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RIDATECI IL MURO

by Gianluca Freda (04/10/2009 - 00:28)


LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO
di William Blum
dal sito Counterpunch
Traduzione di Gianluca Freda


Attendiamo che tra qualche settimana i media occidentali accendano le loro macchine di propaganda per commemorare il 20° anniversario del crollo del muro di Berlino, avvenuto il 9 novembre 1989. Tutti i cliché della Guerra Fredda che narrano del “Mondo Libero contro la Tirannia Comunista” verranno rispolverati e si ripeterà la favoletta della creazione del muro: nel 1961 i comunisti di Berlino Est costruirono un muro per impedire ai loro oppressi cittadini di fuggire verso Berlino Ovest e verso la libertà. Perché? Perché ai comunisti non piace che la gente sia libera, che apprenda la “verità”. Quale altra ragione avrebbe potuto esserci?

Innanzitutto, prima che il muro venisse costruito, migliaia di tedeschi dell’est facevano i pendolari per lavorare in occidente e tornavano all’est la sera. E’ quindi evidente che non venivano trattenuti all’est contro la loro volontà. Il muro fu costruito essenzialmente per due ragioni:

L’Occidente stava mettendo a soqquadro la Germania Orientale con una poderosa campagna di reclutamento di professionisti e lavoratori specializzati dell’est, che erano stati formati a spese del governo comunista. Ciò finì per generare una grave crisi del lavoro e della produzione nella Germania Est. A testimonianza di questo, il New York Times riportava nel 1963: “La costruzione del muro ha provocato danni economici a Berlino Ovest a causa della perdita di 60.000 lavoratori specializzati che ogni giorno facevano i pendolari dalla loro residenza in Berlino Est ai luoghi di lavoro in Berlino Ovest”. (New York Times, 27 giugno 1963, p. 12).

Nel corso degli anni ’50 gli artefici americani della Guerra Fredda che operavano nella Germania Occidentale misero in atto una feroce campagna di sabotaggio e sovversione contro la Germania dell’Est, finalizzata a mettere fuori uso l’apparato amministrativo ed economico del paese. La CIA ed altri servizi dell’intelligence e dell’esercito americani iniziarono a reclutare, equipaggiare, addestrare e finanziare individui e gruppi dell’attivismo tedesco, sia orientale che occidentale, allo scopo di condurre azioni che spaziavano dal terrorismo alla delinquenza giovanile; il tutto allo scopo di rendere difficile la vita dei cittadini dell’est tedesco e indebolire il loro sostegno verso il governo; qualunque cosa pur di far apparire cattivi i comunisti.

Fu un’attività rimarchevole. Gli Stati Uniti e i loro agenti utilizzarono esplosivi, incendi dolosi, cortocircuiti ed altri metodi per danneggiare le centrali elettriche, i cantieri navali, i canali, i porti, gli edifici pubblici, le stazioni di rifornimento, i trasporti pubblici, i ponti, ecc.; fecero deragliare i treni merci, ferendo gravemente molti lavoratori; diedero fuoco a 12 vagoni di un treno merci e distrussero i sistemi ad aria compressa di molti altri; si servirono di acidi per danneggiare macchinari di vitale importanza nelle fabbriche; misero della sabbia nelle turbine di una fabbrica, costringendola a sospendere l’attività; incendiarono una fabbrica di laterizi; fecero propaganda a favore di un rallentamento del lavoro nelle fabbriche; uccisero, avvelenandole, 7000 mucche di una cooperativa casearia; aggiunsero scaglie di sapone al latte in polvere destinato alle scuole della Germania Est; alcuni di essi, quando vennero arrestati, furono trovati in possesso di notevoli quantità di cantharidin, con cui progettavano di fabbricare sigarette velenose per uccidere figure dirigenziali della Germania Est; fecero esplodere bombe a gas per disperdere i partecipanti alle riunioni politiche; tentarono di far fallire il Festival Mondiale della Gioventù di Berlino Est inviando inviti fasulli, false promesse di pensione gratuita, falsi avvisi di cancellazione, ecc; perpetrarono aggressioni contro i partecipanti con esplosivi, bombe incendiarie e attrezzi per forare le gomme delle automobili; stamparono e distribuirono enormi quantità di tessere alimentari per generare confusione, penuria e risentimento; inviarono false notifiche fiscali e altre direttive e documenti pseudo-governativi per alimentare la disorganizzazione e l’inefficienza all’interno delle fabbriche e dei sindacati... tutto questo e molto altro. (Vedere Killing Hope, p. 400, nota 8, per la lista delle fonti e l’elenco dettagliato delle attività di sovversione e sabotaggio).

Per tutti gli anni ’50 i tedeschi dell’est e l’Unione Sovietica presentarono ripetute lamentele agli ex alleati occidentali e alle Nazioni Unite riguardo specifiche attività di spionaggio e sabotaggio e domandarono la chiusura delle agenzie della Germania Occidentale che ritenevano responsabili di questi atti, delle quali fornirono nomi e indirizzi. Ma le loro rimostranze caddero nel vuoto. Inevitabilmente, i tedeschi dell’est iniziarono a limitare gli ingressi nel paese ai cittadini occidentali.

Non dimentichiamo che la Germania Est divenne comunista perché Hitler, con l’approvazione dell’Occidente, la utilizzò come corridoio per raggiungere l’Unione Sovietica e tentare di cancellare per sempre il bolscevismo. Dopo la guerra, i sovietici erano assai determinati a chiudere quel corridoio.

Nel 1999 USA Today riportava: “Quando crollò il muro di Berlino, i tedeschi dell’est immaginavano una vita di libertà in cui vi fosse abbondanza di beni di consumo e un termine ai sacrifici. Dieci anni dopo, un significativo 51% afferma che si era più felici all’epoca del comunismo”. (USA Today, 11 ottobre 1999, p. 1).

Più o meno nello stesso periodo nasceva un nuovo proverbio russo: “Tutto ciò che i comunisti dicevano del comunismo era una menzogna, ma tutto ciò che dicevano del capitalismo si è rivelato essere la verità”.

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IL NAZISMO: UNA PRODUZIONE WALT DISNEY

by Gianluca Freda (25/09/2009 - 19:56)

Tutti noi, da bambini, abbiamo dormito con “Topolino” della Mondadori sotto il cuscino. Giorni lieti e sollazzevoli letture che hanno accompagnato la nostra infanzia, ritemprando le fatiche scolastiche con momenti d’evasione nel magico mondo di Paperopoli e Topolinia. Affascinanti avventure marchiate a fuoco sulla nostra psiche d’acerbi mocciosetti dall’onnipresente svolazzo autografo del padre fondatore dell’immaginario antiumano del Novecento, Walt Disney, in compagnia di simpatiche bestie parlanti: Paperino e Paperone, Eta Beta e Clarabella, Pippo e Gambadilegno. Ma tra i mille simpatici personaggi disneyani ve n’è uno che, nonostante la sua enorme rilevanza nella storia del fumetto mondiale, pochi di noi ricordano: Adolf Hitler, il simpatico dittatore baffuto.  

Adolf Hitler fu creato da Walt Disney nel 1942. Le sue prime apparizioni avvennero sul grande schermo, in una divertente serie di cartoni animati. Qui sopra potete vedere uno dei primi cortometraggi che il papà di Topolino dedicò al suo nuovo personaggio, a cui sembrava molto affezionato. Adolf è il timido dittatore del fantastico regno di Germania, teatro di mille incredibili ed esilaranti avventure. E’ profondamente innamorato del suo paese, il quale, di tanto in tanto, assume le sembianze allegoriche di una corpulenta valchiria ubriaca, affettivamente legata ad un boccale di birra di colossali proporzioni. Ma è al di fuori dell’allegoria che la rappresentazione del felice regno di Germania ritrova quell’incanto che riuscì a stregare, negli anni ’40, i bambini di ogni parte del mondo e che ancora oggi è ricordato con affetto da mocciosi di ogni latitudine, soprattutto se storici di professione.

Nel felice regno disneyano di Germania ogni cittadino conosce solo due parole, che sono “Sieg” e “Heil”, e le pronuncia con comprensibile frequenza. I bambini le strillano a braccio teso e a bocca spalancata, in un ameno tormentone che verrà poi ripreso sugli albi a fumetti. Anche gli adulti conoscono queste due sole parole, che sono utilizzate in ogni occasione della vita sociale, dalla richiesta dei certificati di nascita alle visite dall’otorinolaringoiatra. Più tardi alcuni sceneggiatori della Disney inserirono nei dialoghi altre due frasi, “Gott in Himmel!” e “Jawhol, Mein Fuhrer!”, ma questa innovazione non fu gradita dai lettori americani, che la ritennero un’inutile complicazione sofistica.

Nel felice regno di Germania i funzionari pubblici sono enormi figure nere, di cui non si vede mai il viso, giganteggianti sui comuni cittadini che scompaiono al loro cospetto. Più tardi la figura dei funzionari pubblici di Germania ispirerà a Floyd Gottfredson il personaggio di Macchia Nera. Dai cittadini di Germania nasceranno, invece, Qui Quo Qua.

Nel fantastico regno disneyano di Germania i cittadini leggono un unico libro dal fascinoso nome di “Mein Kampf”, mentre i testi di ogni altro tipo vengono pubblicamente dati alle fiamme in allegre salsicciate collettive. Questa caratterizzazione fu giustamente criticata dai lettori americani, che la ritennero una boiata di proporzioni eccessive: non si è infatti mai visto, sostenevano correttamente i lettori americani di Topolino, un individuo in grado di leggere un intero libro dall’inizio alla fine. Va bene la fantasia, ma anche l’immaginazione deve avere i suoi limiti.

Nel meraviglioso regno di Germania tutti i cittadini di sesso maschile esercitano un unico mestiere, che è quello del soldato sgambettante con occhio torvo e mascella quadrangolare. Tutte le amministrazioni pubbliche, le rivendite di alimentari, gli ospedali, le edicole, le fabbriche e le fumerie d’oppio sono gestite unicamente da donne, neonati e – in alcuni casi – da Pippo e Cip&Ciop. Non esistono attività bancarie, né usurai, né speculatori di borsa, poiché rappresentare i gestori di tali attività e la loro categoria d’appartenenza non sarebbe stato possibile. Infatti Zio Paperone e Rockerduck non erano ancora stati inventati.

Nel felice regno di Germania i cittadini-soldati, dopo aver marciato tutta la vita a zampa tesa, si tramutano orribilmente in candide croci con un elmo sopra. Cosa che capita anche nella realtà ad ogni persona, in qualunque parte del mondo, più o meno. Ma la grande immaginazione disneyana seppe introdurre un elemento di straordinaria originalità: solo i soldati nazisti si tramutano – e tramutano i loro simili – in croci biancheggianti, mentre i soldati del resto del mondo, a partire da quelli americani, regalano chewingum ai bambini dei paesi occupati, aiutano le vecchiette di Dresda ad attraversare la strada e sono immortali come Ras-al-Ghul.

Questo grande affresco dell’immaginario collettivo definisce ancora oggi, a quasi 70 anni di distanza, la percezione del nazismo presso i lattanti di ogni latitudine. Non c’è giornalista, editorialista, storiografo, politicante o anchorman televisivo che non racconti ai suoi compagni d’asilo delle fantastiche avventure dell’allegro dittatore disneyano e delle sue moltitudini di mangiacrauti marcianti alla conquista del mondo. Un mirabile classico d’epoca, forse un po’ demodè e abbisognante di continui aggiornamenti immaginifici, ma ormai radicato nella nostra percezione del mondo e mai dimenticato.                 

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BUFALE MEDIATICHE D'ANNATA - 3: PEARL HARBOR

by Gianluca Freda (09/08/2009 - 00:50)

“IL 7 DICEMBRE”: UN MITO FILMICO SPACCIATO PER FATTO STORICO

di James M. Skinner

da Journal of Military History, vol. 55, n. 4, Ottobre 1991, pp. 507-516

traduzione di Gianluca Freda

 

“Quando scoppia la guerra, la prima vittima è la verità”. Questo detto del giornalista William Howard Russell sulla “gestione dell’informazione” durante la guerra di Crimea resta vero oggi quanto lo era un secolo e mezzo fa. L’invenzione del cinema negli anni ’90 dell’Ottocento ha incrementato enormemente la possibilità di distorcere la verità in tempo di guerra.

La strada venne indicata per la prima volta da J. Stuart Blackton, che nel 1898 mise a galleggiare alcuni modellini di nave nella sua vasca da bagno, li incendiò e poi presentò il risultato ad un pubblico entusiasta ma credulone come La battaglia di Manila Bay. Quello stesso anno i fratelli Lumiere intrattenevano le platee d’Europa con quella che veniva presentata come l’incarcerazione del capitano Dreyfus sull’Isola del Diavolo, anche se l’isola era in realtà una cava di sabbia sul delta del Nilo e “Dreyfus” era in realtà un anonimo ufficiale che sfilava a Parigi. Attraverso una ripetizione incessante, immagini completamente fasulle vennero radicate nella coscienza collettiva come resoconti reali degli eventi. Ad esempio, chi riesce a pensare all’assalto al Palazzo d’Inverno di Pietrogrado del 1917 senza visualizzare la celebre sequenza di Ottobre di Sergej Eisenstein, che fu girato dieci anni dopo e non conteneva neppure un singolo fotogramma di materiale filmato autentico, visto che tale materiale non esisteva? E che dire di quell’oscura figura inquadrata di tre quarti, spacciata come l’Imperatore Haile Selassie che si doleva del fato dell’Abissinia con un comprensivo intervistatore in The March of Time [serie di documentari cinematografici realizzati tra il 1935 e il 1951, NdT]? Poiché il Leone di Giuda era irreperibile, al suo posto fu reclutato un attore, senza che i produttori fornissero al pubblico il minimo avviso sul sotterfugio utilizzato.

Ma di tutte le immagini fabbricate appositamente per lo schermo, quelle dell’attacco a Pearl Harbor e ai suoi quartieri in quella memorabile domenica del 1941 restano le più profondamente scolpite nella memoria collettiva. A causa dell’enorme rilevanza storica dell’evento, e grazie ad una ripetizione incessante, esse sono diventate la documentazione filmata universalmente condivisa del Giorno dell’Infamia, apparsa in serie di documentari prestigiose quali Why We Fight e Victory at Sea. Eppure ogni loro singolo fotogramma è fasullo quanto le ricostruzioni di Eisenstein. Ancor meno noto è il fatto che quelle immagini vennero estratte da un film che fu immediatamente eliminato dalla circolazione dopo le prime proiezioni e in seguito non venne più presentato. La storia di questo lungometraggio, Il 7 dicembre, ha un suo intrinseco interesse come esempio di propaganda sulla II Guerra Mondiale risoltasi in un fiasco clamoroso. La sua sorte consente anche di far luce sulla confusa situazione in cui venne a trovarsi il governo degli Stati Uniti quando si trovò costretto a entrare nel settore della propaganda, spinto dalla forza delle circostanze, dopo Pearl Harbor. [1]

Quando i giapponesi attaccarono Pearl Harbor, Hickam Field e altre installazioni militari di Oahu, non era presente nessun cameraman americano a riprendere la devastazione mentre essa veniva perpetrata. Ciò è facilmente spiegabile sia per il carattere “a sorpresa” dell’attacco, sia per l’ora del giorno in cui esso avvenne, poco prima delle 8.00 di una domenica mattina. Tutto ciò che si riuscì a riprendere – le carcasse delle navi in fiamme, gli edifici incendiati, i feriti che venivano soccorsi dove si trovavano – ammontava in tutto a cinque o sei minuti di immagini filmate. [2] Per essere precisi, esistevano anche delle riprese aeree girate dai cameramen giapponesi, ma esse rimasero irreperibili fino a guerra inoltrata.

La genesi del progetto che fu poi denominato Il 7 dicembre è da ricercarsi nella decisione presa nell’autunno del 1939 da John Ford. Ford faceva parte di quella manciata di registi cinematografici il cui nome significava qualcosa per il pubblico che a quell’epoca frequentava le sale. Aveva al suo attivo una sfilza di successi commerciali e aveva da poco vinto l’Oscar per il film Furore (1940). Nato nel 1894, Ford aveva cercato di arruolarsi nella Marina degli Stati Uniti subito dopo che Woodrow Wilson aveva dichiarato guerra alle Potenze Centrali, ma era stato scartato a causa di certi problemi alla vista. Grazie ai contatti e alle conoscenze di suo padre, era stato assunto come fotografo nei reparti aviotrasportati della US Navy, ma con sua grande delusione questo incarico non gli era stato più confermato dopo l’Armistizio. [3]

Comprendendo che sarebbe stato troppo avanti con l’età per ricoprire ruoli di combattimento in caso di coinvolgimento americano nella II Guerra Mondiale, egli si rivolse a un vecchio amico, il colonnello William B. "Wild Bill" Donovan, chiedendogli di istituire una Unità Fotografica da Campo non appena in Europa fossero scoppiate le ostilità. Questa unità avrebbe operato sotto l’egida del nascente Office of Strategic Services (O.S.S., la futura CIA) di cui Donovan era a capo. Costituita in gran parte da tecnici di Hollywood dell’età di Ford e anche più anziani, essa era, per usare le parole di Ford, “pronta a recarsi ovunque” e a riprendere qualunque cosa che contribuisse allo sforzo bellico, se e quando gli Stati Uniti fossero entrati in guerra. La catena di comando era molto semplice, e in questo risiede probabilmente la causa del disastro de Il 7 dicembre. Ford rispondeva esclusivamente a Donovan, il quale, a sua volta, riferiva direttamente alla Casa Bianca. Quando Donovan propose un lungometraggio su Pearl Harbor ai ministri della marina e della guerra, egli aveva in mente di realizzare una cronaca fedele tanto della terribile distruzione di quel giorno quanto del lavoro erculeo che era stato successivamente attivato per rattoppare le navi sopravvissute e metterle in condizione di riprendere la loro attività, in certi casi dopo sole tre settimane dall’attacco. Quando a Ford venne chiesto di scegliere un regista, egli fece il nome di Gregg Toland [4]. Toland (1904-1948) era entrato nel mondo del cinema nel 1920, come tuttofare presso gli uffici della Fox Pictures. Nei primi anni ’30 era stato acclamato come uno dei migliori cameramen di Hollywood.

Toland, che all’epoca aveva trentotto anni, si era già guadagnato una formidabile reputazione come cameraman. Il suo lavoro su Cime tempestose di William Wyler gli aveva procurato un Oscar ed egli godeva di grande stima negli ambienti professionali per le innovative tecniche di ripresa con profondità di campo utilizzate per Quarto potere di Orson Welles. Come molti del suo ambiente, Toland aspirava alla poltrona di regista. Con poche o nessuna direttiva da parte di Ford e Donovan, nel febbraio 1942 egli si recò alle Hawaii per girare alcune sequenze di “location”. Ritornò a Hollywood, dove la Twentieth-Century Fox gli mise a disposizione uno studio per le riprese e le attrezzature di laboratorio. Da allora fino al settembre 1942, Toland girò 11.500 metri di pellicola, che tagliò poi a 2.700 per un film della durata di 83 minuti. Il format era quello di un semi-documentario, che mescolava personaggi fittizi con protagonisti “autentici”. Tre dei più noti attori di Hollywood, Walter Huston, Harry Davenport Jr. e Dana Andrews vennero chiamati a interpretare i ruoli principali.

Il film inizia il 6 dicembre con uno stanco, agitato Zio Sam (“U.S.”, interpretato da Walter Huston) che cerca di riposarsi a Honolulu dopo un anno di crisi internazionali che hanno messo a dura prova la sua resistenza. Il discorso al suo segretario sulla bellezza e tranquillità delle isole ("Hawaii, T.H.- Territory of Heaven") viene improvvisamente interrotto dall’apparizione della sua coscienza, Mr. C (Harry Davenport), sorta di avvocaticchio di paese la cui giovialità cela un razzismo che il fascino dell’eloquio non riesce a rendere meno agghiacciante. Mentre U.S. esalta estasiato l’impegno e la perseveranza del manipolo di uomini d’affari americani che è riuscito a creare una prospera industria di zucchero e ananassi da un arido deserto, Mr. C gli rammenta che si è dimenticato della manodopera, in particolare quella giapponese, che rappresenta il gruppo etnico più diffuso sulle isole. Un sinistro prete scintoista, interpretato dall’attore coreano Philip An, afferma che la lealtà di ogni nippo-americano va prima di tutto al suo imperatore, Hirohito:

“Egli è l’immagine terrena del nostro destino imperiale... lo scintoismo predica l’onore degli antenati, tenendo così acceso il fuoco del nazionalismo e preservando il legame razziale e sociale con l’invitta Dinastia Imperiale e la sua divina discendenza. Essere scintoisti significa essere giapponesi. Non è, e non può essere, una questione di scelte. E’ un dovere”. 

Per analogia, spiega Mr. C, è come se i cittadini degli Stati Uniti fossero tenuti ad adorare George Washington e i suoi successori alla presidenza. E quando U.S. domanda alla sua coscienza se sta cercando di dire che tutti i nippo-americani sono sleali, Davenport risponde con parole simili a quelle usate da Milton Eisenhower e dalla War Relocation Authority che a quell’epoca stava deportando decine di migliaia di giapponesi dalla costa ovest: “Oh no, certo che no. Né io, né chiunque altro, si permetterebbe mai di distinguere chi è sleale da chi è leale. Sto solo esponendo i fatti”. Nonostante ciò, le sequenze immediatamente successive sembrano suggerire che le isole pullulano di giapponesi sovversivi, assistiti da un manipolo di spie naziste. Alcune parrucchiere, un giardiniere che sta potando una siepe fuori da una lavanderia dell’esercito, un tassista e una ballerina trascrivono e registrano ogni parola che viene pronunciata. Spiano Pearl Harbor con dei binocoli e trasmettono le informazioni attraverso una radio nascosta. In questa sequenza c’è un granello di verità. Ci fu effettivamente una trasmissione di informazioni sulle basi americane da parte del personale del consolato giapponese; ma non si trattò di un compito particolarmente oneroso, perché i giornali locali, senza saperlo, collaborarono volentieri. I regolari rapporti del console giapponese – il generale Kiichi Gunji – sul numero, sulla posizione e sulle attività dei vascelli della marina americana alle Hawaii si fondavano in gran parte sugli articoli dello Star Bulletin di Honolulu, che descriveva nel dettaglio le dimensioni e i movimenti delle navi da guerra americane dentro e fuori dalla base, citando nomi e tempi esatti di partenza e di arrivo. [5] Un console tedesco si vanta, con tanto di sieg-heil, del fatto che un suo informatore ha intercettato una innocente conversazione e come risultato un cacciatorpediniere americano giace adesso in fondo all’Atlantico.

Tuttavia, Toland finisce per commettere quello che è il peccato mortale nella propaganda di guerra, mostrando anche l’altra faccia della medaglia. Viene presentato un commovente discorso patriottico da parte di un membro della comunità nippo-americana e più avanti nel film si vedono alcuni giapponesi che comprano “war bonds” e effettuano donazioni alla banca del sangue dopo l’inizio delle ostilità.

Segue la ricostruzione dell’attacco a Pearl Harbor e alle adiacenti installazioni militari. Qui un tecnico degli effetti speciali, Ray Kellogg, creò quelle illusioni che sarebbero poi divenute realtà documentaria. Alcuni attori recitano il ruolo degli uomini del tenente Joseph Lockard, che intercettarono i primi segnali radio degli aerei in arrivo, e delle decine di vittime anonime le cui morti, di spettacolare drammaticità, vengono registrate da macchine da presa “casualmente” posizionate in loco e con perfetta focalizzazione. I fondali dipinti e la retroproiezione conferiscono agli attacchi una vividezza eccitante, sebbene assolutamente fasulla.

Per aggirare lo spiacevole inconveniente che non c’erano aerei giapponesi a disposizione, Toland e Kellogg fecero dipingere le insegne giapponesi su aerei americani. Modellini in scala della U.S.S. Arizona e delle altre navi vennero fatti esplodere ottenendo effetti spettacolari. E per conferire un demoniaco tocco personale al tradimento che impazza tutt’intorno, il forbito console giapponese, che abbiamo già visto scambiare segreti militari coi suoi colleghi nazisti, nega categoricamente di essere stato avvertito degli attacchi quando un giornalista glielo chiede. Sovraimpresse su una cartina del Giappone, si vedono torri radio innalzarsi su varie città, mentre un dragone, già visto in precedenza all’entrata di un tempio scintoista di Honolulu, appare sullo sfondo come un funesto presagio.

Con una vocetta cantilenante, che sarebbe diventata fastidiosamente familiare alle platee cinematografiche come accento giapponese “ufficiale”, Tokyo proclama la totale vittoria. Una voce narrante afferma di dissentire e all’improvviso immagini (autentiche) di navi e macchinari rimessi a nuovo riempiono lo schermo, prova concreta che la nazione ha appena iniziato a combattere e che “chi di spada ferisce, di spada perisce”. Nell’epilogo il fantasma di un marinaio, vittima di Pearl Harbor (Dana Andrews), si rivolge al pubblico dal Cimitero Nazionale di Arlington. Il suo discorso viene interrotto da un soldato della I Guerra Mondiale, il cui cinismo è in netto contrasto con l’ottimismo del marinaio. Il tontolone profetizza con toni cupi una Terza Guerra Mondiale che farà seguito a questa, perché gli Stati Uniti torneranno a rinchiudersi nel loro guscio isolazionista come avevano fatto dopo il 1919; “L’America ha deciso che loro [sic] non volevano giocare nel campionato di serie A e hanno lasciato Wilson in terza base”. Ma Andrews non si fa attendere. Riprendendo la metafora del baseball, dichiara di voler scommettere sui Roosevelt, sui Churchill, sugli Stalin e sui Chang Kai-shek che renderanno il mondo un posto sicuro:

“Sicuro, e basta. Sicuro per la continuazione della nostra democrazia; sicuro per ogni altra nazione che desideri vivere secondo un codice di leggi, quale che sia il suo nome, purché essi [sic] siano capaci di chiamare valida una palla valida e fallosa un’azione fallosa. Questa volta sarà lo Zio Sam a lanciare. E quando la partita sarà finita, un sacco di gente tornerà alla casa base e farà un sacco di domande”.

E’ dubbio che Il 7 dicembre avrebbe mai potuto essere presentato nella sua versione non tagliata, ma di certo il suo destino fu segnato da un’iniziativa presa dal governo mentre il film era ancora in fase di produzione. La giustificazione ufficiale dell’Ordine Esecutivo del 13 giugno 1942, con cui si istitutiva l’Office of War Information (OWI, Ufficio per l’Informazione di Guerra), era quella di “riconoscere il diritto del popolo americano e di tutti i popoli che si oppongono agli oppressori dell’Asse ad essere veridicamente informati sullo sforzo bellico comune” [6]. In realtà l’OWI si trasformò rapidamente in una poderosa macchina di propaganda mista a censura, uno dei cui numerosi tentacoli, il Bureau of Motion Pictures, controllò accuratamente i contenuti delle opere cinematografiche per tutta la durata della guerra. A Hollywood funzionari dell’OWI partecipavano alle discussioni sulle sceneggiature, offrendo suggerimenti e sollevando obiezioni sugli elementi che ritenevano contrari alla politica del governo. [7]

E’ difficile che due individui riescano a mettersi completamente d’accordo sui motivi che rendevano il film di Toland così insoddisfacente, ma tutti concordano sul fatto che esso presentasse alcune gravi carenze. Il primo sentore che qualcosa non andava arrivò quando Nelson Poynter, capodipartimento di Hollywood, visionò alcuni ciak nella prima settimana del novembre 1942, quando Toland e Sam Engel avevano già scritto la versione definitiva della sceneggiatura e la musica di Alfred Newman era già stata aggiunta. [8] Poynter era così preoccupato che chiese al suo superiore, Lowell Mellett, di tornare indietro da Washington per dargli un secondo parere. [9] Mellett fu della sua stessa opinione, e in alcune comunicazioni inviate ai ministri della guerra e della marina chiese che il progetto fosse immediatamente bloccato, non solo perché il film era pessimo in sé, ma anche perché a suo avviso il governo non avrebbe dovuto occuparsi della realizzazione di film di finzione, soprattutto se riguardavano argomenti di così evidente rilevanza storica. Forse si sarebbe potuto salvare qualcosa di quella debacle per un cortometraggio sul secondo anniversario di Pearl Harbor, da far uscire l’anno successivo. [10]  

Julian Johnson, responsabile di produzione della Twentieth Century Fox, nel cui studio hollywoodiano sulla Western Avenue era stata girata buona parte del film, lo definì invece “di gran lunga il più poderoso film di guerra americano che io abbia mai visto”, ma si lamentò della scomparsa di U.S. e Mr. C nel corso del racconto:

“Dopo aver costruito due personaggi così convincenti e credibili... credo che sia un peccato abbandonarli all’alba del 7 dicembre. Io tornerei almeno brevemente sul protagonista, mentre si dissolve l’ultimo fragore dell’ultimo assalto. Furibondo, togliendosi l’impermeabile, arrotolandosi le maniche, riconosce rabbiosamente che la Coscienza aveva ragione, la spinge da parte e si precipita fuori dalla casa come un toro possente e ferito nell’arena toreale”.   

Johnson pensava anche che, a dirla tutta, la storia del cimitero fosse un pessimo anticlimax e che avrebbe dovuto essere eliminata [11]. Il ministro della Marina, Frank Knox, forse con lo sguardo rivolto alle politiche ufficialmente definite sul continente, considerava imbarazzanti le affermazioni ultra-patriottiche della comunità nippo-americana [12]. Ma la condanna più pesante venne dall’Ammiraglio Harold Stark, capo delle operazioni navali all’epoca di Pearl Harbor, poi comandante delle forze navali USA nello scenario di guerra europeo. Egli venne in difesa del suo collega, Ammiraglio Husband Kimmel, la cui reputazione di comandante in capo quel maledetto giorno di Pearl Harbor sarebbe stata ulteriormente infangata se il film fosse uscito. Kimmel era stato sollevato dal comando nove giorni dopo l’attacco ed era naturalmente al centro della controversia che infuriava sull’impreparazione della flotta. Stark scriveva:

“E’ vero che è stata presa ogni precauzione per prevenire il sabotaggio interno, ma è falso che la flotta navale americana non si trovasse in mare, perché è lì che era; inoltre i PBY della marina [gli aerei-nave della marina americana, NdT] si trovavano in volo di ricognizione... Come riferii quella sera al Presidente, le nostre forze non erano affatto impreparate, nonostante la distruzione subìta. Il film lascia con la netta sensazione che la marina non stesse facendo il suo lavoro, e questo non è vero. Inoltre buona parte dei danni fu causato dagli aerei lanciamissili giapponesi e questo nel film non viene mostrato. Non mi preoccupano le piccole imprecisioni, ma si farebbe gran danno e si sveglierebbero molti cani che dormono se il film uscisse così come è ora, dando l’impressione che la flotta americana stesse dormendo”. [13]

Secondo Robert Parrish, che avrebbe ridotto Il 7 dicembre dalla sua lunghezza originaria alla versione da 33 minuti che nel 1943 fruttò a Ford il suo quarto Oscar per il miglior documentario, Toland restò distrutto dalla quasi unanime negatività delle reazioni e cadde in una sorta di depressione. Quando si riprese, chiese di essere mandato in servizio il più lontano possibile da Washington e dai suoi malevoli burocrati. Il suo desiderio fu esaudito ed egli trascorse il resto della guerra nell’Unità Fotografica da Campo di Rio de Janeiro. [14]

Nel dicembre 1942 la baraonda era arrivata fino alla Casa Bianca. Roosevelt ordinò, con apposita direttiva, che tutte le produzioni esistenti delle Unità Fotografiche da Campo fossero sottoposte alla revisione preliminare dell’OWI, per evitare il ripetersi di un fiasco potenzialmente così dannoso per la morale pubblica. Le immagini promozionali de Il 7 dicembre rimasero letteralmente sotto chiave fino alla primavera successiva, quando Ford ritornò dal Nord Africa. Egli decise che bisognava offrire al governo qualcosa in cambio degli 80.000 dollari investiti nel film. Il risultato fu la versione rifatta di cui si è parlato prima, in cui era stato eliminato tutto tranne i filmati degli attacchi e quelli dei salvataggi.

Dal punto di vista contemporaneo, Il 7 dicembre merita l’attenzione degli storici del cinema per qualcosa di più che la sua fosca reputazione di scheletro cinematografico rimasto nella tomba per quasi mezzo secolo. In tutte le critiche contemporanee all’opera di Toland, ben poco è stato detto, o forse poteva essere detto, sul suo completo fallimento come film di propaganda, in parole povere, sulla sua inerzia e inconcludenza.

