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Categorie Letteratura e Spettacolo

CINEMA PER RITARDATI

by Gianluca Freda (27/09/2009 - 13:56)


FORREST GUMP E JEAN SEBERG
La propaganda di Hollywood a beneficio dell’immagine USA

di John Kleeves
dal sito sitoaurora.altervista.org
(l’articolo è stato scritto nel 1999!)

 

Due premesse:

La prima è la mia solita: io sostengo che la filmografia statunitense ("Hollywood") è una filmografia di Stato, controllata sin nei dettagli dalla United States Information Agency (USIA), un'Agenzia federale pubblica nell'esistenza ma segreta nell'operatività (come la CIA) istituita nel 1953 allo scopo di creare nel pubblico internazionale una precisa ancorché falsa immagine degli Stati Uniti.

L'Agenzia, che non si occupa solo di Hollywood, ora conta sui 30.000 dipendenti ed ha sede al 301 IV South West Street di Washington; il direttore si chiama Joseph Duffey. Il fatto che i critici cinematografici di professione abbiano mancato di notare tale collegamento dipende dalla loro visuale limitata, e da una acquiescenza con la Grande Potenza che ha fatto loro reprimere - più o meno consciamente - quei sospetti sull'indipendenza di Hollywood che sicuramente spesso gli affioravano in mente (non si fa carriera nei media italiani dicendo verità sgradite agli Stati Uniti). Io dunque analizzo i film di Hollywood per mostrare al pubblico gli elementi di propaganda politica e culturale di cui sono stati caricati dall'USIA.

Mi pare la prima cosa che si debba dire di questi film. La seconda premessa è una rapida biografia di Jean Seberg, necessaria perché pochi ricordano questa attrice eppure grande diva degli anni Sessanta. La Seberg nacque il 13 novembre 1938 a Marshalltown (Iowa). Giovane bellissima e assai fine, che portava i capelli biondi tagliati un po' corti, debuttò nel 1957 con Saint Joan (Santa Giovanna) di O. Preminger e quindi lavorò regolarmente.

Fra gli altri film ricordiamo Bonjour Tristesse (Idem, 1958) sempre di Preminger; The Mouse That Roared (Il ruggito del topo, 1958) di J. Arnold, con P. Sellers; A bout de souffle (Fino all'ultimo respiro, 1960) di J.L. Godard, con J.P. Belmondo; A Fine Madness (Una splendida canaglia, 1967) di I. Kershner, con S. Connery; Pendulum (Idem, 1969) di G. Schaefer, con G. Peppard. Per la fine dei Sessanta era una diva conclamata, al livello di Jane Fonda, e arrivò all'apice nel 1970, quando uscirono ben quattro film che la vedevano protagonista: il grande successo Airport (Idem) di G. Seaton, con B. Lancaster, D. Martin, V. Heflin, J. Bisset e G. Kennedy; Paint Your Wagon (La ballata della città senza nome) di J. Logan, con C. Eastwood e L. Marvin; Macho Callaghan (Idem) di B. Kowalski, con L.J. Cobb; e la produzione italiana Ondata di calore di Nelo Risi.

Erano però gli anni del movimento per i diritti civili dei neri e delle Pantere Nere.

L'FBI era stato incaricato dal Congresso di eliminare tali movimenti, usando i mezzi repressivi consueti per il regime statunitense: false accuse giudiziarie; persecuzioni dell'IRS (Internal Revenue Service, il fisco americano) e della DEA (Drug Enforcement Agency, l'antinarcotici); licenziamenti da parte dei datori di lavoro; diffamazioni; omicidi anonimi per strada compiuti da agenti travestiti.

Il programma preparato dall'FBI in merito era stato chiamato COINTELPRO, e in base ad esso erano stati fatti assassinare Malcom X nel 1965 e Martin Luther King nel 1968, mentre entro i primi anni Settanta tutti gli elementi trainanti - per un totale di alcune decine - venivano soppressi con agguati in strada (Huey Newton sfuggì sino al 1983, quando fu ucciso a Los Angeles; Abbie Hofmann riparò all'estero ma nel 1989 tornò e fu ucciso con una iniezione che provoca un arresto cardiaco senza lasciare tracce; Bobby Seale fu incarcerato sino al 1997; Ira Einhorn, latitante all'estero dal 1979 perché accusato di aver ucciso la sua ragazza Holly Maddox, uccisa invece si sa da chi, è stato fermato in Francia nel gennaio del 1999 e attende l'esame della richiesta di estradizione degli Stati Uniti) [E’ stato poi condannato all’ergastolo per l’uccisione della Maddox, uccisa in realtà da agenti della CIA che volevano incriminarlo, come inutilmente sostenuto dalla difesa nel corso del processo, NdR].

La tecnica della diffamazione veniva usata con larghezza.

Nel 1967 il produttore Robert Maheu fabbricò per conto dell'FBI, di cui era informatore abituale, uno spezzone porno apparentemente ripreso da una telecamera nascosta, dove protagonista era un sosia di King. Si era trattato di una operazione del tutto analoga a quella compiuta nel 1957 nei confronti del presidente dell'Indonesia Sukarno, sempre realizzata tramite Maheu. Anche la cantante Eartha Kitt subì trattamenti del genere nell'ambito di COINTELPRO.

La Seberg in privato era sempre stata simpatizzante del movimento dei neri e raggiunta la grande notorietà nel 1970 pensò di usarla per pubblicizzare la causa.

L'FBI la inserì nelle liste di COINTELPRO, e poco dopo venne da sé una occasione di diffamazione: la Seberg era incinta e al momento adatto l'FBI concertò una campagna di stampa insinuando che il padre era un leader delle Pantere Nere.

Appresa la notizia la Seberg entrò nelle doglie e diede alla luce un bambino prematuro che morì tre giorni dopo, l'8 settembre 1970. La donna, sgomenta per tanta malvagità, non riuscì mai a superare il trauma; tentò subito il suicidio, e di lì in poi avrebbe ripetuto il rito ad ogni anniversario della morte del piccolo. Intanto tutti in America l'avevano abbandonata; nessun produttore poteva offrirle parti, nessuno dei colleghi di ieri - Eastwood, Lancaster, Marvin, Peppard, Connery, Sellers e così via - si azzardò ad offrirle sostegno, anche solo morale.

La Seberg fu portata in Europa, dove alcuni cercarono di aiutarla facendola lavorare. Girò così l'italiano Questa specie d'amore (1971) di A. Bevilacqua, con U. Tognazzi e F. Rey; il francese Kill (1971) di R. Gary, con J. Mason e S. Boyd; lo spagnolo L'altra casa ai margini del bosco (1973) di J.A. Bardem; il francese L'attentato (1973) di Y. Boisset, con J.L. Trintignant, M. Piccoli, P. Noiret, G.M. Volontè; il nominalmente anglo-americano Il gatto e il topo (1974) di D. Petrie, prodotto per la TV dall'amica Aida Young; il francese Prossima apertura casa di piacere (1974) di D. Berry. Il suo ultimo film, il trentesimo della carriera, fu Bianchi cavalli d'agosto (1975) di R. Del Balzo.

L'8 settembre 1979, a Parigi, il suo decimo tentativo riusciva e moriva suicida. Da allora l'USIA ostacolò la riprogrammazione dei suoi film ovunque potè, certo in Italia, perché la gente non doveva focalizzare sulla donna e la sua vicenda. Ecco perché pochi ora ricordano Jean Seberg.

Si può anche notare che Paolo Limiti, un adoratore di Hollywood e delle sue bionde star del passato, nella sua trasmissione su Rete 2 " Ci vediamo in TV " non nomina mai questa attrice.

