L'AMORE SUL MAR ARTICO

A questo punto credo di poterlo dire: chi pensava che l’amministrazione Obama sarebbe stata una mera continuazione della politica dell’era Bush sotto le inedite spoglie “politically correct” di un presidente nero aveva compiuto una valutazione imprecisa. Ho aspettato diversi mesi prima di scriverlo, perché io stesso sospettavo che l’elezione di Obama non fosse altro che la solita operazione di facciata, in cui si muta la confezione affinché il contenuto rimanga lo stesso. Bene, credo ormai di poter dire che non era così. Con l’elezione di Obama i rapporti tra USA e Israele sono profondamente mutati; e cambiare i rapporti tra USA e Israele significa cambiare radicalmente faccia all’intera geopolitica internazionale. Ci aveva visto giusto Israel Shamir, i cui articoli ho tradotto e pubblicato nei mesi passati: Obama è sì l’ennesima “creatura” della lobby ebraica statunitense, come i suoi detrattori giustamente affermano. Costoro si dimenticano però di dire che quando parliamo di lobby e di Stati Uniti non parliamo di entità monolitiche che condividano, nella loro interezza, un rigoroso fine unitario. Esistono ramificazioni, devianze, scontri, rivalità, molteplicità ed inconciliabilità d’interessi all’interno di questi organismi ed è da questi contrasti interni che è nata la figura del nuovo presidente. Scriveva Shamir qualche mese fa che Obama rappresenta il trionfo dell’ala sinistra della lobby ebraica (che ha i propri interessi economici in territorio USA) sull’ala destra filoisraeliana che durante l’amministrazione Bush-Cheney aveva trasformato la politica estera americana in uno strumento di terrore globale totalmente asservito agli interessi israeliani. Gli attacchi dell’11 settembre 2001, organizzati e gestiti da elementi del Mossad e della CIA, con la stretta collaborazione di figure di primo piano dell’amministrazione USA, avevano segnato – con le loro conseguenze internazionali – la fase di massimo asservimento della politica statunitense ai diktat israeliani. Non è più così, e le evidenze del cambiamento di rotta sono ormai abbondanti. Alcune di esse sono recentissime e piuttosto clamorose.
Le ostilità tra le due ali della lobby israelo-americana divennero evidenti già subito dopo l’elezione di Obama, quando l’11 dicembre 2008 venne arrestato per bancarotta fraudolenta il finanziere ebreo Bernie Madoff. Il fallimento e l’arresto di Madoff, al di là della loro rilevanza di “monito”, misero in serie difficoltà economiche molti dei sostenitori dell’ala destra della lobby, riducendo all’osso le loro possibilità di finanziare politici di parte all’interno dell’amministrazione americana.
Poco prima dell’insediamento di Obama, Israele scatenò contro Gaza l’Operazione Piombo Fuso, una delle più atroci e sanguinarie azioni di sterminio mai progettate contro i palestinesi, con l’utilizzo di fosforo bianco e bombardamenti a tappeto contro la popolazione civile. Possiamo dire ora, con il senno del poi, che si trattò di un’azione dimostrativa rivolta non tanto a scongiurare l’inesistente rischio dei razzi di Hamas, ma a sottolineare l’intransigenza del governo israeliano riguardo la prosecuzione della consueta politica in Medio Oriente, con o senza l’approvazione dei nuovi inquilini della Casa Bianca.
Gli attacchi agli affari e all’immagine di Israele nel mondo si sono moltiplicati negli ultimi mesi, con l’arresto in New Jersey della rete di rabbini trafficanti in organi umani sotto l’egida d’Israele e con il riconoscimento della medaglia al valor militare ad uno dei superstiti della USS Liberty, la nave americana aggredita da forze militari israeliane nel 1967.
Uno degli ultimi “affronti” a Israele è stata la pubblicazione ad opera di Richard Goldstone, capo di una commissione d’indagine nominata dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, di un rapporto sui crimini di guerra compiuti da Israele durante l’Operazione Piombo Fuso (perfino la solitamente partigianissima Amnesty International ha definito quell’attacco contro i civili come “22 giorni di morte e distruzione”).
Il tentativo di affiancare ad Obama il cane da guardia USraeliano Joe Biden, per tenerlo sotto controllo, è fallito: le dichiarazioni di Obama e quelle di Biden, particolarmente riguardo all’Iran, sono quanto di più antitetico sia possibile immaginare. Già questo sarebbe sufficiente a rendere idea dello scontro in atto ai vertici della politica americana per ottenere finalmente un affrancamento degli USA dalla servitù sionista imposta al paese nell’ultimo decennio.