La vera propaganda cinematografica deve polarizzare, rafforzare i concetti; deve rendere più profondi i pregiudizi, se ciò è in armonia con la politica di un governo; oppure, in alternativa, deve essere in grado di cambiare le menti e manipolare le coscienze quando l’umore dell’opinione pubblica non è in linea con gli obiettivi perseguiti dalla leadership di una nazione. Questi obiettivi non si raggiungono offrendo uno spazio per il dibattito ragionato o tentando di ottenere un consenso condiviso, come è ordinaria procedura dei media in tempo di pace. Al contrario, la propaganda deve essere radicalizzante, marcatamente selettiva, se necessario deliberatamente omissiva, non deve lasciare spazio a dubbi, compassione o riflessione sugli argomenti trattati. Sullo schermo, un simile approccio richiede chiarezza di esposizione non meno che sulla stampa. Poiché Il 7 dicembre era in origine destinato ad un pubblico selezionato di militari e dipendenti delle industrie belliche, era necessario un film capace di presentarsi a persone non altrimenti motivate a visionarlo di propria spontanea volontà, in grado di sollecitare una risposta di odio verso il Giappone e soprattutto verso i giapponesi, nonché orgoglio per i risultati ottenuti da coloro che avevano letteralmente risollevato le sorti della nazione dal disastro di Pearl Harbor.

Un’accettabile alternativa sarebbe stata quella di un resoconto più breve e diretto degli eventi. Invece è stata eseguita un’operazione equivoca, mirante alla discussione razionale di una quantità di argomenti: la lealtà (o slealtà) del più numeroso gruppo etnico presente sulle isole, la miopia dell’isolazionismo politico del Congresso, gli errori compiuti dai militari che si trovavano in situ quella domenica mattina e – forse la questione più esplosiva di tutte – la possibilità che gli Stati Uniti si richiudessero nuovamente nel loro guscio di non interventismo prebellico dopo la fine del conflitto. Per ogni argomentazione c’era una controargomentazione. Uncle Sam non fa in tempo ad affermare la propria fiducia nel patriottismo della popolazione nippo-americana che subito Mr. C gli fornisce prova tangibile e inoppugnabile del contrario, dell’attività di spionaggio svolta da individui di ogni estrazione sociale, animati da una devozione quasi religiosa verso l’imperatore Hirohito.Le attestazioni di U.S. riguardo alla propria consapevolezza della pericolosità della situazione si scontrano con le controargomentazioni della sua coscienza, che sottolinea il suo atteggiamento da struzzo con la testa nella sabbia.     

Per essere del tutto corretti verso Toland e il suo sceneggiatore, Sam Engel, bisogna dire che essi si ritrovarono surclassati dagli avvenimenti. Qualunque forza potesse avere a Washington la lobby isolazionista all’alba di Pearl Harbor, essa venne rapidamente dissipata tanto dall’attacco quanto dal rimarchevole gesto di solidarietà verso i giapponesi compiuto da Hitler e Mussolini, i quali, di lì a poco, dichiararono guerra agli Stati Uniti, assicurandosi così che il conflitto avesse rilevanza mondiale e non limitata ad una mera campagna nel Pacifico. Tuttavia, se il film fosse stato proiettato in pubblico, avrebbe riesumato molti ricordi e fatto sembrare particolarmente sciocchi gli oppositori di una politica d’intervento.

Nonostante ciò, Il 7 dicembre, quale veicolo di propaganda, rappresenta un risultato non trascurabile. Si dimentica a volte che gli Stati Uniti erano gli ultimi arrivati nel campo dei documentari sponsorizzati dal governo. Solo nel 1936 Pale Lorentz aveva realizzato il primo di essi, The Plow That Broke the Plains [L’aratro che squarciò le pianure, NdT], per l’Amministrazione degli Insediamenti Rurali, e i pochi titoli che apparvero nei quattro anni successivi vennero accolti con sospetto, come pubblicità appena velata alle politiche del New Deal. [15] L’Inghilterra, la Germania e l’Unione Sovietica erano già molto avanti in questo settore e i loro documentaristi erano in grado di spostarsi dai temi civili a quelli bellici con grande facilità. Toland e Ford furono dei precursori, insieme a Frank Capra. Sarebbe stato straordinario che ne fosse scaturito un film perfetto. In ogni caso le immagini de Il 7 dicembre offrono una commozione e una immediatezza che pochi film sulla II Guerra Mondiale riescono a superare. Il continuo ricorso alle sue immagini fin dal 1942 costituisce la prova della durevolezza dei suoi valori e un tributo alla visione unica dei loro autori.


NOTE:

1. L’unica copia esistente dell’originale versione in 35mm de Il 7 dicembre è conservata presso la Motion Picture Division of the National Archives and Records Administration (NA), Washington D.C. Questa versione è in condizioni appena discrete e non viene più proiettata. Comunque, prima che iniziasse il deterioramento della pellicola, di essa venne fatto un “video master” da un pollice che è disponibile per la visione ai ricercatori accreditati. Le copie in VHS e Beta del film da 83 minuti possono essere acquistate per uso domestico. La versione da 33 minuti che John Ford ricavò dal film originale è disponibile tanto in 16mm quanto nei vari formati video presso una quantità di fonti, tra cui il Centro Audio-Visivo Nazionale dell’Archivio Nazionale. Visionando l’originale risultano evidenti alcune imperfezioni che sarebbero state probabilmente eliminate da Gregg Toland, il regista, se il film avesse ricevuto l’autorizzazione ad essere proiettato in pubblico. Mancano totalmente i titoli di testa e di coda; alcuni goffi “salti” tra una scena e l’altra sono probabilmente dovuti a errori di montaggio; un dialogo tra il console giapponese e quello tedesco viene tagliato all’improvviso. Eye of the Eagle, una serie di documentari dell’Enciclopedia Britannica, contiene un programma di 53 minuti dedicato al film originale. In esso compaiono spezzoni del film e un’intervista di Richard Schickel a Robert Parrish, che conobbe Toland e montò la versione tagliata. Documenti scritti riguardanti la realizzazione ed eliminazione del film dalle sale si possono reperire nelle scatole n. 1433 e 1438, Record Group 208, Office of War Information, Bureau of Motion Pictures, NA. Gli appunti di John Ford si trovano presso la Lilly Library, Università dell’Indiana. La Biblioteca del Congresso, Motion Picture Division, possiede i documenti contenenti le indicazioni dell’OWI per la versione ridotta. Può inoltre essere utile l’articolo di William T. Murphy "John Ford and the Wartime Documentary", pubblicato su  Film and History 4 (Febbraio 1976). Il migliore e più recente saggio su Ford è quello di Tag Gallagher, John Ford: The Man and His Films (Berkeley: University of California Press, 1986).

2. C. Dougherty girò circa 70 metri di pellicola in 16mm e il Ten. Comandante Edward Young girò circa 35 metri con una cinepresa in Kodachrome da 8mm. Questi filmati vennero utilizzati da Toland come materiali di riferimento e una piccola, breve porzione dei materiali di Dougherty vennero inseriti nel film nella parte relativa all’attacco.

3. Gallagher, John Ford, 215-16 (note a piè di pagina).

4. Murphy, "John Ford and the Wartime Documentary," 4.

5. Gordon W. Prange, At Dawn We Slept (New York: McGraw-Hill, 1981), pp. 71-73.

6. Preliminary Report and Inventory, RG 208, NA .

7. Delle pressioni dell’OWI sull’industria cinematografica parlano diffusamente Clayton R. Koppes e Gregory D.   Black in Hollywood Goes to War: How Politics, Profits and Propaganda Shaped World War Two Movies (New York: Free Press, 1987).

8. Poynter to Mellett, 9 October 1942, Box 1438, RG 208, NA .

9. Poynter to Mellett, 9 November 1942, ibid.

10. Mellett to James Forestal, 1 December 1942, ibid.

11. Citato in Murphy, "John Ford and the Wartime Documentary," 6-7

12. Stimson to Mellett, 13 January 1943, and Stimson to Davis, 13 May 1943, Box 1433, RG 208, NA.

13. Citato in Murphy, "John Ford and the Wartime Documentary," 7.

14. Eye of the Eagle, intervista (vedi nota 1).

15. Per un resoconto completo delle ostilità congressuali si veda Robert L. Snyder, Pare Lorents and the Documentary Film (Norman: University of Oklahoma Press, 1976), particolarmente il capitolo 7. 

 

 

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BUFALE MEDIATICHE D'ANNATA - 2

by Gianluca Freda (03/08/2009 - 15:51)


CIAK, SI BOMBARDA (E DUE)

di Francesco Fossa

dal settimanale Diario del 24 gennaio 2003

 

Dal giugno del 1944 sono trascorsi quasi 60 anni, ma i ricordi di Giovanni Tomassone, classe 1929, una vita da falegname a Castelnuovo al Volturno, sono nitidi come se i fatti che stiamo per raccontare fossero accaduti ieri: "... ma ancora oggi non capisco perché il mio paese che fortunatamente aveva riportato solo pochi danni nella guerra vera del 1944, è invece finito in macerie per una guerra finta".

È una storia assurda che ci riporta alla primavera del 1944, quando Castelnuovo - un paesino di settecento anime appoggiate alla catena montuosa delle Mainarde, dove nasce il fiume Volturno, in un angolo di meridione incastrato tra Lazio, Molise, e Campania - viene tagliato da quella linea che i tedeschi, in ritirata lungo lo stivale, hanno tracciato sulle loro mappe: è la linea Gustav, un poderoso schieramento di uomini e mezzi dispiegato da Cassino a Ortona che, secondo le intenzioni del maresciallo Kesselring, dovrebbe bloccare l’avanzata degli alleate sbarcati il 9 settembre del 1943 a Salerno. Castelnuovo al Volturno è a circa cinquanta chilometri ad est di Cassino, a mezza costa sotto il monte Marrone. Già dal novembre 1943 il paesino è stato evacuato, o meglio rastrellato dai tedeschi, i suoi abitanti sono stati incolonnati e trasferiti con treni merci, prima ad Anagni, poi più a nord, a Ferrara e Modena. Solo un piccolo gruppo di persone, quasi tutti uomini, si era sottratto alla cattura e per diversi mesi aveva sopportato il freddo dell’inverno in anfratti e fienili nascosti dalla vegetazione. Tra questi c’è anche Giovanni Tomassone, aveva 15 anni. "I tedeschi si erano ritirati sulla cresta del monte Marrone e sulle cime circostanti mentre gli americani avevano preso tutta la pianura sottostante. Collaboravamo con loro indicando le postazioni, i nidi di mitragliatrice dei tedeschi...".

Fin qui la storia di Castelnuovo raccontata dall’anziano falegname non è molto diversa dalle tante vicende belliche che segnano la penisola nel 1944.

Dopo gli americani, nel paese fecero campo i nordafricani del contingente francese. Ne morirono quasi mille tentando di conquistare la cima del monte Marrone. Poi arrivarono gli alpini del Corpo Italiano di Liberazione. Saranno proprio le penne nere del battaglione Piemonte a espugnare, all’alba del 31 marzo, la cresta a 1800 metri dalla quale si dominava tutta la valle del Sangro. Il 16 maggio la battaglia di Cassino arriva al suo apice, l’Abbazia e tutto quello che gli sta intorno per decine di chilometri non esistono più. Il piccolo paese di Castelnuovo al Volturno però conta solo quattro case distrutte dai colpi d’artiglieria: è un miracolo.

Gli abitanti, quelli che non erano stati evacuati, ritornarono così alle loro abitazioni, mentre la guerra andava velocemente allontanandosi verso il nord e l’incubo sembrava passato. Ma la mattina del 5 giugno una jeep si arrampicò lungo i tornanti che portavano a Castelnuovo. A bordo c’era un tenente inglese che si presentò al sindaco, Vincenzo Martino, con un ordine perentorio: "Il paese deve essere immediatamente sgombrato, dobbiamo effettuare una disinfestazione che durerà almeno dieci giorni". La gente di Castelnuovo fu caricata sui camion, come già era accaduto con i tedeschi, e costretta ad abbandonare nuovamente le case: "Ci portarono più a valle sulla piana di Rocchetta al Volturno". Giovanni Tomassone rivive incredulo quelle ore: "La mattina del 6 giugno fummo svegliati da un rombo assordante, tutta la valle si era riempita di mezzi militari, carri armati, cannoni, camion carichi di soldati. Si assestarono attorno a Castelnuovo. Qualcuno di noi provò ad avvicinarsi, ma venne sempre allontanato dalla polizia militare. C’erano soldati di tutte le razze... ma non capivamo cosa volessero fare". Gli abitanti di Castelnuovo avevano fatto largo a un grosso contingente della 82a divisione dell’ottava armata alleata. Truppe affiancate da un buon numero di cineoperatori. La bugia della disinfestazione era durata poco: doveva essere girato un documentario.

"Per alcuni giorni", racconta Tomassone, "osservammo dalle cime degli alberi le scene di una battaglia in piena regola, esplodevano bombe fumogene, i soldati correvano a testa bassa e sparavano. Qualcuno faceva finta di essere stato colpito e allora arrivavano i barellieri, l’ambulanza che portava i soccorsi ... urlavano ma era tutto finto!". Le cineprese le ricorda Carmine Miniscalco, anche lui abitante sfollato di Castelnuovo. All’epoca aveva 17 anni: "Sparavano e filmavano, qualcuno mi disse anche di aver visto uomini con le divise tedesche, ma io in quella confusione non le ho notate. Le piante di quercia minate con la dinamite e fatte saltare come fuscelli invece sì, quelle non le scordo".

Ma nessuno tra la gente della vallata avrebbe mai immaginato che lo scherzo, quella finzione, si sarebbe trasformata di lì a poco in tragedia. Ora i ricordi, i racconti di Tomassone e di Miniscalco si intrecciano alle voci sdegnate di un gruppo di anziani seduti attorno a un tavolo nella piazza del paese.

Smettono di giocare a carte e anche quelli che non avevano voluto rispondere alle domande sui fatti di allora, quando si arriva alla cronaca del 17 giugno 1944 cambiano atteggiamento, si infervorano, lanciano imprecazioni: "Ci svegliammo, con i colpi dei cannoni, tiravano verso la montagna, un piccolo aereo girava in tondo nel cielo, qualcuno giura d’aver visto una cinepresa spuntare da finestrino... poi i colpi cominciarono ad avvicinarsi al centro abitato. A mezzogiorno il fuoco si concentrò sulle case... il campanile della chiesa fu il primo edificio a essere colpito, un colpo di cannone lo centrò in pieno! Vedevamo le nostre case cadere una dopo l’altra senza sapere perché. I carri armati attraversavano i campi di patate e i soldati, americani, inglesi, neozelandesi, marocchini, si riparavano dietro i cingoli... ma da cosa?".

Per giorni il paese rimase avvolto da una nuvola di polvere dentro la quale si intravedevano cumuli di macerie. Agli abitanti di Castelnuovo al Volturno fu consentito di ritornare alle loro case solo ai primi di luglio: l’85 per cento delle abitazioni non c’era più. A testimoniare l’assurdo, il paese prima e dopo il bombardamento, restano o solo due foto, tra altri cimeli bellici, in un piccolo museo allestito in una delle poche case risparmiate dalle granate. La gente non riusciva a farsi una ragione di un simile scempio. E anche la vicenda dei filmati era passata in secondo piano, quasi dimenticata.

Finché non cominciarono ad arrivare le prime lettere, come quella scritta da un cugino di Giovanni Tomassone, Domenico, fatto prigioniero dagli americani in Nordafrica e trasferito in un campo di detenzione negli Stati Uniti.

Nella lettera voleva sapere se davvero il paese era stato distrutto, perché aveva visto un filmato dove era raccontata la storia di Castelnuovo e del monte Marrone eroicamente conquistato dalle truppe alleate con i soldati tedeschi che venivano "snidati casa per casa...". La guerra finisce e le lettere cominciano ad arrivare anche da Boston, da Los Angeles, spedite da gente del posto emigrata in America ma con amici e parenti a Castelnuovo. Tommaso Pitassi, da pochi mesi a Filadelfia, rimase senza parole nella sala cinematografica dove proiettavano un "Combat film" sulla guerra in Italia. La battaglia di Castelnuovo veniva descritta come una delle più cruente, i soldati dell’Ottava Armata raffigurati come eroi votati al sacrificio. Ma Pitassi sapeva che quelle scene di guerra, i corpo a corpo, erano una pura messa in scena. Perché lui era lì, su quella piana, quando erano state fatte le riprese, e sapeva anche che gli unici ad aver combattuto a monte Marrone erano stati i soldati marocchini e gli alpini del battaglione Piemonte. Perché per inglesi e americani la parete di roccia alle spalle di Castelnuovo era assolutamente imprendibile. In tanti videro negli Stati Uniti il documentario, figlio della propaganda bellica americana, la storia riscritta con la cinepresa e le comparse.

A chi, come Esterina Ricci aveva fatto delle ricerche a Chicago, avrebbero detto che quella drammatica farsa era stata necessaria perché alcune "pizze", avvincenti filmati della campagna in Italia, erano bruciate e andavano rimpiazzate. Recentemente qualcun altro si è nuovamente messo sulle tracce di quel Combat Film: Michele Peri e Giuseppe Tomassone, rispettivamente insegnante al liceo artistico di Cassino e presidente de "Il Cervo", un’associazione culturale di Castelnuovo al Volturno. "Non è solo curiosità. Quel filmato è un pezzo di storia, vorremmo dare luce a questa vicenda della quale si è parlato poco". Finora le ricerche hanno dato pochi frutti.

Negli archivi dell’Istituto Luce, Peri e Tomassone sono riusciti a scovare solo alcuni spezzoni di un filmato girato nella zona prima della distruzione del paese. Sono immagini dei soldati marocchini che per circa tre mesi tentarono di conquistare monte Marrone: eccoli camminare in fila indiana verso la montagna, e poi in momenti di relax nell’abitato di Castelnuovo, dove si divertivano ad aprire scatolame con i denti e a molestare le donne del paese. Sono poche sequenze, non hanno niente di epico ma, almeno queste, nella loro semplice crudezza, sono vere.

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BUFALE MEDIATICHE D'ANNATA - 1

by Gianluca Freda (03/08/2009 - 15:04)


RETROSCENA DELLA RESA DI PANTELLERIA

di Francesco Fatica

da Storia del Novecento, anno V, n. 52, luglio 2005

 

Vorrei aggiungere qualche particolare poco noto all’interessante e documentato articolo di Orazio Ferrara, che ci ha dimostrato come lo sbarco di Pantelleria non fu quell’operazione assolutamente priva di reazione e di resistenza che ci è stata gabellata per vera dai vincitori ed avallata conformisticamente perfino dagli storici della vulgata ufficiale di questa repubblica. Mi propongo anche di tracciare il disegno generale in cui va vista la resa di Pantelleria, una delle azioni più scandalose in cui si cominciò ad intravedere l’azione occulta della Massoneria Universale per provocare la sconfitta dell’Italia fascista.

Come ha dimostrato Ferrara nel suo articolo: “La caduta di Pantelleria in un documento riservato inglese. Operazione Corkscrew: lo sbarco”, pubblicato nel n. 44 di questa Rivista, ci furono batterie italiane che aprirono il fuoco per contrastare l’attacco e l’invasione. E ancora fu ostacolato lo sbarco dai fanti inglesi nel porto “dal fuoco di armi leggere, per la verità subito zittito per l’intervento di ufficiali italiani”.

Come tutti sappiamo si arrese e ordinò la resa senza combattere l’ammiraglio Pavesi, comandante in capo della Piazza di Pantelleria, e consegnò vergognosamente al nemico intatti le aviorimesse in caverna ed i depositi di carburanti e di acqua potabile stivati in bunker che nessuna delle 20 mila tonnellate di bombe lanciate sull’isola era riuscito neppure ad intaccare.

Consegnò i serbatoi citati, i depositi di viveri e munizioni e le aviorimesse in caverna intatti al nemico, secondo un concorde copione che poi si è ripetuto con impressionante e coordinata regolarità ad Augusta, nel porto di Palermo, a Siracusa ed in altre località minori, dove furono protagonisti ignominiosamente altra alti ufficiali della Regia Marina.

A proposito di questo primo inganno, che vide al vertice un ammiraglio, invito il lettore a riflettere su particolari non trascurabili: si disse falsamente che era finita l’acqua, non mancavano neanche i carburanti che erano stivati in inattaccabili bunker scavati nella roccia, inattaccabili pure le aviorimesse. Scandalosamente non furono fatti saltare né gli uni, né le altre e nemmeno le piste aeroportuali, contravvenendo con ignominia, agli ordini superiori.

Si può ragionevolmente ipotizzare quindi che fossero ritenuti validi soltanto gli ordini della Massoneria.

Furono fatte saltare, invece, sorprendentemente, tre giorni dopo lo sbarco, il 14 giugno 1943, le case del centro del paese di Pantelleria, che erano state risparmiate da 140 incursioni aeree (che avevano invece distrutto tutto intorno al porto ed all’aeroporto) case che si erano salvate anche dai bombardamenti navali.

Perché? Perché si doveva riprendere tracotantemente su pellicola cinematografica l’effetto dirompente dei bombardamenti dell’aviazione americana. Iniziavano così varie pittoresche “ricostruzioni” – fabbricate con cinematografica maestria ed apparenza di verosimiglianza – di quella serie di pellicole, che si dissero “documentarie”, ma che erano smaccatamente propagandistiche, intitolata “Combat Film”.

Secondo alcuni testimoni tuttora viventi, fu previsto un finto attacco aereo di B17 e B24, che sganciavano sacchi di sabbia, mentre gli artificieri americani facevano saltare le case, con effetti meglio mirati di quel che avrebbero fatto le bombe vere. Si salvò il castello medievale, ma soltanto perché un artificiere sbagliò qualcosa; si ebbe così il secondo caduto americano; il primo sarebbe stato ucciso dal calcio di un leggendario asino dantesco, che, evidentemente, non aveva voluto obbedire agli ordini dell’ammiraglio.

In un sussulto di resipiscenza umanitaria, ma non abbastanza per voler lasciare un tetto ai civili, avevano fatto sgombrare il paese da tutti gli abitanti, che però assistettero allo scempio dalle colline circostanti, da dove pure si facevano le riprese cinematografiche. Ma l’errore delle riprese da terra dimostra da solo che la scena è stata ripresa dopo lo sbarco, in quanto l’operatore ed i suoi assistenti mai avrebbero potuto trovarsi sul posto prima dell’invasione dal mare (1).

Per riparare all’errore lo speaker racconta oggi di una ritorsione tedesca a forza di Stukas e Messerschmitt sull’isola appena “liberata”, ma i molti testimoni non hanno visto nessun caratteristico bombardiere in picchiata, come erano gli Stukas, assolutamente non confondibili con le sagome enormi dei B17 e B24.

Pertanto, in seguito alla trasmissione su Rai Uno della scena di cui abbiamo trattato, la “Pro Loco” scrisse a Clinton, allora presidente in carica: “Come ritiene il presidente degli Stati Uniti di rimediare all’ignobile misfatto compiuto dal comandante delle forze alleate durante l’ultima guerra?”. Non risulta agli atti alcuna risposta, non sembra che se ne sia interessato il ministero degli esteri, né oggi, né allora, tanto che il presidente della “Pro Loco” si disse pronto a ricorrere all’Alta Corte dell’Aja. Ma possiamo ben immaginare come potrebbero andare queste cose.

Era soltanto il primo atto della sconfitta. Una sconfitta che si attuava secondo una impressionante previsione fatta da Badoglio. Guido Cassinelli (l’avvocato di Badoglio) ha scritto:

“Di fronte alle impazienze di taluni ambienti (…) chiesi al Maresciallo se poteva precisare il momento, sia pure soltanto indicativo per agire. Mi rispose: “O dopo la perdita della Tunisia o dopo lo sbarco in Italia”. Sarà il Badoglio più preciso nel determinare il momento quando nel novembre del 1942, davanti ad una carta geografica, ad esponenti del partito d’Azione guidati da La Malfa e del partito Comunista guidati da Amendola sentenzia: “Prevedo la caduta di Tripoli, poì sarà la volta della Tunisia, quindi le città italiane subiranno tremendi bombardamenti; infine ci sarà un’azione aero-navale e lo sbarco terrestre” (2).

Stelvio Dal Piaz, nel libro citato, commenta: “Arte divinatoria dell’anziano Maresciallo? No, si tratta del piano della Massoneria Universale concordato con i fratelli italiani”.

Sarebbe troppo lungo riportare le vicende che portarono alla scoperta documentata delle direttive segrete emanate dal grande Oriente della Massoneria Universale per il Gran Maestro del Grande Oriente Italiano. Basti per ora accennare che il colonnello Peter Arden del Servizio spionaggio militare del Secret Service di Londra, arrestato in Rsi, il 14 ottobre 1944, mentre tentava di attraversare le linee, fu trovato in possesso di documenti che aveva nascosti in un casolare vicino.

Riportato dal libro citato di Stelvio Dal Piaz, prezioso per le informazioni che ci dà, un solo documento:

”Londra 28 luglio 1943 (tenere bene a mente questa data! N.d.r.). Al Dilettissimo e Potentissimo Fratello Venerabile Gran maestro del Grande Oriente Italiano di Rito Scozzese ed Accettato e della Grande Loggia di Rito Simbolico e affinché ne renda edotti tutti i Potentissimi Fratelli di tutti gli Orienti, riuniti nel Supremo Grande Oriente Universale, Vi esprimiamo – per mezzo del Venerabile Gran Maestro della Gran Loggia di Francia – il loro più vivo compiacimento per il gravissimo colpo inferto al satanico capo del fascismo ed al suo partito, elogiandoVi altresì per l’intensa azione svolta, ed in particolar modo per il prossimo armistizio, alla cui conclusione tanto teneva questo supremo Grande Oriente del Grande Oriente Universale. Considerato lo stato attuale della situazione internazionale ed in modo particolare quella italiana, considerata la posizione personale di Mussolini la cui cessione nelle mani degli Alleati sarà per nostra volontà contemplata nelle clausole di armistizio, il Supremo Gran Consiglio del Grande Oriente Universale Vi precisa, Potentissimo Gran Maestro, i compiti che dovete assolvere sino a quando da questo Grande Oriente del Grande Oriente Universale non Vi verranno impartite successive direttive. Pertanto i compiti alla cui realizzazione – Dilettissimo Gran maestro – dovrete immediatamente dedicarVi, mediante la collaborazione di tutti quei Potentissimi e Potenti Fratelli dell’Oriente Italiano che Voi accuratamente designerete, sono i seguenti: 1) creare caos morale e materiale in tutto il popolo italiano, le cui imperialistiche aspirazioni…(bla bla bla) 2) prendere sempre più stretto contatto con il servizio di spionaggio militare del Secret Service di Londra…(…).

Riteniamo superfluo rammentarVi, Venerabile Gran Maestro, che la Vostra azione e quella dei Potentissimi e Potenti Fratelli del Vostro oriente dovrà essere improntata alla massima decisione ed energia nei confronti di una collettività privata ormai dell’unico uomo che potesse garantire i suoi reali interessi…(…)”.

Il documento continua per un’altra pagina di ordini conditi dalla solita enunciazione di farraginosi orpelli rituali massonici.

Un altro documento è la fotografia della lettera credenziale del colonnello Arden presso il generale Carboni, capo del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari), mittente James Mulrade, capo del Secret Service. In essa si fa riferimento ad accordi verbali presi in precedenza a Napoli con lo stesso generale Carboni e con il generale Ambrosio.

Altro documento è la lettera di Badoglio sconsideratamente abbandonata nella furia della fuga e recuperata dal colonnello Arden.

Badoglio scrisse:

“Roma, 8 settembre 1943

Il precipitare della situazione – provocato dalla improvvisa comunicazione ufficiale dell’avvenuto armistizio – impedisce la riunione da noi progettata. In ogni modo, nel caso che i tedeschi estendano in Italia la loro occupazione militare, resta fissata la realizzazione delle ultime direttive impartiteci dal Grande Oriente di Londra. Provvederò io stesso a stabilire i contatti con tutti i fratelli che verranno smistati nei rispettivi posti. F.to Badoglio” (3).

L’esposizione di Dal Piaz continua per molte pagine, io mi limito a segnalare che da esse risulta che oltre a Badoglio, a Carboni e ad Ambrosio, anche il figlio Mario di Badoglio, i generali Roatta ed Armellini, nonché Acquarone, Favagrossa, Orlando, rivestivano un alto grado nelle gerarchie massoniche. Concludo con un’ultima informazione: la Massoneria Universale nel dare disposizioni di tenere sempre più stretti contatti con “il Sovrano” rammenta “che egli, da Principe ereditario, è stato nostro simpatizzante, accolto da noi quale gradito visitatore” (4).

Ma è lo stesso “Sovrano” che non si vergognò di confessare quando, firmata la resa senza condizioni (chiamata truffaldinamente “armistizio”, anche per farla più facilmente accettare da tutti i combattenti), scriveva al duca Acquarone: “Fin dal gennaio 1943 io concretai definitivamente la decisione di porre fine al Fascismo e revocare il Capo del Governo. L’attuazione di questo, provvedimento, resa più difficile dallo stato di guerra, doveva essere minuziosamente preparata e condotta nel più assoluto segreto, mantenuto anche con le poche persone che vennero a parlarmi del malcontento del paese (5). Lei, caro duca, è stato al corrente delle mie decisioni e delle mie personali direttive; e lei sa che soltanto quelle del gennaio 1943 portarono al 25 luglio successivo” (6).

Pantelleria, dicevo, è stato soltanto il prologo dell’ultimo atto della titanica lotta “del sangue contro l’oro”, una lotta che continua con sanguinosa evidenza nel mondo. Mentre in Italia ancora oggi traspare, abbastanza per chi vi pone attenzione, l’attività occulta della Massoneria Universale e dell’imperio finanziario sionista al centro di ogni intrigo. Ma mi accorgo di aver ecceduto in considerazioni, sia pure molto interessanti e degne di essere conosciute dai molti che non ne sono stati informati, considerazioni che però ci hanno portato fuori tema.

Tornando alle vicende dell’11 giugno in Pantelleria, a conferma della cocente ripulsa ad arrendersi in quel modo ignominioso, da parte di ufficiali, soldati e marinai, mi piace raccontare un episodio significativo, che mette in risalto le virtù dei combattenti italiani anche quando l’avversa fortuna sembra non lasciare alcuna via di scampo.

Una cinquantina di difensori dell’isola, tenaci soldati e marinai che non vollero arrendersi neanche dopo lo sbarco, quando le truppe inglesi ormai stavano per raggiungere le zone più lontane dal porto, avendo tentato una impossibile guerriglia, decisero di abbandonare Pantelleria; partirono con otto barche di pescatori per un’epica traversata a vela verso la Sicilia. Ma furono intercettati e mitragliati da un cavalleresco aereo inglese. Sette barche gravemente danneggiate si capovolsero e molti naufraghi persero la vita; soltanto una piccola barca, comandata dal guardiamarina Luigi Montanari, riuscì a sfuggire al feroce mitragliamento dell’aereo inglese e ad allontanarsi col favore delle tenebre frattanto sopraggiunte.

Mantenendo la rotta a nord, si dileguarono protetti dalla notte, ma dopo qualche ora, mentre erano tesi ad ascoltare ogni più piccolo indizio del nemico in caccia, avvertirono il ronzio lontano di un motore in rapido avvicinamento. In prima ipotesi si pensò ad un mas inglese, e si ammainò la vela per passare inosservati, ma poi il tipico, inconfondibile rumore dei motori Isotta-Fraschini dei mas italiani dette la certezza di aver incontrato dei camerati; allora accesero dei fiammiferi. Furono visti ed immediatamente accostati dal battello amico, rifocillati cameratescamente e poi rimorchiati in Sicilia (7).

www.isses.it

 

Note:

1) Roberto Alajmo, Ciak, si bombarda, su “L’Ultima Crociata”, anno LIII – N. 5 – giugno 2003

2) Guido Cassinelli, Appunti sul 25 luglio 1943. Documenti di Azione, Ediz. Sapri, Roma, 1944, ripresi in Stelvio Dal iaz, La sconfitta necessaria dell’Italia nella seconda guerra mondiale. Il ruolo della massoneria nell’azione di sabotaggio ai combattenti italiani, La Biblioteca di Babele Edizioni, Modica (RG), 2004.

3) Stelvio Dal Piaz, op. cit., pag 46.

4) Piero Barone, La capitolazione di un grande esercito, in “Storia Verità”, Roma, settembre-ottobre 2000, citato da Stelvio Dal Piaz, op. cit., p. 35.

5) Erano massoni che manovravano subdolamente secondo le direttive avute dalla loggia di londra.

6) Riportato integralmente da Mino Caudana e Arturo Assante, Dal regno del Sud al vento del Nord, C.E.N., Roma, III edizione 1963, p. 8.

7) Tullio Marcon, I muli del mare, Edizioni Storia Militare, Parma, 1998, Alberelli srl edizioni speciali 3^ edizione, pp. 138-139.

