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TI E' PIACIUTO, CARA?

by Gianluca Freda (18/09/2009 - 16:45)


IL FEMMINISMO HA RESO LE DONNE INFELICI?

di Neil Lyndon, da The Daily Mail del 4-06-2009

Traduzione: Antifeminist.altervista.org   

 

Avete avuto quello che volevate, ragazze, smettetela di frignare: Ha il femminismo reso le donne infelici ? (bè questo articolo sicuramente lo farà)

 

Uno di questi giorni, le donne dovranno decidere una volta per tutte cos'è che vogliono esattamente. In seguito potranno fare a tutti noi un gran favore dicendo, in modo chiaro, ciò che hanno deciso di volere. E una volta fatto questo, potrebbero coprirsi di gloria tenendo fede a quello che hanno detto.

In altre parole, è giunta l'ora che le donne - e specialmente le loro auto-proclamate portavoci - inizino a comportarsi come adulti completamente maturi e come cittadini. O è questo chiedere troppo ? A quanto pare lo è.

Un sondaggio pubblicato questa settimana ci dice che le donne oggi sono ben lontane dell'essere felici e desiderano di poter vivere come facevano le loro madri e nonne - non essere costrette a lavorare così tanto e poter spendere più tempo con i loro figli.

Il fatto è che, se le donne riusciranno ad avere tutto, lo sforzo e il peso molto probabilmente gli romperanno la schiena.

Il sondaggio, Il Paradosso del Declino della Felicità Femminile, riferisce che le donne di ogni età e fascia di reddito sono meno felici delle donne di 40 anni fa e meno felici degli uomini di oggi.

Nonostante la liberazione sessuale e maritale, l'aumento considerevole di opportunità di carriera e di guadagno, i privilegi legati all'istruzione e la completa demolizione delle convenzioni inibitorie che limitavano la libertà delle donne nel passato, le donne di oggi descrivono se stesse come aventi una bassa sensazione di 'soddisfazione di vita e di benessere'.

Bè, gli uomini potrebbero sentirsi autorizzati a rispondere: benvenute nel mondo reale, dolcezze.

Ciò di cui vi state lamentando è quella stessa vita che voi avete promosso e celebrato quando vi stavate pavoneggiando cantando 'le sorelle lo stanno facendo per loro stesse'.

Una reporter donna ha spiegato perfettamente il problema illustrato in questa ricerca, dicendo: "E' come se, in qualche modo, abbiamo avuto tutto e poi abbiamo scoperto che non era esattamente quello che volevamo".

Questo è esattamente quello che ho predetto - contro un torrente di denigrazioni e derisioni da parte delle femministe - per più di 20 anni.

Il mio libro, "Niente Più Guerra Fra i Sessi: Il Fallimento del Femminismo", è stato non solo la prima critica radicale, egualitaria e progressista dell'ideologia femminista (l'ultima e la più resistente delle false fedi secolari del ventesimo secolo, come il Marxismo dal quale ha preso i suoi principi fondamentali).

Il libro analizzava anche in dettaglio le conseguenze intollerabili che sarebbero risultate per le donne se a queste fosse stato richiesto di contribuire sia con un notevole contributo monetario ai guadagni della famiglia e, allo stesso tempo, essere le uniche responsabili, o anche solo le principali responsabili, per l'accudimento dei figli.

E' stato ovvio per me, negli ultimi 25 anni, che la parità sociale e politica delle donne (che sostengo sinceramente e senza riserve) non avrebbe potuto funzionare a meno che gli uomini non diventassero 'pari' come genitori all'interno delle mura domestiche.

Ottenere tutto quanto ? Donne come Madonna e Angelina Jolie sono le più privilegiate, le più viziate e assecondate donne nella storia dell'umanità.

L'egoista, presuntuoso, antimaschile e rapace femminismo del tipo 'dobbiamo-avere-tutto' dei Cosmopolitans [Ndr. rivista americana per femmine], è sempre stato una ricetta che caricava le donne di un peso insopportabile, di uno stress intollerabile, di un fallimentare tentativo di riuscita afflitto da senso di colpa e auto-colpevolizzazione, e alla fine, di una situazione completamente miserabile.

Il fatto è, signore, che se riuscirete ad avere tutto, lo sforzo e il peso molto probabilmente vi romperanno la schiena.

Prima di simpatizzare con questa triste condizione, però, dovremmo forse ricordare a noi stessi della moltitudine di benefici senza precedenti, di benedizioni e vantaggi che sono stati rovesciati sulle donne moderne che adesso stanno frignando per la miseria della loro 'soddisfazione di vita'.

Sono diventate le donne più privilegiate, viziate e assecondate nella storia dell'umanità. Sono le prime a vivere le loro intere vite senza la minaccia della guerra o di calamità. Sono le prime donne mai nate che hanno potuto controllare e regolare la loro fertilità con completa affidabilità, e sono le prime ad avere i mezzi e il diritto di scegliere un aborto se hanno fatto un errore o hanno cambiato idea sulla gravidanza.

Sono le prime ad essere state liberate da ogni restrizione per quel che riguarda il vestiario o il modo di comportarsi, e le prime per le quali non esiste alcun limite riguardante le altezze a cui potrebbero aspirare in qualsiasi carriera - sia essa in politica, servizio pubblico, commercio, nell'arte e nello sport.

Questo non lo pensereste mai se date ascolto alle femministe, ma la verità è che ognuno di questi benefici sono stati portati avanti e assicurati alle donne dagli uomini.

Motivati dalla coscienza e dal desiderio di giustizia e parità, furono principalmente gli uomini che rivoluzionarono la posizione delle donne. Già vedo la vostra mandibola cadere a terra dinanzi a questa precisa idea, ma se non ci credete, ponetevi queste domande: quante donne deputate sedevano nei banchi della House of Commons [Ndr. il parlamento britannico] quando, con una maggioranza di due a uno, il Parlamento passò la legge con la quale nel 1918 estendeva il diritto di voto alle donne ? Risposta: manco una.

Chi fu responsabile per l'Abortion Act del 1967, e il Divorce Reform Act del 1960 ? Uomini. Chi trasformò in legge l'Equal Opportunities Act e il Sex Discrimination Act ? Uomini.

Nonostante ciò le donne della nostra epoca hanno vissuto tutta la loro vita con la convinzione assoluta di essere parte di una oppressa classe di vittime che hanno dovuto lottare eroicamente per la libertà contro una società crudelmente organizzata dagli uomini per il beneficio degli uomini ('Le donne sono i negri del mondo', come disse una volta quell'incorreggibile sciocca di Yoko Ono).

Questa è una colpa imperdonabile del femminismo. Di tutti i danni alla nostra epoca prodotti da quella perniciosa e velenosa ideologia, nessuna è stata più dannosa di questa assurda bugia - che gli uomini opprimono le donne per preservare il proprio potere.

La palese verità degli ultimi 200 anni è che gli uomini volevano un cambiamento per le donne tanto quanto lo volevano per loro stessi.

E' per il motivo che tutti quanti continuano a dare credito a questa finzione femminista che non riusciamo a riconoscere le disparità e gli svantaggi degli uomini nella vita familiare. Non viene nemmeno segnalato nel nostro barometro sull'ingiustizia che gli uomini sposati non hanno ancora diritti automatici come genitori.

In modo simile, dato che supponiamo che tutta l'ingiustizia di genere e di disuguaglianza si trovi nella posizione delle donne, non siamo in grado di riconoscere le disparità che affliggono gli uomini nel divorzio.

Sondaggio dopo sondaggio, gli uomini si lamentano per le richieste lavorative e sperano di poter avere più tempo da passare con i loro figli. Nonostante ciò la legge continua a discriminare contro i padri nel concedere tempo dal lavoro per la cura dei bambini.

E nemmeno riteniamo una ingiustizia intollerabile e una disparità il fatto che agli uomini venga ancora richiesto di lavorare cinque anni in più delle donne prima di poter chiedere una pensione statale (è così tipica la capacità delle femministe di alterare la verita che Germaine Greer una volta descrisse questa disparità come un vantaggio per gli uomini).

Gli uomini non lo dicono generalmente, ma la realtà è che le cose non sono completamente meravigliose nemmeno per noi. La differenza e che noi non pensiamo di avere un diritto divino di incolpare le donne per questo.

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RICICLAGGIO BANCARIO

by Gianluca Freda (13/08/2009 - 00:03)


FURGONCINI DA ESECUZIONE: LA SOLUZIONE AL PROBLEMA BANCARIO AMERICANO

di Mark Ames

dal sito exiledonline.com

traduzione di Gianluca Freda

 

“Così tanti banchieri corrotti e così pochi tavoli per l’iniezione letale”.

Quante volte avete sentito questa frase negli ultimi tempi? Già, è una lamentela comune nell’America di oggi. In questo difficile periodo economico, abbiamo un sacco di giustizia da somministrare alla gente che ha distrutto le nostre vite. Ma non abbiamo molti soldi per farlo, e neppure vogliamo contribuire al riscaldamento globale. Come risolvere tutti e tre questi problemi? Come possiamo mettere a morte tutti i banchieri e i loro leccapiedi senza svuotare i nostri portafogli o alterare il delicato equilibrio di GAIA? La risposta è “made in China”: una flotta di nuovissimi furgoncini per esecuzione mobile che possono rendere gli incombenti arresti di massa in America efficienti, puliti ed economici. Diciamocelo: perché mai noi contribuenti dovremmo tenere vivi questi criminali in lussuose prigioni dotate di TV, pagando i loro “diritti dei detenuti” e i costi delle infinite udienze d’appello? E ai nostri diritti chi ci pensa, eh? Chi provvede a noi, che siamo le vittime? Pare che il cosiddetto sistema giudiziario si preoccupi più dei diritti dei criminali che di quelli delle vittime! Noi vogliamo che i banchieri e i loro sostenitori vengano processati, condannati e messi a morte nel modo più rapido, ecologico ed economico possibile. Oggi, dopo anni che questi plutocrati delocalizzano in Cina il lavoro americano, possiamo finalmente dire che una camera della morte in grado di giustiziare un banchiere mentre si dirige a tutta velocità verso la banca successiva, è qualcosa che vale la pena di comprare. E’ economica, affidabile e fottutamente divertente!

Proprio così, i cinesi ci stanno finalmente ripagando per tutti i posti di lavoro che gli abbiamo regalato offrendoci la perfetta unità mobile da esecuzione per questi difficili tempi di Nuova Grande Depressione. La camera da esecuzione mobile si chiama “Jinguan Automobile” e viene prodotta nelle province di Jiangsu e Shandong. La si può acquistare ad un prezzo ragionevole, compreso nella fascia tra i 37.000 e i 75.000 dollari, che è nulla se pensate a quanti soldi potremo risparmiare in spese legali per i processi d’appello, senza contare il vitto e alloggio di questi assassini seriali nelle loro prigioni di lusso. Detto in altri termini: se poteste riavere solo i 3,6 miliardi di dollari dei contribuenti che i banchieri della Merrill Lynch vi hanno rubato nel dicembre scorso per pagarsi bonus illegali mentre la compagnia andava a picco, potreste usare quel denaro per acquistare 100.000 furgoncini da esecuzione. Dite che non rivelerebbero mai chi ha ricevuto quei pagamenti? No problem: appena sentiranno avvicinarsi il Bus della Morte, potete scommettere che quei banchieri inizieranno a squittire e ad accusarsi l’un l’altro in un batter di ciglia. Ma troppo tardi: si succhieranno lo stesso una bella endovenosa di veleno.

L’efficienza prima di tutto: 100.000 di questi furgoncini potrebbero giustiziare una quantità di banchieri, consiglieri strapagati, giornalisti, accademici, politici nel giro di pochi mesi. L’America diverrebbe un luogo assai più sicuro, più pulito e più economico in cui vivere. Infinitamente più economico, il che per noi già basta e avanza.

Ma aspettate, non è tutto: non solo è economico, rapido ed efficiente, ma anche ecologico! Già, perché i cadaveri dei banchieri giustiziati possono essere riciclati e riutilizzati da cittadini più responsabili. Come i cinesi hanno ben presto scoperto, gli organi dei banchieri, bulbi oculari e varie estremità, possono essere raccolti, immagazzinati e distribuiti ai proprietari di casa americani privi di assicurazione sulla salute. Ogni parte dei banchieri e dei membri dei loro think-tank, dopo l’esecuzione, può essere reintrodotta nell’ecosistema, facendo risparmiare denaro ai contribuenti, migliorando la qualità delle loro vite e salvando una o due civette maculate. Come direbbe il nostro amico Zach Wamp, quegli organi non sono un diritto, sono un privilegio. Ecco come un esperto descrive queste macchine della morte eco-friendly:

“Le iniezioni lasciano intatto il cadavere e sono eseguite sotto assistenza medica. Gli organi possono essere “espiantati in maniera più rapida ed efficace di quanto non avvenga in caso di esecuzione per fucilazione”, afferma Mark Allison, ricercatore di Amnesty International per l’Asia Orientale operante a Hong Kong. “Abbiamo raccolto una quantità di prove che evidenziano il coinvolgimento della polizia, dei tribunali e degli ospedali (cinesi) nel traffico d’organi”.

Ehi, Amnesty, grazie per la dritta! Vedete amici, questi piagnucolanti liberali al soldo dell’elite non difendono sempre i criminali a scapito degli innocenti. Ci forniscono anche valide informazioni di cui possiamo fare buon uso!

 

 

Il miliardario cinese Yuan Baojing, recentemente giustiziato in un furgoncino per le esecuzioni. Gli americani sono forse così impauriti dalle loro elite da non saper essere all'altezza della giustizia cinese?

Ecco allora come funziona: ogni veicolo per esecuzione mobile è lungo da 6 a 9 metri e può viaggiare fino a 130 km/h, il che significa che queste macchine della morte semoventi eliminano i criminali alla massima velocità! I furgoncini sono divisi in tre sezioni: abitacolo di guida; zona di osservazione a metà del veicolo, con un finestrino che divide gli spettatori (fino a un massimo di 6) dalla camera di esecuzione; e infine la camera di esecuzione in coda al veicolo, con finestrini oscurati (noi potremmo anche farli trasparenti, nell’interesse della trasparenza) che impediscono la visione del tavolo per l’iniezione letale e con posti a sedere per il medico e le guardie, insieme a una serie di strumenti per la sterilizzazione dei macchinari e a un lavandino (Noi potremmo tagliare anche i costi della sterilizzazione: di cosa si preoccupano, che il cadavere si prenda un’infezione?).

Dall’epoca in cui la Ford Model T uscì dalle catene di montaggio, non è più esistita una “automobile del popolo” così perfettamente adeguata ai tempi. In effetti, i banchieri della Morgan Stanley, che hanno mandato in bancarotta la Ford per ottenere rapidi profitti, sarebbero perfetti come “volontari per il riciclaggio” in una campagna promozionale che mostrasse a tutti come si amministra la giustizia in America.  

Pensate alle possibilità: con i soli fondi che i banchieri della Merrill Lynch ci hanno rubato, potremmo mettere 100.000 furgoncini da esecuzione sulle strade d’America. Ciò vuol dire una camera da esecuzione mobile ogni 3.000 americani, che dovrebbe essere sufficiente. Potremmo ingaggiare un’agenzia di marketing per decorare i furgoncini con scritte e immagini che esemplifichino il servizio reso alla collettività. Ad esempio “Riciclaggio Bancario” o “Unità di Raccolta Rifiuti Tossici” o anche “Acquistato con contributi volontari”. Gli autisti dei furgoni potrebbero personalizzarli con immagini di loro gradimento. Ad esempio dandogli il nome di noti criminali della Nuova Grande Depressione. Guardate, Bobby ha chiamato il suo furgoncino “Madoff Mobile”! E Juanita ha chiamato il suo “Betsy Buggy” in onore di Betsy McCaughey!  



Sì, amici americani, oggi possiamo immaginare questo meraviglioso futuro: 100.000 Furgoni per Riciclaggio Bancario, alimentati da motori elettrici eco-compatibili, che pattugliano lentamente i sobborghi finanziari di questa grande nazione, da Manhattan, a Boston, a Chicago, a San Francisco... che suonano i loro clacson giustiziali mentre attraversano folle di banchieri in fuga, esibendo smile che recitano “Il benessere dell’America è più importante dei miei osceni profitti”... un “Betsy Buggy” scivola placidamente tra le ville di West Hartford, Back Bay, Chevy Chase, e Pacific Heights, suonando un divertente motivetto da gelataio per non spaventare i bambini, mentre papà banchiere e mamma amministratrice delegata vengono trascinati all’interno per un appuntamento con la giustizia... Perciò ricordate, se volete un po’ di sana giustizia, fate un colpo di clacson! E fatene due se vedete un banchiere che cerca di nascondersi: vi garantiamo che i nostri Veicoli da Riciclaggio si occuperanno del problema con un sorriso!

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POSTA - 2

by Gianluca Freda (15/07/2009 - 03:20)


Un lettore mi scrive:

Ti scrivo via mail per non intasare il post, ma non ho nulla in contrario se lo vorrai mettere online, anche se penso si vada un po' fuori dal tema proposto. Vedi tu. E se non hai voglia di avanzare nella discussione ti prego di farmelo sapere.

Sinceramente non capisco, hai posizione nette su tutto, forse un po' troppo, e sul nazismo dai una risposta che chiamarla relativismo culturale è un eufemismo. Ogni fenomeno storico è unico e irripetibile, d'accordo, ma ciò non credo possa esimerci da dare un giudizio, ovviamente relativo e con la disponibilità a rivederlo se apparissero fatti nuovi. Come durante il fascismo c'è stata la costituzione dell'IRI, una legislazione più avanzata a favore dei lavoratori, le bonifiche ecc. sicuramente anche il nazismo avrà proposto riforme condivisibili. Ma le leggi razziali sono un fatto, la seconda guerra mondiale anche, e così pure le persecuzioni (e i delitti) contro minoranze e oppositori politici. Almeno queste non credo siano una invenzione dei cattivi ebrei. E mi sembrano fatti sufficienti per poter azzardare di dare un giudizio - allo stato attuale - sul regime nazista e auspicare che una simile dittatura non abbia a ripetersi. Senza il timore

di aver alcun debito morale verso le politiche dello Stato d'Israele oggi. In questo modo, penso, si può provare ad affrontare serenamente anche il tema delle camere a gas (cambia poi molto se invece di 6 milioni sono solo 500.000?) senza rischiare di dare corda ai "nostalgici" del nazifascismo, che ci sono e non credo ci sia il bisogno di solleticare.

Saluti.

Piero

Caro Piero, a leggere i tuoi post ho l’impressione che tu sia una persona in buona fede, già a metà strada sul cammino della consapevolezza. Per questo esito a rispondere ai tuoi post, temendo di offenderti. Contrariamente a quanto si crede, non mi piace affatto mettermi in cattedra ed elargire “perle di verità”. Un atteggiamento del genere è controproducente, produce diffidenza in chi ascolta e spesso cristallizzazione sulle proprie posizioni. In pratica non solo si ottiene l’effetto opposto a quello desiderato, ma si rischia anche di bloccare il faticoso cammino di chi inizia ad aprire gli occhi sulla immensa finzione che i media hanno, con gli anni, sostituito alla realtà. Da quello che scrivi, noto ancora la presenza di un forte condizionamento del pensiero razionale, che voglio farti notare, sperando con questo di non offenderti.