Siamo pronti per Forrest Gump.

E' un film inquietante e pericolosissimo, perché non solo oltremodo carico di propaganda politica e culturale, ma anche costruito con tecniche subliminali sopraffine e atte a danneggiare.

Racconta la singolare vita di un americano di nome Forrest Gump, semi ritardato e da bambino poliomielitico, cui capita di avere contatti pure fugaci con molti grandi personaggi e di partecipare agli eventi storici nodali del suo tempo. In pratica tramite Forrest si fa una carrellata di trenta anni di storia americana, diciamo dal 1955 al 1985, dandone senza farsi accorgere una valutazione precisa. Il film è del 1994 ed è anche stato trasmesso dalla televisione di Stato italiana, per cui non è necessario dilungarsi sulla trama.

Ecco gli elementi di propaganda intenzionale che sono presenti nel film:

1 - Forrest è descritto come gli USA vorrebbero che il mondo credesse l'americano tipico: forse poco intelligente ma onesto e ben intenzionato, candido sino all'ingenuità; uno che se fa il male lo fa per stupidità o per eccesso di zelo.

E' propaganda culturale, perché l'americano tipico è l'opposto; è astuto, cinico e mal intenzionato, e quando fa il male - pur ridendo, come in genere - sa di farlo. Serve perché gli americani amano fare gli sprovveduti per "non pagare il dazio", come si dice qui: dopo avere compiuto una nefandezza, mettiamo un colpo di Stato o una strage di civili, sono dispostissimi ad attribuirla al loro "zelo anticomunista" forse eccessivo, a "informazioni incomplete o sbagliate", a "bombe intelligenti" che con falsa ritrosia ammettono qualche volta difettose, anche a pura e semplice dabbenaggine.

Tutto pur di non dire: abbiamo sovvertito e abbiamo ucciso perché così avevamo programmato per la nostra convenienza. Non dico che non esistano americani come il Forrest del film. Esistono in verità, e si possono anche prendere a modello per un film. Frank Capra lo ha fatto molte volte. Ma averne inserito uno come protagonista di un film come questo non può che essere una scelta precisa e maliziosa.

2 - Attraverso l'abile montaggio di filmati d'epoca vediamo Forrest in contatto con i presidenti Kennedy, Johnson e Nixon. Ci sono più strati di falsità. Sono presentati come incontri di un uomo comune con il Potere incarnato e così si dice implicitamente che i presidenti americani comandano. I presidenti americani invece non contano proprio niente. Il Potere negli Stati Uniti è detenuto dall'establishment imprenditoriale, in particolare dalle Multinazionali, e il presidente è solo un impiegato incaricato di fare i loro precisi interessi nel mondo, il che è la definizione di sempre della politica estera americana.

Gli Stati Uniti in effetti non sono una repubblica presidenziale; sono una dittatura dell'imprenditoria. Dire o suggerire che i presidenti americani comandano è propaganda. Quindi si presentano i tre presidenti secondo i soliti cliché: Kennedy idealista, democratico, ben intenzionato; Johnson populista, democratico, ben intenzionato; Nixon, disonesto, poco democratico, male intenzionato (e perciò sarebbe stato allontanato dalla carica, e cioè licenziato). Tutto falso: erano dei presidenti americani e perciò erano tutti uguali, tutti dediti a fare gli interessi all'estero dell'establishment, con i soliti metodi spietati.

Kennedy fece uccidere Ngo Din Diem; tentò di fare altrettanto con Castro (per 20 volte secondo quest'ultimo); diede impulso alla sovversione in Indocina; fece preparare l'orrendo programma quadro di manipolazione psicologica di massa che fu chiamato in suo onore CAMELOT (come i media americani chiamavano Kennedy, perché era " nobile " e " senza macchia " come un cavaliere della Tavola Rotonda; il programma The Quartered Man che fu usato dalla CIA per il colpo di Stato in Cile del 1973 faceva parte di CAMELOT).

Johnson fece mettere in scena l'incidente del Golfo del Tonchino e poi iniziò quei bombardamenti di civili in Indocina che alla fine, tirate le somme, avrebbero provocato 6 milioni di morti. Nixon era come loro, giusto meno simpatico, e fu licenziato solo perché aveva sancito la sconfitta nella Guerra del Vietnam.

3 - La sensazione della democraticità del sistema americano pervade tutto il film. Lo fa in maniera indiretta, dandola per talmente scontata da non meritare evidenziazioni. Come detto gli USA non sono affatto una democrazia. Sono un sistema totalitario, che si regge sull'esclusione dal voto di più della metà della popolazione e sulla repressione del dissenso. Sopra l'ho chiamata una dittatura dell'imprenditoria, e dire o suggerire che sono una democrazia è propaganda.

4 - Durante una manifestazione di "hippies" e di neri a Washington un uomo un po' anziano e in divisa stacca goffamente la spina del megafono dell'oratore di turno.

E' una inserzione di propaganda subliminale: suggerisce che eventuali boicottaggi alle manifestazioni progressiste degli anni Sessanta - dei pacifisti, dei figli dei fiori, dei neri - furono dovute ad iniziative estemporanee e personali di singoli benpensanti, sia pure magari appartenenti a qualche corpo statale o federale. Noi abbiamo invece avuto modo di vedere a proposito del movimento per i diritti civili dei neri che si trattò di ben altro, che si trattò di una repressione ufficiale, e violentissima benché surrettizia, ordinata dal Congresso.

5 - Nel film i movimenti degli hippies pacifisti e dei neri per i diritti civili sono potentemente diffamati. I loro happenings sono disordine, schiamazzi, ubriachezza, droga e intemperanze sessuali. Non è certo la parte "buona" dell'America. La parte buona è evidenziata da Forrest, che casualmente capita in una di queste manifestazioni vestito in alta uniforme (è in licenza dal Vietnam, dove faceva il suo dovere; mantiene la divisa perché - ci suggerisce la regia - ne è orgoglioso).

E' proposto un party delle Pantere Nere, cui partecipa Jenny, l'amata di Forrest: alcool e droga e tutto il resto. Un giovane presentato come comunista, segretario della tal cellula, picchia senza apparente motivo Jenny; si sa come sono i comunisti. La salva Forrest, nella sua divisa. Non sono le opinioni del regista o dei produttori; è la propaganda dell'USIA.

6 - L'USIA ha stabilito nel 1978 con molta precisione come Hollywood deve rappresentare la guerra del Vietnam, sia dal punto di vista politico che militare tecnico. Non posso dilungarmi e mi limito all'essenziale. Politicamente va detto, o dato per sottinteso, che gli USA intervennero per difendere il Sud dalla minaccia comunista. Dal punto di vista militare non andavano assolutamente mostrati i bombardamenti di civili e tutta la guerra andava ridotta a una guerriglia nella foresta, con piccole pattuglie americane che si difendevano da proditori attacchi di elementi non in divisa. Panzane naturalmente, propaganda.

Gli USA intervennero per assicurare alle loro Multinazionali le risorse del paese e dell'Indocina tutta; interessavano particolarmente le foreste di alberi della gomma, buoni per fare i pneumatici. I bombardamenti di civili erano quotidiani, e così per anni. E la guerra fu una classica guerra moderna, risolta non dai guerriglieri Viet Cong ma dalle artiglierie e dalle divisioni corazzate, meccanizzate e di fanteria dell'esercito regolare del Vietnam del Nord.