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UN PICCOLO COMPASSO PER UN UOMO

by Gianluca Freda (28/07/2009 - 15:38)


Gira gira, finisci per ritrovarteli sempre nei piedi. Uno pensa che almeno parlando delle missioni Apollo, per fasulle che siano, si possa una volta tanto occuparsi di una questione in cui non sbuchino fuori come scarafaggi su una buccia di melone lasciata sulla veranda. E invece no. Inserisci su Google due semplici paroline (“moon + masonry”) e ti saltano fuori una caterva di siti in cui le connessioni del programma Apollo con la massoneria vengono evidenziate con abbondanti dettagli. Dovunque ci sia da fare soldi prendendo per il culo l’umanità, insomma, si può star certi che gli scarafaggi col cappuccio sono sempre dietro le scene a tirare i fili.

Prendiamo ad esempio la foto che apre l’articolo: si tratta della copertina del n. 11, vol. LXXVII, della rivista “The New Age”, uscito nel novembre 1969. La rivista è l’organo ufficiale del 33° Consiglio Supremo di Rito Scozzese della Massoneria di Giurisdizione Meridionale, con sede a Washington D.C. All’interno troviamo un lungo articolo di Kenneth S. Kleinknecht 33°, vice direttore della sezione Moduli di Comando e Servizio del Programma Apollo, nonché vicedirettore del Programma Gemini e direttore del Progetto Mercury. Anch’egli massone, ovviamente. Qui si possono leggere le sue credenziali come responsabile dei progetti della NASA. Nell’articolo si parla della visita tributata da Edwin E. Aldrin Jr. 32° (per gli amici “Buzz”) alla Casa del Tempio di Washington il giorno 16 settembre 1969, un paio di mesi dopo la storica messinscena di cui ancor oggi tanto si discute. Aldrin – massone anche lui e figlio di un massone – si era recato in visita al quartier generale della Loggia a Washington per ricevere le congratulazioni del Supremo Comandante dell’ordine massonico e riportare indietro la bandiera dell’ordine che aveva tenuto con sé durante la “missione” (qui sotto).


A pag. 13 della rivista leggiamo:

“Notare quanti, fra gli stessi astronauti, siano Fratelli Massoni: Edwin E. Aldrin, Jr.; L. Gordon Cooper, Jr.; Donn F. Eisle; Walter M. Schirra; Thomas P. Stafford; Edgar D. Mitchell e Paul J. Weitz. Prima della sua tragica morte in un incendio improvviso a Cape Kennedy, il 27 gennaio 1967, anche Virgil I. “Gus” Grissom era un Massone. L’astronauta Gordon Cooper, nel corso del suo storico volo spaziale sulla Gemini V, nell’agosto del 1965, portò con sé un gioiello ufficiale del Trentatreesimo Grado e una bandiera del Rito Scozzese. Attraverso la placca lunare, le insegne massoniche, la bandiera e gli stessi astronauti massoni, la Massoneria è già entrata nell’era spaziale. Possiamo forse dubitare della Massoneria e della sua rilevanza spirituale nell’era moderna quando perfino i suoi rappresentanti materiali hanno oggi compiuto storici itinerari verso le distese infinite dello spazio?”

No, non ne abbiamo mai dubitato. Che Aldrin fosse un massone pare che io fossi rimasto l’ultimo (o il penultimo) a non saperlo. Lo sapeva benissimo, ad esempio, la Loggia di Fermo del Grande Oriente d’Italia, che porta il suo nome. Aldrin non ne aveva certo fatto segreto, né durante le finte missioni lunari né dopo. Durante la storica truffa del luglio 1969, aveva rivolto via radio a chi lo ascoltava un invito di chiaro sapore massonico: “Vorrei cogliere quest'occasione per chiedere ad ogni persona che si trovi in ascolto, chiunque sia, di raccogliersi per qualche istante, rendersi conto di ciò che è successo in queste ultime ore, e ringraziare Colui in cui crede e nella maniera in cui crede”. Nel suo libro Ritorno alla Terra, Aldrin stesso aveva descritto un rituale religioso da lui eseguito dopo il presunto allunaggio: “Durante il primo ozioso momento nel modulo lunare, prima di mangiare il nostro spuntino, presi il mio kit personale e tirai fuori due pacchetti che erano stati preparati su mia specifica richiesta. Uno conteneva una piccola quantità di vino, l’altro una piccola ostia. Con essi e con un calice che faceva parte del kit, feci la comunione sulla luna, leggendo un biglietto che avevo portato con me e su cui avevo trascritto alcuni brani dal Vangelo di Giovanni che si utilizzano durante le tradizionali cerimonie di eucarestia”.

La Loggia Massonica a cui Aldrin era ufficialmente iscritto nel 1969, con numero di tessera 1417, era quella di Clear Lake, Texas. In onore di Aldrin verrà fondata in seguito la “Loggia della Tranquillità n. 2000” (dal Mare Tranquilitatis lunare su cui i presunti astronauti sarebbero atterrati), sul cui sito leggiamo: “Il 20 luglio 1969 due astronauti americani atterrarono sulla luna del pianeta Terra, in una zona conosciuta come Mare Tranquilitatis, o “Mare della Tranquillità”. Uno di questi uomini coraggiosi era il Fratello Edwin Eugene (Buzz) Aldrin Jr., membro della Loggia di Clear Lake, n. 1417, AF&AM, Seabrook, Texas. Fratello Aldrin portava con sé una DELEGA SPECIALE del Gran Maestro J. Guy Smith, con nomina ed incarico di Fratello Aldrin come Delegato Speciale del Gran Maestro, che gli garantiva pieni poteri di rappresentanza del Gran Maestro in quanto tale e lo autorizzava a reclamare la luna come Giurisdizione Territoriale Massonica per conto della Gran Loggia Venerabile del Texas degli Antichi e Liberi Massoni e lo incaricava di fare appropriato rapporto sul suo operato. Fratello Aldrin certificava che la DELEGA SPECIALE era stata portata con lui sulla luna il 20 luglio 1969”.

Come l’articolo della rivista chiarisce, anche Gus Grissom, uno degli astronauti morti nel rogo dell’Apollo 1, era un massone. Ma un massone assai critico verso il programma spaziale della NASA, che ne aveva spesso denunciato l’assurdità (come si vede in questo video di Luogocomune), il che contribuisce ad alimentare i sospetti sull’incidente e sulla possibilità che di “incidente” non si sia trattato affatto.   

Qui sotto si può vedere un medaglione della Trentatreesima Loggia di Rito Scozzese emesso nel 1979 per festeggiare il decennale dell’imbroglio. Da notare la scritta “Le nostre bandiere sulla luna”. Dal 1969 la bandiera della massoneria sventolerà infatti su buona parte delle truffe mediatiche organizzate in danno dell’umanità.

   

Le vere mire della massoneria legate alla truffa delle missioni Apollo si possono leggere fra le righe nel brano che segue, tratto sempre dall’articolo di Kleinknecht su “The New Age” (pagg. 15-16):

“La missione della Corporazione è sempre stata una missione di salvezza, ma fino a questo momento il suo campo di applicazione era stato l’individuo e il suo percorso verso la luce. La Massoneria, a questo punto, non può più pensare in questi termini. Tutti gli uomini, in qualunque luogo, devono ascoltare il nostro messaggio o tutti gli uomini periranno”. Con queste parole Kleinknecht celebra l’ingresso trionfale della Massoneria nell’era della manipolazione mediatica televisiva, attraverso la quale il potere dell’organizzazione non si esercita più sui singoli adepti, bensì, grazie ai nuovi mezzi tecnologici di manipolazione delle coscienze, sull’umanità intera. La truffa delle missioni Apollo è stata in effetti – come credo di aver già scritto altrove – la prova generale del completo asservimento del pensiero umano alla virtualità mediatica. Il successo globale riscosso da questa assurda, sesquipedale menzogna ha convinto i burattinai occulti che il potere del nuovo mezzo era tale da consentir loro di rinchiudere il genere umano in una realtà fittizia che l’Ordine poteva gestire e controllare a piacimento. E così è stato. Dopo il 1969 i capi dell’Ordine Massonico erano convinti di poter diventare veri e propri artefici della realtà, creatori dell’universo mentale umano; in una parola, Dèi. Le lobby ebraiche gli hanno in seguito parzialmente bagnato il naso, garantendosi un controllo solido ed esteso sulla fabbrica catodica del mondo, ma questa è un’altra storia.

Alle pagg. 34-36 della rivista troviamo un resoconto fotografico della visita di Aldrin alla Casa del Tempio. Kleinknecht commenta:

“La storia della Massoneria nell’era spaziale ha compiuto un nuovo passo avanti il 16 settembre 1969, quando il Fratello Astronauta Edwin E. Aldrin Jr. 32° ha fatto visita alla Casa del Tempio di Washington. Accompagnato da suo padre, Edwin E. Aldrin Sr., anch’egli massone di Rito Scozzese, l’astronauta Aldrin ha interrotto il suo programma ricco d’impegni per incontrare il Gran Comandante Smith e per presentargli la bandiera del Rito Scozzese cucita a mano che aveva portato con sé sulla Luna.   

La bandiera è in seta bianca, misura 22x30 cm. e presenta una striscia dorata sui bordi. E’ ornata con le parole “The Supreme Council, 33°, Southern Jurisdiction, USA” e con il motto “Deus Meumque Jus”. E’ anche decorata con l’aquila a due teste, con la corona del 33° Grado, con le insegne del Gran Comandante Supremo e con le insegne del Maestro Massone.

Da quello storico volo lunare del 16-24 luglio 1969, la presenza di questa bandiera è diventata il simbolo dell’importanza universale della Massoneria. Quando l’uomo raggiungerà nuovi mondi, la Massoneria sarà lì”.





Capito il messaggio? Potete anche fuggire su Marte, ma non riuscirete a togliervi di torno le petulanti bestiole. Per fortuna ci sono concrete speranze che si tratti, anche in questo caso, di ordinaria fregnaccia della loro propaganda, esattamente come i viaggi lunari. Tutto sommato, per chi non è in rapporti d’affari con loro, per toglierseli di torno non servirebbero astronavi, basterebbe spegnere la televisione. Peccato che la maggior parte dell’umanità abbia dita così pigre.  

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LUNA DISTRATTA

by Gianluca Freda (17/07/2009 - 16:03)


La lettrice Chiara ha segnalato questa notizia dell’agenzia Adnkronos, la quale conferma ciò che già sapevamo da qualche tempo: la NASA ha dichiarato (e a questo punto confermato) che i 45 nastri originali del primo sbarco sulla Luna, cioè i nastri di uno degli eventi più importanti della storia umana, nonché del massimo risultato mai raggiunto dall’ente spaziale americano, sono andati irrimediabilmente perduti. Cito:

Washington, 16 lug. (Adnkronos/Dpa) - Sono andate perdute le copie originali delle immagini dello sbarco sulla Luna contenute in 45 nastri di proprieta' dell'Agenzia spaziale americana. Inutili i tentativi di ritrovarle, tentativi avviati tre anni fa quando alcuni storici chiesero alla Nasa di poterle vedere. Ad ammetterlo e' stato Richard Nafzger, da quarant'anni esperto di comunicazioni al Goddard Space Flight Center dell'agenzia americana, il coordinatore della trasmissione televisiva delle immagini delle missioni Apollo, lo specialista che aveva convertito in tempo reale le immagini in formato 'slow-scan' della camminata sulla Luna di Neil Amstrong e Buzz Aldrin nel formato standard necessario per la trasmissione sui teleschermi delle case di mezzo mondo.

E’ da notare che la NASA ha scoperto e dichiarato di aver perduto i nastri solo nel momento in cui “alcuni storici le hanno chiesto di poterli vedere”. In 40 anni non si erano mai accorti di non avere più i nastri originali del loro più celebre blockbuster televisivo e hanno iniziato a strapparsi i capelli solo quando si sono trovati alla porta un paio di persone serie che volevano esaminarli. Le persone serie fanno sempre quest’effetto: ogni volta che compaiono, i truffatori se la danno a gambe o iniziano a balbettare parole senza senso.

Perché la NASA è stata costretta a “perdere” i nastri? Qui occorre fare, per coloro che non avessero seguito le puntate precedenti, un breve riassunto. La storia che la NASA ha raccontato per anni ai telepecori è la seguente: le immagini originali dello sbarco sulla Luna sarebbero state riprese da una speciale telecamera lunare e trasmesse al Parkes Observatory australiano, il quale avrebbe provveduto a registrarle su nastri magnetici di alta qualità. Sono proprio i nastri del Parkes Observatory che sarebbero andati perduti, secondo la NASA. Dal Parkes le immagini sarebbero state ricodificate, con uno scanner speciale, in una risoluzione adatta alla televisione americana e inviate in (quasi) diretta negli Stati Uniti attraverso il satellite Intelsat III. La NASA, non sapendo come registrare quelle immagini storiche (i suoi potenti mezzi le consentivano di mandare uomini a giocare a golf sulla Luna, ma non di salvare una trasmissione su un comune nastro magnetico), ci avrebbe messo una pezza prendendo una normale camera da 16 mm. e piazzandola davanti allo schermo televisivo su cui passavano le immagini. Ecco perché le immagini dello sbarco, che ancora oggi potete vedere su Youtube, farebbero così schifo: sarebbero il risultato di una serie di processi di ripresa successivi ognuno dei quali ha finito per abbassare la qualità video dell’evento.

La verità è che il rozzo metodo di riprendere le immagini dallo schermo TV, anziché registrarle direttamente, non è stato dovuto all’imperizia e alla totale idiozia degli uomini dell’ente spaziale: anche l’idiozia ha un limite e quando questo limite viene superato è legittimo sospettare che essa non sia spontanea, ma dolosa. Registrare le immagini dalla TV con una telecamera serve a ottenere quell’effetto di “rallentamento” che fa apparire gli astronauti leggeri leggeri mentre si muovono in un improbabile ambiente a gravità ridotta. Se qualcuno visionasse i nastri originali, vedrebbe persone che si muovono goffamente e a velocità normale in uno studio televisivo allestito all’uopo. Ecco perché i nastri originali dovevano andare “perduti”. Anzi, già che c’era, la NASA ha deciso di non “perdere” soltanto i nastri originali dell’Apollo 11, ma tutte e 700 le scatole di bobine relative alle varie missioni lunari. Anche le immagini delle missioni successive all’Apollo 11, infatti, erano state “riprese” dallo schermo TV col solito metodo (qui l’idiozia diverrebbe eccessiva anche per un ente spaziale gestito da cercopitechi) e si è evidentemente ritenuto opportuno continuare a mostrare ai telepecori solo ed esclusivamente quelle.

Paolo Attivissimo, nel tentativo di giustificare l’incredibile (ma in realtà credibilissima, se se ne intende il motivo) perdita dei nastri originali delle missioni, ha veramente superato se stesso. In questo articolo scriveva: “i nastri non sono stati buttati via: sono in archivio, ma non si sa dove di preciso”. E certo, 700 scatole di bobine con i nastri dell’evento più importante degli ultimi 50 anni, sono praticamente una pagliuzza. Ti distrai un attimo e non sai più dove li hai appoggiati. Uno dei suoi geniali lettori, rispondendo a chi faceva razionalmente notare l’inverosimiglianza della scusa, scriveva: “Hai idea degli archivi che deve avere la NASA? Una svista è comprensibile”. Ebeh, sì, succede nei migliori enti del mondo di perdere 700 scatoloni contenenti le registrazioni dell’evento più significativo della storia dell’organizzazione, nonché dell’umanità. Meno male che hanno salvato le cassette di Moana Pozzi, se no c’era davvero da spararsi. Poi però la NASA si è incaricata di togliere ogni speranza ad Attivissimo e ai suoi creduli seguaci: i nastri originali sono stati proprio perduti, cancellati, azzerati, finiti, kaputt. Non sia mai che qualche altro storico dovesse farsi venire la strana idea di rivolgersi a chi dovrebbe conservare i documenti storici per poterli consultare. La NASA ha messo le mani avanti e spiegato, una volta per tutte, che dello sbarco sulla Luna può fornire solo riprese amatoriali eseguite nel proprio tinello. Sfocate, indistinguibili e sufficientemente refrattarie ad un’analisi accurata da perpetuare almeno il dubbio che le missioni Apollo possano non essere la fregnaccia che sono. Se i video originali venissero analizzati, ogni dubbio crollerebbe. Ciò ha suscitato tuttavia un’ondata di incredulità nei destinatari della triste novella. Attivissimo si è dato allora da fare per inventare una spiegazione plausibile a questa furibonda iconoclastia dell’ente spaziale americano. Non trovandone una migliore, si è inventato che i nastri magnetici costavano tantissimo e quindi la NASA, che come è noto vive di espedienti e di cene alla mensa dei poveri, li avrebbe cancellati per riutilizzarli e così risparmiare. Come una parsimoniosa massaia, la NASA ha riutilizzato i nastri magnetici dell’allunaggio per farci il polpettone il giorno dopo. Un nobile esempio di morigeratezza e di riciclaggio dei materiali. Non come quegli spendaccioni della RAI, che essendo molto più ricchi della NASA conservano ancora i nastri di Tognazzi e Vianello di 50 anni fa e ci li propinano tutte le sere. 

Tuttavia alla NASA adesso si sentono il fuoco al culo. Dopo questa ineguagliabile figura di merda di fronte alla comunità scientifica devono trovare al più presto il sistema per riguadagnare credibilità. Così hanno rilasciato una mezza dichiarazione in cui fanno intendere di aver trovato nuovo materiale filmato del primo allunaggio, mai visto prima. Traduzione: stanno accarezzando l’idea, dopo 40 anni di immagini nebulose e contraddittorie, di presentarci un bel filmato prodotto con le moderne tecniche digitali per togliere ai telepecori ogni dubbio sulla concreta realtà dei picnic seleniti. Non sono certi di volerlo fare, però: il rischio è quello di essere ulteriormente sbeffeggiati se il loro “nuovo video” dovesse essere denunciato come un altro falso. Perciò, nell’intento di tastare il terreno, hanno rilasciato una dichiarazione incomprensibile, che dice e non dice, suggerisce che sì, forse è stato trovato un altro nastro dell’Apollo 11, ma forse si tratta invece dello stesso nastro, chissà. Nel frattempo – apprendo sempre dall’impareggiabile Attivissimola NASA ha iniziato a “restaurare” i filmati sopravvissuti, cioè quelli fetenti ripresi con la cinepresa Mupi dallo schermo della TV. Stanno forse meditando di mettere una pezza digitale anche a quelli? Chissà. Finora non ho notato alterazioni di sorta nelle immagini “restaurate” dei filmati, ma tengo gli occhi aperti e gli archivi in ordine. Quando si ha a che fare con il Ministero della Verità è meglio conservare i documenti storici originali in un posto sicuro. Winston Smith e il suo Photoshop sono sempre in agguato. 

(articolo modificato il 18/07/2009)

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POSTA - 1

by Gianluca Freda (14/07/2009 - 22:02)

Una lettrice scrive:

Gent.le Freda,

volevo chiederti se avevi pensato ad inviare quel fermo immagine (dell' istante in cui versano il sangue dalla fialetta al viso di Neda) a Press TV oppure all' IRIB Radio Italia...io sinceramente rimango parecchio sorpresa dal fatto che la tua scoperta (strepitosa) sia rimasta bloccata al tuo sito ed a Comedonchisciotte...secondo me quel tuo fermo immagine meriterebbe di fare un bel giro! Un caro saluto,

SC.

Cara lettrice, non è rimasta del tutto bloccata, molti siti hanno ripreso i miei articoli su Neda e vedo che la consapevolezza della messinscena inizia a diffondersi su parecchi blog d’informazione. Certo, essa non raggiungerà mai il grande pubblico, poiché, come scrivevo qualche giorno fa, non c’è modo di togliere dalla testa della gente un’immagine impressa nella coscienza del telespettatore da una psyop mediatica, se non attraverso un’altra psyop di segno opposto che internet non ha ancora  il potere né i mezzi per organizzare. Credo sia del tutto inutile mettere al corrente della truffa i media mainstream: chiedere al ladro di denunciare il proprio furto è una perdita di tempo. Credo che anche avvertire Press TV sarebbe uno spreco di energie. Le autorità iraniane hanno già capito da un pezzo che la storia di Neda è stata una truffa. Il capo della polizia iraniano, Ismail Ahmadi-Moqaddam, lo ha detto esplicitamente in più di un’occasione. Arash Hejazi, il medico/scrittore/spia che ha partecipato alla messinscena del filmato è già ricercato dalle autorità iraniane, le quali hanno anche chiesto l’aiuto dell’Interpol – poi declinato – per pervenire alla sua cattura. Tuttavia neppure il governo iraniano ha ritenuto opportuno diffondere sui media questa consapevolezza: cane non mangia cane e il potere dei media di tenere sotto controllo la popolazione serve al governo dell’Iran come ai governi occidentali. La falsità delle immagini televisive non deve mai essere rivelata al grande pubblico, neppure se per una volta è l’avversario ad avvantaggiarsene. Un prestigiatore non svela mai i trucchi dei prestigiatori rivali, perché ciò vorrebbe dire gettare il sospetto anche su di sé. Rompere il giocattolo che serve a tenere sotto controllo decine di milioni di persone non conviene a nessuno. Spiega alle persone che il video della morte di una manifestante è fasullo ed esse potrebbero iniziare a porsi domande anche sull’attendibilità dell’apparato informativo nazionale. I media iraniani hanno fatto tutto il possibile per suggerire la possibilità di una messinscena, senza però mai affermarlo in modo diretto. Ad esempio il TG qui in alto contiene un’intervista al tizio che portò “Neda” all’ospedale, il quale dichiara che tutta la scena del “delitto” gli appariva molto sospetta. Di più la TV iraniana non può e non vuole dire. Se lo facesse non sarebbe una TV.

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LUNA BUGIARDA

by Gianluca Freda (10/07/2009 - 22:53)


“Bellissima, bellissima! Una magnifica desolazione!”

(Buzz Aldrin a Houston, dopo il suo “primo passo sulla Luna”)

 

Una delle cose che più mi diverte leggere su internet sono i battibecchi tra complottisti e anticomplottisti riguardanti le missioni lunari del programma Apollo. Si tratta di una materia su cui, come è noto, non sono neutrale. Essendo un complottista dichiarato, io so (non “penso”, “ritengo” o “opino”: so) che le missioni Apollo sono state la più colossale presa per i fondelli mediatica per teleutenti storditi che mai si sia vista sullo schermo, seconda soltanto alla grande produzione dell’11 settembre, ricca di effetti speciali di gran lunga migliori. Probabilmente si è trattato di una sorta di prova del fuoco generale. I progettisti delle psyop mediatiche si sono detti: vediamo un po’ quanto sono coglioni gli utenti della TV, se si bevono le passeggiate sulla Luna possiamo raccontargli di tutto. Ce le siamo bevute alla stragrande – uso il plurale perché per lunghi anni ci ho creduto anch’io - e infatti da allora in poi ci hanno raccontato di tutto. Non esiste limite alla quantità di cazzate con cui hanno letteralmente ridefinito il nostro habitat mentale. Ancora oggi la maggioranza della popolazione terrestre è convinta che si possa andare sulla luna con un trabiccolo di cartone e domopak e due tutine refrigerate non si sa bene come. La fede e la gratitudine verso coloro che per primi ci hanno trattati da citrulli bovini quali siamo è tale che ancora oggi esistono individui, come il noto Paolo Attivissimo, che si recano festanti a intervistare Buzz Aldrin, uno dei primi artefici del nostro crudele dileggio. Attivissimo era l’uomo adatto a questo compito: chiunque altro, infatti, avrebbe posto ad Aldrin delle domande, il che in un’intervista sarebbe stato sconveniente. Invece, il decano degli anticomplottisti italiani, su suggerimento dei suoi degni lettori, si è limitato a produrre delle affermazioni. Lei ha fatto la storia! Lei è come Colombo, Cook, Lewis e Clark (Kent?)! Come dev’essere bella la realtà del nostro mondo vista da lassù (per chi non la vede neanche da quaggiù il complesso d’inferiorità dev’essere terribile)! E tante altre innocue e divertenti riverenze. Nel suo resoconto Attivissimo narra, con struggente tristezza, che la maggior parte dei giornalisti, quando Aldrin ha iniziato la conferenza, hanno alzato le chiappe e sono andati via dalla sala. Il meccanismo del bipensiero orwelliano, ahimé, è una brutta bestia. Garantisce l’acquiescenza supina alle fregnacce, non necessariamente l’attrazione verso di esse.

In questo articolo non esporrò i motivi che mi hanno condotto a divenire consapevole della grande fregnaccia lunare. Molti altri lo hanno già fatto con successo, con considerazioni tecniche e piuttosto approfondite. Anch’io l’ho fatto in passato, con osservazioni ben più ruspanti, che sono le preferite e le più convincenti per una mente semplice come la mia. Ma non voglio aprire l’ennesima discussione sull’argomento. Mi vergogno troppo a discutere di certe ovvietà. Del resto, perché dovrei farlo? Se un tale è capace di guardare le foto lunari della NASA e non ridere, non vedo in che modo potrei aiutarlo. Il senso dell’umorismo è una dote innata, se non lo possiedi è inutile seguire corsi accelerati.

Devo dire tuttavia che i debunker che strepitano su questo argomento nel tentativo di ripristinarne la dogmaticità, per quanto fastidiosamente rumorosi, sono una specie antropologicamente interessante. Essi si dividono in due grandi categorie. La prima, che io chiamo dei “furenti”, è quella di coloro che nel replicare alle tue affermazioni iniziano con una risata (“hahahahaha!”), proseguono ponendoti disumanamente di fronte alla tua abissale insipienza scientifica (“Sei forse laureato in astrofisica? Hai mai pubblicato un articolo su Science? No? E allora cosa vuoi saperne?”) e concludono con l’invito a dedicarti ad attività più consone alle tue competenze, come il collezionismo di scarabei o l’alimentazione dei piccoli felini. Rivolgo un appello alle persone di buon cuore: questa gente ha bisogno di aiuto. E’ già preoccupante che un individuo rida mentre si esprime, ma individui che ridono per iscritto dovrebbero avere diritto ad un’apposita raccolta Telethon a favore della categoria. A ciò si aggiunga che la desolazione sintattica e grammaticale presente nelle loro invettive denota spesso condizioni di dislessia e disgrafia estremamente gravi. Questo getta un’ombra sinistra sulla loro richiesta di qualifiche accademiche: qualora mi decidessi a scrivere saggi per Science, come potrei mai riuscire a far loro leggere anche soltanto il titolo dei miei articoli?

La seconda categoria anticomplottista, che amo definire dei “dotti”, è quella di coloro che controbattono alle tue affermazioni sciorinando una cultura fisico-scientifica enciclopedica. Da costoro imparo sempre un sacco di cose: essi disquisiscono, con profonda competenza, di ambienti a gravità ridotta, di riflettori laser, di radiazioni ionizzanti, di moti inerziali, di magnetosfere, di attriti statici e dinamici e di tante altre cose di straordinario interesse. La cosa, purtroppo, rattristante è che tanto genio scientifico vada sperperato nel tentativo di giustificare fotografie della NASA come quella qui sotto (AS11-40-5922), in cui compare un modulo lunare visibilmente composto di carta da pacchi, mazze di scopa e tendine da monolocale, tenuti insieme da abbondante scotch.



Ciò dà luogo a discussioni surreali, del tipo:

“Come spieghi che in questa foto il modulo lunare sia fatto di mazze di scopa?”

“Devi considerare che il modulo utilizza combustibile ipergolico, che genera un’accensione spontanea attraverso il semplice contatto col comburente. Non è dunque necessario alcun meccanismo di accensione e ciò ha consentito di dismettere le pompe di alimentazione, che avrebbero rischiato di andare in avaria”.

“Va bene, ma come mai il modulo è fatto di mazze di scopa?”.

“Ciò dipende dalla diversa massa dei propellenti utilizzati, che erano stati distribuiti nei due serbatoi per consentire una ripartizione simmetrica del peso, il che consente di variare la direzione della spinta fino a un massimo di 6 gradi rispetto all' asse verticale, mentre la forza può essere regolata in un intervallo compreso tra i 4,7 e 43,9. Nella foto puoi vedere i quattro gruppi motore adibiti al controllo dell’assetto, i sistemi di regolazione termica e le antenne per le comunicazioni in banda S, in speciale lega d’alluminio.

 “Ma io vedo solo delle mazze di scopa...!”

“Purtroppo la tua scarsa preparazione scientifica ti impedisce di capire che il modulo possedeva una spinta RCS di 16x440 N, era dotato di propellente N2O4/UDMH, con impulso specifico Isp pari a 290 s (2.84 kN•s/kg), una spinta in ascesa di 16 kN e due batterie elettriche da 28-32V e 296 A-h, 56.7 kg ognuna. Ti è più chiaro adesso?”.

“No! E’ fatto di cartacce e mazze di scopa!”

“Scusami, adesso devo andare a preparare la mia tesi sul decadimento dei bosoni di Higgs in leptoni tau. Alla prossima, e studia un po’, mi raccomando”.

La medesima slavina di techno-babble la si ottiene provando a far notare altre banali disattenzioni della regia, come questo filmato in cui il riverbero dei riflettori tradisce penosamente i fili a cui gli “astronauti” sono appesi (quelli che consentono loro di eseguire quei zompi mirabolanti).


Tutto questo mi porta a diversi tipi di considerazioni. La prima, più ovvia e più triste, è che aveva perfettamente ragione Tony Lentz (vedi articolo postato l'altroieri) quando nel 1981 affermava: “Permettere a noi stessi di essere influenzati dalle sottili ma potenti illusioni presentate dalla televisione conduce ad una sorta di follia di massa che potrebbe avere implicazioni piuttosto spaventose per il futuro della nazione... Inizieremo a vedere cose che non esistono, daremo a qualcun altro il potere di creare per noi le nostre illusioni”. E aveva altrettanto ragione Hal Becker, cinico manager della Futures Group, quando affermava nello stesso anno: “Mettete qualsiasi cosa in televisione ed essa diventa realtà. E se il mondo esterno alla TV contraddice le immagini, la gente inizierà a modificare il mondo per adeguarlo alle immagini della TV”. La maggior parte dell’umanità è imprigionata, da quando esistono i mezzi di comunicazione di massa, in un set cinematografico angusto e asfissiante, in cui la complessità del mondo è ridotta ad una piatta rappresentazione bidimensionale, per giunta raffazzonatamente allestita e – cosa più insopportabile – per il profitto di altri. Quasi tutto ciò che crediamo di sapere sul mondo e sull’universo ci viene da immagini che altri hanno creato per noi e che noi abbiamo poi trasferito in ciò che ci circonda, per rendere la vita corrispondente al suo simulacro catodico eterodiretto.

La seconda considerazione, che a prima vista potrebbe apparire pessimistica, ma che in realtà apre un universo di sconfinate prospettive, è che con ogni probabilità ogni certezza che crediamo di avere sulla struttura e sulla fisica dell’universo è in realtà – esattamente come accade per le missioni Apollo – una mera apparenza poggiante su immagini mentali indotte, puntellate da profluvi di chiacchiere “scientifiche”; chiacchiere che si perdono nel deserto dei dettagli tecnici e perdono di vista, per timore o per insipienza, la visione d’insieme. George F. R. Ellis, noto ed insigne cosmologo, scriveva su Scientific American nel 1995: “La gente deve rendersi conto che esistono più modelli che possono spiegare le osservazioni [astronomiche] finora compiute... ad esempio, io potrei costruirvi un modello di universo sfericamente simmetrico, con la Terra al centro, e non si potrebbe negare la sua validità sulla base delle osservazioni. Si potrebbe escluderlo solo su basi filosofiche. In questo, dal mio punto di vista, non c’è assolutamente niente di male. Ma ciò che vorrei evidenziare è che noi utilizziamo criteri filosofici per scegliere i nostri modelli. Buona parte della moderna cosmologia cerca di nascondere questo fatto”. Ellis, se ben capisco, sta dicendo che non esistono rilevazioni scientifiche oggettive separabili dal nostro modello di interpretazione della realtà, che è soggettivo e dipende dalle immagini mentali che ogni epoca porta con sé. La nostra era è stata edificata, anche nel campo della scienza, sulla filosofia televisiva e sui suoi modelli banalizzanti. Sarà per questo che tutto appare così asfittico, bloccato, reclusorio, quasi un gulag da Truman Show? In questo caso, il futuro si prospetta roseo. Dobbiamo solo attendere la fine della condanna mediatica – che come ogni condanna non dura in eterno – e il cosmo tornerà ad essere per noi il luogo totalmente ignoto che è sempre stato, pronto ad essere studiato e interpretato (due termini che sono spesso sinonimi) in un’ottica nuova. Scopriremo presto, per la milionesima volta, che cambiare il mondo è semplice quanto cambiare idea. Ci accorgeremo di esser rimasti autoreclusi in un mondo di pura materia, condizionati a ritenerlo l’unico reale, mentre tutt’intorno a noi stridevano ghiacciai di diamante e tuonavano vulcani di stelle.

