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Categorie Religione

PERCHE' CE LO RITROVIAMO FRA I PIEDI (1)

by Gianluca Freda (13/04/2009 - 23:21)


Il cristianesimo, quale oggi lo conosciamo, è una religione sincretica. Come una specie di polpettone mistico, riunisce in sé gli elementi di una quantità di culti anteriori e li mescola insieme fino ad ottenere un cocktail di mirabolante, benché imbevibile, peculiarità. La sua tendenza al sincretismo, cioè ad attirare nella propria orbita ogni credenza e superstizione popolare, non si arrestò alla definizione originaria del suo immaginario, una definizione peraltro laboriosa, costata almeno quattro secoli di controversie religiose. Tale tendenza proseguì nei secoli successivi, arricchendo questo culto-contenitore di un’infinità di altri elementi: santi, martiri, asceti, rosari, icone votive, superstizioni locali e ogni mirabilia che potesse servire ad incanalare l’immaginario popolare verso la religione dei papi.

Perché il cristianesimo è una religione sincretica? Quando gli imperatori romani, all’alba del IV secolo, si resero conto che una religione unitaria poteva essere utile a dare compattezza ad un impero che andava sfaldandosi e che comprendeva al proprio interno un’infinità di culture diverse, capirono anche che non sarebbe stato sufficiente imporre la nuova religione con la legge e le persecuzioni. L’immaginario dei popoli non può essere sostituito da un giorno all’altro, per decreto,  con qualcosa di totalmente nuovo. Se si voleva che un’operazione politica come questa generasse coesione identitaria anziché rivolte e ribellioni, occorreva proporre un culto che riassumesse in sé tutto l’immaginario precedente. Esso doveva integrare nel proprio statuto i rituali, le festività, le aspettative mistiche, i luoghi di culto delle religioni già diffuse. Solo così la nuova religione avrebbe potuto sostituirsi gradualmente e senza scossoni insurrezionali alla miriade di culti che il mondo romano praticava tra il I e il III secolo. Ma quali erano questi culti?

E’ noto che i cittadini romani, ed entro certi limiti i loro stessi governanti, erano assai tolleranti verso le divinità importate dall’estero. Oltre ad una naturale curiosità verso ogni manifestazione culturale esotica, c’era l’idea che osteggiare un culto religioso, perseguitandone gli adepti, avrebbe potuto scatenare la vendetta delle divinità oltraggiate contro la civiltà romana. Nell’incertezza, i romani preferivano accogliere nel proprio grembo culturale le altre religioni, sperando che le rispettive divinità li avrebbero così risparmiati dalle ritorsioni per le nefandezze compiute contro i popoli conquistati, che quelle divinità proteggevano. Così, ad esempio, dopo la conquista della Grecia, l’intero pantheon della mitologia ellenistica si trasferì in massa sulle sponde latine. I culti di Giove (Zeus), Apollo, Diana (Artemide), Venere (Afrodite), Bacco (Dioniso), Demetra, ecc. non sono altro come si sa, che trasposizioni romane dei culti pagani recepiti dalla cultura greca. Tra le divinità greche, un posto di rilievo, nella genesi del cristianesimo, spetta sicuramente a quelle collegate al culto del sole: Helios e Apollo. In tutte le religioni antiche, il sole, quale portatore di vita, luce e fertilità delle messi, era la divinità più venerata e universale. Il suo culto era diffuso in tutto il mondo e in tutte le civiltà, anche le più lontane: dai Persiani agli Inca, dagli Africani ai Celti, dai Giapponesi agli Indiani d'America, dagli Egiziani agli abitanti dell'Oceania. I miracoli compiuti dal sole, a differenza di quelli attribuiti ad altre divinità, erano quotidiani, tangibili, osservabili, periodici. Il che, come direbbe George Carlin, ha un certo peso nel momento in cui si decide a quale divinità rivolgersi per chiedere un intervento risolutore. Nella Grecia antica, Helios era il sole stesso, mentre Apollo era una divinità a sé, ma comunque collegata al sole. Nella zona del Mediterraneo il sole colpisce la terra con raggi che diventavano, nell’immaginario collettivo, frecce di vita e fertilità; Apollo è rappresentato dunque come un dio arciere, le cui frecce potevano portare ferite o guarigione. Egli era anche il dio del canto e della lira, nonché della divinazione e della profezia. Il suo santuario a Delfi era uno dei luoghi più sacri dell’antica Grecia e in esso, tramite la sacerdotessa chiamata Pizia, si tenevano i riti di rivelazione e interpretazione degli eventi che avrebbero dovuto fornire al popolo greco e ai suoi sovrani le informazioni indispensabili per condurre a buon fine le guerre, gli interventi istituzionali e l’attività politica.

           Apollo con aureola (mosaico romano). Ricorda nessuno?

Un’altra religione praticata nella Roma imperiale, e che il cristianesimo non mancò di fagocitare, era quella riferita alle figure degli imperatori. I vangeli ci spiegano (Matteo, 2: 1-2) che alla nascita di Gesù una stella guidò alcuni uomini saggi fino a Betlemme affinché potessero adorare il bambino appena nato. Nei vangeli Gesù opera guarigioni miracolose e riporta in vita i morti, tutte cose che a noi sembrano straordinarie e strabilianti. Per i romani lo erano molto meno. I portenti celesti, le prerogative taumaturgiche, le resurrezioni e le visioni mistiche erano infatti ordinaria amministrazione per gli imperatori, almeno secondo l’immagine che di essi fornivano la storiografia e la propaganda. Svetonio, nelle “Vite dei Cesari”, riferisce che durante i ludi funerari tenuti in occasione della morte di Giulio Cesare “una cometa brillò per sette giorni consecutivi, sorgendo intorno all’undicesima ora, e si ritenne che essa fosse l’anima di Cesare che veniva trasportata nel cielo”. Da questo momento l’apoteosi degli imperatori (cioè la loro trasformazione in divinità dopo la morte, altro elemento che il cristianesimo riprende a piene mani) diverrà una costante del culto imperiale. Naturalmente fu l’imperatore Augusto a generare il maggior numero di leggende intorno alla sua persona, stante anche la sua permanenza al soglio imperiale ben più lunga rispetto a quella del povero Giulio. Sempre Svetonio, parla di una sorta di “immacolata concezione” dell’imperatore Augusto. Egli narra che la madre di Augusto si trovava in adorazione presso il tempio di Apollo, quando all’improvviso cadde addormentata e fu fecondata dal dio. Augusto sarebbe stato dunque figlio del dio Apollo e per accreditare questo suo legame con la divinità solare della profezia, Svetonio afferma che l’imperatore sarebbe stato in grado di prevedere in anticipo gli esiti di tutte le sue battaglie (Svetonio, De vita Caesarum: Augustus, 96). Anche l’imperatore Vespasiano possedeva capacità prodigiose. Secondo Dione Cassio, Vespasiano avrebbe compiuto diversi miracoli nel corso di una sua visita al santuario di Serapis in Egitto. Tra gli altri miracoli (stando a quanto riferisce Tacito in Historiae, 4.81) vi sarebbe stata la restituzione della vista a un cieco e la guarigione di uno storpio.