E' importante invece fare credere che si sia trattato unicamente di guerriglia: si giustifica in qualche modo l'esito del conflitto. Invece ammettere una guerra "regolare" rivelerebbe una verità che gli USA vogliono nascondere a ogni costo: la congenita e stupefacente debolezza delle loro forze di terra, che non sono in grado di battere nessun avversario, praticamente (nel 1968, l'anno dell'offensiva del Tet, quando i carri armati nord vietnamiti giunsero a Saigon, 540.000 equipaggiatissimi soldati americani appartenenti a 51 divisioni, appoggiati da una potentissima aviazione e serviti da 850.000 ascari sud vietnamiti, avevano a che fare con il seguente avversario: 87.400 regolari nord vietnamiti ripartiti in 10 divisioni, 56.000 Viet Cong, altri 69.000 guerriglieri sciolti, e 50.800 elementi non combattenti addetti a trasporti, sanità, propaganda e così via). Forrest va alla guerra in Vietnam e le sue vicende concordano con la versione USIA, come per tutti gli altri film di Hollywood è ovvio.

Non si parla dei motivi della guerra, ma se ci fosse stato qualcosa di losco l'intelligente e democratico tenente Dan lo avrebbe detto, no?

Quindi il combattimento cui partecipa Forrest è tipico di quanto prescritto dall'USIA: la sua pattuglia cade in una imboscata di guerriglieri. Di carri armati nord vietnamiti che avanzano in file serrate e di carri armati americani abbandonati dagli equipaggi in fuga non c'è traccia.

7 - A parte come un cammeo va trattata una scena di Forrest in Vietnam. In una sequenza di pochi secondi si vede la pattuglia di Forrest avanzare in perlustrazione col fucile spianato in una risaia, fra i contadini sud vietnamiti che rimangono chini a lavorare sulle loro piantine tranquilli, come se niente fosse. E' una scena di propaganda subliminale. Sembra innocua e invece trasmette un messaggio preciso: che i contadini sud vietnamiti - e i sud vietnamiti in generale - si fidavano degli americani, li consideravano alleati e amici.

Una falsità: i sud vietnamiti, e i contadini in particolare, erano terrorizzati dai soldati americani. Basti ricordare l'episodio di My Lai, una frazione del grosso villaggio sud vietnamita di Song My, dove nel novembre del 1968 la Compagnia "Charlie" dell'Americal Division sterminò tutti gli abitanti perché nei pressi erano attivi guerriglieri Viet Cong; le vittime furono 500, ed erano vecchi, donne e bambini perché gli uomini erano alla pesca. Esiste un filmato dell'operazione, girato da uno dei soldati americani. Da notare che Hollywood non ha mai tratto un film da tale episodio, che pure si presterebbe.

8 - Analoga la scena in cui il reduce tenente Dan presenta la nuova moglie a Forrest: nel doppiaggio italiano è definita una latino americana, ma ha tratti somatici indocinesi, addirittura vietnamiti (messaggio subliminale: i vietnamiti non ci tengono rancore, perché non abbiamo fatto loro nulla di male). Probabilmente, poi, nell'originale inglese la donna è proprio definita " vietnamita " e così è il doppiaggio nei paesi meno evoluti.

9 - Una sottile propaganda culturale è propinata da Forrest podista. Forrest corre a piedi per gli States senza mai dire nulla. La gente pensa che abbia un qualche messaggio da comunicare e diversi giovani cominciano a trotterellargli dietro in attesa. Dopo tre anni e due mesi Forrest finalmente si ferma ed i giovani pendono dalle sue labbra, ma lui dice: "Sono un po' stanchino. Penso che tornerò a casa".

E' una irrisione per coloro che attendono qualcosa dai pensatori, dagli ideologi, da tutti quelli che non ritengono soddisfacente il sistema americano e continuano a cercare. Per l'USIA il sistema americano è perfetto e chi spera di trovare alternative è un illuso. Occorre ricordare che un funzionario dell'USIA - uomini e donne culturalmente preparatissimi, veri intellettuali di regime - partecipa alla messa a punto finale della sceneggiatura di ogni film di Hollywood.

10 - Nel film c'è un chiaro elogio del capitalismo americano. Dopo il Vietnam, Forrest e il tenente Dan, uno semi ritardato e l'altro senza gambe, diventano miliardari con la Bubba Shrimp Company. Messaggio subliminale: sono due meritevoli e il sistema - che è giusto - immancabilmente li premia, sia pure dopo averli fatti penare un po'. Si fa di più. Si suggerisce infatti - sempre per via subliminale - che è Dio stesso a guidare tale sistema: provoca una tempesta che elimina la flotta peschereccia della concorrenza.

E' l'idea fondamentale del Calvinismo, la religione americana: Dio fa arricchire i meritevoli, o gli insondabilmente prediletti, e manda a ramengo gli altri. Segue un po' di propaganda subliminale a favore della Apple Computers: Forrest e il tenente Dan arricchiscono ulteriormente investendo in azioni di questa Multinazionale, che diventa veicolo di positività e quindi positiva anch'essa.

Diventati capitalisti consolidati i due fanno beneficenza: donano alla parrocchia Protestante locale, alla madre dell'amico nero Bubba morto in Vietnam, e fondano un ospedale a Bayoula, il paesino di pescatori di gamberi rovinati dalla tempesta divina. Nella vicenda è contenuta - di nuovo per via subliminale - una diffamazione dei neri: i pescatori di gamberi di Bayoula (paesino della Louisiana nel delta del Mississippi) sono tutti neri e sempre stati in miseria ma ecco, arrivano due bianchi a fare il loro mestiere e diventano miliardari.

11 - Come si vede il film fa grande uso delle tecniche subliminali per convogliare propaganda. Evidentemente un esperto in materia ha collaborato alla realizzazione dell'opera. Una tecnica subliminale sopraffina in effetti è anche usata per la "normale" costruzione della vicenda. Forrest ha una vita punteggiata da contatti personali, pure fugaci, con grandi personaggi pubblici: conosce Elvis Presley (cui addirittura ispira le caratteristiche movenze); incontra i presidenti John Kennedy, Lyndon Johnson e Richard Nixon (e ne innesca la caduta); partecipa casualmente ad una intervista televisiva di John Lennon; assiste all'attentato al governatore Wallace.

Occorre in qualche modo rendere verosimile tale sequela di eventi pubblici e si ricorre ad altri collegamenti più sotterranei, che riguardano accettabili concatenazioni di eventi sul piano privato e predispongono ad accettare anche quelle a livello pubblico. Il filo conduttore sono gli arti inferiori del corpo umano. Forrest bambino guarisce dalla poliomielite e diventa valido maratoneta. In Vietnam il tenente Dan lo ammonisce come prima cosa a tenere i piedi asciutti (le risaie).

Lo stesso tenente Dan perde proprio le gambe. Il collegamento con la sfera pubblica avviene col governatore Wallace, rimasto paralizzato nell'attentato, e su di una sedia a rotelle come il tenente Dan. Il tenente Dan alla fine cammina con delle protesi che richiamano gli apparecchi portati da Forrest bambino.

12 - E vengo al motivo per cui ho inserito nelle premesse una biografia di Jean Seberg. Perché la figura di Jenny Curran, l'amata di Forrest, è stata costruita in modo da evocare proprio lei. La vicenda di Jenny non è esattamente uguale a quella della Seberg, perché sarebbe troppo scoperto, e quindi inefficace se non controproducente (non sarebbe un'operazione subliminale...).