Ma gli eventi più clamorosi e significativi sono forse quelli relativi all’affare della Arctic Sea, la nave russa aggredita due mesi fa da non meglio identificati “pirati” e poi recuperata grazie ad un’azione congiunta delle forze americane e russe. La storia è inquietante e preoccupante:
Fortunatamente i piani dello stato “più democratico del Medio Oriente”, per questa volta, sono andati a monte. Un’azione congiunta delle forze navali russe e americane, avvenuta il 17 agosto, è riuscita a recuperare
“Una cosa poco nota al pubblico americano, ma risaputa nel resto del mondo, è che
Dopo il recupero della Arctic Sea e l’arresto dei dirottatori, il presidente israeliano Netanyahu si è precipitato a Mosca, furibondo, in quella che viene definita da fonti del Ministero degli Esteri russo come “un’infrazione senza precedenti ai protocolli internazionali”. Netanyahu ha cercato in tutti i modi di tenere segreto il proprio “blitz” a Mosca: il viaggio è stato compiuto lunedì 7 settembre con un jet privato israeliano ufficialmente diretto a Tbilisi, in Georgia, il quale però, non appena giunto nello spazio aereo russo, ha richiesto un “permesso urgente” per atterrare nella base aerea moscovita di Kubinka. Qui Netanyahu è stato ricevuto da alcuni allibiti ufficiali dell’FSB, nonché da rappresentanti diplomatici russi e israeliani, convocati d’urgenza. Nonostante le cautele, la notizia della spedizione di Netanyahu è trapelata sulla stampa israeliana: lo Yediot Achronot ha parlato della repentina spedizione del primo ministro, nonostante le fonti ufficiali continuassero a sostenere che l’improvvisa sparizione di Netanyahu il 7 settembre era dovuta alla sua presenza in una “installazione di sicurezza israeliana”. Il quotidiano Ha’aretz ha citato un “alto funzionario di Gerusalemme”, il quale avrebbe confermato la visita di Netanyahu a Mosca in compagnia di Meir Kalifi, ministro per gli Affari Militari e Uzi Arad, consigliere per
Secondo fonti ufficiose citate sempre dal sito www.whatdoesitmean.com, l’incontro fra Netanyahu e le autorità russe sarebbe stato a dir poco tempestoso. Netanyahu avrebbe richiesto, “furente”, la “restituzione immediata di tutti i documenti, l’equipaggiamento e gli agenti del Mossad” catturati nel corso dell’operazione russo-americana per liberare
Di sicuro sembra che il rifiuto di Medvedev sia costato caro alla Russia: dopo l’azione di recupero della Arctic Sea, il territorio russo è stato funestato da una serie di attacchi terroristici che hanno provocato finora un centinaio di morti. Il 17 agosto (lo stesso giorno del ritrovamento e della liberazione della Arctic Sea e del suo equipaggio) un attentato alla centrale idroelettrica di Sayano-Shushenskaya ha provocato una disastrosa inondazione con almeno 75 vittime; il 12 settembre un “attentatore ceceno” si è fatto esplodere presso una stazione di polizia a Grozny, provocando la morte di due agenti e il ferimento di almeno altre tre persone. Ma l’incidente politicamente più grave è stato l’attacco alla base aerea di Tambov, in cui sono conservati alcuni dei documenti segreti più importanti dell’intelligence russo. Un “commando” non meglio precisato ha attaccato la base la notte del 13 settembre, prendendo di mira simultaneamente 3 torrette di guardia poste a protezione del bunker sotterraneo e uccidendo 3 guardie Spetsnaz del GRU e due ufficiali. In meno di 15 minuti i membri del commando sono riusciti a penetrare nell’installazione, disattivare il sistema antincendio e attaccare il bunker in cui erano contenuti i file segreti con ordigni incendiari. Secondo alcune fonti, nella base sarebbero stati conservati i file russi riguardanti gli eventi dell’11 settembre 2001. L’agenzia di stampa RIA Novosti riferisce:
“L’incendio scoppiato presso la sede del Direttorato dell’Intelligence Russa è avvenuto durante la notte e ha riguardato un’area di
Questa ondata di attacchi terroristici, che ha fatto seguito all’inaudita alleanza russo-statunitense per sventare un piano dell’intelligence israeliana, sembra aver generato un ulteriore avvicinamento tra le autorità di Washington e quelle di Mosca. E’ del 16 settembre la notizia di un colloquio tra Putin, Obama e il primo ministro canadese Harper, volto a fronteggiare una “emergenza senza precedenti” generata da una politica israeliana “finita totalmente fuori controllo”. La riunione è stata convocata dopo che Israele aveva interrotto tutti i negoziati con l’inviato di Obama, George Mitchell, a seguito della pubblicazione del già citato rapporto di Richard Goldstone sui crimini commessi da Israele durante l’operazione Piombo Fuso. La situazione è stata resa ancora più preoccupante dalle dichiarazioni rilasciate alla Reuters dall’ex ministro della difesa israeliano Ephraim Sneh (alleato del leader dell’opposizione israeliana, Tzipi Livni, che Netanyahu ha sconfitto alle scorse elezioni) secondo il quale sarebbe imminente un attacco di Israele alle installazioni nucleari iraniane nel caso in cui Stati Uniti ed Europa non si decidessero ad inasprire le sanzioni contro
E’ nel corso di questi colloqui che Obama ha acconsentito, a sorpresa, a rinunciare allo “scudo” missilistico che, nelle intenzioni dell’amministrazione Bush-Cheney, avrebbe dovuto essere posizionato in Polonia e Repubblica Ceca allo scopo di “circondare”
Putin, dal canto suo, ha dichiarato di rinunciare al progetto di una nuova supervaluta che avrebbe dovuto sostituire il dollaro negli scambi internazionali, riposizionando le proprie richieste sulla domanda di una pluralità di valute accanto al dollaro. Putin – per mezzo del Ministro delle Finanze russo, Alexei Kudrin - ha inoltre rinunciato alla causa da 22 miliardi di dollari intentata alla Bank of New York, di proprietà della famiglia Mellon, accontentandosi di una cifra simbolica per le “spese processuali”, pari a 14 milioni di dollari. La causa contro
Come si vede, i colloqui russo-americani hanno dato luogo a risultati di notevole rilievo in tempi brevissimi, il che non può non far pensare ad un’alleanza tattica o strategica per fronteggiare una minaccia comune. Un diplomatico russo che ha voluto restare anonimo avrebbe dichiarato: “Mai nel corso della storia avevo visto così tante e profonde divergenze tra noi e gli americani appianarsi in un tempo così breve... e di questo dobbiamo ringraziare Israele”. Se davvero (ma lo si prenda con tutte le cautele possibili) dietro questi accordi ci fosse la necessità di fare fronte comune contro una politica israeliana finita fuori controllo, staremmo senz’altro assistendo al più rivoluzionario rivolgimento di politica internazionale degli ultimi 40 anni. In ogni caso se l’idea di un Obama “salvatore del mondo” continua ad essere sciocca ed ingenua, penso che anche quella di un Obama mero “continuatore” del progetto neocon con mezzi più subdoli sia da mettere definitivamente in soffitta di fronte a questi avvenimenti. A meno che, naturalmente, la progettualità fraudolenta dei padroni del mondo non si muova per strade così tortuose ed astute da rendersi irriconoscibile anche all’analisi più disincantata.