La terza considerazione è che se vogliamo accelerare la liberazione dalla schiavitù catodica dobbiamo al più presto disconoscere il nostro carceriere e metterlo di fronte alle sue menzogne. Per fare ciò le menzogne bisogna imparare a riconoscerle. Non si tratta, in verità, di un’assegnazione particolarmente complessa. Il nostro guardiano è programmato per mentire e tutto ciò che passa per le sue labbra è, in un modo o nell’altro, una bugia. Anche un evento reale, come una banale rapina o una dichiarazione politica, viene falsificato e appiattito per il semplice fatto di essere stato predigerito dai suoi circuiti. Ciò che ci viene proposto dell’evento è sempre il residuo fecale, decontestualizzato e sterilizzato, di una realtà complessa che il mostro ha già tagliuzzato e risagomato seguendo i criteri della propria programmazione. E’ però essenziale imparare a riconoscere almeno le menzogne che non scaturiscono dalla natura stessa del mezzo e dalle sue finalità a lungo termine, bensì da una progettazione “accurata” (le virgolette sono d’obbligo; in realtà, dal lato tecnico, la cura nel realizzare queste messinscene è sempre assai scarsa) mirante ad indurre negli ignari fruitori uno spostamento di paradigma a breve-medio termine, necessario ai gestori del medium per giustificare e garantire sostegno ai propri progetti di riconfigurazione geostrategica. A questa categoria appartengono bufale mediatiche come la Shoah, le armi di distruzione di massa, l’11 settembre, le “rivoluzioni colorate” (l’ultima in ordine di tempo è quella tentata in Iran) e, naturalmente, le missioni Apollo. Questo tipo di bufale presentano una serie di caratteristiche ricorrenti, che trovano nella truffa lunare il proprio prototipo. Smascherarle è per buona metà una questione di “fiuto” (ciò che veniva chiamato “fiuto giornalistico” ai tempi in cui esisteva ancora un giornalismo). Qui di seguito offro un mio personalissimo decalogo dei criteri che consentono di “annusare” la bufala e mettere in guardia il senso critico affinché non si lasci prendere alla sprovvista:

1. Dilettantismo: La bufala mediatica si riconosce innanzitutto dal suo essere fabbricata coi piedi e per il fatto che contiene quasi sempre la prova visiva della propria inautenticità, spesso in modo così eclatante da risultare perfino comico. Una delle obiezioni più frequenti del debunker di turno a coloro che denunciano la messinscena, evidenziandone i grossolani errori di fabbricazione è: “eh già, e secondo te gli uomini della CIA sarebbero così idioti da commettere un errore così pacchiano? Da far compiere agli astronauti movimenti che tradiscono platealmente i cavi a cui sono appesi? Da girare un video della “morte di Neda” in cui si lascia vedere così chiaramente agli spettatori la fialetta del sangue finto che gli attori le rovesciano in faccia? Da far crollare in verticale il WTC7, che non era stato colpito da nessun aereo, senza inventare una spiegazione plausibile? Insomma, deciditi, sono dei geni della truffa o degli idioti completi?”. A parte l’inammissibilità logica dell’argomentazione, con la quale ogni prova materiale a carico viene trasformata per via dialettica nel suo contrario, la risposta è: non sono idioti. Ma considerano completamente idioti gli spettatori delle loro produzioni, e, a giudicare dai risultati, non certo a torto. La considerazione che i progettisti delle psyop nutrono nei confronti delle loro vittime è ben espressa da Walter Lippmann, uno degli uomini che contribuirono ad elaborare le linee fondamentali della falsificazione mediatica a scopo di controllo delle coscienze. Nel suo libro L’opinione pubblica Lippmann scrive: ““La massa di individui completamente illetterati, dalla mente debole, rozzamente nevrotici, sottosviluppati e frustrati è assai considerevole; molto più considerevole, vi è ragione di ritenere, di quanto generalmente si creda. Così viene fatto circolare un vasto richiamo al popolo tra persone che, sul piano mentale, sono bambini o selvaggi, le cui vite sono un pantano di menomazioni, persone la cui vitalità è esaurita, gente ammutolita e gente la cui esperienza non ha mai contemplato alcun elemento del problema in discussione”. Per decerebrati del genere, pensano i progettisti delle psyop, è del tutto superfluo spendere milioni in effetti speciali mirabolanti. Basta spendere poche lire per qualche rozzo effettaccio teatrale e/o girare un paio di filmati col telefonino per ottenere l’effetto desiderato. Gli “illetterati” si lasceranno sopraffare dalle emozioni, disattiveranno il cervello ed eviteranno accuratamente di eseguire analisi approfondite su ciò che stanno osservando. Fino ad oggi i fatti, per quanto sia doloroso dirlo, hanno dato ragione a Lippmann oltre ogni sua più rosea aspettativa.

2. Incoerenza: un’altra caratteristica delle bufale mediatiche è quella di evidenziare una quantità di elementi contraddittori nel momento in cui si pongono a confronto le diverse immagini o testimonianze che sono servite a presentarla agli utenti finali. Così Aldrin indossa tute differenti nelle foto della passeggiata lunare; il “fidanzato di Neda” cambia faccia nelle foto diffuse da Twitter e in quella che accompagna l’intervista rilasciata alla BBC; i “testimoni oculari” delle camere a gas di Auschwitz si contraddicono tra loro riguardo alle dimensioni, caratteristiche e dislocazione delle strutture; e così via. Questa scarsa cura della coerenza narrativa è in parte ascrivibile alla bassa considerazione delle capacità intellettive degli utenti finali di cui al punto 1. In parte è anche dovuta al fatto che le psyop d’intelligence sono spesso realizzate da più centri operativi la cui coordinazione non è necessariamente ottimale. Alcune contraddizioni sono particolarmente clamorose, come nella “lista dei 19 dirottatori dell’11 settembre”, continuamente modificata e parte dei cui membri sono vivi, vegeti e dediti ad onestissime attività. Ma questo non ha importanza per la riuscita dell’imbroglio, che punta a sollecitare il lato emotivo dell’utente, mettendo a tacere le doti razionali che – in quell’esigua minoranza di individui che ne è in possesso - potrebbero smascherare la messinscena.  

3. Rarefazione informativa: la bufala mediatica è anche riconoscibile dall’assenza di informazioni dettagliate su tutto ciò che non riguardi il momento centrale dell’avvenimento dato in pasto agli spettatori/lettori. Se cercherete di ottenere dai media informazioni più ampie riguardo ad elementi che sono collegati all’evento per via indiretta, troverete solo poche e scarne informazioni, sempre le stesse, ripetute all’infinito su TV e quotidiani, con variazioni lievissime e spesso contrastanti. Non vi sarà dato conoscere i nomi dei parenti di “Neda”, il loro lavoro o avere informazioni più precise sulla facoltà universitaria frequentata dalla ragazza; non riuscirete ad avere i dettagli tecnici di funzionamento delle fantomatiche camere a gas naziste (Robert Faurisson li sta chiedendo da 30 anni); i dirottatori dell’11 settembre saranno dirottatori e basta, senza che vi sia dato conoscere alcun particolare delle loro vite antecedente alla progettazione dell’attentato. Ricostruire anche i dettagli, oltre alla scena madre, sarebbe troppo complesso e, stante l’irragionevolezza della stragrande maggioranza della popolazione umana, si tratterebbe di un lavoro superfluo. A questa regola fa parziale eccezione proprio la truffa delle missioni Apollo, e questo per motivi evidenti: l’implausibilità dell’evento e la necessità di convincere della sua realtà anche scienziati e cosmologi, oltre all’uomo della strada, rendeva necessaria una maggiore accuratezza nei dettagli. Fino a un certo punto, comunque: provate a chiedere alla NASA i dettagli tecnici di funzionamento delle famose “tute refrigerate” o a cercare qualche ripresa di stelle e pianeti visti dalla Luna: vi troverete ancora una volta di fronte al nulla (by the way, Armstrong dichiarò, nella conferenza stampa immediatamente successiva al “ritorno dal satellite”, che sulla Luna non si vedevano stelle!! Posso capire che non sia possibile farle venire sulle foto, ma addirittura che non si vedano...!). 

4. Retorica: dovendo colpire e accendere l’emotività delle sue vittime, la bufala mediatica è farcita di connotazioni retoriche, quasi sempre riprese dai modelli cinematografici e televisivi le cui immagini hanno ormai sostituito, nella psicologia della collettività umana, quelle della realtà quotidiana e tangibile. Così gli astronauti piantano patriottiche bandiere a stelle e strisce, come gli eroi di Iwo Jima, e pronunciano sentenze altisonanti al momento di posare le suole sulla sabbia selenita; così Hamid Panahi, nel video di Neda, si esibisce in declamatorie manifestazioni di dolore (“Neda resta con me! Non lasciarmi!”) riprese pari pari dai blockbuster hollywoodiani; così il presidente Bush, dopo l’11 settembre, dichiara al mondo che i terroristi “hanno svegliato il grande gigante addormentato”, con una citazione da cinefilo tratta di peso da “Tora! Tora! Tora!”. “Io credo che la gente abbia perso la capacità di collegare insieme le immagini della propria vita senza l’intervento della televisione. E’ questo che intendiamo quando diciamo che ci troviamo in una società catodica”, diceva Hal Becker, accingendosi a sfruttare questa intuizione a favore del Futures Group per cui lavorava. E ancora una volta aveva ragione.  

5. Eroismo: strettamente connesso alla retorica hollywoodiana è il “fattore eroismo”. La stragrande maggioranza degli esseri umani – aiutata dalla terribile banalizzazione tele-cinematografica della realtà che ha devastato la nostra capacità di pensiero nell’ultimo secolo – ragiona in modo elementare e categorizza la realtà in scialbe dicotomie: destra-sinistra, bianco-nero, buono-cattivo, e così via. La bufala mediatica gioca su questa insipienza analitica e offre all’utente una rappresentazione della realtà che corrisponda alla sua rarefatta immagine del mondo. Essa presenta ed esalta sempre, con gran pompa, un eroe “buono” la cui presenza evoca per contrasto l’antagonista “cattivo” contro il quale si intende dirigere il disprezzo dell’osservatore. Gli astronauti conquistano, come eroici pionieri del Far West, le lande remote del satellite terrestre, con tanto di celebrazione patriottica e saluto alla bandiera, evocando la sconfitta dei malvagi sovietici che restano a terra a rodersi il fegato; Neda muore da eroina per mano del demoniaco Ahmadinejad (e fioccherà abbondante sui forum di internet, nei giorni successivi, la retorica melmosa del suo “sacrificio per la libertà”); gli eroici pompieri dell’11 settembre muoiono da eroi per opporsi al malvagio piano dei terroristi che vogliono distruggere l’America; e così via, di cazzata in cazzata. Inutile sottolineare che i grandi eventi e le grandi tragedie, quando reali e/o non ridotte a feuilleton per le masse, non offrono cittadinanza agli eroi. Non ne troverete neanche uno nei diari di Colombo e nemmeno nelle cronache dei soccorsi in Louisiana a seguito dell’uragano Katrina. Dinanzi all’enormità dell’ambizione e del dolore umano gli eroi se ne restano in disparte, chiusi nei loro quadratini di celluloide, ad osservare ammirati.     

6. Simbolismo: il gregge dei teledipendenti ha la memoria corta. Consuma repressioni, stragi e catastrofi come si consuma un doppio cheeseburger da McDonald’s. Per far sì che il pur banale significato della messinscena (che può essere la malvagità di un dato regime o la superiorità scientifica statunitense) resti impresso per più di dieci minuti nelle menti vuote dei fruitori, occorre che la psyop sia progettata in modo da culminare in una o più immagini simbolo che rimangano fissate nell’immaginario. L’americano medio non ha la più pallida idea di dove si trovino geograficamente l’Iran o la Cina, non sa nulla della loro situazione politica, culturale, economica, per non parlare del ruolo che tali paesi rivestono nelle strategie militari globali. I viaggi sulla luna gli interessano meno del porno. Tende a digerire e dimenticare in fretta anche l’evento più clamoroso o toccante, a meno che non si progetti un’immagine-simbolo, ricollegabile all’evento stesso, da imprimere come un marchio a fuoco sulla “tabula rasa” che è la sua mente, secondo la definizione del Tavistock Center. Può accadere, in casi rari, che questa immagine-simbolo scaturisca spontaneamente dallo stesso palcoscenico della rappresentazione. Ad esempio, nel corso della rivolta cinese di Piazza Tien an Men (prima tra le “rivoluzioni colorate” organizzate dalla CIA per rovesciare il governo di Deng Xiaoping) le “immagini simbolo” degli studenti che offrono fiori ai soldati, già accuratamente preparate dalla regia, vennero superate da un’immagine autentica (o almeno finora non dimostrata fasulla), quella del tizio che ferma una colonna di carri armati stando fermo in mezzo alla strada; questa immagine si prestava con maggiore efficacia ad ottenere il risultato desiderato e fu dunque preferita a quelle già predisposte. Ma nella maggior parte dei casi l’immagine-simbolo viene preparata “in studio” durante la rappresentazione: Aldrin che fa il saluto alla bandiera (un’immagine così palesemente fasulla che perfino Paolo Attivissimo , a suo tempo e a denti stretti, aveva espresso dubbi sulla sua autenticità); la stessa bandiera americana issata sulle macerie di Ground Zero a simboleggiare la resistenza dell’America vendicativa alla malvagità dei terroristi (per realizzare la foto la bandiera venne fregata da uno yacht ancorato nei pressi, il cui proprietario s’incazzò non poco); il primo piano del viso di Neda ricoperto di ketchup (le immagini autentiche dei vari manifestanti iraniani pestati a sangue e mezzi morti, o morti, non andavano bene, essendo troppo simili a quelle dei manifestanti picchiati e accoppati in ogni paese del mondo, dunque dozzinali e prive di forza simbolica). Si può pertanto riconoscere la bufala mediatica dalla presenza di questa iconografia e dall’uso retorico che ne viene fatto.              

7. Effetti: “Dai frutti li riconoscerete”, dice il Vangelo. La bufala mediatica è progettata, come si è detto, per generare forti e irrazionali reazioni emotive nei meno dotati di spirito critico (cioè nel 90% dell’umanità). Poiché essa raggiunge sempre perfettamente i suoi scopi, potete riconoscerla osservando le reazioni scomposte delle sue vittime. Prendete un qualsiasi idiota di vostra conoscenza (ogni vero essere umano ne conosce più d’uno) e osservate la sua reazione di fronte al messaggio. Se l’idiota si lascia andare, con ribollente passione, alla retorica del martirio, o a quella dell’eroismo, o a quella dell’incomparabile e celeste dolcezza della democrazia, avrete un forte indizio del tipo di medicina che gli è stato somministrato. A monte di un alienato che straparla di fumosi concetti, esistenti nel solo mondo della sua immaginazione, è lecito supporre l’esistenza di un farmaco mediatico poderoso, così come a monte di un ubriaco è lecito presupporre l’esistenza di una o più lattine di birra. Se per vostra singolare fortuna doveste trovarvi a corto di ubriachi strepitanti, potete rimediare osservando le reazioni dei molti subnormali che affollano i forum e i siti della rete. Ad esempio questo sito e quest’altro possono costituire un’assai utile cartina di tornasole.  

8. Evasività: la bufala è anche riconoscibile dal fatto che gli elementi che ne rappresentano la più considerevole fonte di dubbio vengono accuratamente elusi dai mezzi d’informazione e - per quel che conta - anche dai “debunker”. Ci si concentra sui punti noti a tutti o su quelli marginali, lasciando convenientemente nell’ombra gli aspetti più controversi. Troverete decine di persone disposte a sciorinarvi le mirabili caratteristiche tecniche del LEM; ma se chiederete come mai il modulo lunare, in certe foto della NASA, si presenti come un ammasso di immondizia legata col nastro adesivo, riceverete solo insulti o il silenzio. Idem per l’11 settembre: gli elementi che smascherano con certezza l’inside job, come il crollo del WTC7, non sono neppure stati presi in considerazione dalla commissione d’inchiesta americana; il rapporto dell’Open Chemical Physics Journal, in cui ricercatori indipendenti hanno analizzato le macerie di Ground Zero, trovando tracce abbondanti della termite usata per demolire gli edifici, non riceveranno la minima attenzione dai media, né dagli anticomplottisti a cottimo. E allo stesso modo il debunker coscienzioso eviterà con cura di commentare le immagini del video di Neda in cui si vede distintamente il contenitore da cui le viene rovesciato in faccia il sangue finto; al massimo si produrrà in una sequela di insulti e risate per iscritto, affermerà balbettando che si tratta solo di un ammasso di pixel e poi scomparirà nel nulla. Il ricercatore che chieda informazioni precise sul funzionamento e sulle caratteristiche tecniche delle camere a gas naziste verrà ignorato o arrestato. Quando i nodi cruciali di una questione vengono elusi con il suddetto imbarazzo, o perfino con la repressione, la possibilità di trovarsi di fronte a una bufala cessa di essere una possibilità.   

9. Distruzione delle prove: per evitare che la bufala, col passare del tempo,venga contraddetta o smascherata, occorre far sparire le prove compromettenti; o più spesso occorre giustificare in qualche modo la totale assenza di prove, visto che esse, essendo per l’appunto prove di una vicenda mai avvenuta, non sono mai esistite. La cancellazione/decostruzione delle prove è in realtà un’attività alla quale i malandrini che stanno dietro alle psyop si dedicano di malavoglia. Non ne vedono la necessità. Le loro vittime non s’informano, non ragionano, non leggono; quindi, chi se ne frega se sulla stampa specializzata o sul web dovessero comparire anche diecimila smentite, con tanto di dimostrazione? Esse non basterebbero comunque a cancellare le immagini televisive, che nelle menti dei poveri dei spirito hanno già rifondato la realtà sulle inamovibili fondamenta della fregnaccia. Non è clinicamente possibile far rinsavire masse di individui la cui coscienza è stata programmata dalle operazioni di guerra psicologica se questi individui sono contenti della propria condizione. Si potrebbe al massimo riprogrammarli: se TV e giornali pubblicassero nuove immagini e nuove campagne di stampa che contraddicano le precedenti, ecco che nell’arco di poche ore il gregge mediatico cancellerebbe dalla memoria le vecchie “verità” per adeguarsi alle nuove, quali che siano. Ma un’operazione del genere richiederebbe un enorme dispiego di mezzi ed è ovviamente al di fuori della portata di qualunque ricercatore, per quanto scrupoloso. Dunque la distruzione delle prove è considerata dagli operatori delle psyop come un eccesso di zelo, laborioso e inutile.

Purtroppo per loro, i loro capi, cioè i membri dell’elite politico-finanziaria internazionale che ordina la fabbricazione delle bufale per i propri interessi, la pensa diversamente. Essendo essi stessi un’elite, sanno benissimo che i grandi sconvolgimenti della storia non sono mai stati prodotti da masse di ovini, per quanto oceaniche, bensì da ristrettissimi gruppi di persone pensanti capaci di agire in comune e di coordinarsi tra loro. A queste persone è necessario togliere quanto più possibile il terreno sotto i piedi; privarli di ogni elemento d’indagine, non tanto perché l’indagine sia pericolosa in sé, ma perché essa rappresenta un poderoso collante relazionale e una base per il coordinamento. Non ci si può permettere di rischiare che gruppi di ricercatori indipendenti, magari coordinati tramite internet, si mettano a compiere analisi sulle macerie del World Trade Center o sui nastri originali delle missioni Apollo. E’ vero, costoro non riuscirebbero mai a comunicare al grande pubblico le loro scoperte; ma diverrebbero consapevoli dell’imbroglio, e la consapevolezza di piccoli gruppi coordinati e determinati fa paura più di mille rivoluzioni. Dunque le macerie del WTC devono essere rimosse e distrutte al più presto; i nastri originali dello sbarco sulla Luna devono andare opportunamente smarriti; Oswald deve sparire; i genitori di “Neda”, sospettamente inesistenti, devono poter giustificare la propria inesistenza con l’arresto da parte del mefistofelico governo iraniano; anche le camere a gas, inesistenti più che mai, devono poter vantare la propria distruzione ad opera dei nazisti in fuga se vogliono evitare che la loro irrealtà divenga oggetto d’indagine. La distruzione delle prove basterà a scoraggiare solo una parte dei ricercatori, non tutti, ma intanto si fa quel che si può. Per il resto esiste sempre la carta della repressione, che è fastidiosa e pericolosa da giocare, ma rappresenta pur sempre un’ultima ratio nel caso le cose si mettano veramente di merda.

10. Coraggio intellettuale: per essere smascherata la bufala richiede una buona dose di coraggio intellettuale. Chi comprende la falsità di una proposizione accettata come vera dalla stragrande maggioranza del genere umano si sente spesso solo. I grandi media lo ignorano o lo prendono in giro; parenti e amici lo considerano una persona un po’ tocca che cerca di mettersi in mostra affermando l’esatto contrario di verità risapute. Evitate di arrabbiarvi, di impuntarvi, di strillare. Sarebbe doppiamente inutile: inutile perché non si può sconfiggere con le urla un apparato mediatico globale i cui strilli sono miliardi di decibel più poderosi; e inutile perché portare dalla vostra parte una, dieci o mille persone a suon di strepiti non servirebbe a niente. Le persone sono utili quando ragionano e a ragionare si impara da soli, se mai si impara. Limitatevi a gettare negli altri il seme del dubbio e lasciate che decidano da soli se essere pecore o uomini. L’appoggio entusiastico di una moltitudine di cerebrolesi, in grado di apprezzare solo le vostre urla, sarebbe infinitamente più dannoso della loro inimicizia. Avete contro un sistema di disinformazione in grado di distruggere e riplasmare miliardi di menti nell’arco di un telegiornale, quindi entrare in collisione con la maggioranza del genere umano è una necessaria quotidianità. Accertatevi di avere le spalle per sopportarla. Tenete presente che, stante il continuo bombardamento di stupidaggini da parte dei media, il fatto che la maggioranza degli individui sia convinta della veridicità di un fatto rappresenta il miglior indizio possibile della sua inautenticità. Più fessi ci credono, più è verosimile che abbiano torto. Scrivetevi da qualche parte le parole di Morpheus a Neo e fate in modo di averle sempre di fronte: “La matrice è un sistema, Neo, e quel sistema è nostro nemico. Quando sei al suo interno, cosa vedi? Le menti di quelle persone che stiamo cercando di salvare. Ma finché non ci riusciremo, quelle persone sono parte del sistema e questo le rende nostri nemici. Devi capire che la maggior parte di quelle persone non è pronta per essere scollegata. E molti sono così disperatamente dipendenti dal sistema che combatteranno per difenderlo”.  Non abbiate mai paura della solitudine. Sono i piccoli gruppi di persone consapevoli che hanno sempre cambiato il mondo, non le folle belanti. Lasciate queste folle a pascolare serenamente nella desolazione del loro deserto lunare, a tremare di fronte alla serie infinita di minacce immaginarie che l’orchestra del padrone suona per loro. Se si vuole combattere la paura, il primo luogo da cui bisogna scacciarla è la nostra casa. La paura teme la serenità del pensiero, non le grida. Non dimenticate mai che la pillola rossa è una benedizione che tocca a pochi, e che la luna (quella vera e inviolata) vi sia propizia.                               

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LA PIU' POTENTE BANCA DEL MONDO

by Gianluca Freda (01/07/2009 - 23:07)


“Un giorno, chiederanno anche a te qualcosa, tu ascolterai e ricambierai chi ti ha aiutato”.

(Paulo Coelho, Lo Zahir)

 

Il 25 giugno scorso, cioè cinque giorni dopo che il video fasullo della “morte di Neda” era stato diffuso attraverso Twitter e Facebook a tutti i media dal mondo, sulla stampa comparve un articolo firmato dal noto scrittore brasiliano Paulo Coelho. In esso Coelho affermava di aver riconosciuto nel video di Neda, visto su internet, un suo amico, un medico iraniano di nome Arash Hejazi. Hejazi è l’uomo che nel video si trova alla sinistra di Neda (e con ogni probabilità è lui a rovesciare il finto sangue sul viso della ragazza). Coelho si mostra preoccupato per la sorte dell’amico, lo contatta per mail e riceve conferma: è proprio Hejazi l’uomo che compare nel video. Cerca poi di contattare l’amico anche via cellulare, ma al telefono risponde, per motivi non precisati, un giornalista della CNN. Finalmente il 24 giugno Hejazi dà notizia del suo arrivo a Londra e a questo punto Coelho decide di offrire alla stampa la conversazione via mail avuta con l’amico. L’articolo di Coelho è una delle cose più strane che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi, non solo per il contenuto sibillino, ma anche per gli interrogativi che pone circa i veri motivi della sua pubblicazione. Cercherò di spiegare di seguito ciò che voglio dire.

Io non conosco molto Paulo Coelho come scrittore. Qualche anno fa acquistai il suo romanzo Lo Zahir, di cui si faceva un gran parlare, ma nella mia memoria i contenuti del testo si confondono con i ricordi della mia folle notte d’amore con Demi Moore, di cui sognai dopo essermi addormentato a pagina 11. I pochi brani che ho leggiucchiato dei suoi testi (materiale scaricato più che altro da internet) contengono copiosi riferimenti al mondo della massoneria ed esplicitano, spesso con illuminante chiarezza, i fondamenti della filosofia massonica e i loro risvolti nei rapporti interpersonali degli appartenenti alla fratellanza. Si prenda ad esempio questo brano, tratto per l’appunto da Lo Zahir:

"Che cos'è la Banca dei Favori?"

"Lo sai sicuramente. Ogni essere umano la conosce".

"E' possibile. Tuttavia non riesco ancora a capire di che tu stia parlando".

"Era citata in un libro di uno scrittore americano. E' la banca più potente del mondo. E opera in tutti i campi".

"Io vengo da un paese senza tradizioni letterarie. Non potrei fare favori a nessuno".

"Questo non ha importanza. Posso farti un esempio: io so che tu sei un personaggio destinato ad affermarsi, ad avere molta influenza, un giorno. Lo so perché, un tempo, ero come te: ambizioso, indipendente, onesto. Oggi non ho più l'energia di allora, ma intendo aiutarti perché non posso o non voglio sentirmi inerte: il mio sogno non è la pensione, bensì la lotta intrigante rappresentata dalla vita, dal potere, dalla gloria. Così comincio a fare versamenti sul tuo conto - depositi che non sono in denaro, ma in contatti. Ti presento a questa e a quella persona, facilito determinate trattative, purchè siano lecite. Tu sai che mi devi qualcosa, anche se io non chiedo mai niente".

"E un giorno..."

"Proprio così. Un giorno, ti chiedo qualcosa: tu potrai rifiutarmelo, ma saprai di essermi debitore. Se farai ciò che domando, io continuerò ad aiutarti. Gli altri sapranno che sei una persona leale, effettueranno versamenti sul tuo conto - saranno sempre dei contatti, perchè questo ambiente vive di essi, soltanto di essi. Un giorno, chiederanno anche a te qualcosa, tu ascolterai e ricambierai chi ti ha aiutato. Con il passare del tempo, la tua rete si estenderà nel mondo, conoscerai quelli che avrai bisogno di conoscere, e la tua influenza aumenterà sempre di più."

"Oppure potrò non fare ciò che mi chiedi..."

"Certo. La Banca dei Favori è un investimento a rischio, come qualsiasi altro. Potrai rifiutarti di farmi il favore che ti chiedo, pensando che ti ho aiutato perché lo meritavi, perché tu sei il migliore, e tutti abbiamo il dovere di riconoscere il tuo talento. Bene, allora io ti ringrazierò e chiederò a qualcun altro, sul conto del quale ho effettuato dei depositi. Ma, da quel momento, senza che ci sia bisogno di dire niente, tutti sapranno che non meriti alcuna fiducia. Potrai crescere ancora, sì, ma non fino al punto che vorresti. A un certo momento, la tua vità comincerà a declinare: sarai arrivato a metà, non alla fine, sarai mezzo contento e mezzo triste - non sarai né un uomo frustrato né un uomo realizzato. Non sarai né freddo né caldo: sarai tiepido, e, come dice un evangelista in uno dei libro sacri, le cose tiepide non colpiscono il palato."

Non credo di stare facendo una rivelazione inaudita: lo stesso Coelho non ha mai negato la propria appartenenza alla massoneria e perfino Wikipedia lo definisce “uno dei maggiori esponenti della massoneria moderna”. Non è un caso che egli venga invitato tutti gli anni al Forum Economico di Davos insieme a personalità quali Henry Kissinger, Bill Gates, Shimon Peres, Gordon Brown e Rupert Murdoch. Quello che in verità non sapevo è che Coelho fosse membro anche dell’INP (Harvard International Negotiative Initiative), un’organizzazione che si occupa di gestione della psicologia dei soggetti in zone di guerra e che così definisce i suoi scopi: “Riconoscendo la necessità di approcci nuovi e psicologicamente sofisticati ai conflitti contemporanei, la INP lavora per estendere il campo di applicazione tanto della psicologia quanto della gestione del conflitto”. Coelho fa anche parte del Doha Center for Media Freedom, un’organizzazione con sede in Qatar, guidata dal francese Robert Menard, che riceve fondi USA per diffondere i nobili ideali della grande libertà mediatica americana (quella che ci propone perle come la “morte di Neda”) anche in Medio Oriente. Infine Coelho è membro della Maybach Foundation, un’organizzazione che “promuove contatti in tutto il mondo tra mentori e allievi, facilita e sovrintende alle loro relazioni”. La Maybach Foundation riceve i suoi fondi da associazioni sparse in tutto il mondo, quali la Daimler AG e la Silverstein Properties (di proprietà di Larry Silverstein, l’uomo che acquistò l’intero complesso del World Trade Center e lo assicurò per 7 miliardi dollari 6 mesi prima degli attacchi dell’11/9).

Chi credeva che Coelho fosse un semplice scrittore di romanzetti New Age, insomma, farà meglio a ricredersi.

Ora, la lettera pubblicata da Coelho sulla stampa è strana per diversi motivi. Tanto per cominciare, Coelho spiega ai lettori che il suo amico Hejazi è un “medico”. Il che non è del tutto inesatto: è vero che Arash Hejazi è laureato in medicina, ma è anche vero che egli stesso afferma in quest’intervista (rilasciata nell’aprile di quest’anno in lingua spagnola, che Hejazi parla perfettamente insieme all’inglese, il portoghese e ovviamente il farsi): “En primer lugar, actualmente no practico la medicina. En realidad dejé de practicarla hace diez años, porque tenía que dividir mi tiempo entre la medicina, como trabajo, y la literatura, como pasión” (Prima di tutto, attualmente non pratico la medicina. In realtà ho smesso di praticarla da dieci anni, perché dovevo dividere il mio tempo tra la medicina, come lavoro, e la letteratura, come passione). Eh già, perché Coelho nell’articolo, per motivi non chiari, non ha fatto il minimo riferimento alla cosa più importante: che Hejazi, in occidente, non è tanto noto per essere un “medico”, ma per essere uno scrittore di racconti di fiction, nonché titolare e fondatore della Caravan Books, che tra l’altro traduce e pubblica in Iran proprio i libri di Coelho! Tutti i libri di Coelho sono stati pubblicati in Iran dalla Caravan e quasi sempre tradotti in farsi dallo stesso Hejazi. Perché Coelho preferisce definire Hejazi un medico (cosa che egli è fino a un certo punto) e non fa il minimo riferimento alla sua ben più nota attività di scrittore, editore e traduttore dei suoi libri?

Di sicuro non per “proteggerlo” dal malvagio Ahmadinejad, visto che nell’articolo Hejazi viene menzionato con nome e cognome e che l’articolo è stato pubblicato solo dopo l’arrivo di Hejazi a Londra. Inoltre, non mi è chiaro perché mai un medico dovrebbe correre dei rischi, fino al punto di fuggire precipitosamente dal proprio paese, solo per aver soccorso una manifestante ferita: non mi risulta che esistano paesi nel mondo in cui ciò sia vietato o sia motivo di persecuzione, tanto più che il video era stato visto ormai da tutto il mondo e c’era ben poco da mettere a tacere. Le cose ovviamente cambiano se consideriamo il fatto che il video di Neda, come si è visto, non è altro che un falso costruito dalla CIA con la collaborazione di Hejazi per screditare il regime iraniano. Allora sì che comincio a capire i motivi della fuga precipitosa! Soprattutto se si considera che il “regime change”, progettato dalla CIA con la collaborazione di Mousawi, Rafsanjani e dei loro stolidi sostenitori, non era andato a buon fine.        