I punti di contatto però sono molti e qualificanti. Chi è la Jenny proposta nel film? E' una giovane bionda e bella, sensibile e con propensioni artistiche, tendenzialmente una brava ragazza. Si mette però con gli hippies e i contestatori, e in particolare frequenta le Pantere Nere. Finisce così nella promiscuità e nella droga, e contrae l'AIDS. L'idea del suicidio comincia a farsi strada nella sua mente (la passeggiata sul balcone del grattacielo). Partorisce da single un figlio, che è di Forrest. Dopo qualche anno sposa Forrest e quindi muore.

I collegamenti sono: la collocazione temporale negli anni Sessanta/Settanta; il nome "Jenny" analogo a "Jean "; la somiglianza fisica di Jenny con la Seberg; le sue propensioni artistiche; la sua frequentazione delle Pantere Nere; il tema del suicidio; la gravidanza, e da single; la durata annosa di una angosciosa parabola conclusa con la morte. Questi collegamenti nel subconscio dello spettatore che in un angolo della memoria conserva qualche vaga nozione di Jean Seberg e della sua vicenda provocano con sicurezza l'identificazione, anche se a livello di coscienza non se ne accorge.

Perché è stata compiuta tale operazione?

L'obiettivo propagandistico del film è di proporre gli anni Sessanta/Settanta americani nel senso voluto dal regime; di riabilitarli. Se ci pensiamo sono gli anni peggiori per l'immagine americana dell'intero Novecento: movimento dei diritti civili e sua repressione; contestazione giovanile e sua repressione; Pantere Nere e loro sterminio; guerra del Vietnam e relative bibliche stragi di innocenti.

La vicenda di Jean Seberg fu all'epoca un avvenimento clamoroso, e negativo per il regime quasi come quelli accennati: era opportuno, dato che si facesse un film per riabilitare tutto il periodo, riabilitare anche gli aguzzini della Seberg.

Il personaggio di Jenny infatti riabilita il regime tramite la diffamazione che opera della Seberg. Il subconscio di quegli spettatori in cui si è verificata l'identificazione ragiona con la cieca meccanica che gli è propria: se Jenny è la Seberg allora la Seberg finì male perché con hippies e Pantere Nere imparò la droga e la promiscuità e di lì la disperazione e la gravidanza e il suicidio; non sapevo che avesse anche l'AIDS ma sì, può darsi.

La Seberg è diventata così un personaggio negativo, e se ebbe degli aguzzini questi non furono poi così inescusabili. Il lavorio del subconscio come si sa ha effetti a livello della coscienza (è per questo che l'USIA ricorre così spesso alla tecnica subliminale). Molti lettori italiani potranno obiettare di non aver mai sentito parlare di Jean Seberg. Può darsi, ma altri sì. Ci sono paesi poi dove la vicenda della Seberg ebbe eco maggiore che in Italia, inducendo strascichi più lunghi nella memoria. In Francia ad esempio, e senz'altro negli Stati Uniti; non tutti i critici cinematografici europei inoltre sono come quelli italiani, o come Paolo Limiti. L'USIA quando manipola sceneggiature non pensa solo all'Italia; pensa al mondo.

Povera Jean Seberg. Le diffamazioni dell'FBI l'uccisero. Ora anche le diffamazioni di Hollywood, sulla sua tomba.

Il personaggio di Jenny in Forrest Gump costituisce la prova provata, inoppugnabile, delle interferenze del governo statunitense nei prodotti finiti di Hollywood. In questo caso infatti è esclusa ogni altra ipotesi. Non può essersi trattato delle opinioni personali del regista o dei produttori: che interesse potevano avere Zemeckis, Tisch, Starkey o Finerman a falsificare, e in tale modo subliminale e premeditato - da specialisti della propaganda - la vicenda di Jean Seberg?

Solo l'USIA, per conto del governo statunitense, poteva avere interesse in una tale operazione. E' la prima volta nella storia di Hollywood che l'attività dell'USIA viene dimostrata. Ciò è stato dovuto a un colpo di fortuna nostro: lo specialista in tecniche subliminali dell'USIA che ha lavorato sul film era troppo bravo ed ha ecceduto nei virtuosismi.

Lo stesso personaggio di Jenny in Forrest Gump rappresenta anche la sentenza più definitiva per i critici cinematografici non solo italiani, ma anche europei: era un messaggio in codice diretto all'inconscio degli spettatori e non l'hanno afferrato. Spero abbiano imparato cosa sono davvero i film di Hollywood.

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PERCHE' NON SIETE VOI DEL MONDO SPERSI?

by Gianluca Freda (31/07/2009 - 02:15)


DANTE’S INFERNO: LA PROVA VIVENTE CHE L’AMERICA FA SCHIFO

di Michel Giovannini

dal sito www.migio.com

 

Gli americani amano la cultura "classica" poiché loro non la hanno; il timido e violento affacciarsi degli americani nella storia della nostra Europa e, soprattutto, della nostra Italia, potrebbe essere visto positivamente se fatto con rispetto (rispetto dovuto a popoli che teorizzavano il concetto di Stato quando le loro teorizzazioni nemmeno esistevano), ma non è così[1].

Un esempio di poco rispetto: gli americani sono terribilmente affascinati dall'impero romano, non per amore dell'idea posta alla base della coercitiva volontà di educazione barbarica (relativa), bensì perché si riconoscono in Roma e nel suo antico e "legittimo" potere mondiale. La loro società però, diversamente da quella europea, è drammaticamente ignorante e non riesce a prendere le cose per quel che sono ma ha bisogno di distorcerle per piegarle a favore di coscienza (un anno di abbonamento Sky mi ha fatto capire ciò... History Channel è sorprendente per quanto distorce la realtà e per quanto propagandistico sia). Sia ben chiaro però, mai, e dico mai, ho dubitato della pochezza culturale americana: tralasciando la loro stessa costituzione, edificata sul pensiero di Montesquieu (non quindi un loro colono illuminato; la figura di George Washington - loro massimo campione intellettuale - è patetica quanto il nostrano Pierino), la cosa che più mi innervosisce è il sapere che tutto il loro strapotere tecnologico derivi direttamente dalla tecnologia tedesca rubata al termine della guerra nel 1945 (leggetevi cos'è l'operazione Paperclip). No, no, non son qui, adesso, a parlare di tediosa storia, invero, finché giocano a fare i fighi rubando le idee spacciandole per proprie - in un certo senso -, la cosa non mi tange, ma che possano permettersi di rubare la nostra letteratura... no, questo non lo accetto.

L'ultima e forse la più pessimissima caduta di stile a stelle e strisce ha offeso me come nemmeno puttanopoli ha fatto: affascinati dalla cultura europea si sono permessi di prendere la Divina Commedia e di farla film[2] e, non paghi, pure un videogioco[3].

Quando ho letto la notizia del film, inizialmente, mi sono sentito "felice", perché immaginavo una trasposizione fedele del libro più bello del mondo (storcendo però il naso immaginando l'interpretazione americana di un libro unico e di impossibile traduzione efficace - vuole così colà dove si puote ciò che si vuole -). Ieri sera, finalmente, mi sono trovato per le mani il DVD di Sean Meredith (regista) e ho iniziato a guardarlo. Che cos'è dunque Dante's Inferno? È semplicemente l'opera di Dante adattata per la visione di un pubblico di dodicenni: conserva il "protagonista", l'ambientazione in "gironi" e, in un certo senso (molto ma molto lato), la trama generale.

 






 

n.b. le immagini sopra, semi-fedeli, non rendono bene lo scempio di un inferno metropolitano, popolato di barboni e battone; il quadro d'insieme è molto più sconfortevole e sconcertante.