I poteri miracolosi non erano limitati agli imperatori: anche i filosofi e gli uomini saggi in genere erano considerati in grado di compiere portenti. Ad esempio Apollonio di Tyana, che fu nel primo secolo d.C. uno dei principali seguaci di Pitagora, era considerato una vera e propria divinità. Egli aveva rinunciato ai propri beni e ai propri possedimenti per seguire la via della saggezza, vivendo lontano dal mondo in rigoroso ascetismo contemplativo. Il suo biografo, Filostrato, racconta che egli possedeva alcune straordinarie capacità, come il dono di comprendere tutti i linguaggi, l’abilità di prevedere il futuro e di scorgere gli oggetti a distanze grandissime. Era anche in grado di guarire gli infermi e i posseduti dai demoni e Filostrato racconta nel dettaglio alcuni degli esorcismi e delle guarigioni miracolose da lui operate [1].  

 

                                      Apollonio di Tyana 

Ma le religioni i cui lineamenti il cristianesimo dovette assorbire in proporzione più massiccia, furono quelle che con esso più apertamente rivaleggiavano; cioè quelle che si diffusero a Roma contestualmente all’espansione del cristianesimo stesso. Si trattava di culti provenienti dall’Egitto e dall’Oriente (come del resto lo stesso cristianesimo), assorbiti dalla cultura romana nel momento in cui queste regioni erano entrate stabilmente nell’orbita politica dell’Impero. Spicca tra esse il culto egiziano di Iside, del suo consorte Serapis, del loro figlio Horus (antica divinità solare egiziana, più volte “adattata” nel corso dei secoli alle esigenze politiche dei tempi; per i parallelismi Gesù-Horus vedi questo vecchio articolo) e di una quantità di divinità minori che erano migrate dall’Egitto prima verso la Grecia e poi verso Roma. In origine Iside, insieme al consorte Osiride, era considerata la personificazione del potere divino degli antichi faraoni. In Egitto la si adorava da migliaia di anni, prima che il suo culto, con le ripercussioni geopolitiche della battaglia di Azio, si trasferisse sui lidi latini. Secondo la leggenda egiziana, Osiride sarebbe salito al trono d’Egitto dopo che suo padre, Geb, era asceso al cielo. Avrebbe poi sposato sua sorella Iside, che sarebbe così divenuta la sua regina. Il saggio governo di Osiride avrebbe portato all’Egitto l’abbondanza e la civiltà, fino al giorno in cui egli fu ucciso con un inganno dal fratello Seth. “Seth costruì in segreto una bara preziosa fatta appositamente per il fratello”, si legge su Wikipedia, “e poi tenne un banchetto, nel quale annunciò che ne avrebbe fatto dono a colui al quale si fosse adattata. Dopo che alcuni ebbero provato senza successo, Seth incoraggiò il fratello a provarla. Appena Osiride vi si adagiò dentro il coperchio venne chiuso e sigillato. Seth e i suoi amici gettarono la bara nel Nilo, facendo annegare Osiride. Questo atto simboleggerebbe l’annuale inondazione del Nilo”. Comunque sia, Iside recuperò il corpo del marito-fratello e con l’aiuto di Thoth (personificazione della saggezza) e di Anubi (dio dei morti) riuscì a riportarlo in vita. Ma una volta resuscitato, Osiride non volle tornare al governo dell’Egitto, preferendo dedicarsi al dominio sul regno dei morti. Lasciò quindi il trono al figlio Horus. Già all’epoca della dominazione greca sull’Egitto, la figura di Osiride era stata rimpiazzata dai successori di Alessandro Magno con quella di Serapis, anch’egli divinità sincretica che amalgamava la figura di Osiride con quella di un’altra divinità egizia, Apis. I Greci si erano impadroniti dell’antico mito che legittimava il potere dei faraoni creandone uno a proprio uso e consumo. Iside era in origine un elemento accessorio al mito di Osiride, ma dopo la ricezione del mito presso il popolo romano essa acquisì una serie impressionante di attributi e prerogative che tributarono al suo culto un immenso successo. Il culto di Iside si diffuse rapidamente (esattamente come avvenne per il cristianesimo, altra religione orientale) dapprima nelle città portuali, seguendo il corso delle rotte di navigazione commerciale, poi a macchia d’olio in tutto l’impero. L’imperatore Augusto e i suoi immediati successori, che avrebbero voluto impedire il dilagare di questo culto alternativo a quello dell’imperatore, non ne furono e in grado e alla fine ci rinunciarono. Al termine del I secolo, Iside divenne addirittura divinità protettrice della famiglia imperiale. Assorbì in sé le prerogative e i poteri di molte divinità femminili, acquistando qualità divine pressoché illimitate. Era una dea salvatrice, portatrice di legge e giustizia nella società umana, protettrice dell’agricoltura e dei raccolti, patrona delle partorienti, regina di ogni terra abitata dall’uomo. A lei venivano rivolte preghiere di guarigione, di salvezza e di protezione dai pericoli dei viaggi per mare. Apuleio, suo seguace, nelle Metamorfosi, fa di lei il “deus ex machina” che riporta lo sventurato Lucio, trasformato in asino, alla sua natura umana.