HANNIBAL L'EBREO

IL RITORNO DEI LADRI DI CADAVERI
di Israel Shamir
dal sito www.israelshamir.net
traduzione di Gianluca Freda
Nel film d’azione turco “La valle dei lupi” un medico ebreo-americano nella prigione di Abu Ghraib estrae delicatamente un rene da un prigioniero arabo vivo e sofferente e lo depone in un pacchetto speciale con l’etichetta “per Tel Aviv”, rafforzando in questo modo l’eterno legame di amicizia tra Stati Uniti e Israele. La vita reale imita il cinema, come abbiamo potuto apprendere dalla terribile storia dei giovani palestinesi rapiti dall’esercito più morale del mondo, quello di Israele, per estrarre i loro organi interni, secondo quanto pubblicato da uno dei più importanti giornali svedesi [vedi traduzione dell’articolo qui sotto].
Donald Boström, fotografo svedese che nel 1992 aveva lavorato nella West Bank, ha ricevuto da un funzionario delle Nazioni Unite una soffiata con cui lo si invitava a seguire la scia di sangue di certi soldati israeliani, che avevano rapito alcuni giovani palestinesi per poi restituire, cinque giorni dopo, i loro cadaveri “con una cicatrice da taglio che andava dall’addome fino al mento”. Le loro famiglie di Gaza e della West Bank pensano di sapere con esattezza che cosa è successo: “I nostri figli sono stati usati come donatori d’organi non volontari; sono scomparsi per alcuni giorni solo per essere restituiti, nel cuore della notte, morti e con i segni dell’autopsia. Perché hanno trattenuto per cinque giorni i loro corpi, prima di permetterci di seppellirli? Che è successo ai loro corpi in questo intervallo? Perché conducono autopsie contro la nostra volontà, quando la causa della morte è ovvia? Perché restituiscono i loro cadaveri durante la notte? Perché lo fanno con la scorta militare? Perché tutta la zona è stata isolata durante i funerali? Perché è stata interrotta l’energia elettrica?”
Queste domande continuavano a perseguitare Boström. Egli ha così scattato alcune terribili fotografie dei cadaveri restituiti. Come Vanunu, è riuscito a portare le sue riprese all’estero. Di ritorno in Svezia, ha offerto la sua storia al Dagens Nyheter, un giornale liberale che, incidentalmente, è di proprietà della famiglia ebrea Bonnier. DN ha rifiutato la pubblicazione. La storia è così rimasta nascosta finché un giornale socialdemocratico, l’Aftonbladet, ha deciso di concederle spazio.
La reazione degli israeliani è stata isterica. Il paese rischia di farsi esplodere le budella dalla rabbia. Sulle autorità svedesi sono state esercitate forti pressioni per ottenere una condanna del giornale, una punizione dell’autore dell’offesa e un’implorazione di perdono. L’ambasciatore svedese a Tel Aviv, membro della ricca e influente famiglia ebraica dei Bonnier che incidentalmente possiede la maggior parte dei giornali, delle reti Tv e dei cinema svedesi, ha espresso il suo “sconcerto e disapprovazione” su un apposito sito web. Ma la sua pronta accettazione del diktat di Tel Aviv è andata a vuoto. Il governo svedese ha sconfessato la sua interferenza con la libertà di stampa del paese; gli editori dell’Aftonbladet hanno insistito sul proprio diritto di dire ciò che ritengono opportuno e hanno richiesto un’indagine internazionale.
Carl Bildt, ministro degli esteri svedese, è rimasto turbato dal proposito israeliano di cancellare le visite programmate e ha già scritto in un blog che “articoli come questo possono provocare antisemitismo e l’istigazione è contro le leggi svedesi”. Tuttavia le sue lagne sono state minori di quanto Netanyahu e Lieberman avessero richiesto, mentre l’indomito responsabile culturale di Aftonbladet, Åsa Linderborg, vero eroe di questo dramma, ha inviato due suoi corrispondenti sulla scena del delitto. Costoro hanno confermato le scoperte di Boström. Impreparata a tanta risolutezza, la rabbia e l’isteria di Tel Aviv si è rapidamente placata, trovandosi davanti il fronte compatto dell’opinione pubblica svedese.
Esprimere “sdegno per le solite vecchie panzane” è più facile che rispondere alle domande poste da Boström. I fatti sono orribili e le accuse non sono nuove. Esistono troppi rapporti di avvenimenti similari, al di là di quelli riportati dall’Aftonbladet. I membri della Knesset Ahmed Tibi e Hashem Mahmid avevano già accusato l’istituto di medicina forense Abu Kabir di prelevare organi interni dai cadaveri dei palestinesi. Avevano affermato che alcuni medici palestinesi si erano lamentati per aver ricevuto i cadaveri dei loro morti privi di organi. I giornali israeliani avevano riferito che nel 2007 tre teenager palestinesi erano stati uccisi vicino a Khan Younes, nella striscia di Gaza, e i loro corpi erano stati restituiti ai genitori sei giorni dopo pieni di tagli e di lividi. Spesso Israele non restituisce neppure i cadaveri dei palestinesi alle loro famiglie ma li fa seppellire in un cimitero segreto. Questo genera ulteriori sospetti.
Peggio ancora, tutto sembra far parte di un progetto più vasto.
In ogni parte del mondo, Israele e gli israeliani sono coinvolti nel traffico di carne umana, questa moderna forma di cannibalismo. Oltre al caso del cartello del New Jersey, citato nell’articolo di Boström, ce ne sono molti altri.
- - Turchia: un professore israeliano, Zaki Shapira, è stato arrestato dalle autorità turche perché sospettato di aver estratto parti di ricambio a cittadini turchi vivi, come riportato dal Jerusalem Post, giornale notoriamente antisemita.
- - Sudafrica: un altro giornale antisemita, il New York Times, ha riferito di un’organizzazione israeliana dedita al traffico d’organi operante fra Sudafrica e Brasile.
- - Brasile: un ufficiale israeliano, Gedalya Tauber, è stato arrestato per aver convinto alcuni disperati a separarsi da parti del proprio corpo. Ha pure vuotato il sacco sulle attività di questo tipo gestite dai suoi connazionali.
- - Ucraina: Il Jerusalem Post ha riferito dell’arresto di “un cartello dedito al traffico d’organi illegale” che offriva viaggi aerei in Ucraina a donatori e destinatari.