Utilizzi l’espressione “relativismo culturale”. Se accetti un consiglio, stai attento a tutti i termini che finiscono in “ismo”. In molti casi si tratta di neologismi coniati dall’apparato informativo per screditare e zittire atteggiamenti umani del tutto comuni e virtuosi che rischiano di svelare la menzogna del sistema. Ad esempio “relativismo culturale” è l’espressione che i media hanno coniato allo scopo di definire in senso negativo l’attitudine a studiare gli eventi storici col metro e gli strumenti della storia, anziché con quelli della morale o dell’ideologia. Si tratta di un’attitudine  virtuosa e universalmente condivisa in relazione ad ogni altro argomento; ma non appena la si applica anche allo studio della II Guerra Mondiale e dei suoi eventi accessori, essa si trasforma, con sinistra traslazione di senso, in “relativismo culturale”. Termine con cui i media già suggeriscono che sulla II Guerra Mondiale e tutto ciò che la riguarda, non è possibile fare storia, ma solo “cultura”, cioè qualcosa che è strettamente connesso all’ideologia, all’opinione, all’etica, all’estetica.

Tutto il resto del tuo post è imperniato su questo equivoco di fondo, che i media hanno ormai radicato, a furia di ripeterlo, nella coscienza collettiva. Poni la solita domanda, che è un classico di queste discussioni: “cambia poi molto se i morti invece di 6 milioni sono solo 500.000?”. Che è come chiedere: cambia poi molto se l’11 settembre sono crollati tre grattacieli anziché due? In fondo è stato un macello comunque! Ovviamente il problema non è il numero dei morti o dei grattacieli crollati: il punto è che ci stanno mentendo su questioni che sono essenziali alla comprensione degli eventi.

La tua domanda muove dalla premessa (ovviamente falsa e mediaticamente indotta) che chiunque affermi l'inautenticità delle cifre fornite dalle autorità alleate stia tentando in qualche modo di affermare la bontà del nazismo o la sua minor cattiveria (“solleticare il nazifascismo”, per usare le tue parole). Ciò che io sto cercando di affermare è semplicemente che le autorità ci hanno mentito, ci hanno spinto a credere per decenni in una strage in gran parte inventata, realizzata con metodi (le camere a gas) che sono a dir poco inverosimili. Sto cercando di rendere palese il potere dei media, la sua capacità di creare miti e religioni che condizionano il nostro sistema di pensiero, non di “riabilitare il nazismo”. L’eventualità di una riabilitazione del nazismo (questione ideologica) sembra essere la tua principale preoccupazione; una preoccupazione così forte (perché mediaticamente indotta) da spingerti a ritenere opportuno tacere sulla verità storica e limitarne la ricerca pur di impedire un ritorno in grande stile di croci celtiche e passi dell’oca. E rilassati! Il nazismo è morto e sepolto da più di 60 anni e la possibilità di un suo ritorno non è che una delle tante stupidaggini che passano sui media. Gli attuali adepti del nazismo sono per la maggior parte innocui collezionisti di cimeli; oppure, nella peggiore delle ipotesi, scalmanati da curva sud che rappresentano al massimo un limitato problema di ordine pubblico, non certo una minaccia politica. Un ritorno del nazismo è tanto verosimile quanto un ritorno dei comizi centuriati. La storia non ritorna; anche perché a volte non è mai andata via.

Infatti, se il nazismo non può tornare, i metodi del nazismo sono sempre rimasti qui. L’espansionismo nazista non è diverso (eticamente e metodologicamente parlando) dall’espansionismo americano e israeliano; la base ideologica che lo giustifica agli occhi del mondo ha cambiato solo forma, non contenuto (“superiorità della democrazia” contro “superiorità della razza tedesca”); il controllo della cultura e dei mezzi d’informazione, che il nazismo sperimentò su larga scala, è oggi più forte che mai; rispetto agli orrori compiuti da USA e Israele in sessant’anni di dominio globale, le stesse stragi naziste passano in secondo e anche in terzo piano; il “razzismo” dei nazisti verso i popoli occupati era nulla al confronto del razzismo di USA e Israele verso le martoriate popolazioni dell’Iraq, dell’Afghanistan, della Palestina, del Libano... un razzismo che ormai tanto americani che ebrei non si vergognano più nemmeno di teorizzare in modo esplicito. Scrivi: “Le leggi razziali sono un fatto, la seconda guerra mondiale anche, e così pure le persecuzioni (e i delitti) contro minoranze e oppositori politici. Almeno queste non credo siano una invenzione dei cattivi ebrei”. No, non lo sono. L’invenzione dei cattivi ebrei sta nel tentativo di farci credere che queste cose connotino il solo nazismo, e non ogni forma di potere, in qualunque epoca, a partire dal loro. Non mi dilungherò in esempi recenti, ma i numerosi “omicidi mirati” israeliani contro membri di Hamas o di Hezbollah dovrebbero dirti qualcosa, come anche le testimonianze dall’esilio delle molte persone che, come Kurt Sonnenfeld, hanno cercato di far luce con le proprie testimonianze sugli eventi dell’11 settembre. E una guerra mondiale è attualmente in corso, con l’attiva partecipazione dei soldati italiani (un altro è morto proprio oggi), solo che i media non la chiamano così, dunque non ci facciamo caso. Vorrei anche far notare che l’ideologia della “superiorità razziale”, che tutti attribuiscono erroneamente al nazismo, era in realtà diffusa e condivisa, nella prima metà del XX secolo, da tutte le opinioni pubbliche occidentali. Hitler la adottò come pretesto per il proprio espansionismo perché sapeva trattarsi di un’idea comunemente accettata da tutti, un po’ come lo è oggi il concetto altrettanto aberrante di “democrazia”. I primi a condividerla e ad essere ideologicamente disarmati per contrastarla erano proprio gli americani. A chi non lo avesse mai visto, consiglio la visione del film di D. W. Griffith “Nascita di una nazione” (1915), vera e propria apologia del Ku Klux Klan, esaltato come movimento di coraggiosa salvaguardia delle tradizioni bianche del sud degli Stati Uniti contro l’arroganza dei neri. Il film, se lo si guarda con gli occhi della ricerca storica anziché con quelli dell’ideologia, è tecnicamente splendido ed è considerato a ragione tra i maggiori capolavori della storia del cinema. Ebbe uno straordinario successo di pubblico (15 milioni di dollari d’incasso, una cifra record per l’epoca), il che dovrebbe farci riflettere sulla menzogna storica che vorrebbe contrapporre il razzismo nazista al multietnicismo americano.

Caro Piero, se del nazismo ti preoccupano le uniformi, tranquillizzati pure: esse non torneranno mai più. Se invece sono i suoi metodi a preoccuparti, tranquillizzati altrettanto: essi sono sempre rimasti con noi. Io penso che sarebbe ora di iniziare a combatterli (a partire dal controllo mediatico delle coscienze, che tutela il potere impedendoci di comprendere i suoi meccanismi), anziché tremare impauriti al pensiero di veder tornare una mostruosità che ha solo finto di averci lasciato, indossando per travestimento una maschera catodica con cui crede di rendersi irriconoscibile.      

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COME NACQUE NEDA (E MILLE ALTRE SIMILI FREGNACCE) - 2

by Gianluca Freda (08/07/2009 - 14:17)


COME GLI INGLESI UTILIZZANO I MEDIA PER LA GUERRA PSICOLOGICA DI MASSA (parte 2)

di L. Wolfe, tratto da The American Almanac del 5 maggio 1997

visto su www.global-elite.org

traduzione di Gianluca Freda

 


La “baby-sitter con un occhio solo”

La televisione iniziava a fare il suo ingresso come nuova tecnologia mass-mediatica proprio nel momento in cui venivano pubblicati i risultati del Radio Research Project, nel 1939. Sperimentata dapprima su larga scala nella Germania nazista, durante le Olimpiadi di Berlino del 1936, la televisione fece la sua prima apparizione pubblica alla Fiera Mondiale di New York del 1939, dove attirò vaste folle di persone. Adorno e altri riconobbero immediatamente il suo potenziale come strumento per il lavaggio del cervello di massa. Nel 1944 Adorno scriveva:

“La televisione punta alla sintesi di radio e cinema... ma le sue implicazioni sono enormi e promettono di intensificare l’impoverimento della sostanza estetica in modo così drastico che in futuro l’identità appena velata di tutti i prodotti culturali industriali potrà uscire trionfante allo scoperto, concretando in modo irridente il sogno wagneriano della Gesamtkunstwerk, la fusione di tutte le arti in un’opera unica”.     

Come apparve evidente fin dai primi studi clinici sulla televisione (alcuni dei quali furono condotti tra la fine degli anni ’40 e l’inizio dei ’50 da ricercatori del Tavistock), i telespettatori, in un arco di tempo relativamente breve, entravano in uno stato di semi-coscienza simile al trance, caratterizzato dalla presenza di sguardo fisso. Più a lungo si guardava, più pronunciata diventava la fissità dello sguardo. In tali condizioni di semi-coscienza crepuscolare, gli spettatori divenivano ricettacolo di messaggi che potevano essere contenuti nei programmi stessi, oppure, per dislocazione, nella pubblicità. Il lavaggio del cervello era completo [10].

La televisione si trasformò da curiosità di quartiere in strumento ad ampia penetrazione di massa, soprattutto nelle aree urbane, pressappoco tra gli anni 1947-1952. Come ha osservato Lyndon LaRouche, ciò coincise con un momento assai critico della vita psicologica nazionale. Il sogno di milioni di veterani della Seconda Guerra Mondiale e le loro speranze di costruire un mondo migliore, si erano schiantati al suolo dinanzi alla corruzione morale dell’amministrazione Truman e alla successiva crisi economica. Questi veterani si ritirarono nella loro vita familiare, nei loro lavori, nelle loro case, nei loro tinelli. E al centro di quei tinelli c’era il nuovo apparecchio televisivo, le cui immagini banali assicuravano che le scelte moralmente ignobili che essi avevano compiuto erano state quelle giuste.

I primi programmi televisivi si rifacevano ai modelli già sperimentati della radio, come descritti dal Radio Research Project: le “situation comedy”, o “sitcom”, i quiz, i varietà, lo sport e le “soap”. Molti erano in forma seriale, con personaggi, se non storie, collegate tra loro. Tutti erano banali e deliberatamente progettati per essere così.

I figli di questi veterani infelici, i cosiddetti “baby-boomers”, divennero la prima generazione ad essere accudita da ciò che LaRouche chiama “la baby-sitter con un occhio solo”. I genitori incentivavano i bambini a guardare la televisione, spesso come mezzo per tenerli sotto controllo, e loro fissavano per ore tutto ciò che passava sullo schermo. I contenuti dei primi programmi per bambini erano banali (ma non più dei programmi televisivi in generale) e mentalmente devastanti; ancor più devastante fu la sostituzione del contatto concreto con la famiglia con la visione televisiva, quando il “tavolo per la cena” venne rimpiazzato dalla “cena televisiva” di fronte al tubo catodico. Com’era prevedibile, i bambini svilupparono fissazioni ossessive per gli articoli pubblicizzati dalla TV, chiedendo che tali articoli gli venissero comprati, altrimenti non avrebbero potuto essere come i loro amici [11].

A metà degli anni ’70, Eric Trist, che rimase fino alla sua morte (avvenuta nel 1993) a capo delle operazioni del Tavistock americano, e Fred Emery, “esperto” di media del Tavistock, scrissero una relazione sulle ricerche compiute riguardo all’impatto di 20 anni di televisione sulla società americana. Nel lavoro di Emery del 1975, intitolato Futures We Are In, essi riferivano che il contenuto delle programmazioni non era più tanto importante quanto lo era il totale delle ore trascorse davanti alla televisione. Il tempo di fruizione televisiva media era costantemente cresciuto nei due decenni trascorsi dall’introduzione del mezzo, tanto che a metà degli anni ’70 esso poteva essere considerato un’attività quotidiana, seconda solo al lavoro e al sonno, che occupava circa sei ore giornaliere (e da allora è cresciuta ulteriormente fino a sette ore, con l’aggiunta di videogames, videocassette, e così via); fra i bambini in età scolare, il tempo trascorso a guardare la televisione era inferiore solo al tempo destinato alle attività scolastiche. Queste scoperte, secondo il Tavistock, indicavano che la televisione era paragonabile ad una droga che produce dipendenza. Similarmente, Emery riferiva di studi neurologici i quali, a suo dire, dimostravano che la visione televisiva continuata “spegne il sistema nervoso centrale umano”.

Che le loro affermazioni siano fondate o no su analisi scientifiche, Emery e Trist presentano prove convincenti del fatto che una fruizione televisiva prolungata e massiccia abbassa le capacità di riflessione concettuale su ciò che viene presentato sullo schermo. Gli studi evidenziano che la semplice presenza di immagini sulla televisione, specialmente se presentate nell’appropriato format di documentario o di notiziario, ma anche nel corso della visione in generale, tende a far considerare quelle immagini “autentiche” e a far attribuire ad esse un’aura di “realtà”.

Trist ed Emery non trovano nulla di sbagliato in questa evoluzione, la quale indica che la televisione sta producendo una generazione cerebralmente morta. Al contrario, essi evidenziano come tale evoluzione si inserisca all’interno di un più ampio piano globale di controllo sociale, portato avanti dalla Tavistock e dai network suoi alleati per conto dei loro sponsor. La società, essi affermano in A Choice of Futures, libro pubblicato nello stesso periodo, è sprofondata in stati di coscienza mentale sempre più bassi, al punto che anche uno Stato fascista di tipo orwelliano ormai non sarebbe più realizzabile. A questo punto, grazie alla televisione e ad altri mass media, il genere umano versa in uno stato di dissociazione le cui implicazioni politiche si manifesteranno in una società di stampo “Arancia Meccanica”, dal nome del libro di Anthony Burgess, in cui gang giovanili scatenate commetteranno atti di violenza casuale, per poi tornare a casa a guardare i notiziari e vedere sullo schermo ciò che hanno compiuto.

Gli artefici del lavaggio del cervello sottolineano che questa evoluzione, che secondo loro ha il proprio modello nella violenza in Irlanda del Nord, non è stata indotta dagli effetti della sola televisione. La società è passata attraverso una “turbolenza sociale” dovuta ad una serie di shock politici ed economici, che comprendono la guerra in Vietnam, il rialzo dei prezzi petroliferi e l’assassinio di alcuni leader politici. L’impatto psicologico di questi eventi, la cui responsabilità essi  omettono di attribuire all’establishment anglo-americano, è stato amplificato dalla loro penetrazione nelle case, in dettagli crudi e spaventosi, attraverso i notiziari televisivi. Nello scenario descritto da Trist e Emery, sembra quasi di sentire il possibile sommario di un futuro telegiornale: “La fine del mondo: tutti i dettagli nell’edizione delle 11”.

 

Consolidare il paradigma

Nel 1991, in un’antologia dei lavori del Tavistock che egli stesso aveva pubblicato, Trist scriveva che tutti i “nodi” internazionali o centri dell’apparato di brainwashing dell’istituto miravano allo scopo fondamentale di consolidare uno spostamento di paradigma verso un “ordine mondiale postindustriale”. Il loro obiettivo, egli affermava, era di rendere questo cambiamento irreversibile. In quest’opera, e in altre, Trist, proprio come Alexander King, invita ad una campagna di “rieducazione” di massa che distrugga le ultime vestigia di resistenza nazionale, soprattutto all’interno degli Stati Uniti, a questo nuovo ordine mondiale.

Circa dieci anni prima, un altro dei serventi del Tavistock, Bernard Gross, in una relazione consegnata alla conferenza del 1981 sulla Società del Mondo Futuro, presieduta da Al Gore, offriva uno spiraglio sulle caratteristiche di questo “nuovo ordine mondiale”. Gross affermava che nel periodo che stava per iniziare il mondo si sarebbe trovato di fronte a ciò che il Tavistock ama chiamare una “scelta critica”: una serie di opzioni, ciascuna delle quali appare cattiva, ma, a causa del terrorismo diffuso e della pressione degli eventi, una decisione va comunque presa scegliendo l’opzione che rappresenta il “male minore”. La società industriale dell’occidente scivolerà nel caos; questo caos, egli affermava, potrà condurre o a un fascismo di tipo autoritario, come quello che gli inglesi contribuirono ad instaurare nella Germania nazista; oppure ad una forma di fascismo più umana e benevola che Gross definiva “fascismo amichevole”. La scelta, sosteneva Gross, è tra il tentativo di ritornare al vecchio paradigma industriale, nel qual caso avremo un fascismo di tipo nazista; oppure di abbracciare il post-industrialismo, in cui avremo il “fascismo amichevole”. Quest’ultimo, egli affermava, è chiaramente preferibile, poiché esso rappresenta una mera transizione verso un nuovo “ordine mondiale di informazione globale”, che comporterà una maggiore libertà e possibilità di scelta individuale, una vera democrazia di massa aperta e partecipativa.

Per Gross la scelta è chiara: in ogni caso vi saranno dolore e sofferenza; ma solo il “fascismo amichevole” dell’informazione globale, di una società interconnessa da TV via cavo, satelliti e reti informatiche, offre speranza per un “futuro” migliore.

Ma chi amministrerà questo ordine mondiale del “fascismo amichevole”? Gross spiegava che oggi esiste una vera e propria “Internazionale Aurea”, termine che egli ricalcava sull’Internazionale Comunista (Comintern) di Nikolai Bukharin. Si tratta di un’illuminata elite internazionale, avente per fulcro la potente oligarchia eurocentrica che controlla l’industria della comunicazione globale, nonché varie altre risorse chiave e la finanza globale. Questa elite deve essere istruita e informata dall’intelligence delle reti Tavistock; deve comprendere che le grandi masse di zombi teledipendenti possono essere facilmente costrette ad amare questo nuovo mondo, grazie alla persuasione degli spettacoli televisivi e all’infinita fornitura di “informazione”. Una volta conquistate le masse attraverso questa “educazione”, la resistenza dei settori nazionali si sgretolerà.

Nel 1989, per iniziativa di Trist, il Tavistock tenne un seminario presso la Case Western Reserve University per discutere dei mezzi con cui arrivare a creare un fascismo internazionale “senza più Stati”, un nuovo ordine mondiale basato sull’informazione. Nel 1991 il Tavistock incaricò il suo giornale, Human Relations, di pubblicare gli atti di quel seminario. Molti interventi contengono un appello ai mass media affinché si schierino a favore di questo progetto.