I testi, ovviamente, non sono stati considerati fedelmente, anzi, diciamo proprio che non sono stati considerati (dubito abbiano avuto l'accortezza d'imparicchiare l'italiano e di leggerla, o almeno di provarci, in lingua madre), invero, "Dante" bestemmia e usa il torpiloquio. Poco male, Dante non deve andare al paradiso passando per l'Inferno cattolico, bensì deve passare per l'inferno di Los Angeles e sfilare le trasfigurazioni del contrappasso applicato a Ronald Reagan, Strom Thurmond, Condoleeza Rice, etc. Per gli americani, abituati all'eroinomane Warhol e ai suoi fagioli del cazzo, questa è arte... come se io prendessi Romeo e Giulietta e ne facessi un film, ambientandolo però nel presente y0! y0! (sono sarcastico, pure quello hanno fatto[4]!)

Il "film" è patetico, agli occhi di uno che adora la Divina Commedia, ma nonostante la sua palese pateticità, la critica (americana ovviamente) lo ha recensito bene. Ovunque "il film" ha raggiunto la sufficienza, e su IMdB si è beccato addirittura il voto di 6.8/10 (lo stesso voto del capolavoro italico, sempre da loro giudicato ma ovviamente in difetto, Fascisti su Marte).

Gli americani mi fanno schifo, non lo nascondo; li detesto per quel che sono e benché non mi sia quasi mai permesso di giudicarli (negativamente) per come sono, nel senso che non li ho mai criticati nell'arte, nella letteratura, nella musica, insomma, non ho mai criticato "il loro modo di vivere" (che non è, per saviezza, Iraq, Coca Cola e Bin Laden), alla fine mi ci hanno costretto! Oggi posso dire di odiarli a tutto tondo: sono un popolo culturalmente inferiore, sul baratro del declino, che come parassiti, senza alcuna reale autosufficienza intellettuale[5], dopo aver applaudito un filmetto per imbecilli si preparano a comprare Dante's Inferno (la fantasia nei nomi chiarisce la loro ignoranza) il videogioco (non ancora uscito; vi indico però copertina lasciandovi giudicare - a tutto tondo - questo popolino patetico).


 

Lo so che dovrei fare, come disse il buon Virgilio - di lor non ti curare, guarda e passa -, ma proprio non ci riesco... è più forte di me... sono un debole... mi fanno troppa pena.

[1] non mi riferisco al "sangue americano"; invero gli americani sono europei. Mi riferisco alla diversa evoluzione sociale, temporalmente diversa.

[2] http://www.dantefilm.com/

[3] http://www.electronicarts.it/games/16510,xbox360/

[4] http://it.wikipedia.org/wiki/Romeo_%2B_Giulietta_di_William_Shakespeare

[5] sempre non si considerino film come Pearl Harbour, Armageddon o Venerdì 13 come capolavori

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THEY DON'T CARE ABOUT US

by Gianluca Freda (23/07/2009 - 23:03)


MICHAEL JACKSON CHI??

di Mark Glenn

dal sito The Ugly Truth

traduzione di Gianluca Freda

 

Per quanto folle possa sembrare, nel recente uragano mediatico delle ultime settimane la domanda “Michael Jackson chi??” è esattamente quella che la gente di tutto il mondo – non milioni, ma MILIARDI di persone – si sarebbe posta se certe notizie fossero state fornite in modo differente. Storie così impressionanti sul piano politico ed emotivo che non solo avrebbero fatto passare in secondo piano le notizie relative alla dipartita del Re del Pop, ma avrebbero probabilmente provocato perfino la mobilitazione della forza militare delle nazioni più potenti del mondo per rimettere a posto le cose.

Purtroppo, per quanto queste notizie fossero (siano) così politicamente rilevanti, il loro guaio era che non contenevano gli “ingredienti magici” necessari per renderle notizie di successo. “Ingredienti magici” è naturalmente un eufemismo che serve a indicare quegli pseudo-eventi e quelle vicende simboliche utili a sostenere la causa dei criminali interessi ebraici e, nello specifico, il quartier generale di tali interessi, Israele. Visto che da queste notizie non c’era nulla da mettersi in tasca, esse sono state grossolanamente e totalmente ignorate, come se non fossero mai avvenute, e il mondo è stato invece investito da un monsone di notizie minuto per minuto riguardanti la morte di Michael Jackson, l’ultimo dei cadaveri ad affiorare in quella fogna di inaudita depravazione morale che è la Hollywood giudaica.

Il primo scoop che avrebbe dovuto monopolizzare per giorni e giorni le prime pagine (se una parte dei suoi parametri fossero stati differenti) e che avrebbe senza dubbio prodotto una reazione militare degli USA contro le nazioni o i gruppi implicati è naturalmente l’aggressione alla Spirit of Humanity. Mentre navigava in acque internazionali, la Spirit of Humanity – una nave civile carica di aiuti umanitari e diretta verso quello che è diventato ormai l’ultimo degli altari sacrificali per gli omicidi rituali ebraici, Gaza – è stata abbordata da imbarcazioni militari israeliane nel cuore della notte e assalita da uomini armati a volto coperto, in uno scenario non dissimile da quello delle rapine al treno dei desperados del Far West. L’aggressione, oltre a essere avvenuta in acque internazionali (il che la rende per definizione un atto di pirateria), si è conclusa con il rapimento di un ex membro del Congresso americano, la deputata Cynthia McKinney, che è stata gettata in una prigione israeliana e trattenuta lì per tutto il weekend del 4 di luglio, quello stesso weekend in cui gli americani festeggiano la loro “liberazione” da un’ostile e rapace potenza straniera.

Chiunque dubiti che un’azione del genere, se compiuta da qualsiasi altro gruppo di pirati dedito ad attività similari, avrebbe ottenuto un’assordante, accecante, obnubilante copertura mediatica, non ha che da compiere un passo indietro nel tempo fino a poche settimane fa, alla copertura minuto per minuto della vicenda dei pirati somali e alla reazione dello Zio Sam contro di essi e i loro crimini in alto mare. Per giorni e giorni tale vicenda non fu semplicemente una notizia, ma LA notizia, con tanto di gran finale: il recupero della nave sequestrata da parte di un gruppo di Navy Seals, che eliminarono i pirati uno per uno con i proiettili ben piazzati dei loro fucili di precisione.

Considerando questo, non è dunque difficile immaginare cosa sarebbe successo se la Spirit of Humanity fosse stata sequestrata da “altri” gruppi mediorientali, quali Hamas o Hezbollah, o anche se si fosse trattato di un’azione ufficiale da parte di nazioni mediorientali quali Libia, Siria o Iran. Il Presidente, il Portavoce della Camera, il Leader della Maggioranza al Senato, e tutti gli altri Tom, Dick e Harry fino al portinaio della Casa Bianca, sarebbero sfilati uno dopo l’altro di fronte alle telecamere dei TG. Luci... Camera... AZIONE! e con i pugni sollevati, le vene della fronte pulsanti, le labbra tremanti e gli occhi annebbiati di lacrime, tutti gli individui sul libro paga degli interessi criminali giudaici avrebbero definito la situazione per ciò che era: un atto di pirateria contro una spedizione umanitaria e un sequestro di persona perpetrato ai danni di un ex membro del Congresso americano. Prima che i singhiozzi si affievolissero sarebbero partiti i jet militari, sarebbero piovute le bombe e i criminali responsabili di un atto del genere sarebbero divenuti un monito di ciò che accade quando le persone sbagliate se la prendono con la gente sbagliata.