Nella maggior parte dei casi, medici, trafficanti, spacciatori e destinatari degli organi erano tutti israeliani, poiché lo stato ebraico è l’unico paese del mondo in cui il trapianto di organi ottenuti illegalmente sia finanziato dallo Stato, con medici regolarmente assunti per eseguirlo, secondo quanto riportato da Ha’aretz. Il passo successivo era l’evoluzione delle reti internazionali dedite a questo tipo di commercio. Gli ebrei si trovano in ottima posizione per dedicarsi a questo sordido business: esistono moltissimi medici israeliani, molti legami fra le comunità ebraiche nei diversi paesi e le inibizioni morali sono assai scarse.
Questa assenza di inibizioni morali ha spinto un noto rabbino della Chabad, Yitzhak Ginzburgh, a concedere agli ebrei il beneplacito religioso a sottrarre il fegato ad un goy anche senza il suo consenso. Egli ha affermato che “un ebreo ha diritto di estrarre il fegato da un goy se ne ha necessità, perché la vita di un ebreo ha più valore di quella di un goy, così come la vita di un goy ha più valore di quella di un animale”.
Gli israeliani di oggi hanno dimenticato la loro fede, ma hanno conservato questa mancanza di inibizioni. Un giornale d’affari israeliano, The Marker, ha pubblicato l’opinione di un avvocato israeliano che giustificava il traffico d’organi poiché “gli organi non sono che beni, dunque possono essere venduti e acquistati come qualunque altro bene sul mercato”.
La distanza tra acquistare un rene e sottrarlo non è poi molta: se “gli organi non sono che beni”, è sicuramente ammissibile sottrarli ai palestinesi, così come è “ammesso” espropriarli degli ulivi secolari durante la costruzione del Muro.
Indignarsi è facile, ma non è altrettanto facile dimostrare che gli israeliani, i quali non esitano a spezzare braccia e gambe agli scolari palestinesi e a bombardarli col napalm, siano in grado di trattenersi dal fare profitti con gli organi interni dei palestinesi. La richiesta di un’indagine internazionale avanzata dall’Aftonbladet è ragionevole: se gli israeliani non hanno fatto nulla di male (a parte massacrare centinaia di persone) non hanno nulla da temere da un’inchiesta. Ma Israele aveva già rifiutato alla commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite di visitare Jenin dopo il massacro del 2002 e Gaza dopo il massacro del 2009.
Per Israele il lato più irritante di questa faccenda è la breccia che si è aperta nel muro. Non parlo del mostruoso Muro di Sharon, che protegge il più grande ghetto ebraico del Medio Oriente, ma del muro dei media da cui è protetto oltreoceano. Gli ebrei si sono comprati i media di ogni parte del mondo non certo per divertirsi, e nemmeno per profitto, ma per l’influenza che essi esercitano sulle menti. E’ il caso della Svezia, dove i membri dell’esigua comunità ebraica possiedono giornali, riviste, case editrici e perfino
I rappresentanti di Israele si fanno in quattro per tenere sotto controllo le notizie provenienti dal Medio Oriente. Qualche anno fa, la rivista della sinistra radicale Ordfront pubblicò un ponderato articolo di Johannes Wahlström, Il regime israeliano controlla i media svedesi, in cui si parlava dei legami di Israele con la stampa svedese, di funzionari israeliani che si recano dagli editori e dai corrispondenti dei giornali svedesi. In quello stesso articolo Donald Boström accennava alla terribile storia che avrebbe voluto raccontare, ma che non riusciva a penetrare il muro della censura filoisraeliana dei media svedesi.
Israele non è il solo paese sospettato di tali nefande attività. Carla Del Ponte, procuratore capo del Tribunale dell’Aia per i crimini nei Balcani, scrisse nel 2008 nel suo libro La caccia: io e i criminali di guerra che sotto l’egida dell’Esercito di Liberazione del Kosovo, alleato della NATO e degli USA, centinaia di giovani prigionieri serbi erano stati trasportati in camion dal Kosovo verso il nord dell’Albania, dove avevano subìto l’espianto degli organi. Alcuni prigionieri erano stati ricuciti dopo l’asportazione dei reni, fino al momento in cui erano stati uccisi per prelevare altri organi vitali. Carla Del Ponte aveva visto i locali in cui venivano eseguiti questi espianti chirurgici e aveva incontrato alcune delle persone coinvolte, una delle quali aveva “eseguito personalmente una consegna di organi” all’aeroporto albanese per la spedizione all’estero.
Tuttavia le accuse di Carla Del Ponte contro gli albanesi non avevano provocato tanto baccano, nessuno l’aveva accusata di essere “antialbanese”, né a lei sarebbe importato granché se qualcuno lo avesse fatto, poiché è perfettamente legittimo essere anti-chi-si-vuole, purché non si sia anti-ebrei. Gli ebrei possiedono l’arma poderosa dell’etichetta di “antisemitismo”. O forse no?
E’ possibile che lo spauracchio dell’antisemitismo, così utile a Israele, non funzioni più come una volta? Sì, è possibile. Il discorso di Obama al Cairo apparentemente non ha avuto conseguenze immediate; Obama ha cercato di fare pressione su Israele affinché congelasse gli insediamenti, ma invano. Ha fallito? E’ troppo presto per giudicare, come avrebbe detto Zhou Enlai. Simili cambiamenti raramente si verificano con un tocco di bacchetta magica... invece richiedono tempo. Le recenti pubblicazioni sulla gang di ebrei criminali del New Jersey, gli attacchi alla Goldman Sachs, le medaglie a Mary Robinson e Desmond Tutu, il premio conferito a Felicia Langer, il collasso in Francia del partito socialista filoebraico e l’apparizione di un partito antisionista, l’articolo di Boström sull’Aftonbladet, sono tutti piccoli avvenimenti separati, ma messi insieme danno la sensazione che vi sia un cambiamento in arrivo. Svedesi, francesi, tedeschi e perfino i cittadini del New Jersey non hanno più paura che Washington gli arrivi addosso come un siluro in difesa dei sionisti, come sarebbe avvenuto nei giorni di George W. Bush. Obama ha anche rifiutato di nominare un nuovo commissario contro l’antisemitismo.
Questo pensiero spaventa il governo di Tel Aviv più di ogni altra cosa. Se oggi permettono agli svedesi di farla franca, domani arriverà qualcun altro, e allora la paura degli ebrei verrà consegnata alla categoria delle paure umane senza fondamento, come la paura dei topi.