Ma il culto che maggiormente rivaleggiò con il cristianesimo e che ne costituì il principale avversario da abbattere fu senza dubbio quello di Mitra. Il culto di Mitra aveva iniziato a diffondersi a Roma dopo il 67 a.C., quando le armate di Pompeo avevano invaso la Cilicia per sterminare i pirati che la infestavano. Molti dei pirati, narra Plutarco, celebravano strane cerimonie in onore del dio Mitra, che avrebbe dovuto rappresentare il garante divino della loro reciproca solidarietà nella lotta contro l’espansione della civiltà romana. Per una prevedibile forma di contagio, la religione mitraica attecchì presso i soldati romani, che la diffusero poi in tutto l’Impero. Le similitudini tra mitraismo e cristianesimo sono impressionanti, tanto da far pensare ad alcuni storici che si tratti in realtà della stessa religione recepita in due accezioni differenti durante il trapianto in Occidente. Mitra era nato il 25 dicembre, come divinità legata al sole, in occasione del solstizio d’inverno, cioè del periodo dell’anno in cui il sole “rinasce” e le giornate tornano ad allungarsi. Il 25 dicembre diverrà, anche presso i romani, giorno dedicato al culto del sole, di cui si celebrava la nascita con il “Dies Natalis Solis Invicti”, il giorno della nascita del sole invitto, festività molto sentita e partecipata dalla popolazione dell’Urbe. Il cristianesimo, dopo essersi affermato, non riuscirà a proibire la celebrazione di questa festa di così antica tradizione e non potrà far altro che conferirle nuove fattezze, reinventandola come “Dies Natalis” (Natale, appunto) della nuova divinità. Mitra era nato, secondo il mito originale, da una roccia, ma l’accezione posteriore della leggenda parlava della sua nascita in una grotta da una madre rimasta vergine dopo il parto. Le stesse celebrazioni del culto si tenevano in grotte oppure in edifici artificiali (di solito i sotterranei di abitazioni private) che imitavano una caverna. Nei riti del mitraismo l’acqua svolgeva un importante ruolo purificatorio (similmente a quello di una fonte battesimale) tanto che nei templi mitraici era sempre presente una fonte d’acqua naturale o artificiale. Nelle immagini ancora visibili nei mitrei, Mitra è raffigurato nell’atto di uccidere un toro, dal cui sangue sarebbero nati il grano e la vite, ragione per cui il pane e il vino avevano un ruolo chiave nelle celebrazioni religiose. Morì per crocifissione dopo aver celebrato un’”ultima cena” insieme a dodici discepoli che simboleggiavano i dodici segni dello zodiaco. Dopo la morte fu deposto in un sepolcro di roccia da cui resuscitò, per ascendere al cielo, in un periodo vicino all’equinozio di primavera (più o meno in prossimità del periodo in cui si festeggia la Pasqua cristiana). “Nelle iconografie”, si legge su Wikipedia, “la divinità viene spesso rappresentata insieme a due personaggi, detti dadofori o portatori di fiaccole: i loro nomi erano Cautes e Cautopates. Il primo dei due porta la fiaccola alzata, l'altro abbassata: rappresenterebbero il ciclo solare, dall'alba al tramonto, e allo stesso tempo il ciclo vitale: il calore luminoso della vita e il freddo gelido della morte”. L’iconografia cristiana potrebbe aver attinto all’iconografia dei dadofori per la descrizione dei due ladroni in mezzo ai quali fu crocifisso Gesù.

     

Affresco del Mitreo di Marino: notare in basso i due dadòfori (portatori di torce), Càutes, a sinistra sotto il sole e con la fiaccola alzata e accesa, Cautòpates a destra sotto la Luna con la fiaccola abbassata e spenta in rappresentazione della notte.

Mitra, quale divinità legata al Sol Invictus, era spesso raffigurato con una corona di raggi solari sulla testa, poi trasfigurata in “corona di spine” e successivamente in aureola luminosa nell’iconografia cristiana.

                  Sol Invictus con corona di raggi solari 

L’appellativo Sol Invictus era utilizzato nel tardo impero romano per almeno tre divinità legate al Sole: Mitra, Eliogabalo e Sol. Tra gli altri, anche gli imperatori Aureliano e Marco Aurelio Probo (seconda metà del III secolo) si fecero raffigurare sulle monete da loro fatte coniare con una corona radiata, attributo del dio.

 

Moneta di Marco Aurelio Probo con corona radiata (ca. 280 d.C.). Sull'altra faccia, il Sol Invictus conduce una quadriga che trasporta il sole attraverso il cielo. 

Quando il cristianesimo verrà elevato al rango di religione ufficiale dell’Impero, i seguaci di Mitra verranno perseguitati e sterminati, i templi mitraici distrutti e su di essi verranno edificate (per garantire la continuità del culto) le chiese cristiane. Un esempio tipico è la chiesa di S. Clemente a Roma, sull’Esquilino, nei cui sotterranei si possono ancora oggi visitare i resti di un tempio mitraico. 