Invece, il rapimento di una ex deputata del Congresso USA che portava aiuti umanitari ai cristiani e musulmani di Palestina, assediati a Gaza, ha ricevuto tanta copertura mediatica quanto l’arresto dei 5 agenti del Mossad che l’11 settembre furono visti esultare,da alcuni testimoni, mentre crollavano le Twin Towers. Forse i membri del popolo auto-eletto che decidono ciò che deve essere riportato sui media non volevano che si ripetesse ciò che accadde l’ultima volta che questa assai loquace deputata si trovò di fronte alle telecamere americane in seguito ad un incidente analogo, nel quale gli stessi pirati con accento ebraico avevano tentato di impedire a lei e ai suoi compagni di portare aiuti umanitari a Gaza, speronando la sua nave e cercando di farla affondare: la signora menzionò allora il deliberato attacco israeliano contro la USS Liberty, avvenuto 42 anni or sono, che provocò la morte di 34 marinai americani.

A ribadire quanto, di questi tempi, la coda agiti il cane, gli Stati Uniti – perfino con il loro neoeletto presidente nero, liberale e democratico – non hanno alzato un dito né aggrottato un sopracciglio di fronte al fatto che una cittadina americana, nonché afroamericana, liberal-democratica ed ex membro della Camera dei Rappresentanti, fosse stata catturata e trattenuta contro la sua volontà da una potenza straniera operante al di fuori del diritto internazionale. Al contrario, altri membri dell’equipaggio della Spirit of Humanity, provenienti da paesi quali Inghilterra e Irlanda, hanno ricevuto la visita di funzionari dei rispettivi consolati che si sono dati da fare per la loro liberazione.

L’altra importante notizia, che in occasione diversa sarebbe stata gonfiata fino alle dimensioni di un dirigibile della Goodyear, è quella dell’omicidio in un tribunale tedesco della 32enne Marwa el-Sherbini, farmacista, moglie e incinta di tre mesi del suo secondo bambino. Il suo assalitore (indicato solo come “Alex W” nella scarsa copertura mediatica che la notizia ha ricevuto) viene descritto come un agente di cambio russo che l’avrebbe pugnalata 18 volte urlandole parole palesemente razziste come “terrorista” e “troia musulmana”. All’aggressore è stato consentito di proseguire per 8 minuti prima che il giudice del tribunale decidesse che “il troppo è troppo” e facesse intervenire un agente armato per fermarlo. Insieme alla donna, è rimasto ferito anche il marito (che si è pure beccato un proiettile dall’agente tedesco) e l’altro figlio.

Il motivo della furia di “Alex W” sta nel fatto che la donna era musulmana e aveva deciso di indossare il velo. Curiosamente il cognome dell’omicida non è stato reso pubblico nelle poche informazioni fornite su questo palese delitto di stampo razzista. Considerati i parametri consueti, è abbastanza comprensibile che alcuni individui più curiosi della media si pongano, su questa ovvia lacuna dell’informazione, domande quali: Weinstein? Wolfowitz? Wiener? Wiesel?

Naturalmente, se fosse stata una donna ebrea ad essere pugnalata a morte in un tribunale tedesco, ci sarebbero state prime pagine dei giornali dedicate alla vicenda per dio sa quanto tempo. Il fatto che l’aggressione fosse avvenuta in Germania avrebbe implicato che ULTERIORI risarcimenti per l’olocausto sarebbero andati ad aggiungersi ai miliardi che già vengono serviti ai parassiti che vivono sulla costa orientale del Mediterraneo, il tribunale sarebbe stato demolito coi bulldozer e la costruzione di un nuovo museo dell’olocausto in sua vece sarebbe iniziata prima ancora che i funerali della donna avessero luogo.

Invece, nel momento in cui scrivo, i vari cani da guardia ebrei che riempiono il mondo con l’inquinamento acustico dei loro latrati sugli imperdonabili peccati dell’intolleranza e del razzismo, non hanno avuto – sorpresa, sorpresa – niente da dire su questa vicenda. Un esame degli articoli pubblicati sulla homepage del sito della Anti-Defamation League (sì, proprio la stessa ADL che ha per slogan “Fermare la diffamazione del popolo ebraico e garantire giustizia ed equità per tutti”) rivela dove risiedano le vere preoccupazioni dell’organizzazione: “Il gruppo anti-israeliano della Nazioni Unite deve essere smantellato...”, “Antisemitismo globale: incidenti del 2009”, e poi il più bello di tutti: “Estremisti musulmani d’America: una minaccia crescente per gli ebrei”. L’attuale vicenda riporta alla mente un episodio accaduto alcuni anni fa, quando Julian Soufrir, ebreo francese emigrato in Israele, uccise a coltellate un tassista arabo (padre di 3 bambini), dichiarando che aveva voglia “di uccidere un arabo”, senza che la notizia venisse minimamente riportata dalla ADL, dal Southern Poverty Law Center o dal Simon Wiesenthal Center. Proprio come si guardano bene dal riferire e dal condannare i quotidiani attacchi razzisti, verbali e fisici, compiuti dagli ebrei contro i non-ebrei, tanto in Israele quanto all’estero, il mondo può stare sicuro che la ADL e le sue brutte sorellastre si mostreranno tanto interessate a riferire e condannare questo ennesimo crimine razzista quanto il re del porno Larry Flint avrebbe apprezzato un inasprimento delle norme sul pubblico decoro.

Le stesse notizie fornite sulla morte di Jackson rivelano un certo carattere selettivo dell’informazione mediatica occidentale dominata dagli interessi ebraici. Fra tutti i discorsi sulle sue chirurgie plastiche, sui suoi figli e su ogni altra trivialità riguardante la sua morte, nessuno ha menzionato le opinioni al vetriolo che Jackson aveva espresso sul mondo dello spettacolo governato dagli ebrei che lo aveva, in ogni senso possibile, derubato della sua infanzia e ridotto a una specie di fenomeno da baraccone. Nessuna menzione della sua definizione degli ebrei come “succhiasangue”, della sua conversione all’Islam e delle sue simpatie per la causa dei musulmani di tutto il mondo, sottoposti ad un processo di lento sterminio ad opera degli interessi ebraici. Nessuna menzione delle centinaia di milioni che doveva ai banchieri ebrei, né del fatto che gli investigatori della Centrale Antidroga degli Stati Uniti hanno contattato la compagnia israeliana Teva Pharmaceuticals – che produce il potente anestetico Propofol – nel corso delle loro indagini sulla morte di Jackson.

Tenendo presenti questi fatti, è davvero del tutto fuori dal mondo domandarsi se Jackson non stesse per caso progettando qualche intervento “politico” per il suo imminente tour mondiale? Stava forse progettando di portare sotto i riflettori la sofferenza dei musulmani – e soprattutto dei palestinesi – e di fare del razzismo degli ebrei e del potere che essi esercitano sulle questioni politiche del mondo un elemento centrale del messaggio del suo tour?

Di sicuro ci sarebbero state persone, persone molto potenti, che avrebbero rischiato di perdere troppo da una simile situazione, soprattutto in giorni come questi, in cui lo stato ebraico ha bisogno di più chirurgia estetica di quanta Dio stesso sia in grado di fornire.