Secondo finale
Cosa più importante, lo sdegno di Israele è la prova che – nonostante l’approvazione dei Cabbalisti radicali e dei neoliberisti – l’espianto di organi umani è una cosa mostruosa e immorale, troppo vicina al cannibalismo, e noi tutti lo sappiamo bene. Sì, è spaventoso che i soldati israeliani strappino reni ai palestinesi per poi ucciderli subito dopo. Ma sarebbe altrettanto spaventoso se un gentile dottore espiantasse un rene a un meccanico di Detroit la cui casa sia stata confiscata da un educato banchiere, o ad un operaio ucraino licenziato da un distinto oligarca, o a un contadino indiano che deve pagare il suo debito con
Qui di seguito la traduzione del celebre articolo pubblicato su uno dei principali giornali svedesi.
SACCHEGGIATI GLI ORGANI DEI NOSTRI FIGLI
di Donald Boström
Traduzione di Micaela Marri per www.comedonchisciotte.org
Mi potreste chiamare un “mediatore”, ha detto Levy Izhak Rosenbaum, di Brooklyn, negli USA, in una registrazione segreta con un agente dell’FBI, che credeva fosse un cliente. Dieci giorni dopo, verso la fine del luglio scorso, Rosenbaum è stato arrestato ed è stato rivelato un grosso affare di riciclaggio e di traffico illegale di organi, stile “I Soprano”. L’attività di intermediazione di Rosenbaum non aveva niente a che fare con il romanticismo. Consisteva solo nell’acquisto e nella vendita di reni da Israele sul mercato nero. Rosenbaum dice che compra i reni a 10 000 dollari dalle persone indigenti. Poi procede a vendere gli organi ai pazienti disperati negli Stati Uniti a 160 000 dollari. Le accuse hanno scosso l’attività dei trapianti in America. Se corrispondono a verità, vuol dire che il traffico di organi è stato documentato per la prima volta negli USA, dicono gli esperti al New Jersey Real-Time News.
Alla domanda sul numero di organi che ha venduto, Rosenbaum risponde: “Davvero molti. E non ho mai fatto fiasco”, dice vantandosi. L’attività va avanti da parecchio tempo. Francis Delmonici, professore di chirurgia dei trapianti a Harvard e membro del consiglio di amministrazione della National Kidney Foundation, dice allo stesso quotidiano che il traffico di organi, simile a quello riportato da Israele, esiste anche in altre parti del mondo. Secondo Delmonici da
I paesi sospettati di queste attività sono il Pakistan, le Filippine e
Israele è stato più volte nel mirino per i suoi modi non etici di gestione degli organi e dei trapianti.
La metà dei reni trapiantati sugli Israeliani dall’inizio del 2000 sono stati acquistati illegalmente dalla Turchia, dall’est europeo o dall’America latina. Le autorità sanitarie israeliane hanno la piena consapevolezza di questa attività ma non fanno niente per fermarla. Durante una conferenza nel 2003 è stato dimostrato che Israele è l’unico paese occidentale con una professione medica che non condanni il traffico illegale di organi. Il paese non prende provvedimenti legali contro i medici che partecipano a questo business illegale – al contrario, secondo il [quotidiano svedese] Dagens Nyheter i funzionari sanitari delle grandi strutture ospedaliere di Israele sarebbero coinvolti nella maggior parte dei trapianti illegali (5 dicembre 2003).
Nell’estate del 1992 Ehud Olmert, allora ministro della sanità, ha cercato di affrontare la questione dell’insufficienza di organi lanciando una grande campagna finalizzata all’inserimento del pubblico israeliano nel registro dei donatori di organi. Sono stati distribuiti mezzo milione di volantini nei quotidiani locali. Lo stesso Ehud Olmert è stato il primo a firmare. Un paio di settimane dopo, il Jerusalem Post ha riferito che la campagna era stata un successo. Non meno di 35 000 persone avevano firmato. Prima della campagna ce ne sarebbero state di norma 500 al mese. Tuttavia nello stesso articolo, il cronista Judy Siegel ha scritto che il divario tra la domanda e l’offerta era ancora grande. C’erano 500 persone in lista per il trapianto del rene, ma sono stati possibili solo 124 trapianti. Delle 45 persone in attesa di un fegato, solo tre sono potute essere operate in Israele.
Mentre la campagna era in corso, sono iniziati a scomparire dei giovani palestinesi dai villaggi della Cisgiordania e di Gaza. I soldati israeliani li riportavano morti dopo cinque giorni, con i corpi squarciati.
Le notizie dei corpi terrorizzavano la popolazione dei territori occupati. C’erano voci di un notevole aumento delle scomparse di ragazzi giovani, e dei conseguenti funerali notturni dei corpi sottoposti ad autopsia.
Ero in quella zona in quel momento, stavo preparando un libro. In svariate occasioni sono stato interpellato dai membri del personale dell’ONU preoccupati per gli sviluppi. Le persone che mi contattavano dicevano che il furto di organi avveniva sicuramente, ma che gli era impedito di intervenire in alcun modo. In occasione di un incarico da parte di una rete di emittenti televisive mi sono poi spostato per intervistare un grande numero di famiglie palestinesi in Cisgiordania e a Gaza – incontrando genitori che mi hanno raccontato come erano stati espiantati gli organi dei loro figli prima che fossero stati uccisi. Un esempio [delle persone] che ho incontrato in questo macabro viaggio è il giovane lanciatore di sassi Bilal Achmed Ghanan.
Era quasi mezzanotte quando è risuonato il rombo dei motori da una colonna militare israeliana dalla periferia di Imatin, un piccolo villaggio nelle parti settentrionali della Cisgiordania. I duemila abitanti erano svegli. Stavano immobili, aspettavano, come ombre silenziose nella notte, alcuni stavano stesi sui tetti, altri erano nascosti dietro le tende, i muri, o gli alberi, che fornivano protezione durante il coprifuoco pur offrendo una visuale completa di quella che sarebbe diventata la tomba del primo martire del villaggio. I militari avevano interrotto la corrente elettrica e l’area era ora una zona militarizzata isolata – neanche un gatto avrebbe potuto muoversi all’esterno senza rischiare la pelle. L’opprimente silenzio nel buio della notte era interrotto solo da qualche pianto sommesso. Non ricordo se tremavamo per il freddo o per la tensione. Cinque giorni prima, il 13 maggio 1992 un reparto speciale dell’esercito israeliano aveva usato la falegnameria del villaggio per un’imboscata. La persona che erano stati incaricati di fare fuori era Bilal Achmed Ghanan, uno dei giovani palestinesi che lanciano sassi e che rendevano difficile la vita dei soldati israeliani.