                               Il Mitreo di San Clemente 

Il mitraismo veniva dall’Impero Persiano, nemico giurato dell’Impero Romano, motivo per cui gli imperatori sentivano sempre più la necessità di dar vita ad un’ideologia religiosa autonoma che contrastasse gli influssi culturali provenienti dalla Persia e le ideologie orientali. Nel mitraismo gli imperatori romani vedevano il trionfo dell’ideologia del nemico all’interno del loro territorio. Fu perciò in questo periodo che si operò il filtraggio dalle religioni dell’impero di tutti gli elementi di sapore orientaleggiante. Le stesse canzoni religiose in lingua persiana, che i cristiani intonavano durante i rituali e che predicevano la nascita e il battesimo di Cristo, vennero proibite. Costantino era convinto che solo un’unificazione religiosa avrebbe potuto garantire la forza e la compattezza dell’impero. Il mitraismo, oltre a rappresentare la religione del “nemico”, non era in grado di garantire questa coesione. Si trattava di un culto fondato su una disciplina assai rigida, su una gerarchia che richiedeva il sacrificio personale, su una struttura nella quale l’accesso ai gradi più alti della scala gerarchica era molto difficoltoso. Sul lungo periodo, una religione similmente strutturata avrebbe finito per perdere proseliti. Il cristianesimo, al contrario, era molto più popolare e più elastico. Ogni sacerdote poteva crearsi una propria comunità usando semplicemente il proprio carisma, gli insegnamenti religiosi e il bisogno di misticismo dei suoi seguaci, senza che fosse necessario attenersi rigorosamente agli insegnamenti di Cristo, lasciando ampio spazio all’interpretazione personale. La storia del cristianesimo è piena di innovazioni e revisioni della mitologia ufficiale, che nella rigidità ideologica del mitraismo non sarebbero state possibili. Il cristianesimo permetteva anche a persone con visioni del mondo antitetiche di riunirsi sotto l’egida di un unico credo e questa duttilità dogmatica era essenziale perché la nuova religione ufficiale ottenesse la massima diffusione possibile.

(1 – continua)

[1] Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, Biblioteca Adelphi, 82.

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LA CHIESA: IL SEME DEL MALE - 2

by Gianluca Freda (26/04/2008 - 11:56)


LA CHIESA E IL SUO LAVAGGIO DEL CERVELLO
parte seconda

Intervista di Biagio Catalano a Domenico Pacitti
dal sito Justresponse
Traduzione di Gianluca Freda
 

Catalano: Visto l’attuale stato del disastro politico, economico e sociale in Italia, lei consiglierebbe a un futuro studente di imbarcarsi in un lungo (e molto oneroso) corso di studi in Italia? O c’è il pericolo di ritrovarsi, alla fine, non solo senza lavoro, ma anche condizionati nel proprio modo di pensare, contribuendo così all’incremento degli “ignoranti istruiti” d’Italia o dei candidati alla "fuga di cervelli"?

Pacitti: Il mio consiglio è di valutare se l’istruzione universitaria sia davvero l’unica strada per un avanzamento e di considerare le possibili alternative. Un paese come l’Italia, nel quale fino a tempi piuttosto recenti esisteva un alto tasso di analfabetismo, tende a sopravvalutare l’educazione universitaria. Sarebbe difficile trovare dei genitori italiani che non considerino il conseguimento di una laurea da parte del proprio figlio o figlia come un grande risultato. In questi casi, quando l’educazione universitaria è ritenuta indispensabile, consiglio di seguire i corsi universitari con il doppio obiettivo di imparare una materia e di trasformare il sistema. Ciò significa acquisire la volontà e le capacità necessarie ad organizzare un’azione studentesca estesa ed efficace.

Quando gli studenti italiani protestano, lo fanno immancabilmente per le condizioni di studio, per le tasse e per gli alloggi. Non protestano mai contro le procedure corrotte che generano i loro insegnanti. Evidentemente questo non è importante per loro, il che significa che gran parte della colpa del triste stato delle università italiane è da attribuire agli studenti stessi. Quegli studenti che vorrebbero essere giudicati sul merito, ma che non vogliono provare a modificare il corrotto sistema italiano, dovrebbero andarsene all’estero, contribuendo alla “fuga dei cervelli”... ma dovrebbero anche essere preparati a vedere sminuite le qualifiche ottenute all’estero e le possibilità di ottenere una cattedra al loro ritorno in Italia.

Catalano: In uno dei suoi articoli [Fondamenti cattolici della corruzione in Italia], che ho recentemente citato [in L’esegesi dello “sterco di Satana”], riferendosi al legame tra religione e economia lei evidenzia una stretta relazione tra il fallimento politico ed economico italiano e il cattolicesimo. Dal suo punto di vista, esistono ragioni intrinseche di carattere geo-climatico che potrebbero giustificare la nascita del cattolicesimo, delle sue familiari caratteristiche, il suo sviluppo come strumento di controllo di massa, proprio nell’area italiana?

Pacitti: Ogni indagine che ci aiuti a far luce sul ruolo degli elementi climatici e geografici sui processi formativi che hanno forgiato le caratteristiche dei nostri antenati e delle antiche civiltà della penisola italiana, va certamente incoraggiata. Non vedo motivo per cui questi fattori non potrebbero aver giocato almeno un ruolo di contributo.

Ad esempio, il fatto che l’Italia sia una penisola, insieme alla sua collocazione mediterranea, l’ha resa ovviamente un fondamentale centro di commerci nell’antichità, e questo potrebbe aver favorito il diffondersi di una mentalità mercantile fra gli abitanti. La questione è sicuramente degna di essere oggetto di studi approfonditi lungo le linee che lei suggerisce.

Si potrebbe usare il metodo della variazione concomitante, cioè cercare altri esempi in cui caratteri geografici e climatici analoghi abbiano prodotto tratti culturali simili; e poi cercare casi in cui clima, geografia e cultura non siano relazionabili, oppure lo siano in modo parzialmente diverso. Si dovrebbe, ovviamente, tener conto dei parametri storici per cercare di arrivare alla verità, isolando i fattori rilevanti. Lo storico francese Fernand Braudel, morto nel 1985, ha compiuto importanti ricerche in questo campo. So che esiste una Fondazione Braudel a New York che porta avanti il suo lavoro, ma non ho seguito gli ultimi sviluppi.

Catalano: Professore, ad un’analisi accurata risulta immediatamente ovvio che la storia dell’Impero romano e quella del Vaticano sono interdipendenti. A suo avviso, perché tanti accademici e la stessa opinione pubblica sembrano incapaci di percepire l’evidenza dei fatti, e cioè che la cristianità fu una creazione politica dell’Impero romano?

Pacitti: Una delle ragioni è che semplicemente non conoscono la loro storia. Un’altra è che l’indottrinamento della scuola e dell’università contiene le loro indagini entro una cornice sicura e predefinita. Gli accademici tendono a iper-specializzarsi in un unico settore. Ciò porta spesso ad una forma di istupidimento o rigor mortis mentale che impedisce loro di vedere certe situazioni nel loro giusto contesto e nell’esatta prospettiva, o di essere in grado di interpretare i risultati delle loro ricerche in modo appropriato. Un principiante indipendente e intelligente, perfino se autodidatta, è probabilmente più libero da questi considerevoli limiti. Un altro motivo sta nel fatto che, in tutta evidenza, non esiste una motivazione forte – e anzi vi sono molti disincentivi – a perseguire il tipo di ricerca che lei suggerisce, poiché essa non è politicamente utile.