Inoltre, a partire dal 1981, esisteva ormai un’altra tecnologia a disposizione dei funzionari del lavaggio del cervello: internet. Secondo Harold Permutter, uno dei partecipanti al seminario della Case Western, internet rappresenta uno strumento sovversivo per penetrare i confini nazionali con “informazioni” relative a questo nuovo ordine mondiale; esso funziona anche come collante per un network di organizzazioni non governative che avrebbero fatto circolare propaganda a favore del nuovo ordine mondiale. Queste ONG avrebbero dovuto essere la sovrastruttura su cui sarebbe stato edificato il nuovo ordine mondiale. Perlmutter e altri partecipanti alla conferenza affermarono che il loro movimento non poteva essere sconfitto, perché non esisteva in senso formale. Risiedeva solo nelle menti dei suoi cospiratori, menti che erano a conoscenza della macchina per il lavaggio mediatico del cervello creata dal Tavistock. Come la televisione era stata la droga informativa dell’ultima parte di questo millennio, così internet, con la sua abbondanza di chat e “informazione” per la maggior parte inutile, con i suoi messaggi sovversivi programmati, sarebbe stato la droga del nuovo millennio, si vantava il Tavistock. [12]

“Gli americani, in realtà, non pensano. Hanno solo opinioni, sensazioni”, diceva Hal Becker di The Futures Group in un’intervista del 1981. “La televisione crea le opinioni e poi le conferma. La gente ha davvero subito un lavaggio del cervello ad opera del tubo catodico? In realtà c’è molto di più. Io credo che la gente abbia perso la capacità di collegare insieme le immagini della propria vita senza l’intervento della televisione. E’ questo che intendiamo quando diciamo che ci troviamo in una società catodica. Ci dirigiamo verso una società orwelliana, ma Orwell commise un errore in 1984. Il Grande Fratello non ha bisogno di guardarti, finché sei tu a guardarlo. E chi può dire che si tratti, in fondo, di una cosa così malvagia?”.      

 

La mosca nella pomata

Ma perfino i circoli elitari dei network internazionali del Tavistock hanno la vaga sensazione che ci sia qualcosa di terribilmente sbagliato nel loro piano. Questa sensazione fu espressa da un autore che Emery citava nel 1973, il quale si chiedeva cosa sarebbe successo quando la generazione di baby-boomer teledipendenti fosse arrivata alle redini del potere. Li avevamo davvero preparati ad esercitare il comando? Sarebbero stati in grado di ragionare e di risolvere problemi? Emery ignorava il problema, affermando che esiste tempo sufficiente per addestrare i nuovi quadri dirigenti. Ma la questione rimane aperta. Nel 1981, alla conferenza Società del Mondo Futuro, durante la quale Gross intonò il suo peana al nuovo ordine globale dell’informazione abbigliato da “fascismo amichevole”, Tony Lentz, assistente professore di lingue presso la Pennsylvania State University, fece notare di aver personalmente osservato una devastazione delle capacità di espressione scritta e orale, dovuta ai mass media e alla televisione; molti studenti non solo non riuscivano più a scrivere in modo corretto, ma non riuscivano più nemmeno a pensare in modo intelligente. Non si trattava di un semplice caso di scarsa istruzione, come egli faceva notare nel suo articolo “The Medium is Madness”, ma del fatto che essi non sentivano più alcun desiderio di pensare. Ricordando che, secondo Platone, la nostra conoscenza del mondo deve fondarsi sulla conoscenza del pensiero di qualcuno che conosce il mondo, Lentz affermava che la televisione ha instillato nelle persone l’idea che le semplici immagini rappresentino la conoscenza. Non esistono più interrogativi, non vi è più lo sforzo per penetrare il pensiero di altre persone, ma soltanto dialogo e immagine, suono e furia, che naturalmente non significano nulla. [13]

“Permettere a noi stessi di essere influenzati dalle sottili ma potenti illusioni presentate dalla televisione”, scriveva Lentz, “conduce ad una sorta di follia di massa che potrebbe avere implicazioni piuttosto spaventose per il futuro della nazione... Inizieremo a vedere cose che non esistono, daremo a qualcun altro il potere di creare per noi le nostre illusioni. La prospettiva è agghiacciante, e visto il nostro retaggio culturale dovrebbe essere motivo di riflessione”.     

 

Note

10. Per una più completa trattazione sulla televisione, sulla sua programmazione e sul lavaggio del cervello che essa produce sul popolo americano, si veda la serie di 16 articoli “Turn Off Your Television” dello stesso autore, pubblicata su New Federalist, 1990-93. E’ disponibile in ristampa presso la EIR.

11. Una delle specializzazioni del Tavistock è lo studio della manipolazione psicologica dei bambini e dell’impatto della pubblicità sulla mente dei minori. Tali pubblicità vengono progettate con cura per indurre i bambini a desiderare il prodotto pubblicizzato.

12. Vi sono stati investimenti massicci sull’infrastruttura di internet, sproporzionati rispetto alle possibilità di rientro a breve o a medio termine. Ciò porta a pensare che si tratti in realtà di “investimenti a fondo perduto” per favorire l’impatto psicologico delle nuove tecnologie.

13. Queste espressioni riecheggiano il pensiero di Platone, ma ne sono appunto soltanto un’eco. Per una migliore comprensione dei problemi educativi si veda Lyndon LaRouche, On the Subject of Metaphor, Fidelio, Autunno 1992.   

 

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COME NACQUE NEDA (E MILLE ALTRE SIMILI FREGNACCE)

by Gianluca Freda (07/07/2009 - 21:56)


COME GLI INGLESI UTILIZZANO I MEDIA PER LA GUERRA PSICOLOGICA DI MASSA (parte 1)

di L. Wolfe, tratto da The American Almanac del 5 maggio 1997

visto su www.global-elite.org

traduzione di Gianluca Freda

 

“Io conosco il segreto per far credere all’americano medio tutto ciò che desidero. Datemi soltanto il controllo della televisione... mettete qualsiasi cosa in televisione ed essa diventa realtà. E se il mondo esterno alla TV contraddice le immagini, la gente inizierà a modificare il mondo per adeguarlo alle immagini della TV...”

(Hal Becker, “esperto” di media e consulente del management per The Futures Group, intervista del 1981) [1]

Nei 15 anni trascorsi da questo commento di Becker, gli americani sono diventati sempre più “connessi” a una rete mediatica di massa che ora comprende anche computer e videogames, nonché internet. Una rete onnipresente il cui potere è così pervasivo da essere dato quasi per scontato. Come ha detto un noto comico: “Siamo davvero un popolo la cui coscienza è mediatica. Conosco un tale che è stato investito da una macchina per la strada. Non ha voluto andare all’ospedale. Si è trascinato invece fino al bar più vicino per controllare se lo avevano messo nel telegiornale della sera. Quando ha visto che non c’era, ha esclamato: “Ma che bisogna fare, farsi ammazzare, per andare in televisione?”.

Ai più alti vertici della monarchia britannica e del suo Club of Isles, questo grande potere non viene dato per scontato. Anzi, viene attentamente gestito e diretto, come Becker spiega da una più limitata prospettiva, per creare e forgiare l’opinione pubblica. In un rapporto pubblicato nel 1991 dal Club Malthusiano di Roma e intitolato “La Prima Rivoluzione Globale”, Sir Alexander King, consigliere capo della famiglia reale e del principe Filippo su scienza e comunicazione, scriveva che le nuove scoperte nelle tecnologie di comunicazione avranno l’effetto di espandere enormemente il potere dei media, tanto nel settore avanzato che in quello in via di sviluppo. I media, egli afferma, costituiscono l’arma più potente e il più forte “agente di cambiamento” per la creazione di un “mondo unico” neo-malthusiano che travalicherà e cancellerà il concetto di “stato-nazione”.

“E’ sicuramente necessario intraprendere un ampio dibattito con giornalisti e direttori dei principali media per studiare le condizioni che possano metterli in grado di ricoprire questo nuovo ruolo”, scriveva King.

Nel suo progetto, il Club di Roma, di cui King fa parte, può contare sulla cooperazione di un cartello mediatico, che è una creazione britannica, come documentato nel nostro rapporto. Può anche contare sulle capacità di una macchina da guerra psicologica di massa, anch’essa guidata dai britannici e dai loro interessi, che si estende a momenti chiave della produzione mediatica e comprende scrittori e psicologi che contribuiscono a definire i contenuti, nonché sondaggisti che provvedono a perfezionare e analizzare l’impatto su determinate fasce di popolazione. Oltre a questa rete di operatori interattivi, esistono poi milioni di altre persone che partecipano alla produzione, distribuzione e trasmissione dei messaggi mediatici, il cui modo di pensare è stato anch’esso plasmato dai contenuti del prodotto mediatico e che hanno letteralmente operato su se stessi un auto-lavaggio del cervello provocato dalla cultura in cui sono immersi.

 

“Mamma” Tavistock

Lo storico centro di questo apparato di guerra psicologica di massa ha la propria sede fuori Londra, presso il Tavistock Center [2]. Creato subito dopo la I Guerra Mondiale sotto il patronato del Duca George di Kent (1902-42), l’originale Clinica Tavistock, diretta da John Rawlings Rees, si trasformò nella centrale di guerra psicologica della famiglia reale e dell’intelligence britannica. Rees e un gruppo scelto di psichiatri freudiani e neofreudiani misero a frutto le esperienze di collasso psicologico osservate in tempo di guerra per elaborare teorie su come tali condizioni di crollo psichico potessero essere prodotte in assenza del terrore della guerra. Il risultato fu una teoria del lavaggio del cervello di massa, ottenuta attraverso lo studio delle reazioni di gruppo, che poteva essere utilizzata per alterare i valori degli individui e produrre, col passare del tempo, cambiamenti nei princìpi assiomatici che governano una società.

Negli anni ’30 la rete di Tavistock intessè una relazione simbiotica con l’Istituto di Ricerche Sociali di Francoforte, creato dalle reti oligarchiche europee, che si focalizzava sullo studio e la critica della cultura da un punto di vista neofreudiano. Verso la fine degli anni ’30, con il trasferimento dei suoi membri operativi dalla Germania a New York, la Scuola di Francoforte coordinò la prima analisi dell’impatto di un fenomeno mediatico di massa, cioè la radio, sulla cultura. Si trattava del “Radio Research Project”, con base a Princeton. [3]

Con lo scoppio della II Guerra Mondiale, gli uomini del Tavistock presero il controllo effettivo del Direttivo di Guerra Psicologica dell’Esercito Britannico, mentre il network alleato negli Stati Uniti si integrava nell’apparato di guerra psicologica americano, che includeva il Comitato sulla Morale Nazionale e l’Osservatorio sui Bombardamenti Strategici.

Alla fine della guerra, gli sforzi combinati del Tavistock (divenuto Tavistock Institute nel 1947) e dei funzionari dell’ex Scuola di Francoforte avevano creato un’equipe di “truppe di attacco psicologico”, come le chiamava Rees, e di “guerrieri culturali” che contava diverse migliaia di persone. Oggi questo network conta diversi milioni di persone in tutto il mondo e rappresenta il fattore più importante nella progettazione degli scopi e dei contenuti dei prodotti mediatici di massa.

 

Le “immagini nella vostra testa”

Nel 1922, Walter Lippmann definì come segue il concetto di “opinione pubblica”:

“Le immagini che gli esseri umani hanno nella testa, le immagini di se stessi, degli altri, dei propri scopi e obiettivi, delle proprie relazioni, rappresentano le loro opinioni pubbliche. Queste immagini, quando vengono gestite da gruppi di persone o da persone che agiscono in nome di gruppi, diventano Opinione Pubblica, con le iniziali maiuscole”.   

Lippmann, che fu il primo a tradurre in inglese le opere di Sigmund Freud, sarebbe divenuto uno dei più influenti commentatori politici [4]. Aveva trascorso gli anni della I Guerra Mondiale al Quartier Generale di Propaganda e Guerra Psicologica di Wellington House, fuori Londra, in un gruppo di cui faceva parte anche il nipote di Freud, Eduard Bernays [5]. Il libro di Lippmann, L’Opinione Pubblica, pubblicato un anno dopo l’uscita de La psicologia di massa di Freud, che trattava temi simili, fu un prodotto del periodo trascorso all’interno del gruppo di Rees. E’ tramite i media, scrive Lippmann, che la maggior parte delle persone elabora quelle “immagini nella testa”, il che garantisce ai media “un potere spaventoso”.

Il network di Rees aveva passato gli anni della I Guerra Mondiale a studiare gli effetti della psicosi bellica e la sua capacità di produrre il collasso della personalità individuale. Dal loro lavoro emerse una tesi terribile: grazie all’uso del terrore, l’uomo può essere ridotto ad uno stato infantile e sottomesso, in cui le sue capacità di ragionamento sono annebbiate e in cui il suo responso emotivo a vari stimoli e situazioni diventa prevedibile o, nei termini usati dal Tavistock, “sagomabile”. Controllando i livelli di ansietà è possibile produrre una condizione similare in ampi gruppi di persone, il cui comportamento potrà così essere controllato e manipolato dalle forze oligarchiche per cui il Tavistock lavorava [6].

I mass media erano in grado di raggiungere grandi quantità di persone con messaggi programmati o controllati, il che rappresenta la chiave per la creazione di “ambienti controllati” per il lavaggio del cervello. Come mostravano le ricerche del Tavistock, la cosa importante era che le vittime del lavaggio del cervello di massa non si rendessero conto di trovarsi in un ambiente controllato; pertanto doveva esserci un ampio numero di fonti d’informazione, i cui messaggi dovevano essere leggermente diversi, così da mascherare la sensazione di un controllo dall’esterno. Quando possibile, i messaggi dovevano essere offerti e rinforzati attraverso l’”intrattenimento”, che avrebbe potuto essere consumato senza apparente coercizione, in modo da dare alla vittima l’impressione di stare scegliendo di propria volontà tra diverse opzioni e programmi.

Nel suo libro, Lippmann osserva che la gente è più che disposta a ridurre problemi complessi in formule semplicistiche e a formare la propria opinione secondo ciò che credono che gli altri intorno a loro credano; la verità non ha nulla a che fare con le loro considerazioni. L’apparenza di notizia fornita dai media conferisce un’aura di realtà a queste favole: se non fossero reali, allora perché mai sarebbero state riportate?, pensa l’individuo medio secondo Lippmann. Le persone la cui fama viene costruita dai media, come le star del cinema, possono diventare “opinion leaders”, con il potere di influire sull’opinione pubblica quanto le personalità politiche.

Se la gente pensasse troppo a questo procedimento, il giocattolo potrebbe rompersi; ma Lippmann scrive:

“La massa di individui completamente illetterati, dalla mente debole, rozzamente nevrotici, sottosviluppati e frustrati è assai considerevole; molto più considerevole, vi è ragione di ritenere, di quanto generalmente si creda. Così viene fatto circolare un vasto richiamo al popolo tra persone che, sul piano mentale, sono bambini o selvaggi, le cui vite sono un pantano di menomazioni, persone la cui vitalità è esaurita, gente ammutolita e gente la cui esperienza non ha mai contemplato alcun elemento del problema in discussione”. 

Nell’affermare di scorgere una progressione verso forme mediatiche che riducono sempre più lo spazio di pensiero, Lippmann si meraviglia del potere che la nascente industria di Hollywood manifesta nel forgiare la pubblica opinione. Le parole, o anche un’immagine statica, richiedono che la persona compia uno sforzo per crearsi un’”immagine mentale”. Ma con un film:

“Tutto il processo di osservare, descrivere, riportare e poi immaginare è già stato compiuto per voi. Senza compiere una fatica maggiore di quella necessaria per restare svegli, il risultato di cui la vostra immaginazione è alla continua ricerca vi viene srotolato sullo schermo”.  

E’ significativo che come esempio del potere del cinema egli utilizzi il film propagandistico “Nascita di una nazione”, girato da D. W. Griffith a favore del Ku Klux Klan; nessun americano, scrive Lippmann, potrà mai più sentir nominare il Ku Klux Klan “senza vedere quei cavalieri bianchi”.

L’opinione popolare, osserva Lippmann, è determinata in ultima analisi dai desideri e dalle aspirazioni di una “elite sociale”. Questa elite, egli afferma, è:

“Un ambiente sociale potente, socialmente elevato, di successo, ricco, urbano, che ha natura internazionale, è diffuso in tutto l’emisfero occidentale e, per molti versi, ha il proprio centro a Londra. Conta fra i propri membri le persone più influenti del mondo e racchiude in sé gli ambienti diplomatici, quelli dell’alta finanza, i livelli più alti dell’esercito e della marina, alcuni principi della Chiesa, i proprietari dei grandi giornali, le loro mogli, madri e figlie che detengono lo scettro dell’invito. E’ allo stesso tempo un grande circolo di discussione e un vero e proprio ambiente sociale”.

Con un atteggiamento tipicamente elitario, Lippmann conclude che il coordinamento dell’opinione pubblica manca di precisione. Se si vuole raggiungere l’obiettivo di una “Grande Società” in un mondo unitario, allora “la pubblica opinione deve essere creata per la stampa, non dalla stampa”. Non è sufficiente affidarsi ai capricci di “un ambiente sociale superiore” per manipolare le “immagini nella testa delle persone”; questo lavoro “può essere gestito solo da una classe di individui specializzati” che operi attraverso “centrali d’intelligence”. [7]

 

Il “Radio Research Project”

Mentre Lippmann scriveva il suo libro, la radio, il primo mass media tecnologico a entrare nelle case, stava assumendo sempre maggior rilievo. A differenza dei film, che venivano visti nei cinema da grandi gruppi di persone, la radio offriva un’esperienza individualizzata all’interno della propria casa, avente per fulcro la famiglia. Nel 1937, su 32 milioni di famiglie americane, 27,5 milioni possedevano un apparecchio radiofonico, più di quante possedessero un’automobile, il telefono o perfino l’elettricità.

In quello stesso anno la Rockefeller Foundation finanziò un progetto per studiare gli effetti che la radio produceva sulla popolazione. [8] Ad essere reclutati per quello che sarà poi conosciuto come “Radio Research Project”, con quartier generale all’Università di Princeton, vi furono alcuni settori della Scuola di Francoforte, ormai trapiantatisi dalla Germania in America, oltre a personalità come Hadley Cantril e Gordon Allport, che diventeranno elementi chiave delle operazioni del Tavistock americano. A capo del progetto c’era Paul Lazerfeld, della Scuola di Francoforte; i suoi assistenti alla direzione erano Cantril e Allport, insieme a Frank Stanton, che sarebbe poi diventato capo del settore informazione della CBS, e più tardi il suo presidente, nonché capo del consiglio di amministrazione della RAND Corporation.

Il progetto fu preceduto da un lavoro teoretico realizzato in precedenza studiando la psicosi e la propaganda di guerra, nonché dal lavoro di Walter Benjamin e Theodor Adorno, operativi della Scuola di Francoforte. Questo lavoro preliminare era incentrato sulla tesi che i mass media potessero essere usati per indurre stati mentali regressivi, atomizzare gli individui e generare un incremento dell’instabilità. (Queste condizioni mentali indotte vennero poi definite dal Tavistock col termine di stati “brainwashed”, e il processo d’induzione che ad essi conduceva venne chiamato “brainwashing”, cioè “lavaggio del cervello”).

Nel 1938, quando era a capo della sezione “musica” del Radio Research Project”, Adorno scrisse che gli ascoltatori di programmi musicali radiofonici:

“fluttuano tra l’oblio completo e improvvisi tuffi nella coscienza. Ascoltano in modo atomizzato e dissociano ciò che sentono... Non sono bambini, ma sono infantili; il loro stato primitivo non è quello di chi non è sviluppato, ma quello di chi ha subìto un ritardo mentale provocato da un’azione violenta”.

Le scoperte del Radio Research Project, pubblicate nel 1939, confermarono la tesi di Adorno sul “ritardo mentale indotto” e servirono da manuale per i programmi di lavaggio del cervello.

