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    INEDITI DANTESCHI

    by Gianluca Freda (18/07/2008 - 16:16)


    INFERNO, CANTO XXXV
    Cerchio X - I Cazzari

    di Dante Alighieri (*)

     

    Quinci venimmo ad una calle smorta
    densa di genti meste e imbecillite
    quali gli spettator di Porta a Porta.

    Ahi, dolorose e miserabil vite
    che di fregnacce, lazzi e scemitadi
    van discettando, trepide e impaurite!

    E 'l duca mio: "Or si dee che tu vadi
    pel cerchio del cazzume editoriale
    ove li fatti appaion vaghi e radi

    e regna imperituro il virtuale".
    E già m'adiva al decimo girone
    quand'ecco scorsi un bestio bicefàle

    per cui 'l mio duca: "Quegli è Veltruscone,
    ch'opposizione fu e governo fue
    e in l'una e l'altra testa fu cagione

    di mali e strazio allo popolo bue.
    Ma il lettor d'elzeviri è sì intontito
    che azzannato da un, crede sien due".

    Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito
    più m'appressai alle doppie mascelle
    del tristo imbonitor ermafrodito.

    Diverse lingue, orribili favelle
    risuonavan nel gozzo a quel piazzista
    come due bestie van sott'una pelle.

    "Potere al popolo! Morte al comunista!
    Meno tasse! Chi è magistrato è pazzo!
    Coltiviamo un progetto riformista".

    Parole oscure, non capivo un cazzo.
    Ma vidi genti di molte contrade
    plaudere a quel romor, con gran sollazzo,

    a guisa di montoni innanzi a biade.
    Alfin pestai gran zòtta in sul terreno
    e caddi come corpo morto cade.

    "Attento!", fece il duca, "quaggiù è pieno
    d'articoli di Mauro e d'Alberoni.
    Se v'incappi col piè, non v'è più freno,

    le suole imbrotti e caschi a ruzzoloni!"
    "E dirlo prima?", rispuos'io al maestro,
    "or mi lordan le scarpe due cialdoni

    l'un sotto al piè mancino, l'altro al destro!".
    "L'uno è un editoriale di Colombo",
    ei disse, "che dal quotidian sinestro

    tuona con ira, furia e gran rimbombo
    contra la crapa che pelata miri;
    ma con l'altra (il quattrocchi) è come un zombo:

    brancolano e barcollan gli elzeviri.
    Del grasson dalla barba unta e atra
    è lo secondo, che per empi giri

    graffia il Veltrone, iscuoia e disquatra;
    ma innanzi allo padrone è come cane
    ch'attende l'osso e caninamente latra".

    Io vidi allor dell'anime diafàne
    che a voce bassa mi facevan "Bù!"
    con membra vanescenti, men che umane,

    mentre che per lo passo andava giù.
    "Qui vedi i mesti spiriti del niente
    che mai son stati o che non sono più",

    disse Virgilio, "e per ti spavente
    cercan di far paura e fan pietade,
    parti citrulli di citrulla mente.

    Quegli laggiù è il feroce Bin Làde,
    col bel turbante di cotone idrofilo,
    ch'arse le torri della gran cittade;

    havvi di fianco il bieco pedòfilo
    che strupa li fanciulli a cento a cento;
    poi il negator della scioà, il necrofilo

    antisemita! E il Global Riscaldamento!
    che dell'Artico quaglia le calotte
    dannando i posteri all'annegamento.

    Ecco il nazista che torna di notte
    con la sfiziosa svastica di legno;
    ecco il fascista, pronto a menar botte

    e altri fantasmi, di cui l'aere è pregno.
    Son le frescacce buffe della stampa
    c'ha perduto ogni modo e ogni ritegno".

    Giunti che fummo a' piedi d'una rampa
    schivai d'un pelo una palla colossale
    ch'in giuso rotolava come vampa.

    "Salva l'ossa! E' il vibrante editoriale
    del tronfio spirto nomato Pigì
    Battista, rozzo come non v'è iguale,

    neppur nel più cazzaro dei tigì!".
    E per schivar la bomba, di gran slanzo,
    fè un salto e in sozza chiavica finì

    colma d'atra di Mieli e di D'Avanzo!
    E disse cose ch'è bello il tacere,
    in gramatica, in gotico e in romanzo,

    lordo di puttanate del Corriere.
    Ahi, quanto a dir qual era è cosa dura!
    Lo duca mio, che come carrettiere

    imprecava, coverto di lordura!
    Maladiceva Biagi e Montanello,
    Pannunzio, Prezzolini e lor ventura,

    e Serra, uom di Cuore e di cervello
    che fece per viltate il gran rifiuto.
    Tosto ch'intesi l'orrido macello

    schivando un Feltri, andai a cercare aiuto,
    rincorso di parole irose e prave
    che mai non prima aveva conosciuto.

    Ed ecco verso noi venir per nave
    un vecchio bianco per antico pelo,
    grifagno imbrattator di rotative.

    E' Scalfari dimòn, che terra e cielo
    governa della bolgia di panzane
    ch'è il regno della stampa a doppio velo.

    "O voi che tra le bufale pacchiane
    vivi e vestiti ve n'andate a spasso",
    disse lo vecchio, "cosa vi rimane

    a questo loco e move a tanto chiasso?".
    Io salutai quel salvator canuto
    e lagrimando principiai: "Ahi, lasso!

    Virgilio mio in una pozza è caduto
    di pecoreccia vanvera stampata!
    Deh, salvilo, messer, li presti aiuto!"

    E quei con voce profonda e pacata:
    "Qui occorre valutar l'opra migliore
    per trarre l'uomo tuo da quella guata.

    Magari un termovalorizzatore
    che la mota smaltisca a quel pantano...
    o un naviglio di scolo posteriore

    che colleghi l'Inferno con Milano...
    una variante urbana? Un rettifilo?
    Un autotunnel metropolitano

    assegnato in appalto all'Impregilo?
    Qui è d'uopo dar principio ad opra magna
    che dia lustro allo regno ov'è mio asilo!"

    La mente di sudore ancor mi bagna
    al pensier di quel vecchio laido e avaro
    che discettava ai piè della montagna

    torte complicazion di ciò ch'è chiaro.
    E 'l duca nel piastron strillava: "Aita!
    Chi mi trarrà da questo guazzo amaro

    di frase che ragione hanno smarrita?"
    Ed io: "Vo per soccorso! Ho già richesto
    di qualchedun ch'aiuti in tua sortita!

    Non ti crucciar! Tranquillo! Torno presto!".
    Ciò dissi e de' calcagni fei rotelle
    chè foco non m'avria spinto sì lesto

    e quindi uscimmo a riveder le stelle.

     

    * (Manoscritto inedito reperito da Gianluca Freda)

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