L’opinione pubblica, in Italia e altrove, continua ad essere guidata in gran parte da coloro che controllano i media. E’ certamente vero che dall’epoca di Platone fino all’età moderna, passando per il medioevo, vi è stata una continuità nella degenerazione, come se una specie di forza corruttrice avesse assimilato e trasformato tutto ciò con cui veniva in contatto in qualcosa di basso e immorale. La profonda e insaziabile sete di potere all’interno della penisola italiana, che risale all’alba dei tempi, è un fenomeno che non trova paragoni nell’intera storia umana.

Vale forse la pena di ricordare ai nostri lettori che l’Impero Romano si fa generalmente iniziare con la battaglia di Azio nel 31 a.C. e finire con Romolo Augustolo nel 476 d.C. A partire dall’inizio del sesto secolo, l’Impero d’Occidente si era evoluto nell’Impero Bizantino. Si potrebbe anche dire che il Sacro Romano Impero ebbe inizio con Ottone il Grande nel 962, o perfino con Carlo Magno nell’800, e ricevette il suo definitivo coup de grâce solo nel 1806, a seguito della sconfitta di Francesco d’Austria ad opera di Napoleone. Abbiamo dunque un fenomeno rimarchevole e pressoché unico nella storia: una stessa città, Roma, ha generato i due imperi più potenti che il mondo abbia mai visto, che, presi insieme, si sono estesi per un arco di oltre duemila anni. Per dirla con Agostino d’Ippona, uno, la Città dell’Uomo, era temporaneo e mortale, l’altro, la Città di Dio, era eterno e non soggetto a quei fenomeni che abbattono gli imperi e pongono fine alle civiltà.

Catalano: Lei ha parlato della Controriforma e del Concordato come di eventi chiave nella riaffermazione del cattolicesimo e della sua perniciosa influenza sulla storia d’Italia e del mondo. Lei crede che sia possibile invertire questi processi, e se sì, come?

Pacitti: Il punto importante della Controriforma, o Riforma Cattolica, i principi della quale furono suggellati dal Concilio di Trento del 1563, è che in un momento in cui tutti gli altri paesi europei compivano giganteschi balzi in avanti, la Chiesa Cattolica Romana compiva un gigantesco passo indietro verso il medioevo. La necessità di credere in dogmi assurdi, come la transustanziazione, i sacramenti e la vita eterna, venne enfaticamente riaffermata, mentre le riforme furono quasi esclusivamente burocratiche. Il Concordato, d’altro canto, fu parte dei patti lateranensi che Mussolini stipulò con la Santa Sede nel 1929.

La creazione di uno Stato del Vaticano indipendente, il consolidamento dei poteri della Chiesa e la garanzia di nuovi poteri – in particolare il controllo sul sistema educativo del paese – furono tra le concessioni fatte da un dittatore onnipotente che però riconosceva, allo stesso tempo, l’enorme forza e influenza della Chiesa, con le sue centinaia di milioni di adepti sparsi per il mondo. Questa mossa, che fu del tutto politica e a quell’epoca assai utile per Mussolini, fu però decisamente pessima per il popolo italiano. Come la Controriforma, anche il Concordato fece un passo decisivo nella direzione sbagliata. Nonostante l’apparente limitazione di una parte di questi danni ad opera della Costituzione del 1948, la mentalità italiana contemporanea rimane dominata dalla Chiesa. Come si fa a invertire più di 2.000 anni di condizionamento sociale e psicologico? Io credo che non esista alcuna misura che, se adottata da sola, possa avere successo.

C’è bisogno di due cose: una serie di misure adottate all’unisono e allo stesso tempo la percezione da parte del pubblico che i cambiamenti siano permanenti. Anche se la mini-rivoluzione di Antonio Di Pietro avesse avuto successo, sarebbe bastato il mero peso del passato a diffondere la convinzione che un futuro governo avrebbe potuto invertire tutti i cambiamenti importanti. Le misure positive dovrebbero includere: politici che siano in grado di fornire al paese un esempio moralmente ineccepibile; pubbliche ricompense per la buona condotta e punizioni per la cattiva condotta; radicale riforma delle scuole e delle università nazionali; iniziative volte ad evidenziare la necessità di abolire la religione, in considerazione degli immensi danni che essa ha provocato; e la necessità di espandere la vecchia identità in favore di una nuova e positiva identità europea. Poiché è poco probabile che tutto ciò avvenga, possiamo ragionevolmente accettare che l’attuale mentalità resti prevalente ancora per un certo tempo.

Catalano: Perché crede che la classe politica italiana, a prescindere dal colore, mostri l’irresistibile desiderio di aggrapparsi in modo quasi subliminale alla politica e all’ideologia tradizionalmente espresse dal Vaticano, senza preoccuparsi degli effetti che quest’alleanza produce sull’opinione pubblica italiana e straniera? E’ solo una questione di banale clientelismo o ci sono altri fattori determinanti?

Pacitti: Osservare la debolezza e instabilità dei loro governi, da un lato, e il potere e l’influenza della Chiesa Cattolica dall’altro, ci fornisce l’evidente risposta. Si ha l’impressione – e non solo in Italia – che il termine “politico onesto” sia un ossimoro, una pura e semplice contraddizione in termini. L’azione politica è largamente incompatibile con l’osservanza di criteri morali, o almeno questo è ciò che mi è sempre sembrato.

In Italia, per tradizione, i politici entrano in politica con il fine di diventare potenti e influenti – certo un riflesso della loro debolezza e instabilità interna – e di ammassare ricchezza attraverso l’arte di trasferire fondi pubblici a conti bancari privati. Nessuno, in Italia, entra in politica per fare davvero il bene del popolo italiano. Ciò vuol dire che la colpa è soprattutto degli italiani stessi, i quali non hanno intrapreso azioni adeguate per porre fine a questa situazione. Vuol dire che non facendo nulla, con la loro inazione prolungata e intenzionale, essi hanno dato il proprio tacito consenso a questa classe politica criminale.