Studiando i drammi radiofonici a puntate, comunemente noti come “soap opera” (poiché molti di essi erano sponsorizzati da ditte produttrici di sapone), Herta Hertzog scoprì che la loro popolarità non poteva essere attribuita a nessuna caratteristica socio-economica degli ascoltatori, ma piuttosto al format seriale in sé, che induceva ad un ascolto abitudinario. La forza che la serializzazione possiede nel produrre il lavaggio del cervello è stata riconosciuta dai programmatori del cinema e della TV; ancora oggi le “soap” pomeridiane sono quelle che generano maggiore assuefazione televisiva, con il 70% delle donne americane al di sopra dei 18 anni che guardano ogni giorno almeno due di questi programmi.

Un'altra indagine del Radio Research Project si occupò degli effetti prodotti nel 1938 dalla lettura radiofonica de La guerra dei mondi di H. G. Wells da parte di Orson Welles, in cui si simulava un’invasione marziana. Il 25% degli ascoltatori del programma, che era stato presentato come se si trattasse di un notiziario, credette davvero che fosse in corso un’invasione, generando il panico nazionale; e questo nonostante i chiari e ripetuti avvertimenti che si trattava di un programma di fiction. I ricercatori del Radio Project scoprirono che molte persone non avevano creduto all’invasione marziana, ma avevano pensato che fosse in corso un’invasione da parte della Germania. Questo, come i ricercatori riferirono, dipendeva dal fatto che il programma era stato presentato nel format del “notiziario”, che in precedenza era stata utilizzata per fornire il resoconto della crisi bellica che si prospettava a seguito della Conferenza di Monaco. Gli ascoltatori avevano reagito al format, non al contenuto del programma.

I ricercatori dimostrarono così che la radio aveva già condizionato a tal punto le menti dei suoi ascoltatori, le aveva rese così frammentate e irriflessive, che nella ripetizione del format stava la chiave della popolarità [9].

(1 – continua)

 

Note

1. The Futures Group, un think-tank privato, fu una delle prime organizzazioni a specializzarsi nell’utilizzo di interfaccia computerizzate per la manipolazione psicologica di direttori d’azienda e di leader politici. Nel 1981 progettò il programma RAPID per il Dipartimento di Stato americano, che utilizzava la grafica computerizzata per fare il lavaggio del cervello a leader selezionati di settori industriali avanzati e spingerli a sostenere le politiche del Fondo Monetario Internazionale e i programmi per il controllo della popolazione. Partecipò anche all’elaborazione di una mappatura completa della popolazione americana per le maggiori multinazionali.

2. Il movimento LaRouche iniziò il suo sconvolgente lavoro sulla rete Tavistock nel 1973-74 e pubblicò i risultati delle sue indagini sulla rivista Campaigner (numeri di Inverno 1973 e Primavera 1974). Informazioni aggiuntive sono state pubblicate su EIR, le più recenti nel numero del 24 maggio 1996, in un rapporto speciale intitolato “The Sun Never Sets on the British Empire”.

3. Per un rapporto completo sulla Scuola di Francoforte e sui suoi network, compreso il suo ruolo nell’elaborazione delle strategie dei mass media e della guerra culturale, si legga Michael Minnicino, "The New Dark Age: The Frankfurt School and `Political Correctness,'", Fidelio, Inverno 1992.    

4. Lippmann, che migrò dai network socialisti della Fabian Society ai circoli di Thomas Dewey e dei fratelli Dulles, divenne portavoce di una fazione imperialista americana, controllata dai britannici, che si schierò contro la visione anti-imperialista di Franklin D. Roosevelt. Si legga in proposito Lyndon LaRouche, The Case of Walter Lippmann, Campaigner Publications Inc., New York, 1977.

5. Bernays è noto per aver elaborato la pubblicità di “Madison Ave”, sfruttando le teorie freudiane di manipolazione psicologica.

6. Tutta la teoria psicologica del Tavistock (come anche quella freudiana) muove dalla concezione dell’uomo come bestia dotata di pensiero. Essa rifiuta esplicitamente, con grande malizia, l’immagine giudaico-cristiana dell’uomo creato ad immagine di Dio, la quale implica che l’uomo, e l’uomo soltanto, sia stato beneficiato dal suo Creatore con la creatività. Il Tavistock sostiene che la creatività derivi unicamente da impulsi nevrotici o erotici sublimati e vede l’uomo come una lavagna su cui disegnare e ridisegnare le proprie “immagini”.

7. Si tratta di una concezione simile a quella espressa da Rees nel suo libro The Shaping of Psychiatry by War, in cui si parla della creazione di un gruppo elitario di psichiatri che dovranno garantire, a vantaggio dell’oligarchia dominante, la “salute mentale” del mondo.

8. I nazisti avevano già ampiamente utilizzato la propaganda radiofonica per il lavaggio del cervello come elemento integrante dello Stato fascista. I loro metodi vennero osservati e studiati dai ricercatori del Tavistock.

9. E’ importante sottolineare che non vi è nulla di intrinsecamente malvagio nella radio, nella televisione o in qualsiasi altra tecnologia. Ciò che li rende pericolosi è il controllo del loro utilizzo e dei loro contenuti da parte del Club of Isles per fini malvagi, per creare ascoltatori e spettatori assuefatti e perfino maniaci, le cui capacità critiche vengono così seriamente compromesse.

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IL MATRIMONIO IN UNA SOCIETA' FEMMINISTA

by Gianluca Freda (13/04/2009 - 21:09)


di AntiFeminist

dal blog FeMatrix

 

Mi scrive Icarus, collaboratore di questo blog e autore di SonoAttila, che ha ricevuto questa email da un suo lettore:

“Ciao sono un ragazzo di 23 anni che per ora non ha decisamente intenzione di sposarsi, ma dato che sento ogni giorno di padri mandati in sciagura da divorzi con figli, cioè casa persa auto etc etc., mi domandavo se ci fosse un metodo per far si che ciò non accada? e se questo che sto per proporvi sia un buon metodo:

prima del matrimonio dichiarare la casa in cui si andrà ad abitare(qualora fosse di mia proprietà) ad uso ufficio di una SRL e di prendere sempre prima del matrimonio un’auto aziendale sempre della stessa srl.

Fissare come residenza della mia famiglia una casa affittata oppure facendo una dichiarazione di ospitalità , anche se in teoria non ci abiterò.

So che è brutto pensare ciò prima del matrimonio, ma sentendo certi casi penso che vedermi sottratto le mie proprietà in modo quasi incondizionato mi faccia sentire usurpato. Addirittura in casi in cui la mia cara ex porta in casa un nuovo tizio e non lo sposa, pagando vitto e alloggio per tutti e due. Per non parlare di un senso di inferiorità che spesso gli uomini sono costretti a subire durante il matrimonio, dato che un passo falso gli potrebbe sconvolgere la vita. Ciao“.

L’unico metodo certo per evitare di perdere casa, figli, soldi, auto e salute psicofisica è non sposarsi. Ogni strategia, piano d’azione e precauzioni varie, per quanto ben architettate possano essere, non risolvono i due problemi principali legati al matrimonio in una società femminista come la nostra.

Il primo di questi due problemi principali sorge appena ci si sposa: la moglie da quel preciso momento prende il coltello dalla parte del manico. Il secondo problema è che, in caso di separazione, nella stragrande maggioranza dei casi è l’uomo a rimetterci.

Per quanto riguarda il Primo Problema, la tua ragazza appena diventa “moglie” viene automaticamente investita di un potere che prima, durante la relazione normale, non aveva.

E’ il potere di ricattarti usando come arma lo Stato (Femminista), cioè minacciando la separazione con tutto ciò che ne consegue (il Secondo Problema). Tutte le grane del Primo Problema possono manifestarsi in un’infinità di modi. Un esempio: avete dei figli, tu vuoi mandarli alla scuola privata, tua moglie alla scuola pubblica. Discutete, litigate, e non arrivate ad un compromesso. La sera, o le sere, dopo il litigio, tua moglie decide di “ammorbidirti” un pò: non te la dà. E non te la dà nemmeno il giorno dopo, quello dopo ancora, e magari non si concede per settimane o addirittura mesi. Quest’arma, quella cioè del ricatto sessuale, l’aveva anche prima del matrimonio, ma era spuntata, perchè tu le potevi opporre altre armi: ti lascio, vado con un’altra, vado a prostitute, etc.etc. Tutte queste armi, adesso, non le hai più. O meglio, le hai ma potenzialmente ti si possono ritorcere contro: se la lasci, vai con un’altra, vai a prostitute o altro tua moglie potrà utilizzare il suo Nuovo Potere, che prima non aveva, e invocare lo Stato (Femminista) per chiedere la separazione e punirti con tutto ciò che ne consegue.

Durante la vita coniugale tua moglie può fare il bello e il cattivo tempo, e dovrai sempre aver presente che per quanto “terreno” tu possa guadagnare, lei avrà sempre e comunque il controllo dell’intero campo di gioco. E’ questa una di quelle situazioni in cui, l’unico modo per non perdere, è non giocare. Non sposarsi. Non si può e non si deve affidare il proprio destino esclusivamente al “buon cuore” della persona con cui si sta insieme. Per gli uomini mancano tutta una serie di garanzie che rendono il matrimonio l’equivalente della roulette russa.

Una volta che si prende coscienza di questo, bisogna valutare il problema a monte, e prima di chiedersi “mi conviene sposarmi?“, sarebbe meglio chiedersi “perchè voglio sposarmi?“.

Per i credenti, potrebbe sorgere il bisogno di realizzare il sacramento del matrimonio. Ma ha senso realizzare questo sacramento in una società corrotta, in cui il matrimonio sembra esser diventato una scusa per fare baldoria in chiesa per un giorno, e poi spassarsela per una settimana nella “luna di miele” alle Maldive, salvo poi dissolvere questo “legame sacro” quando Lei decide che è tempo di “liberarsi dalle catene del marito” (ma non dal suo conto in banca)? Non è forse questa, per i credenti, una grave offesa al sacramento del matrimonio?

Così come in una chiesa adibita per le messe nere e l’adorazione del demonio non si dovrebbe celebrar messa, così in una società corrotta dal tumore femminista non si dovrebbe far uso di tradizioni che di pulito gli è rimasto solo il guscio, ma il cui interno è in putrefazione.

Chi compra una mela perchè attratto dalla buccia lucente e apparentemente sana, per poi scoprire che al suo interno è marcia e con i vermi, non ha certo colpa. E’ stato ingannato. Ma chi ha capito, sa, e ha visto che la mela è marcia, e nonostante ciò decide ugualmente di comprarla, ha solo se stesso da biasimare quando poi verificherà quel che già sapeva prima.

Per i non credenti, invece, la questione è molto più semplice, e decidere di non sposarsi prende un significato di indipendenza dal potere sempre più oppressivo dello Stato.

Perchè regalare allo Stato ulteriori libertà di entrare fin dentro le nostre stanze da letto, dandogli in mano ancora più strumenti per punirci nel caso in cui Lei decidesse che è giusto così ?

Questo potere, che lo Stato ha usato e continua ad usare per trasferire soldi dalle tasche degli uomini alle tasche delle donne, e per allargare a dismisura la libertà delle donne a discapito di quella degli uomini, vede oggi la sua più grande espressione proprio nel Matrimonio. Ed è per questo che, proprio mentre si ha il crollo del numero dei matrimoni [1], cioè mentre si va ad indebolire uno degli strumenti che lo Stato usa per allargare il proprio potere sui cittadini, si inizia a parlare di “nuove soluzioni” per sostituire questa tradizione ormai marcescente. Ecco dunque l’entrata in scena di “matrimoni moderni”, cioè i DICO, i PACS, e altre diavolerie simili, che vorrebbero -con la scusa dei diritti degli omosessuali- far cadere nel calderone femminista proprio quegli uomini eterosessuali che iniziano a guardare con diffidenza il matrimonio tradizionale [2].

Se questi uomini non si sposano, come farà poi lo Stato a trasferire parte dei loro soldi ad altrettante donne? E come farà a restringere ulteriormente le loro libertà, impoverendoli, se questi non sposandosi hanno deciso di privare lo Stato di quest’arma?

L’unica soluzione è non sposarsi. Se si vuole vivere l’esperienza della vita coniugale, si può sempre sperimentare con delle convivenze più o meno lunghe [3], sempre a patto che non vengano fatte leggi insidiose e ingannevoli per equiparare la convivenza al matrimonio.

Una cosa, infine, va detta con grande chiarezza: chi compera una mela avvelenata, sapendo che è avvelenata, non si aspetti poi alcuna “solidarietà” da parte dei suoi simili quando l’effetto letale del veleno inizierà a farsi sentire.

Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Note:

[1] Negli ultimi trent’anni sono diminuiti del 32,4%, dati ISTAT 2006.

[2] Secondo recenti statistiche dell’ISTAT, le coppie di fatto eterosessuali sono attualmente circa 555.000, mentre 10 anni fa erano meno della metà: 227.000. Lo Stato (Femminista) sta cercando, e trovando, nuovi metodi creativi per continuare a saccheggiare le proprietà degli uomini, bloccando di fatto ogni possibile convivenza fra uomo e donna che non sia sanzionata, controllata, e circoscritta in un campo minato con ordigni anti-uomo che garantisca la punizione della parte maschile della coppia in caso di separazione. In questo scenario, un uomo che decide di sposarsi non ha tutte le rotelle a posto.

[3] Sulla questione della convivenza, vedere questo link.

 

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L'AQUILA E GLI AVVOLTOI

by Gianluca Freda (11/04/2009 - 22:14)


Naturalmente le cifre che i media vi stanno fornendo sulle vittime del terremoto in Abruzzo sono fasulle. Fasulle come l’intero sistema dell’informazione. Altrettanto naturalmente, non ho le prove di quello che dico, né potrebbe essere altrimenti. Però ho le testimonianze di chi in Abruzzo ci vive, testimonianze che i TG e i giornali di regime si guardano bene dal fornire. Per esempio la testimonianza di Anna Pacifica Colasacco, cittadina de L’Aquila, che scrive sul suo blog: “Vi dico solo una cosa: Onna conta all'incirca 600 abitanti e danno 48 morti (più o meno) L'Aquila ha 42.000 abitanti e vi dicono che i morti sono, compresi quelli di Onna, poco più di 200. A voi le conclusioni. I morti sono quasi mille”. Oppure il video pubblicato qua sopra, tratto dal blog www.byoblu.com , nel quale gli operatori della protezione civile dicono a chiare lettere ciò che tutti noi (tranne i pennivendoli dell’informazione di Stato) riusciamo a immaginare: “Gli scantinati e i seminterrati del 90% del centro storico erano stati affittati. In nero. Dentro c'erano clandestini, immigrati, extracomunitari, come italiani qualsiasi. Spesso ammassati. Ci sono ancora. Centinaia di persone che non risultano all'anagrafe, che non compaiono nelle liste dei dispersi, che non esistono. I proprietari delle case che si sono messi in salvo non ne denunciano la presenza. Non gli conviene. Nessuno li cerca. Nessuno li piange. Da vivi non esistevano, non esistono neppure da morti. Spazzati via di nascosto, come la polvere sotto al tappeto. In fondo, perchè darsi tanta pena per loro? Una tomba ce l'hanno già. E questa volta non gli è costata niente. Gliel'abbiamo data gratis”.

Non ho le prove di quello che dico, né le hanno i blogger appena citati, quindi perché dovreste credere a me o a loro piuttosto che al TG1? Risposta: non dovete. Scegliete pure liberamente se fidarvi di chi vi fornisce notizie scrivendo tra le macerie delle proprie vite oppure dell’informazione di regime. La quale, di fronte alla distruzione, alla morte, al dolore dei sopravvissuti, alla devastazione del patrimonio artistico e culturale di un’intera regione, si preoccupa soprattutto di fornire dati di share ai suoi investitori pubblicitari, come nell’oscena apertura del TG1 che vedete qui sotto. I terremoti, si sa, sono una manna per la politica (che intasca il denaro della ricostruzione), per il business degli appalti  e per l’informazione agonizzante (che con qualche centinaio di morti da sbattere sul muso degli spettatori riesce sempre a rassicurare i suoi finanziatori sul permanere dell’egemonia di questa o quella testata). Sarà per questo che Giampaolo Giuliani, che aveva previsto il sisma con largo anticipo, non solo non è stato ascoltato, ma è stato perfino incriminato per procurato allarme? Rischiava di impedire il banchetto che politici e media allestiscono per festeggiare ogni catastrofe naturale che porta oro nelle loro casse? Sarà per questo che il TG1, così esultante nell’offrire ai suoi finanziatori lo spettacolo del cataclisma, dopo la prima scossa delle 23.30 ha detto che il fenomeno si era verificato a Forlì e non ha allertato nessuno? Se i morti non fossero stati almeno nell’ordine delle centinaia, come avrebbe fatto la RAI a vendere spot miliardari ai suoi magnaccia?

        

Sono stufo di invitarvi a spegnere la televisione e non lo farò più. Guardatela pure, se il voyeurismo dà gioia alle vostre esistenze. Sappiate solo che di fronte alla televisione o ai giornali di questo paese in decomposizione, cessate di essere uomini o donne, per diventare cifre auditel. Le vostre vite e – meglio ancora – le vostre morti, diventano moneta di scambio tra Mediaset e la Yomo, tra la RAI e la Barilla, in presenza della quale c’è casa, ma non necessariamente la vostra, soprattutto se vivete in Abruzzo. Il vostro dolore, la vostra disperazione, la morte dei vostri familiari verranno venduti alle multinazionali in cambio di succulenti spazi pubblicitari, senza che a voi venga corrisposto nulla in cambio, a parte una comoda tenda da campo. Esistete per servire questi sciacalli, per essere loro prede, per foraggiare con le vostre sciagure il loro lucroso teatrino di menzogne. Di fronte alla TV e ai giornali siete solo roba, bestiame che, una volta ridotto a carcassa, funge da foraggio ad altro bestiame, non persone, e magari siete contenti così. O magari no. C’è una cosa che si chiama dignità umana che è difficile da spiegare a un telespettatore. Però esiste e molti esseri umani, rimasti tali a dispetto della “civiltà” mediatica, sanno cos’è senza che io debba scervellarmi a darne una definizione. Senza sprecarmi troppo, penso che una buona definizione di dignità umana sarebbe la seguente: è degno di far parte del genere umano chiunque, di fronte ad un’apertura del TG1 come quella testè presentata, provi il desiderio di tagliare la gola alla conduttrice e a chi le ha fornito la scaletta, o si accinga a farlo senza perder tempo in chiacchiere. Si chiama anche “autodifesa” ed è un’attività che gli esseri umani praticano fin dall’epoca in cui vivevano sulle palafitte. Ovini e bovini non ne sono mai stati capaci.                

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UNABOMBER AVEVA RAGIONE

by Gianluca Freda (15/03/2009 - 21:06)


LA NAVE DEI FOLLI

di Ted Kaczynski  (più noto come Unabomber)


C'era una volta una nave comandata da un capitano e dai suoi secondi, cosi' vanitosi della loro abilita' di manovra, cosi' pieni di hybris e talmente imbevuti di se' da diventare folli. Fecero rotta verso nord, navigarono cosi' a lungo da incontrare iceberg e pezzi di banchisa, ma continuarono a navigare in quella direzione, in acque sempre piu' pericolose, al solo scopo di procurarsi occasioni per gesta marinare sempre piu' brillanti.