Come uno dei principali lanciatori di sassi, Bilal Ghanan era stato ricercato dai militari per un paio d’anni. Insieme ad altri ragazzi lanciatori di sassi si era nascosto sulle montagne intorno alla città Nablus, senza un tetto sopra la testa. Per questi ragazzi essere presi voleva dire tortura e morte – dovevano rimanere sulle montagne a tutti i costi.
Il 13 maggio Bilal ha fatto un’eccezione quando, per qualsivoglia ragione camminava non protetto vicino alla falegnameria. Neanche il suo fratello maggiore Talal sa perché ha corso questo rischio. Forse i ragazzi erano rimasti senza cibo e avevano bisogno di fare rifornimento.
Per il reparto speciale israeliano è andato tutto secondo i piani. I soldati hanno spento le sigarette, hanno messo da parte le loro lattine di Coca-Cola e hanno mirato con calma attraverso la finestra rotta. Quando Bilal era abbastanza vicino hanno dovuto solo premere il grilletto. Il primo colpo l’ha colpito al petto. Secondo gli abitanti del villaggio che sono stati testimoni dell’incidente gli avrebbero successivamente sparato un colpo a ciascuna gamba. Allora due soldati sono corsi fuori dalla falegnameria e hanno sparato a Bilal allo stomaco. Infine l’hanno afferrato per i piedi e l’hanno trascinato su per i venti gradini di pietra della scalinata della falegnameria. Gli abitanti del villaggio dicono che c’erano persone sia dell’ONU che della Red Crescent (Mezzaluna Rossa) nelle vicinanze che hanno sentito i colpi e che sono accorsi in cerca di feriti da soccorrere. Ci sarebbero state delle divergenze su chi avrebbe dovuto prendersi cura della vittima. Le discussioni si sono concluse quando i soldati israeliani hanno caricato Bilal gravemente ferito, su una Jeep portandolo alla periferia del villaggio, dove l’attendeva un elicottero militare. Il ragazzo è stato portato in una destinazione sconosciuta alla sua famiglia. È ritornato cinque giorni dopo, morto e avvolto in un tessuto verde ospedaliero.
Un abitante del villaggio ha riconosciuto il capitano Yahya, che era a capo della colonna militare che ha trasportato Bilal dal centro per le autopsie di Abu Kabir, fuori da Tel Aviv, al suo luogo finale di riposo. “Il capitano Yahya è il peggiore di tutti”, mi ha sussurrato nell’orecchio l’abitante del villaggio. Dopo che Yahya ha scaricato il corpo e ha sostituito il lenzuolo verde con un altro di cotone leggero, i soldati hanno scelto alcuni uomini tra i familiari della vittima per scavare [la fossa] e impastare il cemento.
Insieme ai rumori delle pale si potevano sentire le risate dei soldati che si raccontavano le barzellette mentre aspettavano di tornare a casa. Quando Bilal è stato sepolto gli è stato scoperto il petto. È stato subito chiaro per le poche persone presenti il genere di abuso che aveva subito il ragazzo. Bilal non è certo il primo giovane palestinese ad essere stato sepolto con uno squarcio dall’addome al mento.
Le famiglie in Cisgiordania e a Gaza erano certe di sapere esattamente quello che era successo: “i nostri figli vengono usati come donatori non volontari di organi”, mi hanno detto i parenti di Khaled di Nablus, come ha fatto anche la madre di Raed della città di Jenin e gli zii di Machmod e Nafes di Gaza, che erano tutti scomparsi per un certo numero di giorni, e che sono ritornati di notte, morti, dopo un’autopsia.
Perché tengono le salme fino a cinque giorni prima di lasciarcele seppellire? Che succedeva ai corpi in quel lasso di tempo? Perché fanno le autopsie contro la nostra volontà, quando la causa del decesso è ovvia? Perché restituiscono le salme di notte? Perché viene fatto con le scorte militari? Perché l’area viene isolata durante il funerale? Perché tolgono l’elettricità? Lo zio di Nafe era sconvolto e aveva tante domande.
I parenti dei Palestinesi morti non nutrivano più alcun dubbio sul motivo delle uccisioni, ma il portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che le accuse di furto di organi erano menzogne. Ha detto che tutte le vittime palestinesi vengono sottoposte ad autopsia di routine. Bilal Achmed Ghanem è stato uno dei 133 Palestinesi rimasti uccisi in vario modo quell’anno. Secondo le statistiche palestinesi le cause dei decessi erano: colpito con arma da fuoco per strada, esplosione, gas lacrimogeno, investito intenzionalmente, impiccato in prigione, colpito con arma da fuoco a scuola, ucciso mentre era a casa, eccetera. Le 133 persone avevano da quattro mesi a 88 anni. Solo la metà di queste, 69 vittime, sono state sottoposte all’autopsia. La routine dell’autopsia per i Palestinesi uccisi, di cui parlava il portavoce dell’esercito, non ha riscontri con la realtà nei territori occupati. Gli interrogativi rimangono.
Sappiamo che Israele ha una grande necessità di organi, che c’è un grosso traffico illegale di organi che va avanti da molti anni, che le autorità ne sono al corrente e che i medici con posizioni dirigenziali nelle grandi strutture ospedaliere partecipano [al traffico illegale] insieme ai pubblici funzionari a vari livelli. Sappiamo inoltre che sono scomparsi dei giovani palestinesi, che sono stati riportati dopo cinque giorni, di notte, in assoluta segretezza, e ricuciti dopo aver subito un’incisione dall’addome al mento.
