex presidente Carter che la resistenza palestinese è l’unico potere che possa spingere Israele a muoversi.

Domanda: Accettereste uno stato unico?

Meshal: Il problema non è che cosa i palestinesi o gli arabi accetterebbero. I palestinesi hanno accettato molte cose. E gli arabi hanno accettato molte cose. Ma Israele le ha rifiutate. Anche alle organizzazioni americane, che gli israeliani appoggiavano, sotto gli auspici dell’America, Israele non ha obbedito. La domanda da porsi è: Israele accetterà o no? L’errore nella strategia araba e nella strategia della ex leadership palestinese è consistita nelle varie offerte generose, puntualmente respinte dagli israeliani. Noi non seguiremo questa strada. E’ Israele a dover fare un’offerta. Devono essere loro a proporre ciò che sono disposti ad accettare. Poi noi daremo la nostra risposta.

Alexander Cockburn: Lei ha detto che la forza e la capacità di resistenza sono le uniche cose che Israele e i suoi sostenitori sono in grado di capire. Come continuerà e si svilupperà questa resistenza sotto la guida di Hamas?

Meshal: La resistenza in Palestina vive all’interno di una situazione del tutto anormale. Nelle normali condizioni in cui si sviluppa una resistenza, la Palestina non ne avrebbe alcuna. Non esiste un partito internazionale che la sostenga. I vicini arabi e le regioni limitrofe non apprezzano la resistenza, anche se ci sono alcuni partiti regionali che collaborano con essa. Quindi, in una prospettiva olistica, la “totalità” dovrebbe aver ragione della resistenza. Allora qual è il segreto dietro la tenacia della resistenza? Prima di tutto, la ferocia dell’occupazione. Una simile pressione crea una reazione nel popolo, che è appunto la resistenza. Il secondo elemento è l’intransigenza israeliana. I palestinesi hanno tentato l’opzione negoziale e hanno offerto al processo di pace una possibilità di avere successo: gli accordi di Oslo, il loro seguito, il 1991 e la Conferenza di Madrid. Il popolo palestinese ha rispettato il processo di pace, ha scelto la strada dei negoziati e il risultato è stato negativo. Di conseguenza, il popolo palestinese ha capito che ogni altra strada è bloccata. Questa realtà ha spinto i palestinesi ad essere tenaci nella resistenza. Terzo, non c’è nessun altro partito a livello internazionale su cui i palestinesi possano contare. L’amministrazione americana potrebbe esercitare pressione sugli israeliani, ma non lo fa. La comunità internazionale è inerme di fronte a Israele.

Per questo motivo, il popolo palestinese considera la resistenza non un opzione o un’alternativa, ma un sistema di vita, una regola per sopravvivere. Ora, questa resistenza ha un futuro o il tempo gioca a suo sfavore? Io direi che il futuro appartiene alla resistenza e che il futuro appartiene al popolo palestinese. Oggi Israele rifiuta le proposte fatte dagli arabi e dai palestinesi: è Israele a perderci, perché il futuro non gioca a suo favore.

Domanda: Hamas sarebbe disposto ad accettare una “soluzione dei due stati” se Israele si ritirasse entro i confini el 1967?

Meshal: Allo scopo di unificare sul piano politico le posizioni palestinesi, ci siamo accordati, nel 2006, su una piattaforma politica che poi abbiamo sottoscritto. Lo abbiamo chiamato Documento di Conciliazione Nazionale. E in esso abbiamo dichiarato di accettare uno Stato di Palestina sulla base dei confini del 1967, comprendente Gerusalemme, senza insediamenti e con il diritto al ritorno per i rifugiati. E’ una piattaforma a cui tutti abbiamo aderito. Ma per noi di Hamas c’è un punto molto importante, che è il rifiuto di riconoscere Israele. Ma il non riconoscerlo non implica fargli guerra. Ciò che vogliamo è uno Stato di Palestina fondato sui confini del 1967. Solo allora ci sarà un cessate il fuoco tra noi e Israele. Noi pensiamo che le relazioni internazionali tra gli stati non debbano per forza fondarsi sul riconoscimento reciproco. Quando lo Stato di Palestina sarà stato istituito, esso deciderà il tipo di relazioni che intende intrattenere con Israele. Oggi la grande sfida di fronte a tutti noi è quella di offrire ai palestinesi una possibilità di vivere in pace. Oggi il problema è che il popolo palestinese è la vittima. Metà di esso vive sotto l’occupazione israeliana in condizioni orribili. Il resto vive da rifugiato nei campi profughi, senza più una patria. Sarebbe dunque la vittima – il popolo palestinese – a dover riconoscere Israele? Questo mi sembra ingiusto.