Mentre il battello raggiungeva latitudini via via piu' elevate, i passeggeri e l'equipaggio erano sempre meno a loro agio. Cominciarono a litigare e a lamentarsi delle loro condizioni di vita.

"Che il diavolo mi porti - sbotto' un marinaio di seconda classe - se questo non e' il peggior viaggio che abbia mai fatto. Il ponte e' lustro di ghiaccio.

Quando sono di vedetta, il vento trafigge la mia giacca come un coltello; ogni volta che faccio prendere una mano di terzaroli alla vela di trinchetto, ci vuol davvero poco per congelarmi le dita; e, per tutto questo, non guadagno che cinque miserabili scellini al mese!"

"Lei pensa di farsi fregare! - esclamo' una passeggera - Io non riesco a chiudere occhio la notte per il freddo. Su questa barca le donne non hanno tanto coperte quante ne hanno gli uomini. E questo non e' giusto!"

Fece coro un marinaio messicano: "Chingado! Io non guadagno che la meta' del salario di un marinaio anglosassone. Per resistere a questo clima occorre un abbondante nutrimento ed io non ho quel che mi spetterebbe; agli anglosassoni ne danno di piu'. E, quel che e' peggio, gli ufficiali mi danno sempre gli ordini in inglese invece di farlo in spagnolo."

"Io ho piu' ragione di lamentarmi di chiunque altro - salto' su un marinaio indiano - Se i visi pallidi non avessero rubato la terra dei miei avi, non mi sarei certo trovato su questa nave, qui, in mezzo agli iceberg e ai venti artici. Mi spetta un risarcimento. Come minimo, il capitano dovrebbe lasciarmi organizzare delle partite a dadi, per permettermi di fare un po' di soldi."

Il primo nostromo disse quanto aveva da dire, senza peli sulla lingua: "Ieri, il capitano in seconda mi ha trattato da finocchio perche' succhio cazzi. Ho il diritto di succhiare cazzi senza che per questo mi vengano dati dei soprannomi."

"Gli esseri umani non sono le sole creature maltrattate su questa imbarcazione. - proruppe con voce tremante di indignazione una passeggera amica degli animali - La scorsa settimana, ben due volte ho visto il secondo ufficiale prendere a calci il cane della nave!"

Uno dei passeggeri era professore universitario. Torcendosi le mani, esclamo': "Tutto questo e' orribile! E' immorale! E' razzismo, e' sessismo, e' specismo, e' omofobia e sfruttamento della classe operaia! E' discriminazione! Dobbiamo ottenere giustizia sociale: uguale salario per il marinaio messicano, salari piu' elevati per tutti i marinai, un risarcimento per l'indiano, lo stesso numero di coperte per le donne, il riconoscimento del diritto a succhiare cazzi e niente piu' calci al cane!"

"Si', si'!" strillarono i passeggeri.

"Si', si'!" strillo' l'equipaggio.

"C'e' discriminazione! Dobbiamo esigere i nostri diritti!"

Il mozzo si schiari' la gola:

"Hem. Avete tutti delle buone ragioni per lamentarvi. Ma penso che sarebbe molto piu' urgente virare di bordo e fare rotta verso sud, perche' se continuiamo ad andare a nord, prima o poi faremo certamente naufragio, e allora i vostri salari, le vostre coperte e il vostro diritto a succhiare cazzi non vi serviranno a niente, perche' annegheremo tutti."

Ma nessuno gli presto' la minima attenzione: non era che il mozzo.

Dal loro posto situato sul casseretto, il capitano e gli ufficiali avevano osservato e ascoltato la scena. Adesso sorridevano strizzandosi l'occhio, quindi, obbedendo ad un cenno del capitano, il terzo ufficiale scese dal casseretto. Si diresse con fare indifferente verso l'angolo dove erano riuniti i passeggeri e l'equipaggio e si apri' un varco tra loro. Assunse un'aria molto seria e parlo cosi':

"Noi, gli ufficiali, dobbiamo ammettere che su questa nave sono avvenute cose veramente inescusabili. Non avevamo capito fino a che punto la situazione fosse esecrabile finche' non abbiamo ascoltato le vostre lamentele. Noi siamo uomini di buona volonta' e intendiamo essere giusti con voi. Ma - bisogna pur dirlo - il capitano e' piuttosto conservatore ed abitudinario, e bisognerebbe forse sollecitarlo un pochino affinche' si decida ad operare importanti cambiamenti.

La mia personale opinione e' che se voi elevaste energiche proteste - ma sempre in modo pacifico e senza violare nessun articolo del regolamento di questa nave - scuotereste l'inerzia del capitano e lo costringereste a prendere in esame i problemi di cui vi lamentate con pieno diritto."

Dopo essersi cosi' espresso, fece ritorno al casseretto.

Appena andato via i passeggeri e l'equipaggio cominciarono ad ingiuriarlo: "Moderato! Riformista! Liberale ipocrita! Servo del capitano!"

Tuttavia fecero cio' che aveva loro consigliato.

Si raggrupparono in massa davanti al casseretto, urlando insulti agli ufficiali e rivendicando i propri diritti:

"Io pretendo un salario piu' alto e migliori condizioni di lavoro" esclamo' quello della seconda classe.

"Lo stesso numero di coperte degli uomini" continuo' la passeggera.

"Io voglio ricevere i miei ordini in spagnolo" disse il marinaio messicano.

"Io esigo il diritto di organizzare partite a dadi" proclamo' il marinaio indiano.

"Io pretendo di non essere trattato da finocchio" ribadi' il capomastro.

"Che non si diano piu' calci al cane" ammoni' l'amica degli animali.

"Rivoluzione subito!" strillo' il professore.

Il capitano e gli ufficiali si riunirono e confabularono per alcuni minuti facendosi l'occhiolino, cenni con la testa e sorrisi. Indi il capitano si fece avanti sul casseretto e, con notevole dimostrazione di benevolenza, annuncio' che il salario ai marinai della seconda classe sarebbe stato portato a sei scellini al mese, che quello del messicano sarebbe stato pari ai due terzi del salario di un marinaio anglosassone e che l'ordine di far prendere una mano di terzaroli alla vela di trinchetto gli sarebbe stato dato in spagnolo, che le passeggere avrebbero ricevuto una coperta supplementare, che sarebbe stato permesso al marinaio indiano di organizzare partite a dadi il sabato sera, che il capomastro non sarebbe stato piu' trattato da finocchio fino a quando avesse fatto i suoi pompini nella piu' stretta intimita', e che il cane non sarebbe piu' stato preso a calci, a meno che non avesse fatto qualcosa di veramente inaccettabile, come ad esempio rubare cibo in cucina.

I passeggeri e l'equipaggio celebrarono queste concessioni come una grande vittoria, ma il giorno dopo erano di nuovo scontenti.

"Sei scellini al mese e' un salario da miseria, e quando faccio prendere una mano di terzaroli alla vela di trinchetto mi gelo ancora le dita!" mugugnava quello della seconda classe.

"Io non ho ancora lo stesso salario degli anglosassoni ne' abbastanza da mangiare per questo clima" esclamo' il marinaio messicano.

"Noi, le donne, siamo sempre senza coperte sufficienti per stare al caldo" sbotto' la passeggera.

Tutti gli altri membri dell'equipaggio e i passeggeri formularono lamentele dello stesso genere, incoraggiati dal professore.

Quando ebbero terminato, il mozzo prese la parola, questa volta a voce piu' alta, in modo che gli altri non potessero piu' ignorarlo facilmente.

"E' veramente terribile che si prenda a calci il cane solamente perche' ha rubato un pezzo di pane in cucina, che le donne non abbiano le coperte che hanno gli uomini, che il marinaio della seconda classe si congeli le dita, e non capisco perche' il capomastro non possa succhiare cazzi se ne ha voglia.

Ma guardate come sono grossi adesso gli iceberg e come il vento soffia sempre piu' forte. Dobbiamo virare di bordo e fare rotta verso sud, perche' se continuiamo ad andare a nord faremo naufragio e annegheremo."

"Oh si' - esclamo' il capomastro - e' proprio terribile continuare verso nord. Ma perche' per succhiare cazzi dovrei restare confinato nei bagni? Perche' devo essere trattato da finocchio? Non valgo forse come chiunque altro?"

"Navigare verso nord e' terribile - incalzo' la passeggera -, ma non vedete che e' proprio questa la ragione per cui le donne hanno bisogno di piu' coperte per stare al caldo? Esigo lo stesso numero di coperte per le donne, immediatamente!"

"E' assolutamente vero - convenne il professore - che navigare verso nord ci costringe tutti ad una grande prova. Ma non sarebbe realista cambiare rotta per andare a sud. Non si puo' tornare indietro. Dobbiamo trovare un modo ragionevole per affrontare la situazione."

"Sentite - suggeri' il mozzo - se lasciamo quei quattro pazzi nel casseretto agire a modo loro, annegheremo tutti. Se mai riusciremo a mettere fuori pericolo la nave, allora potremo preoccuparci per le condizioni di lavoro, per le coperte alle donne e per il diritto a succhiare cazzi. Ma dobbiamo cominciare a virare di bordo. Se alcuni di noi si riunissero, elaborassero un piano e dessero prova di un po' di coraggio, potremmo salvarci. Non c'e' bisogno di essere numerosi, sei o otto basteranno. Potremmo attaccare il casseretto, scaraventare fuori bordo quei pazzi e girare il timone della nave verso sud."

Il professore storse il naso e disse con tono severo:

"Non credo alla violenza, e' immorale."

"Non e' mai etico utilizzare la violenza" fece eco il capomastro....

"La violenza mi terrorizza" rabbrividi' la passeggera.

Il capitano e gli altri ufficiali avevano osservato e ascoltato tutta la scena. A un cenno del capitano il terzo ufficiale scese sul ponte. Gironzolo' fra i passeggeri e l'equipaggio informandoli che permanevano diversi problemi sulla nave.

"Abbiamo fatto parecchi progressi - annuncio' - ma resta ancora molto da fare. Le condizioni di lavoro del personale della seconda classe restano dure, il messicano non ha ancora lo stesso salario degli anglosassoni, le donne non hanno ancora altrettante coperte degli uomini, le partite a dadi del sabato sera dell'indiano rappresentano un risarcimento irrisorio se paragonato alla perdita delle sue terre, non e' giusto che il capomastro debba restare nei bagni se vuole succhiare cazzi, e il cane continua di tanto in tanto a ricevere calci. Penso che il capitano abbia ancora bisogno d'essere sollecitato. Sarebbe utile che organizziate tutti un'altra manifestazione purche' rimanga non-violenta."

Appena fu tornato a poppa, i passeggeri e l'equipaggio gli lanciarono insulti, ma nondimeno fecero quel che aveva detto e si riunirono davanti al casseretto per un'altra manifestazione. Tuonarono, s'arrabbiarono, mostrarono i pugni e scagliarono perfino un uovo marcio contro il capitano (che lo evito' con maestria).

Dopo aver ascoltato le loro lamentele il capitano e gli ufficiali si riunirono per conferire, mentre continuavano a strizzarsi l'occhio e a farsi larghi sorrisi. Poi il capitano avanzo' sul casseretto e annuncio' che avrebbe dato guanti ai marinai della seconda classe per avere le dita al caldo, che il marinaio messicano avrebbe ricevuto un salario pari a tre quarti di quello degli anglosassoni, che le donne avrebbero ricevuto ancora un'altra coperta, che il marinaio indiano avrebbe potuto organizzare partite a dadi tutti i sabati e le domeniche sera, che si permetteva al capomastro di succhiare cazzi in pubblico dopo il calare della notte e che nessuno poteva prendere a calci il cane senza uno speciale permesso del capitano.

I passeggeri e l'equipaggio andarono in estasi di fronte a questa grande vittoria rivoluzionaria, ma l'indomani mattina erano di nuovo scontenti e cominciarono a brontolare sempre a proposito degli stessi problemi.

Questa volta il mozzo ando' in collera:

"Branco d'imbecilli - grido' -, non vedete cosa stanno per fare il capitano e gli ufficiali? Vi tengono occupata la mente con le vostre modeste rivendicazioni - le coperte, i salari, i calci al cane, ecc. - e cosi' non riflettete su cio' che davvero non va su questa nave: corre sempre piu' verso il nord e noi stiamo per affondare tutti. Se solo qualcuno di voi tornasse a ragionare, si riunisse e attaccasse il casseretto, potremmo virare di bordo e salvare le nostre vite. Invece non fate altro che frignare a proposito dei vostri piccoli problemi meschini, come le condizioni di lavoro, le partite a dadi e il diritto a succhiare cazzi."

Queste affermazioni fecero rivoltare i passeggeri e l'equipaggio.

"Meschino!? - esclamo' il messicano - Trovate ragionevole che io non riceva i tre quarti del salario di un marinaio anglosassone? E' forse meschino questo!?"

"Come potete definire irrisorie le mie lamentele? - strillo' il capomastro - Voi non sapete fino a che punto sia umiliante venir trattati da finocchio."

"Prendere a calci un cane non e' un "piccolo problema meschino"! - grido' l'amica degli animali -, e' un atto insensibile, crudele e brutale!"

"Va bene, d'accordo - rispose il mozzo -, questi problemi non sono ne' meschini, ne' irrisori. Prendere a calci un cane e' un atto crudele e brutale, e farsi trattare da finocchio e' umiliante. Ma paragonati al vostro vero problema - la nave che continua ad andare a nord - i vostri reclami sono minori e insignificanti, perche' se non viriamo di bordo, affonderemo tutti con la nave."

"Fascista!" invei' il professore.

"Controrivoluzionario!" grido' la passeggera.

E uno dopo l'altro, tutti i passeggeri e i membri dell'equipaggio fecero coro, trattando il mozzo da fascista e controrivoluzionario. Lo allontanarono e si misero a brontolare a proposito di salari, di coperte da dare alle donne, di diritto a succhiare cazzi e della maniera di trattare un cane.

La nave continuo' la sua rotta verso nord, e nel volgere di un istante venne stritolata fra due iceberg.

Annegarono tutti.

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REPETITA IUVANT

by Gianluca Freda (21/12/2008 - 13:53)


PERCHE’ NON POSSIAMO NON DIRCI ANTI-AMERICANI
di Francesco Lamendola
dal sito Arianna Editrice
 

La massima forma di scorrettezza politica è considerata, attualmente, quella di essere, o anche soltanto essere sospettati di essere, anti-americani. «Anti-americano» è la suprema parolaccia, la bestemmia che non sarà mai perdonata, in saecula saeculorum. Tutto si può perdonare, con il tempo; da qualunque crimine ci si può redimere - dalla mafia, dalla pedofilia, dal cannibalismo - ma dall'anti-americanismo no, mai, cadessero il Cielo e la Terra.

Ebbene, tenteremo adesso di spiegare perché non solo siamo convintamente anti-americani, ma perché non possiamo e non potremmo non esserlo; e perché lo siamo non occasionalmente, ma nel senso più profondo del termine. Non staremo ora a fare l'elenco di tutte le azioni vergognose e criminali di cui la politica estera americana si è macchiata nel corso della sua storia e fin dalle sue origini: sarebbe un elenco davvero troppo lungo.

Il padre fondatore, George Washington, non era che un latifondista e uno schiavista ambizioso e incapace: per vanagloria e per puro spirito imperialista precipitò la guerra contro i Francesi del Canada, quando la Guerra dei Sette Anni non era stata ancora ufficialmente dichiarata; e ne fu sonoramente battuto, nella maniera più umiliante (1754-55).

Tacciamo tutte le finzioni e tutte le menzogne di cui gli Americani si sono sempre serviti per giustificare le guerre che intendevano scatenare contro altre nazioni: dalla «misteriosa» esplosione della corazzata «Maine» nel porto dell'Avana, che offrì loro il pretesto per attaccare la Spagna nel 1898 e derubarla di Cuba, di Puerto Rico, di Guam e delle Filippine (1898); all'affondamento del vapore «Lusitania» - in realtà, un incrociatore ausiliario britannico che trasportava armi per una nazione belligerante, e verso il quale l'ambasciatore tedesco a New York aveva messo in guardia i passeggeri americani -, che permise loro di entrare nella prima guerra mondiale (1917); alla tanto decantata «sorpresa» di Pearl Harbor, che non fu affatto una sorpresa - come oggi riconoscono perfino alcuni storici americani -, che consentì di far passare l'entrata in guerra contro il Giappone per un atto di legittima difesa (1941); alla spudorata menzogna circa le «armi di distruzione di massa» dell'Iraq, che permise a Bush junior di invadere quel paese e, poi, di catturare e far condannare a morte l'odiato Saddam Hussein (2003).

Non facciamo l'elenco completo, dicevamo, perché richiederebbe pagine e pagine.

Molte di quelle azioni vergognose sono ormai consegnate alla storia, come la partecipazione della C.I.A. al colpo di Stato in Cile che portò al potere il generale Pinochet, contro un governo democraticamente eletto dal popolo (1973); di molte altre, invece, esistono forti indizi, ma non prove certe, come nel caso del coinvolgimento dei servizi segreti americani nella strage di Piazza Fontana (1969), nel disastro aereo di Ustica (1980) e, più recentemente, nello stesso attacco alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001 (cfr. il nostro precedente articolo «Le menzogne di Bush sull'11 settembre servono a coprire un "lavoro" del Mossad?», consultabile sul sito di Arianna Editrice). Quando gli Stati Uniti vogliono mettere le mani su un luogo d'importanza strategica, finanziano una ribellione e si fanno cedere da uno Stato creato su misura il luogo da essi ambito: così hanno fatto per mettere le mani sull'Istmo di Panama, ove poi sarebbe stato aperto il Canale: fomentando una insurrezione contro la Colombia e facendosi concedere poi, dalla compiacente neonata Repubblica delle banane, ciò cui miravano (1903).

Quando vogliono affrettare la resa dell'avversario, non esitano a servirsi di ogni mezzo, perfino della collaborazione della malavita organizzata: così hanno reintrodotto la mafia in Sicilia nell'estate del 1943, annullando gli sforzi dell'unico governo italiano – piaccia o no, quello fascista - che l'avesse mai seriamente combattuta. Oppure non si peritano di bombardare gli argini dei fiumi per provocare delle carestie destinate a fare milioni di morti: così hanno fatto in Vietnam, Paese sul quale hanno gettato - oltre a quantità industriali di armi chimiche - qualcosa come quaranta volte tutte le bombe che furono mai sganciate su tutti i fronti di guerra del secondo conflitto mondiale.

O, anche, introducono il bacillo della peste bovina per distruggere gli allevamenti del «nemico» e ridurlo  del pari alla fame: come hanno fatto a Cuba, dopo aver fallito con lo sbarco alla Baia dei Porci; oppure assoldano eserciti di mercenari sanguinari, specializzati nel terrorizzare, torturare e uccidere donne e bambini: così hanno fatto con i contras che, dall'Honduras, attaccavano le campagne e i villaggi del Nicaragua sandinista. Hanno anche posto delle mine davanti al porto nicaraguense di Corinto, compiendo un atto di pirateria che l'Alta Corte Internazionale dell'Aja condannò ufficialmente (presidente americano all'epoca, Ronald Reagan). E quando vogliono risparmiare la vita dei loro soldati, non si curano della vita delle popolazioni civili del nemico, anzi, cercano di massacrarne quante più possibile: così hanno fatto con le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki (1945).