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CRONACHE DI GOTHAM

by Gianluca Freda (20/08/2008 - 02:31)


“E’ il momento disperato in cui si scopre che quest’impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina”.
(Italo Calvino, Le città invisibili)

 

Il Cavaliere Oscuro ritorna è il fumetto che tutti, prima o dopo, hanno letto. Anche chi non ama i fumetti (di solito perché non li legge). Anche chi detesta Batman. La prima volta che lessi questo immenso capolavoro (scritto e disegnato da Frank Miller e inchiostrato da Klaus Janson) fu nel gennaio del 1989, sulla rivista Corto Maltese della Rizzoli. La traduzione dall’inglese (piuttosto imprecisa, a dire il vero) era affidata ad un certo Enzo G. Baldoni, collaboratore della Rizzoli e futuro fotografo freelance nelle zone più calde e pericolose del pianeta. Baldoni, all’epoca, conosceva bene l’inglese, ma lo slang non era il suo forte, così che alcune pagine della storia, in cui la malavita di Gotham si esprime nel gergo dei bassifondi, risultavano incomprensibili nella traduzione italiana.

Avevo ventiquattro anni a quell’epoca e l’opera di Miller mi sembrò soltanto la più straordinaria storia a fumetti che avessi mai letto. Non sapevo, non potevo immaginare di avere per le mani una terribile e veridica profezia sul destino dell’occidente; una di quelle profezie maledette che solo la letteratura di alto livello può pronunciare con tanta freddezza e disinvoltura. Probabilmente non lo sapeva nemmeno Frank Miller. L’arte, quando è davvero tale, è un’entità viva e spaventosa che parla da una dimensione oscura ad una sibilla in stato di trance. E’ una Dama non cercata, come la chiama il poeta Giovanni Giudici nel suo saggio omonimo: una tetra signora che viene a trovarti all’improvviso mentre stai pensando ad altro e sa essere tanto più chiara nel vaticinio quanto più sei capace di non offrirle resistenza, di lasciarle parlare la sua lingua senza interloquire, di dissolverti per lasciarti sostituire dalla sua voce.

Nel gennaio 1989 vivevamo in un mondo diverso. L’Unione Sovietica era un gigante di cui nessuno avrebbe potuto prevedere il crollo di lì a pochi mesi. Internet e i telefonini cellulari erano ancora fantascienza. Il lavoro salariato, la scuola, le istituzioni dello Stato esistevano ancora, o almeno così ci sembrava. La guerra era ancora guerra, una bestialità senza aggettivi (“giusta”, “umanitaria”, “di liberazione”, ecc.) su cui nessun politico avrebbe osato compiere esperimenti grammaticali. Frank Miller era ancora uno scrittore di fumetti, un po’ fascista ma geniale. Non il pietoso fanatico che oggi ciancia di patriottismo a stelle e strisce, applaude lo sterminio in Iraq e maledice Osama e Al Qaeda come se fossero realtà tangibili anziché comparse di un ignobile fumetto scritto dalle agenzie di intelligence. E sì che, in materia di personaggi da fumetto, Miller dovrebbe essere un’autorità assoluta.

E’ difficile credere che un’opera così poderosa e densa di significato come Il Cavaliere Oscuro ritorna sia stata scritta da un autore così miope. A meno di supporre, appunto, che l’arte sia una entità che si scrive da sé, quanto più l’autore è disposto a lasciarsi possedere da essa, ad annullarsi – o a rendersi mero utensile amanuense - per lasciarle il posto. Un demone che invade con le proprie visioni chi ha il coraggio di guardarlo negli occhi. Cosa che il Miller di oggi non sembra più in grado di fare.

Nel 1989 l’occidente si apprestava a celebrare il suo trionfo sul comunismo, ad assumere le vesti sacerdotali della Verità Unica governata dal Pensiero Unico; ma il Cavaliere Oscuro – e la Dama Oscura a cui si era votato - arrivavano a guastargli la festa. “Guardate ciò che siete, ciò che diventerete”, sibilavano le muse inquietanti da quelle anatomie sofferenti e contorte, da quelle vignette piene di buio o di luce accecante. Eravamo Gotham City e non lo sapevamo ancora. Una città senza più confini e senza una forma definita, corrotta fino alle fondamenta, governata da politici evanescenti e vigliacchi. Un impero incancrenito in cui domina la notte e il giorno non porta sollievo, ma solo afa insopportabile e apocalittici nubifragi. Una Babilonia devastata dalla boria edilizia, con le torri di cristallo che si elevano sulla miseria degli slum sottostanti. Le Torri Gemelle di Gotham, il bersaglio “due volte più grande” che Due-Facce progetta di far crollare nel primo capitolo, riempiendole di esplosivo. Viene da chiedersi se Miller sia stato più profeta o più ispiratore per i suoi patriottici uomini di governo. Una terra soggiogata dall’idiozia della televisione, che per tutto l’arco del racconto, ossessivamente, interrompe e sostituisce la realtà con la vanvera inconcludente degli anchorman, con le menzogne, con il piagnucoloso politically correct e la frivolezza criminale. Come la giornalista che alla fine, di fronte al fallout di un’esplosione atomica, riesce solo a commentare: “con questo tempo non si sa più cosa mettersi”. Una città che ha visto i suoi eroi vendersi al potere (Superman) o ha annegato nel gossip dei telegiornali quelli che hanno rifiutato di vendersi (Batman). Un reame che, perduti i suoi nemici, ha perso ogni identità. Il comunismo è sul punto di dissolversi e il venir meno della morale ha reso indistinguibili le ragioni dei criminali (i mutanti, il Joker, Due-Facce) da quelle di chi si oppone ai loro crimini. Un impero sull’orlo del conflitto nucleare, assediato dalla guerra e dalla devastazione culturale indotta dai media, su cui sta per calare l’oscurità definitiva, quella del fallout radioattivo. La devastazione culturale dei media reclamerà, di lì a qualche anno, anche le facoltà critiche dell’autore dell’opera, ridotto oggi ad apologeta della dottrina neocon, prosciugato della capacità di giudizio da quello stesso apparato catodico di cui aveva vaticinato gli orrori. L’oscurità della guerra reclamerà, nell’agosto 2004, la vita del primo traduttore italiano del Cavaliere Oscuro, Enzo G. Baldoni, sgozzato in Iraq da una fantomatica cellula fondamentalista islamica di cui nessuno ha più sentito parlare. Si trattò probabilmente un’operazione condotta da corpi di qualche servizio segreto, più o meno deviati, mirante a liberarsi di un giornalista indipendente e intraprendente e ad accreditare l’esistenza dei cattivi da fumetto contro cui oggi Miller lancia i suoi strali. Ma non ci sono più i cattivi e neanche i buoni. Rimane solo il buio di Gotham in cui nulla si distingue, dove l’aria è fredda, la notte muta ed ogni profilo si stempera nell’oscurità.

Un’oscurità che in meno di due decenni è diventata il nostro emblema, l’immagine che vediamo quando pensiamo a noi stessi. Ho letto ieri questa recensione al nuovo film di Batman (Il Cavaliere Oscuro, appunto), in proiezione in questi giorni nelle sale.