Nelle scorse elezioni, Berlusconi disse ai suoi candidati di rivolgersi ai loro elettori come se fossero bambini di undici anni. Questo dà il quadro di come siano visti oggi gli elettori. L’Italia non ha mai avuto una rivoluzione come quella francese, con la sua ghigliottina, e non ha mai beneficiato in pieno dello spirito dell’Illuminismo. In un certo senso molte nazioni hanno il governo che meritano. E così anche gli italiani, per la loro debolezza di volontà, per la mancanza di coraggio, per la loro mentalità condizionata dalla Chiesa, hanno avuto i governi e il sistema politico che meritavano.

Catalano: Molti opinionisti, giornalisti e conduttori televisivi italiani hanno oggi un background cattolico o sono in gran parte allineati. Lei crede che sarà possibile, nel medio termine, una defenestrazione di questa generazione inquinata, che possa fornire un esempio ai giovani che vogliono diventare buoni giornalisti? E se sì, quali strumenti si dovrebbero usare?

Pacitti: Qui non c’entra nulla l’essere cattolici praticanti, poiché molti dei principali giornalisti italiani sono ebrei, musulmani e buddisti. Il guaio è che tutti possiedono le richieste qualità di servilismo e di autocensura istintiva che gli permettono di restare nell’ambiente. E questi sono caratteri culturali italiani profondamente radicati che fanno parte dell’eredità di un modo di pensare inculcato dalla Chiesa.

L’aspetto più pernicioso della risultante distorsione mediatica consiste nell’illusione che all’ascoltatore, lettore o telespettatore venga presentata tutta la gamma delle opinioni possibili. La verità è che le opinioni radicali o indipendenti vengono accuratamente e sistematicamente filtrate per il loro potenziale sovversivo, il che è una notevole restrizione della libertà d’espressione. Quindi i presentatori di cui lei parla sono meno pericolosi quando agiscono apertamente come maggiordomi dei loro burattinai politici piuttosto che quando sembrano operare con meticolosa imparzialità; poiché in quest’ultimo caso l’arte dell’inganno è perpetrata in modo sottile, come in una gara di scacchi, attraverso la sofisticata elaborazione di verità parziali che messe insieme producono un’immagine fasulla.

Del resto, considero l’eliminazione di questa casta corrotta tanto improbabile quanto l’eliminazione della corrotta classe politica, per gli stessi motivi della risposta precedente: debolezza e passività, che sono parte del marchio indelebile impresso dalla Chiesa sulla mentalità italiana.

Catalano: Lei pensa che affamare e ridurre all’ignoranza un intero paese rappresenti una tecnica efficiente di manipolazione demagogica? Se sì, in che modo e con quali metodi ciò viene attuato in Italia?

Pacitti: No. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti ha compreso ormai da tempo che l’indottrinamento sistematico ad opera dei media è molto più efficace per controllare il pensiero della gente rispetto ai vecchi metodi che sfruttavano la fame e la miseria. E l’Italia impara continuamente dagli Stati Uniti. Gli italiani sono un popolo creativo per natura, la cui creatività deve essere ristretta entro certi confini ben definiti, affinché non divenga politicamente pericolosa o sovversiva. Un popolo affamato è potenzialmente più pericoloso di un popolo ben nutrito e dotato di appropriato intrattenimento.

La promozione di una conoscenza culturale “sicura” viene considerata accettabile. Ma allo stesso tempo, secondo il CNS, occorre tenere la gente all’oscuro di certi problemi. E questo, di nuovo, significa controllo mediatico... non solo di cosa e come viene comunicato, ma, cosa più importante, di cosa deve essere omesso.

Catalano: Professor Pacitti, grazie per la sua gentile collaborazione. Presto verremmo ancora a parlare con lei e a beneficiare delle sue opinioni. 

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LA CHIESA: IL SEME DEL MALE

by Gianluca Freda (23/04/2008 - 21:46)


LA CHIESA E IL SUO LAVAGGIO DEL CERVELLO
Prima parte

Intervista di Biagio Catalano a Domenico Pacitti
Tratto dal sito Justresponse
Traduzione di Gianluca Freda

 

Nota del traduttore: credo sia la prima volta che mi capita di tradurre in italiano l’intervista di un giornalista italiano ad un insegnante italiano. Già questo basterebbe a capire quanto le posizioni di Domenico Pacitti, attualmente insegnante di lingua inglese e letteratura americana all’Università di Pisa, siano sgradite e impubblicabili in Italia. Così sgradite e impubblicabili da poter essere espresse solo (o soprattutto) in inglese, nel sito JUST Response di cui lo stesso Pacitti è direttore. E questo non solo per la sempiterna prepotenza del potere politico e per la censura dell’establishment italico contro ogni opinione “deviante”, ma anche per il disinteresse del gregge nazionale verso ogni punto di vista non omologato. Tutto ciò che non sia riconducibile alla guerra tra bande in cui si risolve il quadro politico e non comporti la professione di fede per l’una o per l’altra cosca, viene semplicemente ignorato dai montoni con la matita copiativa. Se un’opinione non serve a far vincere la “mia” cosca, se non mi dà garanzia di clientele, se non procura a mio nipote un posto da scaldapoltrona in qualche ente pubblico, allora, anche se ben argomentata, è un’opinione inutile. Anzi, non è neppure un’opinione, dunque è superfluo e pericoloso pubblicarla. E lo è altrettanto leggerla. Questa intervista – assolutamente inutile – di un bravo giornalista italiano ad un ottimo docente italiano, pubblicata in lingua inglese, è per coloro che non sanno fare a meno dei punti di vista del tutto ininfluenti sulla carriera. E perfino un tantino rischiosi.

 

Biagio Catalano: Professor Pacitti, vedo dai suoi scritti che lei si definisce un ateo. In che senso, esattamente, lei è un ateo?