Infine, dopo aver costruito dei miti di cartapesta (come la tanta celebrata «leggenda di Alamo»), se ne servono per giustificare la spoliazione sistematica di altre nazioni: come quando, a conclusione della guerra contro il Messico, si annetterono - gigantesco bottino di guerra - oltre metà del suo territorio, con il trattato di Guadalupe-Hidalgo (1848).

Del resto, non facciamo una questione di moralismo. Quando si afferma un Impero - per quanto democratico esso possa dirsi, come quello ateniese di Pericle - subentra una machiavellica ragion di Stato, per cui esso non può assicurare la propria supremazia senza ricorrere anche ad azioni politicamente spregiudicate, violente, ciniche e immorali. Ciò è sempre accaduto, dagli Assiri in poi, e sempre accadrà: fa parte, ineluttabilmente, della logica degli Imperi.

Perché, dunque, un accanimento particolare contro l'Impero americano?

Potremmo rispondere: per la sua ipocrisia. Perché esso fa esattamente quel che hanno sempre fatto tutti gli Imperi, compreso quello sovietico, ma con la tipica ipocrisia puritana di chi vuol presentarsi sempre dalla parte della ragione, magari per una speciale predilezione divina («Dio benedica l'America!», recitano immancabilmente i presidenti statunitensi al termine di ogni discorso ufficiale: una prova di fondamentalismo che riterremmo inaccettabile se venisse, ad esempio, dall'Iran o da qualche altro preteso «Stato-canaglia» ). Ma tutto ciò è perfettamente in linea con lo spirito più autentico della nazione americana, nello spirito dei Padri pellegrini che, nel XVII secolo, colonizzarono il New England con la Bibbia in una mano e il fucile nell'altra (per scacciare gli Indiani dalle loro legittime terre).

Ma no, non è questa la ragione per la quale non possiamo non essere profondamente anti-americani; anche l'ipocrisia, infatti, appartiene all'armamentario ideologico e propagandistico di un certo tipo di Imperi, quelli a base democratica; come, appunto, l'Atene di Pericle. E non è neppure per il doppio crimine che segna le radici stesse della storia americana: la schiavitù dei neri e lo sterminio dei pellerossa (a proposito, continuiamo a parlare di America come sinonimo di Stati Uniti, e già questa è una spia dell'arroganza propagandistica di quella nazione: l'America, infatti, è un continente, che va dallo Stretto di Behring al Capo Horn; gli Stati Uniti occupano una porzione minoritaria di quel continente, corrispondente a circa un terzo della superficie della sola America Settentrionale).

No, la ragione vera è un'altra. E cioè questa: detta paradossalmente, perché gli Stati Uniti - così come,  del resto, la Gran Bretagna, dalla quale discendono e che ne è, oggi, l'avamposto puntato contro l'Europa - non hanno mai conosciuto la sconfitta. Che vuol dire questo? È forse una colpa non essere stati sconfitti, non essere stati invasi, non aver mai conosciuto la realtà delle distruzioni dei bombardamenti aerei? Anzi, essere usciti da due guerre mondiali con una economia più forte ed espansiva di prima? Dobbiamo qui rifarci, brevemente, ad alcuni concetti espressi in un nostro precedente lavoro, «La sofferenza è una parte essenziale della vita o qualcosa che bisogna puntare a eliminare?», sempre sul sito di Arianna Editrice.  

In quella sede, avevamo affermato - fra l'altro - che la sofferenza non è costitutiva della condizione umana solamente in senso ontologico; essa lo è anche in senso etico. Una simile affermazione - che, non ne dubitiamo, avrebbe indignato Lenin, così come indignerà  certamente tutti coloro che sentono e pensano come lui - non nasce da pavido fatalismo o, peggio, da un patologico impulso di tipo masochista. Nasce, al contrario, dalla constatazione che la sofferenza, ed essa soltanto, è lo stimolo che spinge gli esseri umani a perfezionarsi, a trascendersi, a cercare il bene per se stessi e per i propri simili. Se non vi fosse il male, se non vi fosse la sofferenza, verrebbe a mancare il fattore principale dell'evoluzione spirituale e il più forte elemento del progresso morale. Possiamo, forse, deprecare che l'essere umano abbia «bisogno» di coltivare una così gravosa forma di sollecitazione per mettersi, con tutte le sue forze, verso la strade del buono, del vero e del bello. Ma è così, perché infiniti fatti della storia stanno a indicarlo; e coi fatti non si discute.

Del resto, prima di lamentarci di questa nostra condizione, dovremmo riflettere che solo grazie alla notte noi siamo in grado di apprezzare il giorno; solo grazie al freddo, il calore; e, ugualmente, solo grazie alla sofferenza, le cose buone che la vita ci offre, insieme all'occasione di divenire un po' migliori. Solo chi ha vissuto, da bambino, il terrore dei bombardamenti aerei ha potuto, poi, apprezzare pienamente la gioia di mettersi a letto col pigiama, senza il pensiero angoscioso che le sirene si sarebbero messe a suonare nel cuore della notte, costringendo tutti a precipitarsi - insonnoliti e infreddoliti - verso i rifugi antiaerei; e senza sapere se, cessato l'allarme, avrebbero trovato ancora in piedi la propria casa.

Solo chi ha sperimentato una lunga e dolorosa malattia, che lo abbia ridotto all'immobilità per giorni, settimane o mesi, ha imparato poi a godere, una volta guarito, del semplice piacere di potersi reggere in piedi, di camminare, di uscire e di fare una passeggiata, o magari di recarsi dal fornaio ad acquistare il pane fresco. Ovunque volgiamo lo sguardo, sempre osserviamo lo stesso spettacolo: che il dolore è maestro di vita, più di qualunque altra cosa al mondo. Anche un solo giorno di sofferenza autentica, non cercata e tuttavia affrontata virilmente, può insegnarci più cose di quante non potrebbe fare una intera biblioteca. Onestamente, c'è qualcuno che pensa di poterlo negare?

Ed ora torniamo alla questione dell'anti-americanismo. Un popolo che non ha mai conosciuto l'amaro sapore della sconfitta finisce per credersi infallibile e predestinato: come si ritenevano infallibili e predestinati i Padri pellegrini del «Mayflower», sbarcati nel 1620 nel Nuovo Continente con la Bibbia e il fucile. Si dirà che anche gli Stati Uniti hanno conosciuto il sapore della sconfitta, alla conclusione della guerra del Vietnam, quando dovettero fuggire in fretta e furia da Saigon, mentre già vi stavano entrando le colonne dei vietcong (1975). È vero; ma è stata un'unica sconfitta, e non certo totale: gli Americani non hanno visto il nemico in casa propria, non hanno subito l'occupazione e la spoliazione. È stata una umiliazione a metà e non ha dato luogo ad alcun serio ripensamento della loro politica estera, delle loro categorie morali. Al contrario, ha originato un forte sentimento di rivalsa, che si è sfogato non appena ha trovato margini di manovra sufficienti, e cioè non appena l'Unione Sovietica ha cominciato a implodere: in particolare, nelle due guerre del Golfo Persico - quella del 1991 e quella del 2003 -, ad opera dei due Bush presidenti: il padre e il (degno) figlio.

Le sconfitte che servono, così alle nazioni come agli individui, sono quelle da cui nasce una nuova consapevolezza di sé e degli altri, resa possibile dal dolore, dalla fragilità, dalla scoperta di non essere invincibili né onnipotenti. In altre parole, sono quelle dalle quali germoglia una più profonda umanità, una maggiore capacità di autocritica. Ma gli Americani sono lontanissimi da tutto ciò. Delle decine di film che hanno prodotto sulla loro partecipazione alle due guerre mondiali - ad esempio -,  non se ne trova uno solo che non suoni come una tronfia e stolida autocelebrazione, come un totale misconoscimento delle ragioni dell'avversario (che viene, anzi, sistematicamente denigrato o ridicolizzato) e come una assoluta incapacità di riconoscerne cavallerescamente il valore. Questa è la prima e la principale ragione per cui gli Stati Uniti si rendono odiosi nel mondo.

Questa è la prima e la principale ragione per cui, quando si sparse la notizia dell'attacco alle Torri Gemelle, in tante piazze del mondo si è fatta festa: prima ancora che per la loro politica sfacciatamente e univocamente filo-israeliana e anti-araba o per la loro alleanza di ferro con i peggiori regimi feudali del mondo: quelli dell'Arabia Saudita, del Kuwait e degli Emirati Arabi Uniti (con buona pace della democrazia, della libertà e dei diritti dell'uomo e del cittadino). La seconda ragione è che negli Stati Uniti sono maturati, prima che altrove, i frutti della modernità, a cominciare da quella filosofia brutalmente utilitaristica e cinicamente materialista, che crede di poter dare un prezzo ad ogni cosa e risolvere qualunque problema aprendo il portafogli. Troppo ci sarebbe da dire sulla società americana come punta avanzata dei processi degenerativi della modernità: per cui ci limiteremo a poche, brevissime osservazioni.

Gli Stati Uniti d'America sono l'unico Paese al mondo in cui, non solo vige la pena di morte (in quasi tutti i suoi Stati), ma in cui, alla vigilia di una qualsiasi esecuzione capitale, si può osservare, sotto le mura del carcere, una folla di individui che inneggiano alla sedia elettrica, lanciano slogan di morte contro il condannato, sfoggiano magliette e berretti con scritte che proclamano quanto sia bello lo spettacolo di un essere umano che viene ucciso dalle scariche ad altissimo voltaggio. Se scene del genere si verificassero, che so, in Cina, subito i mass-media dipingerebbero quella nazione come la quintessenza della barbarie; accadono, invece, negli Stati Uniti, e nessuno, nel resto del mondo, vi trova niente di strano o di censurabile.

Gli Stati Uniti d'America sono l'unico Paese al mondo che non accetta, per i propri concittadini, le norme della giustizia internazionale, valide per chiunque altro. Così, non solo non vedremo mai Bush dietro il banco degli imputati al Tribunale Internazionale dell'Aja, come abbiamo visto Milosevic e Karadzic; ma neppure abbiamo potuto vedere processati in Italia, molto più semplicemente, gli aviatori americani che tranciarono per gioco la funivia del Cermis, provocando venti vittime (scommettevano una cassetta di birra per chi avrebbe saputo passare al di sotto della funivia, come attestano le registrazioni di volo). L'allora capo del governo italiano, D'Alema, non ebbe nemmeno la dignità di annullare il viaggio a Washington; così come il presidente Berlusconi non ebbe nemmeno la dignità di protestare per l'assassinio a sangue freddo dell'agente Calipari, all'aeroporto di Baghdad, subito dopo la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena. Inutile dire che sia i bravi aviatori del Cermis che i prodi assassini di Calipari se la sono cavata senza un graffio con la giustizia americana.

Gli Stati Uniti d'America sono il solo Paese al mondo in cui possano verificarsi violazioni atroci dei diritti fondamentali dell'uomo, come è avvenuto nelle carceri di Abu Ghraib e come tuttora avviene in quelle di Guantanamo, senza che vi sia il minimo segno di ripensamento, di risarcimento, di mea culpa. Non so quanti si ricordino le fotografie, pur così recenti, dei corpi di prigionieri iracheni torturati o ammucchiati, ormai cadaveri, mentre soldati e soldatesse yankee si facevano ritrarre con sorrisi d'esultanza e con gesti beffardi e insultanti per le proprie vittime; noi le ricordiamo molto bene. Se fossero state trovate delle foto simili di soldati delle SS naziste presso le loro vittime ebree (e non ci risulta che ne siano state trovate), il mondo intero ne avrebbe dedotto che solo un regime politico infernale poteva aver prodotto soldati di quella fatta. Invece è accaduto nell'esercito americano, e il resto del mondo - passata la superficiale indignazione del momento - non ha fatto una piega. Anche in questo caso, è appena il caso di ricordare che solo un paio di soldati semplici sono stati processati e condannati all'espulsione dall'esercito per i fatti di Abu Ghraib, mentre i comandi superiori ne sono usciti totalmente indenni.

Potremmo continuare.

Potremmo dire che gli Stati Uniti d'America sono il solo Paese al mondo che si riserva di studiare, fabbricare ed impiegare liberamente ogni sorta di arma chimica e batteriologica; di installare testate nucleari nelle basi dei Paesi «amici», senza nemmeno informarli della loro entità (come ad Aviano); di organizzare trame, complotti, stragi e colpi di stato, ma con la pretesa di essere sempre dalla parte della democrazia e dei diritti dell'uomo.

Ora, con l'elezione alla presidenza di Barak Obama, sono in molti a sognare chissà quale  palingenesi universale, chissà quale era di felicità e di progresso per il mondo intero. Si fa un paragone con John Fitzgerald Kennedy (per inciso, colui che lanciò a corpo morto il proprio Paese nella guerra del Vietnam); si fanno paragoni con Martin Luther King, solo per il colore della pelle. Ci si dimentica, a quanto pare, che sia Colin Powell, sia Condoleezza Rice, che tennero mano a Bush e Dick Cheney nella preparazione e nella esecuzione della infame guerra contro l'Iraq, nel 2003, erano neri come lui. Credere che Obama sarà un buon presidente solo perché è un nero (per metà) non è solo una forma di suprema ingenuità; significa fare del razzismo alla rovescia. Comunque, staremo a vedere.

Per intanto, la maniera in cui gli Stati Uniti stanno affrontando la crisi internazionale del sistema bancario, da essi provocata e dal dissennato egoismo dei loro uomini d'affari - ossia da una economia basata su un immenso  spreco di risorse, e finalizzata a mantenere in povertà gran parte della restante popolazione mondiale - non lascia presagire nulla di buono. Già nel 1929 essi hanno regalato al mondo una crisi finanziaria ed economica senza precedenti (che ha prodotto, fra le altre cose, il nazismo e la seconda guerra mondiale); e, anche in quella occasione, invece di farsi carico delle responsabilità mondiali della loro economia, cercarono di salvarsi col protezionismo e con la sospensione dei prestiti alle nazioni europee, moltiplicando gli effetti del disastro.

Vedremo.

Buona fortuna a Barak Obama e a tutti i suoi tifosi e sostenitori. Noi, intanto, e fino a prova contraria, eravamo, siamo e resteremo radicalmente, irriducibilmente anti-americani: in nome dei valori spirituali che la civiltà del dollaro, dell'atomica e della Coca-Cola ogni giorno continua a offendere, calpestare e deridere.

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IL PUNTO

by Gianluca Freda (25/10/2008 - 15:52)


Mi scrive Roberto Pinzi:

Ciao Gianluca,
seguo da tempo il tuo blog con molto interesse, quindi innanzi tutto complimenti. Non solo, devo anche ringraziarti per aver messo a disposizione in pdf l'introvabile prima edizione di "Pasque di sangue", che altrimenti non avrei mai potuto reperire.
Ti scrivo per segnalarti quest'articolo, in merito al quale mi piacerebbe conoscere la tua opinione. Più che un vero e proprio articolo è lo storico di uno scambio di battute via mail tra i giornalisti Paolo Barnard e Marco Travaglio, nel corso del quale il secondo fa delle affermazioni su Israele che mi hanno lasciato - e credo lasceranno anche te - a dir poco sbigottito. In passato, nel corso di interventi pubblici o televisivi si era già espresso in maniera effettivamente discutibile, ma mai in simili termini. Tengo a precisarti che io sono un ammiratore di Travaglio, ho comprato, letto, consigliato, regalato praticamente tutti i suoi libri, l'ho incontrato diverse volte a dibattiti e presentazioni.
Parimenti stimo l'ottimo Barnard, che considero una fonte più che attendibile, comprenderai quindi il mio sconcerto per ciò che ha reso pubblico di questa loro corrispondenza.
Non ti tedio oltre, questo è il link:
http://altrainformazione.it/wp/2008/10/22/barnard-vs-travaglio
Ti ringrazio in anticipo per l'attenzione, spero mi dirai le tue impressioni. Un saluto e ancora complimenti per il blog. A presto.

                                                          *   *   *

Caro Roberto, grazie per l’articolo linkato, che ho letto con molta attenzione. Se è autentico, le opinioni espresse da Travaglio sono incondivisibili e piuttosto repellenti, così come è repellente il suo trincerarsi dietro un supponente “no comment” quando gli vengono poste domande a cui non sa replicare con argomenti plausibili. Del resto non è stato Barnard il primo a far notare questo atteggiamento da parte di Travaglio, già altre persone avevano reso note corrispondenze dello stesso tenore, con risposte saccenti e maleducate a domande legittime.

Detto questo vorrei però far notare quanto segue, non certo per difendere Travaglio, ma per stigmatizzare – come si usa dire – un atteggiamento di lite perpetua tra giornalisti intelligenti, che danneggia tanto i litiganti quanto il giornalismo in sé.

1) Per quanto disgustose siano le sue opinioni su “gli ebrei”, “gli arabi”, “Israele” e via generalizzando, Travaglio se le è tenute, fino ad ora, per sé. Non ricordo un suo intervento scritto o televisivo in cui abbia pubblicamente propagandato queste sciocchezze, forse sapendo bene che si prestavano ad una rapida demolizione. Uno ha il diritto di credere a tutte le sciocchezze che vuole finché non se ne fa propagandista presso il grande pubblico a scopo di indottrinamento collettivo. Io giudico un giornalista dalle cose che dice e che scrive, il suo privato e il suo credo religioso (la fede nella bontà di Israele e nella malvagità degli arabi è per l’appunto una religione, pur rivoltante quanto si vuole) non mi interessano.

2) Barnard ci ha chiarito quale sia la religione di Travaglio, e ha fatto benissimo. Da adesso in poi potremo ascoltare gli interventi del giornalista sapendo quale ideologia ne stia alla base, il che è assai utile. Non vorrei però che tutto questo servisse soltanto ad additare un nemico, come si usa in Italia. Cioè a considerare degne di essere ascoltate soltanto le persone che sui problemi del mondo la pensano esattamente come noi. Ogni movimento potenzialmente innovativo che sia mai sorto nel nostro paese, è andato incontro ad un rapidissimo decesso a causa di questa pulsione autodistruttiva, che consiste nel dividersi in una miriade di microparrocchie all’interno delle quali vengono accettati solo individui-fotocopia. Io trovo disgustose le posizioni di Travaglio sulla politica internazionale, ma questo non deve o non dovrebbe impedirmi di ascoltare con attenzione le sue dettagliatissime analisi di politica interna. Questo, naturalmente, se sono interessato all’informazione anziché alla santificazione del mio pensiero.

3) Nel carteggio, Travaglio si è comportato, da questo punto di vista, nel modo più opportuno. Ha cioè cercato di eludere le domande di Barnard, per evitare di scatenare il prevedibile battibecco. Barnard, invece, sembrava interessato ad ottenere un avallo alla propria visione del mondo, più che un’opinione. Il suo scopo era quello di dividere il mondo del giornalismo in buoni e cattivi, dove i cattivi sono coloro che hanno opinioni, anche se solo in parte, divergenti da quelle della nostra parrocchia. Lo dico da “parrocchiano” che condivide al 100% le opinioni di Barnard: questo atteggiamento è inopportuno. Non solo indebolisce il giornalismo alternativo, creando - come tu fai giustamente notare - sconcerto tra i lettori, ma indebolisce la stessa posizione di chi lo pratica, facendolo apparire come un seccatore petulante interessato alla conferma del proprio punto di vista più che ad uno scambio d’opinioni. Se adottassi anch’io questo atteggiamento, avrei smesso da un pezzo di leggere, ad esempio, gli articoli di Maurizio Blondet, intrisi di un cattolicesimo beghino e di un’ostilità programmatica verso ogni legittima rivendicazione di categoria. Ho deciso invece di continuare a leggerli, dividendo il grano dal loglio, confrontandomi con le opinioni espresse, imparando a condividerle o ripudiarle sulla base di argomentazioni. E ho fatto bene, perché, fatta la tara delle sciocchezze (del resto, chi è che riesce a proferire solo verità inoppugnabili?), gli articoli di Blondet sono una miniera di informazioni preziose e punti di vista originali. L’ho fatto perché diventare come Travaglio è la cosa che mi fa più paura al mondo.