L’autore definisce il film “odioso”, scrive che “l'assenza [nel film] di qualsiasi possibile concetto di redenzione per lo spirito umano è impressionante”, inorridisce quando la gente di Gotham “bandisce letteralmente dalla città ogni possibilità di eroismo alla fine della pellicola, dimostrando che merita qualsiasi cosa gli accada, o, aggiungo io, ‘ci accada’". Ha ragione da vendere. Ma gli stessi motivi che lo spingono a detestare la pellicola, inducono me a pensare che si tratti di uno dei film più importanti che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni. A differenza dell’opera a fumetti, il film di Christopher Nolan non ha nulla di profetico. Il cinema, a differenza della letteratura, non è mai stato un buon canale di comunicazione per la Dama non cercata. E’ semplicemente uno specchio in cui vediamo riflessa la nostra immagine, ciò che pensiamo di essere (e dunque: che siamo). L’inferno folle di Gotham che si vede nel film è ciò che pensiamo di noi stessi, del cosiddetto “occidente”, dopo che l’oscurità annunciata vent’anni fa da Miller ha invaso ogni vicolo. Vediamo un mondo in cui la distinzione tra le istituzioni e il mondo criminale si è fatta inesistente, ed è questa immagine che il film di Nolan (la cui sceneggiatura è superlativa) ci restituisce, impietosa. Vediamo le complicità tra i malfattori e coloro che dovrebbero perseguirli, ed è questo che ritroviamo nel nostro specchio di celluloide. Sentiamo sulla pelle l’irrazionalità e malvagità del sistema da cui, tanto tempo fa, ci illudevamo di ottenere protezione, e abbiamo generato, da ciò, un riverbero cinematografico in cui malvagità e  follia vengono riprodotte con un’intensità e uno stile prodigiosi. Sentiamo il bisogno – irrazionale e mistico – di un nuovo “nemico”, qualcuno che acconsenta ad assumere su di sé l’orrore che proviamo per noi stessi, a trasformare il male che sentiamo parte di noi in entità esterna. Un tempo avremmo detto: qualcuno che prenda su di sé i nostri peccati. Ed è questo che Batman fa alla fine del film, assumendo su di sé la responsabilità di tutti i crimini compiuti perché Gotham possa vivere.

Non è colpa di Nolan, né di Miller, né di Batman se abbiamo finito per pensare a noi stessi in questi termini. Quando un impero è prossimo alla fine, c’è sempre una Dama letteraria che viene ad annunciarne la caduta. E c’è sempre un “cavaliere oscuro” che ne rispecchia la putrefazione in atto. Penso al Don Chisciotte di Cervantes, immenso e triste cavaliere del tramonto che incarnava la decadenza di un Impero su cui nessuno avrebbe creduto di vedere il sole tramontare. Oppure al Guillaume d’Orange del Couronnement de Louis, emblema della dissoluzione del sistema feudale, legato da solenne giuramento di fedeltà ad un re ingiusto, incapace e venduto alle ambizioni dei grandi feudatari e del clero secolare.

Il Cavaliere Oscuro è un film “maledetto” non tanto per i decessi, gli arresti e gli incidenti che hanno funestato il suo cast, ma perché è il compimento di una maledizione lanciata vent’anni fa contro l’occidente dall’omonima opera a fumetti. Una maledizione tanto più terribile perché lanciata alla vigilia del giorno del trionfo, appena prima della capitolazione sovietica. “Questo è ciò che sarete, questo è ciò che siete sempre stati”. Ma avevamo un nemico, a quell’epoca, e l’importanza del nemico era nel dono benedetto della cecità.

Due considerazioni, per finire. Primo: non ricordo opere letterarie della seconda metà del XX secolo che possano eguagliare Il Cavaliere Oscuro ritorna per chiaroveggenza politica. Ma ricordo molte opere a fumetti che potrebbero stargli alla pari. Quando rileggo l’Alan Moore di Watchmen, di V for Vendetta, di From Hell, di Swamp Thing, credo di capire perché la letteratura tradizionale abbia prodotto nell’ultimo mezzo secolo così pochi testi memorabili. La Dama, l’oscura signora, non ama le masse. Snobba quasi sempre il grande pubblico, schiva l’egocentrismo degli autori di cassetta che non la lascerebbero parlare, soffocandola con la propria imperturbabile visione del mondo.  Parla ai piccoli e oscuri poeti, ai folli, ai Rimbaud, ai Campana, ai Leopardi, ai Giudici. Parla alle arti “minori” e bistrattate, come la poesia e - naturalmente - i fumetti. C’è un’altra storia di Batman -  molti la ricorderanno – che non sfigura affatto accanto a quella di Miller per profondità e preveggenza. E’ The killing joke, scritta da Alan Moore pochi anni dopo. Il Joker, come sempre, evade da Arkham, in una Gotham crivellata da una pioggia senza fine, e si dà alle peggiori nefandezze. Spara a bruciapelo a Barbara, figlia del commissario Gordon, lasciandola paralizzata per tutta la vita. Poi la denuda e la fotografa nelle posizioni più oscene. Rapisce anche il commissario, lo rinchiude nudo in una gabbia all’interno di uno spaventoso e folle luna-park, lo tortura, gli mostra le foto sconce della figlia agonizzante. Il Joker ha qualcosa da dimostrare. Vuole provare che non è solo nella sua follia. Che l’intero sistema della società occidentale, sotto una sottile patina di razionalità e legalità, è - proprio come lui - assurdo, marcio, completamente folle, pronto a collassare e mostrare il suo vero volto di fronte alla minima avversità. Alla fine ci riesce benissimo. In una delle molte sequenze memorabili, Batman libera il commissario Gordon, trovandolo sconvolto e singhiozzante; poi si dirige verso l’orribile carousel in cui il criminale si è asserragliato. “Devi prenderlo secondo la legge!”, urla Gordon, nudo come un verme, mentre Batman gli volta le spalle, “Dobbiamo fargli vedere che il nostro sistema funziona!”. E su queste parole si richiude pesantemente, dietro Batman, la porta del carousel su cui è dipinta la faccia sghignazzante del Joker. La civiltà occidentale è una burla, una barzelletta che uccide, come dice il titolo. Alla fine del racconto, Batman e il Joker sconfitto, la giustizia e il crimine, si ritrovano a ridere come folli, abbracciati l’uno all’altro, mentre la pioggia continua a cadere.

Secondo: anni fa andai a intervistare Giovanni Giudici per la mia tesi di laurea. Giudici è un vecchietto umile, timido e schivo, poco abituato alla pubblicità e alle interviste, perfino a quelle rilasciate per cortesia a un ignoto laureando in letteratura. Parlammo della situazione politica, del declino della classe operaia e naturalmente della sua poesia. Mi disse che aveva smesso di scrivere poesie. “Non vengono più”, furono le sue esatte parole. Disse proprio così: “Non vengono più”. Forse voleva dire “non mi vengono” e aveva solo eliminato un pronome nella parlata colloquiale. Ma non credo. Aveva una certa tristezza negli occhi, come di chi abbia passato tutta la vita con un’amica antica e misteriosa, che veniva a trovarlo tutte le sere e che da qualche tempo, inspiegabilmente, non si fa più sentire.

Davvero finisce così, Oscura Signora? Davvero abbiamo detto tutto ciò che c’era da dire?

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KING GEORGE

by Gianluca Freda (23/06/2008 - 23:15)


E’ morto a 71 anni George Carlin, nome che forse a un italiano non dice molto. Se cercate su internet, troverete molti siti che parlano di lui come di un grande comico. Non era un comico. Era un grande maestro dello spettacolo satirico, quella satira che dice la verità e denuncia il potere, quella che da tanto tempo non si vede più nelle desolate lande americane. Qualcuno lo ha definito “il Beppe Grillo americano”, il che è riduttivo ed è un ribaltamento della verità. Sarebbe più esatto dire che Beppe Grillo è diventato, col tempo, il George Carlin italiano, non sempre altrettanto incisivo. Ho tradotto e sottotitolato qui sopra uno dei suoi pezzi più celebri, per tutti quelli che non hanno mai avuto il piacere di ascoltare uno dei suoi spettacoli. Penso che nei prossimi giorni metterò sul blog qualcun'altra delle sue performance più famose. Auguro a George, dovunque egli sia adesso, di aver trovato ciò che cercava. Spero che si trovi di fronte al Sole, o a Joe Pesci, e non a quel coglione col triangolo in testa.

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