Hejazi era (è?) per la CIA un contatto ideale. La sua casa editrice, come quasi tutti i gruppi d’opposizione in Iran, riceve fondi dal Congresso USA per svolgere opera di destabilizzazione in patria. Hejazi ha una residenza a Londra, studia in Inghilterra alla Oxford Brookes, parla diverse lingue e fa la spola tra Londra e Teheran, sotto la copertura delle sue attività culturali, il che gli ha permesso, fino a qualche anno fa, una certa libertà nello scambio d’informazioni riservate nonché la possibilità di ricevere direttive dall’esterno senza dare troppo nell’occhio. Poi però è venuto il brutto giorno in cui il governo iraniano ha mangiato la foglia. Il brutto giorno arrivò nel maggio del 2005, quando successe qualcosa che fece un certo scalpore anche sui media occidentali e che all’epoca si ritenne inspiegabile. Membri del servizio governativo iraniano si recarono allo stand della Caravan Books, nel bel mezzo della Fiera Internazionale del Libro di Teheran, sequestrando tutte le copie non ancora vendute (circa 1000) dell’edizione iraniana de Lo Zahir di Paulo Coelho. Ora, questa non è una storia di ordinaria censura. Prima di tutto la censura è qualcosa che si pratica, di norma, il più possibile dietro le quinte, cercando di non fare troppo rumore. In questo caso, invece, si scelse un appuntamento internazionale per eseguire il sequestro, in modo che la cosa facesse quanto più scalpore possibile, soprattutto all’estero. Fino a quel momento tutti i libri di Coelho erano stati tranquillamente pubblicati in Iran, sia pure con qualche piccola “correzione”. Inoltre, nel libro di Coelho non c’era assolutamente nulla che potesse impensierire il regime degli ayatollah, tant’è vero che il libro aveva già passato il vaglio della burocrazia culturale e aveva ottenuto l’autorizzazione alla pubblicazione e alla stampa. Si può legittimamente supporre che non si volesse colpire il libro di Coelho in sé, bensì la casa editrice che lo pubblicava e soprattutto il suo direttore, Hejazi, i cui rapporti con i servizi segreti stranieri dovevano essere ormai venuti alla luce. E lo si voleva fare in modo che il messaggio arrivasse forte e chiaro, nel bel mezzo di una convention internazionale: sappiamo cosa state facendo, da oggi in poi vi teniamo d’occhio. Hejazi riuscì comunque a vivacchiare, grazie alle protezioni dell’occidente e ai suoi contatti con Londra, dove passava buona parte del suo tempo. Immagino che dopo aver rovesciato la celebre fialetta di sangue finto sulla faccia di “Neda” la sua sopravvivenza in Iran non sarebbe più così facile. Faccio notare: cinque o sei giorni fa, dopo la pubblicazione dell’articolo di Coelho, ero andato sul sito personale di Hejazi (www.hejazi.ir ) e sul suo blog (http://hejazi.ir/en/blog/ ), dove c’erano molte cose interessanti, tra cui diverse foto di Hejazi e Coelho durante le presentazioni dei libri dello scrittore brasiliano in Iran e la promessa di Hejazi di spiegare ai lettori del suo blog ciò che aveva visto durante il tentativo di soccorrere la povera Neda. Oggi sia il sito che il blog sono spariti, non si capisce bene il perché. Contenevano informazioni compromettenti? Mah... di sicuro lo zelo nel cancellare le tracce è eccessivo per un “medico” la cui unica colpa sarebbe quella di aver soccorso una ragazza ferita. E a proposito di cancellare le tracce: da Youtube, da Google e da MySpace è anche sparita la parte centrale dell’intervista rilasciata alla BBC da Hejazi, dopo il suo arrivo a Londra, sull’”affaire Neda”. Si badi, non tutta l’intervista: solo la parte centrale, quella in cui Hejazi faceva dichiarazioni implausibili (e contrastanti con altre sue dichiarazioni precedenti) riguardo al sicario Basij che avrebbe ucciso Neda. L’intervista è ancora visibile per intero sul sito della BBC (e sui blog che la linkano, tra cui quello di Coelho); ma non appena la BBC dovesse decidere di rimuovere il video, le dichiarazioni di Hejazi svanirebbero dalla memoria del web (a meno che qualcuno non si prodighi a salvare il filmato, cosa che io non sono riuscito a fare). Per questo motivo, oltre a linkare di seguito il video dell’intervista integrale, riporto a futura memoria la trascrizione delle dichiarazioni di Hejazi (una volta tanto senza traduzione, tanto è un inglese abbastanza semplice da capire):




Hejazi: A car coming by opened the door and offered them to take her away [cioè di portare “Neda” all’ospedale, dopo il presunto decesso, NdR]. They put her in the car and just went away, so I don’t know what happened afterwards, other than everybody else has heard.       

But afterwards, some people believed they actually took someone with a Basij car. They said he was on a motorcycle, coming the other way and hiding in a corner. Some people shouted: “We caught him! We caught him!”. People went towards him and they disarmed him and took out his identity card, which was of a Basij member. And he was shouting, - because people were furious – he was shouting: “I didn’t want to kill her! I didn’t want to kill her!”. People just caught him and they didn’t know what to do with him. Some people said: “Don’t harm him! We are not killers like them!”. And… well, I was a few meters away, watching. I was shocked, so I didn’t participate anything.

Intervistatrice: Were you just watching?

Hejazi: I was just looking at them, watching, yes. And they said: “We can’t even give him back to the police, because they would just let him go away. So what should we do?”.

Intervistatrice: But they were certain in their own minds that he was from the Basij militia and that he was the one responsible?

Hejazi: Yes. And he was shouting “I didn’t want to kill her!”.

Intervistatrice: You heard him say so?

Hejazi: Yes, I heard him. He didn’t say “I wasn’t the one who shot her”, I think he was just crying, because he was afraid, “I didn’t want to kill her!”.

So they let him go, because they didn’t know what to do with him; they should have either harmed him or given him back to the police and none of them would work in that situation, and they were afraid to expose themselves to the police. They just let him go and they took his identity cards. I don’t know those people who took his identity cards, but I know that there are people there who know who he is. I noticed that some people were taking photos of him, but I don’t know who they are as well. And then I went back to my office to wash my hands and when I came out people had scattered. And that’s what I have seen.   

Questa è la versione fornita da Hejazi alla BBC. Ma in precedenza Hejazi aveva fornito una versione del tutto diversa, ancora leggibile su Wikipedia:


“Alle 19.05 del 20 giugno, in Kargar Avenue, all’angolo tra via Khosravi e via Salehi, una giovane donna che era in piedi accanto a suo padre [sic] ad osservare le proteste è stata colpita da un miliziano Basij nascosto sul tetto di un’abitazione civile. Egli mirò dritto alla ragazza e non avrebbe potuto mancarla. In ogni caso, mirò dritto al cuore [e come fa Hejazi a saperlo?, NdT]. Io sono un medico, perciò corsi verso di lei per cercare di salvarla. Ma l’impatto del colpo era stato così forte che il proiettile era esploso all’interno del torace della vittima e lei morì nell’arco di 2 minuti. Le proteste si stavano svolgendo a circa un chilometro di distanza sulla strada principale [altra fesseria: abbiamo il video di Neda e Panahi nel bel mezzo della manifestazione, NdT] e alcuni dei manifestanti stavano fuggendo a causa del gas lacrimogeno usato contro di loro, verso via Salehi. Il filmato è stato girato da un mio amico che era accanto a me [!!!, NdT]”. 

La mia domanda è: cosa ha spinto Hejazi a cambiare versione dell’accaduto pochi giorni dopo? E’ completamente citrullo, soffre di crisi amnesiache, vuole farsi scoprire come il classico criminale che inconsciamente desidera essere catturato o c’è dell’altro? Provo a rispondere più avanti.

Torniamo all’articolo di Coelho: il passo che mi sembra veramente interessante è il seguente:

“Lunedì 22 giugno, ore 17,46

Caro Arash, finora, ancora nessuna notizia da te. Dopo la pubblicazione del video sul mio blog, sembra che si sia diffuso in tutto il mondo, comprese citazioni sul New York Times, sul Guardian, National Review eccetera. Perciò ora la mia preoccupazione maggiore è per te. Ti prego di rispondere a questa email dicendomi che stai bene, citando il nome della persona con cui abbiamo trascorso il Capodanno del 2001, tanto per essere certo che sei tu a rispondere all’email. Non mi fido di questa persona della Cnn che risponde al tuo cellulare. Se non lo fai, potrei far sapere il tuo nome alla stampa, così da proteggerti — la visibilità è l’unico espediente per stare sicuri, a questo punto. Lo so perché sono stato un prigioniero di coscienza. Se mi rispondi, a meno di tue istruzioni diverse, smetterò di assillarti, per il momento. La mia preoccupazione ora sei tu. E la tua famiglia.

Con affetto

Paulo

p.s. diversi amici hanno ricevuto in copia questo scritto”

Coelho teme che il suo amico possa essere ucciso o che possa essere prigioniero di qualcuno. Per questo gli chiede di confermare la sua identità e avverte che farà il suo nome alla stampa se non riceverà altre notizie. Ma di chi, esattamente, Coelho teme che Hejazi sia prigioniero? Non credo che egli tema una sua cattura da parte della polizia iraniana: se così fosse, fare il suo nome sulla stampa occidentale non servirebbe a molto. Il putiferio internazionale non ha mai impedito al governo iraniano di eseguire, se necessario, delle condanne a morte. Tantomeno servirebbe a proteggere la famiglia di Hejazi. Qui devo partire da due postulati: il primo (che mi sembra confermato oltre ogni ragionevole dubbio) è che il video di Neda sia un falso pacchiano; il secondo è che Coelho sia a conoscenza dell’inautenticità del video. Questo secondo postulato non posso ovviamente dimostrarlo, ma mi sembra abbastanza verosimile, visto l’ambiente massonico-economico-mediatico-politico in cui Coelho è immerso fino al midollo e la sua partecipazione ad un’organizzazione che si occupa di “gestione psicologica dei conflitti”. Se un comune blogger arriva a rendersi conto di come funzionano le psyop d’intelligence, è improbabile che Coelho, con la sua assidua frequentazione di certi ambienti, non lo sappia. Mi sembra anche poco probabile che Coelho non abbia nulla a che fare con la creazione dei legami tra Hejazi e l’intelligence occidentale (“Così comincio a fare versamenti sul tuo conto - depositi che non sono in denaro, ma in contatti”, scrive Coelho nel brano citato più sopra). E’ probabile dunque che Coelho sappia benissimo che i reduci da “operazioni” di manipolazione psicologica come quella dell’”affaire Neda” tendano a sparire misteriosamente e vuole evitare che questo accada al suo amico. Non è a Hejazi che sono rivolte le mail, forse le mail non sono mai esistite: l’articolo è un messaggio in codice rivolto a tutti coloro che potrebbero cercare di eliminare Hejazi per evitare che la verità salti fuori. Non a caso Coelho fa pubblicare l’articolo su tutti i giornali, per dargli la massima risonanza possibile. Non a caso Coelho scrive in calce: “diversi amici hanno ricevuto questo scritto”. Traduzione: è inutile che cerchiate di togliere di mezzo il mio amico, perché anch’io sono a conoscenza della faccenda e se ci provate scateno un putiferio; conosco persone importanti. Ed è inutile che cerchiate di eliminare anche me, perché ho informato della cosa molte altre persone. Persone che contano. In questo caso la “visibilità” che l’autore brasiliano consiglia al suo amico è in effetti l’unico espediente per stare sicuri: eliminare in segreto un bersaglio (mediaticamente) visibile è più difficile che togliere di mezzo un perfetto sconosciuto. E difatti, appena arrivato a Londra, Hejazi rilascia immediatamente la sua lunga intervista alla BBC.

Intervista in cui cambia improvvisamente, platealmente e implausibilmente la sua versione dell’accaduto. Facciamo una prova: proviamo a leggere l’intervista di Hejazi alla BBC come un messaggio in codice diretto a chi ha “orecchie per intendere”:

We caught him! = Già, mi avete incastrato con questa sceneggiata di “Neda”.

I didn’t want to kill her! = Ma l’idea della messinscena è stata vostra. Io ho accettato di collaborare solo perché ero in debito con la Banca dei Favori.

And they didn’t know what to do with him = Ora non sapete cosa fare di me, vero?

Don’t harm him! We are not killers like them! = Vi chiedo di non farmi del male. Uccidermi sarebbe inutile.

I didn’t participate anything... I was just watching = Ero solo una pedina. Ho accettato di girare quel video perché ero in debito, ma non so nulla dei vostri piani. Non vi tradirò, non potrei farlo neanche volendo.

We can’t even give him back to the police, because they would just let him go away. = Non denuncerò il vostro imbroglio. A che servirebbe?

So they let him go = Perciò lasciatemi stare.

They should have either harmed him or given him back to the police and none of them would work in that situation = So bene che cercare di danneggiarvi o di denunciarvi non servirebbe a niente.

And they were afraid to expose themselves to the police = E del resto io stesso avrei paura a spiegare alle autorità o ai media cosa è realmente accaduto.

They took his identity cards = Ci sono persone che conoscono il vostro intero “curriculum vitae”.

I don’t know those people who took his identity cards, but I know that there are people there who know who he is = Io non conosco queste persone, ma vi garantisco che esistono e che non vogliono vedermi “sparire”.

Some people were taking photos of him = Altre persone conoscono bene le vostre facce, hanno file ponderosi su ogni vostra attività.

But I don’t know who they are as well = Non conosco neanche loro, ma, credetemi, esistono.

And then I went back to my office to wash my hands = Ora tornerò alla mia vita. Ho pagato il mio debito con la Banca dei Favori. Da adesso in poi me ne lavo le mani.

And that’s what I have seen = E questo è tutto ciò che ho da dirvi. Spero di essere stato chiaro.

Chissà se il messaggio otterrà lo scopo che Coelho, il “grande esponente della massoneria”, come lo chiama Wikipedia, si era prefisso. Chissà se Hejazi avrà salva la vita. Fino a pochi giorni fa avrei giurato che lo avremmo rivisto nelle pagine di cronaca di qualche quotidiano locale: “Tragica morte in un incidente d’auto del medico che tentò di salvare Neda. Il ricordo commosso del suo amico Paulo Coelho” o qualcosa del genere. Dopo la sua performance alla BBC penso invece che le sue quotazioni e le sue chance di non avere improvvisi guasti al sistema di frenatura dell’auto siano notevolmente aumentate. Ho l’impressione che sentiremo ancora parlare di lui. 

EDIT: per completezza, e anche per rispondere a tutti quelli che ancora si aggrappano all'argomento "anche le autorità iraniane hanno riconosciuto la morte di Neda", riporto quanto dichiarato proprio ieri (1 luglio) dal capo della polizia iraniana Esmail Ahmadi-Moqaddam: "Arash Hejazi è ricercato dall'Interpol e dal Ministero dell'Intelligence iraniano". Il capo della polizia ha affermato che Hejazi è accusato di aver aiutato i media occidentali a lanciare una guerra psicologica contro l'Iran. "L'omicidio di Neda Agha-Soltan è stato una messinscena e non ha in alcun modo a che vedere con i disordini di Teheran", ha aggiunto.

 

EDIT 2: Incredibile!!! Dopo l'uscita del mio articolo, Wikipedia ha rimosso immediatamente i riferimenti all'appartenenza di Coelho alla massoneria! Potete ancora vedere la pagina originale, con il riferimento di cui parlavo (alla voce "Curiosità") sulla cache di Google. Come dicevo nell'articolo, la parola d'ordine da questo momento in poi è: cancellare le tracce.

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NEDA: UN FALSO PACCHIANO

by Gianluca Freda (30/06/2009 - 21:16)




I fatti

Il 20 giugno 2009, intorno alle ore 18.30 locali, nel corso delle manifestazioni a Teheran relative ai presunti brogli per la rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad, una ragazza di nome Neda Agha-Soltan sarebbe stata colpita da un proiettile e sarebbe morta dopo un tempo imprecisato, ma comunque assai breve, a causa della ferita riportata. Non è chiaro, dalle notizie fino ad oggi disponibili, in quale punto del corpo sarebbe stata colpita né da chi. Le immagini della sua presunta morte in diretta, catturate da due diversi telefoni cellulari, fanno in poche ore il giro del mondo e diventano il simbolo della rivolta contro il presidente Ahmadinejad e il regime teocratico iraniano. Secondo fonti non confermate, la ragazza sarebbe poi stata trasportata in auto all’ospedale Shariati di Teheran, dove ne sarebbe stata accertata la morte. Sarebbe poi stata seppellita al cimitero di Behest-e-Zahra, senza un funerale appropriato (per divieto delle autorità di Teheran) e in una fossa facente parte di quelle predisposte dalle stesse autorità per le persone uccise durante le proteste.

La tomba

Esistono, che io sappia, due sole fotografie della “tomba di Neda”. Una ritrae la fossa in cui “Neda” sarebbe stata deposta subito la sepoltura, su cui si piega una ragazza non identificata.


In alto nella foto si scorgono i piedi di altre due persone, forse un uomo e una donna, che indossano sandali. Secondo i miei standard occidentali (che non credo siano differentissimi da quelli iraniani, almeno in questo) né la ragazza (che indossa jeans e scarpe da ginnastica) né le altre due persone, di cui si vedono solo i sandali, presentano un abbigliamento idoneo al funerale di un familiare stretto, perlomeno in un ambiente borghese come quello a cui “Neda” è detta appartenere. La seconda foto (completamente diversa dalla prima) ritrae lo stesso luogo (?) dopo la sistemazione della lapide.


Io non capisco il farsi e non sono in grado di leggere l’alfabeto arabo, comunque le scritte sulla tomba mi sembrano uguali nelle due foto. Sottopongo però un quesito ai lettori: nella seconda foto, quella con la lapide, la scritta bianca su sfondo nero appare irrealistica: i contorni sono troppo netti e squadrati, come se fosse stata copiaincollata con un programma tipo Photoshop. E’ solo un’ipotesi di lavoro, che al momento non ho alcun elemento per dimostrare, però la foto è curiosa. 

Le fonti

Inizialmente tutte le notizie relative alla presunta morte di “Neda” (compreso il video della “morte”, le poche e contraddittorie notizie biografiche sulla ragazza e le scarse immagini della sua “tomba”) vengono diffuse attraverso Social Network come Twitter e Facebook. Successivamente TV e giornali riprendono dai social network la notizia, rendendola disponibile al pubblico tradizionale. Ben poco verrà aggiunto dai media tradizionali a quanto già diffuso su internet (delle poche aggiunte si parla diffusamente più avanti). In sostanza, tutto ciò che sappiamo di Neda, della sua vita, della sua famiglia e della sua morte ha come fonte originaria i social network. Si tratta di una fonte particolarmente inaffidabile, da prendere con estrema cautela, poiché in occasione dei disordini a Teheran essa è stata utilizzata come strumento di disinformazione da parte dei servizi segreti americani e israeliani. La faccenda è ben spiegata in questo articolo di Thierry Meyssan, il quale scrive tra l’altro:

“E’ stata distribuita [ai sostenitori di Mousawi, NdR] una Guida pratica della rivoluzione in Iran, che comprende vari consigli pratici tra i quali:

- Impostare gli account Twitter sul fuso orario di Teheran.

- Centralizzare i messaggi sugli account Twitter@stopAhmadi, iranelection e gr88.

-Non attaccare i siti internet ufficiali dello Stato iraniano. «Lasciate fare all’esercito» USA per questo (sic).

Una volta attuati, questi consigli impediscono qualsiasi autentificazione dei messaggi Twitter. Non si può più sapere se li inviano testimoni delle manifestazioni a Teheran o agenti della CIA da Langley, e non si può distinguere il vero dal falso. L’obiettivo è quello di creare ancora più confusione e spingere gli iraniani a combattersi tra loro”.

L’ambientazione del video

All’inizio avevo scritto che il video mi sembrava decontestualizzato, nel senso che c’è ben poco che permetta di comprenderne l’ambientazione. Nelle immagini iniziali del primo e del secondo video si vede una strada cittadina, probabilmente autentica.

 


 

Faccio tre osservazioni (da verificare):

1) Tanto i “curiosi” quanto i passanti si muovono con relativa tranquillità, il che sarebbe poco salutare se davvero ci fosse nelle vicinanze un cecchino o un sicario Basij che ha appena colpito una persona;

2) Nei due video non c’è traccia dei tumulti nel corso dei quali “Neda” sarebbe stata colpita;

3) Le targhe delle automobili: la maggior parte delle auto iraniane (non tutte) presenta una targa bicolore, arancione e bianca, come quella nella foto qui sotto. Nessuna delle auto che si vedono in strada nel video ha targhe con questa caratteristica.


 

La donna che visse due volte

Inizialmente la foto di “Neda” diffusa su internet è quella che si può vedere qui sotto.



 

Ancora oggi, le manifestazioni in memoria della defunta e i cartelli con foto-simbolo riportano spesso la foto di questa ragazza (vedi sotto). Ma questa ragazza non ha nulla a che fare con la “Neda” del video. La faccenda viene spiegata da Kathy Riordan in questo articolo, che traduco:


 

Non quella Neda: come una foto sbagliata è diventata un’icona

Quando il video sanguinoso di una giovane ragazza che muore nelle strade di Teheran venne pubblicato per la prima volta su internet sabato scorso, non c’era nessun nome ad esso collegato. Tutto ciò che ci era dato conoscere era il viso di una ragazza che esala l’ultimo respiro dopo che il proiettile di un cecchino le è esploso nel cuore, mentre altri cercano di salvarla.  

In seguito abbiamo appreso che il suo nome era “Neda”.

Ahmed R., l’immigrato iraniano che vive in Olanda e che è stato il primo a mettere online il video e a riportare su di esso l’attenzione dei media, ha detto a coloro che glielo domandavano che il nome della ragazza era secondo lui “Neda Soltani”. In breve la gente ha iniziato a postare quel nome online; c’è voluto ben poco perché qualcuno scoprisse che il nome “Neda Soltani” era collegato ad una foto e iniziasse a usare quella foto come tributo alla ragazza morta.   

Si trattava della foto di una giovane donna con un velo colorato, probabilmente la foto di un passaporto, e la somiglianza era abbastanza stretta perché la gente iniziasse a credere che si trattasse della ragazza morta prematuramente sulle strade di Teheran. Quel viso venne messo sui poster, utilizzato nei manifesti commemorativi e incorporato nei tributi via internet.

Il problema è che non si trattava della stessa Neda!

La dottoressa Amy Beam, che è stata una delle prime a vedere le terribili immagini del video nello scorso weekend, è rimasta così incuriosita dall’identità della ragazza che ha deciso di fare ricerche per conto proprio. Ha trovato in linea una “Neda Soltani” e le ha mandato un messaggio. Questa Neda ha risposto ad Amy dicendo di non essere la donna del video, ma quando lo ha fatto la foto della ragazza è comparsa sulla pagina di Facebook appartenente a Amy. Altre persone l’hanno vista attaccata a quel nome e senza rendersi conto che si trattava della foto sbagliata, hanno iniziato a postarla in lungo e in largo su internet.

La Neda Soltani vivente si è molto preoccupata nel vedere la sua foto che improvvisamente veniva usata dappertutto, su internet e sulla stampa, e ha chiesto ad Amy di aiutarla ad avvertire i media e a farla rimuovere, compito non facile. Alcune persone avevano iniziato ad usare la foto su internet come proprio avatar e per molti essa risultava a questo punto inseparabile dal martirio di una giovane donna.

A causa di tutta questa confusione, la “Neda Soltani” della foto non può più usare la sua pagina Facebook o mostrare la sua foto e ha combattuto una dura battaglia cercando di ottenere che la gente e i media smettessero di utilizzarla. [...]

 


 

Dunque esistono due diverse identità di Neda, il che la dice lunga su come nascano le leggende, su come la gente riesca a farsi facilmente infinocchiare e su come i servizi di disinformazione sappiano sfruttare a puntino l’emotività del popolino per ottenere i loro scopi. Successivamente vennero postate altre foto di quella che dovrebbe essere, a tutt’oggi, la “Neda” ufficiale. Anche in questo caso i problemi sono però numerosi.

 

La donna che non esisteva

Se sulle fattezze fisiche di “Neda” esiste già una discreta confusione, ancor maggiore è il caos relativo alla sua biografia. In questa immagine si vede la “Neda” ufficiale con una croce al collo, il che per un’iraniana è perlomeno curioso.

 



 

Alcuni lettori mi hanno fatto notare che esistono a Teheran quartieri in cui vivono minoranze armene che praticano la religione cristiana. D’accordo, ma bisognerebbe spiegarlo a Wikipedia, la quale nel redigere la scheda di Neda ha messo “musulmana” alla voce “religione”.

 



 

Inoltre, a ormai 10 giorni dalla presunta morte, le notizie su questa Neda sono assai contraddittorie e confuse. Quando a piazza Alimonda venne ucciso Carlo Giuliani, dopo poche ore possedevamo una quantità di foto e video che lo ritraevano prima e dopo lo sparo di Placanica. Dopo un paio di giorni sapevamo tutto del suo passato, dei suoi familiari, della sua abitazione, dei suoi gusti musicali, artistici, politici, avevamo perfino le foto del suo cadavere sul tavolo dell’obitorio. Di questa Neda non sappiamo ancora nulla di nulla. La sua religione è incerta. Nessuno ha mai fotografato la sua abitazione. Non ci sono testimonianze o nomi di suoi familiari stretti, genitori, sorelle, fratelli o altri congiunti, a parte quella molto sospetta di Caspian Makan, suo presunto fidanzato, che offre la sua testimonianza in solo audio, senza farsi riprendere in video. I suoi familiari sono evaporati in quanto, stando ai giornali occidentali, il malvagio Ahmadinejad li ha fatti arrestare tutti. Non ci sono foto dei suoi funerali perché, sempre stando alla stampa dell’ovest, il malvagio Ahmadinejad ha proibito le riprese. Non si può visitare la sua tomba al cimitero di Behest-e-Zahra perché il malefico Ahmadinejad l’ha fatta seppellire in una zona esterna, riservata ai morti durante i tumulti (???). Non ci sono amici o compagni di università che la conoscessero e che possano raccontare qualcosa di lei (probabilmente anche loro sono già stati eliminati dal maligno Ahmadinejad con un colpo alla nuca). In pratica, con comodi pretesti, la stampa occidentale ha eliminato ogni punto di riferimento che possa permettere di accertare l’effettivo passaggio di Neda su questa terra.

 



 

Oltre alla testimonianza di Caspian Makan esistono in verità altre due “testimonianze” di parenti e conoscenti della ragazza: la prima è quella di una fantomatica “sorella di Neda”, che però è troppo ridicola per essere presa in considerazione. A parte l’enfasi retorica, la lettera è piena di contraddizioni: parla dell’ansia di Neda e sua sorella per la manifestazione del giorno successivo. Nella versione “ufficiale” (basata esclusivamente sulla testimonianza di Makan) Neda sarebbe stata invece indifferente alla politica e sarebbe stata colpita solo perché era scesa dalla macchina a prendere una boccata d’aria – insieme ad Hamid Panahi, suo maestro di musica – dopo che l’auto era rimasta bloccata a causa dei disordini.  

Nella lettera, la sedicente “sorella di Neda” dice che la ragazza è “morta nelle braccia di suo padre”, mentre nella versione ufficiale di Makan l’uomo con la maglietta a strisce bianche e azzurre che si vede nel video non sarebbe il padre, ma appunto Hamid Panahi, maestro di musica di Neda. La lettera della “sorella di Neda” è ormai considerata neppure come un falso, ma come una semplice cattiva traduzione. Si tratterebbe di una delle tante lettere di utenti internet che chiama Neda “sorella” in senso religioso-hippie (siamo tutti sorelle e fratelli e nostro padre è il Grande Spirito) ripresa da un giornale scandalistico in cerca di scoop e bevuta tutta d’un fiato dai lettori privi di senso critico.   

L’altra testimonianza è quella di Hamid Panahi, il “maestro di musica” di Neda che si vede nel video, pubblicata sul Los Angeles Times ad opera di tale Borzou Daraghai. Nell’articolo si legge fra l’altro: “Like many in her neighborhood, Agha-Soltan was loyal to the country's Islamic roots and traditional values, friends say”, il che dovrebbe spazzar via l’idea che Neda fosse cristiana (resta l’incognita della croce al collo). Inoltre anche la versione di Panahi contrasta con l’immagine fornita da Malkan di una Neda “indifferente alla politica”. Nell’articolo si legge: “"She couldn't stand the injustice of it all," Panahi said. "All she wanted was the proper vote of the people to be counted” (“Lei non sopportava tutta questa ingiustizia”, ha detto Panahi, “tutto ciò che voleva è che il voto del popolo venisse contato”). Aggiunge: “"She wanted to show with her presence that 'I'm here. I also voted. And my vote wasn't counted.' It was a very peaceful act of protest, without any violence.". Dunque Neda era lì per protestare? O era lì perché si era bloccata la macchina nel traffico, come dice Makan, e lei era uscita solo per prendere una boccata d'aria (semnpre che la traduzione dal farsi fornita dalla BBC sia esatta)?

Occorrerebbe qualche altra testimonianza di Panahi per far luce su tutte queste contraddizioni, ma non credo che l’avremo mai. Lo stesso Panahi, infatti, pronostica nell’intervista la sua imminente eliminazione ad opera del crudele Ahmadinejad, affermando: “They know me," he said. "They know where I am. They can come and get me whenever they want. My time has gone. We have to think about the young people." E così se ne va anche l’ultimo testimone. Detto fra noi, ho l’impressione che tale sparizione farà molto più comodo alla CIA e ai servizi segreti USraeliani che non al governo degli ayatollah, i quali, dopo che il video è stato visto da tutto il mondo, non si capisce quale interesse abbiano a far sparire i testimoni.

 

Il balletto delle conferme

Le autorità dell’Iran hanno confermato o no la morte di Neda? Non certo la Tv di stato iraniana Khabar. Il sito La Segunda Digital afferma infatti il 23 giugno:

La TV di stato iraniana ha assicurato oggi che il video che mostra le crude immagini della morte di Neda Agha Soltan durante le proteste svoltesi a Teheran è un falso. La sequenza, ripresa con un telefono cellulare e poi diffusa su internet, ha scosso il mondo, trasformando Neda nel simbolo dello scontro tra le milizie del governo iraniano e i manifestanti dell’opposizione, i quali denunciano brogli nel trionfo elettorale del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Secondo l’emittente di stato Khabar, è evidente che coloro che hanno eseguito le riprese della presunta morte di Neda speravano di ottenere qualcosa e hanno filmato la scena da varie angolazioni. Inoltre, l’emittente dubita dell’identità di un uomo presentato ai media statunitensi come maestro di Neda. Il canale non ha presentato prove sulle accuse di falsificazione”.

La Khabar non ha mai smentito queste dichiarazioni. Alcuni lettori mi hanno però fatto notare che esistono notizie più recenti. Ad esempio questa del 25 giugno, dell’emittente iraniana IRIB RADIO ITALIA; e quest’altra del 26 giugno della PRESS TV (indirizzo postato da un lettore). Della prima posso solo dire che è di una vaghezza sconcertante, riferisce come fonte una “persona protetta dall’anonimato” e mette nell’immagine una foto della “falsa Neda”. Non il massimo dell’attendibilità, insomma. La seconda, causa mio colpevole ritardo, non sono più riuscito a reperirla. Comunque, la questione se gli iraniani riconoscano o no la realtà della morte di Neda mi sembra del tutto priva di rilevanza. Se fossi il presidente di un paese sull’orlo della guerra civile eviterei senz’altro di dire ai cittadini furenti che il loro martire non è mai esistito. Magari lo farei insinuare dalla TV di stato, ma poi farei dire alle autorità di polizia: “stiamo indagando a 360 gradi, i responsabili verranno consegnati alla giustizia” anche se sapessi benissimo che la “martire” è un’invenzione della propaganda straniera. Gli ayatollah saranno crudeli e corrotti, ma non ho motivo di credere che siano stupidi. 

 

Il video della “morte di Neda”: un falso pacchiano

Il video della “morte di Neda” sono in realtà due video, girati con ogni probabilità da due diversi videofonini. Il primo ha la durata di circa 37 secondi (dipende dalle versioni e dall’encoding). Mostra la ragazza dapprima seduta, con una pozza di sangue ai suoi piedi. Alla sua destra c’è il “maestro di musica”, Hamid Panahi, mentre alla sua sinistra c’è Arash Hejazi (di cui si parla diffusamente in altro articolo).

                                                                          Arash Hejazi

I due uomini aiutano la ragazza a stendersi a terra, tenendole le mani premute sul petto, dove la donna sarebbe stata colpita dalla pallottola. La donna inizia a “sanguinare” copiosamente dapprima dalla bocca, poi anche dal naso. Verso la fine del video, un terzo individuo non identificato si avvicina alla ragazza (dopo un’esitazione di alcuni secondi) per praticarle quella che sembra una respirazione bocca a bocca.