4) Qualche tempo fa venni invitato ad aderire, con il mio blog, ad un “Network Progressista”, organizzato da altri blogger. Conoscevo bene i punti di vista degli altri autori. Sapevo che erano molto lontani dai miei. Sapevo anche che, se mi avevano invitato, probabilmente del mio blog avevano guardato soltanto il logo del titolo. Sapevo anche che, non appena qualcuno avesse dato un’occhiata ai contenuti (ad esempio a cosa penso del PD o della shoah), si sarebbe scatenato il putiferio, come infatti puntualmente avvenne. Mi scrissero dicendo che i miei contenuti erano incompatibili con il loro network e mi invitarono ad andarmene, cosa che feci seduta stante e senza fare troppo baccano. Loro non furono altrettanto urbani: continuo ancora oggi a ricevere in mail le loro discussioni su problemi di scarso rilievo e – nonostante li abbia invitati più volte a depennarmi dalla loro mailing list – alla fine, per liberarmi dalle chiacchiere, ho dovuto filtrarli. Avevo aderito al “network” perché penso che non esista la verità ma solo la ricerca della verità e che da questo punto di vista qualunque contributo, se condotto con convinzione e coraggio, può servire allo scopo. I loro blog, per quanto schierati su posizioni a mio avviso lontanissime dalla realtà, avevano i suddetti caratteri della convinzione e del coraggio, che sono per me quelli che contano.  Non ho mai cancellato i loro indirizzi dall’elenco dei miei preferiti. Un “network” – cioè una rete – è fatta di tanti punti distinti tra loro che trovano una connessione. Se i punti non sono distinti ma coincidenti, non si ha nessun network e nessuna organizzazione, ma, geometricamente parlando, solo un unico, inutile punto perduto su un piano desolato. Non credo che un punto abbia alcuna chance di contrastare la tempesta che vedo profilarsi all’orizzonte. Se Travaglio vuole essere un punto, tanto peggio per lui. Io non voglio esserlo. Mi addolora che lo voglia Barnard.

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DEMOCRAZIA: CON COSA SOSTITUIRLA?

by Gianluca Freda (21/08/2008 - 14:55)


Massimiliano Olivo mi scrive:

Ho finito di leggere Democrazia - il dio che ha fallito.
Minchia che libro, non posso che ringraziarti di averlo recensito sul blog.
La tesi, credo tu la conosca, è quella di una totale rivoluzione per portare il mondo a nazioni transnazionali (non geograficamente localizzate) dove il ruolo dei governi sia giocato da assicuratori privati in concorrenza (certamente non le assicurazioni che conosciamo) con cui chiunque possa scegliere di assicurarsi. Per fare un paragone è come se io, sempre vivendo a Trieste, potessi scegliere se essere musulmano o tedesco ed a questo "stato" "pagare le tasse". Sarei sottoposto alle leggi tedesche quando pago i premi all'assicuratore che mi impone una condotta tedesca per assicurarmi, musulmano quando pago i premi all'assicuratore che mi impone una condotta musulmana.

Devo dire che mi sono rimasti dei dubbi riguardo alla proposta, probabilmente sensata ed unica possibile, di utilizzare arbitrati (attraverso agenzie specializzate in arbitraggi) come metodo di risoluzione dei conflitti locali tra abitanti sottoposti a legislazioni diverse (se io tedesco a Trieste ho un contenzioso con un musulmano a Trieste), la cosa è di una rivoluzionarietà spaventosa: talmente avanti che non la raggiungeremo mai.

Ciò che mi preme di dire è che in fin dei conti questa soluzione dal mio punto di vista propone l'unica forma di socialismo possibile, nel senso di sostenibile. Fa di più, somma il massimo del liberismo possibile al massimo del socialismo possibile, anche se lo fa proponendo un mondo apparentemente più selvaggio delle democrazie social democratico europee.

Apro una breve parentesi, io di assicurazioni ne capisco, visto che mi ci guadagno da vivere, per chi non è del settore magari quanto sopra può sembrare strano.

Perché l'assicurazione è socialista? Perché trasferisce trasversalmente, cioè da me verso gli altri assicurati, il rischio. Se io rischio di perdere il lavoro al 50% tu rischi di perdere il lavoro al 50% ed entrambi paghiamo una polizza per assicurarci contro il rischio di perdere il lavoro, abbiamo condiviso il rischio. Statisticamente solo uno dei due perderà il lavoro e l'altro avrà contribuito al suo mantenimento con il premio che ha pagato. Socialismo reale.

Perché il massimo del liberismo?

La socializzazione del rischio è se ci pensi bene il fine ultimo di ogni stato: noi abbiamo l'inps che ci vende assicurazioni vita (purtroppo scegliendo lei il prezzo) l'inail ci vende assicurazioni contro gli incidenti sul lavoro (purtroppo scegliendo lei il prezzo), pagando un premio veniamo assicurati, attraverso la scuola pubblica, dal rischio di analfabetismo (e anche qui il premio ci viene imposto) ecc... Cosa a cui non avevo mai pensato (grazie Hoppe) è che anche la tassazione per la protezione è un premio assicurativo per acquistare una polizza di protezione della persona e della proprietà (purtroppo neanche qui scegliamo il prezzo).

Lo stato ci assicura.

Quindi qual è la massima libertà se non quella di poter scegliere chi ci assicura, cioè scegliere a quale legislazione sottostare? Questo in pratica significa poter scegliere in quale nazione vivere senza dover per forza abbandonare il luogo in cui si è nati o in cui si vuole vivere. Fantastico.

Saluti, complimenti ed un invito. Posta di più.

Grazie, Massimiliano, la tua sintesi delle idee di Hoppe è mirabile. Vorrei poter postare di più, ma a volte mi manca il tempo, altre volte le idee meritevoli di essere postate. Fortuna che ogni tanto si trovano pensatori come Hoppe e lettori come te che forniscono materiale di riflessione e discussione.  (GF)

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PASSATO E PRESENTE

by Gianluca Freda (09/08/2008 - 15:38)


(Un giorno, in un futuro non molto lontano, pagheremo caro per aver dimenticato tutte quelle cose che un tempo ci rendevano ciò che siamo).

SCUOLA: 1957 vs. 2007
dal sito The Truth Seeker
traduzione di Gianluca Freda
 

Scenario: Jack va a caccia di quaglie prima di andare a scuola, entra nel parcheggio della scuola con il fucile nel furgone.
1957 – Arriva il vicepreside, vede il fucile di Jack, va alla sua macchina e prende il proprio fucile per mostrarlo a Jack.

2007 – La scuola viene chiusa, viene chiamato l’FBI, Jack viene portato in carcere e non vedrà mai più il proprio fucile né il proprio furgone. Vengono chiamati dei medici per assistere gli studenti e gli insegnanti traumatizzati.
 

Scenario: Johnny e Mark fanno a pugni dopo la scuola.
1957 – Si raduna una folla. Mark vince. Johnny e Mark si stringono la mano e diventano amici.

2007 – Viene chiamata la polizia, arrivano le squadre SWAT, Johnny e Mark vengono arrestati. Accusati di aggressione, vengono entrambi espulsi dalla scuola, anche se era stato Johnny a cominciare.
 

Scenario: Jeffrey fa baccano in classe e disturba gli altri studenti.
1957 – Jeffrey viene mandato dal preside e si becca una ramanzina. Ritorna in classe, si siede tranquillo e non disturba più la lezione.

2007 – A Jeffrey vengono somministrate dosi massicce di Ritalin. Diventa uno zombi. Gli viene fatto il test per la Sindrome di Iperattività e Deficit di Attenzione. La scuola ottiene più fondi dallo stato a causa della disabilità di Jack.
 

Scenario: Billy rompe il finestrino dell’auto del suo vicino di casa e suo papà lo prende a frustate con la cintola.
1957 – Billy, la volta dopo, sta più attento, cresce come una persona normale, va al college e diventa un affarista di successo.

2007 – Il papà di Billy viene arrestato per abuso su minore. Billy viene tolto alla potestà dei genitori e entra a far parte di una gang. Lo psicologo pubblico suggerisce alla sorella di Billy che anche lei ricorda di aver subito abusi e il loro papà finisce in prigione. La mamma di Billy ha una relazione con lo psicologo.
 

Scenario: Mark ha mal di testa e prende un’aspirina a scuola.
1957 – Mark divide la sua aspirina con il preside nella sala fumatori.

2007 – Viene chiamata la polizia, Mark è espulso dalla scuola per violazione delle leggi antidroga. La sua auto viene perquisita alla ricerca di droga e armi da fuoco.
 

Scenario: Pedro, al liceo, viene rimandato in inglese.
1957 – Pedro frequenta i corsi estivi, passa l’esame d’inglese e va al college.

2007 – Il caso di Pedro diventa un affare di stato. In tutta la nazione vengono pubblicati articoli di giornale che sostengono che richiedere la conoscenza dell’inglese per accedere all’università è una cosa razzista. La ACLU intraprende una class action contro il sistema scolastico statale e contro l’insegnante d’inglese di Pedro. L’inglese viene bandito dai curriculum. Pedro riesce ad ottenere il diploma, ma finisce a falciare l’erba per vivere perché non è in grado di parlare inglese.
 

Scenario: Johnny prende dei fuochi d’artificio avanzati dal 4 di luglio, li mette in una bottiglia di vernice e fa esplodere un formicaio.
1957 – Muore qualche formica.

2007 – Vengono chiamati il BATF, la Homeland Security e l’FBI. Johnny viene accusato di terrorismo interno, l’FBI indaga sui suoi genitori, i suoi fratelli più piccoli vengono portati via da casa, i computer vengono sequestrati, il papà di Johnny finisce su una lista di possibili terroristi e non gli sarà mai più consentito di prendere l’aereo.
 

Scenario: Johnny cade mentre corre durante la ricreazione e si sbuccia un ginocchio. La sua maestra, Mary, lo trova in lacrime e lo abbraccia per consolarlo.
1957 – In breve tempo, Johnny si sente meglio e torna a giocare.

2007 – Mary viene accusata di pedofilia e perde il lavoro. Sconta 3 anni di carcere in una prigione di stato. Johnny viene sottoposto a 5 anni di psicoterapia.

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INEDITI DANTESCHI

by Gianluca Freda (18/07/2008 - 16:16)


INFERNO, CANTO XXXV
Cerchio X - I Cazzari

di Dante Alighieri (*)

 

Quinci venimmo ad una calle smorta
densa di genti meste e imbecillite
quali gli spettator di Porta a Porta.

Ahi, dolorose e miserabil vite
che di fregnacce, lazzi e scemitadi
van discettando, trepide e impaurite!

E 'l duca mio: "Or si dee che tu vadi
pel cerchio del cazzume editoriale
ove li fatti appaion vaghi e radi

e regna imperituro il virtuale".
E già m'adiva al decimo girone
quand'ecco scorsi un bestio bicefàle

per cui 'l mio duca: "Quegli è Veltruscone,
ch'opposizione fu e governo fue
e in l'una e l'altra testa fu cagione

di mali e strazio allo popolo bue.
Ma il lettor d'elzeviri è sì intontito
che azzannato da un, crede sien due".

Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito
più m'appressai alle doppie mascelle
del tristo imbonitor ermafrodito.

Diverse lingue, orribili favelle
risuonavan nel gozzo a quel piazzista
come due bestie van sott'una pelle.

"Potere al popolo! Morte al comunista!
Meno tasse! Chi è magistrato è pazzo!
Coltiviamo un progetto riformista".

Parole oscure, non capivo un cazzo.
Ma vidi genti di molte contrade
plaudere a quel romor, con gran sollazzo,

a guisa di montoni innanzi a biade.
Alfin pestai gran zòtta in sul terreno
e caddi come corpo morto cade.

"Attento!", fece il duca, "quaggiù è pieno
d'articoli di Mauro e d'Alberoni.
Se v'incappi col piè, non v'è più freno,

le suole imbrotti e caschi a ruzzoloni!"
"E dirlo prima?", rispuos'io al maestro,
"or mi lordan le scarpe due cialdoni

l'un sotto al piè mancino, l'altro al destro!".
"L'uno è un editoriale di Colombo",
ei disse, "che dal quotidian sinestro

tuona con ira, furia e gran rimbombo
contra la crapa che pelata miri;
ma con l'altra (il quattrocchi) è come un zombo:

brancolano e barcollan gli elzeviri.
Del grasson dalla barba unta e atra
è lo secondo, che per empi giri

graffia il Veltrone, iscuoia e disquatra;
ma innanzi allo padrone è come cane
ch'attende l'osso e caninamente latra".

Io vidi allor dell'anime diafàne
che a voce bassa mi facevan "Bù!"
con membra vanescenti, men che umane,

mentre che per lo passo andava giù.
"Qui vedi i mesti spiriti del niente
che mai son stati o che non sono più",

disse Virgilio, "e per ti spavente
cercan di far paura e fan pietade,
parti citrulli di citrulla mente.

Quegli laggiù è il feroce Bin Làde,
col bel turbante di cotone idrofilo,
ch'arse le torri della gran cittade;

havvi di fianco il bieco pedòfilo
che strupa li fanciulli a cento a cento;
poi il negator della scioà, il necrofilo

antisemita! E il Global Riscaldamento!
che dell'Artico quaglia le calotte
dannando i posteri all'annegamento.

Ecco il nazista che torna di notte
con la sfiziosa svastica di legno;
ecco il fascista, pronto a menar botte

e altri fantasmi, di cui l'aere è pregno.
Son le frescacce buffe della stampa
c'ha perduto ogni modo e ogni ritegno".

Giunti che fummo a' piedi d'una rampa
schivai d'un pelo una palla colossale
ch'in giuso rotolava come vampa.

"Salva l'ossa! E' il vibrante editoriale
del tronfio spirto nomato Pigì
Battista, rozzo come non v'è iguale,

neppur nel più cazzaro dei tigì!".
E per schivar la bomba, di gran slanzo,
fè un salto e in sozza chiavica finì

colma d'atra di Mieli e di D'Avanzo!
E disse cose ch'è bello il tacere,
in gramatica, in gotico e in romanzo,

lordo di puttanate del Corriere.
Ahi, quanto a dir qual era è cosa dura!
Lo duca mio, che come carrettiere

imprecava, coverto di lordura!
Maladiceva Biagi e Montanello,
Pannunzio, Prezzolini e lor ventura,

e Serra, uom di Cuore e di cervello
che fece per viltate il gran rifiuto.
Tosto ch'intesi l'orrido macello

schivando un Feltri, andai a cercare aiuto,
rincorso di parole irose e prave
che mai non prima aveva conosciuto.

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio bianco per antico pelo,
grifagno imbrattator di rotative.

E' Scalfari dimòn, che terra e cielo
governa della bolgia di panzane
ch'è il regno della stampa a doppio velo.

"O voi che tra le bufale pacchiane
vivi e vestiti ve n'andate a spasso",
disse lo vecchio, "cosa vi rimane

a questo loco e move a tanto chiasso?".
Io salutai quel salvator canuto
e lagrimando principiai: "Ahi, lasso!

Virgilio mio in una pozza è caduto
di pecoreccia vanvera stampata!
Deh, salvilo, messer, li presti aiuto!"

E quei con voce profonda e pacata:
"Qui occorre valutar l'opra migliore
per trarre l'uomo tuo da quella guata.

Magari un termovalorizzatore
che la mota smaltisca a quel pantano...
o un naviglio di scolo posteriore

che colleghi l'Inferno con Milano...
una variante urbana? Un rettifilo?
Un autotunnel metropolitano

assegnato in appalto all'Impregilo?
Qui è d'uopo dar principio ad opra magna
che dia lustro allo regno ov'è mio asilo!"

La mente di sudore ancor mi bagna
al pensier di quel vecchio laido e avaro
che discettava ai piè della montagna

torte complicazion di ciò ch'è chiaro.
E 'l duca nel piastron strillava: "Aita!
Chi mi trarrà da questo guazzo amaro

di frase che ragione hanno smarrita?"
Ed io: "Vo per soccorso! Ho già richesto
di qualchedun ch'aiuti in tua sortita!

Non ti crucciar! Tranquillo! Torno presto!".
Ciò dissi e de' calcagni fei rotelle
chè foco non m'avria spinto sì lesto

e quindi uscimmo a riveder le stelle.

 

* (Manoscritto inedito reperito da Gianluca Freda)

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BRAVE NEW WORLD

by Gianluca Freda (01/06/2008 - 00:49)


CONOSCI IL TUO NEMICO
di Paul Hein
dal sito Lew Rockwell
traduzione di Gianluca Freda
 

Nella parabola, il maestro non si meravigliò quando i suoi servitori gli riferirono che in mezzo al grano erano cresciute le erbacce. Lui sapeva di aver seminato solo semi buoni. “Questa è opera del nemico”, dichiarò, e naturalmente aveva ragione.

Oggi la nostra società è piena di erbacce. Avete comprato della benzina di recente? O del cibo, specialmente il riso? Quanto vale la vostra casa? Riesce a mantenere il suo valore? Avete fatto un viaggio in aereo di recente? Potete fumare nella vostra taverna preferita?

Venite fotografati quando andate in banca, al supermercato, ai grandi magazzini? La signora di Bombay che vi aiuta a installare il vostro modem vuole forse conoscere il vostro numero di previdenza sociale? Ai vostri figli viene proibito di recitare preghiere a scuola? Potete essere arrestati per aver detto qualcosa che offende un gruppo etnico di minoranza? Se avete una casa in affitto, riuscite a distinguere la solvibilità di un inquilino rispetto ad un altro?

Non meravigliatevi: tutto questo è opera di un nemico. Non si tratta solo dell’avidità delle compagnie petrolifere, o dell’inefficienza dei produttori di generi alimentari o del fatto che il proprietario della vostra taverna sia preoccupato per la salute dei suoi avventori. Qui c’è un sistema all’opera: una serie di misure organizzate e interconnesse elaborate da un nemico.

Il nemico è astuto. Non va in giro ad abbaiare ordini. Raramente sentirete la sua voce e quando ciò accadrà sarà sempre una voce dolce e ben modulata. La sua preoccupazione dichiarata, la sua preoccupazione maggiore, è sempre quella del benessere vostro e dei vostri figli. Ovviamente il vostro benessere è a rischio se l’ambiente non viene curato e tutelato! Non preoccupatevi; ci penserà lui a fare questo per voi. Anzi, è quasi un miracolo che il mondo sia sopravvissuto così a lungo senza la sua guida. Mettetevi nelle sue mani e rilassatevi.