È il momento di fare chiarezza su questo affare macabro, di fare luce su quello che sta succedendo e su quello che si è verificato nei territori occupati da Israele dall’inizio dell’Intifada.
fonte: www.aftonbladet.se
ATTRAZIONE LETALE

EBREI IN PRIMA PAGINA
Un segno che gli USA sono ufficialmente in guerra con lo stato ebraico?
di Mark Glenn
dal blog The Ugly Truth
traduzione di Gianluca Freda
Un vecchio adagio recita: “Anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno”; il che (per quanto impossibile possa sembrare) vale anche per quegli individui irrazionali e mentalmente disturbati della comunità suprematista ebraica, la cui 1ª, 2ª, 3ª e 4ª risposta a qualsiasi domanda, passata, presente, futura e a prescindere dall’argomento in discussione, è sempre “antisemitismo”.
In questo caso la lettura di questo trito orologio a cucù, che sembra non azzeccarne mai una, coincide con l’ormai tristemente celebre arresto di 5 rabbini del New Jersey, beccati a occuparsi delle ordinarie attività di Kosher Nostra - vale a dire riciclaggio di denaro, estorsione, corruzione di pubblici ufficiali e traffico di organi umani – e con l’accusa partita da certi soggetti in Israele secondo la quale questi arresti eccellenti compiuti dall’FBI sarebbero parte di un “progetto antisemita” studiato per far capire agli americani che essi stanno recitando collettivamente il ruolo interpretato dall’attore Michael Douglas nel film Attrazione Fatale, che finisce a letto con una donna folle, capace di fare qualunque cosa per ottenere ciò che vuole.
In un articolo comparso sul Jerusalem Post e intitolato “La retata dell’FBI è stata un esempio di antisemitismo”, Yitzhak Kakun, editor-in-chief di Yom Le’Yom, il periodico settimanale del partito israeliano ultraortodosso Shas, affermava: “C’è dell’antisemitismo dietro l’arresto, fortemente pubblicizzato, dei rabbini di New York e del New Jersey avvenuto la scorsa settimana... Si ha la sensazione che l’FBI abbia cercato di proposito di arrestare quanti più rabbini possibile in una sola volta nel tentativo di umiliarli”.
Andando avanti, “orologio rotto” Yitzhak affermava poi che “a prescindere dai dettagli del caso, non vedrete mai l’FBI e
Ovviamente l’editore di tale pubblicazione non ha prestato attenzione al quotidiano schiamazzare dei media americani, dove i preti pedofili e Ahab l’Arabo Cattivo sono stati sulle prime pagine dei giornali per tutti gli ultimi 8 anni.
Tuttavia l’ultima parte, quella in cui si dice che l’amministrazione Obama starebbe cercando di “alimentare” sentimenti antisemiti contro gli ebrei, non è così inverosimile come alcuni potrebbero pensare, il che non significa che chi si prende gioco di simili affermazioni non abbia ragione a farlo. Gli ebrei e il loro strillazzare in ogni occasione di “antisemitismo”, di Olocausto, di Hitler, di camere a gas, di armi di distruzione di massa puntate contro il povero Israele indifeso e tutto il resto, sono divenuti l’incarnazione collettiva del ragazzo che gridò così tanto al lupo che a un certo punto la gente smise di credere a qualunque cosa egli dicesse.
Detto questo però, riguardo alla tesi secondo la quale l’”antisemitismo” starebbe alla base di questi arresti di alto livello, la verità è che l’autore dell’articolo ha probabilmente ragione, anche se solo accidentalmente. Il fatto che questi arresti, fra tutti i momenti possibili, siano avvenuti proprio ora, dopo che sui personaggi in questione si indagava da così tanto tempo, non può essere liquidato come una coincidenza o come un concorso di circostanze. L’arresto degli Uomini in Nero, avvenuto in maniera così pubblicizzata e a ridosso dell’altrettanto celebre caso Bernie Madoff, in un momento in cui gli americani iniziano a sentire la stretta della crisi economica, è casuale quanto il tuono che segue il fulmine.
Altrettanto dicasi per l’elemento che è stato al centro di tutta la vicenda: il traffico di organi umani...
E’ noto che per gli americani le storie di riciclaggio di denaro o di corruzione fanno tanto notizia quanto il classico “cane che morde un uomo”. Sono così diffuse al giorno d’oggi che i media non le degnano neanche più di attenzione.
Ma le notizie riguardanti il traffico di organi umani lasciano ancora sulla coscienza collettiva di ogni consumatore d’informazione americano, fosse anche il più pigro e disinteressato, un marchio permanente come quello che nella Bibbia viene imposto a Caino per aver assassinato suo fratello Abele.
Non c’è modo di “tornare indietro” da una cosa del genere. Nessuna normale attività fra quelle svolte dagli ebrei riuscirà mai a cancellare questa immagine dalla coscienza collettiva di coloro che con essa sono venuti a contatto. Coloro che hanno ricevuto una zaffata dell’odore nauseante di un telegiornale in cui veniva presentato un rabbino armato, membro di un cartello criminale internazionale con sede in Israele, che rapisce persone e le deruba dei propri organi interni, non potranno mai più allontanare quest’odore dalle proprie narici. Le immagini mediatiche degli Uomini in Nero trascinati in catene dall’FBI per un’accusa mostruosa come questa, richiama alla memoria la terribile scena de Il silenzio degli innocenti in cui Hannibal Lekter, interpretato da Anthony Hopkins, descrive i suoi modi preferiti di mangiare gli organi interni delle sue vittime. Di nuovo, non bisogna fare l’errore di pensare che in un’era in cui l’informazione è strettamente controllata e gestita fin nei minimi dettagli tutto questo sia casuale.
In sostanza, è possibile ritenere che i poteri che dominano attualmente gli Stati Uniti – o almeno alcuni elementi interni a quei poteri – siano entrati ufficialmente in guerra con lo Stato Ebraico e che questa vicenda – insieme a quella che ha per protagonista Bernie Madoff e a molte altre che arriveranno probabilmente nel futuro – non siano altro che le cannonate a salve che aprono questa guerra. Gli anni in cui i tutori dell’ordine erano costretti a restarsene seduti senza far nulla mentre parassiti al soldo di interessi ebraici antiamericani si intrufolavano nelle infrastrutture degli Stati Uniti stanno per finire, e non è mai troppo presto. Si può star certi che la storia del traffico d’organi è solo la prima di molte in quella che sarà una vera e propria operazione “shock and awe” e che farà capire al pubblico americano a che razza di gente avesse affidato la sua vita, la sua libertà e la sua ricerca di felicità.