Il secondo video dura circa 18 secondi e mostra la stessa scena da una diversa angolazione. La ripresa inizia da una certa distanza: si vede sullo sfondo la ragazza stesa a terra, i curiosi intorno e Panahi e Hejazi che cercano di rianimarla. La ripresa continua con una “carrellata” sul gruppo di persone e si conclude con un primo piano del viso sanguinante della ragazza.

All’inizio avevo commesso l’errore di considerare i due video come cronologicamente successivi. Non lo sono affatto. Si tratta esattamente della stessa scena, ripresa da due angolazioni diverse. In particolare il secondo video arriva fino a circa il secondo 20 del primo (nella versione che ho io) cioè fino al momento in cui si vedono le prime strisce di sangue comparire sul viso della ragazza. Per rendersene conto basta osservare un particolare: verso la fine del secondo video si vede un “fiotto di sangue” uscire dal naso della ragazza e scorrere lungo lo zigomo sinistro. Questo rivolo di sangue è già presente sul viso della ragazza nel primo video, circa al secondo 23, quando la camera inquadra il lato sinistro della faccia. Ciò vuol dire che il finale del secondo video è cronologicamente anteriore al secondo 23 del primo. Le tracce di “sangue” sul viso della ragazza diventano così perfettamente corrispondenti nei due video (dopo la fuoriuscita del sangue dal naso nel secondo video). (vedi questa immagine per il confronto)  

Alcuni utenti si sono presi la briga di “sincronizzare” l’audio e il video dei due filmati, giungendo alla conclusione che in momenti che dovrebbero essere simultanei i due video mostrano immagini differenti. Si tratta di un tentativo encomiabile, ma a mio avviso perfettamente inutile. Infatti il tempo dei filmati non corrisponde al tempo reale: la durata di un video diventa più breve o più lunga a seconda del sistema con cui è stato ripreso e poi codificato. Tutti sappiamo che uno stesso film, se codificato col sistema NTSC dura 120 minuti, ma se trasposto in PAL ne dura 115 (si perde circa un secondo ogni 25). Non sappiamo con quale sistema funzionassero i videofonini che hanno eseguito le riprese, né come i filmati siano stati poi codificati per essere messi sul web. Dunque ogni tentativo di confronto sincronizzato audio-video lascia il tempo che trova.

Si consideri intanto questo: negli scontri avvenuti a Teheran ci sono stati diversi morti e feriti, alcuni dei quali ripresi dai videofonini e riconosciuti dalle stesse autorità iraniane. Eppure noi siamo qui a parlare di Neda. Perché? Perché è una donna, debole e indifesa, ideale per trasformarsi in simbolo di una ribellione gestita dall’esterno. Ai guru delle operazioni psicologiche (psyops) non interessano i morti veri, i feriti con la faccia tumefatta, gli studenti islamici massacrati a manganellate (tutti, sia chiaro, imputabili alla responsabilità di Mousawi, dei suoi tirafili e dei suoi sostenitori, che hanno messo a ferro e fuoco una città pur di non riconoscere la legittima vittoria di un avversario politico). Alle psyop interessano solo i simboli, le immagini che si imprimono nell’immaginario collettivo per diventare emblema della “crudeltà” di un regime e suscitare supporto nell’opinione pubblica all’eventuale successivo intervento armato per il ripristino della “democrazia”. E poiché i massacrati in piazza a Teheran somigliavano troppo ai massacrati di Genova, di Napoli, di Stoccolma o di mille altre città dell’occidente “democratico”, ecco che era necessario creare qualcosa che rendesse palpabile la differenza. La morte di una persona del tutto innocente, politicamente disimpegnata, simile a noi (mica poteva essere uno studente islamico barbuto, sennò l’immedesimazione dove va a finire?) e che fosse pure una bella gnocca (“Si può vendere qualsiasi cosa usando un cane, un bambino o una bella ragazza”, diceva William Randolph Hearst che di promozione mediatica se ne intendeva; il prodotto da vendere, in questo caso, è la cattiveria del regime iraniano e la possibile futura guerra contro l’Iran in difesa del suo povero popolo oppresso e sofferente).

1) Meno tosse per tutti

Una delle cose più immediatamente sospette del video è il fatto che una ragazza con bocca e naso pieni di sangue non accenni neppure ad un colpo di tosse istintivo e che il sangue scorra da bocca e naso in maniera perfettamente fluida. Provateci voi a non tossire con le vie respiratorie piene di liquido! Alcuni potrebbero sostenere che la ragazza non tossisce perché è già morta, il che sarebbe palesemente falso perché nel video la si vede muovere testa, braccia, gambe, occhi. Già questo sarebbe sufficiente a prendere il video con il beneficio del dubbio, ma un dubbio radicale, di ampiezza cartesiana.     

2) Primo sangue

Si noti innanzitutto che nel primo video la ragazza non inizia a sanguinare finché le mani dei due “angeli custodi” non le si avvicinano al viso. Quando il primo rivolo di “sangue” fuoriesce dalla bocca, ciò avviene in una frazione di secondo (circa 0,1 secondi). In questa immagine vedete due frame che nel primo video sono adiacenti. Nel primo non c’è traccia di sangue, nel secondo il rivolo scorre già lungo tutta la guancia. Da dove viene quel “sangue” che scorre con tanta rapidità? Dalla famosa “provetta”, che nell’immagine ho indicato con una freccia gialla.

3) La “provetta”  

L’elemento che dimostra in maniera più evidente l’inautenticità del video è quello della famosa “provetta” di cui ho già parlato negli scorsi articoli. Il sangue di Neda viene da un contenitore che le viene versato sul viso durante la recita. A reggere il contenitore, all’inizio, è la ragazza stessa, ma è quasi certamente Arash Hejazi che poi lo riceve e lo versa sul viso della ragazza in due fasi durante la concitazione. Non è un caso che la maggior parte del “sangue”, nel primo piano finale, si trovi sulla parte sinistra del viso della ragazza, quello dove si trova Hejazi. Ciò è leggermente contrario alla legge di gravità: il sangue dovrebbe scorrere verso il basso (guance e zigomi) non verso l’alto (occhio e tempie). Ciò avviene perché il contenitore le è stato rovesciato sul viso in una prima fase con una certa cura (per ottenere i due rivoli sul lato destro del viso) ma in un secondo momento senza tanti complimenti (il pasticcio sul lato sinistro). Alcuni lettori mi hanno scritto che questa famosa “provetta” non riescono a vederla. Qui l’unico interrogativo è capire se ci fanno o ci sono. La provetta è già visibilissima facendo scorrere semplicemente il video al rallentatore. In questa immagine l’ho ingrandita ed evidenziata in rosso, ad usum caecorum. Se non bastasse, si può osservare questo gif ottenuto dai ragazzi del 911 Truth mettendo insieme alcuni frame del primo video, che dovrebbe togliere ogni dubbio anche ai ciechi dalla nascita. Devo ammettere che nel parlare della provetta ho commesso due errori. Il primo è stato quello di chiamarla “provetta”, mentre si tratta in realtà di un contenitore di medie dimensioni, un po’ più lungo del palmo di una mano. Il secondo è stato quello di credere – ingannato dalla scarsa risoluzione del mio video – che fosse la ragazza stessa a versarselo sulla faccia. In realtà, come si vede nel gif, il contenitore è impugnato da una mano destra, quasi certamente quella di Hejazi (la mano destra di Panahi si trova sul torace della ragazza).

4) Occhio che arriva!

Nel gif del 911 Truth si possono notare altre cose interessanti. Prima di tutto il movimento istintivo che la ragazza fa col capo, verso la sua destra, nel momento stesso in cui Hejazi le rovescia il flacone sul lato sinistro del viso. Una delle cose che ha fatto più impressione ai poveri di spirito è vedere Neda che “rovescia gli occhi all’indietro” come se stesse per morire. In realtà si tratta anche in questo caso di una reazione istintiva che la ragazza compie un attimo prima che le venga rovesciato in faccia il contenuto della “fialetta”. Un po’ come facciamo noi quando, dal barbiere, con la testa reclinata sul lavabo, attendiamo che ci arrivi sulla testa la doccia tiepida. Lo si può notare tanto nel gif quanto in questo snapshot.

5) No, nel naso no!

Un’altra delle cose che hanno dato da pensare a me e a diversi lettori è il fatto che nel primo piano finale del secondo filmato la ragazza apparisse con le narici piene di sangue. Come era possibile far arrivare il “sangue” con tanta precisione all’interno del naso rovesciando il contenuto di un semplice contenitore, e nemmeno con modi tanto urbani? Semplice: infilandolo nelle narici con le dita! Se si fa scorrere al rallentatore il gif si vede molto chiaramente la mano di un’altra persona (che non è né Panahi, né Hejazi: forse il terzo “soccorritore”, quello della “respirazione”?) che si avvicina al naso di Neda per “sistemare” il “sangue” nelle narici. Ho estratto dal gif questi frame in cui la mano (quella cerchiata in rosso) è ben visibile:

gif1

gif2

gif3

gif4

Un'altra cosa: non posso metterci la mano sul fuoco, visto che la risoluzione del video è troppo scarsa per poterlo fare (c'è gente che già non vede il flacone di liquido, figuriamoci...) ma giurerei che la mano stringe qualcosa di simile a un cotton fioc per sistemare più agevolmente il liquido nelle narici.

6) Stai girando o no?

Tutta la riporesa del primo video sembra avere come fulcro dell’attenzione non la ragazza gemente e morente, ma l’operatore col telefonino. Avevo già postato queste immagini, in cui tanto Hejazi quanto la stessa moribonda guardano l’operatore per capire se la ripresa è già iniziata. Tipico errore degli attori in erba quello di fissare la camera al momento del ciak. Ma c’è un’altra cosa: in questa immagine si vede comparire un altro signore con un videofonino tra le mani. Si tratta quasi certamente di colui che ha ripreso il secondo video, quello col primo piano di Neda martire che ha fatto il giro dei cartelloni pro-Mousawi. Il tipo si trova proprio sulla verticale del volto di Neda e sta riprendendo le celebri immagini (che poi, per qualche motivo, verranno tagliate poco prima che il tipo della “respirazione bocca a bocca” si avvicini). Per capirlo si possono confrontare le due immagini (la seconda è tratta dal secondo video, ripreso proprio da sopra la spalla sinistra di Panahi). Fin qui la cosa sarebbe triste, ma non strana. Il mondo è pieno di cretini che riprendono col telefonino tutto ciò che trovano, moribondi compresi. La cosa strana però è un’altra: se guardate il video vi accorgerete che il terzo “soccorritore” si mette in posizione per “entrare in scena” (con le braccia aperte e le mani pronte ad afferrare il viso di Neda per la “respirazione bocca a bocca”), ma attende qualche secondo prima di regalarci la sua performance. Perché? Ovviamente per consentire al signore col telefonino di riprendere il celebre primo piano. Si sa, i feriti vanno soccorsi, ma non così in fretta da rovinare uno spettacolo in mondovisione. There’s no business like show business, come cantava Ethel Merman...

7) E.R.: medici alle prime armi

Inutile dire che nella crassa ignoranza delle procedure mediche d’emergenza in cui mi crogiolo non ho mai visto fare una respirazione bocca a bocca a un paziente con le vie respiratorie piene di sangue. Ma sono certo che qualcuno scriverà dicendo che si tratta di una procedura standard, consigliata da ogni manuale di pronto soccorso.

Per ora mi fermo qui perché non ce la faccio più a scrivere. Domani se riesco posto un pezzo su Coelho e Hejazi. Giuro che ci sono delle sorprese. 

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COMUNICAZIONI DI SERVIZIO

by Gianluca Freda (27/06/2009 - 15:46)


Riferendosi a questo ormai storico articolo, un lettore scrive:

"Caro" Freda, non sono i Sostenitori della Realtà dei fatti a dover dimostrare che la fialetta NON C'E'...bensì il contrario. Sei tu a dover dimostrare che QUELLA COSA -CHE NEL VIDEO NON SI VEDE, L'HAI INVENTATA TU- E' UNA FIALETTA. L'ONERE DELLA PROVA STA A TE, SVEGLIATI. Ora mi raccomando, censura anche questo post, dittatorucolo. ^_^

Marco Lucente

Caro lettore, privandomi con stoica abnegazione di uno dei rari piaceri della vita, non solo non censuro il tuo commento, ma lo metto qui in bella vista. Lo scopo è quello di esemplificare a tutti come non bisogna scrivere un post se non si vuole darmi la voluttuosa soddisfazione di farlo sparire con un click nel grande nirvana elettronico dello sproloquio inessenziale. Pretenderei (uso il condizionale che si utilizza nell’esprimere le aspirazioni irrealizzabili) che un commento postato su questo blog presentasse le seguenti caratteristiche:

1) Deve contenere opinioni e/o argomenti, non frasi fatte e moralismi parrocchiali. La quasi totalità dei post “critici” (diverse decine) che ho ricevuto in relazione a questo articolo conteneva perle del tipo: “Vergognati!” (sì, subito, finisco di dar da mangiare al gatto e arrivo), “hai ucciso quella povera ragazza per la seconda volta!” (lo sto appunto spiegando al commissario Gordon, qui alla centrale di polizia dove sono venuto a costituirmi), “quella povera ragazza è morta per la libertà e la democrazia e tu la infami così!” (intanto, anche prendendo per buone le scempiaggini che circolano sulla stampa, sarebbe morta perché era uscita dalla macchina a prendere una boccata d’aria, non per la “libertà”; inoltre non vedo come il sostenere che non è morta affatto possa ledere la sua onorevolezza), “sei un bruto senza compassione!” (e dovevate vedermi quando ho sghignazzato per un quarto d’ora buono durante la proiezione di “Schindler’s list”, meritandomi la riprovazione dei vicini di poltrona), “tu non ami la democrazia!” (e fosse un segreto!, ho postato non so quanti articoli dicendo che la ritengo la peggior forma di governo possibile). Per commenti di questo tipo esistono vasti spazi informativi (Repubblica, Corriere della Sera, Visto, Topolino, Io e il Giardinaggio, Perle Complottiste, ecc.) che possono dedicarvi lo spazio che meritate. Recatevi lì e date libero sfogo. Qui preferisco evitare la vanvera politically correct, visto che la rete già ne straripa.

Nel filmato c’è una fialetta (o provetta o quel che è) che io vedo benissimo e che molti altri utenti vedono benissimo. Mi sono anche preso la briga di cerchiarla negli snapshot che ho pubblicato, ad usum caecorum. Voi non la vedete? E io che posso farci? Problemi vostri e del vostro oculista. Inutile che scriviate dei post chiedendomi di ridarvi la vista, è più un lavoro per Padre Pio. Mica posso cerchiarla in braille, dopo tutto. La discussone può aver luogo soltanto con coloro che la vedono e sono in grado di spiegarmi cosa sia (sali per far rinvenire la ragazza? Ma non era mica svenuta...). I ciechi, volontari e non, si servano per cortesia delle apposite strutture d’assistenza.

2) Sono assolutamente vietati gli insulti verso altri utenti e, se possibile, anche verso l’amabile sottoscritto. Non è per essere permaloso, non lo sono mai stato. E’ che questo è un blog, non la porta di un cesso pubblico. Se non avete altro da offrire al mondo e al web che insulti, improperi e stupidaggini trovatevi un altro posto in cui defecarli. Questa - almeno finché non mi cacciano per oltraggio alla religione della maggioranza - è casa mia e se ci venite siete pregati di comportarvi da signori. L’espressione del lettore, che mi definisce “dittatorucolo”, è lusinghiera, ma imprecisa. Mi vedo più umilmente come una comune massaia che cerca di tener pulito il proprio tinello. Ergo, prima di entrare pulitevi i piedi e datevi una sciacquata alla bocca. Anche mettere in moto le capacità critiche sarebbe gradito, sebbene non essenziale.

3) In casi di particolare interesse, gli insulti al sottoscritto (ma SOLO ED ESCLUSIVAMENTE al sottoscritto) sono consentiti. A patto però che siano seguiti da ottime argomentazioni. Ad esempio se uno scrive che il mio articolo “è una stronzata”, deve far seguire i motivi che lo spingono a mettere così volgarmente in dubbio le mie decantate e sopraffine capacità razionali. Se lo farà, gli verrà fatta grazia della vita, in nome dell’interesse che provo verso chiunque aggiunga, seppure con maniere inurbane, qualcosa di nuovo al mio bagaglio di conoscenze (da notare che il “qualcosa di nuovo” deve essere nuovo davvero, non la rifrittura di una notizia stravecchia e magari già abbondantemente smentita su questo e altri siti).     

 Ad esempio, se io pubblico la foto che apre questo scritto (comparsa sullo Spiegel online), in cui si vede la simpatica deceduta iraniana con un crocefisso al collo, uno può tranquillamente affermare che tale foto “è una stronzata e chi la pubblica è uno stronzo”, però dovrà sviluppare un po’ meglio la sua affermazione. Si tratta forse di un fotomontaggio? Nella Repubblica Islamica Teocratica l’ortodossia religiosa consente eccezioni per le belle gnocche (può anche darsi)? La croce serviva a sottolineare la sua ferma volontà di protestare contro il regime oppressivo (ma come, nella “versione ufficiale” non si afferma che era una povera ragazza del tutto disinteressata alla politica e che è stata uccisa per caso?)?

Oppure: io potrei scrivere che tra la lettera della “sorella di Neda” (in cui si afferma che Neda e sua sorella trepidavano nell’attesa di partecipare alla manifestazione e che Neda è “morta fra le braccia di suo padre”) e l’intervista (senza video, come nei filmati di Bin Laden) al suo sedicente fidanzato (secondo il quale Neda non si interessava di politica ed è morta fra le braccia del suo maestro di musica) esiste qualche insanabile contraddizione. O è una fregnaccia l’una o è una fregnaccia l’altra. Potrei azzardarmi ad affermare che la verità, come spesso accade, sta probabilmente nel mezzo: sono fregnacce entrambe le “testimonianze”. Si tratterebbe, in questo caso, di un’asserzione d’inaudita gravità, che meriterebbe di essere stigmatizzata con parole anche dure. Tali parole, tuttavia, se desiderano sopravvivere alla scure del mio sadismo censorio, devono proporre una struttura logica alternativa a quella dominante (“se è A non può essere B”) che consenta di superare l’apparente (un bel po’ apparente) incongruenza.

O ancora: potrei scrivere che Arash Hejazi, il “medico” che soccorre Neda nel video, è sì laureato in medicina (anche se per sua stessa ammissione non pratica la professione da più di 10 anni), ma che in occidente è assai più noto per essere il fondatore ed editore della Caravan Books, casa editrice “alternativa” di Teheran, finanziata (come quasi tutti i gruppi d’opposizione in Iran) dai fondi del Congresso USA; potrei scrivere che questo tipo ha una residenza a Londra, fa la spola tra Londra e Teheran, studia alla londinese Oxford Brookes e ha un giornalista della CNN americana che risponde alle chiamate sul suo cellulare; potrei scrivere che la sua testimonianza sulla “morte di Neda” è quantomeno bizzarra (afferma che il sicario Basij che uccise Neda, sarebbe stato circondato dalla folla minacciosa, avrebbe iniziato a strillare “non volevo ucciderla!” e poi la folla lo avrebbe lasciato andare dopo averlo fotografato e avergli sottratto i documenti; aveva per caso un cartello al collo con scritto “sicario Basij”? I Basij, solitamente, sono in borghese; inoltre Wikipedia riporta una diversa testimonianza dello stesso Hejazi, in cui il sicario avrebbe invece sparato da un tetto); potrei suggerire che il fatto che un individuo così sospetto si imbatta non in un morto qualunque, ma nel morto che diventa per il mondo il simbolo della malvagità del regime di Ahmadinejad, dovrebbe perlomeno farci osservare le cose col beneficio del dubbio. Naturalmente ogni lettore è libero di ritenere che si tratti di “illazioni da idiota”, ed è libero di scriverlo sul mio blog, ma deve dimostrarlo e/o aggiungere elementi aggiuntivi se spera di sfuggire alle maglie della mia censura. L’epiteto “idiota” è sempre un’arma a doppio taglio: o lo corredi di argomentazioni o si trasforma dolorosamente in un autoritratto.

Spero di essere stato chiaro. Grazie per l’ascolto.         

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N.E.D.A. (NATIONAL ENDOWMENTS FOR DEMOCRACY ASSOCIATED)

by Gianluca Freda (22/06/2009 - 23:38)


“E’ proprio un bel cadavere, signore. Un vero privilegio occuparsene. Non è esagerato affermare che darà lustro alla nostra ditta”.

(Bram Stoker, Dracula)

 

La prima cosa che ho pensato, naturalmente, è che si trattasse della milionesima bufala fabbricata dalla propaganda dei servizi segreti. L’odore di messinscena mediatica era fortissimo e non poteva essere ignorato. Ogni volta che c’è in corso una “covert operation” volta a trasformare una nazione in protettorato americano (in Iran, per chi non lo avesse ancora capito, sta accadendo appunto questo) è consuetudine dare in pasto al gregge di pecore occidentale qualche abominio virtuale compiuto dal governo che si intende rovesciare, allo scopo di suscitare lo sdegno della pubblica opinione e l’appoggio senza condizioni alle politiche espansionistiche dell’Impero. Gli esempi riempirebbero un trattato in più volumi. Ricordate, nel 1989, le “fosse comuni” di Timisoara, che sollevarono l’indignazione dell’occidente contro il regime di Ceausescu, in corso di rovesciamento? Erano una bufala, cadaveri presi dall’obitorio dell’ospedale e seppelliti in fretta e furia dagli amministratori della propaganda ad uso e consumo dei telespettatori creduloni che accendono le viscere prima del cervello. E la storiella dei soldati iracheni che in Kuwait toglievano i neonati dalle incubatrici, che servì da pretesto per l'attacco all'Iraq del 1991? Parto della fantasia, ovviamente, e dal travaglio neppure troppo faticoso. E la decapitazione di Nicholas Berg, compiuta dai malvagi uomini di “Al Qaeda”? Quella era vera, solo che era stata compiuta, con ogni probabilità, non da Al Qaeda ma da uomini dei servizi segreti USraeliani all’interno del carcere di Abu Ghraib, come ben evidenzia questo articolo. E gli orribili massacri di Srebrenica, che servirono a giustificare l’aggressione degli USA alla Serbia? Falsi come una banconota da tre euro e ancor più falso il video delle esecuzioni, come riconosciuto ormai dallo stesso tribunale dell’Aja. E gli orrori dei bombardamenti russi sulla Georgia dell’estate scorsa? Fasulli e pure mal fabbricati. E il video dei palestinesi che esultano dopo l’abbattimento delle torri gemelle? Vecchio di anni e ripreso in circostanze che con l’11 settembre (altra immensa bufala mediatica) non avevano niente a che fare. Potremmo andare avanti a lungo, citando la madre di tutte le baggianate disinformanti: l’esilarante balla delle camere a gas naziste. Ma mi fermo qui e mi limito a citare solo due esempi di disinformazione che riguardano direttamente i disordini iraniani di questi giorni: erano quasi certamente false la notizia dell’attentatore al mausoleo di Khomeini (avete visto qualche foto dell’evento o dei danni o delle vittime?), quella dell’incendio alla sede del partito di Ahmadinejad e quella del trasferimento dello stesso Ahmadinejad nella base militare di Aghdasieh per motivi di sicurezza.

Insomma, da che mondo è mondo un bel mucchio di cadaveri fabbricati e teletrasmessi con gusto rappresenta un vero toccasana politico per la premiata ditta “Sam & Abacuc, Inc.”. 

Bene: mi assumo la responsabilità di ciò che dico e se arriveranno delle smentite sono pronto a prenderne atto, ma mi sembra proprio che il video della “morte di Neda”, che ha fatto il giro del web e ha creato l’ennesimo simbolo di “eroismo democratico” ad uso e consumo dei telepecoroni internazionali sia un falso, anche piuttosto pacchiano, fabbricato dagli stessi registi che ci hanno offerto gli spettacoli citati più sopra. E ancora una volta il film ha avuto grande successo, almeno a giudicare dalle reazioni isteriche dei benpensanti indignati che hanno saturato la rete. Ci tengo a precisare che l’autenticità o meno del video non cambia di una virgola la mia opinione sull’indegnità di Mousawi e sullo schifo che provo per i suoi sostenitori, branco di venduti e decerebrati che stanno consegnando il proprio paese al colonialismo statunitense. Stroncare una protesta finanziata e gestita da potenze straniere e nemiche, anche a costo di provocare qualche vittima, sarebbe un atto doveroso di autodifesa nazionale. Se una protesta simile fosse scoppiata negli Stati Uniti, sarebbe stata stroncata a colpi di mitraglia - dopo poche ore, non dopo una settimana - dalla Guardia Nazionale e nessun giornale occidentale ci avrebbe trovato nulla da ridire. Israele, pochi mesi fa, ha trucidato circa 1.500 palestinesi con lanci di missili e di fosforo bianco e non ho visto sui media nazionali neanche un miliardesimo dell’indignazione sollevatasi per il (presunto) decesso di una  manifestante filoamericana. E non parliamo dell’Iraq, dove gli americani hanno sterminato milioni di persone, riducendo il paese a un deserto: i morti ammazzati diventano “eroi” solo quando vengono fatti fuori dai loro stessi governi per difendersi dalle ingerenze americane. Se li ammazzano direttamente i marines, i democraticissimi media occidentali si dedicano anima e corpo ai flirt di Jennifer Lopez.

Fatta questa lunga premessa, spiego i motivi che mi spingono a ritenere che il video della “morte di Neda” sia una bufala, fabbricata pure coi piedi, il che è marchio distintivo di questo tipo di operazioni. Non c’è bisogno di sforzarsi troppo per prendere per il culo i teledipendenti occidentali, poiché essi sono convinti di sapere già tutto. E’ sufficiente fornir loro dei bias di conferma, anche dozzinalmente realizzati, a ciò che già alberga nelle loro teste. In ogni caso:

1) La mancanza di informazioni precise sulla manifestante defunta dovrebbe essere già, per il lettore attento, un segnale d’allarme. Il suo nome sarebbe Neda Agha Soltani, di cui circola su internet una foto (vedi sopra) che ben poco somiglia alla ragazza che si vede nel video. Secondo alcuni avrebbe 16 anni, secondo altri (wikipedia) sarebbe una studentessa di filosofia di 27 anni. Non sappiamo nulla della sua famiglia, non sappiamo se l’uomo con la maglietta a strisce bianche e blu che si vede vicino a lei nei video diffusi su internet sia davvero il padre, né quale sia il suo nome. Non possediamo commenti o interviste ai suoi amici, parenti o familiari. Di Carlo Giuliani conoscevamo, già poche ore dopo la sua morte in piazza Alimonda, nome, cognome, indirizzo, generalità dei genitori, vita privata e segno zodiacale. Su Neda abbiamo poche e contraddittorie informazioni, provenienti quasi esclusivamente dai social network come Facebook e Twitter.

2) Come fonte di notizie, Facebook e Twitter sono estremamente sospetti. Per capire in che modo questi network siano stati strumentalizzati dagli strateghi della disinformazione, rimando a questo articolo di Thierry Meissan, il quale scrive tra l’altro: “[...]E’ stata distribuita una Guida pratica della rivoluzione in Iran, che comprende vari consigli pratici tra i quali:

- Impostare gli account Twitter sul fuso orario di Teheran.

- Centralizzare i messaggi sugli account Twitter@stopAhmadi, iranelection e gr88.

-Non attaccare i siti internet ufficiali dello Stato iraniano. «Lasciate fare all’esercito» USA per questo (sic).

Una volta attuati, questi consigli impediscono qualsiasi autentificazione dei messaggi Twitter. Non si può più sapere se li inviano testimoni delle manifestazioni a Teheran o agenti della CIA da Langley, e non si può distinguere il vero dal falso. L’obiettivo è quello di creare ancora più confusione e spingere gli iraniani a combattersi tra loro”.

Sempre Twitter ha fatto sapere che "Neda è stata sepolta al cimitero Behest Zahra" e che "le autorità hanno vietato i funerali" (lieve contraddizione). Nessuno sembra aver assistito al funerale, né i parenti sembrano aver diffuso immagini delle esequie, il che contribuisce ad alimentare i dubbi.

3) Lo stesso nome “Neda” (“voce” in lingua farsi) sembra tradire una progettazione a scopo di propaganda. Oltretutto esso richiama, con inquietante omonimia, l’acronimo del National Endowment for Democracy (NED), l’organizzazione diretta dal neocon USA Kenneth Timmerman che ha finanziato e organizzato le rivolte pro-Mousawi.

4) Il video della “morte” è completamente decontestualizzato. Non si vedono punti di riferimento che permettano di capire in che luogo si svolge il dramma. Intorno alla scena si vedono alcuni signori che passeggiano tranquillamente, il che è curioso in presenza di una ragazza che, secondo le testimonianze, sarebbe appena stata colpita da un cecchino. Su Youtube c’è un altro video che mostra la ragazza in compagnia del signore dalla maglietta a strisce bianche e blu durante un corteo in via Karegar, ma nel video della “morte” l’ambientazione sembra del tutto diversa.

5) Nel video della “morte”, il signore con la maglietta a strisce grida alcune frasi (“Neda, resta con me! Non lasciarmi!”) che mi sembrano troppo hollywoodiane per essere autentiche (io non conosco il farsi, ma questa è la traduzione del sonoro che circola su internet).

6) E’ curioso che Youtube non abbia rimosso il video della morte di Neda, che è estremamente truculento e contrario alla policy del sito. Evidentemente Youtube è felice che tutti vedano quel video. Youtube è proprietà di Google, che è stato tra i principali sostenitori della campagna elettorale di Obama. Se l’amministrazione USA decide di rovesciare il governo dell’Iran, Google offre il proprio contributo alla disinformazione. Ormai non è più solo da TV e giornali che dobbiamo guardarci.

7) Ciò che ho elencato finora sono soltanto sospetti. Ma l’elemento che mi ha convinto della grossolana inautenticità del video è il seguente, ed è sotto gli occhi di chiunque abbia voglia di osservare il filmato con un minimo di attenzione. All’inizio del video la ragazza sembra tenere nella mano sinistra una specie di fialetta, il cui contenuto (un liquido rosso che serve per l'effettaccio speciale) si versa poi sulla faccia, con gesto visibilissimo, durante la concitazione. Quando il videofonino che sta filmando la recita inquadra la “fialetta” ben visibile nella mano, la ragazza rivolge uno sguardo interrogativo all’operatore, come a chiedere: “Ma che fai, idiota, sveli il trucco?”. La sua mano si muove su e giù due volte, in corrispondenza della comparsa sul viso delle due prime strisce di “sangue”. Qui di seguito ci sono i fotogrammi a cui mi riferisco. Sono un po' sfocati, ma visionando il video nella sua interezza la cosa risulta di lapalissiana evidenza.   




 

Lo slogan con cui i seguaci di Mousawi stanno inondando la rete è: «Neda è morta con gli occhi aperti, facendo vergognare noi che viviamo con gli occhi chiusi». D’accordo per il vergognarvi, ma prima di abboccare a certe baggianate non potreste sforzarvi di aprirli un pochino quegli occhi?

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L'INVASIONE DELLE BALLE GIGANTI

by Gianluca Freda (14/06/2009 - 23:57)


Ora che gli artigli economici e militari del drago americano si sono spezzati sulla crisi del dollaro e sulle guerre senza via d’uscita in Medio Oriente, tocca ai valletti adibiti alle pubbliche relazioni fare le veci del grande mostro indisposto, sciorinando il meglio delle proprie baggianate in sua difesa e attendendo con fiducia l’esito della convalescenza.

Prendiamo ad esempio le elezioni in Libano. I media occidentali hanno fatto un ottimo lavoro nel presentarle come “un chiaro rifiuto del programma di coalizione di Hezbollah” (come scrive Thomas Friedman sul New York Times). La realtà è un po’ diversa. Intanto, quando si parla di elezioni in Libano bisognerebbe tener presente che la distribuzione dei seggi nel Parlamento libanese è stabilita da un accordo del 1989, che assegna ad ogni gruppo religioso un certo numero di rappresentanti secondo criteri che non hanno nulla a che fare con la rilevanza numerica nazionale del gruppo in questione. Ad esempio sciiti e sunniti hanno rispettivamente 873.000 e 842.000 elettori registrati e ad entrambi i gruppi spettano un massimo di 27 seggi. I cristiano-maroniti e i drusi hanno rispettivamente 697.000 e 186.000 elettori, ma a loro spettano rispettivamente un massimo di 34 e 8 seggi. Come si vede l’elezione di un rappresentante in Parlamento ha ben poco a che vedere con la rilevanza numerica dei votanti. A ciò si aggiunga che in questa tornata elettorale più di 120.000 espatriati libanesi sono stati pagati dal gruppo di Hariri (il neoeletto capo del governo, filooccidentale, figlio dell’ex primo ministro Rafik Hariri assassinato nel 2005) per tornare in patria a votare, e oltre tre quarti di essi hanno votato per Hariri. Ma tutto questo impegno ha dato risultati limitati. L’opposizione guidata da Hezbollah ha ricevuto la preferenza del 55 per cento degli elettori (840.000 voti) ma solo il 45 per cento dei seggi. La coalizione di governo ha avuto la preferenza del 45 per cento degli elettori (692.000 voti) e il 55 per cento dei seggi. Nella scorsa legislatura Hezbollah e i suoi compagni di coalizione avevano 58 seggi contro i 70 della coalizione di governo. Ora ne hanno 57 contro 71, ma si tenga presente che tre di questi 71 seggi erano stati ottenuti dai candidati indipendenti che hanno deciso di allearsi con la maggioranza solo dopo le elezioni. Clamoroso poi il fatto che il generale Michel Aoun, alleato con Hezbollah, abbia ricevuto il 52 % del voto cristiano, ma un numero di seggi inferiore a quello dei suoi avversari cristiani.