Egli è lo Stato o un’istituzione dello Stato. E’ lo Stato, capite, che ha il potere di realizzare tutte queste belle cose. Non tutte le cose belle, comunque, vi sono visibili. Alcune vi vengono tenute nascoste, per il vostro bene. Il fine ultimo, come è stato apertamente dichiarato, è l’eliminazione dei confini artificiali e la creazione di un’unica unione mondiale di nazioni, con un corrispondente governo unico mondiale di sovrani illuminati (ovviamente!) che lavorino per il bene di TUTTA l’umanità! E’ un’idea da mozzare il fiato: il bene politico supremo, ma i suoi benefici potrebbero essere difficili da comprendere per l’uomo della strada, perciò esso si presenta in modo indiretto: attraverso la preoccupazione per l’ambiente, per la disponibilità di petrolio, per i tassi di scambio, ecc. E non dimentichiamo i trattati che scavalcano le norme costituzionali.

Quest’idea diventerà realtà più rapidamente se tutti gli uomini vengono posti più o meno sullo stesso piano, al medesimo “livello di gioco”. Unire nazioni ricche a nazioni povere potrebbe non far piacere ai ricchi, che nella loro limitatezza prospettica potrebbero sentirsi come frutti maturi pronti per essere colti. Inoltre, le persone più intelligenti potrebbero rendersi conto di avere ben poca necessità di un simile governo. Dunque, per creare il “livello di gioco” comune, lo standard di vita dei “ricchi” deve essere ridotto. Siamo testimoni di questo processo. A chi ci rivolgeremo quando la benzina sarà così costosa che viaggiare diventerà pressoché impensabile? Che cosa faremo quando arriverà la penuria di generi alimentari? Quando ciò che resta dei nostri risparmi perderà il suo potere d’acquisto, chi potrà darci sollievo?

Lo Stato è pronto ad affrontare tutti questi problemi! Certo, la storia ci insegna che quando lo Stato affronta un problema finisce sempre per aggravarlo, ma ciò avviene solo a causa dell’inesperienza e della mancanza di fondi. O almeno questo è ciò che lo Stato vuol farvi credere. Aggiungere altro denaro e nuovo personale porterà efficienza e prosperità, benché non necessariamente nel corso della nostra vita o di quella dei nostri nipoti. Queste cose richiedono tempo, e noi dobbiamo essere pronti al sacrificio per trasformarle in realtà.

Lo Stato, comunque, non è la forza principale che ci conduce verso questo mondo nuovo. Dietro lo Stato, e da esso nascosta, si trova la forza sociale più importante, l’éminence grise: il potere bancario. Le banche creano denaro dal nulla e vi caricano sopra gli interessi. Per ripagarle è necessario contrarre altri prestiti. Lo Stato è quello che si fa fare i prestiti più grossi, ma finché paga gli interessi il debito principale non ha bisogno di essere ripagato. E’ questa la ricompensa data allo Stato per aver legittimato questo abominio. Non c’è nulla di nuovo in questo sistema e possiamo imparare dal passato che esso porta inevitabilmente al fallimento.

Quando le banche iniziarono a creare denaro su vasta scala, alcune banche incrementarono i propri depositi (cioè i prestiti ricevuti) più rapidamente di altre. Se i correntisti di quella banca iniziavano a dubitare della sua solvibilità, potevano recarsi in banca con le loro note di credito e chiedere la restituzione del denaro. Questa era la cosiddetta “corsa alle banche” e serviva a rivelare la disonestà del banchiere che aveva rilasciato ricevute o note di credito per denaro che non possedeva. Con l’avvento della Federal Reserve la “corsa alle banche” divenne un capitolo dei libri di storia, perché non esisteva più nulla a cui correre. Le banche non dovevano più temere l’insolvenza, perché erano TUTTE insolventi. Trattavano tutte le stesse note di credito e neanche una di esse era redimibile. Problema risolto: almeno per il momento.

Ora i polli si stanno dirigendo verso il girarrosto. Un sistema che non può esistere senza la continua richiesta di prestiti non può che fallire quando il costo dei prestiti diventa semplicemente troppo alto. Quando sentiamo i funzionari della Federal Reserve che parlano di recessione, teniamo gli occhi aperti!

Ah, ma la ripresa potrebbe essere dietro l’angolo. Se il dollaro crolla, potremmo rimpiazzarlo, ad esempio, con l’Amero. Quando/se anche l’Amero crollerà, c’è sempre l’euro, che l’Unione Nordamericana di Canada, Messico e Stati Uniti potrebbe adottare quando si aggregherà all’Unione Europea. Una valuta può crollare solo rispetto a un’altra valuta. Una valuta unica, dunque, sarà impossibilitata a crollare, proprio come l’insolvenza cessa di esistere quando non esiste più la solvibilità.

Con un unico governo mondiale e un’unica valuta, avremo raggiunto il Nirvana o l’Utopia. Tutti i problemi che ci angosciano si dissolveranno nella storia ed entreremo in una luminosa Nuova Era.

Lo credete davvero? O tutto questo è opera di un nemico? Le erbacce ci arrivano già fino ai fianchi, e crescono in fretta.

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IL BUON PASTORE

by Gianluca Freda (29/05/2008 - 00:16)


LA CREAZIONE DEL CONSENSO
di Bruno Fontanesi
tratto dal sito L’Espresso blog
(grazie al lettore @lecs per la segnalazione)
 

Abbiamo già a lungo parlato del linguaggio televisivo, di spot e pubblicità, e visto come anche l' Informazione ed i Telegiornali adottino gli stessi espedienti tecnici tipicamente "pubblicitari" sia per creare che per negare una notizia, ma soprattutto per creare un sottofondo di emozionalità inconscia che sarà proprio quella che si "fisserà" nella mente dello spettatore ignaro, associandosi al fatto recepito a livello conscio. ( Vedi: "L' ha detto la Televisione" )

Il giudizio di "Bbuono" o "No-bbuono" di un fatto recepito viene sostanzialmente formulato sulla base di questo "veicolo emozionale inconscio", quello che analizzando il linguaggio pubblicitario abbiamo chiamato il "troyan", il "significante" attraverso il quale il "significato", ossia il messaggio conscio, penetra nella nostra mente.

Facciamo un esempio col linguaggio onirico, che come sempre ci viene in aiuto ...

L' azione del "correre", spesso ricorrente nei sogni, è una cosa che può assumere connotazioni completamente diverse secondo il contesto emozionale in cui è inserita: può essere l' azione piacevole e liberatoria di correre in uno spazio ampio e rilassante, oppure quello stesso spazio può diventare troppo ampio e sconosciuto, e generare angoscia ...   fino a tramutarsi nella spiacevolissima sensazione della fuga da una minaccia, fuga spesso impedita dalla sensazione di paralisi, di non potersi muovere ...

Ecco che quindi sono "gli elementi di contorno" a determinare il valore di quell' azione, e questo ben sanno i pubblicitari ...    il valore di un prodotto da vendere, in sè è ben misera cosa, ed il prodotto stesso ben difficile da memorizzare tra decine di prodotti simili ...    non parliamo poi di arrivare a "sceglierlo" dalla scaffalatura del supermercato solo in base alle "dichiarazioni tecniche" fornite asetticamente, poniamo su una confezione neutra ed incolore ...!!!

Ecco che quindi sorge la "necessità commerciale" di dare un' anima al prodotto, di "personalizzarlo", proprio perchè ci diventi familiare, e quindi veniamo inconsciamente indotti a sceglierlo tra gli altri ...

Così una marca di biscotti può essere legata ad una sensazione inconscia di sicurezza e di avvolgente calore dato dall' immagine di una famigliola benestante ed affiatata, ed il tutto reso graficamente attraverso luci calde e forte ricorso all' uso di un controluce ben bilanciato ( = sicurezza, data dai colori caldi, + idealizzazione, data dall' uso sapiente del controluce ), e sarà proprio questa idea inconscia a farcelo scegliere rispetto ad un altro prodotto, magari migliore o più economico, ma peggio pubblicizzato ...

Quando allunghiamo la mano alla confezione, inconsciamente non stiamo più semplicemente acquistando dei biscotti, ma "introiettando" quel calore, quell' atmosfera rilassata ed avvolgente ...     e Dio sa quanto tutti noi ne sentiamo il profondo bisogno ...!!!

Una volta innescato tale processo il gioco è fatto, e si tratterà ora ( per la strategia commerciale ) solo di insistere su questa chiave, di continuare a riproporlo ...

Alla mente delle persone infatti non piace, proprio per la "fatica" che comporta, dover prendere continuamente delle decisioni, dover rivedere continuamente idee già acquisite ...  

( E' esattamente lo stesso concetto che sta alla base del meccanismo dell' apprendimento, per cui con l' esperienza riusciamo, per esempio, a guidare la macchina pensando ad altro, senza più dover metter mente a frizione, cambio ed acceleratore ... ).

E' il principio psicologico della "Reiterazione", per il quale "assorbiamo" dei comportamenti proprio come se fossimo fatti di carta assorbente, ed è sempre per lo stesso principio che siamo portati a ripeterli meccanicamente, ed è così difficile cambiare anche comportamenti che siano diventati inutili, o addirittura controproducenti ...

E' lo stesso principio per cui l' animale allevato in gabbia e rimesso improvvisamente in libertà continuerà a muoversi entro uno spazio ristretto, ed avrà talmente paura della libertà fino a morirne ...    ed è esattamente lo stesso principio per cui è così difficile riuscire a cambiare uno "status" ( comportamentale ma quindi anche sociale, e politico ) da tempo affermatosi, anche quando riusciamo a vederne più i limiti che l' effettiva utilità ...

( Ed è per questo che è tanto vero il detto che "ogni rivoluzione va innanzitutto conquistata dentro di noi" ...!!! )

Ho preso la curva larga ....

( Per maggior comprensione ed approfondimento delle tecniche pubblicitarie e delle dinamiche inconscie di persuasione, rimando alla consultazione dei post alla categoria "Teoria della Comunicazione Visiva").

Vedi in particolare i post: "Parallelismi con altri Linguaggi", "Dinamiche di una pagina pubblicitaria",  "Luce, Colore, Eros ... I troyan e lo Spot" )

Pasolini Torniamo quindi a noi, cercando di capire perchè l' Informazione oggi più che mai non svolga più il suo compito di "aiutare la comprensione logica dei fatti", ma abbia mutato la sua azione in una condotta tipicamente pubblicitaria, di propaganda, insomma in una condotta commerciale di "vendita", in questo caso di opinioni preconfezionate ...

( E' quindi un discorso più "terra-terra" che affrontiamo oggi, legato a motivazioni economiche, e di potere ).

Teniamo però sempre ben presenti i concetti qui sinteticamente riassunti, se vogliamo comprendere come riescono a fregarci

"MAINSTREAM" significa letteralmente "corrente principale".

Alla luce delle considerazioni viste sopra, possiamo meglio tradurre il termine con "corrente di pensiero prevalente" e con "Mass-Media Mainstream" individuare tutta la categoria di persone e mezzi che si preoccupa di "Fornire alla massa un' interpretazione dei fatti, interpretazione quanto più possibile in linea col pensiero di chi, quelle persone e mezzi, li controlla".

Ciò che non rientra in tale linea verrà semplicemente ignorato e taciuto finchè di portata limitata, o apertamente combattuto nel caso che l' opinione avversa rischi di trasformarsi in "Opinione Pubblica".

Questa prima regola fondamentale deriva per semplice corollario matematico dall' osservazione, già ampiamente motivata nei precedenti post, che i Media sono posseduti dalle stesse identiche persone che detengono il potere politico ed economico ( per il semplice fatto che i Gruppi Editoriali stessi sono configurati in Multinazionali Private ) e, nonostante ricevano ampi finanziamenti "Statali" ( leggi: pagati con le nostre tasse, al fine di garantire un' informazione quantopiù "multiforme e libera dai condizionamenti" che possa costituire un vero servizio pubblico ),  succede semplicemente che "la Massa" ( come chi si ritiene al disopra ama chiamare i normali cittadini ) riceve e subisce senza esserne consapevole il pesante condizionamento del potere economico, sotto forma di "Opinione Indotta".

Semplicemente guardando "chi va effettivamente a danneggiare il diffondersi di una data notizia, o corrente di pensiero", potremo quindi renderci conto se l' eventuale denuncia, o dibattito mediatico, sarà una vera battaglia, o una semplice "False Flag" ( finzione, montatura, finto attacco ) ...

( Certo, anche alimentare false polemiche è un eccellente modo di controllare l' Opinione, deviandone l' attenzione dai veri problemi ... ).

Così dobbiamo distinguere bene le montature mediatiche inscenate solo per darci l' illusione di vivere in un paese democratico, dove si discute, ma che non hanno altro scopo effettivo che disinformarci ...

La prima domanda da porsi di fronte ad un acceso dibattito mediatico è la seguente:

Il prevalere dell' una o dell' altra opinione, quali interessi "reali" andrebbe veramente a colpire ?

Nel 90% dei casi rispondere a tale domanda è, da sola, garanzia della bontà di un' informazione ...    Avete mai visto dibattere pubblicamente , che ne so, di "conflitto d' interessi", quanto si è dibattuto, quien sabe, sui Dico, o su Corona e Vallettopoli ?    Ecco, poniamoci la domanda: chi potrebbe danneggiare o avvantaggiare tale dibattito pubblico ?

Vediamo i vari casi ...

1) Inutile rispondere alla prima ....    Andrebbe a minacciare direttamente chi detiene il potere economico, scoprendo vari scheletri nell' armadio di entrambe le pseudo-fazioni politiche, ragion per cui questo tipo di informazione verrà sempre fatta passare "in glissando", e si cercherà di evitare accuratamente ogni dibattito in tal senso ....

2) I "Dico", al contrario, non vanno a colpire nessun privilegio "di vertice", nessun potere economico, ma mettono in piazza un forte contrasto ideologico ...    in tal caso se ne parlerà tanto proprio per "svuotarli" di contenuto ( tecnica di sovraesposizione mediatica ) ed alla fine non fare assolutamente niente ...    ma i media, alimentando il dibattito, avranno mostrato la loro "buona fede" pur sapendo in anticipo che tutto sarebbe finito in una bolla d' aria ...    e riuscendo così a prendere due piccioni con una fava, facendosi belli ( vedi quanto se ne parla ? vedi che paese democratico ? ) e funzionali al sistema al tempo stesso ( siamo nel paese del Papa, suvvia ... )...

E la gran discussione finirà per "esaurire" l' argomento nella mente della gente, finendo col non essere mai "realmente" affrontato ...

3) Con Vallettopoli, Corona e simili entriamo nel campo dell' intrattenimento mediatico-informativo ...     Sono questioni assolutamente superficiali, che non vanno a toccare nessun grande interesse, ma che vengono a bella posta alimentate e spettacolarizzate alimentando il "dibattito", proprio per "dis-togliere" l' attenzione da tematiche ben più importanti ...

Un vero attacco mediatico, invece, verrà condotto a spada tratta da tutto il corpo dei media all' unisono, senza dibattito ...    Esempio, attaccare "a fronte unito" un deputato che si lascia andare ad un colorito commento sulla "Legge 30" proprio per evitare di parlare della legge stessa ....    che fa troppo comodo ai veri padroni del sistema, e quindi ad entrambe le "opposte fazioni" (?) politicamente schierate dai medesimi ...

Quelle qui esposte sono le tattiche più grossolane di manipolazione e creazione del consenso ...

L' evoluzione soprattutto "on line" dell' informazione ha portato a nuove e raffinatissime strategie, dai nomi fantasiosi ed inquietanti, che prevedono, per esempio, forme "virali" di osservatori pubblicitari e mediatici che si inseriscono nei blog e nei commenti dei giornali on line ...

E' un interessante argomento, di cui parleremo un' altra volta ....

Intanto vi pongo una domanda: "Perchè i giornali on-line ospitano i blog ? " [...]

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AGGIORNAMENTO DIALER

by Gianluca Freda (24/04/2008 - 01:09)

Allora: da quel che leggo su altri blog che hanno avuto il mio stesso problema, pare che la fonte del dialer che infestava questo sito  fosse proprio il contatore, che ho rimosso. Prego gli utenti che hanno avuto la sventura di imbattersi nel dialer (e che usano Win XP) di compiere le seguenti operazioni:

1) Andate alla cartella Documents and SettingsNome utente. Qui potreste trovare uno o più file aventi per icona una specie di mondo blu, con il nome composto da 8 o più lettere ed estensione .exe. Sono tutti dialer, cancellateli senza pietà. Se necessario, eseguite anche un controllo con AVG FREE.

2) Non basta cancellare il dialer, poiché sembra che il programma java 'Base Actvitied Limited' che è stato installato nei pc infetti ricrei il dialer ogni volta che si torna sul sito. Perciò, dopo aver cancellato i dialer, fate così:

1. Andate su pannello di controllo e quindi aprite il programma di configurazione Java.

2. Cliccate su 'Protezione' quindi su 'Certificati'.

3. Selezionate il certificato 'Base Actitivities Limited' e quindi cliccate su rimuovi.

Questo dovrebbe risolvere definitivamente il problema.

Chiedo scusa a tutti per l’inconveniente. In futuro eviterò di fidarmi dei contatori gratuiti. Speriamo adesso di poter tornare a parlare di cose serie.   (GF)

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PROBLEMA TROJAN

by Gianluca Freda (21/04/2008 - 18:08)

ATTENZIONE!

Alcuni lettori mi hanno segnalato che all'apertura del blog compare sullo schermo una finestra dell'antivirus in cui si chiede se scaricare o meno un certo file, probabilmente un dialer. Per la verità a me non succede nulla di simile con nessuno dei computer che uso (casa, lavoro, università, biblioteca, ecc.) ma poiché le segnalazioni sono diverse, il problema probabilmente esiste. Ho provato a cancellare dal blog tutti i javascript sospetti. Mi manca solo di cancellare il contautenti come ultimo tentativo , dopodiché non mi resterà che rivolgermi ad un esorcista. Nel frattempo credo sia superfluo consigliarvi di NON ACCETTARE ASSOLUTAMENTE IL DOWNLOAD DI NESSUN TIPO DI FILE all'apertura del blog. I dialer sono innocui per chi ha una connessione ADSL, ma per chi ha una vecchia connessione analogica potrebbero comportare un salasso fraudolento di migliaia di euro. Chiedo agli utenti che mi hanno segnalato il problema la gentilezza di avvisarmi nel caso esso dovesse persistere anche dopo le modifiche. Grazie.

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CHE CI SIAMO PERSI

by Gianluca Freda (16/04/2008 - 21:08)

L’OPPIO DEI POPOLI
di Pier Paolo Pasolini
dal Corriere della Sera del 9 dicembre 1973

Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l'adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L'abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la "tolleranza" della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all'organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d'informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno oramai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d'informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l'intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè - come dicevo - i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un "uomo che consuma", ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane. L'antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l'unico fenomeno culturale che "omologava" gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale "omologatore" che è l'edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c'è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s'intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?

No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d'animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i "figli di papà", i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli. Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l'hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l'analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari - umiliati - cancellano nella loro carta d'identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di "studente". Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piccolo borghese, nell'adeguarsi al modello "televisivo" - che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale - diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio "uomo" che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali. La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto "mezzo tecnico", ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c'è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l'aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l'anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l'ha scalfita, ma l'ha lacerata, violata, bruttata per sempre.

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