Domenico Pacitti: Sono ateo nel senso che non conosco nessuna ragione convincente per sostenere l’esistenza di una divinità suprema. Non credo neppure nell’immortalità, nella vita eterna, nel paradiso o nell’inferno, nei miracoli o che Gesù Cristo sia il figlio di Dio. Naturalmente non posso dimostrare in modo definitivo l’inesistenza di Dio, allo stesso modo in cui non posso dimostrare in modo definitivo l’inesistenza di un ristorante italiano in attività sul pianeta Plutone o che il nostro mondo sia popolato da spettri che esistono al di là della nostra percezione. Ma considero del tutto ragionevole il mio scetticismo su tutti e tre questi argomenti e mi assumo l’onere della prova per il fatto di stare dalla parte di coloro che enunciano tali proposizioni. Il termine ‘agnostico’ lo riserverei a coloro che si lasciano coinvolgere più profondamente da questo problema e scoprono di non poter esprimere certezze in un senso o nell’altro.

Catalano: Qual è stato il suo primo contatto con il cattolicesimo romano e come è diventato un ateo?

Pacitti: Ricordo che intorno all’età di 4 anni, a Glasgow, dove sono nato e cresciuto, domandai a mia zia delle immagini sacre che teneva nel suo messale della domenica. Una mostrava un San Michele trionfante che trafiggeva con una lancia un Lucifero caduto. Un’altra raffigurava l’Arcangelo Gabriele con la tromba che avrebbe suonato un giorno per annunciare la fine dei tempi. Ricordo di essermi immediatamente chiesto perché mai un Dio benevolo avrebbe dovuto promuovere un simile, spietato spargimento di sangue e togliere sadicamente il tappeto del tempo da sotto i nostri piedi. Ma non ricevetti alcuna risposta soddisfacente alle mie insistenti domande. Avevo la vaga sensazione che la religione non avesse un senso letterale e che dovesse essere vista in termini simbolici o mitologici, anche se a quell’epoca non avrei saputo esprimere la cosa in questi termini. Penso di non aver mai creduto seriamente a tutte queste storie. Perciò direi che non sono mai diventato ateo: semplicemente non sono mai diventato religioso.

Catalano: In che modo le sue prime esperienze scolastiche hanno rafforzato il suo ateismo?

Pacitti: Nell’istituto religioso che frequentai tra i cinque e i nove anni, le suore ci facevano imparare il catechismo a memoria: “Chi ti ha creato? Dio mi ha creato. Perché Dio ti ha creato? Dio mi ha creato per conoscerlo, amarlo e adorarlo in questo mondo, così che io possa essere felice con lui in eterno nell’altro”, e robe del genere. A questo punto avevo capito benissimo che erano stati i miei genitori, e non Dio, a crearmi e consideravo un affronto verso di loro l’attribuire tale atto, nel bene o nel male, a Dio o il pretendere che io amassi lui più di quanto amavo loro.

Il concetto di adorazione mi è sempre apparso intollerabilmente servile, umiliante e indegno di qualunque persona dotata di amor proprio. Né il dover chiamare “Sorella” una suora e “Padre” un prete serviva a migliorare le cose. Una parte del catechismo ci chiedeva di accettare che ogni volta che si celebrava una messa avveniva letteralmente un miracolo e che questo miracolo consisteva nella trasformazione, ad opera del prete, del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo. Ricordo che domandai alle suore se la transustanziazione non dovesse, per caso, essere interpretata in senso simbolico, come il morso che Adamo diede alla mela. Il raccapricciato responso fu che tutto doveva essere accettato in senso assolutamente letterale e che io dovevo imparare a non avere tutti questi dubbi come San Tommaso.

Devo aggiungere che la decisione dei miei genitori di mandarmi in scuole cattoliche private fu fondata sulla mera considerazione dei loro presunti alti standard educativi, poiché i miei genitori non furono mai cattolici praticanti né furono particolarmente interessati alla mia educazione religiosa.

Catalano: Può raccontarci qualcosa delle sue esperienze scolastiche successive?

Pacitti: L’educazione religiosa delle scuole primarie e secondarie che frequentai presso i gesuiti aggiunsero all’indottrinamento per memorizzazione un’altra forma di indottrinamento più sottile: l’autocensura istintiva. Questo veniva ottenuto consentendo e perfino incoraggiando la formulazione di domande, a patto che esse ricadessero all’interno della cornice dottrinale accettata; in altre parole, purché esse non rappresentassero una sfida radicale alla dottrina. Tutto ciò che ricadeva al di là dei confini prestabiliti era inammissibile.

Iniziai a notare che il comportamento di coloro che credevano in Dio, nella vita eterna e nell’immortalità era in palese contraddizione con i loro professati convincimenti. Una volta uno dei miei insegnanti morì dopo aver ricevuto gli estremi sacramenti, il che doveva garantirgli un sicuro passaggio verso il paradiso, e io non riuscivo a capire perché tutti fossero così tristi. Dovrebbero rallegrarsi, pensavo. E mi chiedevo che ne sarebbe stato di coloro i quali, essendo morti senza ricevere l’indispensabile trattamento preferenziale, sarebbero arrostiti all’inferno in ossequio a questa bizzarra dottrina.  

Catalano: Esistono episodi o conflitti personali particolarmente memorabili di cui può parlarci?

Pacitti: Vi furono alcuni incidenti. Posso parlarle di quello che ebbe il maggiore impatto su di me. Quando avevo nove anni diedi l’esame d’ingresso per una scuola primaria dei gesuiti a Glasgow e lì ebbi la mia prima esperienza dell’ingiustizia che è tipica del cattolicesimo romano. Il rettore, un certo padre Tracy, uomo intossicato dal potere clericale, ce l’aveva con gli italo-scozzesi che mandavano i bambini a lavorare nelle attività di famiglia prima che avessero completato i corsi scolastici e diceva di voler dar loro una lezione. Beh, la lezione arrivò sotto forma del rifiuto di accettare il candidato con i voti più alti, che ero io, per il fatto che venivo da una famiglia italiana. Invece, ad altri italo-scozzesi, quelli raccomandati, venne garantito un posto nella scuola. L’azione determinata dei miei genitori alla fine mise il rettore in ginocchio. Ricordo ancora l’angoscia sul viso di mia madre quando le chiesi se potevo avere la mia uniforme scolastica e le assicurai di non aver fatto nessun errore all’esame.