Insomma, l’effetto “rifiuto di Hezbollah” esiste solo nella vanvera dei media occidentali e nella propaganda di coloro che ne dettano le veline. La realtà è che la coalizione di Hezbollah gode della preferenza della maggioranza degli elettori libanesi ed è solo la perversa alchimia elettorale ad impedirle di divenire maggioranza parlamentare. La situazione del paese è in stallo, rispetto alla legislatura precedente, ma la grande vittoria della coalizione filooccidentale esiste solo nel mondo di pura fantasia in cui gli strateghi del rimbecillimento mediatico rinchiudono i loro lettori quando scoprono che i piani dei dominanti sono andati, parzialmente o totalmente, in vacca.   

Altro esempio tipico sono le elezioni presidenziali in Iran, che presentavano all’opinione pubblica la scelta tra un quisling israelo-americano come Moussawi e il presidente uscente Ahmadinejad. Ovviamente Ahmadinejad ha stravinto: solo un popolo di deficienti completi avrebbe potuto votare per un individuo che avrebbe svenduto il paese agli interessi stranieri. Non esiste al mondo un popolo così imbecille, forse neanche in Italia. Perfino nel nostro paese, fiore all’occhiello dell’analfabetismo letterario e politico teleindotto, la coalizione più prona agli interessi USraeliani (il centrosinistra) viene sistematicamente boicottata dagli elettori da ormai 15 anni ed è costretta, per sopravvivere, ad additare Berlusconi come minaccia permanente. Senza Berlusconi il centrosinistra cesserebbe di esistere. Se neanche gli italiani sono così fessi da dare la maggioranza ad un maggiordomo delle potenze straniere, figuriamoci gli iraniani. Moussawi, come tutti i fantocci USraeliani, si è mostrato così carico di arrogante sicumera da dichiarare la propria vittoria prima ancora che fossero chiuse le urne, in un paese in cui le rilevazioni demoscopiche non sono certo così capillari come da noi. Così si è tradito, e non appena sono apparse le prime proiezioni che davano ad Ahmadinejad la vittoria schiacciante non gli è rimasto altro da fare che chiamare a raccolta i suoi quattro gatti (foraggiati da USA e giudei) perché facessero quanto più casino possibile. Solitamente a me non piace la repressione dei movimenti di piazza, quale che sia il potere da cui viene disposta. In questo caso farò un’eccezione: considerato il livello della posta in gioco, spero che questi traditori del loro paese, questi venduti al nemico, vengano zittiti con la massima durezza possibile, in modo tale da far arrivare a burattini e burattinai il chiaro messaggio: abbiamo capito il trucco, i vostri giochetti sono finiti. Naturalmente i media occidentali fanno da cassa di risonanza alla tesi dei brogli elettorali, rivelando impudicamente il proprio servilismo. Come sempre, tra la stampa sguattera, si è distinta per dedizione e comicità la nostra Repubblica, la cui inviata, Vanna Vannuccini, dopo aver richiesto un paio di scalmanati della loro opinione, ha sposato in toto e senza dubbi la tesi dei brogli, colorandola di folklore locale: fanciulle iraniche in lacrime, vecchi pietosi che le offrono protezione contro gli “sgherri in motocicletta” invece di abbandonarla serenamente alle manganellate sulla crapa, come avrei fatto io, onesti cittadini ricolmi di sdegno per la mancata corrispondenza delle panzane di Repubblica con il mondo reale. Chissà dov’era la Vannuccini quando Bush truccava le elezioni americane del 2000 e 2004 e in Italia, nel 2006, le elezioni politiche venivano manipolate attraverso il voto elettronico? Probabilmente era nella sua stanzetta d’hotel, a ripetere il mantra del giornalista-lavapiatti: “I brogli li fanno solo le dittature antioccidentali; qui da noi ci sono al massimo democrazie che sbagliano”.

Sempre Repubblica si è resa protagonista, nelle scorse settimane, del più clamoroso attacco diffamatorio verso un politico “ribelle” ai diktat israelo-americani che mai si sia visto a queste latitudini. Sto parlando ovviamente dell’affaire Lario-Noemi-Berlusconi con il quale il giornalaccio di De Benedetti ha toccato davvero il fondo della sua non certo limpida carriera al servizio del potere coloniale che ci domina da ormai quasi 65 anni. Le bordate di letame, mai sparate prima con simile intensità, sono iniziate quando Berlusconi ha dato chiaro segnale di voler creare un asse con la Libia (da cui importiamo il 25% del nostro petrolio e circa il 10% del gas) e la Russia di Putin  (favorendo accordi energetici tra Eni e Gazprom). Si sa che io non amo Berlusconi, ma tutto ciò avrebbe garantito all’Italia una certa indipendenza energetica. Un’indpendenza che il potere coloniale americano non può consentire, tanto più che tali accordi vanno a scapito del famoso gasdotto Nabucco, che avrebbe dato agli americani il controllo energetico dell’Europa bypassando Russia e Ucraina. Dopo il discorso di Gheddafi (un capo di Stato di gigantesca statura politica a confronto dei nostri sguatteri) a Palazzo Giustiniani, Berlusconi è stato convocato d’urgenza dal “preside”. Traggo dal sito www.blitzquotidiano.it :

A Washington non hanno gradito, ma soprattutto non hanno, letteralmente, capito. Quando al Dipartimento di Stato e alla Casa Bianca hanno letto il testo delle dichiarazioni di Gheddafi, il commento, non ufficiale ma unanime è stato «Incredibile», “Pazzesco”. Non tanto e non solo il fatto che il leader libico abbia equiparato Reagan a Bin Laden, abbia spiegato che la democrazia è solo quella libica, abbia ironizzato sui diritti umani. Ciò che ha stupito fino all’incredulità l’amministrazione americana è che l’Italia si sia prestata con somma disponibilità e nessuna cautela a far da palcoscenico allo show del Colonnello. Nelle sedi istituzionali e politiche e perfino all’Università di Roma La Sapienza, con quel rettore, Luigi Frati, che null’altro ha trovato da dire e comunicare che la sua ammirazione per le amazzoni, mitigata solo dal fatto che “mia moglie è in sala”.

Ma se questo appartiene al folklore civile e culturale italico e quindi poco importa agli Usa, la scelta di far da platea e claque a Gheddafi ha indotto Obama ad una decisione netta: chiederà conto a Berlusconi, chiederà in un faccia a faccia diretto al premier italiano a che gioco gioca l’Italia in campo internazionale. Ecco l’elenco delle domande che Obama ha pronte per Berlusconi quando si vedranno lunedì 15 a Washington.

Prima: che senso ha la ripetuta affermazione di voler “mediare” tra Usa e Russia? E poi anche tra Usa e Iran? È una ricerca di protagonismo o l’affermazione di una posizione equidistante? E, se è così, quale equidistanza?

Seconda: che peso va data all’affermazione di Berlusconi di non volere una società multietnica? In Italia questa frase non ha fatto molto rumore, ma in tutti i paesi dell’Occidente è di fatto impronunciabile da un capo di governo. Gli Usa devono archiviarla come voce dal sen fuggita o prenderne atto come linea effettiva di governo?

Terza: che peso va dato all’affermazione di Berlusconi di essere il leader più esperto del G8?

Quarta: le assicurazioni date da Gheddafi sui rifornimenti energetici all’Italia e i complimenti del leader libico, «fortunati voi italiani ad esser governati da Berlusconi, con la sinistra le imprese italiane farebbero meno affari in Libia», valevano la rinuncia ad esercitare qualunque accordo preventivo sulle dichiarazioni di Gheddafi in Italia? Contrariamente a quanto accade in diplomazia, Gheddafi ha avuto licenza di dire quel che voleva come voleva senza avvertire prima gli italiani, oppure gli italiani sapevano ed hanno acconsentito?

Quinta: dopo le elezioni in Afghanistan l’Italia ritirerà le truppe mandate di rinforzo?

Sesta: in che misura l’Italia appoggia davvero la politica ambientale di Obama?

Settima, ultima e riassuntiva domanda: «Dear Silvio, a che gioco giochi con l’amico Putin, il figliol prodigo Gheddafi e, soprattutto, ci fai o ci sei quando ti atteggi a fratello maggiore di Obama?».

Appuntamento nello Studio Ovale, tra le 16 e le 17 del 15 giugno, con la richiesta ferma e già fatta pervenire che le risposte non siano sorrisi e abbracci ma impegni e chiarimenti.

Come si vede si tratta di un vero e proprio terzo grado, un autodafé con cui si chiede a colui che – nel bene e nel male – è nostro primo ministro di rinnovare il giuramento di servitù verso i padroni d’oltreoceano. Gli americani, di fronte ai tentativi di svolta autonomistica berlusconiani, sono rimasti davvero di sasso. Come si dice: finché ti morde un lupo, pazienza, quello che fa veramente male è quando ti morde una pecora. Obama è stato morso dalla pecora italiana, dallo staterello più prono e ubbidiente fra tutti i suoi possedimenti d’oltremare e questo grida vendetta. Per Berlusconi, il morsicatore, rischia di finire veramente male, come anticipato dall’avvertimento odierno, in stile paramafioso, di D’Alema: il quale ha invitato l’opposizione a “tenersi pronta per eventuali scosse”. Quali possano essere queste scosse, con Berlusconi convocato per domani pomeriggio dinanzi all’alta e risentita presenza di Sua Maestà Obama I, non è difficile immaginarlo. Riuscirà Berlusconi a salvarsi sfoderando l’inchino delle feste? Tergiverserà e prenderà tempo raccontando barzellette idiote, come è sua specialità? Basterà tutto ciò a placare la furia di Obama e dei suoi manovratori industrial-finanziari? Lo sapremo tra pochi giorni. Il balletto delle italiche fantesche, croce e tormento degli ultimi 15 anni di vita politica nazionale, sembra prossimo ad una svolta decisiva.  

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IL NOSTRO INFERNO PRIVATO

by Gianluca Freda (31/12/2008 - 00:27)


PERCHE’ NON RIUSCITE A RIBELLARVI PIU’ A NULLA:
LA SINDROME DI STANFORD
di Bruno Fontanesi
dal blog Il linguaggio dimenticato
(Grazie ad @lecs per la segnalazione)


Come immaginate voi l'Inferno?

Università di Stanford (California), Agosto 1971: lo psicologo Philip Zimbardo (che guardacaso ce l'ha quell'espressione un po' luciferina che evoca in modo inquietante il nostrano La Russa, n' est-pas?) recluta con un annuncio su un giornale e seleziona 24 studenti "sani, intelligenti, benestanti ed appartenenti alla classe media, psicologicamente normali e senza nessun precedente violento" a prendere parte a uno studio psicologico sulle dinamiche interpersonali insorgenti nell' ambito della vita in carcere.

L’esperimento, che avrebbe dovuto durare due settimane e coinvolgere i soggetti in una simulazione di vita carceraria condotta in un ambiente comunque "scientifico" e strettamente monitorato, viene interrotto dopo soli cinque giorni perchè "sfuggito al controllo": non solo infatti una metà degli studenti si era trasformata in un branco di spietati aguzzini mentre l' altra metà mostrava evidenti segni di traumi psichici, depressione, ed apatico adattamento a restrizioni ed abusi subiti, ma lo stesso Zimbardo (come lui stesso scrive!) perde completamente la necessaria obiettività di "supervisore" finendo per immedesimarsi e lasciarsi troppo coinvolgere nella repressione di una possibile fuga: non solo le "cavie" quindi, ma anche lo stesso sperimentatore finiscono per perdere completamente il senso del limite tra realtà e finzione, e sarà il provvidenziale intervento di amici e visitatori "esterni" a far ravvedere e rinsavire Zimbardo che quindi sospenderà l' esperimento. (Vedi i dettagli QUI)

Prego osservare nella loro splendida nudità le seguenti dinamiche: La FINZIONE che dapprima si trasforma in INCONSCIO COLLETTIVO (in quanto convenzione "intimamente" accettata e condivisa da tutti, e quindi introiettata come "vera, unica e indiscutibile" anche grazie all'azione concomitante delle tecniche di depersonificazione adottate nel corso dell'esperimento stesso), e successivamente si tramuta in REALTA'... in soli 5 giorni !!!

(E se non ci fosse stato nessun provvidenziale intervento esterno??? Se quell' esperimento fosse stato condotto, che ne so, sulla Luna senza contatti diretti con la Terra???)

Ora, non ci interessa qui sottolineare la trasformazione sadica delle "guardie", già ampiamente (e molto spesso a sproposito) riportata dai media, quanto l' evoluzione di tipo passivo-masochista dei "carcerati". (Questa hanno molto meno interesse a riportarla e sottolinearla!)

Carcerati che finiscono anch'essi per perdere tragicamente qualsiasi contatto mentale con la loro "identità di normali studenti borghesi", qualsiasi consapevolezza della finzione e dell' artificiosità della situazione, fino ad approdare alla convinzione che: "Da quella situazione sarà impossibile uscire".

Carcerati il cui comportamento, attraverso vari stadi, sfocerà in soli 5 giorni o nella crisi isterica (e in una quanto mai probabile conseguente follia), o nell' accettazione passiva e senza più ribellione della loro nuova condizione, nella completa "introiezione" del loro stato di prigionieri. E a questo stadio ogni ulteriore vessazione subita, anziché spingerli come sarebbe logico supporre verso una possibile organizzazione e rivolta, non farà che rafforzare in loro questa convinzione. Non "sono più" gli individui Tizio e Caio, ma i prigionieri numero x e y!

E mentre le guardie, che pur sfociando nel sadismo hanno sviluppato un forte senso di unità e appartenenza al "branco", e sono psicologicamente appagate da ciò al punto da dispiacersi che l'esperimento venga interrotto, i "prigionieri" sono confusi, sospettosi l' uno dell' altro, isolati nella loro spersonificata apatia, e pronti a vendersi, o far la spia per un piccolo privilegio... e non c'è più in essi nessun senso di identità né singola né collettiva, nessun senso di gruppo...

(Ma pensa che pacchia, conoscere questi insospettabili sviluppi, per un eventuale potere forte...)
 

LA STANFORD MEDIATICA

Ora, se l'idea di avere una popolazione di folli forse non aggrada nemmeno ad un potere assoluto, se non altro per l'ovvia impossibilità di potersene servire in alcun modo, pensa che bello se tutti si trasformassero invece in apatici e disgregati sudditi nelle mani di pochi detentori del potere e delle redini globali!!!

(Credete che non ci abbiano pensato? Tutto il "quid" dell' esperimento di Stanford, ciò che ha reso possibile arrivare alle conseguenze sopra riportate, si basa sulla "deidentificazione", sulla "perdita dell' identità psicologica" delle cavie... ora, se riuscissimo ad arrivare a ciò non nel modo traumatico e "distonico" utilizzato durante l' esperimento, ma in modo piacevole e "sintonico", potremmo anche avere dei sudditi felici... degli schiavi rincoglioniti e tutto sommato contenti, e che comunque mai e poi mai penseranno di ribellarsi).

- Ooohhh, parbleu, e come si potrebbe fare veh??

- Per esempio, facendo in modo che la sensazione di "prigionia" sia impercettibile, e pressoché nulla... rendendo invisibili sia i muri del carcere sia ogni possibile sospetto sull' esistenza di controllori ad un superiore livello... e facendo credere ai babb... emh, popolo, di essere i soli giocatori del gioco.

- Tanto per cominciare, invece che portarli in prigione, potremmo portare la prigione nelle loro comode abitazioni...

- La Televisione!

- "Attraverso" la Tv, i giornali, i computer, i media insomma... in modo giocoso e piacevole... Creare in modo "soft" quell'inconscio collettivo che essi poi "realizzeranno", proprio come nell' esperimento di Stanford, finendo per crederci in pieno, e per ritenerla l' unica realtà possibile.

- Ooohhh, piano, non parlare difficile... lo sai che noi potenti non siamo poi tanto forti quanto a materia grigia...

- Lo so, lo so... allora, in parole povere... si tratterebbe insomma di raccontare delle gran balle, di creare dal niente un "gioco" con regolette dettate da noi... loro ci crederanno fino in fondo, e noi, che abbiamo fatto le regole, ne trarremo i benefici... Il gioco principale si chiamerà "Economia", e sarà condotto con le regole della "Moneta", del "Signoraggio", e del "Debito Pubblico"... e loro correranno, vedrai come correranno dietro questo gioco!!! Alcuni si divertiranno anche molto, altri meno, ma nessuno sospetterà, mai e poi mai, che si tratterà solo di una realtà virtuale.

Poi si potrebbe fare il gioco "Guerra", così quando qualcuno perde nel gioco "Economia" e si arrabbia potrà azzannarsi coi compagni di cella, e non si sogneranno neanche di pensare a noi...

- Ooohhh, sembra fantascienza... sembra un film che ho visto una volta, si chiamava Ammatrix !".

- "Matrix", 'gnurant!”.

- Ah sì, Matrix... ma come convincerli a giocare ai giochi che avremo inventato per loro???

- Ah, questo è l'aspetto più semplice... "Deidentificando e spersonalizzando"... ah già, dimenticavo che con te devo spiegarmi come a un babb... a un bambino di tre anni in piena fissazione anale il cui unico scopo è accumulare...

- Come dici, che non si capisce niente...!!!

- Niente, cose mie da scienziato... Allora, in parole semplici: basta sostituire quello in cui credono loro con quello in cui crediamo noi... per questo ci sono altri due giochi: uno si avvale di tecniche sofisticate ed avveniristiche, e servirà per agire sulle menti... si chiama "Informazione e Intrattenimento". L'altro agisce a livello più viscerale, e si chiama "Politica".

- Un gioco nel gioco?

- Esattamente, come le bambole cinesi... giocando a "Politica" e "Informazione e Intrattenimento" non solo faranno esattamente quello che vogliamo noi, ma ci crederanno tanto, e si immedesimeranno tanto, che saranno pronti a deridere chiunque tenterà di aprirgli gli occhi!!!

- Il tutto mentre intanto si svolge il grande gioco di "Economia"...!!!

- Bravo, stai cominciando a capire, vedi che non è poi così difficile...

- E mentre al piano di sopra noi monitoriamo, controlliamo e guidiamo il tutto!!!

- E vi appropriate di tutte le risorse e capacità produttive del Pianeta...

Torniamo a noi, ad un livello meno esilarante del nostro discorso, e a quello che in questo momento vi riguarda più da vicino, perchè ne va della vostra stessa esistenza come prigionieri o uomini liberi (e forse della vostra esistenza tout-court):

Vi siete mai chiesti perchè vi possono togliere e precarizzare il lavoro, togliere dignità, diritti ed ogni passata conquista sociale; perchè vi possono abbassare i salari, tassarvi in modo iniquo, farvi morire di legge 30; perchè possono cacare su leggi e giustizia, perpetrare stragi di stato, osannare la guerra, inquinarvi il cibo e l' acqua, uccidervi di troppa o troppo poca "sanità", depredarvi in nome del debito pubblico, uccidervi in nome della democrazia, coprirvi di rifiuti, di cemento, e di tutte le loro diavolerie chimiche; perchè riescono a frammentare i popoli, a farli odiare l'un l'altro, a farvi guardare al prossimo solo in veste di "concorrente" o di "consumatore"... senza che riusciate più neanche non dico a ribellarvi (che sarebbe pretendere troppo), ma quantomeno ad organizzarvi e protestare in modo efficace, parbleu???

Il motivo è esattamente quello visto in apertura, quello che successe ai prigionieri dell'esperimento: siete caduti nella "Sindrome di Stanford", avete già completamente sostituito la vostra identità con la realtà fittizia creata per voi, e proprio come nell'esperimento non capite di essere immersi in una pseudo-realtà, e di essere voi stessi cavie di un esperimento globale e mediatico. Come nell'esperimento avete maturato la convinzione che questa sia la sola ed unica realtà sempre appartenuta al genere umano, che sia ineluttabile, e che, anche se spiacevole, "Non c'è alternativa".

Stranamente poi vi illudete spesso, erroneamente, che l'intervento di qualche "delegato di turno" (l'Avvocato, o il Prete nell'esperimento) possa "tirarvene fuori"... Coyons, parbleu!!!

Quelli che voi "delegate" non sono altro che attori, o prigionieri anch'essi, che godono di qualche favore e di celle più comode in cambio del loro servilismo...

E statene certi: non ci sarà nessun provvidenziale intervento esterno a dirvi: "Oh, guarda che tu non sei il Consumatore n° xyz, non sei il Conto corrente n° xyz, non sei l'allocco munito di tessera elettorale n° xyz, tu sei "Caio Sempronio", ti ricordi? E sei entrato in questo incubo solo qualche decennio fa... adesso è finita, è ora di uscire, dai, andiamo fuori di qui...”.

Al contrario, cercheranno sempre di convincervi della bontà e della concretezza dell'incantesimo che vi hanno costruito attorno!!!

No, non ci sarà nessun intervento esterno, se non sarete voi a vederlo, e a capirlo, e a tirarvene fuori...
 

POSSIBILI SCENARI

Dalla vostra avete il fatto che, come ha dimostrato lo stesso Zimbardo, stupidamente divenuto cavia del suo stesso esperimento, anche qui non esiste una "variabile indipendente" che possa dire agli zimbardi di turno "Basta", oppure "Rallenta” o “Accelera"... e quindi i controllori del gioco sbaglieranno facendosene troppo coinvolgere, anzi hanno già troppo sbagliato, come stanno a dimostrare le fin troppe cose trapelate circa i loro piani...

Hanno sbagliato, hanno spinto troppo, hanno contravvenuto alla regola n° 1 per cui il gioco, per essere sempre efficace, deve mantenersi invisibile.

L'hanno reso visibile, hanno reso troppo eclatanti e spinte le sue conseguenze... ed hanno perso il controllo per eccesso di ingordigia: il re è nudo.

Il loro margine di potere consisteva appunto nello spingere il più possibile, nel riuscire a sfruttare il più possibile senza lasciar trapelare la cabina di regia, e non ci sono riusciti.

Ma si può vincere sugli errori altrui solo se si è in grado di approfittarne, parbleu!

Come i Prigionieri di Stanford ora dovete svegliarvi e vedere che siete completamente immersi in una realtà virtuale, che non ci sono né muri né chiavi a trattenervi, che i muri e le chiavi sono solamente nella vostra testa.  Approfittatene; potreste non avere una seconda chance, ed ai muri virtuali potrebbero sostituirsi ben presto veri muri in cemento armato.

Avete di fronte tre possibili strade:

LA VIA DELLA CONSAPEVOLEZZA E DELLA LIBERA SCELTA:
Se la maggior parte di voi diventerà consapevole di tutto ciò, non servirà praticamente altro per far automaticamente crollare, in modo del tutto incruento e nel giro di pochissimi giorni, l'intera prigione: basterà spegnere il televisore, usare i giornali solo al WC (per pulirvici il culo, mica per leggerli sia chiaro), boicottare le banche e la finanza virtuale, astenervi da qualsiasi votazione e attribuzione di legittimità rappresentativa ai partiti, ascoltare il prossimo che ora volete solo "fregare" e coalizzarvi contro il comune nemico che vi sta effettivamente (lui sì) fregando. Come i Prigionieri di Stanford, dovete prendere atto che si tratta di una finzione, e dire "Mi sono stancato di questo gioco. Arrivederci e buonanotte ai suonatori". Tutto il diabolico incantesimo crollerebbe all'istante, ma bisogna essere in tanti a farlo. E ci risparmieremmo i futuri bagni di sangue.

LE RIVOLTE CRUENTE:
Come ha dimostrato lo stesso Zimbardo, l'esperimento messo in atto sulle nostre teste è destinato a coinvolgere tutti gli attori, ad ogni livello, e non si arresterà proprio perchè tutti lo crederanno  "reale". Anzi, proprio quelli che dovevano esserne i controllori hanno dimostrato di essere già stati travolti dal loro stesso gioco e troppe cose sono trapelate o sono comunque troppo sospette agli occhi dei più (11/9, Signoraggio, Esportazione di Democrazia, Falsi Attentati di Stato, ripetuti attacchi ad indagini e magistrati, Smantellamento delle Nazioni e della Legalità a favore di "Trattati" riconosciuti unilateralmente, Privatizzazione di Tutto, esasperazione del controllo, e via dicendo, la lista è lunghissima).
Contrariamente alle loro stesse previsioni i controllori del gioco perderanno comunque, per un errore già insito nel postulato, come abbiamo visto. Ma le rivolte, scoppiando singolarmente qua e là sulla faccia della terra, sarebbero lunghe, sanguinose, dolorosissime. Meglio svegliarsi insomma, ed adottare SUBITO i semplici ed incruenti accorgimenti di cui sopra.

IL PIANETA DEI FOLLI:
Ma esiste anche una terza ipotesi, la peggiore di tutte:  l'"esperimento", andando avanti ad oltranza, sarà l'unico vincitore, senza che nessuno riesca più a fermarlo: le cavie, completamente e bilateralmente impazzite nel loro folle scambio di realtà, guideranno nello spazio un pianeta di pazzi, finché non sarà la Natura stessa a tutelarsi, ponendo fine all'esperimento "uomo".

Torno a chiedervi: "Come immaginate voi l' Inferno???".

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UN DECALOGO PER L'11/9 (E SUCCESSIVI)

by Gianluca Freda (11/09/2008 - 02:24)


COME ORGANIZZARE UNA PSICOSI TERRORISTICA DI GRANDE EFFETTO
di Gavin Gatenby
dal sito Possum News Network
traduzione di Gianluca Freda
 

Come si fa a organizzare una psicosi da terrorismo di grande effetto come quella che sta attualmente attanagliando i nostri aeroporti? Facilissimo. Seguendo poche semplici regole sarete in grado di scatenare il panico tra la popolazione e fare polpette dei media senza correre virtualmente alcun rischio di essere beccati. Basta soltanto avere un po’ di fiducia. Ecco un semplice decalogo per aspiranti babau di alto livello.
 

1. I politici non vogliono sapere

Abbiate fiducia nel fatto che il governo non vuole affatto sapere cosa avete intenzione di fare, almeno finché può trarne beneficio. Per loro stessa natura, le polizie segrete e i centri di spionaggio operano nell’ombra e compiono spesso, “nell’interesse nazionale”, azioni illegali e cose che una persona comune considererebbe profondamente immorali. Cose che metterebbero in imbarazzo il governo se venissero rivelate. Se qualcosa dovesse andare storto, i politici vorranno essere in grado di offrire una “plausibile smentita” al loro coinvolgimento. Una relazione di questo tipo conferisce un potere enorme e incontrollato alla vostra piccola elite autarchica e ultrasegreta, arroccata al vertice dei “servizi” per la sicurezza nazionale. I vostri colleghi vengono invariabilmente scelti fra i rami più alti dell’elite politica ed economica e naturalmente voi sapete meglio di chiunque altro che cosa è “nell’interesse nazionale” e avete un diritto al comando conferitovi da Dio. Infrangere le regole e spifferare tutto non fa parte dell’indole di classe dei vostri colleghi.
 

2. Offrite solo le informazioni essenziali

Dividete in compartimenti la vostra organizzazione di sicurezza e impedite alle varie sezioni specialistiche di parlare l’una con l’altra. A questo fine potrete plausibilmente invocare ragioni di sicurezza. Assicuratevi che tutte le informazioni arrivino direttamente al vostro piccolo gruppo di vertice, che elaborerà e “strutturerà” la minaccia incombente, decidendo quando agire. In questo modo potrete controllare il copione e i tempi della messinscena. I soldati semplici potranno scuotere la testa e nutrire perplessità verso alcune delle cose che state per fare, ma non saranno in posizione di contraddirvi. E se lo facessero, questo sarebbe un reato molto grave. Rovinerebbe le loro carriere e li destinerebbe ad un lungo soggiorno in gattabuia.
 

3. Al momento opportuno, coinvolgete il presidente o il Primo Ministro

Quando avrete stabilito il momento migliore per creare la vostra psicosi da terrorismo e scelto la categoria che dovrà ordire il “complotto”, sarà importante ottenere il coinvolgimento del capo del governo. Costui vorrà avere la possibilità di rivolgersi alla nazione ed attribuirsi il merito di aver salvato il popolo dalla terribile minaccia. Verrà immediatamente imitato dai leader dei principali partiti d’opposizione, tutti ansiosi di dimostrare la propria credibilità, la propria responsabilità e il proprio patriottismo. Non appena avrete reso pubblica la verità ufficiale, i media e le istituzioni dello Stato vi si adegueranno.
 

4. “Dimostrateci che stiamo mentendo”

Ricordate: è straordinariamente facile dichiarare di avere “sventato” qualcosa di terribile ed è quasi impossibile per gli scettici provare che non lo avete fatto. Soprattutto se il complotto è stato “sventato” nelle sue prime fasi. Naturalmente ve la prenderete con individui appartenenti a un gruppo che sarà già stato demonizzato in precedenza e che avrà dunque paura di replicare o di reagire. La maggioranza sarà incline a concedervi il beneficio del dubbio. Mettere in discussione il governo in tempi di “emergenza nazionale” non è impresa facile.
 

5. Non temete, ognuno farà la sua parte

Cospirazioni complesse, che coinvolgano moltitudini di persone, sono del tutto inutili. Tutto ciò che serve è che il vostro gruppo, ristretto e insospettabile, ordini a chi si trova nei livelli più bassi di agire sulla base delle “informazioni ricevute”. Non c’è bisogno che sappiano quali sono queste informazioni. Devono conoscere solo gli indirizzi delle case in cui fare irruzione e i nomi delle persone da arrestare. Quando agiranno saranno sicuri di trovare qualche articolo politico o religioso, qualche file negli hard disk, qualche prodotto chimico di uso domestico, che, in base alle circostanze che avrete costruito, apparirà sospetto. Se poi utilizzate degli agenti provocatori, essi potranno “fabbricare” le prove o riferire conversazioni sospette per dare un po’ di pepe all’evento. Naturalmente i dettagli non saranno mai disponibili in forma ufficiale e verificabile, ma tracce e frammenti di presunte “prove” potranno essere fatti trapelare a giornalisti di fiducia (vedi sotto).
 

6. Date da mangiare ai polli

Rilasciate il minor numero possibile di informazioni alla stampa ufficiale. Avrete una scusa plausibile per farlo: troppe informazioni potrebbero nuocere alle indagini in corso e pregiudicare l’operato dei tribunali. Anziché fatti e responsabilità precise, fornite un flusso continuo di piccole indiscrezioni “sotto garanzia di anonimato” a giornalisti selezionati da organizzazioni mediatiche politicamente affidabili. Queste persone saranno accuratamente scelte in base al loro conservatorismo politico e alla loro “responsabilità” giornalistica. E se anche non fosse così, avranno comunque bisogno di una storia e conteranno su di voi per averne una. Non importa se i dettagli lasciati trapelare saranno assurdamente illogici. Anche se avranno dei dubbi sulla vostra storia, i vostri contatti la pubblicheranno lo stesso piuttosto che perdersi lo scoop. In questo modo riuscirete a dar vita ad una versione ufficiale non ufficiale che la maggior parte del pubblico sarà incline ad accettare come qualcosa di molto vicino alla verità. Essi saranno già stati condizionati dai mastini dei media a nutrire una profonda diffidenza verso il gruppo da cui provengono le vostre vittime e penseranno che se le accuse concordano con i loro schemi, allora le vittime sono probabilmente colpevoli di qualcosa e non sarebbe prudente rilasciarle.
 

7. I politici che non vi appoggiano al 100% sono amici dei terroristi

A nessun politico piace essere definito “irresponsabile” o essere accusato di scarso patriottismo o di essere debole coi terroristi. Ben pochi di loro oseranno contestare le vostre accuse per paura di sbagliarsi. La maggior parte di loro sono politicastri venali che si guadagnano da vivere alla grande con un lavoro che gli piace. Riterranno più sicuro unirsi al coro della condanna del terrorismo e congratularsi con voi per la vostra vigilanza. Nella peggiore delle ipotesi, qualche politico potrà decidere di mostrare gli attributi criticandovi ad alta voce per non aver agito prima e non essere stati più duri. I pochi che resteranno perplessi, probabilmente non diranno assolutamente nulla.
 