Coloro che si grattano la testa meravigliati, domandandosi perché mai gli Stati Uniti dovrebbero all’improvviso dare il benservito alla loro amante ebrea (proprio come fa Dan Gallagher, il personaggio interpretato da Michael Douglas in Attrazione fatale), si accorgeranno che il mosaico non è poi così difficile da ricostruire. L’”amicizia” fra Stati Uniti e Israele, nonostante le manifestazioni apparentemente sincere (qualcuno potrebbe dire servilmente sincere) da parte americana, è sempre stata per l’America un’amicizia di necessità, non necessariamente fondata su una disposizione d’animo genuinamente amicale. L’America aveva bisogno di petrolio e voleva assicurarsi che i sovietici non potessero fare nulla per ostacolarli. Israele è servito a questo scopo, finché la minaccia è esistita.
Ora però che la minaccia sovietica è sparita, l’utilità di Israele come base di operazioni da cui far muovere la potenza americana è andata a farsi benedire. Peggio ancora, lo Stato Ebraico, proprio come un’amante, è diventato esigente, irrazionale e pericoloso, similmente a ciò che accade al personaggio di Alex Forrest in Attrazione fatale. Così come Alex Forrest si dava ad atti di terrorismo cercando di trasformare in realtà i suoi sogni di vita e di amore con il nuovo amante, prima presentandosi a casa sua e parlando con la moglie, poi distruggendogli la macchina, mettendogli in pentola il coniglio e infine sequestrando sua figlia, così anche Israele ha finito per adottare tattiche simili nei confronti degli Stati Uniti.
Comunque, per grave che sia il coinvolgimento diretto di Israele negli attentati dell’11/9, negli attacchi all’antrace, nei disastri in Iraq e Afghanistan, nella gigantesca rete di spionaggio organizzata sul suolo americano, tutto questo impallidisce di fronte a ciò che è avvenuto lo scorso 11/9/2008, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, quando l’amante ha progettato la dissoluzione economica degli Stati Uniti, come descritto dal repubblicano Paul Kanjorski nel corso di un’intervista alla C-Span. Per gli ambienti americani “che contano”, questo atto di terrorismo finanziario non è uno di quei casi “per il momento” irrisolti, in cui i responsabili dell’evaporazione di oltre mezzo trilione di dollari nell’arco di poche ore siano sconosciuti, né è un mistero il motivo per cui l’atto è stato compiuto: incolpare l’Iran del crollo dell’economia americana e di tutto il caos susseguente come prologo verso l’incitamento e la manipolazione del pubblico americano, per spingere quest’ultimo a chiedere agli Stati Uniti entrare in guerra contro i responsabili dell’”11 settembre, parte II”.
A livello più umano, si può solo immaginare quale pillola amara sia stata, per la polizia federale e l’intelligence americana, la notizia che due spie israeliane, Steve Rosen e Keith Weissman, stavano per essere rilasciate. Un’inchiesta contro l’AIPAC vecchia di quasi 10 anni, migliaia (o anche centinaia di migliaia) di ore di lavoro dedicate a indagare su un caso che era esplosivo sotto ogni punto di vista, ed ecco che ancora una volta gli sgherri di Kosher Nostra se ne tornano a piede libero con tanto di ordine di scarcerazione nelle mani. Senza dubbio altrettanto amaro deve essere stato il fatto che molti di quegli stessi tutori dell’ordine sono stati personalmente incaricati di scortare le stesse spie israeliane arrestate durante e immediatamente dopo l’11/9 (alcune catturate in circostanze particolarmente sospette, ad esempio nell’atto di brindare al crollo delle Torri Gemelle da una poltrona di prima fila) e le hanno dovute guardare salire su un aereo che le avrebbe ricondotte nello Stato Ebraico, dove in seguito avrebbero potuto comparire alla TV israeliana, rivelando di essere spie del Mossad e vantandosi di essere stati mandati lì per “documentare l’evento”.
Che il sistema politico americano sia marcio e corrotto non è certo una teoria. In effetti somiglia così tanto a una fetta di formaggio svizzero piena di vermi che sulla sua superficie ci sono più buchi che sostanza commestibile.
Esistono però alcune parti del macchinario che ancora funzionano. Parti in grado di capire che, sotto molti aspetti, gli USA somigliano alla nave USS Liberty – deliberatamente aggredita da Israele per 2 ore durante
Tenendo presente tutto questo, bisogna perciò ritenere che la recente inondazione di notizie riguardanti i migliori ambienti della comunità ebraica – incluse le prime pagine dedicate per settimane a Bernie Madoff e alla sua truffa da decine di miliardi di dollari, fino ai rabbini trafficanti d’organi – sia un’operazione condotta da elementi dell’intelligence e della sicurezza americane, progettata per determinare un cambiamento nel modo in cui gli ebrei sono visti in America. Si tratta di qualcosa di poco diverso dal farmaco che l’anestesista somministra dopo un’operazione chirurgica per contrastare gli effetti narcotici del farmaco precedente e dare inizio al “risveglio” del paziente.
Ma l’intoppo in tutto questo progetto sta nel fatto che lo Stato Ebraico, richiamando ancora una volta alla mente Alex Forrest, la puttana folle di Attrazione fatale, non se ne resterà steso sul letto a guardare, se mi si perdona la metafora. I suoi ammiratori vivono infatti in una specie di mondo di fantasia, dove la realtà è qualcosa di simile ad un’indecifrabile lingua straniera senza significato. Avendo esaurito ogni altra alternativa, gliene resta una soltanto, e cioè presentarsi a casa dell’amante con un grosso coltellaccio da macellaio, che in questo caso è il tic-tic-tac di quell’orologio a cucù guasto collegato a diverse armi nucleari nascoste nelle maggiori città americane, in un atto definitivo conosciuto come “Operazione Sansone”.






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