Domanda: Cioè vi stanno dicendo: “Riconoscete Israele oggi stesso”? Stanno chiedendo ai palestinesi di dire “non fa niente se continuate a rubare la nostra terra, noi vi perdoniamo”?

Meshal: Proprio così.

Alexander Cockburn: Se avessimo fatto questa conversazione 30 anni fa, qualcuno avrebbe citato l’ONU, invece oggi nessuno lo ha nominato. Lei crede che l’ONU sia ormai un mero strumento nelle mani degli Stati Uniti?

Meshal: Sfortunatamente le Nazioni Unite sono diventate una barzelletta.

Domanda: Su questo punto lei la pensa come gli israeliani.

Alexander Cockburn: Lei ha detto prima che il futuro di Israele non è né positivo né luminoso. Potrebbe specificare meglio quest’affermazione?

Meshal: Quando cerchiamo di leggere il futuro lo facciamo nella prospettiva del passato e del presente. E lo leggiamo secondo l’ottica dei valori delle nazioni e dei loro popoli. Esiste un futuro per l’occupazione e per gli insediamenti? Esiste una nazione, in tutta la storia del mondo, che abbia insistito per vedere riconosciuti i propri diritti senza riuscirvi? Terzo punto: a partire dal 1948, se volessimo tracciare un grafico dei progressi di Israele, voi credete che la curva punterebbe verso l’alto, apparirebbe piatta o punterebbe verso il basso? Io credo che essa sia ormai discendente. Oggi la potenza militare di Israele non è in grado di portare a termine i suoi compiti in modo che per Israele risulti soddisfacente.

Dal 1948, Israele ha sconfitto 7 eserciti. Nel ’56 sconfissero l’Egitto. Nel ’67 sconfissero tre paesi contemporaneamente: Egitto, Siria e Giordania. Nel ’73 la guerra finì in una sorta di parità tra Egitto e Israele; se a quell’epoca Nixon non avesse fornito supporto aereo alle forze israeliane, oggi il mondo sarebbe diverso. Nell’82 Israele sconfisse l’OLP a Beirut. Ma dall’82, cioè da 26 anni, gli israeliani non hanno più vinto nessuna guerra. Non hanno sconfitto la resistenza palestinese e non hanno sconfitto la resistenza libanese. Da quell’epoca, Israele non ha più avuto alcuna espansione, anzi ha ridotto le sue dimensioni. Si sono ritirati dal sud del Libano e da Gaza.

Questi sono indicatori che il futuro non è favorevole ad Israele. Oggi Israele, con tutte le sue capacità militari – convenzionali e non convenzionali -, non è in grado di garantire la propria sicurezza. Oggi, con tutte queste capacità, non sono in grado di impedire che da Gaza venga lanciato un semplice razzo.

Per cui la grande domanda è: la potenza militare basta a garantire la sicurezza? Per questo possiamo dire che quando Israele rifiuta l’offerta araba e palestinese di uno Stato di Palestina fondato sui confini del 1967, Israele perde una grande opportunità. Fra pochi anni una nuova generazione palestinese e nuove generazioni arabe potrebbero non accettare più queste condizioni, perché l’equilibrio dei poteri potrebbe non essere più a favore di Israele.

Alya R.: La mia domanda riguarda l’uso di mezzi violenti. Quando vengono usati mezzi violenti, inevitabilmente si provoca la sofferenza di persone innocenti, soprattutto bambini; non solo palestinesi, ma anche bambini israeliani. Lei cosa pensa dell’uso della violenza?

Meshal: Buona domanda. A noi non piace che ci siano vittime, soprattutto se donne e bambini, nemmeno da parte israeliana, anche se è stato Israele ad attaccare noi da principio. Ma sfortunatamente, il fatto che i nostri aggressori insistano con la repressione violenta porta sangue innocente sulle strade. Fin dal 1996, 12 anni fa, noi abbiamo proposto di escludere i bersagli civili dal conflitto (da ambo le parti). Israele non ha dato alcuna risposta. Se Israele insiste ad uccidere i nostri bambini, i nostri vecchi, le nostre donne e i nostri rappresentanti, a bombardare le case con le cannoniere, gli F16 e gli Apache, se Israele continua questi attacchi, ai palestinesi cosa resta da fare? Si stanno solo difendendo con i mezzi che possiedono. Se anche noi possedessimo missili intelligenti, non li lanceremmo mai se non contro bersagli militari. Ma i nostri missili e razzi sono molto primitivi. Per questo li utilizziamo secondo le loro capacità, per reagire alle atrocità di Israele. Non sappiamo esattamente che cosa colpiranno. Se avessimo missili intelligenti – e speriamo che qualche paese possa fornirceli – è certo che non prenderemmo di mira se non bersagli militari.  

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