8. Non preoccupatevi di dimostrare una connessione con veri gruppi terroristici

Una volta, non molto tempo fa, si sarebbe sentita la necessità di dimostrare che la vostra “cellula terroristica” locale era stata reclutata da, ed era in comunicazione con, al-Qaeda o altro gruppo che avesse assunto forma concreta in un passato non troppo lontano. Ciò creava alcuni problemi, dato che le prove di questa connessione erano spesso poco convincenti o – peggio ancora – portavano sotto i riflettori loschi personaggi con un curriculum di collaborazioni con la CIA, l’M16 e il Mossad.

Ancora oggi è una buona idea suggerire questi legami, ma non è più indispensabile, perché il problema è scomparso con la felice invenzione della cellula terroristica SFSA, cioè “spontaneously-forming, self activating”, di formazione spontanea e ad autoattivazione, teorizzata dopo gli attentati londinesi del 7/7/2005. Secondo la teoria della SFSA, i terroristi non hanno bisogno di essere reclutati o addestrati. Ogni volta che tre giovani musulmani felici, di successo e ben integrati si riuniscono per parlare di politica o di religione o anche solo per giocare a cricket, essi spontaneamente decidono di creare una cellula terroristica fai-da-te. Scrutano internet alla ricerca di ricette per esplosivi poderosi e altamente instabili fabbricabili con bibite gassate, perossido, gel per capelli, acetone e latte per neonati. Senza alcuna direttiva dall’esterno, essi scelgono i bersagli e stabiliscono la data. Tutto ciò di cui avrete bisogno per “provare” la cospirazione, sarà il fatto che si siano riuniti, che abbiano parlato di politica e che fossero in possesso di comuni prodotti chimici per la casa, bibite gassate e un telefono cellulare. Non importa se dalle loro conversazioni non verrà fuori nulla di esplicito. Potrete dire che stavano parlando in codice. Se riuscirete a dimostrare che almeno uno di loro ha fatto un viaggio oltreoceano, tanto meglio. Altrimenti potrete sempre affermare che stavano “valutando” l’acquisto di un biglietto aereo o che avevano mostrato interesse per i viaggi oltremare.

La teoria della SFSA non si limita ad esimervi dal dover dimostrare connessioni con gruppi terroristici internazionali, questo è solo un bonus: essa ha il vantaggio di accrescere la paura collettiva. Qualunque gruppo di giovani musulmani che giochi a palla nel parco, starà in realtà progettando di far saltare in aria un treno. O un aereo. Qualunque cosa possiate fare a questa gente sarà presumibilmente “tollerato”, se non esplicitamente approvato, dai sempliciotti patriottardi.
 

9. Non ha importanza se un tribunale li proclama innocenti

Le vostre vittime non otterranno un’udienza in tribunale per mesi, forse per anni, e se avrete ben organizzato le cose riuscirete ad operare all’interno di un sistema legislativo in cui al pubblico e ai vostri media addomesticati sarà proibito riferire dettagli importanti o perfino accedere all’aula del processo. Quando le vostre vittime arriveranno in tribunale, la paura che avrete creato servendovi di loro avrà già sortito i suoi effetti. Anche se le vostre vittime dovessero essere proclamate innocenti, questo fatto riceverà ben poca attenzione da parte di un sistema mediatico imbarazzato dal ruolo svolto in una truffa così evidente; e comunque, la notizia del proscioglimento dei terroristi si perderà nel clamore della prossima grande minaccia.

Buona fortuna, e divertitevi.

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REUTERS, HOLLYWOOD

by Gianluca Freda (30/08/2008 - 01:55)

La policy di Dada non mi consentirebbe di pubblicare fotografie truculente come quelle che seguono. Quando lo faccio comunque, sfidando le regole, mi arriva di solito una mail molto cortese in cui mi si spiega che le mie foto sono state rimosse per violazione delle norme della community. Spero che in questo caso Dada faccia un’eccezione. Anche perché, come sto per spiegare, è probabile che queste foto siano truculente solo all’apparenza. Si tratta invece, con 99 probabilità su 100, di una penosa messinscena, di uno dei tanti falsi propagandistici fabbricati dalla Reuters e poi spacciati per “informazione” sulla cartaccia da cesso che siamo soliti chiamare “quotidiani”.

Stando alla Reuters, le foto sarebbero state scattate nella città georgiana di Gori e testimonierebbero le atrocità commesse dai russi contro la popolazione civile. Sorvoliamo sul fatto che alle atrocità (autentiche) commesse da americani ed europei in Iraq e Afghanistan non sempre viene dato lo stesso risalto e andiamo ad esaminare le foto nel dettaglio.
Le foto e le analisi che qui ripropongo sono tratte dal sito byzantinesacredart.com .


Foto 1: a questa foto la Reuters ha accompagnato una didascalia che recita: “Il cadavere di una donna viene rimosso dai soldati georgiani nella città di Gori”.
Faccio notare, innanzitutto, che nella foto il “cadavere” sta stringendo il braccio all’infermiera. Vi prego di notare anche altri quattro elementi, che ritroveremo nelle foto successive: 1) il cumulo di macerie sullo sfondo, indicato dal rettangolo rosso; 2) il pezzo di lamiera indicato con il numero 1; 3) il tizio in jeans neri sulla destra che osserva la scena; 4) l’altro “cadavere” con la camicia a quadri, sdraiato a faccia in giù.
 

 

Foto 2: qui vedete lo stesso tizio che era in piedi nella foto 1. Si è cambiato i jeans (che ora sono blu e sembrano perfettamente puliti) e si è tolto la camicia. Stringe il “cadavere” con la camicia a quadri visto nella foto 1. Solo che adesso il “cadavere” è girato sulla schiena e l’ambiente circostante è completamente diverso. Notare che il giovane deceduto non mostra traccia visibile di ferite né di danni all’abbigliamento in nessuna delle due foto, eccettuata un’escoriazione al polso che sa di falso lontano un chilometro. In entrambe le foto i vestiti non sembrano neppure impolverati, nonostante il corpo sia stato lasciato nella polvere e poi trasportato da un luogo all’altro. Le scarpe sono candide come la neve.  Non so se qualcuno ha mai visto le foto dei cadaveri prodotti dai bombardamenti israeliani sul Libano nel 2006. Spero per voi di no, ma posso garantire che si tratta di cadaveri leggermente più malconci e meno puliti di questo. Forse è questo che intendeva Kaladze, il noto pallonaro georgiano del Milan, quando ha detto che in Georgia i russi stanno facendo “pulizia etnica”?

 


Foto 3: qui il set è lo stesso della foto 1. Notare il cumulo di macerie sullo sfondo e la lamiera piegata, indicata col numero 1. La recita, però, è diversa: il tale di prima, con un nuovo e impeccabile abbigliamento e i capelli perfettamente pettinati, è seduto in mezzo alle macerie a imprecare contro il fotografo. Perché questo tipo viene a sfogare il suo dolore in tanti luoghi diversi? E perché ogni volta sente il bisogno di cambiarsi d'abito? Glielo ha ordinato il regista?

 


Foto 4: la didascalia della Reuters dice: “Due georgiani accanto al cadavere del figlio nella città di Gori”. Anche in questo caso, idem come sopra: il corpo presenta solo qualche graffio alla schiena. Alla Reuters hanno idea di come sia fatto il cadavere di una vittima dei bombardamenti? E sì che in questi anni, tra Iraq e Afghanistan, dovrebbero averne visti parecchi. O stavano guardando dall’altra parte? Ma non è finita qui. Osserviamo la foto 5.

 


Foto 5: qui il “cadavere” è stato spostato di qualche metro rispetto alla foto precedente (notare la distanza dal marciapiede e dall’apertura dello scolo fognario). Incredibilmente, dopo essere stato spostato, è stato rimesso esattamente nella stessa posizione della foto 4. Perché mai due genitori dovrebbero spostare il corpo del figlio tra le macerie per poi rimetterlo nella stessa posizione? Forse per migliorare l’illuminazione, che nella foto 4 lasciava un po’ a desiderare? Inchiniamoci in un doveroso chapeau al professionismo degli ineccepibili fotografi della Reuters.

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ANTO'... FA FREDDO! ANTO'... FA CALDO!

by Gianluca Freda (05/08/2008 - 04:01)


“Comunque, un matematico che riuscisse a sostenere la sua profezia con terminologia e formule matematiche, non verrebbe capito da nessuno ma sarebbe creduto da tutti”

(Isaac Asimov, Preludio alla Fondazione)
 

Non c’è dubbio che i mass media possiedano una loro straordinaria coerenza. Da oltre cent’anni continuano a profetizzare, torvi e severi come arcangeli dell’Apocalisse, una catastrofe climatica che incombe sulle zucche vuote di noi peccatori gaudenti. E noi, ridanciani ignoranti, ci ostiniamo da altrettanto tempo a sopravvivere senza riguardo alle terribili fini del mondo che questi saggi e studiosi emuli di Noè vanno generosamente annunciando di decennio in decennio. La loro abnegazione nell’attesa fideistica del Giorno del Giudizio meteorologico è caratterizzata da una costanza ammirevole. L’unica cosa che è cambiata più volte, nel corso degli anni, è la temperatura del Grande Disastro Climatico Finale.

Oggi i media ci vanno raccontando che, causa i nostri immondi peccati di consumatori indefessi e assassini dell’ambiente, faremo tra pochi anni la meritata fine del pollo alla diavola o dell’affogato al caffè.  

Ma negli anni ’70 il Grande Disastro strombazzato dai media era di un altro tipo: fresco e dissetante come una granita al limone. “Un’altra Era Glaciale?”, domandava nel 1974 la rivista Time Magazine ai suoi accaldati e speranzosi lettori. L’articolo garantiva che, stante il progressivo raffreddamento della temperatura terrestre riscontrato da tutti i più insigni climatologi, una nuova glaciazione sarebbe iniziata da lì a qualche anno, qualche decennio al massimo. Il giornale Newsweek scriveva che le prove di un raffreddamento progressivo del globo terrestre avevano “iniziato ad accumularsi in modo così massiccio che i metereologi fanno fatica a tenerne il conto”.

Ma il più attivo tra gli avventisti della Grande Ghiacciata era il giornalista Walter Sullivan. Già all’inizio degli anni ’70 gli articoli sul New York Times di questo gelataio mediatico regalavano refrigeranti brividi ai lettori prospettando invasioni di pinguini a Times Square. “Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica”, scriveva Sullivan martedì 27 gennaio 1972, “stanno conducendo indagini su larga scala per stabilire come mai il clima dell’Artico stia diventando più freddo e perché alcune zone del Mar Glaciale Artico siano diventate negli ultimi tempi minacciosamente più spesse e se l’estensione di questa coltre ghiacciata contribuisca a preparare nuove Ere Glaciali”. L’articolo si intitolava: “Gli esperti del clima scorgono tracce di Era Glaciale”.

Faccio sommessamente notare che questi tetri indizi di catastrofe non vengono mai colti dalla gente comune, che persiste inconsapevole ad accendere il camino d’inverno e a farsi vento con il New York Times d’estate (visto che serve a qualcosa?). Solo gli “esperti”, gli “studiosi”, gli “scienziati”, i “climatologi”, i “metereologi”, i dotti luminari sanno che stiamo per morire tutti e sono così altruisti da venircelo a dire. Sono sinceramente preoccupati per la nostra sopravvivenza. Come mai faremmo senza di loro?

Il 31 ottobre 1972, Sullivan raggiungeva la terribile certezza nell’articolo intitolato: “Gli scienziati [sempre loro] temono che l’equilibrio climatico nel mondo stia per finire”. “Dallo studio di campioni di ghiaccio estratti dalla calotta groenlandese, sembra che 89.500 anni fa qualcosa di catastrofico abbia modificato il clima, portandolo da una temperatura maggiore di quella odierna a quella di una piena Era Glaciale”. E sta per succedere di nuovo, sozzi peccatori impenitenti, pareva ghignare lo scribacchino. Che aspettate a pentirvi, per le ossa di san Giuda?

Alla vigilia di Ferragosto del 1975, Sullivan, forse per fare un dispetto ai suoi lettori soffocati dall’afa, cambiava repentinamente opinione. Nell’articolo Tendenza al riscaldamento del clima: due articoli contestano l’idea che sia in arrivo un nuovo periodo glaciale, Sullivan scriveva: “Il clima del mondo sta cambiando. Di questo gli scienziati [immancabili] sono fermamente convinti. Ma perché e in quale direzione lo stia facendo è oggetto di un acceso dibattito”.

Ma il 21 dicembre 1975, rinfrescatosi le idee con l’arrivo della prima neve, Sullivan tornava sui suoi passi nell’articolo Gli esperti [e quando mai] temono un grave pericolo se i fumi inquinanti raffredderanno la Terra.

Basta così. Ma fino ai primi anni ’80 Sullivan e molti “giornalisti” come lui continuarono a pubblicare articoli di questo tenore, naturalmente sotto l’autorevole consulenza di insigni scienziati e studiosi. “Quest’inverno Chicago è rimasta paralizzata dalla neve. L’inverno scorso fu Boston. La Russia europea ha visto il dicembre più freddo da un secolo a questa parte” (NYT, 24 febbraio 1979); “Gli scienziati [arieccoli] hanno resuscitato la controversa idea che milioni di miglia cubiche di ghiaccio antartico possano in certi casi scivolare improvvisamente dal continente nel mare, col risultato di incrementare spaventosamente il livello degli oceani e accelerare il drammatico raffreddamento del clima mondiale”.

Aaaaaaaaaahhhh! E’ finitaaaaah! Si salvi chi può! Etc., etc. Etcì!

Forse Sullivan non sapeva (o magari, a ben pensarci, sapeva benissimo) di essere stato un grande innovatore. Aveva infatti svecchiato e reinventato il mito del Grosso Botto Climatico in voga fino a pochi anni prima. Infatti, fino all’inizio degli anni ’60, il terribile destino che attendeva l’umanità secondo la litania della pseudo-informazione di allora, non era troppo diverso da quello profetizzato oggi: riscaldamento globale e tutti rosolati come rosticciana e salsicce.

Il crescente riscaldamento della Terra è evidente ai poli, strillava tale Gladwin Hill sul New York Times del 15 febbraio 1959, aggiungendo: “Alcune scoperte nell’Artico confermano la teoria dell’innalzamento delle temperature globali. Un misterioso riscaldamento del clima si sta lentamente manifestando nell’Artico, dando vita a un ‘serio problema internazionale’. Lo ha detto oggi il Dr. Hans Ahlmann, noto geofisico svedese”. Un geofisico svedese, mica baubau miciomicio. Lo avessi detto io che anche nell’Artico, come nel resto del mondo, le temperature salgono e scendono, non mi avrebbe creduto nessuno. Ma nel 1957 (due anni prima) lo stesso giornale titolava: “Gli scienziati [aarghhh!] concordano: il mondo è più freddo”. Poi, nel 1959, non concordavano più. Poi ancora, l’8 ottobre 1961, concordavano di nuovo: Il clima della Terra si raffredda. Ma nell’articolo si leggeva: “La teoria che il mondo si stia lentamente riscaldando ha ricevuto nuove conferme dai dati delle temperature”. Boh. Forse la catastrofe definitiva è imminente davvero: con tutti questi passaggi improvvisi dal caldo al freddo, la povera vecchia Palla Azzurra rischia di schiattare di broncopolmonite o rinite fulminante. E non dite che gli illustri scienziati non vi hanno avvertito.

Dalla consultazione dei reperti d’archivio, scopriamo anche che già negli anni ’40 non c’erano più le stagioni di una volta. Infatti, venerdì 30 maggio 1947, il solito NYT, nell’articolo Il riscaldamento climatico nell’Artico fa sciogliere i ghiacciai e alza il livello degli oceani, dicono gli scienziati, scriveva: “Il nostro clima sta forse cambiando? Il succedersi di estati temperate e di inverni miti da diversi anni a questa parte, culminato lo scorso inverno nella quasi totale assenza di croste di ghiaccio nella valle dell’Hudson, rende questa domanda pertinente. I concittadini più anziani ci dicono che gli inverni non sono più freddi come quando loro erano giovani, e noi tutti abbiamo potuto notare una notevole diminuzione media del freddo in quest’ultimo decennio”. In questo caso assistiamo ad un inedito team-up tra scienziati e vecchi rincoglioniti di paese che si sostengono l’un l’altro nel vaticinio di una caldana poderosa che spazzerà via il male dal mondo.    

Ma già alla fine del XIX secolo, sotto la presidenza di Benjamin Harrison, per la precisione il 23 giugno 1890, il NYT compiangeva i bei vecchi tempi, quando gli inverni erano inverni e le estati estati, preventivando cataclismatici rivolgimenti delle temperature. IL NOSTRO CLIMA: PERCHE’ QUESTI INVERNI MITI E QUESTE ESTATI TEMPERATE? [ma perché cazzo non siete mai contenti?]. LE PROVE GEOLOGICHE DELLA PREVALENZA ALTERNATA DI ATMOSFERE SEMITROPICALI [se volete sapere che significa, chiedetelo agli scienziati]. “Poiché il clima di ogni paese ha una relazione inseparabile con le caratteristiche fisiche dei suoi abitanti, l’attenzione del Governo si è rivolta, da alcuni anni a questa parte, alla raccolta di precise statistiche meteorologiche nel territorio di tutti gli Stati Uniti”. In questo caso la causa del Riscaldamento Globale erano i venti tropicali e non lo scioglimento dei ghiacciai artici, forse perché non tutti sapevano ancora con precisione che diavolo fosse l’Artico. Ciò rendeva l’umanità molto più felice.

Purtroppo nel 1895 già il Times ricominciava a menarla con la glaciazione: “Prospettive di un nuovo periodo glaciale: i geologi pensano che il mondo stia per ghiacciarsi di nuovo”.

Per finire, cito anche lo splendido e significativo titolo di un articolo d’epoca comparso sul NYT del 5 gennaio 1855: “Uno sguardo alle notizie riportate dai media di lamentele sul fatto che il clima non è perfetto, raccolte da John Shotsky”. Orribile questa mancanza di perfezione. Un anno rischiamo di estinguerci congelati e sommersi, l’anno dopo soffocati nel Girarrosto Purificatore della vendetta della Terra Stuprata. Che mondo di merda. Se non ci fossero giornalisti e scienziati ad avvertirci del pericolo avremmo già fatto la fine dei dodo. Il che, a giudicare dal livello dell'informazione mediatica e dal discernimento della maggioranza dei suoi fruitori, non sarebbe forse una gran perdita per l’universo.

P.S.: chiudo con un appello accorato. Qualcuno ha per caso più visto il Buco nell’Ozono? Che gli è successo? Si è richiuso? E’ imploso come l’isola di Lost alla fine della quarta stagione? Era qui fino ad un attimo fa e ora non riesco più a trovarlo in nessun notiziario. Non trovo più neppure la sovrappopolazione, l’epidemia di aviaria e il Millennium Bug. Forse sono caduti nel Buco prima che implodesse. Vi supplico, aiutatemi a ritrovarli. Non posso vivere senza le mie paure. Garantisco mancia competente.

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A "REPUBBLICA" IL PULITZER DELLA PANZANA

by Gianluca Freda (02/08/2008 - 23:51)


Che Repubblica fosse un giornale stracolmo di bufale era cosa nota da tempo. Ma questa volta siamo al capolavoro. Mi inchino umilmente  (GF)
 

GLI SCOOP DI JORDI – LA NOSTRA INVIDIA
di Maurizio Matteuzzi
da Il Manifesto del 20 luglio 2008
(visto sul blog di Annalisa Melandri)

Chapeau a la Repubblica, anzi al Venerdì di Repubblica.

In metà anno ha fatto una serie di scoop strabilianti. In sequenza: il 18 gennaio un incontro-intervista con Gabriel Garcia Marquez a Cartagena, notoriamente non facile da avvicinare; il 9 maggio un'intervista al venezuelano Hugo Chavez nel palazzo di Miraflores a Caracas; il 6 giugno un'intervista «in un luogo segreto della foresta amazzonica» con i due leader massimi delle Farc dopo la morte di Tirofijo, Alfonso Cano e Mono Jojoy; l'11 luglio incontro-intervista, in un luogo imprecisato di Bogotá, forse lo stesso palazzo presidenziale di Nariño, con il presidente colombiano Alvaro Uribe, l'eroe della cinematografica liberazione della Betancourt di qualche giorno prima (il 2 luglio), un altro che per avvicinarlo bisogna sputar sangue; il 18 luglio in un luogo imprecisato della selva forse in Colombia forse in Ecuador, un nuovo incontro-intervista con Alfonso Cano nel giro di un mese. Straordinario, considerato che mezzo mondo cerca Cano, a cominciare dagli efficientissimi reparti anti-guerriglia di Uribe. E che, a quanto si sa Cano sono (erano) 8 anni che non dava interviste.

Scoop che si devono tutti a un solo uomo. Jordi Valle si chiama, un ingegnere petrolifero che è nato in Catalogna ma vive sul lago di Como e «scrive per divertimento» (lo dice lui). Un amateur quindi, ma uno che, a quanto si legge nelle sue interviste, conosce ed è conosciuto. «Ti trovo sempre bene, don Gabriel», dice a Gabo. «Gli ricordo che...» fa a Uribe. Chavez «lo interrompiamo per chiedergli...». Il Mono Jojoy lo «aspetta davanti a una birra». Intimità e autorevolezza, capacità di trovare e avvicinare in qualsiasi momento gente che i giornalisti di mezzo mondo (e in qualche caso anche i servizi segreti) non si sognano nemmeno di poter localizzare e avvicinare.

Roba da rosicare dall'invidia.

Cappello. Anche se - a nostro modesto parere - la Repubblica non li ha sfruttati come avrebbe dovuto, visto il timing straordinario di quegli incontri-intervista con personaggi di cui tutto il mondo stava parlando in quel momento. Anziché «spararli» sul quotidiano, l'ammiraglia della flotta li ha relegati - quasi volesse nasconderli - sul Venerdì. Non solo ma su nessuno di loro, eccetto l'ultimo, ci ha fatto la copertina, «sprecandoli» nelle pagine interne.

I colombiani, invidiosi anche loro, non ci stanno. Caracol, forse la radio più autorevole dell'America latina, dice di aver parlato con Valle al telefono e di aver concluso che è «un mitomane». L'ambasciata colombiana a Roma ha smentito l'intervista a Uribe, precisando che il presidente non concede interviste a nessuno da molti mesi. La stessa presidenza della repubblica colombiana (www.presidencia.com.co) ha addirittura diffuso venerdì scorso un comunicato in cui sostiene di aver scritto una lettera alla direzione di Repubblica già l'11 luglio per precisare che «il Presidente Alvaro Uribe non ha mai fatto le false dichiarazioni» attribuitegli dal «giornalista Jordi Valle». Anzi Uribe sostiene «di non aver mai incontrato il signor Valle né di avergli concesso alcuna intervista» e intigna ancora affermando che «il signor Valle dal 2002 non ha mai messo piede alla presidenza della repubblica». E non solo a Palazzo Nariño: dai registri di migrazione del Das, il Dipartimento amministrativo di sicurezza, non risulta che qualcuno «che dice di chiamarsi Jordi Valle sia mai entrato in Colombia».

Chissà che prima o poi non si faccia vivo anche Alfonso Cano.

                                                          *  *  *
Dal sito della Presidenza della Repubblica di Colombia (traduzione di Gianluca Freda):

COMUNICATO

Il giornale italiano Repubblica, sul suo supplemento Il Venerdì, ha pubblicato lo scorso 11 luglio un articolo contenente false dichiarazioni che il giornalista Jordi Valle attribuisce al presidente colombiano Álvaro Uribe Vélez.

Lo stesso giorno il Governo ha smentito questa intervista in una lettera inviata alla direzione del periodico, nella quale segnala che: “Il presidente Alvaro Uribe non ha mai rilasciato tali dichiarazioni. Il Mandatario non si è mai incontrato con il signor Valle né gli ha mai concesso alcuna intervista. Il signor Valle non ha più contattato la Presidenza della Repubblica fin dal 2002, come risulta dai registri di questo ufficio”.

Secondo il registro degli ingressi del Dipartimento Amministrativo di Sicurezza (DAS), colui che afferma di chiamarsi Jordi Valle – che secondo la versione dei mezzi di comunicazione sarebbe di nazionalità italiana e si sarebbe incontrato col presidente Uribe lo scorso 26 giugno – non è neppure entrato in Colombia.

Le false affermazioni attribuite al presidente colombiano – la settimana scorsa sul dibattito politico negli Stati Uniti e oggi sulla ‘Operación Jaque’ – contravvengono al corretto esercizio del giornalismo e provocano un grave danno alla Colombia.

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FALSE INTERVISTE SU REPUBBLICA, LA CONTROSMENTITA NON CONTROSMENTISCE
di Gennaro Carotenuto

Il caso delle interviste impossibili pubblicate dal supplemento Il Venerdì, di La Repubblica, a personalità come Gabriel García Márquez, Álvaro Uribe, Alfonso Cano, Fidel Castro e Hugo Chávez, e denunciate come inventate dal quotidiano il Manifesto, con la firma di Maurizio Matteuzzi, non solo non si chiarisce, ma anzi getta una luce ancora più vergognosa su La Repubblica, che a questo punto sarebbe pienamente complice dell’autore dei presunti scoop a firma Jordi Valle.

In questi giorni si era scomodato addirittura il Caporedattore de Il Venerdì, Attilio Giordano, per preannunciare un documento inoppugnabile sul supplemento Il Venerdì di ieri. Ieri era il gran giorno e la delusione è stata cocente.

A p. 128, c’è una letterina firmata dal discusso ambasciatore di Colombia a Roma, Sabas Pretelt (nella foto), di recente inquisito per lo scandalo di corruzione che portò alla rielezione di Álvaro Uribe, noto come Yidispolitica, dal nome della parlamentare Yidis Medina, condannata per essere stata corrotta da Pretelt stesso.

Ebbene Sabas Pretelt nella lettera non legittima in nessun modo l’articolo di Jordi Valle, che non viene neanche nominato, né smentisce in alcun modo la smentita del proprio governo che afferma esplicitamente che l’articolo sia falso. Si limita a dire che, in riferimento ad alcune affermazioni offensive contro Barak Obama attribuite al presidente colombiano, “il Signor Presidente Alvaro Uribe Vélez giammai si è riferito in termini squalificanti verso nessun candidato alla Casa Bianca.”

Quindi nella lettera, non disponibile online e pubblicata in un angolo marginale del supplemento, non c’è nessun documento inoppugnabile, nessuna pezza di appoggio, nulla che dimostri che l’intervista ad Uribe e tantomeno le altre siano vere. L’unica cosa che resta è il comunicato ufficiale del governo colombiano che afferma testualmente: “El Mandatario jamás se reunió con el señor Valle ni le concedió entrevista alguna”, ovvero, “Il presidente non ha mai incontrato il signor Valle né gli ha mai concesso un’intervista”. Ovvero Sabas Pretelt fa un magro favore a La Repubblica: contribuisce appena a creare una piccola cortina di fumo. Non può smentire il suo governo sul fatto che l’intervista sia falsa e allora, contestando un dettaglio di questa e senza fare riferimento alla smentita generale, fa credere che essendo un dettaglio falso, il resto possa essere vero.

La Repubblica, Jordi Valle, Attilio Giordano, dalla controsmentita tanto attesa escono ancora peggio di prima.

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LA BUFALA DEL PICCO PETROLIFERO

by Gianluca Freda (03/07/2008 - 21:34)


IL PETROLIO? NON E’ “BIO”.
di Roberto Vacca
da “Il Sole 24Ore” del 27 settembre 2007
 

L'origine del petrolio e del gas naturale non è biologica: risale alla formazione del mantello e della crosta terrestre. I giacimenti a profondità di alcuni chilometri, si formarono da petrolio e da gas che da masse profonde filtrarono in alto. Ora le riforniscono dopo l'esaurimento. Le prospettive per l'avvenire sono epocali. Dovremo effettuare ricerche e indagini raggiungendo livelli profondi in molte aree per ottenere dati sicuri. Il processo per cui giacimenti esauriti sono riforniti da fonti profonde avviene a velocità diverse. Variano la pressione nei depositi profondi e l'impedenza degli strati di roccia che li coprono. Il rapporto costi/benefici si minimizzerà perforando a profondità minori per ridurre quell'impedenza, senza accedere ai profondi filoni principali.

Da 50 anni si dice che petrolio e gas naturale stanno per finire. Si crede di conoscere le riserve con precisione e di poter calcolare il tasso di svuotamento concludendo che fra pochi decenni il petrolio finirà: però la teoria ha basi incerte. Il primo a sostenere (senza prove) che petrolio e metano sono prodotti della trasformazione di materiale biologico in decomposizione in molecole di idrocarburi fu Lomonosov nel XVIII secolo, ma l'ipotesi fu già confutata nel 1877 da Mendeleev, lo scopritore della tavola periodica degli elementi.

Nel 1992 il professor Thomas Gold pubblicò la teoria della profonda biosfera calda, spiegando il meccanismo dell'accumulo di idrocarburi nei giacimenti profondi. La fusione della Terra è stata sempre parziale e gli idrocarburi erano presenti nella materia originaria che costituì il pianeta. Gli idrocarburi forniscono sostanze nutrienti a forme di vita esistenti a grandi profondità nel mare. Ci sono batteri ipertermofili che vivono a 110° C negli sfiati caldi sul fondo marino. Estraggono ossigeno (con cui bruciano idrocarburi e ottengono energia) riducendo ossido ferrico a formare ossido ferroso. È probabile che la vita abbia avuto origine dalla biosfera profonda, senza sfruttare la fotosintesi.

Gli argomenti di Gold a favore dell'origine non biogenica di petrolio e gas sono i seguenti: 1. I giacimenti si estendono per chilometri senza relazione con depositi sedimentari minori. 2. I giacimenti sono presenti a livelli differenti corrispondenti a epoche diverse e non sono correlati a sedimenti biologici. 3. I depositi biologici non giustificano le enormi quantità di metano esistenti. 4. I depositi d'idrocarburi in vaste aree contengono le stesse firme chimiche, mentre le formazioni circostanti hanno età geologiche differenti. 5. Gli idrocarburi contengono elio: gas chimicamente inerte, non associato con alcuna forma biologica.

Nel 2001 J. Kenney dimostrò che le leggi della termodinamica proibiscono la trasformazione a basse pressioni di carboidrati o altro materiale biologico in catene di idrocarburi. Infatti il potenziale chimico dei carboidrati varia da meno 380 a meno 200 kcal/mole: quello degli idrocarburi è positivo. Dunque la trasformazione citata non può avvenire. Il metano non si polimerizza a pressione bassa ad alcuna temperatura.

Accade, poi, che giacimenti di gas e petrolio esauriti si riempiano di nuovo. Questo processo può essere alimentato solo da depositi profondi ripetendo la sequenza di fenomeni che portò alla loro formazione iniziale. Queste situazioni spiegano l'incremento delle riserve mondiali di petrolio del 72% tra il 1976 e il 1996. Invece non possiamo dedurre conclusioni generali dalle statistiche della produzione globale, che dipendono da considerazioni finanziarie e politiche, non da valutazioni di situazioni fisiche. La produzione mondiale di petrolio crebbe del 19% dal 1995 al 2005, e la produzione Usa nello stesso periodo calò del 18% (cioè dal 12.2 all' 8,4% della produzione mondiale).

Negli anni 80 Gold convinse il Governo Svedese a fare una trivellazione profonda nella Svezia centrale in un'area granitica di lava cristallizzata. Era priva di sedimenti e non plausibile come fonte di idrocarburi. Presentava, però, infiltrazioni di metano, catrame e petrolio attribuite a sedimenti organici sovrapposti al granito e poi spariti. Si usò per le trivelle un fluido a base di acqua onde evitare di contaminare il pozzo con oli esterni. A profondità di 5 km si trovarono idrogeno, elio, metano e altri idrocarburi.

A 6 km si trovò una pasta nera maleodorante (segno di forte presenza batterica) contenente molte molecole oleose. A 6,7 km si ottennero 12 tonnellate di petrolio grezzo. Le teorie di Gold erano confermate. La Svezia interruppe l'impresa, ma i vantaggi conseguibili sono enormi e giustificheranno gli investimenti necessari: nuovi tentativi sono imminenti. Gli equilibri internazionali cambieranno profondamente. I timori dell'esaurimento futuro saranno fugati. Certo saranno sollevati tragici allarmi ecologici: (aumento della CO2, riscaldamento globale). Però, se la naturale evoluzione ciclica della temperatura dovesse annunciare l'inizio della prossima era glaciale, si spera che l'aumento della CO2 nell'aria renda più mite il raffreddamento globale.

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