INEDITI DANTESCHI

INFERNO, CANTO XXXV
Cerchio X - I Cazzari
di Dante Alighieri (*)
Quinci venimmo ad una calle smorta
densa di genti meste e imbecillite
quali gli spettator di Porta a Porta.
Ahi, dolorose e miserabil vite
che di fregnacce, lazzi e scemitadi
van discettando, trepide e impaurite!
E 'l duca mio: "Or si dee che tu vadi
pel cerchio del cazzume editoriale
ove li fatti appaion vaghi e radi
e regna imperituro il virtuale".
E già m'adiva al decimo girone
quand'ecco scorsi un bestio bicefàle
per cui 'l mio duca: "Quegli è Veltruscone,
ch'opposizione fu e governo fue
e in l'una e l'altra testa fu cagione
di mali e strazio allo popolo bue.
Ma il lettor d'elzeviri è sì intontito
che azzannato da un, crede sien due".
Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito
più m'appressai alle doppie mascelle
del tristo imbonitor ermafrodito.
Diverse lingue, orribili favelle
risuonavan nel gozzo a quel piazzista
come due bestie van sott'una pelle.
"Potere al popolo! Morte al comunista!
Meno tasse! Chi è magistrato è pazzo!
Coltiviamo un progetto riformista".
Parole oscure, non capivo un cazzo.
Ma vidi genti di molte contrade
plaudere a quel romor, con gran sollazzo,
a guisa di montoni innanzi a biade.
Alfin pestai gran zòtta in sul terreno
e caddi come corpo morto cade.
"Attento!", fece il duca, "quaggiù è pieno
d'articoli di Mauro e d'Alberoni.
Se v'incappi col piè, non v'è più freno,
le suole imbrotti e caschi a ruzzoloni!"
"E dirlo prima?", rispuos'io al maestro,
"or mi lordan le scarpe due cialdoni
l'un sotto al piè mancino, l'altro al destro!".
"L'uno è un editoriale di Colombo",
ei disse, "che dal quotidian sinestro
tuona con ira, furia e gran rimbombo
contra la crapa che pelata miri;
ma con l'altra (il quattrocchi) è come un zombo:
brancolano e barcollan gli elzeviri.
Del grasson dalla barba unta e atra
è lo secondo, che per empi giri
graffia il Veltrone, iscuoia e disquatra;
ma innanzi allo padrone è come cane
ch'attende l'osso e caninamente latra".
Io vidi allor dell'anime diafàne
che a voce bassa mi facevan "Bù!"
con membra vanescenti, men che umane,
mentre che per lo passo andava giù.
"Qui vedi i mesti spiriti del niente
che mai son stati o che non sono più",
disse Virgilio, "e per ti spavente
cercan di far paura e fan pietade,
parti citrulli di citrulla mente.
Quegli laggiù è il feroce Bin Làde,
col bel turbante di cotone idrofilo,
ch'arse le torri della gran cittade;
havvi di fianco il bieco pedòfilo
che strupa li fanciulli a cento a cento;
poi il negator della scioà, il necrofilo
antisemita! E il Global Riscaldamento!
che dell'Artico quaglia le calotte
dannando i posteri all'annegamento.
Ecco il nazista che torna di notte
con la sfiziosa svastica di legno;
ecco il fascista, pronto a menar botte
e altri fantasmi, di cui l'aere è pregno.
Son le frescacce buffe della stampa
c'ha perduto ogni modo e ogni ritegno".
Giunti che fummo a' piedi d'una rampa
schivai d'un pelo una palla colossale
ch'in giuso rotolava come vampa.
"Salva l'ossa! E' il vibrante editoriale
del tronfio spirto nomato Pigì
Battista, rozzo come non v'è iguale,
neppur nel più cazzaro dei tigì!".
E per schivar la bomba, di gran slanzo,
fè un salto e in sozza chiavica finì
colma d'atra di Mieli e di D'Avanzo!
E disse cose ch'è bello il tacere,
in gramatica, in gotico e in romanzo,
lordo di puttanate del Corriere.
Ahi, quanto a dir qual era è cosa dura!
Lo duca mio, che come carrettiere
imprecava, coverto di lordura!
Maladiceva Biagi e Montanello,
Pannunzio, Prezzolini e lor ventura,
e Serra, uom di Cuore e di cervello
che fece per viltate il gran rifiuto.
Tosto ch'intesi l'orrido macello
schivando un Feltri, andai a cercare aiuto,
rincorso di parole irose e prave
che mai non prima aveva conosciuto.
Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio bianco per antico pelo,
grifagno imbrattator di rotative.
E' Scalfari dimòn, che terra e cielo
governa della bolgia di panzane
ch'è il regno della stampa a doppio velo.
"O voi che tra le bufale pacchiane
vivi e vestiti ve n'andate a spasso",
disse lo vecchio, "cosa vi rimane
a questo loco e move a tanto chiasso?".
Io salutai quel salvator canuto
e lagrimando principiai: "Ahi, lasso!
Virgilio mio in una pozza è caduto
di pecoreccia vanvera stampata!
Deh, salvilo, messer, li presti aiuto!"
E quei con voce profonda e pacata:
"Qui occorre valutar l'opra migliore
per trarre l'uomo tuo da quella guata.
Magari un termovalorizzatore
che la mota smaltisca a quel pantano...
o un naviglio di scolo posteriore
che colleghi l'Inferno con Milano...
una variante urbana? Un rettifilo?
Un autotunnel metropolitano
assegnato in appalto all'Impregilo?
Qui è d'uopo dar principio ad opra magna
che dia lustro allo regno ov'è mio asilo!"
La mente di sudore ancor mi bagna
al pensier di quel vecchio laido e avaro
che discettava ai piè della montagna
torte complicazion di ciò ch'è chiaro.
E 'l duca nel piastron strillava: "Aita!
Chi mi trarrà da questo guazzo amaro
di frase che ragione hanno smarrita?"
Ed io: "Vo per soccorso! Ho già richesto
di qualchedun ch'aiuti in tua sortita!
Non ti crucciar! Tranquillo! Torno presto!".
Ciò dissi e de' calcagni fei rotelle
chè foco non m'avria spinto sì lesto
e quindi uscimmo a riveder le stelle.
* (Manoscritto inedito reperito da Gianluca Freda)
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