Mi dissero la verità solo dopo che il problema era stato risolto e in quell’occasione appresi anche che il rettore era rimasto molto seccato per aver dovuto avere a che fare con una donna, essendo mio padre troppo disgustato per incontrare il rettore di persona. Fu un’esperienza ulteriore che confermò la mia visione secondo la quale i preti sono virus della società, che corrompono la verità e infettano il pensiero.

Catalano: Professore, in che senso e fino a che punto la religione porta il peso della responsabilità per l’educazione socio-culturale dell’individuo, con particolare riferimento all’Italia?

Pacitti: Mi permetta di chiarire che io mi oppongo a tutte le religioni, poiché esse sono irrazionali e diffondono false credenze. Qui parliamo, nello specifico, del cattolicesimo romano. Gli esempi che ho appena citato riguardano il Regno Unito solo in senso molto limitato, poiché presentano alcuni dei marchi inconfondibili della Chiesa Cattolica italiana: l’avvelenamento delle menti dei giovani attraverso un indottrinamento volto a inculcare stupidaggini; la restrizione arbitraria della libertà di pensiero attraverso la ginnastica dell’autocensura; l’uso di concetti di gratuita violenza fisica e psicologica avente lo scopo di terrorizzare per raggiungere fini prestabiliti; la mancanza di rispetto per i meriti personali; l’ossessione per il potere e la gerarchia; l’accettazione della filosofia delle raccomandazioni e degli scambi di favori; il disprezzo per la verità, per la giustizia e per i princìpi più alti; la mancanza di rispetto e perfino il disprezzo verso le donne; e l’ipocrisia.

In Italia la situazione è ovviamente molto peggiore, poiché questi pregiudizi sono stati per secoli parte della normale vita quotidiana, nel senso più ampio possibile. Nei casi migliori, la religione cattolica romana incoraggia i credenti a compiere certi atti moralmente positivi e ad astenersi dal compierne altri moralmente negativi. Ma immancabilmente per le ragioni sbagliate. In questo senso, molto limitato, il cattolicesimo romano può essere considerato positivo. Dall’altro lato, soprattutto in Italia, l’etica del perdono ha portato ad una profonda corruzione di valori come verità e giustizia. Ha anche favorito la debolezza di volontà, offrendo scarsi incentivi all’obbedienza alle leggi.

Credo che in questo caso il male superi di gran lunga il bene e che la religione cattolica romana debba essere ritenuta la principale responsabile di una corruzione endemica e profondamente radicata. Nel frattempo, con la pubblicazione del suo catechismo, Herr Ratzinger (§43 ss.), non contento evidentemente dell’abissale record di corruzione detenuto dalla sua Chiesa, ha compiuto un importante passo verso la legittimazione di quell’atroce massacro umano provocato dalle bombe e da altre armi. Ricorderà inoltre che all’alba dell’invasione alleata dell’Iraq, il Vaticano disapprovò le proteste pacifiste in Italia, fondamentalmente per il motivo che il Vaticano si riteneva l’unica autorità autolegittimatasi a intervenire sull’argomento. Né le proteste pacifiste ricevettero dai media italiani l’attenzione che meritavano, il che non è certo una sorpresa.

Catalano: Lei ha una conoscenza molto solida del sistema universitario italiano, essendo lei stesso un docente. In molti dei suoi articoli lei parla in modo instancabile, assai critico e senza mezze misure dell’anormale stato di degenerazione delle università italiane. A cosa è dovuto questo disastro e quali problemi potrebbe causare sul lungo periodo?

Pacitti: Come si può avere una scuola o un’università credibile all’interno di un sistema che non solo non riconosce l’elemento fondamentale del merito, insieme ai valori supremi di verità, giustizia e autentica libertà di pensiero e di espressione, ma nutre addirittura verso tutte queste cose un cinico disprezzo e punisce in continuazione gli insistenti tentativi di valorizzarle? La competizione per una cattedra che è già stata assegnata in anticipo non merita di essere chiamata competizione. Un esame in cui tutti imbrogliano e i professori fanno favoritismi non è un esame.

Un’università italiana non merita di essere chiamata università poiché molte connotazioni comunemente associate alle università vere e proprie sono dolorosamente assenti. Abbiamo bisogno di riflettere sul fatto che ogni docente, oltre a insegnare i contenuti della propria materia, insegna allo stesso tempo, probabilmente in modo del tutto inconscio, attraverso l’esempio che fornisce, proprio come i bambini imparano più dall’esempio dei propri genitori che dall’istruzione esplicita. Gli studenti, inconsciamente, assimilano quest’ultimo aspetto. In un’università italiana il docente che vi fornisce l’insegnamento è, nella migliore delle ipotesi, colpevole di complicità passiva nella perpetuazione di un sistema corrotto, poiché non è credibile che egli non sia consapevole dei diversi meccanismi di corruzione, eppure la debolezza di volontà e la paura di reprimende gli impediscono di denunciarli.

Anche qui la mentalità italiana, generata dalla Chiesa Cattolica Romana, impedisce di percepire un simile comportamento per ciò che è. Dovrebbe essere fin troppo ovvio che le persone che scelgono di non denunciare la verità, pur conoscendola, che optano per il muro di silenzio, divengono automaticamente complici dei criminali e corresponsabili della corruzione. Ma il condizionamento culturale cattolico oscura sistematicamente questa e altre simili percezioni. Nella peggiore delle ipotesi il vostro docente giocherà un ruolo attivo in quella corruzione in modo regolare e duraturo. Che possibilità hanno gli studenti se coloro che rivestono il ruolo formativo sono essi stessi impresentabili? Un attento studio dei meccanismi attraverso i quali la conoscenza viene assimilata nel  contesto di una classe contribuisce ad evidenziare questo aspetto. Ecco perché, in Italia, l’educazione gioca un ruolo chiave nel rinforzare e perpetuare la corruzione e la perversione di valori fondamentali.

(1- continua)

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